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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Foggia
29 aprile 2019
Foggia è stata distrutta da un terremoto nel 1731. E' dunque ovvio che lo stile predominante sia un barocco severo e che io faccia fatica a trovare nella cattedrale le tracce del romanico ma perchè bisogna nascondere dietro una cancellata il portale del fianco sinistro? Nell'ultima guerra la città è stata pesantemente bombardata e molti edifici sono del tutto fatiscenti, nel miglior stile italico.
Prima di dirmi deluso dalla città è bene fare una capatina al museo cittadino. Lo trovo proprio sul limitare del centro storico, in palazzo Arpi (a sua volta costruito sul luogo della reggia imperiale - di cui resta solo un portale).
Anche se la pinacoteca è chiusa per ragioni di sicurezza ci sono abbastanza reperti da giustificare la visita. A me è interessata la sezione archeologica, che descrive molto in dettaglio i ritrovamenti fatti in zona, nella antica Arpi. Molto vasellame, con belle decorazioni ed immagini antropomorfe e materiale di ispirazione ellenica.
Notevolissimi dei mosaici di epoca romana e la ricostruzione di alcune tombe della zona. A parte un paio di ipogei a sud di Bari - nella necropoli di Egnazia - non sono riuscito a vedere molto: bisogna programmare con molta cura le proprie escursioni affinchè qualche anima pia permetta l'accesso agli ipogei e al materiale trovato in giro: il nostro è un paese stolido in cui il turismo si limita al sole e al mare. Mi sembra però che avere un'alternativa per i giorni piovosi - e non solo - non sarebbe malaccio.



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Piccoli fiori affrescati nel sottosuolo materano
28 aprile 2019
Ci vuole una mezz'oretta di macchina per andare da Matera al sito - in aperta campagna, davanti a una gola fascinosa - dove si trova la Cripta del peccato originale. Si può vedere in città una chiesa rupestre con alcuni affreschi interessanti, ma non è nulla di paragonabile a ciò che mi sono trovato davanti.
Si tratta di un solo vano, non amplissimo, in cui può trovar posto qualche decina di persone. Un rettangolo che su uno dei lati lunghi ha tre absidi che ospitano i tre apostoli maggiori, una Madonna con sante e tre angeli. Sul lato a fianco la creazione di luce e buio, di Adamo ed Eva e il loro peccato.
"Salve Regina..." è un'abitudine rappresentare Maria come una sovrana del cielo. Ed anche l'ignoto pittore materano ci presenta un'imperatrice orientale, riccamente adornata e vestita all'ultima moda (ritrovo le ampie maniche in una statua acefala nel museo civico di Barletta). C'è qualcosa che me la differenzia da tante immagini bizantine: il sorriso. Questa Madonna non ha il distacco ieratico di tante sue consorelle (siamo attorno all'ottavo secolo dell'era Cristiana) e ci guarda con sguardo affettuoso e complice, molto sensibile. L'incarnato mostra che è all'opera una mano abile, capace di usare benissimo i colori. E anche la finezza con cui sono disegnati i corpi dei nostri progenitori, il gusto con cui si racconta la storia del peccato originale confermano le doti di questo anonimo pittore benedettino.
Di tutte le immagini che vedo in questa parete ho amato la ragazzina a braccia levate che rappresenta, con una gioiosa ingenuità degna di Olivier Messiaen, la luce appena creata. Colpisce questa posa originale, la freschezza di un mondo appena nato pieno di questi fiori rossi effimeri - si aprono al mattino per appassire a sera - che ritrovo uscendo dalla cripta nella affascinante natura circostante.



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Barocco a Lecce
22 aprile 2019
Come è ormai prassi in caso di restauri, l'impalcatura è coperta da una gigantografia della facciata di Santa Croce. Per la comitiva di turisti che ho di fronte a me non c'è differenza: i telefonini lavorano a tutto spiano anche quando si tratta di immortalare una fotografia che, come nota con grande perspicacia uno del gruppo, ondeggia al vento.
Non ho voglia di rammaricarmi del restauro: si tratta di un'operazione necessaria al buon mantenimento del patrimonio artistico cittadino. In più, venendo dalla parte meridionale della città ed avendo lasciato Santa Croce per la fine, mi sono potuto fare una bella scorpacciata di forme mistilinee, colonne tortili dalle decorazioni floreali più o meno dorate, putti immobilizzati in tutte le pose immaginabili. C'è un profluvio di decorazione in cui però i santi mantengono delle pose dignitose, rigide ed impettite. In essi le linee curve al più servono a disegnare il corpo di un adoratore che tiene tra le mani il crocefisso. Gli altari sono di una ricchezza ed elaborazione che mi fanno pensare a certi retablos spagnoli.
Il barocco esce dalle chiese e adorna gli edifici di proprietà ecclesiastica come l'attuale palazzo della provincia, già edificio conventuale attaccato a Santa Croce, o tutto il complesso della scenografica piazza del Duomo. Dato che in fondo vescovi e frati non sono poi molto diversi dai nobili laici tutta la città offre balconi, portoni e finestre ricchi di fantasia ed anche un Bed&Breakfast si può nascondere a pochi passi da Santa Irene dietro a una candida facciata barocca.



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Feste galanti al palazzo ducale di Martina Franca
21 aprile 2019
Il padrone di casa mi guarda in viso mentre mi invita ad entrare nel mondo della sua dimora: gli affreschi della Sala d'Arcadia ci mostrano tutto quello che un uomo di garbo può offrire al suo ospite. Musica, belle dame e cavalieri galanti. Non ci sono tavoli da gioco, ma in un angolo dell' affresco noto una coppia di amanti desiosi che potrebbero stare benissimo in un dipinto di Watteau. D'altro canto la Sala della Bibbia mostra una signorina alla moda, con un ombrellino tondo molto vezzoso. Se non fosse che riconosco ai suoi piedi la cesta contenente il piccolo Mosé giurerei che si tratta di qualche bella del signor Duca. Dolce vita settecentesca. A parte il povero Enea che trascina il vecchio genitor in una Troia fiammeggiante dotata di Colonna Traiana, trovo per lo più piacevoli scene di campagna (Tobiolo e l'Angelo) o di pathos teatrale (Jephta). Non biasimo il signor duca per l'artificiosità di certe rappresentazioni: già che spende i suoi danari, lui si vuole divertir.



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Passeggiata romanica in provincia di Alessandria
15 aprile 2019
A metà del percorso che congiunge Tortona al Monte Giarolo, sul versante piemontese degli Appennini giungo a Fabbrica Curone. Quattro case che circondano una chiesa romanica, fatta con la stessa pietra scura che contraddistingue il borgo. L'edificio è molto grande rispetto al villaggio. Si capisce che questo centro - sito alla medesima altezza della Varzi del lato lombardo - deve aver avuto per un certo periodo una notevole importanza strategica. Poi... si sa come vanno le cose, la vicina Brignano, con il suo castello appollaiato a metà costa deve aver preso il sopravvento rispetto a Fabbrica.
Il portale racconta la vittoria del bene sul male senza usare immagini antropomorfe, un linguaggio evidentemente più comprensibile a popolazioni di recente conversione, ancora intrise di paganesimo. All'interno trovo una grande stratificazione di epoche: all'inizio della navata destra il pezzo più interessante della chiesa, una pala d'altare (I misteri del Rosario) incorniciata da stucchi barocchi; la volta è settecentesca e le decorazioni sono del XIX secolo. Come direbbe Proust, la chiesa si estende in una quarta dimensione, quella del tempo.
Se voglio un ambiente stilisticamente più omogeneo debbo correre a Viguzzolo, ormai in pianura. La pieve locale è stata restaurata lo scorso secolo per assumere l'austero aspetto di un romanico puro e raffinato, si notino le decorazioni della facciata.
All'interno un Cristo dal collo esageratamente lungo che deve nascondere un meccanismo grazie al quale il Crocifisso muove la testa: la locale inquisizione usava questa statua per emettere le sue sentenze. E ancora oggi il pubblico emette grida di stupore di fronte a questo Gesù mobile.
Ben altri motivi di stupore mi riserba la cripta, sorretta da colonnine anteriori alla pieve con dei primitivi capitelli a forma di tronco di parallelepipedo. E' un'immersione in epoche lontanissime, in cui l'intenzione conta molto più di quanto i poveri artisti riuscivano a combinare.
La passeggiata romanica mi conduce infine a Castelnuovo Scrivia. Sono quasi le cinque e l'imminente Rosario mi impedisce di soffermarmi all'interno della chiesa. Un'ultima cena rinascimentale nella cappella lunga varrebbe una visita approfondita. Mi fermo in compagnia di una volonterosissima guida a rimirare un drago-demonio infantilmente spaventoso che viene ucciso da San Giorgio e alcuni capitelli ritrovati in un pollaio. Uno di questi reca la firma di un certo maestro Alberto. E' la stessa persona che ha indicato la propria identità sul portale d'ingresso. Se un paio di ore prima a Fabbrica Curone avevo una storia di animali simbolici, qui sono alle prese con un boccoluto Sansone che apre la bocca ad un leone. Sul sagrato della Chiesa mi viene raccontata la storia di questo paesino, che tenta di dotarsi di un Museo Civico e che avrebbe avuto un centro medievale di tutto rispetto se solo ci fosse stata la consapevolezza del valore del proprio passato.



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Nozze di Figaro con elefante - Roma 2018
12 aprile 2019
Se in una loro celebre comica Stanlio e Ollio avevano messo un cavallo sul pianoforte, Graham Vick posiziona in scena un elefante.
 
 
L'elefante è dipinto sulla parete della stanza della contessa e - nei due atti conclusivi - lascia mostrare solo le zampe, di cui una alzata.
 
Non mi interessa sapere quale significato, ammesso e non concesso che ce ne sia uno, si voglia veicolare con questa apparizione. Dopo pochi secondi mi sono del tutto dimenticato della presenza di questo animale. La vicenda scorre in modo del tutto indipendente dall'elefante, e questo è tutto ciò che importa in tutto lo spettacolo.
 
E dunque concentriamoci su altre cose, per esempio su una recitazione spigliata e vivace, con una caratterizzazione puntuale e indovinata, che mostra efficacemente la rete di inganni su cui si basa la vicenda (la contessa mostra platealmente al marito l'anello che il conte credeva di aver regalato a Susanna). Forse l'unico elemento forzato è la troppo esagerata balbuzie di Don Curzio.
 
In più Stefano Montanari dirige molto bene, offre un continuo saporito quanto basta, consente le giuste libertà nei dacapo e nelle cadenze. Insomma, mi sono divertito con un video ben costruito.
 
Scuoto la testa per la solita espunzione delle arie del quarto atto: ma perchè ci dobbiamo privare di anche una sola nota cantata da una compagnia tanto giovane, fresca e bravissima?
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 12/4/2019 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ingres, milanese stendahliano
7 aprile 2019
Al termine della sua rivoluzione un astro si ritrova al punto di partenza. Non mi stupisce dunque che anni dopo aver ghigliottinato Luigi XVI i francesi siano incappati in un altro autocrate impostosi per diritto divino.
E' ben vero che apparentemente i simboli del dipinto sono tutti rigorosamente laici. Anche la medaglia stellata (ma potrebbe benissimo essere una croce) al centro del petto non ha inscritto, come pensavo frettolosamente, un monogramma IHS ma la solita aquila. Però la pantofola dorata fa molto Sommo Pontefice e soprattutto il braccio destro - quello del comando - smisuratamente lungo - si alza fino ad arrivare alla statuetta di un uomo barbuto che regge il globo del mondo. Dio c'è... nel punto più alto del quadro, presente ma non grande a sufficienza da disturbare il nuovo Re Sole (non a caso il volto di Napoleone è inscritto in un cerchio ).
Che differenza con il ritratto a matita fatto da Appiani di un Napoleone nervoso, dallo sguardo grintoso e volitivo, con una forza accentuata dalla piega - mitigata nel ritratto ad olio del console - del labbro . Ci si chiede quali fattori permettano di capire subito che ci si trova di fronte a una personalità eccezionale.
E' la domanda che mi sono posto d'altronde anche davanti ai primi nudi giovanili di Ingres, la cui forza surclassa la compassata prevedibilità del maestro David, tacciamo degli onesti comprimari che debbono riempire la mostra.
Non è possibile fare una retrospettiva esauriente di Ingres, non solo per le dimensioni del personaggio ma anche perchè certe tele non sono trasportabili. Si ripiega dunque sul dialogo con i contemporanei centrando - magari anche senza volerlo - un obiettivo secondario di tutto rispetto: dare l'immagine della Milano stendahliana. Già allora capitale morale, anche da bere, ma industriosa e ricca di cose belle (mi sono commosso di fronte allo schizzo dell'interno di San Maurizio).
E' un modo di essere ben riassunto da Giovan Battista Sommariva, un elegante signore brizzolato, seduto su un banco in marmo, davanti a due statue di Canova, con libro in mano e sfondo di qualche amena località, magari sul lago. Non c'è lo Sturm und Drang dei basettoni di certi ritratti posti all'inizio della mostra. Semmai una certa placidità che mi ricorda il caro Don Lisander. Gusto, intelligenza. Lo so, devo riprendere in mano la Certosa di Parma.



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Ala Al-Aswani: Sono corso in riva al Nilo
6 aprile 2019
Non credo che Al-Aswani abbia vita facile in Egitto. Il suo Palazzo Yakoubian descrive un paese corrotto e ipocrita, in cui la mancanza di mobilità sociale e la violenza del potere che lo regge trasforma pacifici cittadini in terroristi.
 
In questo libro (il cui titolo originale è "La sedicente repubblica") Al-Aswani prosegue con maggior ferocia la descrizione della vita in un paese arrugginito su se stesso, incapace di accettare la verità e quindi desideroso di proseguire la sua finta aderenza a precetti religiosi e civili.
 
Al-Aswani descrive i giorni della rivoluzione di piazza Tahrir - quella che noi abbiamo frettolosamente battezzato la primavera araba - e mostra che il fallimento di quei moti non è dovuto solo al fatto che i veri padroni del paese (i servizi segreti) sono rimasti al timone dell'Egitto senza cambiare sistema, ma che in fondo agli egiziani piace così, che i compatrioti di Al-Aswani sono come un cane che rinuncia alla propria libertà per un pugno di crocchette.
 
E' un romanzo duro, non solo per le scene di torture e sevizie - morali oltre che fisiche - descritte, ma per il senso di sconforto che trasmette la descrizione di un paese che non vuole cambiare, che si accontenta di essere una sedicente repubblica. Le ultime pagine, in cui si analizza la situazione egiziana (e forse di tutto il Medio-Oriente arabo, non posso non pensare a quanto sta accadendo in Algeria) sono le più interessanti, prive come sono dell'ingenua esaltazione dei rivoluzionari in erba che si immaginano alla testa di un popolo che aspetta il riscatto. E invece c'è la disillusione che prende quando ci si accorge che il popolo vuole soltanto un nuovo padrone, perchè non immagina la vita senza qualcuno che dica come ci si deve comportare e cosa si deve pensare.
 
Non viene detto cosa succede di alcuni personaggi che si sono imparati ad amare. Conta poco, visto che la vera protagonista del libro è la "Sedicente repubblica" del titolo originale, non del pastrocchio che Feltrinelli ha messo sulla copertina.



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Museo Sant'Agostino a Genova
1 aprile 2019
Simone Boccanegra. Non contento di averne visto - nel punto più alto dell'ospedale S. Martino - il castello, ora adibito a centro congressi, sto rimirando le fattezze del doge protagonista dell'opera verdiana.
Il corpo è una colonna da cui trasuda la maestà del potere. Il volto però ha l'acquoso gonfiore di una senescenza carica di malattia e stanchezza. Una benda tiene fermo il mento e sento attorno a me i parenti che bisbigliano ammirati che la morte ha rasserenato come per miracolo questo anziano.
Un'altra storia è raccontata dall'immagine dell'altro vip ligure, Jacopo da Varagine (Varazze), il celebre autore della Leggenda Aurea. Lo sculture non ritrae un uomo ma una carica onorifica - quella del signor vescovo, miracolosamente risparmiato dalla livella.
L'arte ligure appare soggetta a innumerevoli influenze: toscane - Pisa in primis - lombarde ed emiliane (Maestri comacini, Antelami), anche catalane, bizantine e nord-europee. E' esposto un alabastro britannico raffigurante una finissima crocefissione, con tracce di policromia.
Il museo di S. Agostino è eterogeneo: sovraporte scolpite, affreschi strappati, maioliche, dipinti. Sono esposti qui gli originali delle statue devozionali che ornano le nicchie delle case genovesi (carina la Santa Caterina genovese, con un volto grazioso ed un corpicino secondo solo a quello della santa guerriera inguainata da una corazza arrapante).
Tra i dipinti spicca una crocefissione di Brea, pittore nizzardo di cui ho imparato ad apprezzare l'eleganza che tiene i piedi in diverse epoche stilistiche.
Mi imbatto in divieti d'accesso dietro ai quali intravedo sale in allestimento; la chiesa adiacente è tutt'ora sottoposta a un restauro destinato ad ampliare le sale di esposizione. Anche così però è ottimistico pensare di visitare questo museo in appena sessanta minuti.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/4/2019 alle 3:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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