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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Tiziano Terzani - Un indovino mi disse
29 ottobre 2017
Come molti di noi parlando di occulto Tiziano Terzani "Non ci crede, ma..."
 
Infatti, quando un mago cinese lo avverte che è molto pericoloso per lui volare nel 1993, Terzani preferisce non correre rischi e decide che per quell'anno si sposterà via terra o mare. Non è cosa facile per un giornalista occidentale in Asia, ma con grande pazienza Terzani riuscirà a mantenere fede al proprio progetto. Gli ostacoli sono fatti proprio per venire superati: l'obbligo di non volare costringerà lo scrittore a cercare modi alternativi di trovare storie da raccontare ai propri lettori e lo farà giungere alla conclusione che tutto cambia di prospettiva quando si ripristinano le frontiere terrestri, quando i paesi vengono visti dal basso senza passare dal mondo fittizio degli aeroporti.
 
C'è poi un altro aspetto che merita interesse. Ovunque si rechi, Terzani consulta maghi, indovini, chiromanti, chiaroveggenti. Ognuno ha un modo proprio di divinare e - spesso - delle profezie diverse da fornire. Una cosa sembra comune ai vari metodi predittivi scelti: ceneri, foglie di te, ossa, dadi, sassolini o mani sono dei supporti tramite i quali consultante e veggente entrano in comunicazione (telepatica?) tra di loro. Il giornalista è sicuro di essere lui a trasmettere in qualche modo le notizie che il mago gli sta dando. E verosimilmente è così, l'ho notato del resto anche io da umile cartomante della domenica.
 
E' una lettura niente affatto impegnativa che mette in discussione le nostre certezze sulla razionalità su cui pretendiamo di basare la nostra esistenza.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/10/2017 alle 8:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Più di una "Divina creatura" a Rancate
26 ottobre 2017
Secondo la signora Cottard la prima qualità che deve avere un ritratto costoso è la somiglianza. Si capisce però che il dipinto deve possedere anche altre caratteristiche, per esempio trasmettere un'immagine lusinghiera della persona raffigurata.
 
A fine XIX secolo, quando la donna era confinata in casa, una signora doveva venire mostrata nel proprio regno, in piedi, con il volto diretto agli occhi dello spettatore, come il Re Sole (non a caso la borghese Sommaruga ha la stessa posa di Elena di Savoia). E la sovrana del focolare domestico è circondata dai segni della propria ricchezza: bel mobilio, un pianoforte, arazzi. Fondamentali sono - è ovvio - gioielli e abiti.
 
La pinacoteca Zust di Rancate accosta ai dipinti gli abiti originali, ci mostra il rapporto tra la moda corrente e la pittura, che registra fedelmente l'evoluzione del gusto così come viene dettato dalla capitale parigina.
 
Non male come idea, visto che da Rancate si può vedere il grande complesso commerciale del Foxtown. Io però, che noto soltanto se una donna è vestita oppure no, sono interessato alla fattura dei dipinti, alla originalità di Tranquillo Cremona che presenta la sua committente leggermente piegata in un abito giallo che risalta sulla scura verzura circostante, al virtuosismo con cui Troubetzkoy riproduce i pizzi nella scultura "Dopo il ballo", alla piccola storia del costume che traspare da un pianoforte verticale sullo sfondo, una copia di un valzer di Strauss (Induno) e infine il primo piano di una signorina intenta ad accompagnare un'aria di Tosti (Anastasio).
 
Ci sono alcuni Boldini straordinari, una bella dama in una fantasia di grigi e poi ancora la signora Sommaruga resa con pennellate rapide, un braccio sulla sedia e l'altro lungo il corpo in languida asimmetria. E' l'immagine di una persona sicura di sè, spavalda, che sa di valere molto più di tanti uomini.
 
 
Anche il cassaratese Luigi Rossi ha qualcosa da dire. Nella collezione permanente c'è un suo "Kimono" che porta un po' di aria parigina nel Ticino e che mi rimanda a un doppio ritratto orientaleggiante sotto un luminoso ombrello rotondo.
 
E prima di uscire da questa fantastica mostra ammiro un'immaginaria Gilberte Swann  di Pietro Gerosa con pattini, stivaletti, cappellino e collo di pelliccia.




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Pelleas e Melisande Komische Oper 2017
24 ottobre 2017
Le quinte e il fondale del teatro sono interamente di color grigio a pois chiari, i personaggi entrano ed escono da pedane mobili, come se fossero le figure di un orologio meccanico.
 
Quando Golaud intravede la ragazzina che piange in riva all'acqua ecco che gli spuntano da sotto le ascelle altre due braccia: è Melisande, che sorge da lui. Mi viene in mente il Narratore della Recherche che parla di una donna che nasce in sogno da una posizione sbagliata della sua coscia. In altri momenti del dramma, le braccia di Melisande spunteranno anche dai corpi di Pelleas e Arkel.
 
Tutta l'azione avviene in uno spazio mentale. Non ci sono elementi scenici, a parte un ramo gigantesco attorno al quale si immagina che si avvolgeranno i capelli di Melisande. Quest'ultima avrà il suo bel pancione e dopo il parto le sue gambe saranno insanguinate, così come Golaud porterà nella scena centrale del secondo atto dei vistosi bendaggi; Pelleas viene strangolato con la propria cintura... ma tutto è mostrato come in uno psicodramma, come un'azione che avviene nell'animo di un solo personaggio: Golaud, che alla fine ricompare solo sulla scena, esattamente come lo abbiamo visto all'inizio. Egli svanisce nel buio in un'immagine che rende bene la parentela fra le chiuse di Pelleas e Wozzeck.
 
Questo allestimento è come un buon vino che offre solo poco alla volta tutti i propri aromi e che va gustato con pazienza e lentezza.
 
Meno piacevole invece il lavoro di Jordan de Souza. Innanzitutto non approvo l'eccessivo ricorso al parlato: "Laissez-moi" di Melisande nella scena dei capelli, "J'ai terriblement peur" di Yniold, quasi tutta la parte di Golaud nel sotterraneo. Il parlato non è più espressivo della musica (la parte di Yniold, se ben cantata, mette proprio i brividi!) ma soprattutto non è previsto da Debussy. E' una libertà insensata. 
 
E poi i tempi sono per i miei gusti eccessivamente rapidi (l'inizio del secondo atto è un moderato ma ci viene proposto come se fosse un allegro). Annuso il profumo delle rose che sale dalla terrazza però mi sembra che al mare della grotta sotterranea sa stato somministrato il Valium.
 
Jens Larsen è un Arkel alquanto povero di autorevolezza (e di età), notevole Nadja Mchantaf, molto - forse anche troppo - sanguigna e grandissimo Gunther Papendell nella scena di gelosia.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/10/2017 alle 16:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un Franco Cacciatore romantico alla Scala (2017)
19 ottobre 2017
La storia del Franco Cacciatore riassume gli elementi tipici del romanticismo: una fiaba ambientata nella foresta - luogo vicino alla natura, al contempo madre e matrigna - un miscuglio di magia e orrore che riscopre, dopo l'illuminista regno della ragione (oggi parleremmo di tecnica) le forze oscure del male. In questo mondo, in cui i personaggi felici pensano solo a sposarsi e figliare, il soprannaturale benefico (l'eremita) ha la meglio su quello cattivo (Samiel). Le sincopi del nero cacciatore, che anticipano quelle del Nibelungo Alberico, sono destinate a scomparire in un finale privo di ombre che la nostra epoca non accetta.
 
I registi à la page hanno dunque buon gioco a offrire letture in cui ci si distacca dalla materia ingenua e semplice di quest'opera. Però, come direbbe qualunque fan di Stephen King, bisogna credere all'esistenza del diavolo e del male perchè l'horror incuta spavento.
 
Per questo ho apprezzato molto la regia di Matthias Hartmann che rimane fedele al testo originale, senza tentare una lettura al secondo grado. Nel finale primo Kaspar si muove addirittura come Samiel, diventando un alter-ego fisico del diavolo e anche nella conclusione dell'opera le presenze demoniache si mescolano ai pacifici abitanti del paese.
 
Non tutto l'impianto visivo di questo Franco Cacciatore è felice: se è bello lo sfondo nero su cui tubi al neon disegnano, come gessi bianchi su una lavagna, i contorni di monti e case, sono ignobili i costumi - specie quelli femminili. Le donne sembrano uscite da una riunione con lo zar Saltan nell'invisibile città di Kitesz e hanno in testa dei ridicoli nodi giganteschi degni di matrioske. La recitazione funziona bene nei parlati, ridotti al minimo, è notevole per Kaspar ma ridicola per Annetta e per le fanciulle che devono cantare la filastrocca nuziale.
 
Mi è piaciuto invece Myung-Whun Chung, che ha dato un bel colore all'orchestra ed ha saldamente tenuto in mano le redini dell'insieme. Superlativo Groissock (Kaspar) e complessivamente buono il resto della compagnia di canto.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/10/2017 alle 12:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Noseda nel Tristano e Isotta al Regio di Torino
16 ottobre 2017
Per Noseda il triplo forte su cui i due amanti si incontrano nel secondo atto non è il segnale di un terremoto sonico che deve strinare i malcapitati seduti nelle prime file ma il punto in cui si deve arrivare al climax drammatico-musicale. E lui questo punto culminante lo prepara con attenzione, lo sentiamo arrivare - inesorabile  e potente. 
 
Noseda privilegia colori pastello e trasparenti. Non eccede mai sulle dinamiche, cosciente del fatto che Wagner non vuole un coturno orchestrale troppo alto. Tutto questo può sacrificare le forti emozioni appariscenti ed apparire quasi melisandesco (quanto ha imparato Debussy dagli archi divisi della doppia invocazione di Brangane!) ma a mio avviso è pagante. Non è infatti necessario urlare per esprimere in modo efficace quanto si ha da dire.
 
Per giunta in questo modo si aiutano i cantanti impegnati ad arrivare alla fine di una parte impervia. Io soffro quando trovo un cantante in difficoltà, comincio ad anticipare i momenti perigliosi, ad immaginare i modi con cui si possano evitare od abbassare gli scogli che si stanno avvicinando, chiudo gli occhi quando so che sta per giungere il punto critico. Se succede comunque l'errore, mentre ascolto la musica a casa caccio anche una maledizione come faceva mio padre se la Juventus mancava il rigore... Ma a teatro mi sento ancora più coinvolto ed ho seguito Seiffert con estrema attenzione. Generoso... si sarebbe potuto accontentare di una "lettura intimista" nel momento in cui loda la dedizione dell'amico Kurwenal, per risparmiare il fiato sulla maledizione del filtro - un punto in cui bisogna buttare fuori tutta la voce che si ha. E invece no: ha giocato tutte le sue fiches centrando l'en plein di un monologo del terzo atto in cui tanti suoi colleghi più giovani fanno magra figura.
 
Mediocre invece Ricarda Merberth, che ha gli acuti (mir lacht das Abenteuer) ma che si sfilaccia già su "Da du so sittsam".
 
Mi sta bene che Marke sia un basso leggero e giovanile. Però su "warum mir diese Holle" bisogna trovare il modo di rendere uditivamente l'idea dell'inferno in cui il cornuto infelice si trova. E del resto su "mir" si arriva a un mi bemolle acuto che deve sentirsi bene, altrimenti il climax arriva solo in orchestra (bravo Noseda per la leggerezza con cui gestisce in questo punto il fortissimo di fagotti e clarinetto). Poi avremo tempo, nella frase successiva (warum mir diese Schmach) di ripiegarci con il clarinetto su una struggente melodia carica di dolore intimo. Però se non si è buttata fuori la voce prima sarà difficile far sentire il contrasto in cui brucia l'anima di Marco.
 
Ho adorato Michelle Breedt, sacrificata dalla balzana idea di farle cantare dietro una porta il suo secondo intervento nel duetto d'amore.
 
E già, perchè ci sarebbe anche una regia. Non ho mai visitato l'interno di villa Wesendonck (oggi museo di arte orientale) in cui Guth ambienta questo Tristano. Ho notato che le quinte che incorniciano la scena sono identiche a quelle del proscenio del Festspielhaus. Buona idea: Wagner non ha fatto altro che auto-rappresentarsi in tutte le sue opere, musicali e non. E neanche male il momento in cui i due amanti stanno in un giardino con palme che mi ricorda l'atmosfera del Lied "Im Treibhaus". Però nel secondo atto si dovrebbe davvero fare notte, e non ha senso che l'incontro degli amanti incominci in un salone affollato. Mirabile l'ombra delle foglie su "O sink hernieder".
 
Ma sono momenti felici in un mare di insignificanza. Mi sono rapidamente dimenticato del regista per concentrarmi sulla musica: in fondo, tutta l'azione del Tristano è concentrata nelle menti dei personaggi e quest'opera funzionerebbe perfettamente anche in forma concertante.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/10/2017 alle 7:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rossella Canadè: La 'ndrangheta nelle terre del Po - L'inchiesta
11 ottobre 2017
Rossella Canadè - giornalista della Gazzetta di Mantova - ci offre un resoconto delle infiltrazioni mafiose nella bassa padana. E' un libro ben fatto sia dal punto di vista giornalistico che letterario. 
 
I grandi affari su cui puntano gli occhi le cosche calabresi - il rifacimento di Piazzale Mondadori, la cementificazione di Lagocastello - presenti sullo sfondo fin dalle prime pagine del libro hanno dei tratti che si focalizzano gradualmente per venire poi del tutto alla luce - come in un giallo che si rispetti - solamente nel finale.
 
Rossella Canadè lavora con l'abilità di una esperta strip-tiseuse: il suo lettore non si annoia di fronte alla sfilza di nomi e fatti ma si appassiona, pagina dopo pagina, ad un libro che mantiene fino in fondo le promesse fatte in apertura: intrattenere e fornire allo stesso tempo notizie serie ed attendibili.
 
Poi, ovviamente, diventa spontanea la considerazione che tutto il nostro paese è pieno di tante piccole Mantove, che in moltissime realtà che si credono presuntuosamente immuni da infiltrazioni mafiose esistono gruppi che lavorano alla luce del sole per realizzare progetti folli, come ad esempio la cementificazione del Parco del Mincio.
 
Mi chiedo, in verità, come sia possibile che una persona dotata di un briciolo di intelletto possa pensare di costruire centri commerciali, condomini e uffici in una zona protetta sia dal punto di vista naturale che da quello artistico. E' che nel nostro paese si è convinti che tutto si arrangia, che poi si trovi sempre una soluzione che risolva il fatto compiuto, che cancelli lo sfregio alle regole.
 
La legge? Un puro accidente. Questo bellissimo libro ci racconta che non è così se cittadini e forze dell'ordine - non colluse - stanno attente a ciò che accade nel loro territorio.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/10/2017 alle 15:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Enrique Mazzola a Glyndebourne con il Barbiere di Siviglia
8 ottobre 2017
Siamo immersi in una originalità uniforme che impone al regista televisivo di mostrarci durante l'ouverture gli artisti che si truccano in camerino, ammiccano alla telecamera e percorrono il corridoio che li porta sul palcoscenico. 
 
Rimpiango i tempi in cui ci si soffermava sull'orchestra e sul suo direttore, in questo caso Enrique Mazzola, il vero eroe del pirotecnico Barbiere di Siviglia presentato quest'anno a Glyndebourne.
 
Tempi ben articolati, con scelte oculate che fanno risaltare la plasticità mozartiana delle melodie (non dimentichiamo che Rossini era soprannominato il tedeschino) ed evitano che la musica evochi macchine da scrivere impazzite. E come è attenta la gestione dei cantanti: ad ogni parola o frase ripetuta corrisponde una diversa sfumatura di significato così che la progressione musicale coincida con quella del testo.
 
Bella e colorata la scenografia, spigliata la regia di Annabel Arden ma, per esempio, Janis Kelly (Berta) ci avrebbe fatto ridere altrettanto senza i tempi vivaci scelti di Mazzola?
 
I cantanti sono estremamente bravi, anche se ci sarebbe da discutere sull'opportunità di affidare a un soprano (la per altro ottima De Niese) il ruolo di Rosina.
 
E' un bellissimo spettacolo già disponibile in DVD.
 
Il trailer dello spettacolo a questo indirizzo.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/10/2017 alle 7:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Racconti giovanili di Thomas Mann
4 ottobre 2017
 Ho trovato nella collana degli Oscar Mondadori una raccolta di scritti giovanili di Thomas Mann.
 
Di tutti i racconti compresi nel volume, l'unico che conoscessi era "Sangue Velsungo", una storia d'amore incestuoso nel mondo dell'alta borghesia sullo sfondo di una galeotta rappresentazione della Valchiria. Anche se avrei preferito un riassunto più succinto dell'opera wagneriana si tratta pur sempre di una pagina molto raffinata che rimanda sia a Musil che a certa letteratura gotica, con questi due fratelli che nascondono sotto un aspetto esteriore angelico un cuore corrotto ed impuro.
 
Trovo già presenti molti temi dei lavori più celebri di Mann: la decadenza delle grandi famiglie borghesi, l'aspetto fisico che riflette l'alterità dell'artista, la sua incapacità di omologarsi agli altri (anche nel bambino prodigio che - pur nella sua istrionicità presenta dei tratti da artista nato). Addirittura nella scazzottata sulla spiaggia tra Jappe e Do Escobar riconosco un'eco della lite tra Tazio e gli altri ragazzi al termine di Morte a Venezia. E che dire del piccolo signor Friedemann, innamorato di una bella donna e, condannato a morire, come il nano di Zemlinsky, vittima della propria deformità?
 
Ma più che questi riflessi dei grandi lavori a venire è commovente riconoscere i primi passi del grande artista, anche in un raccontino convenzionale come Perduta.
 
Come canta Wolff all'inizio del suo libro di canzoni spagnole "Anche le piccole cose possono incantarci .




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/10/2017 alle 7:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il celebre "baritono" Pavarotti nella sua casa-museo di Modena
1 ottobre 2017
La strada diventa sempre più stretta: non c'è spazio per una seconda macchina che venga in senso opposto. E ai bordi c'è un fosso profondo. Sono in aperta campagna, diretto al buen retiro campagnolo in cui Pavarotti morì dieci anni fa.
 
Si tratta di un cascinale ristrutturato a colori brillanti, rosso-arancio, verde intenso.
 
Quando, aprendo la porta, mi trovo nell'atrio-soggiorno, sono preso da un nodo alla gola come non lo provavo da quando visitai la casa viennese di Brahms. Sarà il gigantesco abito da concerto che troneggia in una bacheca e che, visto in controluce, può far pensare un attimo alla presenza del suo proprietario in carne ed ossa. Ho l'impressione che il corpulento padrone di casa debba comparire da un momento all'altro, fra il pianoforte a coda e gli autografi di Toscanini e Puccini.
 
Quando entro da qualcuno mi dirigo subito a curiosare nella sua biblioteca, il luogo che mi dice tutto quello che bisogna sapere del padrone di casa. Libri d'arte, testi su Verdi, spartiti voce-pianoforte, cofanetti CD ancora incellofanati.
 
La signorina della biglietteria sostiene che non c'è nulla da spiegare sulla cucina. Ha ragione. Ma anche torto, perchè avverto di nuovo la quotidianità dell'artista: è una cucina come può averla qualunque borghese agiato. A parte il frigorifero proporzionato al Lucianone essa parla di un quieto vivere casalingo che getta una confortevole luce sulla persona Pavarotti.
 
Se debbo giudicare dalla musica che odo nelle stanze (Mamma, New York, New York, My Way) Pavarotti doveva essere un cantante melodico di musica leggera. Bisogna andare nelle due stanzette in cui si trovano dei costumi di scena per udire "Una furtiva lacrima" e per capire che qui si parla di opera lirica. Una vetrina espone una partitura aperta sull'inizio del grande monologo di Wotan (Valchiria, atto II).
 
pavarotti
Non sapevo che Pavarotti fosse baritono. Me lo immagino, mentre - anticipando il collega Domingo, si studia la parte di Wotan. É che gli asini che hanno organizzato la pagliacciata commemorativa di Verona hanno riempito un buco espositivo con la prima carta da musica che hanno trovato. Meno male che non hanno aperto il libro su uno Hojotoho!
 
Peccato. Pavarotti avrebbe meritato di essere ricordato da gente che conosce la musica. Gli ignoranti che gestiscono indegnamente questa casa-museo mettono in fila le lettere dei vip senza curarsi di sottolinearne il contenuto: più che la firma di Lady Diana valgono le parole con cui la principessa di Galles ringrazia il tenore (o baritono?) per il suo impegno umanitario. E la preoccupazione per la salute dell'artista che trasuda tra le righe di altre missive mostra che queste celebrità avevano per Pavarotti un rispetto ed un amore non solo di facciata.
 
Essere meno superficiali e rozzi avrebbe significato rispettare - ed onorare - l'uomo e l'artista.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/10/2017 alle 7:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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