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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Euryanthe – Theater an der Wien
30 marzo 2021
Non esisterebbe Lohengrin senza Euryanthe: uguale la tipologia dei personaggi; identiche le vocalità; il tema del fantasma ripreso paro paro negli accordi che aprono il preludio di Lohengrin, tutto l’inizio del secondo atto che ricompare nel duetto Friederich-Ortrud. Costantin Trinks e l’orchestra dell’ORF l’hanno ben in testa; i cantanti un po’ meno – almeno le due donne che impiastricciano il finale con dei grugniti privi di rapporto con il canto. Norman Reinhardt mi è parso un solido Adolar purchè non sforzi inutilmente la voce.

Il vero problema di questo spettacolo è sul palcoscenico. Un profondo salone bianco che alla sinistra ha un arbusto e un pianoforte, alla destra un letto. Adolar, il re, i cortigiani e Lysiart sono in abito da sera (ma quest’ultimo si esibirà in tenuta adamitica all’inizio del secondo atto). Euryanthe e Eglantine sono rispettivamente in blu e rosso tranne che nel finale (entrambe in abito da sposa). Impensabile con un simile allestimento il balletto: si eliminano i ritornelli del primo atto e nel terzo si ha il solito inane dimenio. Berta sparisce del tutto: la sua canzone è affidata al coro mentre il suo dialogo con Adolar viene tagliato. Dal punto di vista drammatico è di certo un miglioramento ma a essere onesti a non aver capo nè coda non è soltanto il parto della sciagurata von Chézy ma tutto l’allestimento di Christof Loy. Non ho la minima idea di cosa egli abbia voluto dire. E’ possibile che questo poveraccio abbia fatto una regia così fan tutti senza preoccuparsi di seguire un’idea vagamente logica.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/3/2021 alle 18:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il surrogato del Rosenkavalier Monaco 2021
24 marzo 2021
Leviamoci il dente: le norme anti-Covid hanno imposto che si adottasse l’orchestrazione ridotta dedicata da Strauss ai teatrini di provincia. Per bene che sia fatta non è neanche lontanamente paragonabile all’originale. E’ una scelta che mi auguro dettata dalla situazione presente. Spero ardentemente che si torni al vero Rosenkavalier, tanto più che ci sono stati risparmiati i soliti tagli sciagurati e che Jurowski – a parte un rapidissimo “Mit ihren Augen voll Tränen” – mi ha commosso. Anche i cantanti mi sono piaciuti. Inutile giocare di lavagna e gessetto: l’effetto complessivo è quello di un Rosenkavalier magistrale.

E poi, diamo a Barrie quel che è di Barrie: la regia mi ha lasciato a bocca aperta. La stanza da letto settecentesca del primo atto si vede in una filigrana argentea, come se fosse un fantasma tanto desiderato quanto irraggiungibile. Kosky sembra – come Brahms – rimpiangere di non essere nato qualche decennio prima. Purtroppo un Cavaliere in porcellana di Meissen è impossibile, per lo meno ha esaurito quello che ci può raccontare. Dobbiamo cercare un’altra strada, magari offerta dal tempo che domina tutta l’opera. Il vecchietto nudo con le ali, uscito da un prologo monteverdiano, funge da Mohammed, è il cocchiere che scodella Ottaviano davanti a Sophie, ricompare in tutti i momenti importanti di una storia in cui la diversamente giovane Marescialla ritrova il proprio passato guardando Sophie che – a sua volta – immagina ciò che lei stessa sarà di qui a qualche decennio, a fianco di un Ottaviano appesantito dalla carica di feldmaresciallo e da una manciata di amanti… e corna.

Il concetto su cui Kosky basa l’allestimento non funzionerebbe senza una recitazione accuratissima. Impossibile – oltre che ridicolo – pensare di riferire ogni dettaglio di uno spettacolo che non lascia nulla al caso. Mi limito dunque a indicare il modo con cui Mariandel nel primo atto interpreta la femmina seduttrice e sfacciata mentre nel terzo lascia intravedere il garzon malnato che è.

Mi sono dovuto ricredere: uno spettacolo che sulla carta era un vinaccio fatto con le cartine, alla prova dello streaming ha mostrato una classe che auguro esploda in teatro davanti al pubblico vero.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/3/2021 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Zandonai – Francesca da Rimini – Deutsche Oper Berlino 2021
21 marzo 2021
Zandonai conosceva benissimo il mondo artistico di lingua tedesca a lui contemporaneo: nei quattro atti di questa Francesca da Rimini l’orchestrazione e la struttura compositiva – rigorosamente durchkomponiert – non hanno nulla da invidiare a quanto confezionavano i colleghi Strauss, Zemliski e Korngold. Abbiamo davanti una musica di altissimo livello che merita di avere più ampia diffusione anche nel nostro paese. Ricordo un buon video con Armiliato e la compianta Dessì ma, come per le produzioni operistiche di Respighi, mi sembra che rimanga molto da fare perchè il pubblico possa conoscere ed apprezzare questo lavoro.

Per i miei gusti ci sono le discutibili molcenze di un libretto derivato da D’Annunzio, un autore che non rientra fra le mie esacerbanti passioni. Ma quale migliore occasione di ugole d’oltralpe, con sottotitoli tedeschi e inglesi che mi rendono difficile – oltre che inutile – addentrarmi nel testo originale?

La musica è ottima, Carlo Rizzi conferma di sapere il fatto suo, la compagnia di canto è superba, dai protagonisti – Sara Jakubiak e Jonathan Tetelman – fino all’ultimo comprimario. L’allestimento abbandona il finto medioevo per immergerci in un’epoca imprecisata, che potrebbe anche situarsi ai tempi del fascio. Tutto questo però è ininfluente: non mi importa nulla delle trasposizioni e della fedeltà a un libretto a sua volta infedele con i reali Paolo e Francesca. Mi interessa invece che la recitazione sia realistica, adeguata alle richieste della storia, che faccia capire esattamente quello che succede, ma soprattutto tale da mettermi voglia di rivedere (e riascoltare) tutto dall’inizio.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/3/2021 alle 13:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Britten - Morte a Venezia - Fenice 2008
18 marzo 2021
Com’era bravo Bartoletti! Commovente risentire la grazia, la partecipazione con cui rende il crepuscolare ritorno alla creatività di Britten. E’ stupenda anche la figura di Marlin Miller, un Aschenbach dimesso, che potrebbe uscire da un film di Fantozzi, che senza lasciar intravedere la fiamma dell’artista scivola in punta di piedi, a mo’ di una Melisande in ritardo di qualche decennio, nell’adorazione di un ideale che – come in Billy Budd – non è perfetto e lascia in bocca un retrogusto amaro.

Stupende le coreografie, fondamentali in quest’opera, ottima la scelta – non obbligata quando non esisteva ancora il Covid – di lasciare il coro fuori scena. Molteplici suggestioni visive: si comincia con un rimando alla Isola dei morti vista dal retro: si notano in secondo piano i cipressi mentre la muraglia è costituita da una grigia parete di libri. E’ come se Aschenbach fosse già morto, un monumento a se stesso. Questi alberi cimiteriali rimangono in tutto l’allestimento, accompagnati spesso da un sole perfettamente rotondo come lo si può vedere in mezzo alle nubi pesanti di un clima afoso e avvelenato. Non manca neppure un rimando alle pitture dell’antico Egitto, con il ballerino in posa su un battello a fondo piatto che sembra dirigersi nel regno dei morti.

L’allestimento mi è piaciuto non meno della parte musicale, affatto indimenticabile.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/3/2021 alle 18:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cervantes - Don Chisciotte
15 marzo 2021
Oggi Don Chisciotte sarebbe convinto che il Covid sia stato cucinato in laboratorio da Bill Gates. A mandarlo fuori di testa non sarebbero le centinaia di libri cavallereschi ma i gigabyte di informazione che Facebook gli riversa addosso, i maghi incantatori dei cavalieri erranti sarebbero i poteri occulti che complottano contro gli inermi cittadini avvelenati da striscie chimiche e 5G.

Sta qui, secondo me, la modernità dell’hidalgo creato da Cervantes – uno non molto più pazzo di tanti iscritti ai social. Solo che lui deve portare la sua pazzia nel mondo, in una diretta Facebook. Le piattonate di spada che egli rifila ai nemici del momento rimbombano nelle pagine di questo libro come i colpi di spada dei vari Amadigi e Orlandi ma possono ridurre a malpartito chi ne è vittima, così come un post può far male a persone reali.

Mentre rido del curato e barbiere che consegnano al braccio secolare della governante i libri da bruciare mi rendo conto che distinguere i tomi cavallereschi buoni da quelli cattivi sia difficile come sceverare le notizie buone dalle fasulle.

La seconda parte ha un più marcato carattere di meta-libro. I personaggi incontrano persone che hanno letto l’inizio della storia e che, molto spesso, conoscono anche il sequel apocrifo. E’ inevitabile che avvenga questo in un racconto che parla della forza dell’arte, della sua capacità di trasfigurare il reale, in un libro che racconta passioni di carta che anelano a incarnarsi nella quotidianità.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/3/2021 alle 14:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il film della candidata ideale
13 marzo 2021
Ci ho messo un po’ a capire che il film si svolge non in Iran ma in Arabia Saudita. Errore perdonabile: al di là di sunnismo e sciismo, entrambi i paesi sono uguali fari di civiltà. Il video elettorale trova la protagonista totalmente intabarrata da un velo nero – modello fantasma del Louvre – che le copre pure gli occhi. Le donne, separate dagli uomini, non hanno diritto di muoversi senza il permesso del tutore (maschio) o di rivolgersi direttamente in pubblico a uomini. Naturalmente è meglio essere curati da un incompetente infermiere maschio che da una persona esperta ma femmina.

La protagonista del film, anzichè seguire attività da donna – casa, giardinaggio e arredamento, è candidata alle comunali. In un film americano vincerebbe, perchè oltre Atlantico si va al cinema per sognare. Nel terzo mondo invece non si nasconde che la strada è lunga e dolorosa. Oppure in Italia si aspetta il vaticinio vaticano.

L’interesse ideologico del film è tanto grande da far passare in secondo piano ogni considerazione tecnica, estetica e stilistica. L’opera è comunque ben costruita, penso ad esempio a una inquadratura in cui si vede che al concerto partecipano di donne intabarrate. Solo nella immagine successiva si mostra che i sessi sono rigorosamente distinte, come si faceva da noi in Chiesa un tempo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/3/2021 alle 11:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Isabella Leonarda
8 marzo 2021
Come la Gertrude manzoniana, Isabella Leonarda è una nobil donna obbligata a prendere il velo. Possiamo pensare che la musica sia stata la compensazione alla monacatura forzata o che comporre fosse la sua vera vocazione, che si potesse soddisfare solo nel chiostro. Mi sembra strano però che non si possa concedere a una aristocratica, anche sotto un anonimato di Pulcinella, l’eccentricità di scrivere le musiche che allietano i ricevimenti domestici.

È facilissimo sostituire ai dialoghi tra Cristo e l’Anima dei duetti amorosi – lo faceva già Salomone nel Cantico dei Cantici – e Isabella Leobarda mostra che nel chiuso del convento di Novara si conoscevano le prodezze veneziane del divino Claudio Monteverdi.

È musica che merita di uscire dalla nicchia degli studi di settore, dopo 401 anni dalla morte della compositrice.



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Rimskij-Korsakov La fiaba di Zar Saltan - Monnaie
6 marzo 2021
Anche Stravinskij e Kandinskij iniziano la loro carriera portandoci con cavalieri e principesse in ambienti incantati. Lo stesso Rimskij-Korsakov ama le fiabe, pure quando – nel Gallo d’oro – vuole fare satira. Non è solo la Russia a portare in primo piano le favole, penso a Humperdinck, al povero Siegfried Wagner, Dvorak, perfino Zemlinski (La sirenetta) e lo Strauss della Donna senza ombra.

Sentendomi troppo disincantato per accettare come se niente fosse questo linguaggio, considero una boccata d’aria il solito travisamento operato da Tscherniakov.

Questa volta l’antipasto parlato presenta una madre convinta di poter guarire il figlio autistico facendogli incontrare il padre al termine della storia dello Zar Saltan. Lei e il ragazzo sono i soli ad indossare abiti moderni, mentre gli altri personaggi sembrano uscire da un fumetto maldestramente pittato con i pastelli.

Dei bellissimi cartoni animati accompagnano i variopinti interludi orchestrali che descrivono l’evolversi della vicenda.

Alla fine, come in Rain Man, il miracolo non succede. Restiamo sbigottiti di fronte al silenzioso urlo del ragazzo e alla disperazione di madre e infermiera, doloroso e lancinante contrasto con la festosa musica di Korsakov.

Essendo la prima volta che odo questa musica evito di parlare dell’esecuzione di Altinoglu: riuscirei solo a confezionare qualche frase generica di circostanza. L’unica cosa certa è che ho passato due ore e mezza affatto intense e ricche di emozioni, anche musicali.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 6/3/2021 alle 19:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Falstaff a Vienna 2016
3 marzo 2021
Mehta procede in questo Falstaff con i piedi di piombo. Non solo per l’agogica lenta, ma anche con passo greve. Ad esempio non riesco affatto ad immaginarmi che all’inizio del secondo atto si stia architettando un doppio tiro mancino ai danni del grasso cavaliere. L’orchestra annaspa in un vinaccio privo di bollicine. Certamente posso centellinare tutto il melisma del madrigale declamato da Ford-Fontana (Ludovic Tezier) ma quando più avanti si evoca la “vendetta di donne” le note sono troppo sgranate per aver l’impressione di udire una risata che trattiene un’epa immaginaria attraversando i corpi delle comari. Quando Alice (Carmen Giannattasio) presenta Ford a Falstaff il trillo sulla “i” di marito è talmente lento che non ho più a che fare con il riso sbeffeggiante di una signora che si leva i sassolini dalle scarpe ma piuttosto con l’ammirazione di Eva Pogner per la maestria del futuro marito.

L’ultimo Verdi si congeda con lo sberleffo, ci dice che il mondo è sì teatro, ma comico, che – come per Paasilinna – nulla, neppure la morte, è serio. Ma se Falstaff viene preso con tempi più degni di Parsifal finisco, come il paggio Robin, a sbadigliare sotto il tavolo.

A che giova che Marie-Nicole Lémieux sottolinei bene il grasso trasudante dal “Buon giorno buona donna” se poi l’orchestra spara il successivo staccato (“e poi per farla spiccia”) come se fossero pallettoni e non una sottile mitraglia?

Merita una menzione Hila Fahima, Nannetta dalla voce sottile e vagamente belante che mi ha guastato il piacere della canzone della regina delle fate.

Tradizionalissimo McVicar, con tanto di puttanella (Doll Tearsheet?) che però ci sarebbe stata bene se fosse stata una baldracca sformata e ridicola. Piccolo riferimento a Malvolio – Falstaff si presenta a casa di Alice in abito giallo e giarrettiera incrociata.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/3/2021 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Javier Cercas - I soldati di Salamina
2 marzo 2021
Un romanziere che dopo l’insuccesso del suo secondo libro si è rassegnato a fare il giornalista capita su una storia interessante: Rafael Mazas, scrittore di media grandezza, oggi dimenticato ma un tempo acclamato come padre fondatore del falangismo, scampa in modo rocambolesco alla morte negli ultimi giorni della guerra civile.

Si tratta di cercare i testimoni eventualmente ancora in vita, di controllare i documenti a disposizione per capire cosa ci sia di veritiero in questa vicenda, per avere qualcosa da raccontare.

Facile capire che il romanziere senza talento (Cercas stesso?) descrive la nascita del libro che stiamo tenendo in mano.

E chi sono i soldati di Salamina? Gli innumerevoli anonimi il cui comportamento, il più delle volte dettato dal capriccio – modo elegante di parlare del caso – ha determinato ciò che siamo noi. Nessuno pensa a loro e se non fosse per qualche isolato che caparbiamente ne tramanda le vicende, vuoi nei racconti orali o – meglio ancora – nell’arte, essi non sopravviverebbero del tutto. I veri artefici del nostro mondo sono appesi a un filo di memoria tenuto intero dalle persone come Cercas.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/3/2021 alle 9:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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