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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Ad Anversa un buon Parsifal con una grande Kundry (2018)
26 giugno 2018
Bella l'idea scenica di un semplice semicerchio bianco i cui cambi di colore sottolineano le atmosfere entro cui passa la narrazione di Parsifal. Accetto che si mimi l'antefatto della storia durante il preludio, e sono pure molto suggestivi i rivoli di sangue che scendono dalla parete dopo il bacio tra Kundry e Amfortas. Mi infastidiscono però i topoi delle regie impegnate: i tablet con cui si fotografano le succitate strisce di sangue o con cui si fa qualche selfie; l'immancabile suicidio da taglio delle vene (Kundry tra l'altro lo commette ben due volte); un personaggio (stavolta Gurnemanz) in sedia a rotelle. Non tutto è da buttare: impressionante il bambino-cigno ucciso da Parsifal con una secchiata di vernice rossa; Amfortas si rivolge direttamente a Parsifal nel monologo del primo atto e cerca di obbligare i cavalieri ad abbandonare le pose che assumono durante la prima ostensione del Graal, come se avesse perso la fede. Però abbiamo anche stupidaggini come le nonne-fiore che ricompaiano nel Karfreitagszauber, o Kundry che rifiuta il battesimo. 
 
Tanja Ariane Baumgartner mostra subito alle prime note di essere una Kundry di ottimo livello: voce pastosa, omogenea su tutta l'estensione, grande facilità nell'adattarsi a una parte complessa che richiede una vasta gradazione di espressioni, dal sarcasmo malvagio alla viperina seduttività della femme fatale fine ottocento (esisterebbe Salome senza Kundry?).
 
Ottima la sua scena con Erin Caves, un Parsifal affatto convincente. Meno felice Kay Stiefermann che sceglie una lettura ironica e sardonica di Klingsor però manca dell'artigliata che aggiunge la malvagità necessaria a completare il personaggio. Ho insomma l'impressione che il suo Klingsor succube di Kundry, che addirittura pare supplicarla, sia più imposto dai limiti vocali che frutto di una scelta interpretativa. Non male Christoph Pohl (Amfortas), interessante Stefan Kocan, gran bel Gurnemanz.
 
Avrei amato maggior grinta dal direttore d'orchestra, Cornelius Meister, che forse con dei tempi un po' più stretti sarebbe riuscito a dare maggiore direzionalità al racconto (il finale dell'opera secondo me si sfaldava ed anche nel preludio... se non aumentiamo l'enfasi ad ogni riesposizione dei temi ci addormentiamo già nei primi minuti dell'opera o - quanto meno - ci domandiamo perchè mai Wagner continui a ripetere la stessa solfa. Penso che tempi più stretti e maggior cura dinamica avrebbero aiutato i cantanti - impossibilitati a scendere sotto il mezzoforte - ed avrebbero impresso un diverso impeto narrativo all'opera.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/6/2018 alle 12:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Bernard Shaw - Il wagneriano perfetto
16 giugno 2018
Introducendo la seconda edizione di questo libretto Shaw vuol farci credere che non si immaginava che esso avrebbe avuto così tanto successo da venir ristampato. Ed alla quarta edizione egli si premura di spiegarci che Wagner è ancora attuale nel XX secolo e che, in fondo, il Wagneriano perfetto può essere utile anche dopo la grande guerra.
 
Noi che parliamo ancora del Ring del centenario come se fosse un allestimento di bruciante attualità - fingo per amore di anagrafe di non sapere quanti anni sono passati da allora! - sappiamo che Shaw ha ancora molto da dirci. Magari solo per notare come a Glyndebourne sia stata poi realizzata una Bayreuth britannica che bagna il naso alla sua consorella bavarese.
 
Posso anche sorridere delle pagine dedicate ai leit-motiv (sono ancora da venire le colonne sonore di Korngold!). Shaw però centra sempre l'obiettivo. Egli osserva il carattere grand-opéra del Crepuscolo degli dei - strano lavoro che nasce come un novello Lohengrin e cambia prospettiva, ma non forma, quando si trova piazzato al termine di un gigantesco componimento epico; il fallimento del personaggio di Sigfrido, incapace da solo di compiere il gesto redentore; l'importanza dell'elemento femminile - tema qui giusto accennato, tanto per consentire a Nattiez di pubblicare uno dei più interessanti saggi sul tema che io possa immaginare.
 
Di Shaw mi piace lo stile, intriso di ironia e bruciante (anche quando mi fa capire che, a differenza di me, non riesce ad ammirare la mucca al pascolo di Vaughan Williams).
 
Più di tutto però apprezzo il metodo. Shaw non si interessa ad arcobaleni e tempeste - sono cose che nota chiunque e su cui dunque non val la pena soffermarsi - ma del senso complessivo della narrazione operistica di Wagner e del perchè essa parli immediatamente al pubblico. Anche a quello del XXI secolo... che trova ancora di che godere in questo libretto.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/6/2018 alle 16:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un giro per Sassari
15 giugno 2018
Il centro storico di Sassari è fatto di stradine strette, alte, in pendenza, pavimentate con lastre alternativamente bianche e nere. Ci vuole un occhio allenato per distinguere qualche finestra o cornicione gotico: in genere gli edifici non sono tenuti molto bene.
 
Il fulcro del mio percorso è rappresentato dalle piazze contigue del Duomo e di Santa Caterina.
 
La facciata del duomo è un pezzo di Spagna piombato in Sardegna, con la sua profusione di statue ed ornamenti che rimanda alle più sfrenate fantasie barocche. Lo spoglio candore dell'immenso interno crea un forte contrasto ma alcuni retablos in legno mi riportano idealmente in terra iberica.
 
Su Santa Caterina si apre il palazzo del Duca, ora sede del Comune. C'è una sola guida che - priva del dono dell'ubiquitá - non può condurci al Palazzo di Città e si "limita" dunque a cantine e piano nobile (la sala da ballo, oggi destinata alle sedute del consiglio comunale, ha una grande compostezza e sobrietà).
 
Al di fuori di questo piccolo nucleo centrale, verso nord, la fontana del Rosello offre una allegoria barocca di mesi e stagioni che un tempo serviva prosaicamente alle lavandaie ed all'approvvigionamento idrico. Oggi la fontana si trova in basso rispetto al piano stradale e per raggiungerla bisogna fare una discesa importante e piena di erba alta. Forse il simbolo della città meriterebbe un po' più di attenzione. Non si paga biglietto per veder la fontana ma, per ragioni che mi sfuggono, si provvede a chiuderla con un cancello per evitare che qualche malcapitato voglia avvicinarsi nell'ora del mezzogiorno.
 
Percorro i bei vialoni ottocenteschi che conducono al museo Sanna. Incontornabile per chi è interessato all'archeologia e vuole prepararsi alla visita del Monte d'Accoddi, altare di epoca preistorica la cui forma ricorda vagamente uno ziggurat e che è preceduto da un dolmen e un menhir. Imperdibile scorcio sulla sciatteria italica: in biglietteria ci si stupisce che il turista non abbia percorso in macchina la strada pedonale che unisce il posteggio al complesso archeologico.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/6/2018 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Porto Cervo
12 giugno 2018
Porto Cervo è uno di quei luoghi in cui le categorie di "falso" e "vero" vanno in corto circuito. Si tratta infatti di una gigantesca scenografia fasulla appiccicata ad un teatro naturale immensamente bello. Eppure nonostante questa falsità Porto Cervo è l'immagine del villaggio marinaro mediterraneo che ognuno di noi reca nel cuore. Portici, rotonde, loggiati, tegole variopinte, verzura, scalinate, ponticelli e giardini, porticciolo ameno e scogliera... ogni particolare è al suo posto, come non sarebbe mai in un villaggio reale.  E dunque proprio l'artificiositá di questa costruzione le garantisce una verità che la connette subito al cuore dei visitatori.
 
Proprio questo rifarsi a una idea platonica di borgo marinaro mi impedisce di sapere dove sono. Come i negozi di griffes, identici a qualsiasi latitudine, anche Porto Cervo può collocarsi indifferentemente in tantissimi paesi.
 
É qualcosa che mi colpisce particolarmente nella chiesetta eclettica Stella Maris, che domina il centro. Un edificio di un accecante biancore, con una cupoletta azzurra che fa tanto Grecia e la presenza di angoli sempre smussati che invece rimandano al modernismo catalano. Bello, ma stilisticamente eccentrico. Ripenso con nostalgia al ruvido romanico di san Simplicio ad Olbia, con i rozzi volti che adornano i capitelli delle colonne e mi sembra di tenere in mano dei blue jeans di sartoria sfilacciati artificialmente.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 12/6/2018 alle 16:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'angolo del mondo di Mylene Fernandez Pintado
9 giugno 2018
Una professoressa universitaria accetta a malincuore di scrivere la presentazione del libro di un esordiente. Molto presto nasce però tra i due una storia d'amore tanto intensa quanto breve: il giovane scrittore infatti parte per Madrid senza che la professoressa trovi il coraggio di lasciare Cuba.
 
E' questo elemento a distinguere il romanzo di Mylene Fernandez Pintado da una versione caraibica de "L'amante" di Marguerite Duras - per altro citata alla fine del libro. Il vero fulcro della storia è il rapporto dei cubani con l'estero.
 
Per uno dei personaggi della Pintado basta lavorare all'ufficio emigrazione per soddisfare la sete di viaggi in un paese dove l'espatrio è reso difficile sia dalla dittatura che dalla mancanza di denaro. La faccenda però appare subito molto più complessa: ognuno conosce persone che hanno fatto il viaggio al di là dal mare, spesso di sola andata, talvolta con un ritorno in patria pieno di disillusione sia verso un primo mondo che non ha mantenuto le promesse di un allettante di benessere ma anche nei confronti dell'Avana che appare cambiata rispetto all'immagine che se ne portava nel ricordo.
 
Mi chiedo se anche Mylene Fernandez Pintado cada nel medesimo miraggio degli altri esuli di cui parla e se la Cuba che lei descrive sia davvero tanto affascinante come ce la dipinge. In fondo non mi importa se un a luogo letterario corrisponda realmente una entità reale: la vera arte in quanto trasfigurazione di ciò che conosciamo non può che trasportarci in un immaginario bello e - va da sè - lontano.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/6/2018 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Spiritualità ed astrazione alla fondazione Riccardi (Rivanazzano)
5 giugno 2018
Bisogna imitare le persone brave ed intelligenti, mi dice Riccardi, il vulcanico responsabile della fondazione rivazzanese Artart. E l'idea di questa mostra gli è venuta pensando a un'esposizione basilese realizzata molti anni fa da Beyeler. Nelle stanze della sua villa di Rivanazzano Riccardi ha messo fianco a fianco opere contemporanee e lavori etnici provenienti da collezionisti di Lecco, Pavia e Milano.
 
Talvolta i riferimenti tra le opere esposte non sono immediatamente comprensibili, forse - come ammette lo stesso Riccardi - sono anche stiracchiati. In altri invece esistono delle corrispondenze impressionanti. Per esempio un uomo che con le mani nasconde il proprio volto per la vergogna/pentimento legato a un incesto compiuto si trova a fianco di un lavoro contemporaneo in cui due figure - che per altro rimandano al mondo delle stele di Lunigiana - sono in un identico atteggiamento. O anche due lavori realizzati con materiali simili
riccardi
 
riccardi
 
Dialoghi tra culture che - causa un mondo che sta rimpicciolendo - si trovano sempre più vicine e a contatto. E in un'epoca dove la paura per lo straniero è sempre più intensa mi interessa più notare che, al di là delle nostre storie ed esperienze, tutti noi bagniamo in un comune humus sentimentale, abbiamo la stessa necessità di esprimere sentimenti ed idee comuni alla nostra umanità. Ed in fondo noi occidentali non siamo molto diversi dagli umili artigiani africani. Le statue antropomorfe etiopi che debbono proteggere l'uomo addormentato hanno la stessa funzione rassicurante delle graziose e flessibili signorine raffigurate in una posa tranquilla da cui gli incubi notturni sono banditi.
 
Aperto fino al 17 giugno 2018.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/6/2018 alle 6:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Marco Malvaldi - Negli occhi di chi guarda
4 giugno 2018
Marco Malvaldi decide di lasciare in pensione i suoi pensionati del Bar Lume e di scrivere un giallo classico basato sullo schema Agatha Christie. Siamo in un luogo isolato, una stupenda tenuta maremmana, dove si consuma un delitto. Chiaramente il colpevole non può che essere uno degli ospiti del luogo. Ognuno ha dei buoni motivi per uccidere l'altro; la vicenda si snoda con il giusto equilibrio di colpi di scena, qualche sub-plot ben costruito in attesa del finale durante il quale le cellule grigie del buon detective - più o meno improvvisato - smaschereranno in una drammatica seduta a cui tutti sono presenti, il colpevole.
 
Sono meccanismi narrativi arcinoti che però, come osserviamo in questa nuova storia di Marco Malvaldi, funzionano sempre molto bene. E' una letteratura di intrattenimento, che non ha molte pretese, anche se il tutto è infarcito di riferimenti alla scienza - la chimica in particolar modo.
 
Malvaldi ha la stoffa necessaria per essere un buon divulgatore di una materia che amiamo entrambi - ho studiato chimica anche io. Mi auguro però che i lettori di questo libro evitino di fare esperimenti di piccolo chimico, se non con gli indicatori acido-base, certamente con il potassio metallico (o anche con il sodio, forse ancora più divertente).



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/6/2018 alle 7:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Passeggiata nel barocco pavese
3 giugno 2018
Dovetti passare il Brennero per accorgermi che a Pavia esistono palazzi di stile barocco che starebbero benissimo in Austria. Non ho mai capito com'è possibile che a nord delle Alpi gli intonaci abbiano sempre l'incarnato e la levigatezza di un bambino, mentre qui... Anche adesso il municipio (palazzo Mezzabarba) è coperto da una impalcatura, che per lo meno lascia intravedere la facciata dell'edificio. L'esterno della contigua chiesetta è però un disastro e temo che l'interno non debba essere meglio.
 
barocco
 
Dobbiamo ringraziare il cielo che la sala delle feste ospiti i consigli comunali: a questo modo abbiamo preservato l'ottima decorazione di Giovanni Angelo Borroni - su tutto i due dipinti di Diana - mentre hanno avuto una sorte meno felice gli affreschi di genere della vicina sala fiamminga. Sono opere scurite dal tempo, non sempre facili da decifrare, ma rimandano ad un mondo espressivo nordico che amo molto. Il loro colore rievoca quasi le decorazioni in cuoio che ricoprono le pareti della casa Rembrandt di Anversa.
 
Il cortile di palazzo Olevano apre il proprio colonnato in un ideale abbraccio verso la città. Basterebbero un poco di pulizia e cura perchè anche il passante disattento si accorga che questo angolo è meravigliosamente bello. Ma nessuno sembra curarsene. Capisco gli studenti delle magistrali che lo frequentano, sono anche idealmente vicino all'impiegato che ha messo sopra la propria scrivania il disegno di una signora che con il cartiglio "pensione" sta pedalando verso un burrone degno di Willy Coyote... però le belle arti dovrebbero intervenire a dare un aspetto dignitoso almeno all'esterno del luogo.
 
Come sempre sono i soffitti le parti che hanno sofferto meno. E' possibile però immaginare l'aspetto originale delle stanze del palazzo. La presidenza dell'istituto è alloggiata in quella che un tempo era l'alcova... di una feldmarescialla pavese? O di un barone Bove? Perchè gli Olevano, come tanti nobili goldoniani - e non solo - andarono incontro alla rovina finanziaria. Al piano superiore la convivenza di stupendi stucchi e mediocri storie di Tobia fanno pensare che a partire da un certo momento si sia deciso di andare al risparmio.
 
Ho una speciale predilezione per palazzo Vistarino, altra dimora nobiliare che ha conosciuto periodi bui (il parco antistante fu usato negli anni sessanta come dancing, io ricordo di avervi assistito alla penosa esibizione di due serbi che pretendevano di fare una rapida carrellata di canzoni d'amore da Dowland a Claudio Baglioni - le zanzare erano la parte migliore dello spettacolo).
 
Oggi l'università ne ha ripristinato la bellezza. Non facile, perchè è andato quasi tutto perso e si deve rifare in stile - quando è possibile - la decorazione delle sale. Ma anche così sono in un ideale casa Faninal, ricca, colorata, ancora risonante dei passi della nobiltà locale.
 
sala marchesa
E' un bene che il Ghislieri abbia organizzato - nell'arco di un pomeriggio barocco - una visita guidata a beni che i pavesi dovrebbero avere particolarmente cari.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/6/2018 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un anno in giallo con Sellerio
1 giugno 2018

Vista la popolarità del genere giallo, Sellerio è sicura di piazzare un colpo vincente con questa antologia di dodici gialli brevi, uno per mese, affidati alle penne più celebri della propria scuderia.

Camilleri rispetta appieno le mie aspettative: cinquanta paginette di dialettismi siciliani su una trama che verrebbe rifiutata anche dalla Settimana Enigmistica. E neppure mi entusiasmo per l'agostana vicenda di un Erdogan sofferente di epilessia.

Molto meglio il biblioterapeuta di Stassi, come pure Savatteri, entrambi divertenti nel gusto della citazione e del gioco meta-romanzesco. Con questi autori siamo un po' spettatori un po' protagonisti di questa Italia contemporanea che cerca nei telegiornali e nel quotidiano la continuazione dei brividi provocati dalla letteratura gialla. Ugualmente piacevole il modo con cui Recami (ottobre) ammicca al proprio collega Piazzese cui Sellerio ha affidato il mese di novembre. Niente male anche il "Divo di Ballarò" che nel mese di luglio mostra di nuovo il corto circuito tra il sognato mondo dei vip e la squallida realtà in cui si è costretti ad annaspare. In questo caso non è la vicenda poliziesca ad interessare ma l'analisi della società. Un poco lo stesso discorso che potrei fare per il racconto di Simonetta Agnello-Hornby, cui forse sta un po' stretta la categoria giallo, e che presenta un rapido sguardo nella realtà della periferia londinese.

Per essere un'operazione di marketing il libro è molto piacevole e merita la lettura.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/6/2018 alle 6:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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