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Bernard Shaw - Il wagneriano perfetto

Introducendo la seconda edizione di questo libretto Shaw vuol farci credere che non si immaginava che esso avrebbe avuto così tanto successo da venir ristampato. Ed alla quarta edizione egli si premura di spiegarci che Wagner è ancora attuale nel XX secolo e che, in fondo, il Wagneriano perfetto può essere utile anche dopo la grande guerra.
 
Noi che parliamo ancora del Ring del centenario come se fosse un allestimento di bruciante attualità - fingo per amore di anagrafe di non sapere quanti anni sono passati da allora! - sappiamo che Shaw ha ancora molto da dirci. Magari solo per notare come a Glyndebourne sia stata poi realizzata una Bayreuth britannica che bagna il naso alla sua consorella bavarese.
 
Posso anche sorridere delle pagine dedicate ai leit-motiv (sono ancora da venire le colonne sonore di Korngold!). Shaw però centra sempre l'obiettivo. Egli osserva il carattere grand-opéra del Crepuscolo degli dei - strano lavoro che nasce come un novello Lohengrin e cambia prospettiva, ma non forma, quando si trova piazzato al termine di un gigantesco componimento epico; il fallimento del personaggio di Sigfrido, incapace da solo di compiere il gesto redentore; l'importanza dell'elemento femminile - tema qui giusto accennato, tanto per consentire a Nattiez di pubblicare uno dei più interessanti saggi sul tema che io possa immaginare.
 
Di Shaw mi piace lo stile, intriso di ironia e bruciante (anche quando mi fa capire che, a differenza di me, non riesce ad ammirare la mucca al pascolo di Vaughan Williams).
 
Più di tutto però apprezzo il metodo. Shaw non si interessa ad arcobaleni e tempeste - sono cose che nota chiunque e su cui dunque non val la pena soffermarsi - ma del senso complessivo della narrazione operistica di Wagner e del perchè essa parli immediatamente al pubblico. Anche a quello del XXI secolo... che trova ancora di che godere in questo libretto.

Pubblicato il 16/6/2018 alle 16.31 nella rubrica Angolo di lettura.

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