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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Chioggia la piccola Venezia della laguna veneta
27 maggio 2018
Ho trovato una piccola Venezia a Bamberg, in Germania. Ovviamente non poteva mancarne una in Francia - certamente migliore dell'originale - nell'alsaziana Colmar...
Noi ne abbiamo una a Chioggia, a poco meno di un'ora da quella grande, sul limitare della laguna. Ha la stessa conformazione su isole collegate da ponti e separate da canali il cui odore mi fa venire in mente il povero Aschenbach.
 
Purtroppo non c'è gran cura nel conservare il paese: troppi intonaci scrostati, pitture smangiate dalla salsedine e dalle intemperie; sciatterie che stonano in un piccolo centro abitato che pure avrebbe molti begli angoli pittoreschi. Non posso fare a meno di pensare a come si è trasformata nel tempo Capodistria, altra cittadina con lo stesso tipo di architettura ma, evidentemente, una diversa consapevolezzab del valore del proprio patrimonio artistico.
 
E che siamo disattenti lo vedo nel museo diocesano, dove le Nozze di Figaro e i REM sono la giusta colonna sonora per accompagnare due polittici di Paolo Veneziano. Valgono la pena di essere visti, specie una bellissima Madonna circondata da santi
chioggia
 
L'altro, con al centro un gruppo ligneo raffigurante san Martino, ha sofferto più il trascorrere del tempo ma non per questo è meno interessante.
 
Nel vicino Duomo ci è risparmiata la musica: nulla mi distrae dall'osservazione di un maestoso e complesso pulpito in marmo nonchè dell'altar maggiore con intarsi di marmi policromi che raccontano la vita della Madonna.
 
Se voglio il raccogliermi in preghiera la vicina chiesa di Pietro e Paolo è un piccolo riassunto di architettura veneta e poi - a dimostrazione che in Italia anche i sassi hanno valore artistico - la libreria Giunti è sita in un edificio bianco su cui troneggiano diversi bei gruppi scultorei.
 
chioggia



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/5/2018 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La marcia imperiale di Richard Wagner
22 maggio 2018
Ho sempre ascoltato con imbarazzo la Marcia Imperiale di Richard Wagner. Si tratta di un pezzo scritto in occasione della vittoria della della Germania contro i francesi nel 1870.
 
Era un periodo di grande fervore patriottico in casa Wagner - comprensibile, vista l'epoca. Bisogna però ricordare che i dubbi sulla stabilità mentale, nonchè politica, del re bavarese rendevano consigliabile la ricerca di un mecenate più affidabile di Ludwig. I diari mostrano non solo un'alacre diplomazia in marcia (è il caso di dirlo) per avere i favori di Bismarck e dell'Imperatore, ma anche la delusione per il fatto che le alte sfere non si siano affatto interessate all'impresa di Bayreuth.
 
Se lo sciovinismo del 1870 ha lasciato posto a frasi anti-prussiane che una mano pietosa ha cercato di cancellare dai diari di Cosima questa marcia imperiale ci è invece rimasta.
 
Ne avrei fatto volentieri a meno: si comincia con un tema pomposo, niente affatto malvagio, con un'andatura da danza del nonno che rimanda alla bonomia auto-compiaciuta dei maestri cantori. Ho in fretta l'impressione che le idee manchino e che il rapido trascolorare di questo tema nella citazione di "Ein Feste Burg" sia il modo con cui un compositore non ispirato cerca di uscire dalle secche di un brano che non si sa come portare a termine.
 
Eppure... Wagner teneva tantissimo a questa marcia. Non solo la fece eseguire nel concerto con cui si celebrava la posa della prima pietra del Festspielhaus, ma la considerava il modello da cui sarebbe partito per la serie di sinfonie "Schwankende Gestalten" con cui avrebbe occupato il tempo dopo la scrittura di Parsifal. In effetti è facile osservare che tutto il pezzo si sviluppa dal tema iniziale. Con grande mestiere, certamente. Secondo me però l'ispirazione è un'altra cosa.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/5/2018 alle 7:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Strauss suona la sinfonia K550 di Mozart
20 maggio 2018
I detrattori di Richard Strauss lo dipingono come un direttore che quando aveva fretta di andare a farsi una partitina a carte non esitava ad innestare la quarta.
 
Non lo direi dall'ascolto di questa sinfonia K550. L'Allegro assai conclusivo anzi mi sembra iniziare in modo relativamente tranquillo. Nel prosieguo del finale la scelta risulta indovinata, se non altro perchè un tempo più rapido avrebbe probabilmente ingarbugliato la resa sonora di una registrazione del 1928. Ed ovunque c'è il giusto dramma, la corretta individuazione degli snodi drammatici di questa sinfonia. E' notevole la cura con cui Strauss segue le indicazioni dinamiche e i contrasti che ne conseguono. Anche nel secondo movimento c'è un rallentando prima della ripresa che dovrebbe da solo smentire ogni vaneggiare sulla meccanicità della direzione di Strauss. Certo, nei filmati che possediamo il nostro non mostra una gestualità ed una mimica facciale che facciano impressione sul pubblico. Ma il direttore all'epoca si rivolgeva all'orchestra, non a chi lo avrebbe scrutato con curiosità sugli schermi televisivi.
 
Che Strauss sappia il fatto suo è evidente già dall'esposizione del primo tema del molto allegro in cui viene evitato il portamento conclusivo che all'epoca era molto di moda. Ma è anche notevole l'asciuttezza del suono, classicamente puro ed immacolato che mi spinge a chiedermi se Harnoncourt ha davvero inventato qualcosa.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/5/2018 alle 9:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
George Benjamin - Written on Skin
18 maggio 2018
La novella di Guglielmo di Rossiglione che offre in pasto alla moglie il cuore dell'uomo con cui la donna lo ha cornificato è la base da cui origina quest'opera di George Benjamin. Qui l'innamorato è un miniatore - da cui il titolo che parla di scrivere sulla pelle. La tresca nasce quando la donna sfida l'artista a dipingere una donna vera. La tensione erotica sale molto rapidamente, la musica del primo duetto amoroso è torridamente carezzante, si avvolge come una spira attorno ai protagonisti.
 
Non mi spaventa una serata di musica atonale. Ci sono abituato e ritengo anzi che il supporto di canto ed immagini renda ancora più facile comprendere il flusso narrativo. E' un lavoro fondato su una storia appassionante, tutto sommato semplice e prevedibile - quanti amori infelici costellano la storia del teatro in musica? E' semplice per chiunque comprendere la vicenda, entrare in sintonia con i personaggi e percepire come la musica racconti la loro evoluzione.
  
Al mio primo ascolto questo Written on Skin mi ha conquistato. E' bellissimo, elettrico, emozionante. Novanta minuti - più o meno come un Wozzeck - o come un film - da cui è bandita la noia. Bisognerebbe darlo alla Scala la sera di Sant'Ambrogio, anche regalando i biglietti. Forse si andrebbe in perdita dal punto di vista economico immediato ma si guadagnerebbe sul lungo termine un pubblico che non immagina quanto la musica di oggi sia vitale e che i compositori contemporanei non hanno alcun nesso con le  cefalee.
 
Il video è stato realizzato a Aix-en-Provence in occasione della prima esecuzione di quest'opera. Dirige lo stesso Benjamin, circondato un gruppo di solisti che è poco definire stellare. Purves, Hannigan e Mehta (Bejun) sono il trio di protagonisti. Non è una novità che cantino bene... però mi sento consolato all'idea che padroneggino con tanta sicurezza un testo nuovo e verosimilmente neanche tanto semplice.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/5/2018 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Arto Paasilinna - L'anno della lepre
15 maggio 2018
Il giornalista Vatanen - Paasilinna indica sempre l'esatta ragione sociale di ogni suo personaggio - ha raccattato una lepre ferita. Siamo sulla statale che collega Heinola a Helsinki; è - come nei "Piccoli suicidi tra amici" - la più corta notte dell'anno, San Giovanni, e il giornalista Vatanen decide di farla finita con la sua vita. Non suicidandosi, ma scappando nella foresta con la lepre. Così, in compagnia della sua lepre - come il pastore protestante con l'orso - il giornalista Vatanen si butta in un folle vagabondaggio, del tutto analogo a quello degli aspiranti suicidi.
 
Il girovagare da una meta all'altra è un elemento caratteristico dei personaggi di Paasilinna. E' l'aspirazione a cambiare esistenza: il giornalista Vatanen muore alla professione, alla moglie, a Helsinki e a tutto il sud "popoloso". Egli scappa da un circo folle in cui si cerca, con maldestra pedanteria, di ottenere una precisione elvetica che affoga - spesso letteralmente - nel caos.
 
Il libro è una successione di episodi che mostrano un teatro del mondo del tutto impazzito, in cui ogni cosa - anche la tragedia - assume contorni grotteschi e stralunati. E' uno stile che ho imparato a conoscere, che mi permette di immaginare facilmente l'ossatura della trama del prossimo libro di Paasilinna ma non la muscolatura delle vicende esilaranti in cui egli coinvolgerà i suoi personaggi.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/5/2018 alle 6:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Guareschi - Il mondo piccolo di Don Camillo
10 maggio 2018
Prima di narrare le avventure di Don Camillo, Peppone e il Crocifisso, Guareschi scrive una lunga introduzione in cui ci presenta quello che è - forse - il vero protagonista del suo libro: il territorio della Bassa, il pezzaccio di terra tra Appennino e Po.
guareschi
 
Lo fa con tre racconti che, essendo inventati, sono più reali di quelli veri. Vi si parla di un uomo che minaccia Dio per salvare il figliolo moribondo, di un cane che difende anche da morto la proprietà minacciata da quelli di città che pretendono di farvi passare la ferrovia e infine di un giovanotto che incontra tutte le sere, al solito posto, la sua bella... ridotta a un fantasma trasparente dopo che è morta nell'incendio della propria casa. Altro che Jane Eyre. Qui siamo in pieno realismo magico: Macondo inizia a Piacenza e i giganteschi - in tutti sensi - protagonisti delle storie di Guareschi non sono meno mitici e favolosi dei Buendìa.
 
Nel finale, in cui il bambinello rosa dipinto da Peppone trascende le epoche e continua ad essere ammirato anche in un ipotetico futuro atomico e ultra-moderno si chiude il senso dell'epopea del mondo piccolo di Guareschi. Pur essendo molto delimitato nello spazio (la bassa emiliana) e nel tempo (un anno solare tra il '47/48) si toccano tasti comuni a ognuno di noi, indipendentemente dalla sua posizione. E questo assicura che il sindaco rosso e il prete d'assalto sopravvivano alla scomparsa dei loro partiti.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/5/2018 alle 16:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'Orfeo di Monteverdi a Torino - 2018
6 maggio 2018

L'Orfeo nasce in una sala del Palazzo Ducale di Mantova per un pubblico selezionato di intenditori che colgono subito i riferimenti a Ovidio e Dante nonché i risvolti neoplatonici di questa vicenda. Il nuovo finale, che evita di mostrare un Orfeo squartato dalle baccanti, non solo risparmia alle signore uno spettacolo outré ma chiude con Apollo il cerchio aperto dalla Musica e mette al centro di tutta la vicenda la glorificazione dell'arte tramite Orfeo, figlio di un Dio e fratello ideale di Monteverdi e Striggio. Gli uomini passano, ma l'arte rimane e dona loro una vita più duratura ed importante. 

Orfeo è un lavoro delicato, che il regista Pizzech affronta con grande rispetto. Un sipario che riproduce un elaborato parquet e, sullo sfondo, un soffitto a cassettoni richiamano la cornice storica in cui nacque questo capolavoro monteverdiano. I personaggi sono facilmente riconoscibili e ben caratterizzati, con un preciso uso del colore che identifica le situazioni drammatiche in cui essi si muovono. L'allestimento mi è piaciuto proprio perchè lascia allo spettatore la possibilità di intuire - se ha i mezzi per farlo - tutti i collegamenti culturali che quattro secoli di Orfeo portano con sè.

L'orchestra ha un bel suono, ricco e corposo, per quanto si può capire da una registrazione, adeguato alle dimensioni di un teatro moderno. Antonio Florio preferisce staccare tempi lenti: non solo la toccata iniziale ma a anche il lasciate i monti ha un andamento languido e solenne. Non c'è frenesia nella festa pastorale che mantiene una compostezza cerimoniale appropriata - in fondo stiamo celebrando un matrimonio e ci scateneremo alla  moresca finale.

Anche i cantanti mi sono sembrati di un livello eccellente, privi di sbavature e corretti.

É un allestimento cui dovrebbero assistere i politicastri che vogliono distruggere quanto il Regio di Torino ha realizzato di bello negli ultimi anni.




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Il cigno spennato di Lohengrin alla Monnaie (2018)
3 maggio 2018
Dopo aver sentito la Pankratova nella parte di Ortrud mi viene spontaneo alzare un beethoveniano inno di ringraziamento alla Divinità perchè erano secoli che la spietata antagonista di Elsa non mi appariva in tutta la sua sulfurea bellezza. Ed anche Eric Cutler è un Lohengrin dalla voce brunita e buona che cresce bene durante tutta l'opera. Il suo duetto del terzo atto con Ingela Brimberg ha offerto un bel diversivo dagli sbianchettamenti del povero Vogt. Era cominciata male con un araldo (Werner van Mechelen) che il cavaliere del cigno non sarebbe riuscito a sentire neanche se fosse stato alle sue spalle ed invece, poco alla volta, mi sono lasciato prendere da questa lettura vigorosa, forse troppo rapida (una gara di centometristi durante la marcia nuziale) ma in complesso niente affatto male. 
 
Che invece mi pare mediocre è la regia di Py che ci immerge in una costruzione cilindrica diroccata che ruota su se stessa. Nel terzo atto i soliti busti ed oggetti non identificati (un veliero, un tempo greco) con cartelli scritti in gotico. Ovviamente non mi è piaciuto perchè mancava il busto di Wagner che qualunque regista moderno inserisce.
 
Così come non ho gradito il continuo girovagare di Gottfried che, pur essendo stato soffocato con un cuscino dalla perfida Ortrud, continua a presentarsi ad ogni momento. Lohengrin, in scena già da tempo, lo prende per i piedi per farlo piroettare in scena mentre del cigno si vedono solo delle piume svolazzanti. Nel finale viene consegnato, a mo' di pacco Amazon, il cadaverino del principe brabanzano.
 
In fondo mi dispiace che il ragazzino abbia incontrato una simile fine prematura: sarebbe stato molto meglio se al suo posto ci fosse stato Olivier Py. 
 
A partire dal giorno del compleanno di Wagner il video sarà disponibile in streaming sul sito della Monnaie



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/5/2018 alle 12:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Menusieri piemontesi in mostra alla Venaria Reale
2 maggio 2018
Non avevo mai trovato fino ad ora il termine menusieri, chiaramente mutuato dal francese menuisier. Non ricordo più dove avessi letto - forse da ragazzo nella Storia d'Italia di Montanelli - che i Savoia si sentissero più a loro agio con il francese che con l'italiano.
 
Mi accontento di notare che - menusieri o no - i regnanti piemontesi avevano a disposizione artigiani di prim'ordine. Alla reggia di Venaria si racconta la storia di quest'arte nel XVIII e XIX secolo, in un periodo cerniera tra la fine dell'ancien régime e la nascita della produzione industriale di mobili.
 
Trovare raccolte in poco spazio le opere di Prinotto, Piffetti, Bonzanigo e Moncalvo permette di comprendere quanto fosse raffinata la corte sabauda e come si evolvesse il gusto artistico.
 
Si vedono linee curve, conchiglie e decorazioni che sembrano anticipare il gusto liberty. Questo tavolo ha una bella decorazione astratta che starebbe benissimo in un appartamento modern styleminusieri
 
Ma il dolce viene in fondo, quando ci viene offerto un teatro sacro costituito da uno stupendo coro.
minusieri
Se ci si avvicina è facile notare che molte tarsie sono andate perdute e che bisogna completare diverse immagini con la fantasia. Se penso però all'odissea di quest'opera mi dico fortunato che essa sia ritornata in patria e che possa coronare degnamente una mostra che offre dei bellissimi spunti per chi voglia conoscere meglio il mondo della corte piemontese e dell'artigianato che si muoveva attorno ad essa.
 
La mostra è visitabile fino al 15 luglio 2018 alla Reggia di Venaria Reale (TO).
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/5/2018 alle 12:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un Falstaff verdiano del 1956
1 maggio 2018
Il ruzzolone di Fenton sulle scale mentre cerca di raggiungere Nannetta nel primo atto mi fa pensare a uno spettacolo ripreso dal vivo. Credo che nel 1956 fosse la regola. Non so però se l'orchestra fosse fisicamente presente in studio o se i cantanti mimassero il canto su una base pre-registrata, secondo una tecnica che sarebbe stata corrente negli anni successivi.
 
Di certo questo documento è interessante sotto molti punti di vista.
 
Innanzitutto ci offre uno sguardo sui primordi della televisione, con poche telecamere che non potevano dunque offrire i rapidi cambi di inquadratura cui siamo abituati oggi. Ogni tanto qualche inserto, il cielo stellato prima del canto della Regina delle Fate, il cesto di Falstaff - molto simile a una scatola di cerini - che viene buttato giù dalla finestra, o Miss Quickly ripresa di spalle mentre va verso l'Osteria della Giarrettiera. Sono dettagli da cui si capisce che il regista era già cosciente che il mezzo televisivo aveva un proprio linguaggio espressivo destinato a staccarsi da quello teatrale.
 
Abbiamo però anche un viaggio nel tempo che ci permette di conoscere un allestimento di 60 anni fa, con un neogotico elisabettiano che farebbe venire l'orticaria ai registi rampanti di oggi. La gestualità però è spesso identica a quella che troviamo ancora adesso nei nostri teatri, a conferma che certi valori sono incrollabili e che non si può andare più di tanto contro le indicazioni della vicenda che si deve narrare.
 
E poi c'è una buona orchestra diretta dal grande Tullio Serafin, una tradizione niente affatto sciatta, con un tempo nervoso e scattante che innesta nel canto il ritmo e la velocità del parlato corrente. Pur con i limiti di una registrazione che spesso è confusa, e che annaspa con un nastro irrimediabilmente rovinato, è una grande lezione di stile di cui dovremmo tenere conto. E poi... Taddei, Moffo, Barbieri, Alva, Carteri. Anche senza fare il laudator temporis acti è un  bell'ascoltare.
 
Un video da conservare gelosamente.
 
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/5/2018 alle 14:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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