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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Fai Autunnale: visita a Villa Falck - Milano
18 ottobre 2021
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Tutto quanto era trasportabile è sparito. Tanto è bello il guscio esterno, di classica compostezza, coperto da spesse lastre di pietra grigia lombarda e misuratamente ornato in marmo, quanto è triste la successione di stanzoni vuoti in cui troviamo solo le ombre del mobilio e dei lampadari.

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Non si possono portare via l’architettura, ammirevole, e nemmeno i marmi scuri che rivestono i bagni o che formano il piccolo camino nello studio di Falck. Qui rimangono le boiseries severe e quasi monacali che mi ricordano il “Diariominimo” in cui Eco faceva scrivere a un antropologo melanesiano che Milano è comandata da una struttura mondana, tutta sfarzo e militarismo – la Chiesa – e una austera e modesta – l’industria. Questo studio ha una gravitas claustrale, nasconde la sua forza nel buio…

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Chiunque prenda possesso di questo edificio, dubito che lo metterà a disposizione del pubblico. Immagino piuttosto l’immane quantità di lavoro – e denaro – indispensabili per far rinascere un gioiello architettonico.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/10/2021 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Teatro da Alfieri a Guglielminetti
13 settembre 2021
Non mi importa sapere se davvero Alfieri è nato sotto la cupola rossa dell’alcova presentata a noi turisti. Penso anzi che a parte gli oggetti intrasportabili, sovrapporte e caminetti, tutto sia stato recato qui in un secondo tempo per ricreare l’ambiente in cui verosimilmente visse Vittorio Alfieri.

Un’operazione non molto dissimile da quella vissuta alcune settimane fa a Weimar. Non a caso mi viene in mente Schiller: i ritratti dello scrittore mostrano una idealizzazione che passa dall’eroe romantico wertheriano al neoclassico tutto d’un pezzo la cui fronte bombata raffigura l’ordine superiore della sua mente. In fondo potrei pensare che i due artisti siano fratelli spirituali anche se a distanza di tanto spazio.

Le stanze del piano nobile di palazzo Alfieri, pur non parlandomi come il vicino appartamento Mazzetti, deliziosa risposta al Lascaris nizzardo, raccontano con un po’ di retorica l’enfasi visionaria del grande trageda.

Bisogna andare in cantina per imbattersi in un altro tipo di teatrante: lo scenografo Guglielminetti. E’ il mondo di chi pazientemente lavora sul legno per costruire i modellini che formeranno l’effimero spazio in cui si realizza la fantasia sprizzata nella testa dell’autore.

A me piacciono tantissimo questi oggetti, anche se mi rendo conto di quanto mi manchino costumi e realizzazione registica dei movimenti. In questo caso immagino senza difficoltà una Salome tradizionale

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Non riesco invece a concepire – anche se lo trovo indovinatissimo – come questo Mondrian possa rinchiudere il balletto del Mandarino Meraviglioso

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Prevedibile invece il gioco con l’arte contemporanea proposto dai Sette peccati capitali.

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Mentre sorrido sadicamente pensando allo sconcerto del pubblico di Mario Scaccia che si trova dietro a un Avaro di Molière questo impianto scenico astratto.

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Non ci sono solo teatro lirico e prosa per Guglielminetti, impegnato pure con la televisione (“Al Paradise”) ed attento anche alla scultura. Quest’ultima cresce direttamente dal suo lavoro teatrale, sia come temi – la barca di Moby Dick – che come materiali – il legno. Arte e artigianato stanno a braccetto in un percorso appassionato.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/9/2021 alle 14:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Miseria e nobiltà di Busseto
30 agosto 2021
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Anche uno più wagneriano della buonanima sente un brivido correre per la schiena quando la voce di Renata Tebaldi attacca il “Vissi d’arte”. Sentirmi dire “Visto che è qui, lei sa chi fosse Renata Tebaldi” mi lascia immaginare che siano molti a ignorare uno dei soprani più importanti della nostra storia.

Mi inoltro nel museo, spinto – come avrebbe detto il solito Richard – aus Ehre und Enthusiasmus. Il Covid impedisce l’uso di cuffie che consentano di rimpolpare con altri documenti sonori quanto offerto dagli altoparlanti installati alla cassa.

Ci sono le lettere di Toscanini e Solti, anche della Callas con la quale i melomani hanno voluto creare una rivalità. Passaporti, documenti, foto e testimonianze della giovinezza, costumi, accessori e modellini di scena, spartiti annotati (pure un Giusto ciel tra Ortud e Elsa dell’epoca in cui anche se con la traduzione ritmica c’erano cantanti capaci di affrontare certi repertori).

Tanto entusiasmante il museo tebaldiano quanto deprimente il Museo Nazionale che si trova a fianco. Ragnatele ne ostruiscono l’ingresso, qualche pubblicazione sbiadita dal sole su un banco desolato come un negozio della DDR. Grazie alla pandemia si può tenere chiusa un’istituzione cui un paese civile terrebbe moltissimo.

Meno male che a poche centinaia di metri, quasi nascosta sulla piazza centrale del paese si trova la Casa Barezzi dove una volenterosa guida supplisce alla vergognosa infingardaggine degli altri. Non faticheremmo a mantenere il distanziamento, anche in un salone meno vasto di quello che ci accoglie e che nell’800 era la sede della Filarmonica fondata dal Barezzi. Qui ascoltiamo la storia di un ragazzino d’ingegno che si fa strada in un mondo ricco di concorrenti. La guida sceglie di non coprire gli anni della fama e l’evoluzione stilistica che conduce ai capolavori tardi ma per chi vuole fermarsi a guardare – mancano purtroppo gli ascolti – il piccolo museo riesce a dar contezza di tutta la parabola creativa verdiana e a far dimenticare la nullità dell’Italia contemporanea.

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Il teatro di Busseto



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La fortezza di Coburgo
9 agosto 2021
Impossibile non riconoscerla, già arrivando dall’autostrada. Dal centro cittadino – con la tradizionale piazza del mercato delimitata da Municipio e Palazzo della città – la si raggiunge facendo una salita di almeno mezz’ora di passo tedesco. Ecco perchè ho preferito raggiungerla in auto.

Ci si trova di fronte a un coacervo di stili: la fortezza, con i suoi bastioni appuntiti, il fossato e il ponte levatoio, è di molto anteriore alla parte abitata, in chiaro stile neo-gotico, con uno scheletro in legno che rimanda a un altro gusto, molto più vicino al nostro.

Infatti gli appartamenti mostrano subito un bagno che potrei usare pure adesso, le finiture in legno, pur riandando anche al ‘500, sono state realizzate all’inizio del XX secolo. Anche se ormai l’edificio è un museo, si intuisce che le stanze sono state pensate per uomini moderni che mantengono con il passato un contatto idealizzato. La cosa è particolarmente evidente con la stanza in cui visse Martin Lutero, la cui decorazione cinquecentesca appare subito del tutto falsa.

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Non sottovaluto la pinacoteca, che presenta varie opere di valore che basterebbero da sole a giustificare la visita della fortezza anche senza la esposizione temporanea di alcuni dipinti e molte stampe di Cranach e altri pittori. Questa mostra centra l’obiettivo di mostrarci gli uomini in vista della Turingia ai tempi della Riforma con le loro occupazioni, sia sacre che mondane.

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Mi ha incuriosito questo piccolissimo dipinto. Non so cosa significhi il castoro accovacciato ai piedi di una fanciulla nuda che, fosse casta, riceverebbe la visita di un unicorno. Qui, mancanza di fede da parte del pittore? c’è un cervo che se mi rimanda al salmo “Sicut cervus” non beve… bello e enigmatico.

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Bebenhausen
8 agosto 2021
Sulla strada che da Stoccarda conduce a Tubinga trovo sulla destra una manciata di case a graticcio dominate da una guglia gotica dai vivaci ricami, niente affatto diversi da quelli che ho trovato nella vicina Esslingen.

Posteggio davanti a una torre dominata da un crocefisso ed entro in uno spiazzo che potrebbe appartenere anche a Grazzano Visconti. Se il convento davanti a me è medievale il castello che sorge sul lato destro è invece neogotico e tradisce un’altro mondo.

Qualunque conoscitore di Umberto Eco sa che i conventi cistercensi sono costruiti attorno a un chiostro che funge da perno per sala da lavoro, refettorio, capitolo e dormitorio. Quest’ultimo al piano superiore si affaccia direttamente sulla chiesa basilicale. Dalla parte opposta i quartieri dei laici… A differenza da altre costruzioni simili qui si sono salvati alcuni affreschi (gli strumenti della passione) e una incoronazione della Vergine il cui originale si trova nei musei del Baden-Wurttenberg a Stoccarda. Penso sia molto più tarda la rappresentazione del monastero spagnolo di Calatrava nei quartieri laici.

Se si ha l’accortezza di recarsi a Bebenhausen nel pomeriggio si può visitare anche il castello, sorto diversi secoli dopo, dimora di caccia e villeggiatura dell’ultima coppia reale del Baden. Alla loro detronizzazione nel 1918 erano giusto re di nome, visto che anticipavano nella loro vita quotidiana i sovrani delle monarchie nordiche. Entrambi appassionati di caccia, vivevano in questo luogo di sogno, in una foresta ancora ricca di selvaggina senza rinunciare all’elettricità e a un bagno personale dotato di tutto il necessario per essere comodi.

Come spesso avviene il falso antico è ancora più bello e riuscito dell’originale che può essere confrontato a pochi passi di distanza.



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Braunschweig
2 agosto 2021
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Un municipio neogotico, quanto resta del palazzo regale in stile carolingio, alcune case stilisticamente eterogenee e infine il duomo, dalla facciata ruvida e severa, priva di particolari ornamenti, simile davvero a una feste Burg che mi fa pensare a molte chiese del nord Europa, sia qui in Germania che nella vicina Olanda. L’interno è spazioso, alto e luminoso, con affreschi alle colonne e – soprattutto nella zona di transetto e abside.

Difficile capire le storie narrate e i personaggi descritti, non solo per la mia ignoranza ma anche perchè con il tempo gli affreschi si sono sbiaditi. Un notevole colpo d’occhio, comunque. Immagino lo stupore che doveva prendere i fedeli dei secoli andati.

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Un’altra piazza di grandissima bellezza è quella del vecchio mercato. A sinistra il Gewandhaus rinascimentale, che presenta un lato grigio, con il classico frontone nordico e il leone araldico della città e una facciata dominata da uno stupendo portone policromo. In mezzo una sottile e graziosa fontana di bronzo, dalla parte opposta il vecchio municipio, ora sede museale. Di fronte l’imponente San Martino.

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Solita tristissima facciata nordica ma all’interno la leggiadra cappella di Sant’Anna che alloggia un notevole fonte battesimale con copertura di epoca posteriore (si veleggia dal gotico al ‘700). Barocchi anche il pulpito e l’altar maggiore. Mi accontento di guardare il maestoso – ma muto – organo.



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Erfurt
29 luglio 2021
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Ci sono dei canali uniti da ponti, anche se ci mancano le grandi navi, possiamo ben dire che siamo nella Venezia di Turingia. Invero il ponte dei mercanti vorrebbe gemellarsi con Firenze e il festival che si tiene all’aperto sulla gradinata prospicente il duomo potrebbe far pensare anche a Verona, non fosse che in Italia nessuno avrebbe l’educazione musicale necessaria per dare “La pulzella di Orleans” di Cajkovskij.

È una cittadina compatta che proprio nella zona veneziana ha anche un poco di storia ebraica: al milkve si facevano le abluzioni rituali e si trovano tutt’ora i resti della vecchia sinagoga. É una alta torre che ha anche fatto da sala da ballo e che oggi contiene pochi resti del suo passato ebraico: copie di testi, monili e un’interessante lampada usata – dato il tipo di immagini presenti – da circoncisi e gentili. Si suppone provenga dalla cattedrale.

Quest’ultima è il segno distintivo della cittadina. È costituita da due edifici, distinti e appaiati, uno dedicato a Maria e l’altro a San Severo, un ravennate con moglie e figlia i cui resti sono giunti qui. Sono due chiese gotiche in cui si inseriscono sovrapposizioni di epoche successive (organo di san Severo, coro ligneo e altare della chiesa dedicata alla Vergine – arricchita anche da stupende vetrate).



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Weimar
28 luglio 2021
Difficile immaginare una più fitta concentrazione di geni: Herder, Goethe, Schiller, Liszt, Bach. Di quest’ultimo c’è solo un busto. Non sono riuscito a fare atto di devozione alla casa del pianista, semplicemente appollaiata al bordo del parco e chiusa 2 giorni su sette.

In compenso non si sfugge a Schiller e Goethe, che hanno saldamente occupato la toponomastica locale (con il primo cui è dedicato anche il centro commerciale). Non è però facile trasformare in musei delle abitazioni ridotte a gusci vuoti.

Si possono scegliere due strade. Casa Schiller è piena di mobilio inizio ‘800, un esempio di come sarebbe potuta essere la casa dello scrittore. Nonostante i cimeli originali siano pochissimi si ha l’impressione di entrare nella quotidianità dell’artista.

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Accedendo alla dimora di Goethe invece si piomba nel XXI secolo, spirali, marmi, illuminazioni originali e moderne. All’inizio un’ordinata cronologia di vita, opere, fatti storici salienti, quindi ogni stanza viene dedicata a un aspetto dell’esistenza di Goethe: genialità, viaggi, amore, violenza… Se non ho alcuna idea di come scorressero le sue giornate ho un quadro molto preciso della poliedricità di quest’uomo affatto eccezionale. Rispetto alla vicina dimora di Schiller, una visione museale antitetica ma non per questo meno sostanziosa.

Ho fatto nella chiesa cittadina il mio pellegrinaggio sulla semplicissima tomba di Herder. Il punto forte della visita è la gigantesca pala d’altare di Cranach. Nulla di particolarmente riformista, in apparenza: i donatori nelle ali laterali, Mosè che espone il serpente di bronzo come figura del Cristo in croce. In prima fila però, sotto la croce c’è il buon Martin Lutero affiancato da Cranach sulla cui testa cade direttamente il sangue che sgorga dal costato del Salvatore. Non ci sono intermediari tra noi e Dio.

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Conosce Illica?
20 luglio 2021
E’ la domanda che viene posta ai visitatori del piccolo museo che Castell’Arquato (PC) ha dedicato a questo suo figlio. Non oso dire illustre, visto che la maggior parte delle persone non ha idea di chi sia e se gli si fanno i nomi di Tosca o Butterfly è capace di pensare che la musica di queste opere sia appunto di Illica.

Alla signora che difende l’entrata del museo non è dunque parso vero di parlare con qualcuno che non solo conosce questo letterato ma che si muove nel proprio ambiente tra lavori teatrali e artisti dimenticati da tutti. Gli organizzatori delle stagioni sono troppo impegnati a proporre sempre i soliti due tre titoli per immaginare che esistano opzioni meno frequentate ma non per questo prive di interesse. Isabeau, Iris, Siberia, Giove a Pompei sono evaporate nell’oblio; per non parlare di Smareglia – all’epoca considerato la risposta italiana al Riccardo Wagner e di cui non ho udito una sola nota – e di Montemezzi, talmente sfortunato che quando alla Scala decidono di mettere una sua opera in cartellone scoppia una pandemia.

Sorridiamo per non piangere. Almeno la rocca viscontea di Castell’Arquato attira dei visitatori che mettono la testa dentro il museo Illica. Pare che a Busseto, dopo una fiammata nel 2001, il 2013 sia stato mediocre e che il pubblico latiti. In effetti il sito web dava chiuso il museo Nazionale, pare che Villa Sant’Agata non stia meglio e che devo prendere accordi telefonici se proprio ho la fregola di vedere il museo Tebaldi.

Il museo Illica è fatto di poche stanze riempite di amore e passione. Chi ama l’arte sarà soddisfatto (ma che bella una citazione di Tosca in cui Puccini continua a passare dal tempo binario al ternario!) e uscirà con la conferma che esiste un periodo di storia artistica italiana che merita di essere scoperto.



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Giornata FAI a Montebello della Battaglia
18 maggio 2021
Secondo Robert de Saint-Loup un luogo che è stato teatro di battaglia una volta lo sarà prima o poi ancora. Prima del celebre scontro del 1859 – la vedetta lombarda di De Amicis viene da qui – all’inizio del XIX secolo francesi e austriaci avevano guerreggiato proprio in questa fascia di pianura compresa tra Po e Ticino.

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Oggi i generali che si affacciarono nel maggio 1859 dalla torricella di Palazzo Lomellini vedrebbero solo il centro commerciale. Come nel “Così fan tutte” qui si duella solo a mensa: le ville che il FAI propone alla visita attualmente ospitano convegni, matrimoni, ricevimenti…

Visitiamo solo parchi e giardini. Gli interni delle dimore non hanno evidentemente un grande interesse. Ad avermi colpito maggiormente è il palazzo Ghislanzoni, casa privata, di piccole dimensioni, con un parco a prima vista ridotto che però continua in una vigna che prosegue fino alla statale sottostante. Dall’altra parte una collina ugualmente pittoresca mi ricorda che c’è una clinica privata immersa in un paesaggio ameno.

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Non mancano dunque in zona luoghi interessanti. Forse lo sarebbe anche l’interno della chiesa parrocchiale dedicata ai santi Gervaso e Protasio. Il parroco però ha deciso di chiuderla subito dopo la Messa. I soci del FAI non immaginano certo di trovarvi una nuova Cappella Sistina ma hanno sicuramente la curiosità di cercare il bello che gli stolidi cercano di nascondere.



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Giornata FAI a Tortona
15 maggio 2021
Del convento della Annunziata rimane soltanto un’ala, risparmiata dalla costruzione del teatro, di una scuola e della piazzetta. Tanti archetti con i mattoni a vista ma nulla di interessante se non un i resti di un affresco che si trova nella vicina biblioteca.

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La sala dei dipinti della biblioteca mette di fronte al già citato affresco medievale una immensa tela ottocentesca che mi fa venire in mente il polacco Jan Matejko ma che potrebbe essere di qualsiasi autore accademico del XIX secolo, con i suoi personaggi ben disegnati, la giusta proporzione di pittoresco e caratteristico, una rigorosa costruzione leggibile da qualsiasi ignorante: due fasce diagonali che trovano al centro esatto la bella signorina che porge da bere al rude soldato nel tempo in cui Tortona fu assediata da Federico Barbarossa. Il solito neogotico, però mi interessa molto la parte superiore destra in cui i personaggi hanno meno particolari e ostentano ombreggiature che mi sembrano anticipare il catalano Sert.

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Riconosco, con una nostalgia degna di Swann che sbircia uno zerbino nel palazzo Saint-Euverte, il mio posto di abbonato del teatro tortonese. In attesa di potervi tornare da spettatore senza mascherine e distanziamenti ne rimiro il sipario originale raffigurante – ci potevo scommettere – un Orfeo che riesce ad ammansire le divinità d’inferno ma non gli zotici che governano il paese.

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Ed infine il palazzo Guidobono conserva un museo piccolo ma non per questo irrilevante. con un bel sarcofago dei primi secoli dell’era cristiana e – al primo piano – una pinacoteca di valore discontinuo. Mi incuriosiscono un Mussolini giovanissimo con ancora i capelli e una camicia rossa affatto inattesa per chi sa come andrà a finire, un bel Barabino proveniente dal museo del divisionismo, alcuni Saccaggi e Dossola. Ma soprattutto è divertente l’atelier Sarina, interamente dedicato alla figura di un burattinaio locale e pregno di un’atmosfera da Flauto magico affatto indicata per concludere bene il pomeriggio.

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Molière a Chambord
6 agosto 2020
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Al primo piano, a fianco del famoso scalone a doppia elica del castello di Chambord, è ricostruito il teatro in cui Molière ha creato il suo Borghese Gentiluomo.

Mi stupisce il palcoscenico microscopico anche per un teatrino oratoriale. Davvero la scena in una stanza. E lo spazio fra teatro e scala a chiocciola basta per poche decine di persone.

Anche se ho sempre saputo che queste rappresentazioni erano destinate a un pubblico ristrettissimo di cortigiani, toccare con mano quanto ciò significa al lato pratico è ben altra cosa. E allora mi chiedo, una volta di più, come reagiremmo se una macchina del tempo, sbalzandoci nel ‘600, ci facesse conoscere l’originale. Immagino, se non la delusione, di certo la difficoltà di accettare un linguaggio molto diverso da quello che noi diamo per scontato e che, anche quando cerca di aderire a un fantasmatico originale, si porta sul groppone qualche secolo di storia artistica.



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Tours - Psalette e Saint Gatien
5 agosto 2020
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Sul pilastro di entrata al chiostro un’orchestra di angeli musicanti annuncia che questo luogo – chiamato Psalette da Psaume, ossia salmo – è destinato alla musica. Al lato opposto troverò una scaletta rinascimentale che anticipa in piccolo molti castelli locali e che soprattutto porta allo scrittoio monastico. Trent’anni fa ci udii un tizio massacrare una partita per violino solo di Bach con una intonazione molto personale. Oggi apprezzo il silenzio e godo della vista sul transetto.

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Nonostante la costruzione della chiesa si snodi lungo un ampio arco di tempo l’unità stilistica – gotica – è assicurata. E soprattutto è incredibile, in una luminosissima giornata estiva, la pioggia di colori su navate ed abside. Provo ad aguzzare la vista e cercare di interpretare le immagini che vedo. Il più delle volte fallisco un po’ perchè mi sfuggono i dettagli un po’ per la mia ignoranza della leggenda aurea. Ma anche così la fantasmagoria di colori ha un che di psichedelico ante-litteram.

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Mont Saint Michel
4 agosto 2020
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Anche se è una solida fortezza, il mio Dio ha bisogno di validi soldati. Michele, bel giovanotto boccoluto, alto e magro nella sua armatura attillata, infilza con eleganza il diavolo ai suoi piedi. Mi viene spontaneo accostare il Mont-Saint-Michel alla Sacra piemontese. In entrambi i casi, la posizione sopraelevata crea l’illusione che la meta sia vicina. E quando ho finito le scale che mi conducono alla cima dello spuntone di roccia, rimango puntualmente deluso dalla facciata della chiesa: un anonimo manufatto settecentesco, in granito macchiato di giallo. Capisco che dopo un importante incendio si dovette agire rapidamente e – suppongo – al risparmio (si rinunciò ad alcune navate, ciò che per altro permise di avere lo spiazzo tanto utile per le fotografie) ma questa frettolosa e brutta facciata non ha alcuna relazione con il romanico e il gotico. È quest’ultimo stile a trionfare, non solo nella inevitabile guglia ottocentesca, con il bel Michele tutto dorato, ma anche nel chiostro delicatissimo, a metà strada fra cielo e terra.



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Inghilterra in Normandia
2 agosto 2020
Non c’è soltanto la voce di BBC Radio3 a giungermi dalla vicina Jersey, la cattedrale di Coutances ha delle linee rette ed alte, un gotico severo e squadrato che mi fa sentire aria britannica. È notevole soprattutto l’insieme formato dalla torre quadrata della crociera circondata da guglie che forano il cielo. E se proprio voglio fare il pignolo, basta allontanarmi di qualche passo dietro al municipio per ritrovare tutta la passione insulare per i giardini.

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È un angolo di Mediterraneo a cui la cittadina tiene così tanto da scusarsi se a causa dell’emergenza Covid non si è riusciti a fare qualcosa di nuovo e si sono riciclati i temi degli anni scorsi.

Un briciolo di eccentricità anglosassone mi capita a Balleroy nel castello il cui proprietario – Forbes – ha adattato la dimora costruita da Mansard al suo pallino per le mongolfiere. Una bella sala di gusto ottocentesco è ricoperta da un assurdo soffitto raffigurante palloni aerostatici che d’altronde compaiono in oggetti vari sparsi per tutta la casa. E tutto sommato l’interessante museo dedicato loro è la parte più prevedibile della visita.

Non può mancare il celebre Arazzo di Bayeux: 70 metri di stoffa che raccontano le gesta di Guglielmo il Conquistatore. Il normanno parte alla conquista del trono inglese cui aveva preteso il doppiamente fedifrago Harold. Ci sono i numeri che anticipano le nostre audioguide, ci sono le didascalie in latino, verosimilmente più ignoto ai nostri contemporanei che agli antenati medievali. Puntuale la descrizione della vita di corte, l’allestimento delle navi, la traversata e infine la battaglia sanguinosa. Di questa vediamo le fasi, il sangue, i corpi mutilati e spogliati delle armature. Ma in fondo è la mano di Dio a colpire lo spergiuro. God save the King. Appunto.



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Cabourg - Balbec
31 luglio 2020
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Penso che il piccolo Marcel, che aveva provato la celebrità prima della morte e che rimproverava a Céleste di non tenere un diario, non si sarebbe stupito di venire usato per la propaganda dei gesti barriera. Lo scrittore che scopre abissi di erotismo nell’uso di musmé e che sceglie la compagna a seconda che usi parfaitement o tout-à-fait, avrebbe apprezzato che a lockdown (un anglismo degno di Odette) si preferisca confinement.

Non sono dunque soltanto gli avvisi che hanno sostituito il programma vigipirate a difendere la buona lingua e la memoria dell’amato scrittore che – a giudicare dalla scultura dietro il Grand Hotel non è altissimo, ma anche le citazioni lasciate sulla promenade, battezzata Marcel Proust – ça va sans dire.

Inutile stasera cercare l’apparizione delle fanciulle in fiore (o fanciulle fiore tout-court? A lungo sono indistinguibili per il parsifaliano Narratore). Manca il padiglione di musica, ma i bagnanti, le persone che dopo essere state attrici nel passeggio sono spettatrici nei caffé della diga sono presenti, come il mare – immemoriale e lontano come in un quadro di Boudin.

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Alla ricerca del Monet perduto a Giverny
28 luglio 2020
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Il cielo nuvoloso marmorizza la superficie del laghetto di ninfee. La Nonna avrebbe apprezzato la fantasia del giardiniere, che rispetta la naturalezza di fiori e aiuole; il Narratore si sarebbe rassegnato a scoprire che è passata la stagione dei biancospini, nonché dei fiori di meli e peri. Proprio all’ingresso della villa Monet ne vedo uno, ovviamente privo del suo abito da sposa. Immagino che questa casa bassa e larga avrebbe potuto accogliere Rachel, ma sarebbe potuta essere anche la dimora di Elstir, in una zona residenziale, lontana dal mare, identica a tante altre costruzioni. Una via di mezzo tra Balbec e Combray. É l’abitazione di un maestro pittore, borghese compiaciuto di sé: i gatti in ceramica appisolati sui cuscini davanti al caminetto, le piastrelle bianche e blu finto Delft della cucina, i grandi vasi cinesi pieni di fiori degni di Odette de Crécy. Penso che anche specchi e mobilio siano stati comprati in qualche grande magazzino. Si sente l’aria di M. Tiche trasformato nel grande artista patriarca raffigurato nell’atelier delle ninfee. Non vi sbuca però Albertine, solo la cassiera del negozio di souvenir.

Inutile cercare l’istante eternizzato dagli impressionisti. Meglio dedicare un po’ di tempo alle stampe giapponesi appese assieme a brutte copie di quadri impressionisti celebri e pensare che la grande arte consiste nel trasfigurare il reale. É l’occhio del pittore a nobilitare i villeggianti, gli yacht e le corse ippiche. E a rendere retrospettivamente utile la gita a Giverny mostrandoci l’ideale di bellezza inseguita dall’artista.



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Rouen
27 luglio 2020
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Nella moderna chiesa dedicata a Giovanna d’Arco sono state incastonate le vetrate di San Vincenzo. In una di esse, dietro alle storie di San Pietro, riconosco la skyline di Rouen: la torre di burro della cattedrale, l’elegante guglia di Saint Maclou.

Capisco il marchese di Cambremer, appassionato cultore dei buffet d’orgue: Saint Maclou ha uno stupendo Cavaillé-Coll, oggi tristemente silenzioso, con decorazioni in legno scolpito. E nel campo delle boiseries sono degne di nota le porte d’ingresso, specie quella di sinistra, con un medaglione che presenta il Buon Pastore nell’atto di entrare nel recinto mentre alla sua sinistra il ladro precipita con un gesto teatrale in cui riconosco l’epilettico della celebre Trasfigurazione raffaellesca oppure, per restare qui a Rouen, il povero Anania annientato da Pietro.

E poco discosto da Saint Maclou il cimitero, ingrandito all’epoca della peste nera e tutt’ora istoriato da ossa, teschi, pale e bare. Un memento mori che penetra in corpo ancor più del vento insistente che soffia sulla pianura.



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Castello di Morsasco (AL)
6 luglio 2020
Conviene lasciare l’automobile nello spiazzo immediatamente prima del centro. Non ci sono molti spazi, una parte del muro perimetrale è pericolante, ma in tempi di Covid i turisti sono meno che d’abitudine.

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Il castello ha attraversato le epoche perdendo così l’aspetto di maniero che rende tanto fascinosa – e neogotica – la vicina Trisobbio. I rifacimenti settecenteschi offrono una muraglia grigia alquanto insignificante ma, come sempre, bisogna assaggiare il frutto per apprezzarlo appieno. Felice l’idea del giardino fiorito con la famigliola di pavoni. La scala d’onore da cui si viene accolti subito all’ingresso è molto bella e conduce a due vasti vani affescati. Quattro stagioni, il giorno e la notte, paesaggi del Monferrato e del mare. Sono zone vicine alla Liguria: i Gonzaga, bisognosi di denaro, vendettero tutti i loro possedimenti della zona. I castelli dell’Appennino finirono in mani genovesi che li salvarono dalla rovina. Oggi non troviamo quasi più nulla del medioevo, ma in compenso i luoghi sono preservati e in buono stato.

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Meritevole anche la collezione di arte contemporanea, cui si affiancano manufatti provenienti da Africa ed India. Con i tini e gli oggetti da cucina preservati in cantina si ottiene un miscuglio non sempre coerente in cui però si trovano pezzi interessanti.

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Turismo in Langa
26 giugno 2020
Una volta attraversata La Morra, quando la strada si biforca per Narzole bisogna scendere alla sinistra per Strada Fontanazza. Stretta, ripida, sterrata. L’unico spazio in cui si potrebbe lasciare la macchina è proprietà privata. In un paese normale esso verrebbe adibito a posteggio a pagamento, senza tanta burocrazia. Ma dato che noi abbiamo dato al mondo Leonardo e Michelangelo ci sono voluti due tizi (Sol Lewitt e David Tremlett) provenienti dagli Stati Uniti, luogo notoriamente privo di arte, perchè anzichè un mucchio di mattoni di cui nessuno si curerebbe si veda una chiesetta restaurata in un tripudio di colori che la ha trasformata in una nota di gioia. L’arte è anche felicità, ebbrezza, assaporare l’attimo fuggente e ringraziare Dio – o quel che si vuole – di essere al mondo a godere quanto ci è dato e quanto abbiamo lasciato della nostra esistenza.

Questa fetta di territorio è piena di paesini in cima alle colline. Avevo voglia di conoscere più da vicino Cherasco, miraggio irraggiungibile al termine del troncone di autostrada che dovrebbe congiungere Asti e Cuneo. Si tratta di un borgo quadrato, dalle vie rigorosamente ortogonali. Alle estremità due porte scenografiche di cui la più bella – del Belvedere – preceduta da una via ornata di case antiche potrebbe fare da sfondo a una Clemenza di Tito, non fosse per la Madonna che la sovrasta.

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A Cherasco ci sono ben due centri culturali, uno nella sconsacrata chiesa di San Gregorio e l’altro nel palazzo Salmatoris. Attualmente in quest’ultimo si svolge una mostra temporanea di Sergio Unia, scultore locale la cui vena mi ricorda il vitalismo di Vigeland. Merita attenzione anche la chiesa della Madonna del Popolo, con la classica facciata piemontese a mattoni e un tiburio riconoscibile in tutta la vallata. L’interno è ricco di stucchi barocchi luminosissimi.

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Se si cerca il tripudio del barocco vale la pena fare i quaranta chilometri che separano Cherasco da Vicoforte. Il santuario della Natività di Maria ha una fantastica cupola bassa e larga rivestita all’interno da affreschi di grande bellezza e fantasia (c’è perfino un gruppetto di angeli musicanti storicamente informati). Notevole il pilastro barocco al cui interno è incastonato un affresco della Vergine che, secondo la tradizione, ricevette un colpo di fucile da un cacciatore della zona. Il santuario ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità – e polemica – quando vi sono state traslate le salme di Vittorio Emanuele III e signora: il nostro paese di smemorati trova normale che un Re possa ritornare in pompa magna nel paese da cui è scappato mentre i propri cittadini venivano internati dai nazisti.



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Rivalta piacentino
8 giugno 2020
A differenza della vicina Grazzano Visconti, Rivalta Piacentino non è interamente moderna: sono di certo originali le mura, il dongione, la chiesa parrocchiale – per altro non visitabile – e il castello. Quest’ultimo è facilmente distinguibile per la torre rotonda che domina la pianura del Trebbia. Un tempo questo era un punto strategico, all’inizio della strada che unisce Piacenza alla Liguria e pare anzi che proprio qui si scontrarono Annibale e i romani.

All’interno un salone con grande camino, soffitto a cassettoni originali e stemmi di famiglia, un vano bianco e azzurro dedicato a ceramiche di gusto cinese, la galleria degli strumenti musicali e alcune sezioni espositive dedicate alla battaglia di Lepanto, armi e divise militari. Curiosi i diorami e la piccola sezione di oggetti provenienti da India e America Latina frammisti ad arredi sacri – alcuni già presenti nella chiesetta del paese.

Un piccolo angolo di Italia che si riaffaccia alla luce, con umiltà ma piede sicuro.



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Erice
30 dicembre 2019
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La prima immagine di Erice è della Chiesa Madre preceduta da una torre di guardia. “Aiutati che il Ciel ti aiuta”: ci si affida all’Onnipotente senza dimenticare l’utilità di una efficiente vedetta.

Il rosone di facciata è moderno, e anche l’interno ha molte decorazioni neogotiche. Il tutto, però, si adatta bene alle opere rinascimentali tra le quali spicca una Madonna di Antonello Gagini. Poco più avanti, nel museo cittadino, trovo un’Annunciazione del medesimo autore. Maria ha sollevato il volto dalla sua lettura e porta la mano al petto come se volesse chiedere al bel giovanotto “Ma ce l’hai proprio con me?”

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Il museo civico è interessante anche per una raccolta di presepi, in madreperla, corallo rosso e bianco. Si va da piccole composizioni chiuse in cupolette di vetro ad ampi diorami in cui la Sacra Famiglia quasi si perde.

Tra i luoghi più significativi di Erice va ricordata la chiesa di S. Martino, con una cappella laterale dominata da un Risorto danzante.

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Erice è un borgo delizioso, che mi sembra apparentato a tanti villaggi di Provenza e Costa Azzurra, con le loro stradine in saliscendi, le strade lastricate con la stessa pietra di cui sono fatte le case.



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Turismo con cielo coperto a Bagheria
28 dicembre 2019
Il museo Guttuso si trova a Villa Cattolica, sulla statale. C’è mancato poco che vi entrassi da portoghese: ho salito lo scalone del lato posteriore attraversando una vetrata aperta subito al piano nobile. Il mio cuore elvetico mi ha fatto ridiscendere alla porticina della biglietteria, dove un’impiegata felice di poter vendere un biglietto ridotto non ha neanche voluto vedere la mia tessera del FAI.

Bisogna fare una capatina al seminterrato per imparare qualcosa sui carretti dipinti siciliani, per toccare con mano questa arte popolare e semplice, che si occupa con lo stesso ardore di Orlando e Gano come di Ruggero il Guiscardo e Garibaldi. Tutti eroi, tutti impegnati nella lotta tra bene e male e specialmente tutti assimilabili per il pubblico. Non c’è coscienza storica: ogni personaggio è contemporaneo dello spettatore che quindi può meglio immedesimarsi in queste vicende così vive e presenti.

Impressionante lo squarcio sulla vita di questa terra offerto dalla sezione fotografica.

I dipinti sono di grande interesse. Non ho bisogno di conoscere Guttuso. Però Lia Pasqualino Noto è per me una bella scoperta: ha un gusto formale e coloristico che non la fanno affatto sfigurare accanto al più celebre Renato

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Lo stesso discorso vale anche per Pina Calì con due incantevoli ragazzini davanti al mare

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È sopra tutto il dialogo tra Guttuso e altri artisti coevi – più o meno noti – a rendere memorabile e unica l’escursione a Villa Cattolica.

Se il museo Guttuso tiene orario continuato, Villa Palagonia preferisce chiudere come da tradizione locale dalle 13 alle 15.30. Grazie al cielo si può visitare il tutto in meno di un’ora. Nella stagione invernale farebbe buio troppo in fretta per godere le eccentriche statue mostruose del parco, un défilé molto rococò di draghi e umani. Questi ultimi formano una curiosa orchestra che si dipana lungo il muro perimetrale ricordandomi un poco i nani della vicentina Villa Valmarana.

Un maestoso scalone porta all’ovale sala di Ercole e a una grande sala tutta in marmo ricoperta da un mirabile soffitto a specchi. Le successive cappella e sala del bigliardo sono invece assai bisognose di restauro. Troppo impegnati in un turismo “sole-mare” per capire che si ha in mano un immenso tesoro da valorizzare.



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Tra Sirmione e Desenzano
4 ottobre 2019
Stamattina la nebbia si è stesa sul lago e rende difficile distinguere il cielo dall’acqua. Il paesaggio che si gode sull’estremità della penisola che accoglie Sirmione ha una magia degna del migliore Turner e non lascia indifferenti neppure gli agenti immobiliari dell’antica Roma. Si tratta di costruire una villa faraonica sull’area già usata dal poeta Catullo. La Sovrintendenza se ne farà una ragione, tanto di lì a un paio di millenni i posteri non vedranno la differenza e continueranno a parlare di Grotte di Catullo.

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Percorro un’area immensa, immaginando giardini, porticati, terrazze su tre piani a strapiombo sul lago. Nell’adiacente museo un affresco che avevo già visto, mi sembra alle scuderie del Quirinale, mostra uno specchio d’acqua con una nave e dei pescatori. Non c’è la prospettiva come la conosciamo noi, sembra di essere in un dipinto orientale: la fotografia bidimensionale di un momento di quotidianità grazie alla quale credere che gli antichi romani siano nostri contemporanei.

A Desenzano c’è un’altra villa, meno appariscente quanto a dimensioni, però più facile di lettura e con un apparato musivo più importante. Si sono salvate alcune statue e soprattutto è presente una serie di mosaici affatto bella. Forse i volti hanno un segno rudimentale, ma gli animali sono disegnati con notevole maestria e le tessere mantengono dei colori assai vivaci.

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Un tuffo nel medioevo a San Pietro in Mavino, poco discosto dalle grotte di Catullo. La chiesa ha una facciata semplicissima, che evoca un cascinale più che un edificio di culto, e il campanile laterale mostra di essere composto da materiali eterogenei il cui peso bomba il terzo inferiore del manufatto. L’interesse è dato dagli affreschi interni, risalenti al 1300 ed assai influenzati dal gusto bizantino. Se ai piedi del Salvatore le animucce dei salvati hanno un che di naif il volto di Cristo e la ricca tunica che egli indossa lasciano una forte impressione. Di certo sono affreschi molto più belli rispetto a ciò che si trova nella parrocchiale del paese, architettonicamente più elegante e raffinata.

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Storie di migranti
13 agosto 2019
Oggi ad Ellis Island, a fianco della Statua della Libertà, battelli provenienti al più dal New Jersey sbarcano turisti. Un secolo fa erano dei transatlantici a svuotarsi di migranti.

Scappavano da persecuzioni (ci sono le foto del genocidio armeno), dalla povertà. Venivano anche dal Canada, molti erano messicani (suona nuovo, Donald?). Gran parte però giungeva dall’Europa e per questo New York raccoglieva la quasi totalità delle persone. Solo che, essendo gli USA, a differenza della UE, un vero stato federale queste persone si sparsero per tutto il paese. Benchè la maggior parte privilegiasse il nord-est, gli Stati facevano propaganda attiva per spingere le persone ad andare da loro. Anche facendo la tara delle diverse situazioni economiche ci si rende conto che i migranti venivano visti più come risorsa che come problema.

Non è tutto oro quel che luccica: l’ondata dei disperati in fuga dall’Europa distrutta dal primo conflitto mondiale crea le basi per l’istituzione di quote di migranti. Il sistema non funzionò, si cercò di renderlo più duro ma per trovare una soluzione si dovette ricorrere alla regolarizzazione dei migranti nei paesi di origine.

Mi ricorda qualcosa… Il museo di Ellis Island serve a capire il presente. Non stiamo assistendo a eventi nuovi e straordinari. Se le immagini in bianco e nero di persone reduci da viaggi disumani, i documenti, gli oggetti portati attraverso l’oceano non parlano al cuore, almeno queste storie dovrebbero offrire idee sui provvedimenti migliori da adottare, o almeno ricordare il Terenziano “Homo sum”.

E com’è strano il mondo! Vado su un computer che contiene i dati di tutti quanti sono passati da Ellis Island e trovo i nomi di parenti che avano lasciato il paesello nel 1920.



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Gita nel sommergibile
10 agosto 2019
Io non riesco a suonare in modo decente “Il piccolo montanaro” ma piango leggendo in partitura il risveglio di Brunnhilde. Degno nipote di un nonno alto come un soldo di cacio che si sentiva bersagliere come il fratello morto sul Carso. O degno figlio di un padre che staccava la corrente per cambiare una lampadina ma aveva sangue di sommergibilista.

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Chiunque si sia interessato ai sommergibili italiani di stanza a Bordeaux nella seconda guerra mondiale ha per lo meno sentito parlare della collezione in cui mio padre – usando soprattutto materiale filatelico – ne ricostruisce la storia.

Ecco dunque che non posso far a meno di commemorare il babbo visitando lo USS Torsk, sottomarino ancorato nel Porto Interno di Baltimora, MD. Ad infastidirmi è l’odore pesante ed unto del metallo, che mi prende alla testa. Sono molto più claustrofobiche le amache appese nella chiglia della Constellation, nave ormeggiata poco più in là e usata ai tempi della Guerra di Secessione. Qui invece è tutto ordinato e preciso, sembra di essere nell’astronave di Odissea nello spazio.

Due sale per il lancio dei siluri, una per l’alimentazione elettrica, una per i motori e per la guida. I marinai hanno cucina, bagno, brandine e perfino un juke-box. Separate invece le cabine singole con studiolo per gli ufficiali e il cappellano.

Quest’ultimo mi evoca Padre Messori, di Padova, il cappellano della Base Atlantica di Bordeaux. Noi italiani siamo imbattibili quando si tratta di baciare Rosari e Madonne, ma come Don Abbondio riteniamo che la pelle abbia la precedenza sul Vangelo. Padre Messori invece puntò i piedi per salire nel sommergibile con gli uomini che Dio gli aveva affidato. E così fu l’unico cappellano militare coinvolto in un’azione di guerra, tra l’altro fedelmente riportata nel suo diario. Altri tempi, altri uomini.



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I simboli del potere
4 agosto 2019
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Arrivando all’aeroporto Ronald Reagan la prima cosa che vedo di Washington DC è il Parlamento Federale preceduto dal celeberrimo obelisco posto al centro del parco che collega la Casa Bianca al Potomac.

Mi era stato raccontato che il 10 di Downing Street non ha una serratura, dato che i cittadini debbono avere libero accesso alla dimora del Primo Ministro. Sarà forse ancora così ma ormai le transenne impediscono ai comuni mortali anche solo di entrare in questa viuzza. E pure la dimora della persona più potente al mondo è circondata da diverse barriere che la rendono impenetrabile. Ci accontentiamo, come a Hyde Park, di lasciare qualche eccentrico oratore a concionare in una parvenza di democrazia mentre il potere resta asserragliato nella sua fortezza.

Esiste una simbologia del potere ben più sottile. L’obelisco, simbolo fallico che ha superato i millenni, dall’epoca dei Faraoni all’antica Roma fin su a campanili e minareti. Anche senza scomodare Freud capisco che piazzarlo al centro del parco del potere federale non sia casuale.

Neppure un caso è il tempio greco che al posto che l’antichità riservava all’altare accoglie la gigantesca statua di Lincoln, come se a lui fosse destinata una deificazione laica, accompagnata dal Vangelo costituito dal Discorso in cui si proclamano l’uguaglianza e la libertà dei federati.

La libertà non è gratuita, si dice con un gioco di parole tra “Freedom” e “Free” per ricordare i caduti della guerra di Corea. Un conflitto mai terminato, un “pari e patta” decennale, ma che piace considerare vinto, come il pasticciaccio brutto irakeno e afghano.

Non si può negare invece la sconfitta vietnamita. Il monumento, con la lista di nomi su un marmo nero è semplice ed evita il giudizio. Anche se la guerra è finita male ricordiamo chi ha perso la vita. Al più la pietra levigata e riflettente ci obbliga a guardare in faccia la nostra coscienza. Tra l’altro non mi sfugge che nel gruppo statuario posto all’inizio del monumento, il primo soldato in assetto di guerra – correttezza politica e storica oblige – sia di colore.



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Wagner e Hohenschwangau
20 giugno 2019
Hohenschwangau – come la adiacente Neuschwanstein – è frutto del romanticismo tedesco. Offre una visione idealizzata del medioevo, con cavalieri, dame, menestrelli… tutto l’armamentario che è tutt’ora popolare nel cinema e che riempie tante ricostruzioni farlocche. Ma che piacciono, anche a me. Mi viene in mente Stolzenfels, vicino a Coblenza, sul Reno. Siamo a inizio del XIX secolo, stessa architettura, addirittura uguali imbianchini e giardinieri, per creare una costruzione di sogno in cui inserire il nostro immaginario passato.

Per me, wagneriano fino al collo, è incredibile trovare la raffigurazione di Lohengrin, Parsifal e Nibelunghi molto tempo prima che il nostro se ne occupasse. Mi piaceva così tanto immaginare il Maestro che sblanza dalla vasca da bagno, nudo come mamma Rosina lo ha fatto, perchè ha improvvisamente scoperto la leggenda di Lohengrin. Di fronte agli affreschi di Hohenschwangau sono costretto a pensare che il cavaliere del cigno fosse noto già da tempo al compositore, che la genesi della sua opera sia stata molto più prosaica. E non mi rimetto dallo stupore di trovare già Wieland il fabbro, così come descritto nel finale di “L’opera d’arte dell’avvenire”.

Debbo ammettere che dovrei guardare le opere di Wagner con occhi strabici. Ricordare che queste storie hanno un piano di lettura terra-terra, assolutamente legato al tempo e al luogo in cui nacquero – la prima metà del XIX secolo tedesco – e che solo una gigantesca capacità mitopoietica ha dato loro il potere di parlarci di temi eternamente umani come quelli di un mito ellenico.



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Foggia
29 aprile 2019
Foggia è stata distrutta da un terremoto nel 1731. E' dunque ovvio che lo stile predominante sia un barocco severo e che io faccia fatica a trovare nella cattedrale le tracce del romanico ma perchè bisogna nascondere dietro una cancellata il portale del fianco sinistro? Nell'ultima guerra la città è stata pesantemente bombardata e molti edifici sono del tutto fatiscenti, nel miglior stile italico.
Prima di dirmi deluso dalla città è bene fare una capatina al museo cittadino. Lo trovo proprio sul limitare del centro storico, in palazzo Arpi (a sua volta costruito sul luogo della reggia imperiale - di cui resta solo un portale).
Anche se la pinacoteca è chiusa per ragioni di sicurezza ci sono abbastanza reperti da giustificare la visita. A me è interessata la sezione archeologica, che descrive molto in dettaglio i ritrovamenti fatti in zona, nella antica Arpi. Molto vasellame, con belle decorazioni ed immagini antropomorfe e materiale di ispirazione ellenica.
Notevolissimi dei mosaici di epoca romana e la ricostruzione di alcune tombe della zona. A parte un paio di ipogei a sud di Bari - nella necropoli di Egnazia - non sono riuscito a vedere molto: bisogna programmare con molta cura le proprie escursioni affinchè qualche anima pia permetta l'accesso agli ipogei e al materiale trovato in giro: il nostro è un paese stolido in cui il turismo si limita al sole e al mare. Mi sembra però che avere un'alternativa per i giorni piovosi - e non solo - non sarebbe malaccio.



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Orgoglio polacco nel castello di Varsavia
20 agosto 2018
La storia recente del castello di Varsavia è un grande esempio di resilienza.
 
Già il paese ha subito nel XVIII secolo uno smembramento che lo ha cancellato dalle carte geografiche fino al 1918. Poi c'è stato il breve periodo di indipendenza tra le due guerre... Nel sotterraneo vengono proposte le immagini dell'invasione dei nazisti che come prima cosa saccheggiano e poi distruggono il castello.
 
I polacchi erano stati previdenti: avevano inventariato e nascosto tutto il possibile nella speranza che dovesse passare la nottata. Purtroppo per loro, nel dopo guerra i comunisti non avevano la minima voglia di titillare il nazionalismo polacco ripristinando il castello di Varsavia.
 
Bisogna attendere dunque l'epoca di Solidarnosc perché inizi la rinascita dell'edificio.
 
Per dare un'idea delle difficoltà incontrate dai restauratori mi limito a raccontare la storia delle aquile che adornavano il trono. Ne erano rimaste solo foto in bianco e nero che non permettevano di ricostruirle in modo adeguato. Con un colpo di fortuna saltò fuori dagli Stati Uniti un originale trafugato dai tedeschi a partire dal quale si potè ricostruire il resto.
 
Dobbiamo accontentarci di un palazzo rifatto, con soffitti le cui cornici dorate racchiudono il nulla. Ma l'orgoglio di avere riportato queste stanze allo splendore di un tempo supera qualsiasi obiezione che il visitatore voglia fare. Le sale sono magnifiche e la visita è del tutto appagante.
 
È poi indispensabile una visita alla pinacoteca a piano terra. I pezzi forti sono due Rembrandt appaiati: un anziano studioso intento a scrivere e una  bellissima ragazza. Mi piace immaginare - a giudicare dal suo abbigliamento - che si tratti di una giovinetta ebrea il giorno delle nozze.
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Ella rivolge fiduciosa il suo sguardo direttamente a noi e poggia le mani sulla cornice del quadro, come se volesse uscire dalla tela anticipando di qualche secolo "La rosa purpurea del Cairo".



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