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Il celebre "baritono" Pavarotti nella sua casa-museo di Modena

La strada diventa sempre più stretta: non c'è spazio per una seconda macchina che venga in senso opposto. E ai bordi c'è un fosso profondo. Sono in aperta campagna, diretto al buen retiro campagnolo in cui Pavarotti morì dieci anni fa.
 
Si tratta di un cascinale ristrutturato a colori brillanti, rosso-arancio, verde intenso.
 
Quando, aprendo la porta, mi trovo nell'atrio-soggiorno, sono preso da un nodo alla gola come non lo provavo da quando visitai la casa viennese di Brahms. Sarà il gigantesco abito da concerto che troneggia in una bacheca e che, visto in controluce, può far pensare un attimo alla presenza del suo proprietario in carne ed ossa. Ho l'impressione che il corpulento padrone di casa debba comparire da un momento all'altro, fra il pianoforte a coda e gli autografi di Toscanini e Puccini.
 
Quando entro da qualcuno mi dirigo subito a curiosare nella sua biblioteca, il luogo che mi dice tutto quello che bisogna sapere del padrone di casa. Libri d'arte, testi su Verdi, spartiti voce-pianoforte, cofanetti CD ancora incellofanati.
 
La signorina della biglietteria sostiene che non c'è nulla da spiegare sulla cucina. Ha ragione. Ma anche torto, perchè avverto di nuovo la quotidianità dell'artista: è una cucina come può averla qualunque borghese agiato. A parte il frigorifero proporzionato al Lucianone essa parla di un quieto vivere casalingo che getta una confortevole luce sulla persona Pavarotti.
 
Se debbo giudicare dalla musica che odo nelle stanze (Mamma, New York, New York, My Way) Pavarotti doveva essere un cantante melodico di musica leggera. Bisogna andare nelle due stanzette in cui si trovano dei costumi di scena per udire "Una furtiva lacrima" e per capire che qui si parla di opera lirica. Una vetrina espone una partitura aperta sull'inizio del grande monologo di Wotan (Valchiria, atto II).
 
pavarotti
Non sapevo che Pavarotti fosse baritono. Me lo immagino, mentre - anticipando il collega Domingo, si studia la parte di Wotan. É che gli asini che hanno organizzato la pagliacciata commemorativa di Verona hanno riempito un buco espositivo con la prima carta da musica che hanno trovato. Meno male che non hanno aperto il libro su uno Hojotoho!
 
Peccato. Pavarotti avrebbe meritato di essere ricordato da gente che conosce la musica. Gli ignoranti che gestiscono indegnamente questa casa-museo mettono in fila le lettere dei vip senza curarsi di sottolinearne il contenuto: più che la firma di Lady Diana valgono le parole con cui la principessa di Galles ringrazia il tenore (o baritono?) per il suo impegno umanitario. E la preoccupazione per la salute dell'artista che trasuda tra le righe di altre missive mostra che queste celebrità avevano per Pavarotti un rispetto ed un amore non solo di facciata.
 
Essere meno superficiali e rozzi avrebbe significato rispettare - ed onorare - l'uomo e l'artista.

Pubblicato il 1/10/2017 alle 7.26 nella rubrica Sala di musica.

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