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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Castellucci perde la testa per Salome Salisburgo (2018)
30 luglio 2018
Fosse stato per il prologo avrei subito staccato il video: grilli in sottofondo mentre una ragazzina bianco-vestita depone corona e velo  Una scritta: "Te saxa loquuntur".
 
Ma a questa introduzione segue la musica.
 
Debbo ricredermi su Welser-Most: la sua lettura di Salome è intensissima. Non è estroverso, non ci sfonda i timpani, mantiene i colori chiari e ci fa distinguere la trama dei temi che percorrono il tessuto della partitura. Tutto ciò non impedisce di raccontare in modo incisivo la storia, di sottolineare come si deve ogni climax.
 
C'è del resto una perfetta coesione tra musica e scena. Un disco nero si alza dalla cisterna e in mezzo ad esso Jochanaan appare come una specie di Queequeg, nero nel nero. Il disco si ampia per abbracciare Salome che sta dichiarando il proprio amore per il profeta. Non c'è mai contatto fisico tra la giovane e il Battista. Neppure nel finale: in scena entra il corpo decapitato. Salome gli si siede sulle ginocchia, pone una corona sul collo del cadavere, mima il bacio. Sono impressionato.
 
Il regista Castellucci ha stravolto le mie aspettative. Mi tocca lavorare di fantasia per vedere il capo mozzato, la danza salta del tutto: Salome è nuda, accovacciata su un piedestallo con la scritta "saxa"; una pietra scende dall'alto e la copre. Intanto tutti i personaggi sono usciti dalla scena. E' come se Castellucci tenesse a sottolineare che questa danza dei sette veli è la parte meno riuscita dell'opera e che per renderla al meglio vi si deve rinunciare lasciando - di nuovo - che sia l'immaginazione - al negativo - a disegnare i movimenti. In un certo qual modo, dopo tutte le emozioni delle due scene di seduzione (prima verso Narraboth - neppure un eunuco sarebbe resistito a una mimica simile - poi verso Jochanaan); dopo la misurata isteria di Erode e signora c'è la stasi in quello che dovrebbe essere il punto centrale. E penso che la seconda parte dell'allestimento non sia riuscita... fino a che non assisto alla forza tranquilla del monologo conclusivo di Salome.
 
Non capisco come il pubblico possa rimanere in silenzio al termine di una esecuzione tanto sconvolgente.
 
Non è vero che non ci sono buoni cantanti: tutti sono bravissimi senza eccezione. La protagonista Asmik Grigorian è incredibile e perfetta, anche quando - al termine della seduzione di Narraboth - non canta come si deve il suo "Ah" ma lo emette come un grido strozzato. E' bello al di là di ogni immaginazione. Stupendo teatro come capita di rado di vedere, in cui il concetto - se c'è - sparisce in una narrazione magmatica che stravolge lo spettatore.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/7/2018 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rainer Maria Rilke - Serpenti d'argento
29 luglio 2018
Questo "Serpenti d'argento" riunisce i racconti giovanili di Rilke.
 
Rilke mostra fin dall'inizio una buona vena poetica, trova belle immagini, ha molta musicalità nel costruire il suo periodare ma si direbbe che l'unico tema che lo interessi sia la morte. In molte salse, è vero, ma in  più di un'occasione ho sentito la necessità di sottopormi a un ricovero in SPDC per depressione maggiore... sempre che, per reazione, non cominci a ridere cercando di intuire come morirà il protagonista della prossima storia.
 
C'è una tendenza suicidaria diffusa, in parte dovuta al tedium vitae, in parte legata alla necessità di sciogliere in qualche modo delle situazioni che sono diventate, come in molte storie di Stephan Zweig, troppo ingarbugliate. Non mancano le morti di bambini - con l'involontaria comicità del bimbo che desidera finire dentro quei graziosi cassoni neri sormontati da angeli - o la storia della piccola maltrattata dalla matrigna che muore assiderata nel bosco dove ha acceso un improvvisato albero di Natale per una Madonnina intagliata. Il richiamo ad Andersen - pure citato nel racconto - è evidentissimo, così come l'ambientazione naturalistica a cui il giovane Rilke deve certo molto e che ritorna in molte pagine.
 
Si sorride poi per l'uomo senza qualità disperato di non trovare eventi nella propria vita e per il ragazzotto che dimentica per strada la bara della madre che avrebbe dovuto portare nel cimitero del paese in cui la donna è nata. Ed è commovente il soldatino Pierre che compensa nell'indigestione il dolore per la fine delle vacanze estive con la mamma.
 
In generale però il tono rimane cupo. Per cui è meglio affrontare questo libro a piccoli sorsi.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/7/2018 alle 8:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'abbazia Santa Maria di Rivalta Scrivia
24 luglio 2018
Le abbazie cistercensi sono strutturate in chiesa, chiostro con sala capitolare e dormitorio con deposito per le vettovaglie. Rivalta non fa eccezione anche se del chiostro rimane solo un verde prato quadrato. Il lato opposto alla chiesa è stato usato come fondamenta per un palazzo disabitato (ma di proprietà, mi si dice, dei Gavio) ed in totale sfacelo: muri fatiscenti, persiane sbrindellate... Pare che all'interno ci sia un salone delle feste molto importante. Noi però ci accontentiamo della sala capitolare, con una bella entrata a trifore e sopra tutto dei cicli di affreschi presenti nella chiesa.
 
Non so nulla di questo Boxilio che si premura di lasciare la firma sui propri affreschi... il suo orgoglio di artista non era certo mal riposto. La Madonna che spreme la propria mammella per nutrire con il proprio latte il santo inginocchiato
 
rivalta
 
ha un  indubitabile fascino ed è uno dei punti forti della visita.
 
Così come mi è piaciuta la decorazione absidale, con gli elaborati baldacchini gotici che incorniciano Vergine e santi e in specie un piccolo affresco posto in una nicchia a sinistra dell'altare maggiore
rivalta
Chiaramente una rappresentazione della Trinità - le tre persone che si mettono a tavola con Abramo, tanto frequenti nelle icone ortodosse. Ed al mondo orientale rimanda anche la benedizione con le due dita alzate. Peccato non essere riuscito a sapere alcun dettaglio sull'età e sul possibile autore di quest'opera.
 
L'abbazia di Rivalta è aperta grazie a dei volontari che confondono l'Apocalisse con il Vangelo di Giovanni. Ho preferito fare finta di nulla per lasciarmi la speranza che ci sia stato un momento di confusione.
 
Di Apocalisse si parla al primo piano in quello che suppongo dovesse essere il dormitorio dei monaci. Qui sono allestite due mostre, una di icone e una costituita da ampie tele di un pittore locale (Giuseppe Papetti) che descrive efficacemente, usando diverse tecniche l'ultimo libro del Nuovo Testamento.
Rivalta



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Parsifal secondo Kirill Petrenko a Monaco (2018)
21 luglio 2018
Qualsiasi bambino si stringe ai genitori quando il tremolo degli archi gli fa presagire l'arrivo della strega cattiva di Biancaneve e i sette nani. Io invece, quando in questo Parsifal monacense noto il cambio di atmosfera con cui Wagner prepara la descrizione dello scontro Amfortas-Klingsor, non ho alcuna reazione particolare. Forse proprio perchè sul podio non c'è il mestierante anonimo che lavorava per Walt Disney ma un vero divo della direzione orchestrale incapace di narrare una storia con la musica.
 
kirill petrenko
 
La telecamera rinuncia a seguire cosa succede sulla scena per soffermarsi sul suo dolcissimo sorriso e per consentirci di contare le gocce di sudore che imperlano la sua profondità metafisica. Kirill Petrenko mi ricorda Yuja Wang: tecnica strabiliante, pieno possesso della partitura, resa con totale precisione. Nessuno padroneggia i quadri di Petruska come fa lei... peccato che dopo io torni a Pollini. Ed anche con Petrenko rivaluto Boulez, che corre allo stesso modo ma con una differenza sostanziale: Kirill Petrenko va di fretta perchè non sa cosa dire. E se stamane mia moglie avesse usato la stessa flemma di Gurnemanz nel svegliare Kundry al terzo atto avrei fatto tardi sul lavoro.
 
Kaufmann mi fa pena: le mezze-voci non nascondono lo sfacelo di una voce che paga a caro prezzo ogni acuto emesso. Gerhaher vorrebbe fare un Amfortas chiaroscurale... le sue mezze-voci sono però scolorite e stonate. Perchè, visti i mezzi vocali ed intellettivi che possiede, non ascolta qualche vecchia incisione di Dieskau? Buoni Koch (Klingsor) e Pape (Gurnemanz) - affaticato però nel terzo atto; incredibile Nina Stemme.
 
Pierre Audi e Georg Baselitz firmano regia e scene. Può essere fastidiosa l'oscurità degli atti estremi - a parte il porpora del Karfreitag. Non mi è piaciuto il fatto che l'interno del tempio del Graal non sia abbastanza diverso dall'esterno. Ho trovato bellissima la scena del secondo atto e mi sono ritrovato nel mondo artistico di Baselitz quando ho visto le membra grasse e flaccide di cavalieri del Graal e fanciulle-fiore.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/7/2018 alle 7:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Art Brut itinerante in Svizzera
17 luglio 2018
Leggo dal sito del museo Art Brut di Losanna "Le opere di Art brut sono realizzate da creatori autodidatti, marginali, posti in una posizione di spirito ribelle o impermeabili a norme e valori collettivi, che creano senza preoccuparsi di critica o pubblico o dello sguardo altrui. Senza bisogno di riconoscimento o approvazione, concepiscono un universo a proprio uso e consumo. Le loro opere, realizzate con mezzi e materiali generalmente inediti, sono esenti da influenze uscite dalla tradizione artistica ed impiegano modi di figurazione singolari".
 
Il museo losannese dedicato all'Art brut organizza una mostra itinerante, fino al 21 ottobre ad Ascona  ed a partire da fine gennaio ad Aargau.
 
Sono impressionato subito dalle opere di Berthe Urasco, paziente psichiatrica che mostra una fortissima personalità
 
Art brut
 
Forse uno psicoterapeuta potrebbe trovare una spiegazione alle toppe gigantesche delle porte di queste case inserite in ambienti simmetrici.
 
Già... le simmetrie... E' incredibile notare che in artisti situati fuori dall'Accademia sia così forte la volontà di costruire le proprie opere secondo schemi formali facilmente riconoscibili. Adolf Wölffli disegna delle specie di mandala, complicatissimi e ricchi
 
Art brut
 
E rigide simmetrie, costruite anche mediante metameri, le ritrovo ad ogni piè sospinto. Tutto sommato, anche l'atto di scattare un banalissimo selfie risponde ad una esigenza espressiva e - seppur inconsciamente - prima di scattare ho scelto cosa includere nella mia fotografia e come disporlo così da poter raccontare qualcosa. La simmetria e la scansione ritmica sono forse gli elementi formali più semplici ed immediati.
 
Ma osserviamo il gusto sicuro con cui Aloise Corbaz distribuisce i pieni ed i vuoti nei suoi dipinti

 

Un discorso a parte forse meriterebbe Diego, con i suoi grattacieli nuovayorchesi o soprattutto Angelo Meani, milanese, con dei mascheroni arcimboldeschi. Sono opere fatte con materiali disparati: piattini, tazzine da caffè e te, vasi di vetro. Perfino due scoiattolini azzurri che originariamente dovevano essere quegli imbarazzanti soprammobili di cattivo gusto regalati da un parente che viene regolarmente in visita a casa nostra dove si aspetta di vederli in bella mostra. Meani li trasfigura facendone i riccioli della capigliatura del suo mamuthones art brut.




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Castello san Materno di Ascona
16 luglio 2018
Subito all'entrata da Ascona - per chi viene da Locarno - a poca distanza dal cimitero - si trova il Castello san Materno.
 
Attualmente vi è ospitata una mostra dedicata a Max Liebermann, pittore impressionista tedesco che mi è particolarmente caro. Alcuni disegni, diverse tele che permettono di farsi un'idea del talento di questo artista: coriandoli colorati che visti dalla giusta distanza si trasformano negli avventori di un ristorante all'aperto - in riva al lago che giace in secondo piano, tra gli alberi, con due vele che lo solcano tranquille. Ed ancora è la sottile teoria dei passanti a permetterci di distinguere il passaggio tra la sabbia e il mare, con tenui sprazzi di colore bianco appoggiato alla tela, le onde quasi tridimensionali del piatto mare settentrionale.
 
E poi, il viale della passeggiata domenicale, con una folla non molto dissimile da quella che ho lasciato oggi sul lungo lago. E come è bello il gruppo di carrozzina, governante e bimba - quest'ultima in grembiule rosa e cappello di paglia che ci danno l'esatta temperatura di questa giornata di luglio.
 
materno
 
Se ero convinto che San Materno non avesse altro da offrirmi che questi pur bei Liebermann, al piano superiore i dipinti della fondazione Alten hanno superato le mie più rosee aspettative. E' difficile fare un elenco di tutti i dipinti che hanno attirato la mia attenzione, dai tronchi di betulla quasi astratti di Overbeck alla sensuale (e timida) modella di Rohlfs, ninfetta à la Nabokov
 
 
Meglio raffreddare i bollenti spiriti con qualche natura morta (qui sotto Jawlenski)
materno
 
o questo acquarello di Nolde
 
materno
 
Il sito del Castello San Materno è raggiungibile a questo link
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/7/2018 alle 6:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ariadne auf Naxos - Aix-en-Provence 2018
14 luglio 2018
Non necessariamente chi ben comincia è a metà dell'opera. Katie Mitchell parte con un Prologo perfetto e crolla già all'inizio dell'Opera.
 
Angela Brower è la compositrice: siamo infatti ai giorni nostri, in cui anche le donne possono essere creative. Certamente questo cambio di sesso pone alcuni problemi: la frase di Zerbinetta sul "bel moretto dagli occhi scuri come sei tu" si riferisce qui ad uno dei suoi compagni di troupe. E soprattutto il duetto d'amore tra Zerbinetta e il compositore si risolve in un dialogo tra colleghi al termine del quale, inconsciamente, la compositrice si avvicina alla soubrette per baciarla, salvo svegliarsi e interrompere l'atto quando Zerbinetta si tira indietro. Bellissimo.
 
Indimenticabili lo sculettante Freddy Mercury maestro di danza (Rupert Charlesworth) e il maestro di musica - qui un basso non ancora a fine carriera (Josef Wagner). Bella e giusta la recitazione del maggiordomo (Maik Solbach).
 
E' però su questo versante che vengono i guai dell'Opera. Infatti prima che inizi l'Ouverture ci sorbiamo un nuovo intervento affatto inutile del maggiordomo. Dato che però le disgrazie non vengono mai da sole ci sono i mecenati (marito e moglie, lui in abiti femminili e lei - ovviamente - maschili). Questi addirittura parlano durante l'opera nonchè sulla straordinaria apoteosi finale.
 
Se la Mitchell avesse consultato anche un bignamino dedicato a Hoffmansthal avrebbe appreso che nel passaggio dal Borghese Gentiluomo all'Ariadne definitiva è sparito il mecenate che organizza lo spettacolo.
 
E a ragione. E' un classico di Hoffmansthal che il personaggio che mette in moto la macchina teatrale rimanga assente dalla scena (Agamennone, Keikobad, Posidone nella Elena Egiziaca, ma addirittura la Marescialla - che sparisce dalla fine del primo atto fino all'ultima mezz'ora del Rosenkavalier).
 
E' dunque contrario alla poetica dell'autore mostrarci il più ricco uomo di Vienna (sdoppiato o meno poco conta). E ancora più assurdo farlo comparire da protagonista nella chiusa in cui il teatro scompare per la metamorfosi/apoteosi - altro carattere tipicamente hoffmansthaliano - della fine. Questa Mitchell dimostra di non aver capito niente non solo della Ariadne ma pure più in generale di Hoffmansthal. E a questo punto tutta la seconda parte di questa rappresentazione perde senso, nonostante molti spunti niente affatto disprezzabili.
 
Meritano di essere ricordati Eric Cutler che riconferma come Bacco di sapere il fatto suo e Marc Albrecht
 
Visibile su Arte.tv



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/7/2018 alle 16:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Eracle di Euripide a Siracusa con Emma Dante (2018)
13 luglio 2018
Potrei dire dell'Eracle euripideo quanto Striggio scrive di Orfeo "...vinse l'inferno e vinto poi fu dagli affetti suoi". Riconosco anche i vecchi tebani del coro, il cui stupore riecheggia le interviste in cui i vicini di casa spiegano al giornalista che il signor Eracle era una persona perbene, educata e tranquilla e la sua una famiglia modello che non faceva parlare di sè.
eracle
 
Euripide è però vieux jeu nella spiegazione che offre alla strage di moglie e figli da parte di Eracle. Bisogna compatirlo: alla sua epoca si pensava che gli Dei punissero il mortale che si fosse montata la testa per aver superato dodici fatiche e - da ultimo - ucciso pure il tiranno Lico. Erano tempi in cui si sarebbe giudicato imbecille il filosofo convinto che il mondo è retto da una "tecnica" che si auto-alimenta in un processo infinito.
 
Che Euripide avesse torto è mostrato da quanto la sua tragedia parli al pubblico di oggi, pure senza il mirabile allestimento di Emma Dante che Rai5 ha meritoriamente proposto ai suoi spettatori.
 
Una volta tanto la sedia a rotelle di prammatica per un regista moderno ha un senso e trasmette benissimo l'immagine della fragilità dell'anziano Anfitrione, obbligato dagli anni e dalla malattia ad essere semplice spettatore - e forse proprio per questo risparmiato dalla furia che invade la scena. Riuscita la scelta di affidare i ruoli di Eracle e Teseo a donne, alte e ben fatte, simili come fratelli (o sorelle? la finzione scenica obbliga a dimenticarmi che il ruolo è en travesti) e pure i figli di Eracle sono femmine. La Rabbia ha braccia metalliche, lunghe come il suo corpo. Tutt'attorno ai personaggi principali un corteo di musici e ballerini che evocano atmosfere di festa paesana niente affatto fuori luogo: la musica aveva un ruolo importante in queste rappresentazioni che erano il fulcro dell'auto-celebrazione di Atene.
 
Un bellissimo spettacolo, di grande impatto.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/7/2018 alle 6:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sparate sul Franco Cacciatore! Vienna (2018)
9 luglio 2018
Che le cose non sarebbero andate bene lo ho capito dal tempo alquanto posato con cui Netopil ha preso le sincopi che introducono Samiel nell'ouverture. E anche la ripresa più lenta del valzer a metà dell'atto ha un senso musicale ma stona nel contesto della festa paesana in cui ci troviamo. Disumano Alan Held, Caspar, che nello "Schweig', schweig..." fa delle colorature abborracciate che si concludono malamente. Nel coro di apertura del celeberrimo finale secondo si sente cantare "Uhù" anzichè "Uhu-ì". Capisco: c'è un accento sulla seconda "u" e la povera "i" è una notina che deve competere con il crescendo in forte dell'orchestra. Però non capisco come mai Netopil non riesca a risolvere questo passaggio in modo corretto come ho sentito fare - anche senza scomodare Kleiber - dai suoi colleghi. Mi piacerebbe poi sapere se Netopil si rende conto che certe frasettine non sono meramente esornative ma descrivono il vento, lo stormire delle foglie, la paura che coglie i personaggi alle prese con il soprannaturale che piomba improvviso sulle loro tranquille esistenze. A giudicare da quello che ho sentito direi di no. Insomma, mi sono passabilmente annoiato sulla parte musicale.
 
E quella visiva?

Christian Räth ha tirato Carl Maria von Weber fuori dal cilindro delle idées reçues registiche. Max è Weber, alle prese con la mancanza di ispirazione. Kilian gli mostra gli errori che ci sono nella partitura e Samiel procura pentagrammi bianchi su fogli neri. Nel Wolfsschlucht, Weber/Max scrive freneticamente (Bouvard e Pécuchet registi d'opera!) le pagine della sua partitura. Incendio del pianoforte (la regia fa l'effetto di un centinaio di perette di glicerina, ma la scena con le fiamme è bella a vedersi).

 
netopil
L'antenato il cui ritratto cade nel secondo atto è sempre Weber e l'eremita sbuca da un lampadario da teatro.
 
Non ho voglia di continuare: è un bruttissimo spettacolo con una regia e una direzione musicale che non stanno in piedi.



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Sono tornato: il Duce piomba nel XXI secolo
7 luglio 2018
Dal cespuglio di un giardino pubblico romano sbuca, in uniforme e fez, il Duce, Benito Mussolini. Ha ancora ai piedi la corda con cui è stato legato per venire appeso a piazzale Loreto. Ma si disfa in fretta di tutto questo. Esattamente come, una volta resosi conto di essere nel 2018, studia gli ultimi settant'anni e passa di storia patria per potersi integrare nella nostra epoca.
duce
 
Non fatica per niente: noi italiani siamo - parola sua - analfabeti oggi come allora. Il regista accosta i volti di vari politici, pure ancora in servizio attivo, a quello del Duce; conduce il nostro in viaggio per la penisola a raccogliere lamentele e proposte. Gli unici che sembrano freddi sono paradossalmente i neo-fascisti. Ma quando approda in televisione ("Ottimo strumento di propaganda", "Ma qui ci sono solo cuochi?") Mussolini spopola. Straniante l'inizio del talk-show in cui Benito rimane a lungo in silenzio: la nostra epoca disabituata al silenzio è esterrefatta all'idea di osservare per molto tempo una persona del tutto muta - che per altro, se guardiamo attentamente i filmati Luce, sapeva usare molto bene anche le pause per comunicare con la folla.
 
L'audience del talk-show comico e satirico non differisce dalla folla oceanica di piazza Venezia. E ovviamente crea altri imbarazzanti parallelismi tra comicità e politica
 
Mi aspettavo che prima o poi il Duce sarebbe ritornato da dove è venuto. Invece il film ce lo mostra passare trionfale per le strade di Roma, salutato romanamente ed osannato.
 
Una finzione?
 
Alcuni anni fa alla fortezza di Salisburgo gli attori in pausa di un film ambientato negli anni '30 allontanavano infastiditi ed imbarazzati i turisti che volevano una foto con il soldato nazista. Ignoranza? Indifferenza morale? Stupidità? Delusione per una democrazia che non riesce più a soddisfare i nostri desideri - giusti o sbagliati che siano?
 
Questo "Sono tornato" è un film che mi ha lasciato la bocca amara. Profetica la scena in cui la vecchia con l'Alzheimer riconosce il Duce e - da sopravvissuta alle persecuzioni razziali - gli vomita in faccia tutto il suo disprezzo e odio. Ma noi capiamo quello che è stato il fascismo? Tutto quello che è successo nel Ventennio? Stiamo con la vecchia o con gli ilari compatrioti a braccio alzato?
 
Non è possibile che sia un film, per quanto ben realizzato, a farci fare i conti con il passato - e con questo presente. Però può metterci di fronte a uno specchio. E non è colpa sua se ci propone un'immagine niente affatto lusinghiera.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/7/2018 alle 5:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Hoffmansthal - Andrea o i ricongiunti
4 luglio 2018
Andrea è un giovane viennese di buona famiglia che scende a Venezia per il suo Grand Tour in Italia. Non è ancora giunto in Veneto che perde la sua verginità rimanendo vittima di un lestofante che lo deruba di metà dei soldi in suo possesso. E' un luogo comune che l'eroe subisca subito all'inizio della storia una disavventura di questo tipo: che il vasto selvaggio mondo esterno sia pieno di insidie è il primo insegnamento di qualsiasi romanzo di formazione. E poi Andrea è anche vergine fisicamente, dato che non è mai stato con alcuna donna. Si innamora di Romana, la figlia dei Finazzer che lo ospitano dopo la sua disavventura.
 
Non potremo seguire più di tanto le avventure di Andrea a Venezia: il romanzo non è mai stato completato e ci dobbiamo accontentare di appunti che lasciano immaginare le parti che sono rimaste nella penna di Hoffmansthal. C'è il Cavaliere di Malta - destinato a morire suicida - che potrebbe essere il Ludovico Settembrini di Andrea, ci sono due donne antitetiche, Maria e Mariquita, che si contendono il giovane. Una donna sola rimane la stella polare di Andrea: Romana che alla fine dovrebbe sposare l'eroe.
 
Dico dovrebbe perchè mi rendo conto che stiamo parlando di supposizioni a partire di progetti che possono cambiare: talvolta i nostri viaggi cambiano - magari per il meglio - meta e presentano inaspettate svolte strada facendo.
 
La parte compiuta del romanzo è molto bella, con un linguaggio luminoso e pastellato, che mi fa pensare quasi alle visioni montane di Giono nell'Ussaro sul tetto. C'è una piacevole fusione del protagonista con la natura, compagna fedele da cui ci si lascia condurre come il mugnaio dal ruscello nella Schöne Müllerin.
 
E sono anche belli gli scorci di Venezia, dei suoi abitanti a metà cammino tra Goldoni, Casanova e Valzacchi.
 
Anche se è solo un torso, "Andrea" offre molte pagine che lasciano il segno.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/7/2018 alle 8:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Aramburu - Patria
1 luglio 2018
Certamente è lo stesso Aramburu lo scrittore che ai parenti delle vittime di ETA spiega come sia complicato scrivere un romanzo sul terrorismo. Bisogna evitare il sentimentalismo e i luoghi comuni. Bisogna - aggiungo io - mettere in conto il fastidio con cui le anime belle appena rientrate da una manifestazione a favore di qualche popolo oppresso accoglieranno un libro in cui gli eroici combattenti sono presentati come un'associazione a delinquere, una macchina di morte ben oliata, che controlla il territorio con metodi mafiosi.
 
Al centro della storia di Aramburu c'è l'uccisione di un imprenditore incapace di pagare l'esosa tassa rivoluzionaria (si fa prima a chiamarla "pizzo") imposta dall'ETA.
 
Attorno vittime, carnefici, persone comuni le cui vite sono sconvolte dal destino e dagli ingranaggi di una guerra di liberazione più grande di loro. Molti vili che esprimono un timido dissenso a bassa voce, solo dopo essersi sincerati che nessuno li senta. Tutti pronti a fare il deserto attorno alla vittima designata e a riscoprire la loro "dignità" quando il terrorismo ammaina la bandiera.
 
Aramburu non rispetta la cronologia degli avvenimenti: salta da un luogo e un tempo all'altro come se seguisse i capricci della sua memoria. Talvolta ritorna sui suoi passi per raccontare lo stesso avvenimento da un'altra angolazione. Improvvisamente si passa alla prima persona. Sempre si ha una scrittura tagliente che vuole coinvolgere senza commuovere.
 
Solo nel finale i fatti scorrono ordinati, come ci si aspetta da una narrazione "normale". A quel punto però i nostri corpi sono feriti e bastonati come quelli dei personaggi di Aramburu.
 
"Patria" è un bellissimo libro, sia dal punto di vista formale che da quello stlistico. In più mette in discussione le certezze degli "osservatori esterni" sulla divisione di bene e male tra minoranze etniche e poteri centrali.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/7/2018 alle 6:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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