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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Anatole France - L'anello di ametista
24 settembre 2018
L'anello in amestista cui si riferisce questo romanzo di Anatole France è destinato al dito di un vescovo.
 
france
 
Siamo nella Francia dell'affare Dreyfus. Antisemitismo, sciovinismo, partigianeria nei confronti delle istituzioni che non possono sbagliare. Su questo sfondo, un giovane nobile, il cui nome francesizzato - Bonmont - lascia trasparire con un sottile velo il teutonico, ed ebraico, Gutenberg, lavora perché l'abate Guitrel divenga vescovo di Tourcoing. Guitrel avrà dunque l'anello cui accenna il titolo del libro e Bonmont otterrà la sua rivincita da snob nei confronti del nobile Brécé.
 
France racconta la sua storia con una vena umoristica che mi permette di comprendere l'ammirazione che Proust nutriva per lui. In molte pagine ritrovo perfino idee e frasi che potrebbero stare perfettamente nella Recherche.
 
E non si tratta solo dei riferimenti all'affare Dreyfus. Quando il filologo Bergeret si appresta a lasciare la cittadina di provincia in cui vive per recarsi a Parigi, France analizza l'irrealtà in cui scivolano i luoghi da cui siamo assenti con parole che figurerebbero benissimo in "Nomi di paese: il nome".
 
E neppure posso tacere la comparsa di un personaggio secondario, medico, di nome Cotard. Con una sola "T" ma basta ed avanza.



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I. J. Singer - Yoshe Kalb
22 settembre 2018
Il vecchiotto cerca moglie... dato che nessuna donna sana di mente vuole maritare una persona rimasta vedova per la terza volta, la scelta di Rabbi Melech cade su Malka, orfanella senza dote.
 
Le regole vogliono però che prima il Rabbi dia un marito all'ultimogenita, dodicenne già donna formata che viene data in fretta e furia a Reb Nahum. Il ragazzo, di quattordici anni, non ha neanche per la testa di sposarsi, ma i genitori hanno promesso che il matrimonio si sarebbe fatto e quindi...
 
Come in una tragedia greca la ubris degli uomini genera conseguenze che distruggono l'equilibrio su cui si basa la loro esistenza. E' presente anche una moria di bimbi dovuta alla vendetta divina nei confronti di madri disattente alla sventura che ha colpito una di loro. E come nei grandi racconti epici queste colpe vanno espiate. Fino in fondo.
 
La vicenda si svolge in un villaggio ebraico, ai confini tra impero Austro-ungarico e Russo. Sono i luoghi su cui Chagall avrebbe fatto volare qualche sorridente suonatore di violino. Solo che in questo caso noi lettori non voliamo: restiamo impantanati tra le viuzze del borgo, ad usmare la nostra povera umanità carica di peccato.
 
Il protagonista - Yoshe Kalb - incarna la necessità di espiazione, di mondarsi da una colpa che lo obbliga a fuggire i propri simili, a vivere come uno yurodiviy, ai margini della società, errante nel tentativo di fuggire alla maledizione eterna.
 
I personaggi di questo libro hanno delle dimensioni sovrumane anche quando vengono dipinti nelle loro miserie. Sono gretti, superstiziosi, persi in sofismi da cui la divinità - ma anche la antica grandezza del popolo ebraico - sembrano assenti. Tutto, anche lo stile letterario, rimanda ad un soffio epico che rende il libro indimenticabile.
 
 
 
 



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Chia in mostra alla Casa Rusca di Locarno
16 settembre 2018
Trovo spesso delle figure reclinate, di profilo. In questo dipinto
chia
Chia raffigura se stesso a colori vivaci, complementari rispetto all'ambiente in cui è inserito. Gli occhi sono chiusi, indifferenti a noi spettatori, impegnati anzi a fronteggiare un aggressivo felino che forma un tutt'uno con il corpo dell'artista. Selvaggio, minaccioso, lontano dall'immagine che ci viene proposta quindici anni dopo, nella versione malinconica: colore bianco-grigio, gli strumenti del mestiere abbandonati ai suoi piedi. Meno male che - un po' avanti nel secolo attuale - abbiamo un atteggiamento più conciliato
 
chia
 
in cui fili di colore sembrano uscire come un fumetto dalla bocca di un uomo vestito semplicemente, con tinte che contrastano con l'etereo splendore della sua creazione.
 
La mostra che la locarnese Casa Rusca dedica a Chia fino alla prossima epifania si snoda su due piani che presentano opere anche di grandi dimensioni.
 
Non so chi sia la persona ritratta in questo dipinto. Da lontano i capelli lunghi, i baffetti, l'abito e le mani affusolate mi avevano fatto pensare a Michelangeli. Il contrasto fra lo sfondo vivace e la tenuità dell'incarnato mi piace molto e mi fa immaginare una grande intimità ed amicizia con la persona ritratta.
 
 
Ci sono corpi massicci e ben formati, anche violenti (bello uno Hand Game in cui il volto del femminicida è compattamente privo di lineamenti, cieco come la brutalità della scena mostrata). Spesso penso anche a certe polpute figure di De Chirico.
 
 
E' una mostra che si visita bene. Sono spesso ritornato sui miei passi all'interno del medesimo piano per rivedere lo stesso quadro alla luce di come l'artista ha riaffrontato nel tempo un soggetto.
 



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Galleria Sabauda - Francesco Cairo: Sant'Agnese
15 settembre 2018
Sono abituato a trovare nella pittura barocca delle sante immerse in estasi poco mistiche e molto carnali. Con Francesco Cairo si è certi di trovare atmosfere degne più di un sito a luci rosse che di una chiesa: bocche aperte ed occhi chiusi nella maschera immutabile del piacere fisico che ogni frequentatore casuale di certe pagine web conosce alla perfezione.
 
L'angolo - rigorosamente vietato ai minori - che la Galleria Sabauda dedica a Cairo sarebbe prevedibile se non fosse per questo martirio di Sant'Agnese
 
cairo
 
La donna è chiusa nel suo godimento intimo e struggente. Lui le rimane attaccato come una patella allo scoglio. Ha la passione monomaniacale di un maschio che è appena uscito da una prolungata astinenza. I due formano un corpo solo, una sola massa carica di passione.
 
L'occhio però cade sulla parte inferiore del dipinto e nota che - per dirla con Monteverdi e Tasso - questi sono "nodi di fier nemico e non d'amante". Potremmo pensare al femminicidio di un innamorato respinto, o anche semplicemente ad un rapporto sado-maso.
 
Certo quest'immagine turba non poco, lontana come è dalla pacifica iconografia della santa compunta, inginocchioni, che si lascia decapitare con tranquillità mentre degli angioletti svolazzano felici agitando le palme del martirio.
 
Qui invece la concentrazione sui due protagonisti - la vittima ed il carnefice - e la commistione di violenza e piacere mettono a disagio lo spettatore che non riesce a dimenticare tanto facilmente questa immagine, carica di crudeltà e dolore.
 
E' un dipinto affatto memorabile ed originale, che scardina l'ordine pacifico della pittura devozionale.



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La curva del Latte - Nico Orengo
14 settembre 2018
Quando passo sul viadotto Latte a pochi chilometri dal confine con la Francia cerco sempre di immaginare come debba essere il torrente sottostante con le case che lo circondano. E dire che sono sicuramente passato da Latte per andare a Villa Hanbury. Se allora avessi già conosciuto La curva del Latte non sarei però riuscito a far la tara della trasfigurazione cui ogni buon scrittore sottopone i propri soggetti. Senza contare che nel 1957, all'inizio del romanzo in questione, Latte ha iniziato ad imbruttirsi.
 
Tutto parte da una pompa di benzina e dopo duecento pagine il paese si è arricchito di due rivendite di vini e liquori, autorimessa e gommista. Come se non bastasse la Dolora pensa di costruire dei bungalow tra le colline ed il mare e gli speculatori edilizi hanno già i progetti dei condomini che debbono sostituire ulivi e fiori.
 
Il libro racconta diverse storie che corrono una a fianco dell'altra, spesso incrociandosi e sovrapponendosi ma rimanendo sempre distinte. E' uno schema collaudato che unito alla celebrazione del piccolo mondo antico dell'Italia d'antan ha fatto la fortuna di un Andrea Vitali.
 
Orengo però non si illude: il tanfo di benzina non è poi tanto diverso da quello prodotto dalla fabbrichetta che lavorava la lavanda; comunisti e democristiani possono dividersi in politica però poi vanno a braccetto quando si tratta di indignarsi contro la ragazza madre che porta in giro per il paese il bastardino frutto del peccato. Il paese è reduce da due guerre, di cui una civile, con tutto il carico di sofferenze che ne consegue. E la maestra compiange l'età del repubblichino Rosolino ucciso dai partigiani, non la sua ideologia.
 
L'ambiente in cui si svolge la storia è idilliaco, ma venato dalla fatica, dal sudore, dalla durezza di una natura tirchia nei confronti di coloro che cercano di trarre da essa di che vivere. Sono questi contrasti a farmi amare la piccola storia di una roccia incastonata tra Ventimiglia e Mentone.
 
 



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Ficarra, Picone ed Aristofane
8 settembre 2018
Ci voleva il duo Ficarra e Picone perchè Raiuno offrisse in prima serata, il sabato sera, una commedia di Aristofane. E con due milioni di spettatori si è pure confermato che la cultura non ha bisogno di essere banalizzata per avere un mercato.
 
E non è che Aristofane sia un piatto semplice da digerire. La commedia di costumi di Molière o la storia a lieto fine di Shakespeare funzionano sempre. Un teatro che bagna nell'attualità e nel riferimento alla cronaca condanna invece un testo alla rapida senescenza. Crozza non può più proporre le imitazioni di cinque anni fa, figuriamoci quelle di alcuni millenni or sono.
 
Dioniso scende nell'Ade per recuperare Euripide, vista la mediocrità dei tragedi che sono rimasti ad Atene. Quando però si trova di fronte le anime degli scrittori del passato ha un attimo di resipiscenza e si riporta in vita Eschilo. Non c'è solo la critica letteraria ma anche l'attacco al decadimento della vita civile di Atene. Il linguaggio di Eschilo appare così astruso e inusitato perchè si è impoverita la vita culturale - e quindi anche civile - degli ateniesi.
 
Suona strano? Cosa possiamo dire di un mondo in cui si pensa di risolvere problemi complessi in 140 caratteri e in cui l'analisi è sostituita dal numero di like ai post di un social? L'analfabetismo di ritorno di messaggi sgrammaticati e dall'ortografia inesistente è lo stesso dei degradati concittadini di Aristofane che non riescono a capire la lingua di Eschilo. Ed anche i personaggi semplici presentati da Euripide non sono poi così diversi dai ministri e parlamentari che cercano un facile consenso essendo come noi. La decadenza culturale e politica vanno di pari passo.
 
Mi piacciono Ficarra e Picone. Hanno una comicità che mi rattrista, perchè dipingono la piccolezza del nostro oggi. Ora legale, mesta parabola di un paese che pretende di imporre la legalità agli altri per continuare impunito il proprio malaffare; Andiamo a quel paese ritratto di un Italia di vecchi sfruttati per le loro pensioni... e adesso queste Rane sgangherate e picaresche in cui i tragedi vengono pesati come in un X-Factor ellenico.
 
Forse aggiornare situazioni e nomi dei demagoghi citati da Aristofane avrebbe violato la lettera del testo, avrebbe forse caricato troppo le spalle dei due volenterosi - e bravi - artisti alle prese con la commedia antica, magari avrebbe anche imposto una lettura di parte. Però forse non sarebbe stato del tutto contrario allo spirito di un lavoro che ci parla ancora.



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Centocinquanta anni di Pellizza da Volpedo
3 settembre 2018
Giuseppe Pellizza, l'autore del celebre "Quarto stato", nasceva 150 anni fa a Volpedo, un paesotto ai piedi delle colline tortonesi. La sua casa natale, in periferia, poco lontano dal cimitero, esiste ancora oggi e contiene il suo atelier.
 
E' uno stanzone quadrato, con il pavimento in cotto come si usava un tempo nelle nostre cascine. C'è troppa gente perchè io abbia la possibilità di guardare che libri si trovano nella biblioteca della parete sinistra - sempre ammesso e non concesso che ci siano i testi di proprietà del pittore.
 
Non mancano gli attrezzi del mestiere, busti e modelli anatomici, colori, cavalletti. Sulla gamba di uno di questi un piccolo schizzo di prato su cui ci sono dei panni stesi ad asciugare. In alto dei quadri di grandi dimensioni ritraggono i genitori di Pellizza. Sono in un dialogo ideale con uno dei quadri che - in occasione di questo centocinquantenario dalla nascita - sono in esposizione temporanea a Volpedo per tutto il mese di settembre.
 
pellizza
 
Nella civiltà contadina il mediatore era una persona importante. Giani è rappresentato con una precisione che sarà fondamentale per il successo del celebre "Quarto stato". Non c'è solo la cura con cui è disegnato il bastone. La barba non fatta, il panciotto troppo stretto e un occhiello bianco tra le gambe che lascia presagire che pure i pantaloni sono al limite delle loro possibilità... sono dettagli che raccontano il mondo povero da cui proviene Pellizza.
 
Ed ecco il pittore
pellizza
 
Possiamo seguire l'evoluzione del modo con cui si porge a noi nella riproduzione fotografica di una prima versione del ritratto, la versione esposta agli Uffizi e uno schizzo molto più vivace e dalla posa meno ufficiale.
 
Completano la piccola mostra un paesaggio dal gusto impressionista, un prato fiorito in cui riconosco le colline del posto e una grande tela di sapore segantiniano - Emigranti
 
pellizza
 
in cui il profilo delle Alpi si sposa al correre del locale Curone - si notano anche delle figure di lavoranti sul greto del torrente.
 
A seguire raccomando una capatina alla vicina pieve, il cui profilo si riconosce nella Fiumana, che contiene alcuni affreschi di grande pregio - il catino absidale, alcuni pilastri e una Madonna in fondo alla navata destra.



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Neuenfels e La dama di picche - Salisburgo 2018
2 settembre 2018
Considero il coretto infantile che apre "La dama di picche" un brano di imbarazzante bruttezza. Eppure è necessario: come all'inizio dei film horror, viene presentata la banale quotidianità in cui ogni spettatore può immaginare se stesso. E' il modo con cui si prepara il pubblico all'irruzione del disordine nella nostra vita.
 
Neuenfels mette i soldatini in stie bianche: i piccoli sono comandati come burattini dalle governanti. Tutti - adulti e bimbi - con la stessa divisa. Una scelta non naturalistica - ma anche negli altri cori tutti hanno il medesimo abito e pure la festa del secondo atto è stilizzata, forse anche troppo, con la zarina rappresentata da uno scheletro. Debbo dire che questa opzione mi piace. E' allora possibile che questa "Dama di picche" sia di mio gusto proprio perchè si allontana dalla rappresentazione di un ambiente che mi appare falso e convenzionale? Probabilmente dovrei analizzare il mio fastidio per questo mondo in cui ognuno, tra patronimici e vezzeggiativi, ha almeno cinque o sei nomi.
 
In questo allestimento di Neuenfels Tomsky mi ricorda Samiel o Shadow che anche lui gioca a carte la salvezza del protagonista. Hermann, unico ad avere un abito di un rosso sgargiante, è il povero scemo da distruggere. E vi si riesce, grazie al mito delle tre carte.
 
Non so mai dire se Hermann ami la contessa come tale, per ciò che è stata o per il segreto che lei possiede. Di certo non gli importa nulla della povera Lisa, destinata a svanire in una notte buia e tempestosa. Neuenfels immerge tutti i personaggi in variazioni di nero e blu. Solo a Herrmann ed alla contessa sono lasciate le uniche macchie di colore dell'allestimento. E il bacio tra i due nella scena centrale dell'opera è il perno della storia.
 
Musicalmente siamo in Paradiso. Jansson fa esplodere la partitura ed è ben assecondato da una grande compagnia di canto. Se il palcoscenico è fondamentalmente in bianco e nero, la fossa d'orchestra affoga nei colori.
 
 



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Christie incorona Poppea - Salisburgo 2018
1 settembre 2018
William Christie consegna una Poppea molto briosa ed efficace. Ogni parola è ben soppesata e si carica di una forza drammatica che evita la noia. Più che giocare sui colori della striminzita orchestra, Christie preferisce spremere il testo. Prendiamo l'erotismo delle sospensioni di "Ti farei... ti direi" nel celebre "Sento un certo non so che", oppure "Oggi sarà Poppea di Roma imperatrice". E' vero che Visse è diventato da tempo Arnalta. Ma in questa occasione riesce a far convivere la cura del dettaglio con la visione d'insieme in un trionfo della comicità e del teatro. Voglio sperare che la post-produzione abbia tagliato gli applausi, perchè qui Visse merita il trionfo.
 
Non c'è solo Christie. I suoi cantanti sono tutti di altissimo livello. Sonya Yoncheva ha una voce piena, potente e vellutata, in grado di dominare il povero Nerone, Kate Lindsey, l'anello debole di un cast stellare. Mi va bene una voce acida ed isterica, ma per lo meno intonata. Lo scontro con Seneca (l'ottimo Renato Dolcini) è stato rovinato da guaiti, gemiti, stonature più adatte a una strega della Dido di Purcell che ad un imperatore. Infatti la progressione che conduce al climax di "Tu... Tu... Tu... mi porti allo sdegno" è bellamente saltata. Ed anche il duetto amoroso con Lucano (Alessandro Fischer) non ha lasciato il segno.
 
Un discorso a parte merita la regia. Non si inventa nulla infilando la piccola orchestra in due piccole fosse laterali a vista, che permettono una certa interazione di strumentisti e cantanti. Il problema è capire quali intenzioni abbia Jan Lauwers.
 
Al centro della scena sta perennemente un ballerino rotante a mo' di derviscio circondato da una serie di colleghi che talvolta hanno un chiaro riferimento alla situazione drammatica ed alla musica, ma più spesso sono pleonastici - tanto che possiamo guardare i cantanti in primo piano muoversi come da tradizione senza curarci dello sfondo.
 
Bellissimo il finale del secondo atto, con il giardino e la montagna umana in cui si inscerisce Poppea addormentata, ma notevole anche la serie di corpi feriti all'inizio del terzo. In entrambi i casi l'affastellarsi dei ballerini completa in forma tridimensionale il pavimento della scena, pieno di corpi in varie pose. Sono riuscitissime anche le parti di danza sfrenata. Però io avrei preferito un uso più parsimonioso, specie nelle scene meditative ed intime. Che l'apparizione delle divinità si accompagni alla presenza di uno sciancato con stampelle mi appare incomprensibile. Avrei potuto amare, anche senza capirla, la regia di Lauwers, se solo fosse stata un po' più contenuta.
 
Un'altra caratteristica che mi sembra giusto rilevare è che Lauwers sottolinea il travestimento dei personaggi: Nerone mostra le proprie forme femminili, ha dei tacchi a spillo, Arnalta scopre il petto maschile e la Nutrice di Poppea ha il pizzo. Un'altra inutile forzatura secondo me.
 
In conclusione: con Christie abbiamo una fantastica Incoronazione di Poppea, con il regista Lauwers una Esagerazione di Poppea.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/9/2018 alle 7:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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