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Ingres, milanese stendahliano

Al termine della sua rivoluzione un astro si ritrova al punto di partenza. Non mi stupisce dunque che anni dopo aver ghigliottinato Luigi XVI i francesi siano incappati in un altro autocrate impostosi per diritto divino.
E' ben vero che apparentemente i simboli del dipinto sono tutti rigorosamente laici. Anche la medaglia stellata (ma potrebbe benissimo essere una croce) al centro del petto non ha inscritto, come pensavo frettolosamente, un monogramma IHS ma la solita aquila. Però la pantofola dorata fa molto Sommo Pontefice e soprattutto il braccio destro - quello del comando - smisuratamente lungo - si alza fino ad arrivare alla statuetta di un uomo barbuto che regge il globo del mondo. Dio c'è... nel punto più alto del quadro, presente ma non grande a sufficienza da disturbare il nuovo Re Sole (non a caso il volto di Napoleone è inscritto in un cerchio ).
Che differenza con il ritratto a matita fatto da Appiani di un Napoleone nervoso, dallo sguardo grintoso e volitivo, con una forza accentuata dalla piega - mitigata nel ritratto ad olio del console - del labbro . Ci si chiede quali fattori permettano di capire subito che ci si trova di fronte a una personalità eccezionale.
E' la domanda che mi sono posto d'altronde anche davanti ai primi nudi giovanili di Ingres, la cui forza surclassa la compassata prevedibilità del maestro David, tacciamo degli onesti comprimari che debbono riempire la mostra.
Non è possibile fare una retrospettiva esauriente di Ingres, non solo per le dimensioni del personaggio ma anche perchè certe tele non sono trasportabili. Si ripiega dunque sul dialogo con i contemporanei centrando - magari anche senza volerlo - un obiettivo secondario di tutto rispetto: dare l'immagine della Milano stendahliana. Già allora capitale morale, anche da bere, ma industriosa e ricca di cose belle (mi sono commosso di fronte allo schizzo dell'interno di San Maurizio).
E' un modo di essere ben riassunto da Giovan Battista Sommariva, un elegante signore brizzolato, seduto su un banco in marmo, davanti a due statue di Canova, con libro in mano e sfondo di qualche amena località, magari sul lago. Non c'è lo Sturm und Drang dei basettoni di certi ritratti posti all'inizio della mostra. Semmai una certa placidità che mi ricorda il caro Don Lisander. Gusto, intelligenza. Lo so, devo riprendere in mano la Certosa di Parma.

Pubblicato il 7/4/2019 alle 1.10 nella rubrica Lo stato dell'Arte.

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