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SottotettiGiuseppe
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Impossibile intervista a Proust su Rai5
28 gennaio 2021
Sulla scogliera di Balbec il Narratore e le fanciulle in fiore discutono il tema di francese scritto da Gisèle – una lettera che Sofocle scrive dall’oltretomba a Racine dopo la prima di Atalie. Anche gli autori delle interviste impossibili a scrittori del passato proposte da Rai5 non sanno se rivolgersi al loro interlocutore con Signore, Caro Signore oppure semplicemente Marcel. E passata questa preoccupazione devono mettere in evidenza le citazioni fatte durante le lezioni dall’insegnante – i pareri di Adorno e Kundera.

Su Jean Santèil (sic! ma possibile che non si trovi qualcuno in grado di pronunciare il francese in modo passabile?) si manca clamorosamente il bersaglio. Non passa per la testa ad alcuno che il fallimento di questo romanzo incompiuto sta proprio nel fatto che il protagonista non è un Narratore ma lo stesso Proust che non riesce a prendere il volo (quante metafore aviatorie nella Recherche!) verso la sublimazione dei personaggi e delle loro vicende. Jean e Marcel sono la stessa persona, ciò che non si può affatto dire di Marcel e del Narratore.

Bisognava avere il coraggio di far parlare lo scrittore, consentirgli di spiegare che è bastato fondere i ricordi di Auteuil e Illiers in Combray per dare all’infanzia una profondità epica, con il campanello – assente a Illiers! – indispensabile per fornire un leitmotiv a Swann e creare le corrispondenze che chiudono l’arco del Tempo Ritrovato.

Molto più interessante il filmato INA andato in onda sulla RTF a fine anni ’50 che non sa affatto di libresco. E poi, pieno com’è di testimonianze di prima mano avrebbe dato fulgore a un programma in cui Proust è diventato protagonista di una lezione di diplomificio. Come nessuno si occuperebbe di Charles Haas se non fosse per le somigliamze trovate fra lui e Swann così non verrebbe alcuna voglia di leggere la Recherche dopo questo insipido manicaretto da micro-onde.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/1/2021 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Maestri cantori italiani - Torino 1962
27 gennaio 2021
“Viva il germano cantore!” proclama il coro festante al termine della registrazione. E’ inutile spendere tempo sui limiti delle traduzioni ritmiche, come sugli inevitabili tagli. Giusto segnalare che il compilatore del filmato youtube nella seconda parte della scena tra Sachs e Walther del terzo atto passa alla versione definitiva del Preislied per poi rientrare in carreggiata a livello del concertato conclusivo dopo il trillo di Eva. Molto verosimilmente gli mancava tutta la sezione in cui nasce la canzone di Gualtiero (sic!).

Ma che importa? Ci sono dei cantanti che – mirabile dictu! – cantano. Dopo aver sentito il vergognoso Oro del Reno confezionato da Philippe Jordan in cui ci si esprimeva latrando ecco un Giuseppe Taddei dalla voce piena, calda, sensibile, capace di servirsi del banale canto, come facevano Ridderbusch e Stewart. Questo Sachs dà lezione di canto anche a noi ascoltatori, non solo a Luigi Infantino il quale dopo uno stentoreo Fanget an! passa al favoloso piano in cui descrive il progresso della primavera. E poi, che bel registro tenorile, naturale, senza l’efebica capponaggine dello sciagurato Floriano.

A me non piace che i melismi nella parodia di Beckmesser siano articolati quasi in staccato: il personaggio è già bastantemente ridicolo senza ulteriori sottolineature. Però quando si trattava di bastonare l’ebreo Wagner non si risparmiava nulla e Renato Capecchi ha un timbro sufficientemente chiaro e – soprattutto – l’intelligenza necessaria per dosare i diversi registri espressivi – parlati o cantati che siano.

Lascio da ultimo Lovro von Matacic perchè è commovente la cura con cui viene letta questa lunga e complessa partitura. Si capisce subito che ci troviamo davanti a un direttore superlativo. si noti la precisione di agogiche e dinamiche nell’ouverture. Il mio pallino però resta il preludio terzo, una chiara imitazione del primo movimento dell’ opera 131 di Beethoven – non a caso considerato da Wagner la descrizione della giornata-tipo di un artista. Dopo la parsifaliana morbidezza (sanft) degli archi, la prima entrata degli ottoni ferisce le orecchie con uno sforzato segnato e ribadito in partitura. La terza volta però è un pianissimo in cui i tromboni hanno una dolcezza che al compositore sarebbe piacuta molto. Mirabile! Sono quei tre minuti che valgono da soli le quattro ore abbondanti di questi germani cantori.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/1/2021 alle 9:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Jean D'Ormesson - Dirò che nonostante tutto questa vita fu bella
25 gennaio 2021
Un’autobiografia che, pur partendo dall’infanzia per giungere all’oggi, non disdegna salti spaziali e temporali che spezzano l’ordine cronologico per seguire invece la libertà del filo logico interiore creato dalla conversazione con un ospite immaginario seduto in salotto davanti a D’Ormesson.

C’è il gusto per l’aneddoto, il dettaglio in cui si trova il quadro d’insieme, il saporito chiacchiericcio del pettegolezzo, la storia di una nobiltà che si impolverisce in un mondo che non distingue più duchi da principi – e che non si cura del resto di genealogie.

Il problema di questo libro sta però nella scelta dell’interlocutore. Dato per scontato che per non scrivere una autobiografia tradizionale l’autore ha dovuto adottare una struttura dialogica, D’Ormesson decide di parlare a un alter ego cui viene affidato il ruolo di giudice. Di che? Della vita dell’autore? Del suo carattere? E su che basi? Perchè noi sentiamo solo la difesa di D’Ormesson e l’accusa non può essere fatta in modo credibile da chi dovrebbe giudicare. Alla fine questo io-giudicante è stucchevole e pleonastico al punto che non mi spiace quando viene portato via – purtroppo solo nelle ultime pagine del libro.

Però… se seguissi il decalogo di Pennac e saltassi le parti dell’alter ego verrebbe una lettura molto rinfrescante.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/1/2021 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Saahriaho - La passione di Simone
22 gennaio 2021
Opera lirica o oratorio? È una domanda che potrei pormi anche di fronte a molti lavori di Händel e che diventa stucchevole di fronte a musica di così alta qualità.

Questo lavoro racconta i momenti cruciali della vita e del pensiero di Simone Weil. Il tutto presentato come un “racconto della passione” al contempo freddamente oggettivo e ricco di pathos.

Ovvio che sulla parola “morte” non si può passare dal maggiore al minore, come avrebbero fatto tanti musicisti del passato. Ma la comparsa del coro crea un effetto di rottura ugualmente forte. I metallofoni e certi ostinati della stazione dedicata al lavoro in fabbrica evocano gli incudini del Rheingold; poco dopo la melopea dell’oboe ha echi tristaniani, come pure la tromba con sordina su un tappeto di sonorità liquide mi riporta al preludio di Parsifal. Ma perchè rinunciare ai secoli di storia musicale alle nostre spalle?

Kahia Saariaho lavora su un materiale statico, che rimanda sia a Parsifal che al Francesco d’Assisi di Messiaen. E non solo per il tema mistico-filosofico. Anche se questo lavoro dura poco più di un’ora, il tempo scorre lento. Non c’è voglia di correre. Ci si sofferma sui dettagli di un percorso umano e trascendente che si dipana sulle quindici stazioni di una Via Crucis. C’è pure, sul parallelo tra l’età di Simone Weil e quella di Cristo, un martellato che rimanda alle stimmate del Francesco di Messiaen e al Crucifixus della Missa Solemnis di Beethoven.

È musica ricca, offerta in una sontuosa veste sonora da Anne Sophie von Otter e dall’Orchestra Reale Svedese diretta da Christian Karlsen. Il video si trova sul canale Youtube di Opera Vision.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/1/2021 alle 8:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Simenon - Europa 33
20 gennaio 2021
Si tratta di una serie di articoli e fotografie pubblicate - appunto nel 1933 - sulla rivista Voilà. Ritrovo l'asciutta pregnanza di Simenon, gli scatti umorali, la voglia di non fermarsi alla superficie delle cose. 

E' facilissimo vedere delle analogie con l'Europa descritta in questi reportage e quella che riempie le attuali cronache giornalistiche. Il revanchismo dei paesi baltici e della Polonia nei confronti del modello costituito dalla matrigna Francia può ad esempio far comprendere l'atteggiamento dei paesi di Visegrad che con una mano prendono abbondanti aiuti dalla Unione Europea e con l'altra sfruttano il proprio diritto di veto per impedire interferenze sulla loro concezione dello stato di diritto. Ed anche la pressione osmotica esercitata nel '33 dai poveri dell'Est sull'Europa occidentale è la stessa che alimenta i disperati ammassati in Bosnia o nei campi profughi libici.

Simenon descrive la fame nera, cronica, la disperazione di chi è rimasto ai margini ed è costretto da quelli che oggi definiremmo populisti  a credere che la salvezza si trova nell'autosufficienza, nell'autarchica chiusura dei confini. Ci sono stati momenti in cui i piccoli paesi sono stati grandi: è dunque naturale che si voglia rendere  di nuovo grande la Lituania o la Polonia o, perchè no, gli Stati Uniti.



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I miserabili del XXI secolo
18 gennaio 2021
Il quartiere che circonda la stazione sud di Bruxelles è identico a qualsiasi altra parte della città. Basta però guardarmi attorno per vedere che è abitato solo da africani. Ceno per 10€ a base di pesce freschissimo e ottimo alla stessa tavolata degli indigeni come se facessi parte della comunità locale. Anche a Tolone, a poche centinaia di metri dalla cattedrale, mi sembrava di passeggiare per Algeri. Ma non ho mai messo piede nelle periferie delle case popolari non molto migliori delle nostre.

Sono luoghi i cui abitanti, discendenti di chi giunse in Europa nel dopoguerra, sono più francesi – o belgi – di me. Non a caso il film si apre con i ragazzini che tifano per i “bleus” in un tripudio di tricolori.

Sono gli stessi ragazzini che nel finale mettono in scacco tre poliziotti rei di avere sfigurato uno di loro con un colpo di pistola. Cominciano con pistole giocattolo ad acqua e sapone, continuano con carrelli del supermercato lanciati per le scale. Si termina con la molotov in mano al giovane sfigurato.

La lancerà? Rinuncerà a usarla? Lo schermo si oscura su questa immagine. Perchè il film non prende posizione. Chi ha ragione? La comunità in cui il sindaco di colore cerca di gestire come in un paesone la povertà quotidiana, unico contro-potere ai fratelli musulmani? O la polizia, indecisa tra il buonismo legalista di Stéphane e il bullismo di Cris? In fondo sono tre poliziotti stressati che debbono contrastare la “racaille” armata di disperazione e rabbia.

Questi moderni Gavroche sono l’onda di marea che travolge le forze dell’ordine come il locale sindaco, massacrato di botte nella tromba delle scale.




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Nozze di Figaro ginevrine
12 gennaio 2021
Il dettaglio illuminante giunge al secondo atto. Cherubino, scambiati alcuni inequivocabili sguardi languidi con Rosina, posa il capo sul grembo della contessa. La donna, gli occhi alzati al cielo, come le sante di Francesco Cairo, geme in orgasmica estasi “Chi bussa alla mia porta?”. Evidentemente non si riferisce al marito che sta tentando di aprire la stanza ma a Cherubino, desideroso di entrare nel suo corpo (La madre colpevole ci informerà che il paggio ha messo incinta la contessa).

E nel quarto atto basta levare l’aria di Don Bartolo perchè Il capro e la capretta e Aprite un po’ quegli occhi vengano uno dopo l’altro, due visioni alternative – una femminile e l’altra maschile – del mondo.

Tobias Richter non ha saccheggiato un negozio di elettronica nè traspone la vicenda ai giorni nostri perchè ha l’intelligenza di leggere il testo di Da Ponte con occhio moderno. Gli basta dunque poco per intravedere – suppongo in tutta la trilogia mozartiana – la storia di una attualissima guerra tra i sessi in cui sono i maschi a soccombere. Il piano di Figaro viene ripreso e rivoltato da Susanna e Rosina che fanno ciò che vogliono dei propri compagni. Non si tratta più di difendere una verginità (L’onore! Dove diamin l’ha posto l’umano errore!) ma la dignità del povero sesso da questi ingrati a torto oppresso.

Con Marko Letonja e l’orchestra della Svizzera Romanda abbiamo un Mozart brioso e leggero. Non una frettolosa corsa all’abisso ma il giusto equilibrio di riflessione e risata, lirismo e sberleffo. Grande orchestra, ottimi cantanti. Uno spettacolo divertente, profondo e ben riuscito.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 12/1/2021 alle 8:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lidia Bramani - Le nozze di Figaro
12 gennaio 2021
Per aver letto due libri sono convinto di sapere tutto su Mozart, ossia che il compositore non è il semi-deficiente dipinto da Milos Forman e che Silla, Alessandro e Tito mostrano l’ideale settecentesco del despota illuminato. Ma come don Alfonso, Lidia Bramani mi mette il ditino in bocca. L’analisi dei libri e delle idee – filosofiche e scientifiche – che circolavano in casa Mozart mostra che l’adesione alla massoneria non è di comodo nè opportunistica ma la consapevole scelta dei valori che rendono la vita degna di essere vissuta.

Ero balordo a pensare che lo Zauberflöte fosse un antesignano di Attenti a quei P2 e debbo riprendere in mano tutto il teatro di Mozart, compreso il rousseauiano Bastien und Bastienne. Da questo libro sbuca l’immagine di un artista molto più sfaccettato e moderno di quanto si creda, come del resto è evidente da regie innovative come il Così fan tutte firmato da Haneke o le più recenti Nozze di Ginevra.

Quaranta anni fa Dominique Jameux consigliava su France Culture di leggere, anche balbettando, le partiture. Da esse si ricavano più informazioni che da qualsiasi libro sulla musica. Certo che se la signora Bramani accetta di prenderci per mano, battuta per battuta, indicandoci i punti di svolta, il modo con cui ogni nota esprime un senso anche extra-musicale, tutto diventa un viaggio corroborante. Pur essendo meno atletico di uno statale sedentario, quando vado in montagna capita di prendere qualche sentiero accidentato e stretto, di dover decidere di tornare sui miei passi e fare deviazioni dalla strada più breve e rapida, ma quando arrivo alla vetta sento di aver vinto anche contro me stesso e mi sento felice come quando chiudo questo libro.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 12/1/2021 alle 8:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Anello del Nibelungo sconcertante a Parigi
9 gennaio 2021
Causa pandemia, l’Opera parigina ha dovuto rinunciare all’allestimento del bieco Calixto per una versione da concerto eseguita a porte chiuse per i microfoni di France Musique.

E già cominciamo a piazzare male questi microfoni: non so infatti come giustificare altrimenti il coro delle Valchirie che scompare nel marasma orchestrale, per giunta dominato – perchè mai? – dai trilli dei flauti.

Vero che durante il prologo sono rimasto allibito dalla pochezza e approssimazione dell’orchestra. Il capolavoro è stata l’entrata dei timpani con una battuta di anticipo su “Von der Wassertiefe wonnigem Stern”. E ovviamente, dato che si è sbagliato a contare ed Armin Jordan doveva avere la testa altrove, il tessuto ritmico è terminato una battuta prima. Poco male, se ne accorge giusto qualche sprovveduto che passa il tempo a seguire la musica in partitura. Ma attacchi in forte quando il compositore indica il pianissimo? Crescendo casuali, talvolta esagerati, talvolta inesistenti?

Non mi sembra però un caso che il primo atto della Valchiria sia stato una delle parti meglio riuscite di questo Ring: erano in scena dei cantanti capaci (Davidsen, Groissbock e Skelton, così come il giorno dopo Siegel e Schager erano rispettivamente Mime e Sigfrido). L’Anello parigino crolla sulle voci.

Che dire delle due Brunnhilde che ci sono state proposte? Martina Serafin era agghiacciante già nelle prime battute del secondo atto della Valchiria. Si capiva subito che la poverina non era in grado di affrontare una scrittura vocale tanto perigliosa e tutto il prosieguo è stato un incubo in cui non so assolutamente scegliere cosa fosse peggio. Perdono la Davidsen se parla su “rette die Mutter”. Si può comprendere la stanchezza accompagnata dallo sconcerto per una partner inadeguata. E tra l’altro in tutto questo Ring c’è la tendenza al parlato espressivo. Un brutto vizio approvato dallo stesso Wagner (la Schroder-Devrient che parla in Fidelio sul celebre “und du bist Tot”) che però non era sordo… non a caso egli stigmatizza la stessa Devrient che usa questo espediente per celare una vocalità in disarmo. A Parigi la battaglia non è neppure iniziata: basta arrivare al sol4 perchè la voce della Serafin zoppichi .

Se la Serafin mi è parsa mediocre è impossibile parlare della Merberth che guaisce e bela penosamente nelle due ultime giornate. “Ewig war ich” mi è parso davvero eterno, sgrammaticato, sguaiato. Assurdo. Non che il suo partner se la sia cavata tanto meglio, ma al confronto con lei avevamo Windgassen redivivo – pure Paterson poteva passare per il novello Hans Hotter. Wagner sosteneva di non saper ornamentare una linea di canto. Pur non osando contraddirlo – ci mancherebbe! – noto che ogni tanto, nei momenti topici, ci mette degli elementi belcantistici. Quando la povera Brunnhilde percorre una malinconica linea melodica che scende di una ottava da un sol bemolle all’altro per dire “Er zwang mir Lust und Liebe ab” Wagner inserisce sul si naturale di Liebe un trillo che si prolunga per una battuta e mezza per risolversi sul si bemolle. La povera Ricarda giunge ad “ab” senza più fiato. Non è solo la fine di un amore ma soprattutto la morte di una voce che ci ha dato tanti bei momenti. Che senso ha sciupare una gloriosa carriera in una immolazione che offre solo la pallida immagine della cantante di un tempo?

Un Ring che mette tristezza, non solo per le condizioni di realizzazione pratica.



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Cosa resta della rivoluzione?
6 gennaio 2021
A trent’anni dalla fine del comunismo, colpisce trovare ancora dei maoisti, ancora impegnati nelle riunioni del collettivo. E dire che oggi più che mai sarebbero evidenti le contraddizioni del capitalismo…

Ma i sessantottini che stavano imborghesendosi già alla mia epoca oggi licenziano a tutto spiano per garantire gli utili ai pochi noti mentre la crisi raggiunge il grosso della popolazione… compresi gli ex-sessantottini imborghesiti.

Questo film mescola la leggerezza della commedia con la spietata amarezza per una situazione sociale che si deteriora continuamente. Non offre soluzioni, non emette giudizi. Fotografa la vita di oggi, il contrasto fra ideali e realtà, la chiusura nel proprio particolare, al di fuori di ogni velleità rivoluzionaria.

Perchè per essere rivoluzionari bisogna in qualche modo pensare agli altri e nessuno ha voglia di uscire realmente dal proprio mondo piccolo se non altro perchè il mondo grande non assicura alcuna certezza e si premura anzi di smentire i nostri proclami.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 6/1/2021 alle 8:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Bruno Morchio - Dove crollano i sogni
1 gennaio 2021
Dopo tanti secoli, quando si parla di giallo, siamo sempre fermi a due schemi. L’impianto di Sofocle (Edipo Re) prevede che sia l’investigatore che il pubblico ignorino il nome del colpevole; nel modello Dostojevskij (Delitto e Castigo) noi aspettiamo che l’autore – conosciuto fin dall’inizio – del misfatto, ceda, venga smascherato o riesca anche a farla franca.

In questo romanzo Morchio segue la seconda linea. Ramona, detta Blondi, alla soglia della maggiore età spinge il fidanzato a uccidere lo zio per appropriarsi dell’eredità e fuggire nel Costa Rica. Il racconto, in prima persona, sfrutta appieno la gergalità usata dai ragazzi di oggi e sembra essere, specie nella prima parte, il pretesto per descrivere la vita dei quartieri all’ombra del ponte Morandi che – come sappiamo – crollerà alla fine del libro.

Il libro preferisce soffermarsi sul privato dei personaggi anzichè parlare di quanto sia stato traumatico il crollo del Morandi per certe zone già di per sè disastrate. Proprio per questo evito la ricerca di significati simbolici dell’evento e mi concentro su una storia ben scritta e interessante.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/1/2021 alle 8:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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