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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Munari alla fondazione Riccardi di Rivanazzano (PV)
28 maggio 2019
Nella propria valigia Munari assieme a dentifricio e pigiama metteva pure una scultura da viaggio come questa, adatta per un bagaglio a mano di Ryan-Air, ma che renderebbe vivibile anche la camera del Grand-Hotel di Balbec in cui tanto soffrì il Narratore della Recherche.

Il concetto importante per me è che l'arte deve abbandonare il mondo super-uranio in cui l'abbiamo infilata per farle ritrovare la nostra quotidianità. Basta con oggetti da rimirare in lontananza, protetti da vetri ed allarmi. Si provi invece a camminare in un ambiente non molto grande, familiare, in compagnia del proprietario di casa che prende in mano una "Macchina inutile", la rigira e discute con te su quale disposizione sia migliore. Allora succede che un piccolo numero di opere esposte come si deve rispetti lo spirito di Munari molto meglio di qualche gigantesca retrospettiva che pretende di esaurire un creatore poliedrico e originale.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/5/2019 alle 4:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Daphne - Kempe 1950
26 maggio 2019
Si tratta della registrazione radiofonica di uno spettacolo dal vivo. Qualità audio buona, ma non eccelsa: il suono tende a saturare in modo fastidioso, specie nei concertati - spesso troppo confusi.

Se non mi entusiasmano i legni dell'introduzione, trovo bellissimo il finale, di chiarezza bouleziana ed espressione contenuta. Più che la partecipazione emotiva alla metamorfosi di Daphne sentiamo lo stupore per il fenomeno naturale descritto.

La voce di Gudrun Wuestemann, leggera, da Zerbinetta, aiuta bene la resa delle fioriture di una parte impervia e leva l'aspetto matronale da copia-carbone della Marescialla. Questa Daphne agisce in modo istintivo, da ragazzina adolescente. Come la Diemut di Feuersnot rifiuta il sesso, ma al contempo non è insensibile al corteggiamento da parte di Apollo - si veda lo stupore di fronte alla muscolatura del Dio! - anche se poi preferisce l'amore di un essere umano (si anticipa la scelta di Danae in favore di Midas).

Anche Gea (Helena Rott) è relativamente chiara, quanto meno priva di certi accenti caricaturali da vero uomo. Sublime Gottlob Frick (Peneios) ma discutibile Helmut Schindler. Quest'ultimo ha una voce degna di Erode più che di Sigfrido. Funziona benissimo se si deve presentare nelle vesti di semplice pastore, ma non riesce ad esplodere in squilli eroici quando si tratta di impersonare il Dio Apollo. Per lo meno mi è parso che la sua dinamica fosse affatto piatta e ho spesso rimpianto la ricchezza timbrica di James King . Vero che con Bohm siamo in una registrazione stereofonica ben più lusinghiera, però Werner Liebing è un Leukippos molto sfaccettato, pieno di sottigliezze espressive che fanno di lui la vera divinità di cui qualunque creatura si innamora.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/5/2019 alle 1:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Citazioni wagneriane
22 maggio 2019
Il primo compositore che cita nelle proprie musiche temi wagneriani è proprio Wagner. L'atmosfera dei Maestri Cantori si incupisce all'improvviso quando l'incipit del Tristano accompagna l'evocazione del destino di Re Marco, ma anche il tema del cigno di Lohengrin viene riciclato in Parsifal.

Al nostro Peppino Verdi non deve esser parso vero di rendere musicalmente l'idea di una giornataccia nera con il tema di Klingsor dal Percivalle (così il titolo italianizzato della partitura presente a Villa Sant'Agata). E se vogliamo divertirci basta, nel Golliwoog's Cake-walk, il Tristano in versione café-chantant, con tanto di risatine al registro acuto del pianoforte.

Nel primo interludio di Pelleas, il ritmo del tema di Golaud si trasforma in quello della marcia dei cavalieri del Graal. Débussy era stato più volte a Bayreuth, ne era tornato entusiasta. Eppure, se si vuole percorrere una propria strada originale è indispensabile il distacco dai maestri - Pasolini, in Uccellacci e uccellini, sostiene che li si deve mangiare in salsa piccante. Così questa citazione nel Pelleas diventa l'estremo addio a un maestro prima di addentrarsi in un'opera nuova che prende le distanze da lui.

Richard Strauss invece è sempre rimasto fedele a Wagner, anche contro il proprio padre, cornista molto abile che aveva litigato con il Signore dell'Anello. Se Guntram si muove sul sentiero del post-wagnerismo, il successivo Feuersnot ha un aspetto del tutto diverso: un breve atto unico, leggero, di tono satirico, anti-eroico. Il Wagner cacciato dalla porta vi rientra però dalla finestra: il libretto fa riferimento alla cacciata di Wagner da Monaco di Baviera e cita - seppure in un calembour - il nome del compositore (Da triebt ihr den Wagner aus der Tor...); in più la partitura inserisce i temi di Walhalla e giganti.

Potrei parlare di Berg che mette nel finale della Suite Lirica il Tristano (inevitabile nel racconto della storia d'amore con Hanna Fuchs) o di Schonberg che fa cantare al tenore "schmecktest du mir ihn zu" in Da oggi a domani.

Preferisco però concludere con Britten. Quando Sid versa del gin nella limonata destinata al puro e tonto Albert Herring compare, in tono chiaramente parodistico, il filtro tristaniano che scivola via in un frizzare di bollicine. Quelle stesse bollicine dello champagne con cui festeggio oggi il compleanno di Wagner




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/5/2019 alle 4:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Così fan tutte a Losanna 2017
20 maggio 2019
La distribuzione dei ruoli femminili in "Così fan tutte " e "Don Giovanni" è identica. La soubrette Despina/Zerlina contrapposta alle protagoniste Fiordiligi/Dorabella Anna/Elvira. A noi piace differenziare il colore delle voci e affidare uno dei due personaggi femminili a un mezzo però non ci vuol molto a capire che Mozart richiede alle due protagoniste le stesse capacità vocali. Ecco dunque che Valentina Nafornita fatica a gestire il registro grave in "Per pietà, ben mio, perdona" e Stéphanie Guérin si assottiglia pericolosamente sulle note acute di "Amore è un ladroncello. Sono due ragazze giovani, avranno tempo per crescere...

La sento male invece per Bruno de Simone, un Don Alfonso dal registro chiarissimo - a mio gusto troppo per un filosofo - e molto leggero. Nel secondo atto il filo di voce del poveretto è ormai finito e la quartina "Tutti accusan le donne" pare infinita. Uno strazio. Molto bravi gli altri due maschi (Joel Prieto e Robert Gleadow) e Susana Cordòn - tutti molto aiutati dalla regia che aggiunge pepe alla loro recitazione e nasconde qualche piccola inesattezza di lettura.

In fondo questo spettacolo, a parte i prevedibili smart-phone e tecnici televisivi (un Grande Fratello operistico?), si lascia vedere bene



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/5/2019 alle 2:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Orgoglio svizzero al LAC di Lugano
17 maggio 2019
Come odio gli spocchiosi secondo i quali l'orologio a cucù è l'unico lascito elvetico all'umanità. E se anche li portassi a Lugano a vedere la selezione di dipinti svizzeri di proprietà della Fondazione Keller non farei cambiare loro idea.

Mi farebbero subito osservare che Segantini è italiano, anche se nel pannello centrale del Trittico della natura si riconosce benissimo il lago attorno a cui si stende Sankt Moritz. Osservo con gioia la bellissima ragazza che tiene in braccio l'infante nella prima tela. Potrebbe benissimo essere una "Madonna del Villaggio". Mi colpisce però che il suo mantello sembri fondersi con il paesaggio, a confermare che uomini, prati e montagne sono tutt'uno.

E sento la presenza umana anche in questo Giacometti. Gli uomini si sono rifugiati dentro le case, incapaci di sopportare questa luce e questo calore mediterranei. Sento la pietra del ponte bruciare sotto le mani, il collo arroventato e paonazzo dalla vampa del meriggio.

Invece non ho bisogno di vedere gli alberi spogli in riva al lago di Ginevra: il fluido cielo pallido mi fa capire che Hodler ha fotografato una di quelle giornate limpide ma fredde che l'inverno regala, anche sulle sponde di qualche nostro fiume.

E' stucchevole fare l'elenco delle opere: un Serodine mi annuncia che oggi Siviglia è a casa mia; Bocklin offre l'immancabile isola dei morti ma anche una ninfa bianca che gioca con dei fiori mentre un bruno satiro le volta le spalle - grande virtuosismo in cui la pittura ad olio ha la trasparenza dell'acquarello; i palloncini cittadini di Vallotton; visioni di montagne e tempeste, ma anche - subito in apertura - una assemblea comunale improvvisata. Perchè se l'orologio a cucù è un'importazione della Foresta Nera la democrazia diretta ha un marchio di fabbrica rosso-crociato che rende onore al paese.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 17/5/2019 alle 4:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La scatola nera di Amos Oz
13 maggio 2019
Dopo anni di silenzio Ilana contatta l’ex-marito Alec per chiedergli un aiuto. Economico, ma non solo: il loro figlio Boaz è un gigante violento che ha abbandonato gli studi e non è finito in galera solo perchè alcuni amici di Michel – il secondo marito di Ilana – sono intervenuti.
Il romanzo è una successione di lettere e telegrammi che circolano tra Ilana, sua sorella, Alec, Michel, Boaz (incapace di scrivere una frase senza errori di sintassi e ortografia) e gli avvocati.
Non ho una grande passione per i romanzi epistolari. Mi rendo conto però che il libro si legge bene. Intravedo rapidamente tra le righe che i personaggi non sono esattamente come appaiono e che è sempre prematuro ed azzardato giudicare gli altri: nessuno infatti è completamente malvagio. Prima della fine del libro ognuno avrà occasione di dare il meglio di sè.
Non è buonismo, è ottima letteratura



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/5/2019 alle 6:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gerard Reve - Le sere
10 maggio 2019
Il libro racconta le giornate di un giovanotto olandese, Frits, dal 22 dicembre alla notte di San Silvestro del 1946.
Lo fa con precisione cronometrica, dal risveglio fino alla notte. E sono le sere e le notti a concentrare l’attenzione dell’autore: il rito delle cene, dei discorsi dei genitori, gli amici, il cinema, le chiacchiere e le barzellette.
E poi ci sono gli incubi notturni, ossessionanti. Davvero continuano quando Frits si riaddormenta?
Il ragazzo sembra avere quanto meno un disturbo di personalità: se è in compagnia deve parlare in continuazione, poco importa se per dire sciocchezze e storie inverosimili. Sembra che l’importante sia evitare il silenzio, il vuoto della conversazione in cui – fatalmente – si è costretti a stare in compagnia di se stessi.
Sicuramente Frits è un ossessivo-compulsivo, ha dei riti da compiere – non solo per evitare i sogni, pena inutile, ma anche per affrontare l’esistenza. Uno dei suoi pallini è la calvizie: è il suo tema preferito; è convinto che tutti gli uomini che gli sono di fronte siano destinati a perdere precocemente i capelli e il tema cui ritorna più frequentemente è il modo corretto di preservare cute e peli. Ma anche per il proprio corpo egli ha una ossessione maniacale: si spoglia e si osserva attentamente allo specchio, che si piazza anche tra le gambe per rimirare il proprio ano (che, per inciso, non gli piace affatto).
Questo libro è una specie di Grande fratello nella vita di una persona. Non c’è una trama precisa, solo una tranche de vie inquietante perché, in fondo, ci si riconosce nelle insicurezze, nelle paure e manie, nonché nel vuoto dell’esistenza di Frits.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/5/2019 alle 6:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Molti modi di visitare villa Necchi-Campiglio
6 maggio 2019
Mi viene istintivo appoggiarmi al corrimano per fare le scale. Ma mi fermo in tempo: la ringhiera è davvero troppo bella per metterci sopra le mie zampacce.
La famiglia Necchi-Campiglio era danarosa quanto basta per commissionare a uno dei primi architetti dell'Italia ante-guerra una villa su quattro piani con parco, piscina e campo da tennis a due passi da Corso Venezia a Milano. Non si bada a spese: solo le spesse lastre di marmo che hanno foderato i bagni padronali devono essere costati un occhio della testa sia come materiale che come messa in posa.
E per me, che oggi la visito grazie al FAI, villa Necchi-Campiglio offre almeno tre livelli di lettura.
Il primo è la curiosità di conoscere la vita dei rich and beautiful nostrani. La servitù gallonata, il cibo che un montacarichi porta dalle cucine alla stanza in cui si allestiscono i piatti da servirsi in una sala da pranzo foderata da un materiale che assorba l'odore del fumo, gli armadi pieni di cappotti, foulard, cappelli e borsette... tutta roba rigorosamente firmata che evoca sant'Ambrogi scaligeri. Però anche salotti borghesissimi, con libri che avevo comperato anche io tramite il Reader's Digest. Chissà se c'era pure il televisore.

Poi c'è il livello dedicato agli appassionati di architettura: le soluzioni di arredamento, le arti applicate, porte e finestre a scorrimento, figure geometriche, incrostazioni di materiali diversi - e di pregio - i soffitti stuccati, rigorosamente in bianco a piano terra, rosati sul corridoio del reparto notte, le soluzioni adottate per la climatizzazione, la disposizione delle stanze...

E infine si può visitare Villa Necchi-Campiglio come se fosse un museo. Da quello che ho capito la maggior parte delle opere esposte è stata donata da collezionisti.
Mi è venuto un tuffo al cuore vedendo nel parco l'addormentato di Martini. L'amante morta che troneggia nell'ingresso è ancora più bella. Non solo il saggio uso della cromia - che tra l'altro si adatta perfettamente all'ambiente - ma anche la bella trovata di questa figura ieratica chiusa nel proprio dolore intimo, tanto da non notare neppure la stupenda famiglia di Sironi che sta sulla parete alla sua destra. C'è una totale armonia tra ambiente, statue e dipinti.
L'ultimo piano, usato per mostre temporanee, ricostruisce fino a metà settembre la collezione di Vittorio Fossati Bellani. Il centro dell'attenzione è costituito da De Pisis. Mi ha turbato assai un san Sebastiano grondante sangue
C'è un fortissimo contrasto tra lo sfondo idilliaco e la sofferenza fisica del santo, le cui piaghe aperte nutrono la terra scura. Ed è anche stupendo il giovane Bacco (che, da stordito qual sono, ho preso a tutta prima per un Mercurio) usato per la locandina della mostra.

Non c'è però solo De Pisis. Che bello questo Savinio!




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 6/5/2019 alle 8:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Goldoni - Le memorie
2 maggio 2019
Sono saltato sulla sedia leggendo queste memorie quando ho scoperto che Goldoni elogia una certa signorina Clairon, ottima e celebre artista. Incomincio a considerare da un altro punto di vista il "Capriccio" di Strauss. Non mi stupisce che Goldoni sedesse al Cafè de Foi, ma rimango di stucco scoprendo che a teatro gli è parso che le opere fossero tutte recitativi, un paradiso per gli occhi, un inferno per le orecchie - quest'ultima una dichiarazione fatta realmente per lo scandalo degli uditori.
 
E' chiaramente riduttivo cercare in queste Memorie i riferimenti a quanto Krauss e Strauss hanno scritto alcuni secoli dopo. Il vero piacere è nel tono medio, sincero e banale con cui l'autore racconta la propria esistenza. Ci saranno certo inesattezze, sbagli grossolani, anche ritocchi a una realtà sgradevole. E' impossibile che in ottanta anni manchino dettagli sbiaditi o addirittura da correggere. Eppure mi piace la sincerità con cui l'autore ammette di non condividere il giudizio - positivo o negativo - del pubblico. Ci sono lavori in cui Goldoni sperava molto che sono caduti e commedie nient'affatto perfette che pure hanno ricevuto il plauso generale. Succede: ma il pubblico ha sempre ragione e non lo si discute.
Particolarmente interessante l'ultima parte delle memorie, in cui l'autore descrive in dettaglio la vita parigina. Se pensiamo che Goldoni ha vissuto il periodo tra la guerra d'indipendenza americana e l'inizio della rivoluzione francese, con la comparsa della modernità - giornali, pompieri, polizia urbana, carrozze a nolo... abbiamo la possibilità di leggere le prime impressioni che un uomo colto e arguto ha avuto di invenzioni che per noi sono oggi normali.
 
E non mancano incontri e resoconti di personalità importanti: Vivaldi, Voltaire, Rousseau, Beaumarchais, Alfieri.
 
Queste memorie sono gustosissime. Si leggono con piacere e rapidamente ed aumentano la simpatia che già provavo in precedenza per Goldoni.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/5/2019 alle 6:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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