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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Romanico comasco
28 febbraio 2021
La basilica di Sant’Abbondio è fuori dalle mura cittadine, in una posizione leggermente sopraelevata a pochi passi dal cimitero. Anche se non ci si può arrivare per caso sono comunque sbigottito dall’affresco dell’abside.

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E’ la storia della Redenzione, dall’Annunciata fino al Golgotha seguendo fedelmente l’iconografia tradizionale. Eppure è la prima volta che vedo a colori i re Magi stretti nel loro letto come tre bastoncini di pesce surgelato. Un’immagine nuova eppure ritrovata spesso sulle facciate di tante cattedrali… un memento di quanto fosse diverso il mondo medioevale rispetto a quanto è arrivato fino a noi.

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E riconosco pure un inizio di prospettiva illusionistica in un personaggio che si sporge da una balaustra marmorea.

In città la chiesa di San Fedele, sulla piazza omonima, ha anch’essa una facciata in pietra chiara, liscia e squadrata. Solo che il portale non è inquadrato da una ghirlanda geometrica ma reca in cima un mosaico di stile moderno. Già da questo posso immaginare il coacervo stilistico che mi aspetta: di fronte a una parte superiore di gusto sei-settecentesco ho – ad altezza degli occhi – una serie di archi neri a tutto sesto che mi immergono nella fede ruvida ma solida del romanico. E se entrando in chiesa trovo una Madonna in trono di gusto rinascimentale, datata e firmata

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nel transetto sinistro ci sono degli affreschi che mi reimmergono nelle atmosfere romaniche.

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Jenufa Unter den Linden 2021
26 febbraio 2021
Mi sento a disagio: la canzone popolare del primo atto mi sembra scialba. Colpa del coro e dell’orchestrina sparsi per la platea svuotata dal Covid? Non giova la quasi ottantenne Hannah Schwarz… se la cava meglio di McIntyre e Mazura nell’ultima Elektra del povero Chéreau e forse la preferisco anche alla stridula Herlizius, ma avrei preferito tenere i ricordi della Fricka o del Gymnasiast dei bei tempi andati. Durante il concertato Stuart Skelton ci pianta una stecca clamorosa – purtroppo ci saranno altri guai nel corso dell’opera. Stramaledirò dunque Bartoletti e il Carlo Felice di Genova che mi hanno fatto piangere come un vitello anni fa, sia dal vivo che nella registrazione fatta dalla nostra radio di stato?

Si direbbe che i tecnici del suono abbiano sacrificato l’orchestra ai cantanti. O forse il problema è selettivo: bellissimo l’inizio del terzo atto fin tanto che non debbono entrare i legni, che sembrano affogati dagli archi. Nel secondo atto la silente aria orchestrale su “Buona notte” non decolla. Mi viene in mente l’aggettivo “analitico” usato come pietoso eufemismo per non dire “freddo come la morte” ma qualcosa non funziona neppure nel Salve Regina perchè quando inizia la preghiera alla Vergine non odo alcun cambio di passo, nessun soffio che faccia salire il tono o – quanto meno – alluda al passaggio dall’invocazione alla richiesta che deve trascolorire automaticamente nella disperazione di una ragazza che immagina già la fine del piccolo Steva. Eppure i singoli banchi dell’orchestra sono notevolissimi (l’assolo di violino e poi del corno nel secondo atto).

Vorrei un diverso bilanciamento voci-orchestra anche nel coro nuziale del terzo atto, sono alquanto commosso dal finale. Però ho sentito qualche Jenufa più s-co-i-nvolgente.

Un bel prodotto. Ben infiocchettato come la frutta dei supermercati. Mi manca però il succo che sbrodola lungo il mento e mi inzacchera la camicia. E’ per questo che non mi importa la passione di Michieletto per il blocco di ghiaccio spaccato da Steva e dai coscritti di leva o per lo sgocciolante iceberg del finale. Il regista nè toglie nè aggiunge qualcosa a Jenufa. Se qualcosa non funziona lo devo cercare sul versante musicale.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/2/2021 alle 8:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
François Mauriac - Nodo di vipere
24 febbraio 2021
Dov’è il nodo di vipere del titolo? Forse è nel cuore dello scrivente, un quasi settantenne roso dal sentimento di non essere mai stato amato, che ha trascorso la vita accumulando denaro e che, mentre medita di diseredare i parenti, scrive un memoriale destinato alla moglie che lo ha sposato solo per interesse.

Oppure il nodo di vipere sono i parenti-serpenti che complottano bisbigliando dietro ai muri, che lo seguono in trasferta a Parigi per accordarsi in segreto con il figlio illegittimo cui il nostro vorrebbe lasciare tutti i soldi.

Oppure il nodo di vipere è equamente distribuito, in una storia dove non ci si parla e la verità sfugge pirandellianamente. Confessioni, memoriali, confidenze non bastano a levare la cortina fumogena dei pregiudizi, delle convinzioni graniticamente costruite nel tempo.

Il libro è doloroso e pesante, potrebbe essere scritto da Irene Nemirovski: nella Francia profonda, rurale, paesaggi e personaggi scolpiti in una terra crudele e dura, solitari e prigionieri del calore del sangue. L’incipiente inverno ha ridotto gli uomini ad alberi scheletriti che si stagliano su un cielo che promette – e mantiene – tempesta.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/2/2021 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Salome - Scala 2021
22 febbraio 2021
Invidio i maghi Otelma della lirica, capaci di giudicare un allestimento cui non hanno ancora assistito, quando io mi sento invece imbarazzato perchè parlo di uno spettacolo intravisto dal buco della serratura del mio televisore.

Non mi piace che Salome compaia subito in scena: lasciare che la protagonista rimanga fuori dalla nostra vista mentre viene descritta dagli altri personaggi le offre uno spessore e una profondità affatto maggiori. Disturba anche la somiglianza del paggio siriano con la Berta del Barbiere di Siviglia e di Narraboth con il giornalista Mattioli però mi rendo conto che Michieletto sa il fatto suo. Far risalire i comportamenti di Salome a una violenza sessuale subita da bambina può essere risaputo e – oggi – anche di moda. Michieletto però riesce a incastrare solidamente la propria idea nel testo dell’opera così da rendere questo resoconto del tutto logico e filante.

Data questa premessa, la celebre danza dei sette veli è un evento catartico che perde buona parte della sua volgarità e che costituisce davvero il climax dell’opera (l’abito bianco da cui pendono dei fili rosso sangue è indubbiamente una delle immagini più forti e riuscite dello spettacolo).

A una parte visiva di sicuro impatto bisogna aggiungere una resa musicale interessante. Può darsi che Chailly tenga dei tempi un po’ troppo lenti per il mio gusto, ma Siegel e la Watson portano benissimo il ricordo di tanti Mime e Brunnhilde. La seconda è una delle migliori Erodiadi che ricordo, canta sempre, senza i grugniti ad effetto cui si abbandonano normalmente i colleghi, Siegel compreso, seppur con misura e gusto.

Elena Stikhina all’inizio mi ha lasciato freddo (colpa di Chailly?) però nel monologo conclusivo è stata da brivido. So che se fossi stato in teatro sarei svenuto dall’emozione. Purtroppo mi accontento di un video.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/2/2021 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Korngold - Das Wunder der Heliane (Berlino 2020)
20 febbraio 2021
Davvero fantastico ascoltare un’opera per la prima volta, senza sapere cosa accadrà. Me ne guardo bene quindi dall’anticipare qualcosa della trama. Mi limito solo a dire che il vero miracolo è costituito da questa partitura in cui c’è la quantità di note strettamente necessaria, in un’orchestrazione rutilante. Tre blocchi di musica che scorrono ininterrotti, privi anche dei raccordi tra numeri che ancora si trovano nel coevo Richard Strauss.

Io – che sono pedante – non faccio a meno di elencare giudiziosamente i rapporti tra Korngold e gli altri compositori, passati e presenti. Proprio l’inutilità di questo lavoro mostra che ho a che fare con il capolavoro di un grande maestro. Hollywoodiano? Kitsch? Banalmente tonale? Non me ne importa nulla: la musica regge perfettamente la scena e merita di essere ripresa ed accettata, oggi che abbiamo capito che si può adorare il Marteau sans maitre senza rinunciare alle armonie post-wagneriane.

Benedette le mani di Albrecht – di cui ricordo un ottimo Re Kandaules – lodate le gole di Sara Jakubiak, Josef Wagner, Brian Jagde, Okka von der Damerau, Derek Welton, Burkhard Ulrich, Gideon Poppe. La regia si limita a presentarci una sala che evoca il tribunale di Norimberga ed evita trasposizioni confusionarie e inutili, visto che ben poca gente conosce quest’opera.

Dopo tre giorni di streaming gratuito bisognerà attendere qualche mese perchè Naxos pubblichi il DVD.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/2/2021 alle 15:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Romain Gary – Al di là di questo limite il vostro biglietto non è più valido
19 febbraio 2021
Jacques, ex-partigiano divenuto amministratore delegato di una società che ora naviga in cattive acque, fatica a soddisfare sessualmente la giovane amante brasiliana. Lei non sembra curarsene: ama Jacques così com’è e lo vuole sentire. Lui però è molto a disagio. Ne va dell’onore del gallo latino.

Siamo negli anni ’70 – a decenni di distanza dalle pillole blu. Si cercano consigli, impiastri, si gioca di fantasia, di destrezza (con le dita, sì!), ci si consola con l’esperienza e la durata, si mescolano decadimento fisico, finanziario e politico. La decadenza dell’Occidente di Spengler viene commisurata alla vigoria delle erezioni di Jacques. E non è un caso che sia l’Europeo Jacques che lo Statunitense Dooley abbiano lo stesso problema, che non riescano ad ammettere la cosa e che lo scettro del comando, è il caso di dirlo, passi all’Andaluso Ruiz.

Romain Gary è – per quanto mi risulta – l’unico autore che abbia vinto due volte il Goncourt, con il suo nome e con lo pseudonimo di Emile Ajar. Il suo libro è interamente chiuso nella mente del protagonista. Il mondo esterno è una misteriosa apparizione, un fondale per le ossessioni erotiche del protagonista.



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Clemenza di Tito – Vienna 2016
18 febbraio 2021
Ho della regia di Jurgen Flimm un ricordo sfocato, come dei sogni che si stanno dimenticando. Buon segno: posso concentrarmi su una musica che ad ogni ascolto si conferma un capolavoro degno del Flauto magico e della trilogia di Da Ponte. Se la struttura è quella dell’opera seria, la musica ha una vitalità che evita le stasi nell’azione che il pubblico moderno non sopporta, al punto da obbligare i registi ad inventarsi dei riempitivi che evitino al cantante di rimanere piantato come un sedano al centro della scena.

Adam Fischer sprizza gioia di vivere nell’ouverture. Chiari e splendenti i colori dell’orchestra anche quando non si usa il clarinetto scoperto dal tardo Mozart; ottimi i cantanti. Benjamin Burns, che mi era piaciuto alcuni giorni fa con un Don Ottavio molto virile e sicuro di sè, non è stato un imperatore di carta-pesta capace solo di ripetere quanto è buonino. Ottime Sesto e Annio (Gritskova e Albano), debole sui gravi Caroline Wenborne (Vitellia), non pervenuta Hila Fahima, una soubrette non all’altezza delle pretese che Mozart ha per Servilia.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/2/2021 alle 13:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Monaco di Baviera 2021 Franco Cacciatore Weber
17 febbraio 2021
Giustifico appieno Antonello Manacorda che ha adottato su “Leise, leise” un tempo troppo lento per i miei gusti, ma del tutto appropriato quando si ha a disposizione Golda Schultz, una Agathe dalla voce pastosa ed avvolgente. In generale la compagnia di canto della Staatsoper di Monaco di Baviera è proprio buona e offre un Freischütz indimenticabile.

Chi vorrei volentieri scordare è il regista Dimitri Tscherniakov. Osservo distrattamente durante l’ouverture la proiezione delle fotografie segnaletiche dei personaggi con brevi biografie tratte da Linkedin. Il concetto su cui Tscheniakov si basa è la solita azienda di cui Kuno è dirigente e Max, Kaspar e Kilian sono dipendenti. Ormai sono mitridatizzato a queste trovate.

Purtroppo il concetto non si sposa con il testo, rimasto del tutto invariato e quindi dannatamente incongruo rispetto all’idea del povero Dimitri. La gara di tiro è fatta sparando con un fucile su ignari passanti per strada in una riedizione dell’assassinio di Marta Russo; durante il valzer Max saltella emettendo grugniti degni dei servizi di Nadal; ci sorbiamo tutta la storia del Probeschuß, Agathe – pur avendo litigato con il padre – resta in azienda e si sciroppa una Annetta che pur essendo donna emancipata ci ammannisce la sua aria sul giovanotto slanciato – cose che non sarebbero più proposte neppure da Famiglia Cristiana. E nel finale Max uccide realmente Agathe che riappare viva solo in una visione onirica svolta in una surreale luce al neon blu. Anche Kupfer aveva offerto una simile lettura nel celeberrimo Olandese volante realizzato a Bayreuth, ma se allora si violentava solo lo spirito del libretto – è Senta la prima a chiedersi se sta sognando – qui ci si rende conto che il concetto di Tscherniakov è un bussolotto della tombola, appiccicato a caso su un testo estraneo.

Il regista è tutt’altro che incapace: Kaspar posseduto dal demonio che parla con voce diversa quando impersona Samiel è efficace, anche se reminiscente dell’Esorcista; i parlati sono recitati benissimo, con una naturalezza che mi piacerebbe trovare nelle edizioni tradizionali; ha una bella caratterizzazione la Annetta che evoca il cane Nerone. Tutto questo però non basta a salvare un allestimento squinternato che non cerca mai di relazionarsi al libretto di Kind, con cui – per brutto e infantile che sia – dobbiamo comunque fare i conti.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 17/2/2021 alle 9:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Philip Dick - Ubik
13 febbraio 2021
Nel mondo futuro di Philip Dick i morti possono rimanere congelati in uno stato di semivita che, per quanto non eterno, consente loro di comunicare con i vivi e di interagire in certo modo con loro. Il mondo è pieno di persone con poteri paranornali, telepatici, precognitivi, ricompositori del passato… Ovvio che se si vuol stare al riparo da quanti, grazie a questi poteri, cercano di intrudere nella nostra privacy, esistono società che mettono a disposizione dei clienti persone dotate di un potere anti-psi, gli inerziali.

In questo libro, di cui ogni capitolo è preceduto dalla pubblicità del miracoloso Ubik, ci si muove tra poteri e contropoteri parapsicologici, tra vita, semivita e morte. Preferisco non svelare il come, per non togliere il piacere della lettura, però…

Però non è sempre facile capire dove ci si trova, cosa accade e perchè, ma soprattutto lo stile è pesante e ripetitivo. Mi sembra di ritrovarmi nella centesima versione dello stesso romanzo, immerso in un uniforme grigio che rende pleonastici – e quando ci sono, prevedibili – gli ambienti esterni. Non dico che sia un libro brutto, ma forse ho preso una dose eccessiva di Philip Dick.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/2/2021 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Philip Dick - Racconti 1955-1963
10 febbraio 2021
Spesso la storia si svolge nell’oggi in cui – tramite un meccanismo ignoto – si inserisce un’interpolazione del futuro, vuoi la bottegaia che riesce ad andare nel dopo o il servizio assistenza di un oggetto non ancora inventato che giunge nella nostra epoca. Oppure solo poco alla volta ci si accorge che le cose sono simili alle nostre eppure diverse: ci vuol tempo per capire che la governante dei bambini è meccanica e che – addirittura – è programmata per lottare con le colleghe e distruggerle, così da mantenere vivace il mercato.

I racconti di Dick parlano sempre di noi stessi, di una civiltà che abbiamo messo in moto perchè cresca indefinitamente, svincolata dal nostro volere: Autofac è la vicenda di industrie sotterranee che continuano a produrre anche quando mancano le materie prime e nonostante gli umani sopravvissuti cerchino di bloccarle; la già citata governante meccanica, Foster, sei mortoModello 2, sono delle parabole di un sistema che si autoalimenta all’infinito. O quasi: gli androidi di Modello 2 imparano a farsi la guerra, pur riproducendosi in variazioni sempre più complesse.

Se le differenze compaiono solo poco alla volta si capisce perchè le mutazioni riguardino normalmente i poteri mentali, lettura del pensiero, precognizioni (il celeberrimo Minority Report) e molto più di rado investano il corpo – quando lo fanno però, come nell’iniziale Veterano di guerra, offrono a Dick la possibilità di lanciare una ancora attuale stilettata sul razzismo.

E il conclusivo I giorni di Perky Pat, con una umanità semidistrutta da un conflitto atomico, che considera essenziali non i generi alimentari lanciati da Ong marziane ma il giochino a metà strada tra Barbie e Cityville? Con la scoperta conclusiva che però il gioco può attrezzare una persona ad affrontare la vita e migliorare, attraverso il cambiamento?

Anche nella fantascienza la storia parla di noi.




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Idomeneo 2014 Vienna Holten
7 febbraio 2021
L'aria conclusiva di Elettra, che a giudicare da certi interpreti anticipa Santuzza se non addirittura Lulu, nella lettura di Maria Bengtsson e di Eschenbach - ma anche nella regia di Holten - si limita a prefigurare, quando non la vocalità della Regina della Notte, la fatale saetta che Elvira vede piombare sul capo di Don Giovanni.

Adoro Idomeneo, anche tagliato, e se Michael Schade appare sotto-dimensionato rispetto al peso del personaggio le cantanti e il direttore sono perfettamente all'altezza della situazione.

Holten sceglie una regia minimale: un semplice ripiano che riporta la carta geografica dei luoghi in cui si svolge l'azione e che si specchia sul soffitto. Come su una scacchiera, i pedoni che rappresentano i personaggi del dramma, sono poveri elementi di un gioco più grande di loro. Nella prima scena Ilia e i prigionieri troiani sono appesi tramite funi al soffitto, come a rendere la situazione in bilico di questi ex-nemici cui si deve trovare una collocazione. Ed anche se l'amore di Idamante per Ilia giustifica la grazia concessa ai troiani mi sembra di riconoscere in questo gesto un antipasto dell'irenismo di Tito. In quanto tiranno illuminato, Idamante dimostra di essere degno di ascendere al trono di Creta succedendo a un padre la cui figura composita si distrugge al momento dell'abdicazione.




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Alonso e i visionari - Anna Maria Ortese
2 febbraio 2021
Secondo il piccolo Decio che lo battezza, il cucciolo di puma trovato nel deserto dell’Arizona somiglia ad Alonso Torres, servitore argentino che non compare mai fisicamente nel romanzo. Alla morte di Decio è il fratello Julio a entrare nelle simpatie della bestiolina il cui destino però non è chiaro. Una volta giunto a Roma essa vive? muore di morte naturale? è uccisa? risorge? ricompare dopo vent’anni sul confine franco-italiano? E’ mai esistita veramente?

Tutto questo suona assurdo ma pure è tanto logico che il romanzo non potrebbe avere uno sviluppo e una conclusione diversi senza venire meno alla propria natura.

E’ riduttivo considerare questo libro un esemplare in salsa mediterranea del realismo magico. Alonso e i personaggi che ruotano attorno a lui sono la parte più nascosta del nostro essere, quanto più vicino ci sia nella nostra epoca al soprannaturale. Noi, che domandiamo alla scienza – o alla giustizia, impersonata da Camera – la soluzione agli ultimi quesiti, brancoliamo nel vuoto, tenendo in mano la pelle rinsecchita di un animale che potrebbe essere un puma come un qualsiasi cane randagio. L’aporia in cui sembra finire il libro è l’immagine di un mondo in cui le Divinità – poco importa se laiche o religiose – sembrano tacere. A meno che non si sia visionari.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/2/2021 alle 8:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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