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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Markus Zusak - Storia di una la ladra di libri
26 aprile 2018
Liesel, la protagonista di questa storia, è ladra di cibo, in tempo di guerra il mangiare scarseggia, ma non certo di libri: i volumi di cui entra in possesso o le vengono regalati o li trova in giro. Per esempio, il suo primo libro - "Il manuale del necroforo" - lo trova in un cumulo di neve, durante il funerale del fratellino. Non lo può leggere, perchè analfabeta. Però, qualche capitolo più in là il padre adottivo le insegnerà a leggere e a scrivere, usando per la bisogna proprio questo capolavoro della letteratura mondiale. Neppure Coelho riuscirebbe a raggiungere una simile concentrazione di scempiaggini.
 
L'amore per la parola scritta cui allude furbescamente il titolo non è - se non nelle ultime pagine - il tema principale di questa "Ladra di libri". Semmai ci troviamo di fronte a un romanzetto scritto in stile infantile e mediocre, infarcito di sentimentalismi e luoghi comuni riguardanti la seconda guerra mondiale.
 
Potrebbe essere interessante l'idea della morte come io narrante, però non riesco a definire se durante la lettura di questo libro sia stata maggiore la noia rispetto al fastidio di essere stato buggerato da un titolo marchettaro, senza il quale non avrei mai preso in considerazione questa storiellina.
 
Un libro inutile che mi farà stare accuratamente alla larga da Markus Zusak.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/4/2018 alle 12:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un Savoia a Genova: Carlo Alberto
21 aprile 2018
Deve essere stato un brutto rospo da ingoiare per "La Superba" trovarsi inserita nel regno dei Savoia.
 
Carlo Alberto di Savoia non era però un sovrano come gli altri. La mostra che gli viene dedicata nel palazzo reale di Genova lo mostra a figura intera con la "Lanterna" sullo sfondo. Il giovane Savoia capisce le aspettative dei propri concittadini. Egli ha accettato di concedere uno Statuto, che lo zio cancella, ma che lui ripropone tal quale non appena ascende al trono.
 
Carlo Alberto è una strana figura: nonostante le sue simpatie liberali combatte contro gli insorti di Cadice e dà prova di eroismo al Trocadero. Suo sarà lo sfortunato tentativo della prima guerra di indipendenza. Dopo la sconfitta di Novara va in Portogallo per un esilio di breve durata: morrà dopo un solo anno. In mostra l'arrivo del feretro a Genova e il passaggio da San Lorenzo, di nuovo a suggellare il legame tra Carlo Alberto e la città ligure.
 
La mostra appena aperta a palazzo reale traccia la vita del sovrano sabaudo, il suo idealismo, la sua capacità di farsi accettare dagli orgogliosi genovesi.
 
Istruttivo poi salire al secondo piano, con gli sfarzosi appartamenti reali, in cui si passa dai pavimenti mosaicati tipicamente liguri al parquet, con soffitti che potrebbero benissimo far pensare al palazzo Lascaris di Nizza ma che più spesso riflettono il gusto ottocentesco. Gusto presente d'altro canto nella profusione di sfingi ed aquile, nelle elaborate sculture dorate che coprono vasi giapponesi che non avrebbero bisogno di niente più per essere belli.
 
E poi mi piace sempre osservare il modo con cui questi sovrani - che siano Savoia o Asburgo, cambia poco - riproducono il gusto della ricca borghesia del loro tempo in questa Hofburg affacciata sul Mediterraneo.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/4/2018 alle 12:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Valchiria con Petrenko a Monaco di Baviera(2018)
20 aprile 2018
Il sipario del terzo atto si alza su un gruppo di ragazze in sottoveste e stivali: battono rumorosamente i piedi per terra, scuotendo le teste e rantolando come Serena e Venus Williams. Al termine di questa esibizione il pubblico applaude, non so se per sollievo o perchè gli è davvero piaciuta. Noto solo che il battimani copre l'inizio della musica. Poco male: mi sembra che Petrenko ci offra una versione per banda paesana, tutta in forte e senza i climax giusti. Ma forse sono solo infastidito dalla danza tribal-tennistica e dalla cacofonia creata dallo schioccare delle redini delle Valchirie.
 
Infatti in tutte le altre parti dell'opera Petrenko sa il fatto suo, seguendo con estrema puntigliosità tutte le indicazioni agogiche e dinamiche di Wagner. Posso anche desiderare che su "Nicht send ich dich mehr aus Walhall" Wotan canti un po' meno mosso, per sottolineare l'inizio di una di quelle micro-arie che Wagner infila un po' ovunque (avremo poco più in là anche la belliniana "War es so schmälich"). Però quello che piace soggettivamente non è supportato dall'indicazione di partitura, che rimane allo Schnell di "Du verstößest mich". E quindi Petrenko ha sempre ragione in tutta questa Valchiria.
 
Aggiungo che orchestra e cantanti sono notevolissimi (non mi curo delle inevitabili scorie che possono capitare in una ripresa dal vivo) ed il gioco è fatto. Ci si dimentica di quell'imbecille regista che mostra Siegmund alle prese con i parenti di Hunding quando anche un bambino delle elementari capisce che la musica descrive una tempesta o che ci mostra il solito preside del liceo Walhalla intento a bersi il solito whisky che verrà come al solito polverizzato con un colpo di lancia.
 
Del resto, in fin dei conti, Siegmund e Brunnhilde continuano a levare al cielo spada e lancia come fanno da più di un secolo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/4/2018 alle 7:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I castelli della "piccola Loira" in Lomellina
15 aprile 2018
Mio padre, che aveva tra i propri pazienti i proprietari del castello di Scaldasole, mi aveva detto che dentro l'edificio c'era una collezione di vetri antichi. Io mi immaginavo vetri simili a quelli che trovavo in riva al mare, tutti ben incolonnati in lunghe vetrine che percorrevano il cammino di guardia.
 
La realtà è ovviamente molto diversa: sono due vetrinette confortabilmente poste in una stanza dall'arredamento semplice, niente affatto romantico. Vi si trovano ampolle e fialette di epoca romana, con lucerne, statuine, specchi e varie suppellettili, alcune longobarde. In un angolo c'è anche un sarcofago romano.
 
Sono entrato nel castello di Scaldasole grazie ai buoni uffici dell' ecomuseo del paesaggio della Lomellina che per una giornata offre un tour tra i castelli di Scaldasole, Sartirana e Frascarolo.
 
Lomellina
 
Scaldasole è una costruzione severa, con ponte levatoio, fossato, torrione quadrangolare, che racchiude un'azienda agricola fiorente. I membri della numerosa famiglia dei proprietari hanno riadattato ad appartamenti ex-scuderie e stalle; l'abitazione principale - settecentesca - divide il cortile d'ingresso da una corte più piccola e raccolta, con un porticato e ornamenti che rimandano al rinascimento. Un coacervo di stili nella sala delle feste, con un pavimento a mosaico abbastanza comune in questa parte d'Italia, un soffitto ottocentesco e una piccola cappella con bei resti di affreschi. Il grosso pregio di questo castello è di aver subito relativamente poche trasformazioni nel tempo, se non altro perchè è sempre stato abitato dai suoi proprietari.
 
E' del tutto un museo il castello di Sartirana, riconoscibile da lontano per la sua torre cilindrica.
Lomellina
 
Attualmente la proprietà è di una fondazione che vi ha installato un museo dedicato alla moda ed al design, ma ci sono anche alcune opere di autori contemporanei (Fausto Melotti) che meritano grandissima attenzione. Per lo meno, gli abiti di Grace Kelly, Audrey Hepburn o Sophia Loren, mi incuriosiscono sì... ma solo fino ad un certo punto.
 
Interessante anche l'edificio della Pila, a fianco del castello: nella parte in cui un tempo si raffinava il riso oggi si trovano alcuni strumenti che rimandano alla coltivazione risicola locale e diverse produzioni di Ken Scott.
 
La conclusione della giornata in Lomellina viene data dal castello di Frascarolo, un edificio antico rimodernato però nel 1880 secondo il gusto dell'epoca.
 
Lomellina
Ci siamo limitati all'esterno, assai pittoresco e circondato da un piccolo giardino. La vera sorpresa però è il museo agricolo antistante: un tuffo nel mio passato, tra macchinari agricoli ed oggetti che avevano segnato la mia infanzia, come un proiettore cinematografico ad arco come si usava un tempo, quando i film erano su pellicole che arrivavano in cinque, sei bobine da montare assieme...



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/4/2018 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Poulenc e Cocteau - La voix humaine - Bologna 2017
10 aprile 2018

Una donna al telefono con il proprio ex. I due mentono vicendevolmente: lei vuol fargli credere di essere appena rientrata da una serata trascorsa, per elaborare il lutto, con l'amica Marthe, lui pretende di essere in casa. Viene però subito sgamato: all'epoca in cui esistevano le centraliniste e i telefoni fissi non erano usati solo per importunare il prossimo con la pubblicità, basta chiamare a casa dell'ex-compagno per scoprire l'inganno.

Il progresso tecnologico non ha però fatto perdere l'inesorabilitá legata alla fine della conversazione, brusca, dolorosa e definitiva con quel "Ti amo" che echeggia nel vuoto disperato.

Il testo di Cocteau contiene tutto, non ha bisogno di alcuna aggiunta, specie quando è cantato bene da Anna Caterina Antonacci. Non trovo necessari i figuranti (lei, lui e l'altra) immaginati da Emma Dante, né il trasferimento da un appartamento alla stanza d'ospedale con tanto di infermieri, flebo e medico. Ma un regista à la page deve pur far sapere di esistere, fosse anche con delle cartelle cliniche appese ai piedi del letto come nelle barzellette di un tempo. E poi perchè ad uno dei letti di ospedale debba essere affisso il profilo di Cocteau è un altro di quei misteri buffi di questo allestimento pretenzioso.

Meno male che la parte musicale è davvero molto eccellente.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/4/2018 alle 7:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il 1883 nel diario di Cosima Wagner
8 aprile 2018
Ha del Gustav Aschenbach il vecchio Wagner, seduto con aria tra il divertito e il frastornato al tavolino di un caffè mentre attorno a lui impazzano le ultime sere del carnevale veneziano. Sulle sue labbra l'accenno di una canzoncina, "Arlecchino, devi morire" - più simile al "Du lieber Augustin" che all'Adagetto di Mahler. Osserva i passanti mentre beve champagne o birra. L'alcool è veleno per lui e questi sgarri dietetici hanno per conseguenza dei dolori lancinanti. Ma lui fa di testa propria, tanto... Arlecchino, devi morire.
 
... il barbiere dice che il mio italiano sta facendo passi da gigante. Anche stamattina gli ho fatto una battuta di spirito nella sua lingua. Piova fruttuosa. Sempre meglio del francese che proprio non sopporto. Meno male che Franz se n'è andato. Il nostro palazzo è troppo piccolo per ospitare anche lui. Non c'è spazio. Non c'è neanche la mia biblioteca. Quella sì che mi manca. Franz no. Quel continuo cicì e ciciò con Cosima mi infastidisce... cosa abbiano sempre da dirsi... e poi mi batte sempre a whist. Grand'uomo, chi dice di no? E' l'unico che sappia suonare la 106. Ma le porcherie che sta scrivendo adesso... Non mi piacciono. E gliel'ho anche detto in faccia. Cosima si arrabbia, dice che ci resta male. Ma io son fatto così, non ce la faccio a tacere quello che penso. Cosima si crede la virtù in persona, sempre lì a cercare di rimediare alla mia mancanza di diplomazia. E crede che non mi accorga che mi tiene nascosto tutto quello che può disturbarmi? Neanche fossi un bambino...
 
... che poi, mica lo capisce che mi resta poco... sì, i massaggi di questo dottore nuovo mi fanno stare meglio, ma ci vuole altro... alla minima fatica mi brucia e mi stringe qui il petto... mi tocca fermarmi ed aspettare che passi...
 
... Adesso vediamo cosa esce con il saggio sull'eterno femminino. Sarà l'ultimo. Al massimo scrivo qualcosa sulla musica religiosa italiana. Bello l'articolo di Cos sui Bayreuther Blatter. Solo una donna poteva mettere le cose tanto bene. Non so cosa sarebbe stato di me senza di lei. Dovevamo metterci assieme un quindici anni prima... ormai... è andata così. Inutile pensarci. Del resto, ho passato la giovinezza in un ambiente mediocre... poi ho trovato solo gente che mi ha deluso e tradito. No, meno male che ci sono Cosima e i bambini. Non riesco ad immaginare cosa sarei senza... il Re? Penoso, a fare il Re Sole alla Residenza. Perchè Rotschild non potrebbe darmi un milione?
 
... Bella l'idea di ieri. Mica sono Schumann o Brahms che fanno musica senza avere idee! Non ha senso scrivere sinfonie beethoveniane, in più movimenti con i temi contrapposti. Meglio un filo che si dipana, come nella Marcia Imperiale. Basta con il teatro. Meno male che Neumann non dà l'Anello qui a Venezia. Bayreuth... tempo di merda, un postaccio che non mi ha dato niente. Nessun senso dell'ideale, pensano solo ai soldi che ci possono guadagnare. Ci diamo una decina di rappresentazioni di Parsifal questa estate. Sarebbe bello rappresentare tutte le mie altre opere, cominciando da Tannhauser. Magari se ne occuperà Fidi. E' in gamba quel ragazzino. Forse un po' troppo tenero. Chi è meglio come precettore? Glasenapp... Stein? Boh... Arlecchino devi morire!"



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/4/2018 alle 16:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La chiesa di san Pietro a Spoleto
2 aprile 2018
Percorrendo la Flaminia, proprio sullo svincolo che conduce al posteggio della Spoletosfera, in posizione opposta alla città si vede la chiesa di San Pietro. Indietro rispetto alla strada, preceduta da una notevole scalinata, ha un interno insignificante - neoclassico intonacato di bianco, con qualche resto di affresco.

L'esterno però richiede una sosta attenta. Il rosone é solo un tondo vuoto, ma la cornice a mosaici e i ruvidi rilievi con i simboli degli evangelisti sono quanto di meglio il medioevo sappia dare.

Ci sono molti altri rilievi sulla facciata, decorazioni, un ingenuo san Michele che infilza il drago come se fosse un tacchino. Ma trovo anche delle storie interessanti. Ad esempio il racconto della morte di un peccatore, il cui cuore viene pesato sulla bilancia. Un bel disegno, nitido. Una narrazione distesa che mi ricorda un'analogo ciclo di sculture su un portale del Languedoc.

Ancora mi ha interessato la lotta tra l'uomo e un leone, con la vittoria della fiera che vedo così raffigurata come nella Tarasque del museo lapidario di Avignone, nonché in altre chiese dell'Italia centrale.

Pietro





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/4/2018 alle 13:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
A Perugia con Manu
1 aprile 2018
Manu è l'abbreviazione di "Museo Archeologico Nazionale Umbro". Occupa i due chiostri del complesso di San Domenico e racconta il passato umbro dalla preistoria fino ai primi secoli dell'era cristiana.
 
All'interno del Manu si trovano anche lasciti sorprendenti, come una collezione di amuleti: ferri di cavallo, coralli, corna e corni, medaglie votive ed oggetti vari - anche strampalati come una stella marina napoletana destinata ad aiutare le partorienti. É facile sorridere di queste superstizioni quando ci si crede sicuri di esercitare, grazie alla medicina di oggi, il controllo sulle nostre esistenze.
 
Il centro attorno cui gravita il Manu è però la collezione etrusca. Prima ancora di entrare nel nucleo centrale del museo si può scendere alla ricostruzione della tomba Cai Cutu
 
Manu
 
É un insieme funerario trovato intatto. La penombra e la visione dall'alto del complesso creano un'atmosfera di estatica emozione.
 
Le urne sono sormontate dalle immagini dei defunti, sulla facciata la riproduzione di teste di Medusa o di episodi mitologici, sacrificio di Ifigenia, Ulisse e Scilla (o Penelope), scene di addio, viaggi agli inferi... Ben poco che ci lasci immaginare la vita quotidiana degli etruschi. Il Manu conserva la più lunga iscrizione etrusca che ci sia pervenuta ma non è da questa relazione commerciale che potremo ricavare chi sa quali informazioni.
 
Bellissimi i bronzi di San Mariano, decorazioni frammentarie di carri che lasciano intravedere una civiltá molto raffinata.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/4/2018 alle 13:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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