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SottotettiGiuseppe
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Il 1876 nel diario di Cosima Wagner
28 febbraio 2018
L'enormità della impresa compiuta da Wagner in questo 1876 con il suo primo festival si misura dal fatto che ancora oggi allestire la Tetralogia rappresenta uno sforzo importante anche per teatri di prima grandezza.
 
Si fatica a selezionare i cantanti (un'Odissea la ricerca di una Sieglinde che all'atto pratico si rivela mediocre) e far imparare loro le parti. E districarsi tra contratti, onorari, ferie necessarie per esibirsi a Bayreuth dove - tra l'altro - mancano gli alberghi. Wagner si lamenta che i suoi concittadini vedono solo il lato economico della faccenda, trascurando quello ideale ed artistico. Ma va avanti, nonostante piova nel teatro, la buca d'orchestra sia troppo piccola, la macchina del fumo non funzioni come si deve, i fondali non siano dipinti bene e i costumi siano insopportabili (sembrano capi indiani, osserva stizzita Cosima).
 
Al termine della terza serie di rappresentazioni, nonostante un deficit stellare, i coniugi Wagner intraprendono il primo di un'interessantissima serie di viaggi italiani.
 
E' curioso poter seguire Cosima, niente affatto sprovveduta ed assai curiosa in fatto di arti figurative, per le strade di Verona, Venezia e Bologna. Ma ancora più interessante è l'impressione suscitata da Napoli. I suoi colori, il chiasso, la gente, il suo carattere popolare e indifferente al fatto di cronaca nera. Si ammirano i ragazzini che si tuffano in mare per ripescare le monete lanciate dai turisti, si percorrono le strade a dorso di mulo e ci si ferma a vedere le ragazze danzare la tarantella. Meno appassionante Roma, grande città con molte opere d'arte ma meno vita. E sono d'accordo con Richard che storcendo il naso di fronte al palazzo cesariano (San Pietro) pensa al buon Martin Lutero.
 
Le grane economiche rimangono sullo sfondo, in questa dorata parentesi prima del rientro a Bayreuth con i problemi del profondo rosso del primo festival.
 
 




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Korngold - Die Tote Stadt - Holten Helsinki (2010)
26 febbraio 2018
Paul ha trasformato il proprio appartamento in un mausoleo dedicato al ricordo della moglie morta: il pavimento è cosparso di reliquiari, sugli scaffali delle pareti laterali ci sono fotografie della defunta. A differenza di quanto previsto dal libretto, Holten ci propone non un ritratto ma la morta in carne ed ossa, che esce da sotto la coperta del letto posto in mezzo alla stanza. E' il solo Paul a vederla e ad interagire con lei. Durante la parte finale della lunga fase onirica la sua immagine appare sbiadita, come in una fotografia ingiallita. E' un espediente che ci prepara al complesso finale: all'abbandono da parte di Paul dei luoghi in cui egli ha conosciuto sì la felicità ma anche il dolore di una perdita.
 
Irreparabile? Il regista potrebbe dare la risposta che non troviamo nel libretto. Holten preferisce tacere e lasciare aperto il finale. Con questa provvidenziale reticenza egli salva uno spettacolo bellissimo in cui non ha sbagliato alcuna mossa. I colleghi di Marietta sbucano dal letto, che usano come se fosse una barca a remi; la processione mostra figure che sbucano da finestre simili a quelle dei calendari dell'avvento, aperte sulle case di una Bruges rosso sangue che occupa lo sfondo di una scena interamente scura.
 

Paul, un ruolo in cui predomina l'elemento lirico, tormentato e difficile, che si macera nel proprio dolore intimo e rifiuta il mondo esterno sembra pensato apposta per Klaus Florian Vogt, che conferma per l'ennesima volta di dover scegliere attentamente quali personaggi mettere in repertorio. Al suo fianco Camilla Nylund è credibile e spumeggiante, una donna piena di vita e allegra il cui arrivo deve scuotere il mondo interiore di Paul.

Ottimi gli altri cantanti e del tutto notevole la direzione d'orchestra assicurata da Mikko Franck.

 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/2/2018 alle 10:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il 1875 nel diario di Cosima Wagner
24 febbraio 2018
A fine 1875, Wagner fa grosso modo un mese e mezzo di permanenza a Vienna per dirigere Tannhauser e Lohengrin. Se la vita mondana non impedisse a Cosima di lasciarci più di qualche annotazione telegrafica avremmo un documento di eccezionale interesse.
 
Anche così però non mancano notizie succose. I coniugi Wagner ascoltano il Requiem di Verdi - di cui è meglio non parlare - la Carmen di Bizet - che invece interessa talmente tanto che tornano due volte in teatro per assistervi (esattamente come farà il Nietzsche anti-parsifaliano). Incontrano poi Brahms, in presenza del quale sentono il quartetto con pianoforte, che non suscita quei grandi entusiasmi nella nostra coppia.
 
Se Scarlatti eseguito a Wahnfried nei giorni di Natale non procura grande piacere, l'Ode a Santa Cecilia di Handel udita a Vienna è una notevolissima sorpresa - non solo per il bravo soprano, da invitare subito a Bayreuth - ma proprio per la fattura della musica.
 
Abbiamo un riflesso delle polemiche da cui Wagner si fa accompagnare, dell'astio dei giornali e del successo delle rappresentazioni, con musicisti e maestranze entusiaste dell'esperienza artistica cui sono chiamati a collaborare. E pensare che in fondo stiamo parlando di opere vecchie, lontane stilisticamente da quanto il nostro sta producendo, e che a Bayreuth farebbero tutt'altra impressione.
 
Tra le righe di questi frettolosi resoconti vediamo nascere l'idea dei festival come luogo per "rappresentazioni esemplari". E poi abbiamo un riflesso degli interessi artistici se non di Richard, impegnato con prove e diatribe organizzative, di Cosima che si reca all'Albertina a rimirarsi i disegni dei grandi artisti del passato.
 
E' vero che io ho sempre trattato Cosima come una madame Verdurin, però - tra tutte le sue eccentricità ridicole - come la signora dalla fronte bombata per colpa dei troppi Wagner e Beethoven anche la figlia di Liszt era colta e capiva benissimo l'arte. Su quella figurativa in particolare sembra anche molto più ferrata del coniuge



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Futurismo alla Fondazione Prada (Mi)
19 febbraio 2018
Alcune opere in mostra alla Fondazione Prada le ho già viste, pure di recente, in altre occasioni, nell'anonimato di un museo o nel rigoroso ordine cronologico di qualche retrospettiva.
 
Alla Fondazione Prada il contesto è del tutto diverso: si vuole portare la nostra attenzione sui rapporti che intercorrono tra futurismo e dittatura fascista.
 
Un tema vasto e spinoso. Nella stessa epoca nazisti e sovietici fanno cadere la mannaia sul modernismo, degenerato o formalista. Il fascismo invece si appropria di temi e modi espressivi del futurismo e li incanala nella propria narrazione propagandistica.
 
Per esempio il Guerra-Festa di De Pero riassume alla perfezione l'idea di una guerra rigeneratrice
Prada
 
Il ferito sulla sinistra ci lascia indifferenti come Willy Coyote spiaccicato in fondo al canyon ed il cannone sputa strisce colorate che quasi anticipano il sottomarino giallo dei Beatles. E' la rivoluzione di un mondo rurale che si apre alla modernità, all'ebbrezza di industria, elettricità, forza motrice e velocità.
 
Le case a squadrate, gli ambienti neoclassici, oltre a rimandare a uno Zeitgeist che vuole rigenerare razionalmente il mondo, si ritrovano nella monumentalità fascista
Risultati immagini per monumento ai caduti como
a cui abbiamo fatto il callo, tanto è diffusa ancora oggi.
 
Ed è impressionante la ricostruzione dell'ambiente della mostra della rivoluzione fascista, in cui è ancora più chiara la contiguità tra futurismo e mondo fascista.
 
L'espressione artistica non è neutra, si incanala nel quotidiano. Anche quando prospetta la rottura di un ordine costituito  con suoni, rumori e parole in libertà, essa può diventare il veicolo con cui la propaganda di un regime dittatoriale diffonde le proprie parole d'ordine.
 
Per questo ritengo istruttiva ed importante la mostra offertaci dalla fondazione Prada fino al 25 giugno.



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Ziad Doueiri - L'insulto (Libano 2017)
17 febbraio 2018
In Medio Oriente dare del cane a una persona costituisce un grave insulto. Se poi è il palestinese Yasser ad offendere un cristiano-libanese le cose possono sfuggire facilmente di mano. Toni, il cristiano, ha dei tratti da carattero-patico border... pretende le scuse del palestinese. Questi le presenta, ma non nel modo dovuto. Allora è Toni ad affermare che Sharon avrebbe fatto meglio a sterminare i palestinesi. Con un pugno allo stomaco partono anche due costole di Toni cui viene un pneumotorace. Sono così a rischio di vita Toni, sua moglie e la figlioletta che nasce prematura... Dato che la corte d'Assise proscioglie il palestinese si va in appello, dove si scontrano avvocati di prima grandezza dietro ai quali si intravedono questioni politiche e sociali irrisolte. Scontri in piazza tra le fazioni in cui è divisa la società libanese, perfino il presidente della repubblica convoca i due supplicandoli di riconciliarsi. La soluzione è affidata a un dibattimento da cui salta fuori che entrambe le parti hanno ugualmente sofferto per un passato di soprusi. Toni e Yasser sono entrambi vittime di giochi superiori a loro.
 
Il passato non si può modificare, bisogna trovare la forza di accettarlo e di voltare pagina. Questo il messaggio espresso da Insulto. Un film che può essere apprezzato anche da chi - come me - conosce pochissimo della realtà libanese. E una parabola universalmente valida: la pellicola mostra che basta davvero poco perchè due nemici acerrimi trovino un modus vivendi, che il più delle volte le divisioni sono nella nostra immaginazione e non corrispondono ad alcuna realtà esterna, anzi siamo tutti come i capponi che Renzo conduce dall'Azzeccagarbugli.
 
Ed in un'Italia dilaniata da una mediocre campagna elettorale ci viene spiattellata sul muso la terribile potenza delle parole - non solo l'insulto cane, ma tutto l'incitamento propagandistico contro l'altro.
 
Mi piace assistere a spettacoli che raccontano la vita di luoghi e persone lontani, ai margini della nostra percezione. Qui abbiamo un regista capace, con dei buoni attori. Ritmo vivace, narrazione coinvolgente, che commuove... ma anche la capacità di mostrare che queste vicende di un mondo periferico toccano da vicino anche la rassicurante - e fallace - tranquillità del viver nostro occidentale.



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Il 1874 nel diario di Cosima Wagner
16 febbraio 2018
Cosima si scusa con il figlio Siegfried, ormai il vero destinatario dei suoi quaderni, per il modo frammentario e lacunoso con cui relaziona il 1874. La poverina, dopo anche più settimane senza avere il tempo di prendere in mano il diario, deve ricostruire con la memoria gli eventi fondamentali da mettere sulla carta. Ha tutta la solidarietà di chiunque sia passato attraverso un trasloco.
 
E che trasloco è il suo: Wagner non avrebbe mai accettato, a differenza di Verdi, di vivere come un contadino in una cascina circondata dai campi che lui stesso amministra. Egli deve teatralizzare la propria esistenza. Ha bisogno di dare un nome fantasioso alla propria dimora, di munirla di motti che vengono fraintesi. Spende 400 talleri per il graffito che raffigura Wotan nei panni del Viandante. Di fronte al rendiconto finanziario che si è fatta preparare, Cosima sospira "avrei lasciato volentieri la facciata senza decorazione". Ma tutto è vano: il marito non intende ragioni e tutto sommato ha una tale sconfinata fiducia in se stesso da sognarsi ben accolto da Bismarck e Federico il Grande.
 
Ad essere onesti la maggior parte dei sogni riferiti da Cosima nel suo diario sono incubi. Alcuni legati alla mancanza di denaro, molti alla sua situazione sentimentale. Spessissimo Wagner si ritrova di fronte alla rediviva Minna cui fa da contraltare una Cosima che ha fatto le valigie.
 
E sono interessanti pure i sogni di contenuto artistico: gli orchestrali si rifiutano di obbedire; un Tristano nel cui secondo atto compare un grande balletto o in cui si interpolano arie e cabalette. E che dire di un Olandese Volante nel cui finale il protagonista si ritrova nella sala delle filatrici in compagnia di poliziotti?
 
Richard si sveglia sudato urlando "Cosa fanno con le mie cose?" ...e grazie a Dio non si trova nel XXI secolo.



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Marco Tutino - La ciociara
12 febbraio 2018
Fin dalle prime battute dell'opera mi sono dato dei pizzicotti per essere sicuro di non sognare: questa "Ciociara" è l'opera che avrebbe scritto Puccini se fosse ancora vivo. Il tenore si congeda con un'aria degna di Cavaradossi, con tanto di acuto strappa-applauso. E il finale è caratterizzato da una bella melodia, molto ampia, nella migliore tradizione operistica italiana. Ti si appiccica alla memoria, manderebbe in sollucchero Chopin - ma anche Wagner... non posso non pensare a quello che il tedesco diceva della tradizione popolare che continua nell'opera italiana. 
 
Tutino non sta facendo del colore locale - come potrebbe forse essere la citazione de "La strada nel bosco". Tutino assume orgogliosamente decenni di tradizione operistica, afferma felice che la tonalità è tutt'altro che morta e che anzi ad essere irrancidite sono le sorti magnifiche e progressive del serialismo. Egli vuole strappare a Sibelius la palma del "peggior compositore al mondo". Usa tutti gli strumenti orchestrali moderni, conosce a menadito anche Alban Berg - che sapore di Wozzeck nel valzer dell'ultima scena, straniato quanto basta per farci capire che la guerra non è ancora finita perchè non abbiamo fatto i conti con il passato ed abbiamo in mezzo a noi l'ex-fascista diventato partigiano. Tutino vuole scrivere un'opera tradizionale, nella forma e nei mezzi espressivi usati, un lavoro che si riannodi a un passato tutt'altro che morto. Si può scrivere ancora tanta buona musica in do maggiore. E una volta passato il mio stupore per questa musica così orgogliosamente passatista, mi accorgo di essere commosso.
 
La Ciociara di Tutino è un ritorno ai fondamentali. La regia è rigorosamente tradizionale, ricostruisce fedelmente gli anni dell'ultima guerra, ci propone filmati in bianco e nero. Bisogna andare al teatro d'opera per veder sparire le oscene colorizzazioni dei documenti storici del passato. 
 
Una restaurazione? Un compositore e un pubblico, che addirittura applaude a scena aperta, che osano dichiarare la fine di un'epoca di menzogne? Lo diranno i prossimi anni. Intanto mi auguro che questa Ciociara entri in repertorio.
 
Non le sarà facile. Dovrà superare il fuoco di fila dei nostalgici di Adorno. Ma dovrà tenere uno standard esecutivo altissimo. Gli artisti che hanno realizzato questo allestimento sono tutti molto bravi (la Antonacci è riuscita perfettamente nei panni che ha indossato la Loren!) e meritano tutta la nostra ammirazione.
 
Per il momento teniamoci stretto questo video.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 12/2/2018 alle 8:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Dino Risi - La stanza del vescovo
11 febbraio 2018
Il disdegno con cui accolgo la varietà di espressioni facciali di Ornella Muti è pari all'apprezzamento che ho per le sue doti fisiche. E dire che mentre si masturba davanti allo specchio la Muti sembra proprio una di quelle estatiche donne che Luini, ben conscio -  a detta di Piero Chiara - della sensualità delle proprie conterranee, aveva riprodotto sulla tela.
 
Ovviamente Risi chiede alla Muti solo di mostrare il proprio personale: la recitazione tocca ad altri, nella fattispecie a Ugo Tognazzi, del tutto a suo agio nel ruolo del viveur di provincia, volgare, sfacciato ma in fondo irresistibile, visto che batte regolarmente il ben più giovane e fisicamente dotato Marco Maffei. E' il solito personaggio di Tognazzi, sucida mescolanza di miseria e nobiltà, che torreggia su Maffei (un altro a cui si chiede solo di essere bello) e che diventa il sole attorno a cui ruotano tutti gli altri personaggi, anche quando sono interpretati da fuoriclasse come Piero Mazzarella.
 
E' bella l'atmosfera del lago, la capacità di creare un film che non sfigura di fronte a Piero Chiara.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/2/2018 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La mafia uccide solo d'estate
7 febbraio 2018
All'inizio del film l'indimenticabile brano di "Bontà loro" (un antesignano di "Porta a Porta") in cui Andreotti confida a Maurizio Costanzo e a qualche milione di italiani di aver fatto la dichiarazione d'amore alla futura moglie... in un cimitero. Come il presentatore televisivo Corrado, Andreotti con la sua serafica perfidia mista ad un mellifluo sarcasmo intriso di understatement trasteverino ha sedotto tanti adulti in età di voto. Perchè non avrebbe potuto innamorare anche un bambino? Mentre i coetanei del piccolo Arturo si interessano a calciatori e cowboy lui preferisce idolatrare il leader democristiano.
 
Difficile dire in cosa Arturo sia diverso dai genitori, incuranti della contraddizione che c'è tra dire che la mafia non esiste e rimorchiare la bella compagna di classe promettendole l'incontro con un mafioso. Come gli adulti, anche Arturo non mette in discussione il potere e si immagina che il giornalista sia semplicemente il portavoce di chi comanda. E dire ad Alberto Dalla Chiesa che si è sbagliato di regione perchè la delinquenza è altrove - in Campania o in Puglia - è ciò che fanno ancora oggi tanti italiani convinti che la casta sia altrove, che i privilegi insopportabili da tagliare siano quelli degli altri...
 
Per questo, pur avendo apprezzato questo film non condivido completamente il finale ottimista: a mio avviso la lotta alla mafia e la conversione alla legalità non si compiono davanti a lapidi e monumenti, ma nella fatica del quotidiano, nel decidere che vale la pena rinunciare per il bene comune ad un vantaggio momentaneo ed effimero.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/2/2018 alle 16:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Don Giovanni a Fontainebleau?Boh!
2 febbraio 2018
Questo Don Giovanni, firmato da Manon Savary (figlia d'arte) e Patrick Poivre D'Arvor (giornalista televisivo meglio noto come PPdA) ha girato per la Francia in spettacoli operistici all'aperto.
 
Non capisco perchè queste occasioni di "opera portata al popolo" diventino mediocri volgarizzazioni che offrono un pallidissimo simulacro del lavoro che presentano.
 
Il video mostra una scena su due piani: sotto la pedana superiore sta rannicchiata l'orchestra. Potrebbe essere un buon espediente - modello Festspielhaus - per amplificarne il suono. Temo però che il tutto sia stato guastato da ampio uso di microfoni ed altoparlanti: l'orchestra suona piatta, con poca dinamica, in modo sciatto ed impreciso. I tempi sono molto rapidi e talvolta anche inspiegabilmente ballerini (Non ti fidar o misera da mal di mare); non credo che il Don Ottavio di Sébastian Obrecht sopravviverebbe senza un microfono - un tempo un po' più lento lo avrebbe probabilmente lasciato senza fiato. Alcuni cantanti hanno anche belle voci (Albane Carrère e Sabine Revault d'Allonnes) ma appaiono lasciati a se stessi. Per esempio Matthieu Lécroart ha l'idea di fare una bella ornamentazione "improvvisata" su "maestosa" dell'aria del catalogo. Oh bella! Ma si è mai accorto dell'attenzione con cui Mozart dipinge musicalmente il testo? E' evidente che questo re sopra il rigo tenuto per più di due battute vuol dare l'idea di una femmina di immani proporzioni, esattamente come le notine di valore più basso su cui si canta "la piccina" sono la rappresentazione di una donnina minuta e magra. E allora dobbiamo cercarci un altro punto in cui improvvisare, pena la demolizione del lavoro di Mozart.
 
Sto cercando il pelo nell'uovo. Ci sono elefantiaci tagli ai recitativi, nonchè ai numeri. Evidentemente per PPdA e Manon il pubblico estivo non sopporta certe lunghezze mozartiane ed ha bisogno dell'aiutino di qualche sciagurato taglio (lo scempio ai danni del sestetto del secondo atto è un crimine contro Mozart).
 
Visto che si tratta di un video, che si ha pure il cattivo gusto di vendere in DVD ufficiale,
PPdA
dovrei pure dedicare qualche parola alla regia.
 
PPdA e Manon sono tradizionalisti e quindi sollevano in alto la spada come i Neuenfels innalzano i loro smart-phone. Donna Anna gironzola senza arte nè parte mentre da didascalie dovrebbe resistere al molestatore Don Giovanni. Un po' di figuranti-riempitivo (c'è perfino una processione di incappucciati dietro un crocifisso). Non si può dire che ci sia una frattura tra orchestra e scena: in entrambi i livelli regna la stessa approssimazione.
 
Forse è meglio che PPdA torni a fare TG e che Manon lasci stare i mani familiari.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/2/2018 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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