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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Völkling - Patrimonio culturale dell'umanità
11 agosto 2017
Quando le acciaierie di Völkling vennero spente, sulla città si fece il silenzio totale. I cittadini, abituati al continuo rumore generato dal complesso industriale, che sapevano interpretare con la stessa finezza con cui Abbado ascoltava un'orchestrazione di Mahler, non riuscivano neanche più a dormire. Mancava loro la dolce ninna nanna degli altoforni.
 

In Full Monty gli operai di Sheffield si convertono allo spogliarello maschile. A Völkling i rudi germanici trascormano un cimitero industriale in un museo e centro culturale che l'Unesco mette tra i patrimoni dell'umanità.

 La visita al complesso di Völkling è molto istruttiva. Si impara la storia del sito, si seguono le fasi di produzione dell'acciaio, si toccano anche i momenti più imbarazzanti del passato tedesco (il lavoro forzato dei prigionieri di guerra e dei deportati).
 
É riduttivo limitare l'esperienza di Völkling alla sola didattica. Ho vissuto l'ambiente come un gigantesco quadro vivente cubista: tubi, ciminiere, ingranaggi, trionfo delle linee rette, spesso - ma non sempre - ortogonali, la predominanza delle tonalità fredde di grigio, azzurro, nero, bianco, marrone. Anche l'esperienza olfattiva (si sente ancora l'odore del metallo) contribuisce a dare una sensazione estetica di grande impatto. Purtroppo manca l'elemento uditivo: pochi suoni animano la nostra visita e mi sento come in un museo di strumenti musicali rigorosamente muti.
 
Non bisogna però dimenticare il lato centro culturale. Attualmente sono in corso una notevolissima mostra sull'arte peruviana precolombiana e un'esposizione dedicata all'arte urbana di strada (graffiti... ma non solo). Intelligente e stimolante. Vale tutto molto più dei 15€ a cranio di biglietto.
 
Informazioni a questo indirizzo




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/8/2017 alle 5:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Dinant - Sulle rive della Mosa
10 agosto 2017
La Mosa si snoda sinuosa in un paesaggio verde e riposante. Paesini che si specchiano nel fiume, circondato da rocce alte e ripide. Dinant è forse il luogo più tipico, con una cattedrale alta e stretta che culmina con una curiosa torre a bulbo.
 
Ad essere impressionante è la muraglia di roccia grigia che si trova alle sue spalle e che fa quasi credere che l'edificio debba far parte della montagna.
 
Appena dietro alla chiesa si alza una scalinata che, in alternativa a una ben più comoda teleferica, conduce alla fortezza.
 
Due secoli fa i ponti sulla Mosa erano posti a una distanza corrispondente al tragitto che poteva venir coperto in una giornata di cammino. Ecco dunque che, ancora oggi, ogni 30 chilometri si trova un importante snodo (Dinant, Namur, Huy, Liegi) protetto da una fortezza.
 
Ne ho visitate tante di fortezze, tutte simili tra di loro: il giro di mura, le feritorie, la forma a stella... In questo caso ci sono le celle dell'epoca in cui l'edificio fu impiegato come carcere, le ricostruzioni di cucina e quartieri per le truppe.
 
Il momento più interessante della visita giunge alla fine.
 
La ricostruzione di una trincea. Si passa in uno spazio claustrofobico, delimitato da sacchi di sabbia e legno, un cunicolo a zigzag con la musica di spari e cannoni che danno il senso della precarietà, del pericolo continuo e reale vissuto dai soldati. Dai soldati di tutte le nazioni, carne da macello nelle mani di delinquenti che hano seminato distruzione e lutti in tutta Europa. Marmaglia che ha dissanguato il continente in una inutile guerra di posizione.
 
Tutta la fascia compresa tra Francia e Belgio è disseminata da cimiteri di guerra, pieni di croci tutte uguali. Cambiano le bandiere che garriscono al vento, non le sofferenze sottintese. Ho evitato accuratamente la visita di musei e memoriali ma alla fine, senza aspettarmelo, mi sono trovato in questa trincea. E ci si sta proprio male.
 
Non finisce qui: l'ultima stanza é un rifugio antiaereo che, essendo stato colpito, é inclinato del trenta per cento. Lo si percorre tenendosi con entrambe le mani ai corrimano. Ed anche così il cammino tortuoso, in un piano tanto inclinato mette nausea e vertigini.
 
Piacerebbe dire "mai più" ma sappiamo che gli uomini ci ricascheranno.




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Il castello di Pierrefonds (Oise)
4 agosto 2017
Lo sciovinismo francese si insinua subdolamente nell'ultima frase di un lungo pannello esplicativo: il re Luigi II di Baviera visitò Pierrefonds prima di ideare Neuschwanstein. L'onore gallico è salvo!
 
Da buon pignolo però osservo che Viollet-le-Duc non è l'unico artista del XIX secolo a proporre un medioevo reinventato in ottica romantica. L'Ungheria é tutta in stile falso antico, come la sala dei cantori alla Wartburg di Eisenach, e poi ci sono i preraffaelliti... perfino il parlamento canadese a Ottawa.
 
Senza sminuirne il fascino, Pierrefonds é la testimonianza di un gusto borghese per il falso antico che è tutt'altro che morto. Basta andare a Grazzano Visconti.
 

Nella Recherche Swann parla, proprio riferendosi a Pierrefonds, delle "immondizie di Viollet-le-Duc" e biasima il falso antico con Odette che reagisce infastidita più con il rispetto umano di una borghese che con il dilettantismo di una mantenuta.

Immagino che del resto Swann non avesse mai notato la delusione di coloro che alle visite di un castello scoprono che all'epoca non c'era mobilio, non esistevano decorazioni. Si conduceva una vita molto spartana e tutti gli averi erano chiusi in bauli che si trasportavano di dimora in dimora.

 
Pierrefonds ha il merito di restituirci il medioevo che abbiamo sognato sui libri di Walter Scott, di darci il mondo di Ossian (non a caso altro clamoroso falso). E la visita, per altro molto piacevole e bella, è un esercizio pirandelliano in cui prendo per vero ciò in cui voglio credere.




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Reims: L'Hotel du vergeur
3 agosto 2017
Il vergeur era una persona che agitando una verga controllava lo stato del vino. L'hôtel du vergeur é un palazzo composito, nella parte inferiore rinascimentale e in alto a graticcio. Sul retro, nel giardino, si trovano un'ala gotica, resti di un altro edificio rinascimentale distrutto durante la prima guerra mondiale e mai ricostruito, più alcune facciate provenienti da case di Reims.
 
Il proprietario di questo hôtel du vergeur, Hugues Krafft, ha infatti voluto trasformare la propria dimora in un museo. Questo Krafft, ricchissimo grazie alla produzione di vino, al termine di viaggi che lo hanno condotto in tutto il mondo, fonda un'associazione di "Amici della vecchia Reims" che alla sua morte assume la gestione del museo ex-casa.
 
Il percorso di visita é l'appassionante storia della di un uomo molto colto, che desidera lasciare un segno tangibile del suo passaggio su questa terra. I cimeli che troviamo sulla storia cittadina sono certo interessanti ed aiutano a dare un senso a ciò che un turista attento ha visto (o vedrà) a Reims.
 
Però io trovo molto più interessante la persona di questo Krafft, il suo seguir virtute e conoscenza, così come sgorga dai ricordi che si è portato dai quattro angoli del mondo. L'eclettismo della casa e del suo contenuto, misto alla ricerca di tutte le comodità che il progresso consente di avere, disegna il ritratto di uno spirito curioso di cui anche oggi abbiamo bisogno.
 




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/8/2017 alle 5:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Giro tra le chiese di Troyes
1 agosto 2017
San Pietro e Paolo (cattedrale di Troyes) ha una facciata ampia, asimmetrica, con un ampio rosone - per altro meno monumentale di quello del lato nord. La rivoluzione francese ha fatto sparire le statue dei portali - i talebani non hanno inventato nulla.
 
L'elemento di maggiore interesse é costituito dalle vetrate. Quando alle spesse mura romaniche si é sostituito il trine della pietra gotica é stato naturale riempire i vuoti con il vetro. Il colore non è solo un valore aggiuntivo secondo un'estetica che non appartiene unicamente a Combray. Il tappeto multicolore alla Pollock da cui si stagliano le storie bibliche trasfigura l'ambiente, modifica l'assetto della chiesa ed ha spesso un valore indipendente dalla storia rappresentata.
 
A Sant'Urbano sotto il portico della facciata si è salvato un Giudizio Universale poco drammatico. San Giovanni mostra le due fasi della sua costruzione: una navata rinascimentale sghemba rispetto al coro gotico. Preferisco il matrimonio di stili che si consuma a Santa Maddalena: le boiseries barocche si armonizzano molto bene al lussureggiante tramezzo gotico.
 
Una sorpresa a san Pantaleone. Facciata anonima, interno con copertura lignea che ha tanto bisogno di restauro e una ricchissima collezione di statue, anche policrome. Il circolo si chiude: le sculture esposte qui provengono dalle spoliazioni rivoluzionarie.
 
Ma mi sono stufato di girare per chiese. Dietro a San Pantaleone trovo riunito in un solo edificio tutto quello che l'architettura civile ha da offrire a Troyes. Il palazzo Maurois ha un primo piano a graticcio e il pianterreno ornato da scacchi bianchi (pietra) e rossi (mattoni). C'è anche una vezzosa torricella - sempre a graticcio. Il palazzo ospita il "Mopo", museo dell'attrezzo e del pensiero operaio. Non visito questa istituzione dal nome più consono a un partito politico e mi butto alla caccia del medioevo.




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Visita guidata alla cattedrale di Besançon
31 luglio 2017

Ogni quarto d'ora parte una visita guidata alla cattedrale di Besançon. I gruppetti sono così molto ridotti, ciò che permette di non disturbare i visitatori isolati e di avere una buona interazione con la guida, nel mio caso un seminarista.Siamo nel primo abside, la cui decorazione barocca doveva celebrare la copia della Sindone, conservata qui fino alla rivoluzione francese. É una rassegna di angeli che recano l'immagine di Cristo e gli strumenti della Passione. Ci sono le tele che descrivono la morte e resurrezione.

Il futuro sacerdote domanda dove é avvenuta la Crocefissione. Detesto queste domande, specie quando sono tanto banali. Mi accorgo però che per la coppia francese che é in gruppo con noi non é così semplice rispondere. Nonostante l'aiutino della guida (Ge... ru...) i due fanno una scena muta mortificante e scandalosa.

Preferisco a questo punto far la figura del saputello cui Bach e Messiaen hanno insegnato tutto sulla simbologia cristiana. La visita prosegue così senza imbarazzanti intoppi.

La cattedrale ha un secondo abside gotico, diversi dipinti di valore diseguale, dimenticherei gli affreschi ottocenteschi della "sala vetrata" che fanno molto Cecil de Mille. Interessante un altare circolare a forma di rosa. Ma tutto ciò è passato in secondo piano rispetto allo scampolo di abissale ignoranza cui ho assistito.




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Movimento (e monumento) della vita a Jenbach
27 giugno 2017
jenbach Jenbach[/caption]

 

La chiesa parrocchiale di Jenbach ha un bell'abside gotico cui corrisponde però il solito interno barocchizzato a stucchi pastello rosa e giallini.

Mi incuriosisce, nell'antistante cimitero, un monumento che sembra ideato da un carabiniere lepenista: una fiamma in acciaio rossa e blu con alla base una sfera color rosa-sali da bagno, probabilmente sfuggita a qualche giardino zen. Un'iscrizione mi informa che si tratta di un monumento funebre destinato a ricordare i bambini morti precocemente o prima della nascita. Chissà se anche qui c'è chi battezza e seppellisce cristianamente gli aborti.





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Il castello di Tratzberg
19 giugno 2017

Il castello di Tratzberg domina una collina a metà strada tra Schwaz e Jenbach. E' territorio dei ricchi mercanti Fugger che hanno posseduto l'edificio attorno al 1590. Dalla metà del XIX secolo Tratzberg è proprietà privata dei conti Goess e Enzenberg.

Bisogna ringraziare questi signori che hanno mantenuto il castello in una condizione invidiabile. Non è solo il cortile rinascimentale interno, che pure vale da solo la visita ma anche la serie di stanze interne con mobilio e arredamento originali. Bellissimi i rivestimenti lignei di soffitti e pareti, gli sporti riccamente arredati, le porte con le loro elaborate serrature.

Immagino che alla luce di candela la galleria affrescata con l'albero genealogico degli Asburgo dovesse essere impressionante: anche sotto la luce accecante del pomeriggio si ha l'impressione che le persone raffigurate siano tridimensionali.

Può far sorridere nella sala delle armi il discorso dell'armigero animato, ma una volta tanto sono riuscito ad interessarmi a una panoplia.





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Il castello di Sarre (AO)
4 giugno 2017

Il castello di Sarre domina la statale che si dirige verso il Monte Bianco, sulla destra poco fuori da Aosta. Esternamente è un edificio settecentesco che del complesso medievale conserva solo una torre quadrata. Vittorio Emanuele II l'aveva acquisito per risiedervi quando sarebbe venuto in valle per soddisfare la propria passione venatoria. Furono però i suoi successori a sfruttare - ed amare - questa dimora.

L'ala sinistra del piano terra ci parla della caccia che si svolgeva in quello che oggi è il Parco Nazionale del Gran Paradiso e certo le anime belle animaliste saranno scandalizzate dalla decorazione della galleria e del salone del piano superiore: pareti e soffitti sono coperte di festoni e girandole formate con le corna degli animali uccisi. Non ho mai visto però ambienti simili. Certamente sono molto belli e degni di essere visti.

Sarre
Sarre: la galleria
La visita prosegue con la celebrazione di casa Savoia. Dato che nel nostro paese si ha la bell'abitudine di non fare i conti con la propria storia si preferisce lasciare sotto il tappeto la vita - ottanta anni - della casa reale italiana. La mostra consente di osservare che anche i nostri Savoia hanno saputo gestire in modo molto accorto la loro immagine pubblica sfruttando il mezzo ancora giovane dei periodici illustrati. Non siamo poi molto lontani dai sovrani borghesi dei paesi nordici.

Manca - forse però non è questo il luogo - un'analisi delle ombre della monarchia del nostro paese - giusto un profilo di Mussolini nel quadro delle nozze di Umberto. Si dice che se Cleopatra avesse avuto un naso diverso la storia avrebbe avuto un altro corso. Forse la cosa vale anche per le gambe di Vittorio Emanuele III: un corpo non indebolito dalla consanguineità dei matrimoni gli avrebbe forse dato la capacità di affrontare con diverso piglio le prove che la storia gli ha posto davanti.





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Villa medicea di Poggio a Caiano
25 aprile 2017
Fu Sangallo a costruire la villa medicea di Poggio a Caiano. Il suo fulcro era costituito dal salone di Leone X: al centro del soffitto a botte, decorato di stucchi policromi che vogliono rinverdire i fasti degli ornamenti d'età imperiale, lo stemma papale. Più in basso affreschi di figure allegoriche, Dei ed Eroi - la compagnia quotidiana dell'elite dell'epoca.

I Medici hanno lasciato il posto ad altri potenti... sono passati di qui i napoleonidi e sopra tutto i Savoia che trasferiscono a Firenze la capitale del novello Regno d'Italia.

A piano terra la sala da bigliardo è ornata da affreschi che danno l'idea di un pergolato, un bel giardino in cui ci riuniamo per divertici. C'è a Schonbrunn qualcosa di simile - sia nell'idea decorativa che nello spirito. In fondo - a differenza del collega austro-ungarico - Vittorio Emanuele II può anche non aver studiato falegnameria, ma ha lo stesso spirito borghese autocompiaciuto e desideroso di una semplice e onesta comodità. Siamo ad un passo dalle famiglie reali da rotocalco: l'appartamento del sovrano, come quello della "bella Rosina", rispecchia il gusto della ricca borghesia di fine ottocento. Ma se un sovrano cessa di confrontarsi con Attilio Regolo ed Achille per mettersi sul medesimo piano di un ricco signore qualsiasi potremo ben facilmente sbarazzarci di lui e sostituirlo con un presidente della repubblica.

Ed ecco che oggi è lo stato italiano ad essere proprietario della villa medicea. Ho letto che qualche mese fa è crollata una parte del muro perimetrale. Noto che la facciata è scrostata e mi accorgo che gli inservienti prendono il loro lavoro come una sinecura. Sono lì giusto ad aprire le porte e - forse - a verificare che non danneggiamo il luogo. Meno male che sono stati messi dei pannelli esplicativi. Inesplicabile però la necessità di prenotare la visita alla collezione di nature morte.

Questa villa medicea è sicuramente molto bella, merita la visita. Andrebbe però valorizzata e sfruttata meglio - anche a costo di  imporre un'entrata a pagamento.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/4/2017 alle 14:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mostro sacro
5 gennaio 2017

Uno dei reperti più interessanti del museo lapidario di Avignone è il cosiddetto Tarasque de Noves, una stranissima figura di animale - forse un leone - che sta mangiando un uomo: se ne vede il braccio che esce dalla bocca irta di zanne. Cosa significa? Con questo reperto, di origine gallica, siamo persi nelle nebbie della preistoria e possiamo fantasticare di lotte tra animali feroci e uomini, come anche di riti di generazione (il mostro ha un membro eretto che fa presupporre che l'uomo sia inghiottito giusto temporaneamente, che esso risorgerà a nuova vita da questa esperienza).

Ma non avrei immaginato di imbattermi in qualcosa di simile nel portale di San Trofimo ad Arles, una trentina di chilometri più a sud. Anche qui riconosco l'inconfondibile figura di un leone che si sta sgranocchiando con grande gusto un nostro simile. Di nuovo è molto ben visibile l'arto che esce dalla bocca dell'animale. Ma la figura umana è molto meglio disegnata e la bestia non ha attributi maschili che possano accostarla a riti pagani. La Tarasque è un animale mitologico affine alla manticora che rientra nel folklore provenzale. Pure mi sembra inquietante che qualcosa degli incubi preistorici sia sopravvissuto nei secoli e sia arrivato in piena epoca cristiana.



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Baux-de-Provence
4 gennaio 2017

Sono tanti i "villages perchés" della regione PACA. Baux è particolarmente suggestivo perchè la pietra bianca di cui sono fatti gli edifici che lo compongono sembra la continuazione della collina su cui è appollaiato. Direi che la terra del posto sia stata modellata da un gigante non per plasmare un gruppo di santons provenzali (le statuine del presepe che vengono prodotte da queste parti) ma l'intero paese. Anche il castello, con l'arco che unisce due cime, sembra essere il prodotto non dell'opera umana ma di qualche curioso fenomeno naturale.

Baux è costituito da un paio di viuzze che si incontrano alle estremità come due mani giunte. Lo spazio viene sfruttato al massimo, come si vede nella chiesetta singolarmente asimmetrica, come pure nel sali-scendi cui si è costretti per spostarsi da un lato all'altro del paese.

L'uomo è stato più cocciuto  della natura nella sua decisione di insediarsi ad ogni costo su questa cima. Siamo del resto in una posizione strategica da cui si domina la strada che va da un lato verso Saint Remy e dall'altro scende a Fontvieille e Arles, con l'abbazia fortificata di Montmajour, altro snodo fondamentale nelle comunicazioni regionali. Oggi  non guardiamo più l'orizzonte per avvistare nemici e ci accontentiamo di ammirare il paesaggio, bello e selvaggio, sotto un cielo reso terso dal mistral.





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Antica Roma ad Orange
3 gennaio 2017

Il teatro romano è il monumento più famoso ed insigne di Orange. Il meglio conservato di tutti quelli che sono giunti a noi. Ma è un peccato fermarsi al teatro: basta attraversare la strada per trovare un piccolo museo che val la pena visitare.

La sezione romana del museo è tutta al piano terra. Pochi reperti ma belli: alcuni frammenti di catasto romano, tabelle che riportavano i nomi dei proprietari dei terreni censiti (e suddivisi in centurie), diversi ornamenti provenienti dal vicino teatro, statue e mosaici.

Al piano superiore ci viene raccontata invece la storia moderna di Orange, che - tra le altre cose - è la culla da cui sono venuti gli attuali sovrani olandesi. Ci sono vicende di studiosi ed industriali: un paio di stanze è dedicata al tessuto stampato indiano, che era diventato molto di moda nell'ancien regime. Visto che vietarne la vendita non aveva portato grandi risultati un imprenditore svizzero decise di tagliare la testa al toro producendo in Francia il tessuto tanto ricercato. E' curioso osservare l'organizzazione della fabbrica così come viene rappresentata da alcuni giganteschi dipinti.

E prima di andare all'altra parte della città dove sorge isolato l'arco di trionfo, la flanerie conduce davanti al municipio la cui torre civica è splendidamente restaurata ed è una delle più graziose di tutta la zona.




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Oria - Villa Fogazzaro Roi
5 settembre 2016

Oria è un villaggio di un centinaio di abitanti, a un paio di chilometri dal confine con la Svizzera. Prima che si costruisse la statale asfaltata che passa sopra il paese l'unica strada esistente era un viottolo di sassi largo un metro. Sul piccolo sagrato si affaccia anche la villa in cui Fogazzaro viveva nei mesi estivi ed in cui è ambientato il "Piccolo mondo antico". Nel romanzo - di cui detesto il sentimentalismo patriottico mescolato alla dolciastra religiosità controriformista (proprio il contrario di Manzoni) - Oria e la villa sono descritte in modo particolareggiato e preciso. Vediamo il cimitero, la chiesetta, i giardini e la loggia da cui si gode un meraviglioso panorama sul Ceresio - anche se io preferisco il tratto compreso fra Gandria e Castagnola, in cui ogni curva della strada sopraelevata offre una sorpresa agli occhi.

L'interno di Villa Fogazzaro Roi mostra un ambiente borghese ottocentesco ed aiuta a capire la personalità dello scrittore che segna nel fondo del cassetto della scrivania gli eventi importanti della sua vita, che piange la morte precoce del primogenito. Non mi stupisce trovare foto di prelati nè, attorno al letto matrimoniale, una curiosa raccolta di reliquiari che le suore facevano con cartapesta, stagnola e altri materiali poveri. Sono piccoli lavori commoventi come i cestini confezionati dai pazienti dei centri di riabilitazione psichiatrica.

Penso che la persona più interessante da conoscere sarebbe stato il marchese Roi, ultimo proprietario della villa, uomo colto, grande collezionista (stupende le lastre in rame destinate alle incisioni). Con una pignoleria degna dei vicini confederati il testamento in cui dona la villa al FAI non lascia niente al caso, neppure il colore della carta igienica.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/9/2016 alle 8:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mulhouse - Santo Stefano
9 agosto 2016

Il monumento più famoso di Mulhouse è il vecchio municipio, interamente affrescato, che si affaccia su una piazza che parla di Confederazione Elvetica: stemmi dei cantoni, statua di Guglielmo Tell, ricordo di Winkelried.

In mezzo vi sorge la cattedrale di Santo Stefano, che fornisce un grande colpo d'occhio (adesso però è in restauro) ma che risale al XIX secolo. Pieno neogotico, dunque. All'interno  però c'è una fantastica serie di vetrate che possono essere viste da vicino salendo al piano superiore tramite una scala a chiocciola. Mi piace sempre l'immediatezza con cui l'arte medievale dà forma alle idee: le virtù schiacciano i vizi cacciando loro in gola dei pali con veemenza e brutalità, i diavoli - anche quando sono grotteschi - hanno una immensa concretezza.

La curiosità della visita di oggi è data dalla presenza di una mostra di vetrate moderne. Le arcinote vicende bibliche sono trasportate ai nostri giorni: il cantiere della torre di Babele è circondato da betoniere e gru, Maria riceve l'Arcangelo mentre sta leggendo un giornale su una terrazza d'albergo e ovviamente i fuggiaschi in Egitto hanno l'aspetto di tanti migranti contemporanei. Non mancano riferimenti a Picasso, Munch, Doisneau (il famoso bacio il giorno della liberazione di Parigi). Non sempre pertinenti, non sempre originali... ma ad esempio la vetrata della creazione del mondo, in cui  - nel predominio del rosso - si intrufola un serpente giallo, piccolo e a prima vista insignificante è molto bella. Il venerdì sono presenti gli autori - Guillaume e Patrick Jaegy - ben disposti a illustrare il loro lavoro ai visitatori della chiesa.





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Marburg (Assia)
3 agosto 2016

La Elisabetta cui è dedicata la chiesa principale di Marburg ha più di un'affinità con la protagonista di Tannhauser: vive alla Wartburg con il Landgravio - suo marito. Rimasta vedova scappa a Marburg dove si dedica alla carità e alla vita contemplativa. Alla sua morte è santificata con una velocità degna di Wojtyla. Le sue ossa - che scompariranno con la Riforma- saranno conservate in una cassa dorata, in forma di chiesa con sui lati lunghi gli apostoli e Cristo e sui corti Elisabetta e Maria.

Il tramezzo, dal culmine in legno, separa dalla parte più interessante della chiesa: sarcofago e tomba di Elisabetta, sepolture dei landgravi dell'Assia, vetrate ed altari.

Un interessante complemento a questa chiesa è dato dal castello, che domina la città. Vi ho trovato alcuni crocifissi di indubbio fascino nella loro semplice primitività e un arazzo di grandi dimensioni che racconta in modo tanto semplice quanto efficace la parabola del figliol prodigo. Il disegno è talvolta rozzo, i colori sono piatti ma il messaggio arriva con un grande impatto emotivo.

E poi Marburg offre la solita possibilità di passeggiare in un centro storico ricco di case a graticcio che trova il suo centro di gravità sul Markt, con uno stupendo municipio in muratura in cui si staglia l'onnipresente Elisabetta che tiene in mano la propria chiesa.



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Il convento di Eberbach
1 agosto 2016

Gli amanti di cinema conoscono il convento di Eberbach perchè vi è stato girato il "Nome della Rosa", io vi ho riconosciuto la sede dei concerti del festival del Rheingau.

L'insieme del convento di Eberbach è conservato molto bene - un'intera ala è adibita ad albergo, ristorante e vendita di vini. La parte conventuale vera e propria ha un chiostro molto bello che su un'ala dà accesso alla chiesa basilicale romanica, del tutto spoglia, fatta eccezione per qualche tomba gotica. Sulle altre pareti - di cui una molto bella a graticcio, andiamo verso gli spazi abituali di un simile complesso: sala capitolare, un dormitorio e due refettori - uno per i laici, che ospita oggi una raccolta di presse per l'uva e l'altro per i religiosi. Quest'ultimo è una sala dal soffitto rococò, ricoperta di pannelli in legno, con ritratti ed un notevole armadio; il dormitorio, al primo piano sopra la sala capitolare è molto suggestivo e conduce ad un museo che mi è parso molto interessante.

Vi ho trovato le mensole originali del chiostro, statue barocche provenienti dal convento, ma sopra tutto, nell'ultima sala, due croci in ferro risalenti all'inizio del secondo millennio. Una mostra un Cristo dagli occhi aperti ed ha alla base una testa di leone che la rende assolutamente originale dal punto di vista iconografico, l'altra è costituita di due parti unite ed era destinata a conservare una reliqua della Santa Croce. Bisogna aguzzare non poco la vista per vedere ciò che viene raffigurato (la Madonna e gli Evangelisti), però vale la visita.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/8/2016 alle 16:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Miltenberg (Baviera)
31 luglio 2016

Non so più quanti paesini pittoreschi simili  a Miltenberg io abbia visto fino ad oggi: case a graticcio, dipinte alla perfezione, senza una scrostatura anche microscopica dell'intonaco; qua e là una iscrizione - anno  di costruzione, di restauro, un proverbio o una lode al Signore - immancabili la nicchia che accoglie una Vergine con il bambino e lo sporto debitamente istoriato.

Miltenberg si stende pacifica lungo il Meno, in un paesaggio collinare. E' stretto e lungo, con un perimetro delimitato da una cinta di mura in gran parte sparita -  anche se rimangono le torri che consentivano l'ingresso in città. Volendo si può salire anche fino al castello rinascimentale che domina la città: è una  strada niente affatto impegnativa, tranquilla e felice.

In questo tratto di strada, fra Tauberbischofsheim e Aschaffenburg, Miltenberg è uno dei luoghi più belli, in cui è  piacevole passeggiare e godere la calma animazione di una domenica di festa... perchè i tedeschi riescono a non far chiasso nemmeno quando sono tanti e in libera uscita.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 31/7/2016 alle 15:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Weikersheim - Il castello
30 luglio 2016

Il castello di Weikersheim, già della famiglia Hohenlohe, appartiene oggi allo stato del Baden-Wurttemberg. 

Nel castello si riconoscono due distinte fasi artistiche, quella rinascimentale e la barocca. La prima è senza dubbio la più interessante con la ricchissima e monumentale Sala dei cavalieri. In mezzo alla sala troneggia uno stupendo candeliere argentato munito di sistema che, abbassandolo, consentiva di accendere le candele; il soffitto è costituito da quadri dipinti che raffigurano scene di caccia; ai lati due portali illustrano le prodezze della casata (la guerra contro i turchi). Subito dopo due stanze con soffitti che raccontano prima l'uccisione (in difesa della patria o del proprio onore) di illustri romani e poi la morte (anche per mano propria) delle dame del passato (non solo romane, c'è pure Cleopatra, raffigurata vicino all'artista che ha realizzato quest'opera.

Molto ricca, anche se più prevedibile, la sezione barocca e rococò, perfettamente conservata (mobilio ed arredamento sono quasi tutti originali) con le stanze dei padroni di casa. 

Dietro il castello un parco alla francesce, con due fontane, un'ampia orangerie e tante aiuole fiorite. Pare che il  momento migliore per visitarlo sia la primavera, quando c'è la fioritura dei tulipani, ma anche adesso, in piena estate è tutt'altro che  disprezzabile.




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Norimberga - San Lorenzo
29 luglio 2016
Avevo visto al Marienberg di Wurzburg un'Annunciazione di Riemenschneider che mi ricordava il Saluto dell'Angelo di Norimberga. Qui, però nella chiesa di san Lorenzo, sono soggiogato dalle gigantesche proporzioni di questa Annunciazione, dalla finezza dei colori che riproducono fedelmente l'incarnato dei personaggi, che paiono vivi nella tenue penombra. E poi i medaglioni con scene della vita di Maria. Nulla lasciato al caso, tutto vivido ed espressivo. Tra l'altro non guasta che appena davanti ci sia un aereo e luminoso Crocefisso che concluda il ciclo della Redenzione, tra l'altro con dei bracci verdeggianti che evocano subito l'immagine della Resurrezione.Un altro gioiello di questa chiesa è il ciborio. Immenso e maestoso. Ciò che mi ha interessato di più è stata la presenza, sotto la predella, di figure umane che sostengono la poderosa architettura. Una in particolare ha mantenuto il proprio colore, ha una bella barba ricciuta da integralista musulmano e ha una spiccata personalità che guarda ai tempi nuovi dell'arte.



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La fortezza Marienberg a Wurzburg
27 luglio 2016
La fortezza di Marienberg, eretta nel 1250, è stata sede del potere temporale ed ecclesiastico di Wurzburg per cinque secoli, quando è stata completata la residenza cittadina. Oggi contiene due musei, uno - Museo del palazzo dei principi - è dedicato alla storia della città, dalla sua fondazione ad oggi - c'è anche un plastico che raffigura Wurzburg come appariva dopo il bombardamento alleato, l'altro - "Museo del Meno e della Franconia" - contiene delle straordinarie opere d'arte.

Innanzitutto ha una sala interamente dedicata a Riemenschneider, scultore straordinario per la precisione con cui descrive i suoi personaggi, la cura dell'abbigliamento (anche il ginocchio della Madonna, che disegna delicatamente la curva dell'abito). Ha uno stile talmente importante che si riconosce subito la presenza anche nei lavori di bottega. Sono presenti sia sculture in legno  che in pietra (tra queste gli Adamo ed Eva originali  della Marienkirche del Markt).

Ho anche apprezzato moltissimo alcuni dipinti di Zick, il bavarese che i Tiepolo hanno soppiantato nella decorazione della Residenza, che mi guarda con orgoglioso cipiglio nel suo  autoritratto: una Deposizione di Croce, in cui il corpo livido del Salvatore si staglia nell'oscurità dell'ambiente mi è parsa stupenda. Ci sono degli effetti di luce affatto interessanti. Anche se l'arte barocca non sopporta bene di essere confinata nello spazio ristretto degli abbozzi e progetti il bavarese mostra di sapere il fatto suo.

C'è davvero tanto materiale, da una collezione di spremitoi e tini per la produzione del vino a opere dell'epoca gotica, agli originali delle statue che adornano il giardino rococò della residenza estiva dei vescovi a Veitshochsheim - per noi muniti di auto a un tiro di schioppo  da Wurzburg ma un tempo un viaggio importante.

Infine sono interessanti anche i dipinti che mostrano gli interni delle chiese cittadine come apparivano un  tempo, tanto per farci apprezzare i danni che la follia umana riesce a fare.




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La residenza di Wurzburg
26 luglio 2016
Come la città, anche la residenza di Wurzburg è stata quasi interamente distrutta dalle bombe alleate nel marzo del '45. Ha del miracoloso che sia rimasto intatto il gigantesco soffitto affrescato da Tiepolo.

I tedeschi sono meticolosi anche quando pianificano le sconfitte. Per questo hanno provveduto per tempo a mettere al riparo tutto quanto era trasportabile e hanno addirittura fotografato a colori ogni dettaglio della sala degli specchi. In questo modo nel dopo-guerra è stato possibille riportare al suo aspetto originale la residenza di Wurzburg. Un processo lungo e difficile che viene illustrato con germanico puntiglio al termine del percorso di visita. Mi stupisce la caparbietà di un popolo che - pur avendo tentato il suicidio nelle braccia del nazismo - aveva già preventivato la rinascita, così come è ammirevole l'orgoglio con cui si guarda al modo con cui si è riprodotta la delicata pittura su vetro della sala degli specchi o la copertura dell'argento  con la lacca verde. E c'è anche il candido apprezzamento per il responsabile statunitense che, appena arrivato in zona, ha puntellato quanto rimaneva in piedi della residenza.
Poi, non ce ne voglia il povero pittore Zick, offeso perchè era stato sostituito dallo straniero Tiepolo nel completamento della decorazione a fresco del palazzo. La delicatezza dei colori, la morbidità aerea degli incarnati dei personaggi dipinti da questi migranti veneti è un altro mondo rispetto alla terragna solidità degli dei a banchetto che il bavarese ha raffigurato nel salone che conduce ai giardini.



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Nordlingen
24 luglio 2016
In mezzo a una pianura dolcemente ondulata come in tante parti della nostra Padania, Nordlingen si fa annunciare dal campanile di san Giorgio, dalla copertura ottagonale, con le bandiere che pendono sui lati. Qualche ora dopo, osservandolo dalle mura circondato da case dagli alti tetti rossi spioventi, mi sembra di essere stato sbalzato nei Paesi Bassi. Ed in effetti questa cittadina è un bastione riformato nella cattolicissima Baviera.

Dalla chiesa di san Giorgio sono stati eliminati i segni del papismo: mura alte tardogotiche, intonacate di bianco, una vasta collezione di epitaffi, sparite le cappelle laterali e pure scalpellata, da un basso rilievo del coro, l'immagine di una nobildonna che aveva sfidato il marito per seguire la fede Evangelica. Tanta luce nell'ampia navata mentre fuori il cielo variegato mantiene la promessa di farci assaggiare un tempo costantemente instabile.

Il nucleo centrale di Nordlingen è perfettamente circolare, chiuso dalle mura che lo hanno protetto durante la guerra dei Trent'anni. Come sempre le strade sono conservate religiosamente, con  le case a graticcio che anche quando ospitano una pizzeria mantengono il gusto di un passato da cui non ci si vuole staccare.




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Bressanone
18 giugno 2016
Il centro storico di Bressanone è formato da stradine su cui si affacciano case alte e merlate, con sporti e portici. Mentre qualche intonaco scrostato mi ricorda che siamo pur sempre in Italia giungo alle due chiese principali - affiancate e diversissime tra di loro. San Michele ha una facciata semplice, abbellita giusto da un rosone e un portale in marmo, tetto alto e spiovente, campanile le cui guglie mi fanno pensare al tynsky khram praghese; si intuisce la bellezza dell'interno anche sotto il cellophane dei restauratori. Bisognerà ritornare tra qualche anno a Bressanone per poterci godere come si deve questa chiesa.

La facciata neoclassica del duomo, un azzurro punteggiato da fiorelloni bianchi che evocano gli ornamenti di zucchero candito delle torte di compleanno, non mi piace proprio. Meno male che all'interno trovo una fantastica profusione di marmi e colori che offrono il meglio della tradizione barocca nordica. Certo, i santi non sono vezzosi come quel vescovo che nella collegiata di Salisburgo si presenta con una stola svolazzante che anticipa di qualche secolo la gonna di Marylin Monroe, però c'è tutto il gusto per non lasciare libero un millimetro di spazio, per inebriarci di colori e forme elaborate e strane.

A destra del duomo si penetra nel chiostro, che supera tutto quello che potevo aspettarmi. Le pareti e le volte sono infatti una pinacoteca dedicata al gotico internazionale. Non tutti gli affreschi sono conservati bene come l'Adorazione dei Magi che mi si offre subito sulla parete opposta all'entrata, ma anche nelle opere più danneggiate si nota una grande espressività. Una biblia pauperum di grandissimo pregio, che racconta le storie con grande varietà di toni - dal semplice linguaggio popolaresco fino alla descrizione di un raffinato ambiente di corte - un tesoro che rende questo chiostro un luogo unico.





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Orologi solari a Pavia
1 maggio 2016

Il TCI di Pavia ha affidato all'ingegner Luciano Agnes una passeggiata-conferenza sui tre orologi solari che si trovano nei cortili dell'Università.

E subito ho imparato che bisogna essere precisi nel parlare: la meridiana, come dice il nome, serve a stabilire esattamente quando è mezzogiorno. Alle 12 la luce solare, passando attraverso un foro, tocca l'asta che costituisce la meridiana su un punto più o meno alto a seconda del momento dell'anno - abbiamo così anche un preciso calendario... Tramite la meridiana si potevano tarare gli orologi e calcolare gli equinozi - fondamentale per determinare le feste mobili, non a caso se ne trovano così tante nelle chiese. Ma del resto per l'uomo la religione è strettamente connessa al ciclo dell'anno e quindi alla misurazione del tempo: bramiamo l'eternità contando il fluire degli attimi fuggenti.

Nell'orologio solare l'ombra dello gnomone ci permette di sapere l'ora corrente. Ovviamente, tutto sul meridiano della località specifica in cui ci troviamo - Pavia è a 25 minuti di ritardo rispetto all'ora europea centrale, un'invenzione di fine ottocento - ricordo a tal proposito nella cattedrale di Besançon un sistema che segnava gli orari delle varie città francesi.

La grossa curiosità di questa visita è stata un orologio che segna l'ora italica. La nostra penisola usava un sistema diverso da quello francese - di cui ci serviamo ancora oggi e che fa partire il giorno nuovo alla mezzanotte. I nostri antenati facevano coincidere le 24 con il tramonto del sole così che gli orologi solari dell'ora italica dicono quante ore mancano al tramonto. L'imperatrice Maria Teresa, imponendo l'uniformazione dell'ora al sistema ultramontano, fece distruggere questi orologi solari di cui dunque sopravvivono pochi esemplari (Pavia ne ha uno in Università e tre nel locale Liceo Classico). Essi hanno però lasciato un'espressione linguistica. "Portare il cappello sulle 23" deriva dalla ventitreesima ora che, essendo appena prima del tramonto, vede il sole tanto basso sull'orizzonte da obbligare ad abbassare sulla fronte la tesa del cappello.



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Tivoli - Villa Este
29 dicembre 2015
Rispetto al cardinale Ippolito d'Este il nostro Bertone è un clochard: Villa Este si distende su almeno tre piani ed è circondata da uno dei più bei giardini del nostro paese. La qualifica di patrimonio mondiale dell'umanità consente di ottenere fondi che permettono un'adeguata valorizzazione a questa dimora principesca. Meno fortunato è il resto della cittadina che meriterebbe - come tutta l'Italia - di una diversa progettazione turistica, che preveda itinerari tematici (ne sanno qualcosa i francesi che costruiscono sul nulla le loro "routes") con delle edicole di informazione turistica che abbiano al loro interno anche degli impiegati, con mezzi pubblici degni di questo nome: la linea ferroviaria da Roma aveva un guasto che ha raddoppiato il tempo di viaggio, l'autobus ACOTRAL shakera i passeggeri ma è più rapido e ha una migliore frequenza.

In molte stanze sono sopravvissute solo le decorazioni dei soffitti, ciò che mi lascia pensare che alcuni dei proprietari del palazzo abbiano cancellato tutto quanto era rimasto sotto i contro-soffitti. Nelle ultime sale del piano inferiore però è possibile rivivere il fascino di un ambiente lussuoso, destinato a feste e piaceri, in cui il complesso apparato scenografico confrontava il paesaggio reale alla copia fattane dagli affreschi.

E infine il giardino, bello anche nella brutta stagione, con le fontane che hanno ispirato Liszt, un capolavoro di sfarzo e fantasia, un gioco in cui di nuovo si confondono i confini tra costruito e naturale.




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Castel Gandolfo - Giardini Barberini
28 dicembre 2015
L'attuale Papa, allergico agli orpelli del suo rango, ha danneggiato il turismo di questo paesino sul lago di Albano rifiutando di trasferirvi la corte papale nei mesi estivi. Come risarcimento ha offerto la possibilità ai comuni mortali di visitare il palazzo apostolico (aperto però solo la mattina, siamo pur sempre in Italia) e i giardini di palazzo Barberini. Dell'edificio, occupato da uffici e appartamenti curiali (l'ultimo piano è il monolocale riservato alla permanenza estiva del segretario di stato vaticano) si visitano solo l'atrio a pianoterra e l'antiquarium - sette stanze che conservano reperti provenienti dalla villa costruita da Domiziano. I reperti non sono tantissimi - la villa ha subito spoliazioni già in epoca imperiale - ma sono belli i resti di un gruppo scultoreo che raccontava la storia di Polifemo e Ulisse nonchè un'erma raffigurante un giovane velato (l'inverno).

Le attuali condizioni meteorologiche se non sono ideali per le polveri sottili mi hanno consentito di godere perfettamente la successione dei vari tipi di giardino. Meravigliose le terrazze del giardino all'italiana in un paesaggio idilliaco, sia guardando il lago di Albano che spingendo la vista sul lato opposto, verso il mare. 



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Milano - Casa Manzoni
16 dicembre 2015
La casa di Manzoni si trova in piazza Belgioioso, uno dei più begli angoli di Milano. Non si entra dal bel portone in cotto ma da una porta laterale, in via Gerolamo Morone. Sono emozionatissimo passando per il cortile porticato e varcando lo scalone ampio e scuro che conduce al primo piano. Ma la casa, venduta all'asta dagli eredi dello scrittore, conserva soltanto la camera da letto, un mantello, cappello a cilindro e bastone di don Lisander. Anche se non c'è l'impressione che Manzoni debba comparire da un momento all'altro sono felice di darmi una rinfrescata alle notizie biografiche, di guardare il ritratto di questo Jacopo Ortis lombardo, riccioluto e dallo sguardo languido per poi confrontarlo con l'anziano deluso e amareggiato dalla vita. Un pannello ci dice che non gli erano piaciute le illustrazioni di Gallina e Pinelli. Come dargli torto? Gallina fa dei bozzetti teatrali degni di qualche polpettone di Francesco Maria Piave e Pinelli si ispira a modelli aulici francesi belli ma del tutto fuori bersaglio. E che rabbia leggendo un articolo pubblicitario in cui Manzoni è trattato da epigono del romanziere scozzese... Ma mi riappacifico con i paesaggi lombardi e - ormai fuori dal percorso museale - con una mostra molto interessante sugli ex-voto. Arte che racconta di una religiosità semplice e alla buona ma sincera. Penso che anche Lisander avrebbe apprezzato



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Lussemburgo
18 agosto 2015
Abbarbicata in cima a uno spuntone di roccia, la piccola capitale dell'unico granducato al mondo é un importante nodo strategico le cui fortificazioni e casematte fanno parte del patrimonio internazionale dell'Unesco. A me invece interessa visitare il piccolo palazzo granducale, con torricelle e sporti dalla decorazione che guarda al mondo rinascimentale: sembra un angolo di valle della Loira trasportato vicino alla Germania.

All'inizio della visita ci viene presentata un'esposizione dedicata agli anni dell'occupazione e della resistenza: durante l'occupazione nazista i tedeschi - che hanno trasformato il palazzo nel loro quartier generale - si sono fatti tanto amare che questo paese geograficamente e linguisticamente vicino alla Germania è diventato francofono. Quindi si sale al piano nobile per vedere le stanze di rappresentanza e il salotto in cui il granduca riceve i propri ministri. Un sapiente gioco di prospettiva e di specchi ingrandisce degli spazi non certo immensi. Del resto, cosí ci dice la guida, i sovrani vivono borghesemente al piano di sopra.

La cattedrale non va sottovalutata: la decorazione del portale, la tribuna dell'organo e le colonne sono un originale miscuglio di rinascimento e barocco che non mi ha lasciato affatto indifferente.



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Limburg an der Lahn
16 agosto 2015
La Germania é piena di case a graticcio, se ne trovano perfino a Francoforte, e da questo punto di vista Limburgo sulla Lahn sarebbe una delle tante localitá pittoresche vicino al Reno se non ci fosse il duomo, possente, con molte torri e una posizione invidiabile da cui si domina la cittá; c'è pure una parte della muratura che in passato aveva protetto questo centro. L'interno della chiesa é maestoso quanto l'esterno, l'interesse é attirato dagli affreschi, dalla tomba di Konrad Kurzbold - che mostra ancora segni di colore nonché dal fonte battesimale. Tutto molto suggestivo e pittoresco. 



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