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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Britten da Sogno (di mezza estate) a Palermo
25 settembre 2017
Forse il Sogno di una notte di mezza estate è l'opera di Britten che io preferisco. Sono innamorato dell'alternanza di iridescenze magiche ed incantate (il mondo degli elfi, o l'incredibile apertura del terzo atto) e di grottesche parodie (tutta la musica dello scombiccherato Piramo e Tisbi di Bottom e soci).
 
E' dunque con ansia che mi sono accostato a questo recente video palermitano.
 
Abbiamo cominciato subito male con una pantomima ambientata nella valle dei templi, con guardie di sicurezza, selfies, anche un addetto con problemi minzionali che si sgrava dietro una colonna. Mi sfugge il senso di questa sceneggiata: le nozze di Teseo e Ippolita entrano in gioco solo molto più tardi nel testo di Britten. Nel resto dello spettacolo poi questa sezione non compare più e si dimentica in fretta.
 
Grazie al cielo. Perchè costumi, movimenti scenici e tutto l'impianto narrativo sono ottimi, divertenti, fantastici e fascinosi. E' vivissimo il senso del sovrannaturale, dello strano, di un mondo stregato ed allucinato. Alla fine del secondo atto l'immagine della luna di cui rimane solo una falce è un piccolo gioiello.
 
Meno felice lo spettacolino degli artigiani ateniesi, perchè a mio avviso si è calcata troppo la mano sul lato caricaturale della faccenda e non si percepisce la sincera emozione che questi mediocri ed improvvisati attori hanno suscitato nel loro pubblico. Il senso del teatro nel teatro sta proprio qui: il teatro, anche quando è in mano ad artisti maldestri, sa sempre commuovere chi vi assiste.
 
Buoni orchestra e cantanti. Forse il coro di voci bianche sarebbe potuto essere più leggero, ma è possibile che la presa sonora influisca negativamente sul mio giudizio.
 
Complessivamente questo "sogno" di Palermo merita di essere ascoltato e conservato in video.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/9/2017 alle 14:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La Lombardia alla conquista dei Longobardi
19 settembre 2017
La mostra che Pavia, già capitale del regno dei Longobardi, dedica ai propri ex-sovrani si apre con resti funerari: suppellettili, armi, gioielli, scheletri - sia umani che animali. Tutto quello che è solito trovare nelle esposizioni dedicate al mondo preistorico. Ed in effetti ci muoviamo in un contesto di analfabetismo che ci obbliga a fare congetture partendo dagli oggetti che ci sono rimasti.
 
Non ci vuole molto ad immaginare l'impatto che ha avuto su una civiltà raffinata, ancorchè decadente, come quella della Roma imperiale, l'incontro con questi combattenti, rozzi ma capaci. Ed è anche facile fare dei parallelismi con le migrazioni cui assistiamo oggi... In fondo, non c'è nulla di nuovo sotto il sole e il mondo continua proprio perchè il sangue si mescola.
 
Il mondo latino offre a queste persone una scrittura ed una lingua. Le iscrizioni, elaborate come stile letterario e grafia, mostrano che i nobili longobardi assorbono le caratteristiche degli autoctoni che - per quanto sconfitti - sono culturalmente superiori a loro. La conversione al Cristianesimo fa il resto ed accelera la fusione tra i popoli.
 
Se il nostro mondo ha dato a loro l'espressione letteraria e religiosa essi ci hanno regalato un immaginario visivo: chinandomi sui monili barbarici riconosco segni grafici ed immagini che sono passati tali e quali nelle nostre chiese: grifoni, bestie meravigliose, labirinti di linee rette e curve.
 
La mostra pavese sui Longobardi, destinata a trasferirsi prima a Napoli e poi a San Pietroburgo è una buona possibilità di valorizzare il territorio pavese e lombardo. Utile il legame con due sale dei negletti musei civici pavesi ed ottima la possibilità di visitare i luoghi cittadini in cui sono rimasti segni del passaggio di questo popolo. Il sito della mostra offre itinerari e schede utili a scoprire tanti gioielli che meritano una visita, in Pavia come nel resto della regione (si pensi soltanto allo stupendo complesso medievale di Lomello).
 
Una iniziativa interessante e più sensata della solita stucchevole esposizione di quadri "impressionisti".




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/9/2017 alle 20:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Italo Calvino - Le città invisibili
16 settembre 2017
Kublai Kan è curioso di conoscere le città che Marco Polo ha visitato. E il veneziano racconta nuove storie, parla di città dai nomi incredibili e dall'aspetto ancora più strano e originale.
 
Se Queneau racconta un episodio semplice e banale in stili e modi differenti, Calvino rimane fermo nello stile del racconto di viaggio per disegnare mondi diversi, immaginari e fantasiosi. Che però sono sempre agganciati a elementi che conosciamo e che rimandano alla nostra vita. Nelle sue città infatti si può sempre trovare qualcosa di già visto nella nostra esistenza.
 
Ogni tanto ci ritroviamo nella reggia di Kublai Kan. Sentiamo le obiezioni del sovrano, le sue richieste. Ci vengono riferite le risposte di Marco Polo. Sono dialoghi e osservazioni che spiegano il mo(n)do da cui originano tutte le città meravigliose di cui stiamo leggendo la storia. Questi momenti di meta-romanzo sono forse le parti più interessanti del libro, quelle che ci illuminano sui rapporti che si creano tra lettore e scrittore. E' qui che viene disvelato infatti il gioco del romanzo e della narrazione. Ed è per questo che più che al mondo del Milione mi viene spontaneo pensare alle Mille e una notte. Come Sheherazade, Calvino incatena a se Shahriyar e noi let




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/9/2017 alle 9:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Monteverdi - Il ritorno di Ulisse in patria - Champs Elysées
11 settembre 2017
In fondo alla scena si apre un secondo teatro che mostra l'interno di un pub tenuto da Giunone. Tra i clienti un ufficiale di marina (Nettuno) con un ragazzo dal capo coperto da una benda con una gran macchia rossa al centro (Polifemo, suppongo), un tizio dalla barba grigia con un vistoso sigaro (Giove) e una peripatetica leopardata (Minerva) che fa la spola nel mondo dei mortali da cui reca anche, per un breve lasso di tempo, il nostro Ulisse.
 
Che Polifemo se la cavi male con le freccette lo davo per scontato. Giove però non è da meglio con un tiro alla Frankestein Junior che manda la freccetta in mezzo ai Proci che stanno tramando la morte di Telemaco. Alla fine questi dei da operetta lasceranno vuoto il loro pub: la loro missione sgangherata di mettere i bastoni tra le ruote di Ulisse è finita.
 
La regia di Mariame Clement rientra nella media delle produzioni correnti. Non ho capito cosa volesse trasmettere, ammesso e non concesso che volesse trasmettere qualcosa, incerta fra trasgressione e continuità. Non guasta la comprensione della storia nè il suo fluire e questo è per me sufficiente.
 
Molto bella la parte musicale, con il trio Haim, Kozena e Villazon che non delude affatto le aspettative. Debbo dire però che in generale tutti i partecipanti allo spettacolo non hanno affatto demeritato. E' un bellissimo modo di ricordare il 450° anniversario di Monteverdi.
 
Il video è disponibile su Culturebox.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/9/2017 alle 11:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Seethaler - Il tabaccaio di Vienna
5 settembre 2017
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Franzl è un diciassettenne che ha lasciato il villaggio natale nel Salzkammergut per lavorare come aiutante in una tabaccheria. Apparentemente ci troviamo di fronte a tanti cliché: l'adolescente di provincia che matura a contatto con la capitale, la scoperta del sesso, l'amicizia con una persona importante e inaspettata (in questo caso Siegmund Freud).
 
Se Seethaler invece di essere un crucco fosse italiano gli ufficiali della Gestapo sarebbero presentati come bonaccioni simpatici...  Invece no. L'annessione dell'Austria all'impero germanico viene presentata con un tono trasognato, di chi non capisce pienamente cosa sta succedendo (il protagonista è troppo giovane per rendersi conto di ciò che bolle in pentola) ma non per questo meno tragico. Anzi, proprio perchè sappiamo a cosa il paese andrà incontro viviamo con angoscia le pagine di questo libro.
 
Ed anche l'epilogo della storia viene presentato sotto forma di un dialogo in negozio, come un cicaleccio di comari che facendo la spesa si raccontano le ultime novità del giorno, c'è perfino l'imitazione della parlata viennese che dà alle parole un colore incompatibile con la tragedia. Il titolo stesso "Der Trafikant" è austriaco: ancora oggi le tabaccherie sono indicate con il termine Trafik per cui il Trafikant è il tabaccaio o meglio - con termine dialettale - il tabacchino.
 
Ma la Storia può bussare alla porta di chiunque, anche di chi non è eroe, di chi non sa niente di politica e si interessa solo a spassarsela. Quindi anche per un tabacchino esiste un posto nelle grandi vicende del mondo.
 
Ho scoperto Seethaler per caso. Ha un ottimo stile, trova un bell'equilibrio tra ingenuità, divertimento e tono serio. Ci parla delle grandi questioni della storia senza assumere un tono professorale, con la semplicità del suo protagonista Franzl che con la sua aria giovanile viene sempre apostrofato come Burschi (ragazzino, il libro - come si vede - è pieno di espressioni austriache). Un bel libro, a suo tempo pubblicato in italiano ma attualmente non disponibile.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/9/2017 alle 14:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Alessandrini e Don Giovanni a Liegi (2016)
3 settembre 2017

Vediamo dall'alto una piscina in cui nuotano delle ragazze. Don Giovanni attende che Donna Anna resti sola per possederla. Colluttazione con il Commendatore che, stordito a colpi di mazza da golf, annega nella piscina da cui sorgerà nel finale. Come prevedibile, anche il "Don" finirá i suoi giorni a mollo nella piscina.In mezzo, l'immancabile ufficio di traders in cui si svolge gran parte di un'opera in cerca di musicisti.

Il problema di questo penoso video non è infatti costituito dalla prevedibile regia ma da una parte musicale mediocre.

Qui Alessandrini non mi convince. Evita che l'ouverture possa prendere il volo imponendo un suono smorzato, che non risuona. É tutto breve e senza fiato. Forse Wagner esagerava a dire che con questa pagina inizia il romanticismo, però Alessandrini mi sembra innamorato di un'idea che non fa decollare la musica.

E quando inizia il canto tutto peggiora ulteriormente. Mario Cassi non ha la voce per il ruolo del protagonista: un registro grave inesistente, linea di canto che ha una vaga somiglianza con quanto scritto da Mozart. Addirittura spesso viene sovrastato da Leporello (Laurent Kubla), cantante con una buona voce ma che dovrebbe affinare la propria interpretazione.

Anche le donne mi hanno lasciato insoddisfatto. Sembra che i mezzi vocali di Veronica Cangemi e Salome Jicia, sicuramente molto buoni, non siano adeguatamente sfruttati. Forse è colpa di Alessandrini, che sembra voler evitare qualsiasi accento che lasci pensare anche lontanamente al mondo romantico. Interessante la giovane - e un po' acerba - Zerlina di Celine Mellon.

Per poter risollevare il mio morale però debbo attendere Don Ottavio (Leonardo Cortellazzi) e il Commendatore di Luciano Montanaro. Quest'ultimo nella scena conclusiva ha mostrato che avrebbe saputo perfettamente fare le parti di Don Giovanni. 

Mi chiedo come si possa immortalare in video uno spettacolo così mediocre e tutto sommato insignificante.

Sono stati tagliati pesantemente i recitativi nonchè il "Pietà signori miei" e il "Ah, dove è il perfido". Meno male. Ci è stato risparmiato un poco del maltrattamento riservato a Mozart e alle nostre orecchie.

 





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/9/2017 alle 7:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wozzeck (e Marie) in Salisburgo 2017
1 settembre 2017
Alla fine dello spettacolo, quando si accendono le luci in sala, possiamo vedere la struttura di legno su cui si svolge questo Wozzeck.
 
L'allestimento è immerso in un buio impenetrabile, un fitto bianco/nero che avvolge i personaggi fino anche a farli scomparire del tutto. Gli sprazzi e le oasi di colore e luce rendono ancora più abbacinante la penombra in cui ci si muove. Anche i costumi hanno una tinta che ricorda i colori messi manualmente sulle vecchie foto in bianco e nero.
 
Ci si muove durante la grande guerra. Dietro Marie che legge il Vangelo dell'adultera c'è una cartina della zona di Ypres. Ovunque maschere a gas (una è il volto del pupazzo che rappresenta il figlio di Marie e Wozzeck), infermieri, stampelle e soldati. Un'aria di tragedia e povertà.
 
Wozzeck non rade il capitano ma proietta delle immagini. Il superiore ha da ridire sulla velocità con cui cambiano le proiezioni sullo schermo. I due agiscono indipendentemente l'uno dall'altro, come se vivessero in mondi indipendenti e staccati. Il capitano ha un elmo piumato da giannizzero di parata. Il dottore si fregia di uno stetoscopio paradossale. Dignitoso Wozzeck, Marie con un povero abito rosso e le calze che scendono ai polpacci. Però pulita a sufficienza per suonare sincera quando afferma che non le si possono mettere le mani addosso.
 
Quest'ultima è co-protagonista a pieno titolo dell'opera, davvero una donna che non ha nulla da invidiare alle grandi dame con i loro specchi dall'alto al basso. Ha due occhi azzurri luminosissimi che vedranno anche attraverso sette paia di pantaloni ma che parlano al pubblico di uno spirito indomito che sopravvive a Wozzeck. Già solo per questa lettura del personaggio di Marie questo spettacolo tormentato e psicologicamente violento va visto.
 
E poi c'è la musica, servita meravigliosamente bene da Juroski, con escursioni dinamiche da brivido e cantanti eccezionali. Goerne studia con pignoleria il senso di ogni parola. Disegna un Wozzeck intellettuale in cui si immedesima l'Alban Berg che trasfigura nella sua prima opera l'esperienza all'interno dell'Imperial-Regio esercito.
 
Asmik Grigorian (Marie) è impressionante anche dal punto vocale, con un giusto equilibrio tra canto e urlo. Gerhard Siegel e Jens Larsen sono una coppia grottescamente comica del tutto indimenticabile.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/9/2017 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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