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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Giornata FAI a Tortona
15 maggio 2021
Del convento della Annunziata rimane soltanto un’ala, risparmiata dalla costruzione del teatro, di una scuola e della piazzetta. Tanti archetti con i mattoni a vista ma nulla di interessante se non un i resti di un affresco che si trova nella vicina biblioteca.

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La sala dei dipinti della biblioteca mette di fronte al già citato affresco medievale una immensa tela ottocentesca che mi fa venire in mente il polacco Jan Matejko ma che potrebbe essere di qualsiasi autore accademico del XIX secolo, con i suoi personaggi ben disegnati, la giusta proporzione di pittoresco e caratteristico, una rigorosa costruzione leggibile da qualsiasi ignorante: due fasce diagonali che trovano al centro esatto la bella signorina che porge da bere al rude soldato nel tempo in cui Tortona fu assediata da Federico Barbarossa. Il solito neogotico, però mi interessa molto la parte superiore destra in cui i personaggi hanno meno particolari e ostentano ombreggiature che mi sembrano anticipare il catalano Sert.

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Riconosco, con una nostalgia degna di Swann che sbircia uno zerbino nel palazzo Saint-Euverte, il mio posto di abbonato del teatro tortonese. In attesa di potervi tornare da spettatore senza mascherine e distanziamenti ne rimiro il sipario originale raffigurante – ci potevo scommettere – un Orfeo che riesce ad ammansire le divinità d’inferno ma non gli zotici che governano il paese.

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Ed infine il palazzo Guidobono conserva un museo piccolo ma non per questo irrilevante. con un bel sarcofago dei primi secoli dell’era cristiana e – al primo piano – una pinacoteca di valore discontinuo. Mi incuriosiscono un Mussolini giovanissimo con ancora i capelli e una camicia rossa affatto inattesa per chi sa come andrà a finire, un bel Barabino proveniente dal museo del divisionismo, alcuni Saccaggi e Dossola. Ma soprattutto è divertente l’atelier Sarina, interamente dedicato alla figura di un burattinaio locale e pregno di un’atmosfera da Flauto magico affatto indicata per concludere bene il pomeriggio.

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permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/5/2021 alle 18:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Molière a Chambord
6 agosto 2020
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Al primo piano, a fianco del famoso scalone a doppia elica del castello di Chambord, è ricostruito il teatro in cui Molière ha creato il suo Borghese Gentiluomo.

Mi stupisce il palcoscenico microscopico anche per un teatrino oratoriale. Davvero la scena in una stanza. E lo spazio fra teatro e scala a chiocciola basta per poche decine di persone.

Anche se ho sempre saputo che queste rappresentazioni erano destinate a un pubblico ristrettissimo di cortigiani, toccare con mano quanto ciò significa al lato pratico è ben altra cosa. E allora mi chiedo, una volta di più, come reagiremmo se una macchina del tempo, sbalzandoci nel ‘600, ci facesse conoscere l’originale. Immagino, se non la delusione, di certo la difficoltà di accettare un linguaggio molto diverso da quello che noi diamo per scontato e che, anche quando cerca di aderire a un fantasmatico originale, si porta sul groppone qualche secolo di storia artistica.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 6/8/2020 alle 11:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tours - Psalette e Saint Gatien
5 agosto 2020
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Sul pilastro di entrata al chiostro un’orchestra di angeli musicanti annuncia che questo luogo – chiamato Psalette da Psaume, ossia salmo – è destinato alla musica. Al lato opposto troverò una scaletta rinascimentale che anticipa in piccolo molti castelli locali e che soprattutto porta allo scrittoio monastico. Trent’anni fa ci udii un tizio massacrare una partita per violino solo di Bach con una intonazione molto personale. Oggi apprezzo il silenzio e godo della vista sul transetto.

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Nonostante la costruzione della chiesa si snodi lungo un ampio arco di tempo l’unità stilistica – gotica – è assicurata. E soprattutto è incredibile, in una luminosissima giornata estiva, la pioggia di colori su navate ed abside. Provo ad aguzzare la vista e cercare di interpretare le immagini che vedo. Il più delle volte fallisco un po’ perchè mi sfuggono i dettagli un po’ per la mia ignoranza della leggenda aurea. Ma anche così la fantasmagoria di colori ha un che di psichedelico ante-litteram.

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Mont Saint Michel
4 agosto 2020
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Anche se è una solida fortezza, il mio Dio ha bisogno di validi soldati. Michele, bel giovanotto boccoluto, alto e magro nella sua armatura attillata, infilza con eleganza il diavolo ai suoi piedi. Mi viene spontaneo accostare il Mont-Saint-Michel alla Sacra piemontese. In entrambi i casi, la posizione sopraelevata crea l’illusione che la meta sia vicina. E quando ho finito le scale che mi conducono alla cima dello spuntone di roccia, rimango puntualmente deluso dalla facciata della chiesa: un anonimo manufatto settecentesco, in granito macchiato di giallo. Capisco che dopo un importante incendio si dovette agire rapidamente e – suppongo – al risparmio (si rinunciò ad alcune navate, ciò che per altro permise di avere lo spiazzo tanto utile per le fotografie) ma questa frettolosa e brutta facciata non ha alcuna relazione con il romanico e il gotico. È quest’ultimo stile a trionfare, non solo nella inevitabile guglia ottocentesca, con il bel Michele tutto dorato, ma anche nel chiostro delicatissimo, a metà strada fra cielo e terra.



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Inghilterra in Normandia
2 agosto 2020
Non c’è soltanto la voce di BBC Radio3 a giungermi dalla vicina Jersey, la cattedrale di Coutances ha delle linee rette ed alte, un gotico severo e squadrato che mi fa sentire aria britannica. È notevole soprattutto l’insieme formato dalla torre quadrata della crociera circondata da guglie che forano il cielo. E se proprio voglio fare il pignolo, basta allontanarmi di qualche passo dietro al municipio per ritrovare tutta la passione insulare per i giardini.

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È un angolo di Mediterraneo a cui la cittadina tiene così tanto da scusarsi se a causa dell’emergenza Covid non si è riusciti a fare qualcosa di nuovo e si sono riciclati i temi degli anni scorsi.

Un briciolo di eccentricità anglosassone mi capita a Balleroy nel castello il cui proprietario – Forbes – ha adattato la dimora costruita da Mansard al suo pallino per le mongolfiere. Una bella sala di gusto ottocentesco è ricoperta da un assurdo soffitto raffigurante palloni aerostatici che d’altronde compaiono in oggetti vari sparsi per tutta la casa. E tutto sommato l’interessante museo dedicato loro è la parte più prevedibile della visita.

Non può mancare il celebre Arazzo di Bayeux: 70 metri di stoffa che raccontano le gesta di Guglielmo il Conquistatore. Il normanno parte alla conquista del trono inglese cui aveva preteso il doppiamente fedifrago Harold. Ci sono i numeri che anticipano le nostre audioguide, ci sono le didascalie in latino, verosimilmente più ignoto ai nostri contemporanei che agli antenati medievali. Puntuale la descrizione della vita di corte, l’allestimento delle navi, la traversata e infine la battaglia sanguinosa. Di questa vediamo le fasi, il sangue, i corpi mutilati e spogliati delle armature. Ma in fondo è la mano di Dio a colpire lo spergiuro. God save the King. Appunto.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/8/2020 alle 11:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cabourg - Balbec
31 luglio 2020
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Penso che il piccolo Marcel, che aveva provato la celebrità prima della morte e che rimproverava a Céleste di non tenere un diario, non si sarebbe stupito di venire usato per la propaganda dei gesti barriera. Lo scrittore che scopre abissi di erotismo nell’uso di musmé e che sceglie la compagna a seconda che usi parfaitement o tout-à-fait, avrebbe apprezzato che a lockdown (un anglismo degno di Odette) si preferisca confinement.

Non sono dunque soltanto gli avvisi che hanno sostituito il programma vigipirate a difendere la buona lingua e la memoria dell’amato scrittore che – a giudicare dalla scultura dietro il Grand Hotel non è altissimo, ma anche le citazioni lasciate sulla promenade, battezzata Marcel Proust – ça va sans dire.

Inutile stasera cercare l’apparizione delle fanciulle in fiore (o fanciulle fiore tout-court? A lungo sono indistinguibili per il parsifaliano Narratore). Manca il padiglione di musica, ma i bagnanti, le persone che dopo essere state attrici nel passeggio sono spettatrici nei caffé della diga sono presenti, come il mare – immemoriale e lontano come in un quadro di Boudin.

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permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 31/7/2020 alle 11:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Alla ricerca del Monet perduto a Giverny
28 luglio 2020
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Il cielo nuvoloso marmorizza la superficie del laghetto di ninfee. La Nonna avrebbe apprezzato la fantasia del giardiniere, che rispetta la naturalezza di fiori e aiuole; il Narratore si sarebbe rassegnato a scoprire che è passata la stagione dei biancospini, nonché dei fiori di meli e peri. Proprio all’ingresso della villa Monet ne vedo uno, ovviamente privo del suo abito da sposa. Immagino che questa casa bassa e larga avrebbe potuto accogliere Rachel, ma sarebbe potuta essere anche la dimora di Elstir, in una zona residenziale, lontana dal mare, identica a tante altre costruzioni. Una via di mezzo tra Balbec e Combray. É l’abitazione di un maestro pittore, borghese compiaciuto di sé: i gatti in ceramica appisolati sui cuscini davanti al caminetto, le piastrelle bianche e blu finto Delft della cucina, i grandi vasi cinesi pieni di fiori degni di Odette de Crécy. Penso che anche specchi e mobilio siano stati comprati in qualche grande magazzino. Si sente l’aria di M. Tiche trasformato nel grande artista patriarca raffigurato nell’atelier delle ninfee. Non vi sbuca però Albertine, solo la cassiera del negozio di souvenir.

Inutile cercare l’istante eternizzato dagli impressionisti. Meglio dedicare un po’ di tempo alle stampe giapponesi appese assieme a brutte copie di quadri impressionisti celebri e pensare che la grande arte consiste nel trasfigurare il reale. É l’occhio del pittore a nobilitare i villeggianti, gli yacht e le corse ippiche. E a rendere retrospettivamente utile la gita a Giverny mostrandoci l’ideale di bellezza inseguita dall’artista.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/7/2020 alle 11:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rouen
27 luglio 2020
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Nella moderna chiesa dedicata a Giovanna d’Arco sono state incastonate le vetrate di San Vincenzo. In una di esse, dietro alle storie di San Pietro, riconosco la skyline di Rouen: la torre di burro della cattedrale, l’elegante guglia di Saint Maclou.

Capisco il marchese di Cambremer, appassionato cultore dei buffet d’orgue: Saint Maclou ha uno stupendo Cavaillé-Coll, oggi tristemente silenzioso, con decorazioni in legno scolpito. E nel campo delle boiseries sono degne di nota le porte d’ingresso, specie quella di sinistra, con un medaglione che presenta il Buon Pastore nell’atto di entrare nel recinto mentre alla sua sinistra il ladro precipita con un gesto teatrale in cui riconosco l’epilettico della celebre Trasfigurazione raffaellesca oppure, per restare qui a Rouen, il povero Anania annientato da Pietro.

E poco discosto da Saint Maclou il cimitero, ingrandito all’epoca della peste nera e tutt’ora istoriato da ossa, teschi, pale e bare. Un memento mori che penetra in corpo ancor più del vento insistente che soffia sulla pianura.



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Castello di Morsasco (AL)
6 luglio 2020
Conviene lasciare l’automobile nello spiazzo immediatamente prima del centro. Non ci sono molti spazi, una parte del muro perimetrale è pericolante, ma in tempi di Covid i turisti sono meno che d’abitudine.

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Il castello ha attraversato le epoche perdendo così l’aspetto di maniero che rende tanto fascinosa – e neogotica – la vicina Trisobbio. I rifacimenti settecenteschi offrono una muraglia grigia alquanto insignificante ma, come sempre, bisogna assaggiare il frutto per apprezzarlo appieno. Felice l’idea del giardino fiorito con la famigliola di pavoni. La scala d’onore da cui si viene accolti subito all’ingresso è molto bella e conduce a due vasti vani affescati. Quattro stagioni, il giorno e la notte, paesaggi del Monferrato e del mare. Sono zone vicine alla Liguria: i Gonzaga, bisognosi di denaro, vendettero tutti i loro possedimenti della zona. I castelli dell’Appennino finirono in mani genovesi che li salvarono dalla rovina. Oggi non troviamo quasi più nulla del medioevo, ma in compenso i luoghi sono preservati e in buono stato.

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Meritevole anche la collezione di arte contemporanea, cui si affiancano manufatti provenienti da Africa ed India. Con i tini e gli oggetti da cucina preservati in cantina si ottiene un miscuglio non sempre coerente in cui però si trovano pezzi interessanti.

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Turismo in Langa
26 giugno 2020
Una volta attraversata La Morra, quando la strada si biforca per Narzole bisogna scendere alla sinistra per Strada Fontanazza. Stretta, ripida, sterrata. L’unico spazio in cui si potrebbe lasciare la macchina è proprietà privata. In un paese normale esso verrebbe adibito a posteggio a pagamento, senza tanta burocrazia. Ma dato che noi abbiamo dato al mondo Leonardo e Michelangelo ci sono voluti due tizi (Sol Lewitt e David Tremlett) provenienti dagli Stati Uniti, luogo notoriamente privo di arte, perchè anzichè un mucchio di mattoni di cui nessuno si curerebbe si veda una chiesetta restaurata in un tripudio di colori che la ha trasformata in una nota di gioia. L’arte è anche felicità, ebbrezza, assaporare l’attimo fuggente e ringraziare Dio – o quel che si vuole – di essere al mondo a godere quanto ci è dato e quanto abbiamo lasciato della nostra esistenza.

Questa fetta di territorio è piena di paesini in cima alle colline. Avevo voglia di conoscere più da vicino Cherasco, miraggio irraggiungibile al termine del troncone di autostrada che dovrebbe congiungere Asti e Cuneo. Si tratta di un borgo quadrato, dalle vie rigorosamente ortogonali. Alle estremità due porte scenografiche di cui la più bella – del Belvedere – preceduta da una via ornata di case antiche potrebbe fare da sfondo a una Clemenza di Tito, non fosse per la Madonna che la sovrasta.

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A Cherasco ci sono ben due centri culturali, uno nella sconsacrata chiesa di San Gregorio e l’altro nel palazzo Salmatoris. Attualmente in quest’ultimo si svolge una mostra temporanea di Sergio Unia, scultore locale la cui vena mi ricorda il vitalismo di Vigeland. Merita attenzione anche la chiesa della Madonna del Popolo, con la classica facciata piemontese a mattoni e un tiburio riconoscibile in tutta la vallata. L’interno è ricco di stucchi barocchi luminosissimi.

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Se si cerca il tripudio del barocco vale la pena fare i quaranta chilometri che separano Cherasco da Vicoforte. Il santuario della Natività di Maria ha una fantastica cupola bassa e larga rivestita all’interno da affreschi di grande bellezza e fantasia (c’è perfino un gruppetto di angeli musicanti storicamente informati). Notevole il pilastro barocco al cui interno è incastonato un affresco della Vergine che, secondo la tradizione, ricevette un colpo di fucile da un cacciatore della zona. Il santuario ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità – e polemica – quando vi sono state traslate le salme di Vittorio Emanuele III e signora: il nostro paese di smemorati trova normale che un Re possa ritornare in pompa magna nel paese da cui è scappato mentre i propri cittadini venivano internati dai nazisti.



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Rivalta piacentino
8 giugno 2020
A differenza della vicina Grazzano Visconti, Rivalta Piacentino non è interamente moderna: sono di certo originali le mura, il dongione, la chiesa parrocchiale – per altro non visitabile – e il castello. Quest’ultimo è facilmente distinguibile per la torre rotonda che domina la pianura del Trebbia. Un tempo questo era un punto strategico, all’inizio della strada che unisce Piacenza alla Liguria e pare anzi che proprio qui si scontrarono Annibale e i romani.

All’interno un salone con grande camino, soffitto a cassettoni originali e stemmi di famiglia, un vano bianco e azzurro dedicato a ceramiche di gusto cinese, la galleria degli strumenti musicali e alcune sezioni espositive dedicate alla battaglia di Lepanto, armi e divise militari. Curiosi i diorami e la piccola sezione di oggetti provenienti da India e America Latina frammisti ad arredi sacri – alcuni già presenti nella chiesetta del paese.

Un piccolo angolo di Italia che si riaffaccia alla luce, con umiltà ma piede sicuro.



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Erice
30 dicembre 2019
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La prima immagine di Erice è della Chiesa Madre preceduta da una torre di guardia. “Aiutati che il Ciel ti aiuta”: ci si affida all’Onnipotente senza dimenticare l’utilità di una efficiente vedetta.

Il rosone di facciata è moderno, e anche l’interno ha molte decorazioni neogotiche. Il tutto, però, si adatta bene alle opere rinascimentali tra le quali spicca una Madonna di Antonello Gagini. Poco più avanti, nel museo cittadino, trovo un’Annunciazione del medesimo autore. Maria ha sollevato il volto dalla sua lettura e porta la mano al petto come se volesse chiedere al bel giovanotto “Ma ce l’hai proprio con me?”

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Il museo civico è interessante anche per una raccolta di presepi, in madreperla, corallo rosso e bianco. Si va da piccole composizioni chiuse in cupolette di vetro ad ampi diorami in cui la Sacra Famiglia quasi si perde.

Tra i luoghi più significativi di Erice va ricordata la chiesa di S. Martino, con una cappella laterale dominata da un Risorto danzante.

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Erice è un borgo delizioso, che mi sembra apparentato a tanti villaggi di Provenza e Costa Azzurra, con le loro stradine in saliscendi, le strade lastricate con la stessa pietra di cui sono fatte le case.



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Turismo con cielo coperto a Bagheria
28 dicembre 2019
Il museo Guttuso si trova a Villa Cattolica, sulla statale. C’è mancato poco che vi entrassi da portoghese: ho salito lo scalone del lato posteriore attraversando una vetrata aperta subito al piano nobile. Il mio cuore elvetico mi ha fatto ridiscendere alla porticina della biglietteria, dove un’impiegata felice di poter vendere un biglietto ridotto non ha neanche voluto vedere la mia tessera del FAI.

Bisogna fare una capatina al seminterrato per imparare qualcosa sui carretti dipinti siciliani, per toccare con mano questa arte popolare e semplice, che si occupa con lo stesso ardore di Orlando e Gano come di Ruggero il Guiscardo e Garibaldi. Tutti eroi, tutti impegnati nella lotta tra bene e male e specialmente tutti assimilabili per il pubblico. Non c’è coscienza storica: ogni personaggio è contemporaneo dello spettatore che quindi può meglio immedesimarsi in queste vicende così vive e presenti.

Impressionante lo squarcio sulla vita di questa terra offerto dalla sezione fotografica.

I dipinti sono di grande interesse. Non ho bisogno di conoscere Guttuso. Però Lia Pasqualino Noto è per me una bella scoperta: ha un gusto formale e coloristico che non la fanno affatto sfigurare accanto al più celebre Renato

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Lo stesso discorso vale anche per Pina Calì con due incantevoli ragazzini davanti al mare

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È sopra tutto il dialogo tra Guttuso e altri artisti coevi – più o meno noti – a rendere memorabile e unica l’escursione a Villa Cattolica.

Se il museo Guttuso tiene orario continuato, Villa Palagonia preferisce chiudere come da tradizione locale dalle 13 alle 15.30. Grazie al cielo si può visitare il tutto in meno di un’ora. Nella stagione invernale farebbe buio troppo in fretta per godere le eccentriche statue mostruose del parco, un défilé molto rococò di draghi e umani. Questi ultimi formano una curiosa orchestra che si dipana lungo il muro perimetrale ricordandomi un poco i nani della vicentina Villa Valmarana.

Un maestoso scalone porta all’ovale sala di Ercole e a una grande sala tutta in marmo ricoperta da un mirabile soffitto a specchi. Le successive cappella e sala del bigliardo sono invece assai bisognose di restauro. Troppo impegnati in un turismo “sole-mare” per capire che si ha in mano un immenso tesoro da valorizzare.



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Tra Sirmione e Desenzano
4 ottobre 2019
Stamattina la nebbia si è stesa sul lago e rende difficile distinguere il cielo dall’acqua. Il paesaggio che si gode sull’estremità della penisola che accoglie Sirmione ha una magia degna del migliore Turner e non lascia indifferenti neppure gli agenti immobiliari dell’antica Roma. Si tratta di costruire una villa faraonica sull’area già usata dal poeta Catullo. La Sovrintendenza se ne farà una ragione, tanto di lì a un paio di millenni i posteri non vedranno la differenza e continueranno a parlare di Grotte di Catullo.

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Percorro un’area immensa, immaginando giardini, porticati, terrazze su tre piani a strapiombo sul lago. Nell’adiacente museo un affresco che avevo già visto, mi sembra alle scuderie del Quirinale, mostra uno specchio d’acqua con una nave e dei pescatori. Non c’è la prospettiva come la conosciamo noi, sembra di essere in un dipinto orientale: la fotografia bidimensionale di un momento di quotidianità grazie alla quale credere che gli antichi romani siano nostri contemporanei.

A Desenzano c’è un’altra villa, meno appariscente quanto a dimensioni, però più facile di lettura e con un apparato musivo più importante. Si sono salvate alcune statue e soprattutto è presente una serie di mosaici affatto bella. Forse i volti hanno un segno rudimentale, ma gli animali sono disegnati con notevole maestria e le tessere mantengono dei colori assai vivaci.

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Un tuffo nel medioevo a San Pietro in Mavino, poco discosto dalle grotte di Catullo. La chiesa ha una facciata semplicissima, che evoca un cascinale più che un edificio di culto, e il campanile laterale mostra di essere composto da materiali eterogenei il cui peso bomba il terzo inferiore del manufatto. L’interesse è dato dagli affreschi interni, risalenti al 1300 ed assai influenzati dal gusto bizantino. Se ai piedi del Salvatore le animucce dei salvati hanno un che di naif il volto di Cristo e la ricca tunica che egli indossa lasciano una forte impressione. Di certo sono affreschi molto più belli rispetto a ciò che si trova nella parrocchiale del paese, architettonicamente più elegante e raffinata.

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Storie di migranti
13 agosto 2019
Oggi ad Ellis Island, a fianco della Statua della Libertà, battelli provenienti al più dal New Jersey sbarcano turisti. Un secolo fa erano dei transatlantici a svuotarsi di migranti.

Scappavano da persecuzioni (ci sono le foto del genocidio armeno), dalla povertà. Venivano anche dal Canada, molti erano messicani (suona nuovo, Donald?). Gran parte però giungeva dall’Europa e per questo New York raccoglieva la quasi totalità delle persone. Solo che, essendo gli USA, a differenza della UE, un vero stato federale queste persone si sparsero per tutto il paese. Benchè la maggior parte privilegiasse il nord-est, gli Stati facevano propaganda attiva per spingere le persone ad andare da loro. Anche facendo la tara delle diverse situazioni economiche ci si rende conto che i migranti venivano visti più come risorsa che come problema.

Non è tutto oro quel che luccica: l’ondata dei disperati in fuga dall’Europa distrutta dal primo conflitto mondiale crea le basi per l’istituzione di quote di migranti. Il sistema non funzionò, si cercò di renderlo più duro ma per trovare una soluzione si dovette ricorrere alla regolarizzazione dei migranti nei paesi di origine.

Mi ricorda qualcosa… Il museo di Ellis Island serve a capire il presente. Non stiamo assistendo a eventi nuovi e straordinari. Se le immagini in bianco e nero di persone reduci da viaggi disumani, i documenti, gli oggetti portati attraverso l’oceano non parlano al cuore, almeno queste storie dovrebbero offrire idee sui provvedimenti migliori da adottare, o almeno ricordare il Terenziano “Homo sum”.

E com’è strano il mondo! Vado su un computer che contiene i dati di tutti quanti sono passati da Ellis Island e trovo i nomi di parenti che avano lasciato il paesello nel 1920.



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Gita nel sommergibile
10 agosto 2019
Io non riesco a suonare in modo decente “Il piccolo montanaro” ma piango leggendo in partitura il risveglio di Brunnhilde. Degno nipote di un nonno alto come un soldo di cacio che si sentiva bersagliere come il fratello morto sul Carso. O degno figlio di un padre che staccava la corrente per cambiare una lampadina ma aveva sangue di sommergibilista.

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Chiunque si sia interessato ai sommergibili italiani di stanza a Bordeaux nella seconda guerra mondiale ha per lo meno sentito parlare della collezione in cui mio padre – usando soprattutto materiale filatelico – ne ricostruisce la storia.

Ecco dunque che non posso far a meno di commemorare il babbo visitando lo USS Torsk, sottomarino ancorato nel Porto Interno di Baltimora, MD. Ad infastidirmi è l’odore pesante ed unto del metallo, che mi prende alla testa. Sono molto più claustrofobiche le amache appese nella chiglia della Constellation, nave ormeggiata poco più in là e usata ai tempi della Guerra di Secessione. Qui invece è tutto ordinato e preciso, sembra di essere nell’astronave di Odissea nello spazio.

Due sale per il lancio dei siluri, una per l’alimentazione elettrica, una per i motori e per la guida. I marinai hanno cucina, bagno, brandine e perfino un juke-box. Separate invece le cabine singole con studiolo per gli ufficiali e il cappellano.

Quest’ultimo mi evoca Padre Messori, di Padova, il cappellano della Base Atlantica di Bordeaux. Noi italiani siamo imbattibili quando si tratta di baciare Rosari e Madonne, ma come Don Abbondio riteniamo che la pelle abbia la precedenza sul Vangelo. Padre Messori invece puntò i piedi per salire nel sommergibile con gli uomini che Dio gli aveva affidato. E così fu l’unico cappellano militare coinvolto in un’azione di guerra, tra l’altro fedelmente riportata nel suo diario. Altri tempi, altri uomini.



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I simboli del potere
4 agosto 2019
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Arrivando all’aeroporto Ronald Reagan la prima cosa che vedo di Washington DC è il Parlamento Federale preceduto dal celeberrimo obelisco posto al centro del parco che collega la Casa Bianca al Potomac.

Mi era stato raccontato che il 10 di Downing Street non ha una serratura, dato che i cittadini debbono avere libero accesso alla dimora del Primo Ministro. Sarà forse ancora così ma ormai le transenne impediscono ai comuni mortali anche solo di entrare in questa viuzza. E pure la dimora della persona più potente al mondo è circondata da diverse barriere che la rendono impenetrabile. Ci accontentiamo, come a Hyde Park, di lasciare qualche eccentrico oratore a concionare in una parvenza di democrazia mentre il potere resta asserragliato nella sua fortezza.

Esiste una simbologia del potere ben più sottile. L’obelisco, simbolo fallico che ha superato i millenni, dall’epoca dei Faraoni all’antica Roma fin su a campanili e minareti. Anche senza scomodare Freud capisco che piazzarlo al centro del parco del potere federale non sia casuale.

Neppure un caso è il tempio greco che al posto che l’antichità riservava all’altare accoglie la gigantesca statua di Lincoln, come se a lui fosse destinata una deificazione laica, accompagnata dal Vangelo costituito dal Discorso in cui si proclamano l’uguaglianza e la libertà dei federati.

La libertà non è gratuita, si dice con un gioco di parole tra “Freedom” e “Free” per ricordare i caduti della guerra di Corea. Un conflitto mai terminato, un “pari e patta” decennale, ma che piace considerare vinto, come il pasticciaccio brutto irakeno e afghano.

Non si può negare invece la sconfitta vietnamita. Il monumento, con la lista di nomi su un marmo nero è semplice ed evita il giudizio. Anche se la guerra è finita male ricordiamo chi ha perso la vita. Al più la pietra levigata e riflettente ci obbliga a guardare in faccia la nostra coscienza. Tra l’altro non mi sfugge che nel gruppo statuario posto all’inizio del monumento, il primo soldato in assetto di guerra – correttezza politica e storica oblige – sia di colore.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/8/2019 alle 14:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wagner e Hohenschwangau
20 giugno 2019
Hohenschwangau – come la adiacente Neuschwanstein – è frutto del romanticismo tedesco. Offre una visione idealizzata del medioevo, con cavalieri, dame, menestrelli… tutto l’armamentario che è tutt’ora popolare nel cinema e che riempie tante ricostruzioni farlocche. Ma che piacciono, anche a me. Mi viene in mente Stolzenfels, vicino a Coblenza, sul Reno. Siamo a inizio del XIX secolo, stessa architettura, addirittura uguali imbianchini e giardinieri, per creare una costruzione di sogno in cui inserire il nostro immaginario passato.

Per me, wagneriano fino al collo, è incredibile trovare la raffigurazione di Lohengrin, Parsifal e Nibelunghi molto tempo prima che il nostro se ne occupasse. Mi piaceva così tanto immaginare il Maestro che sblanza dalla vasca da bagno, nudo come mamma Rosina lo ha fatto, perchè ha improvvisamente scoperto la leggenda di Lohengrin. Di fronte agli affreschi di Hohenschwangau sono costretto a pensare che il cavaliere del cigno fosse noto già da tempo al compositore, che la genesi della sua opera sia stata molto più prosaica. E non mi rimetto dallo stupore di trovare già Wieland il fabbro, così come descritto nel finale di “L’opera d’arte dell’avvenire”.

Debbo ammettere che dovrei guardare le opere di Wagner con occhi strabici. Ricordare che queste storie hanno un piano di lettura terra-terra, assolutamente legato al tempo e al luogo in cui nacquero – la prima metà del XIX secolo tedesco – e che solo una gigantesca capacità mitopoietica ha dato loro il potere di parlarci di temi eternamente umani come quelli di un mito ellenico.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/6/2019 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Foggia
29 aprile 2019
Foggia è stata distrutta da un terremoto nel 1731. E' dunque ovvio che lo stile predominante sia un barocco severo e che io faccia fatica a trovare nella cattedrale le tracce del romanico ma perchè bisogna nascondere dietro una cancellata il portale del fianco sinistro? Nell'ultima guerra la città è stata pesantemente bombardata e molti edifici sono del tutto fatiscenti, nel miglior stile italico.
Prima di dirmi deluso dalla città è bene fare una capatina al museo cittadino. Lo trovo proprio sul limitare del centro storico, in palazzo Arpi (a sua volta costruito sul luogo della reggia imperiale - di cui resta solo un portale).
Anche se la pinacoteca è chiusa per ragioni di sicurezza ci sono abbastanza reperti da giustificare la visita. A me è interessata la sezione archeologica, che descrive molto in dettaglio i ritrovamenti fatti in zona, nella antica Arpi. Molto vasellame, con belle decorazioni ed immagini antropomorfe e materiale di ispirazione ellenica.
Notevolissimi dei mosaici di epoca romana e la ricostruzione di alcune tombe della zona. A parte un paio di ipogei a sud di Bari - nella necropoli di Egnazia - non sono riuscito a vedere molto: bisogna programmare con molta cura le proprie escursioni affinchè qualche anima pia permetta l'accesso agli ipogei e al materiale trovato in giro: il nostro è un paese stolido in cui il turismo si limita al sole e al mare. Mi sembra però che avere un'alternativa per i giorni piovosi - e non solo - non sarebbe malaccio.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/4/2019 alle 6:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Orgoglio polacco nel castello di Varsavia
20 agosto 2018
La storia recente del castello di Varsavia è un grande esempio di resilienza.
 
Già il paese ha subito nel XVIII secolo uno smembramento che lo ha cancellato dalle carte geografiche fino al 1918. Poi c'è stato il breve periodo di indipendenza tra le due guerre... Nel sotterraneo vengono proposte le immagini dell'invasione dei nazisti che come prima cosa saccheggiano e poi distruggono il castello.
 
I polacchi erano stati previdenti: avevano inventariato e nascosto tutto il possibile nella speranza che dovesse passare la nottata. Purtroppo per loro, nel dopo guerra i comunisti non avevano la minima voglia di titillare il nazionalismo polacco ripristinando il castello di Varsavia.
 
Bisogna attendere dunque l'epoca di Solidarnosc perché inizi la rinascita dell'edificio.
 
Per dare un'idea delle difficoltà incontrate dai restauratori mi limito a raccontare la storia delle aquile che adornavano il trono. Ne erano rimaste solo foto in bianco e nero che non permettevano di ricostruirle in modo adeguato. Con un colpo di fortuna saltò fuori dagli Stati Uniti un originale trafugato dai tedeschi a partire dal quale si potè ricostruire il resto.
 
Dobbiamo accontentarci di un palazzo rifatto, con soffitti le cui cornici dorate racchiudono il nulla. Ma l'orgoglio di avere riportato queste stanze allo splendore di un tempo supera qualsiasi obiezione che il visitatore voglia fare. Le sale sono magnifiche e la visita è del tutto appagante.
 
È poi indispensabile una visita alla pinacoteca a piano terra. I pezzi forti sono due Rembrandt appaiati: un anziano studioso intento a scrivere e una  bellissima ragazza. Mi piace immaginare - a giudicare dal suo abbigliamento - che si tratti di una giovinetta ebrea il giorno delle nozze.
varsavia
Ella rivolge fiduciosa il suo sguardo direttamente a noi e poggia le mani sulla cornice del quadro, come se volesse uscire dalla tela anticipando di qualche secolo "La rosa purpurea del Cairo".



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La stanza del vescovo di Kielce (PL)
17 agosto 2018
Il palazzo dei vescovi è un edificio che spicca nella piazza della cattedrale di Kielce. Un loggiato vagamente rinascimentale e torri angolari di stile barocco mi promettono che anche l'interno sarà delizioso.
Kielce
Le mie speranze non vengono deluse. Si visita il piano nobile che ruota attorno al salone da pranzo, in cui si tenevano i ricevimenti ed in cui oggi troneggia un pianoforte a coda.
 
Bel mobilio, soffitti coperti da travi dipinte, fregi affrescati ed arazzi. Su di un lato l'appartamento privato del vescovo (sempre formato dalla successione di anticamera, sala di ricevimento, stanza privata e cappella). Sull'altro invece le stanze dei senatori. Tutto assai raffinato, ricco ma sopratutto sobrio. Mancano infatti le fastose decorazioni autocelebrative che ho trovato in altre simili dimore.
 
È ben vero che esiste un gigantesco arazzo dedicato alla glorificazione di Atena, dea le cui qualità si ritrovano certamente in signori liberali, prudenti e saggi quali sono di sicuro i vescovi di Kielce, ma un eventuale parallelo encomiastico svanisce in mezzo ad Orfeo che incanta le bestie e si volta a guardare la bella Euridice, Ermes con Caco e le raffigurazioni di stagioni e lavori agresti di fregi e soffitti.
 
Degli abitanti di questa residenza ci giungono solo i ritratti, privi di moniti elogiativi. E già solo per questo apprezzo questi signori.



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Il castello di Orava (Slovacchia)
16 agosto 2018
Come tutti i castelli difensivi anche quello di Orava si trova appollaiato su una altura da cui controllare tutto il territorio.

orava 

Si tratta di una imponente macchina da guerra, costituita da tre corpi di fabbrica chiusi da una cinta muraria scabra e spessa. Non dubito che essa incutesse il timore nei nemici già secoli prima del "Nosferatu" di Murnau.
 
È tra queste mura infatti che venne girato nel 1922 uno dei film fondamentali della storia del cinema. Nell'ultimo dei corpi di fabbrica del castello una speciale mediateca ricorda non solo Murnau ma anche tutte le pellicole - c'è pure un episodio di Gremlins - che si sono servite di Orava.
 
Come sempre non è facile riempire un castello medievale. Qui la fortuna vuole che ci siano stati degli abitanti anche in epoca più vicina alla nostra, così che abbiamo un rigoglioso barocco controriformista nella cappella di san Michele e più avanti ancora anche alcune piacevoli sale neo-gotiche.
 
Mi ha incuriosito scoprire che il feudo di Orava fu concesso dall'imperatore Rodolfo a condizione che non venisse mai parcellizzato e passasse solo al primogenito maschio. Quando ci si trovò ad avere solo sette eredi femmine (il maschio era morto in tenera età), Orava fu gestito con criteri moderni da un "Kompossessorat" fino al ventesimo secolo, quando il regime comunista lo sciolse del tutto.
 
Non sono riuscito a capire gli addentellati di questo castello con il mondo magiaro (nell'albero genealogico dei proprietari tornano spesso nomi tipicamente ungheresi) ma tanto per non rinunciare a nulla in una delle sale dedicate agli usi e costumi del posto mi sono trovato di fronte a un gruppo di musicisti che, per quel che so io, potevano benissimo indossare abiti tradizionali slovacchi ma che senza ombra di dubbio stavano suonando... una marcia irlandese con tanto di bodhràn e flautino.



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Il monastero fortezza di Czestochowa
7 agosto 2018
A Czestochowa davvero "il mio Dio è una salda fortezza". 

Il monastero sorge in posizione elevata ed è circondato da bastioni a stella secondo le tecniche di difesa introdotte dall'uso della polvere da sparo. Czestochowa però è stata realmente assediata dagli svedesi, che sono giunti fino qui.

Su queste mura la loro invasione - "diluvio" dicono i polacchi - si infranse. Fu intervento divino? Oppure a distruggerli fu la peregrina idea di penetrare troppo avanti in un terreno ostile?

É certo che dopo quegli eventi la Polonia considerò la Vergine come propria patrona. E la mia generazione ricorda quanto la Chiesa Cattolica fece per coagulare l'opposizione al comunismo.

Sono stupito che alle nove di sera ci sia una grande folla, anche di gente che ha conosciuto "il regime" solo sui libri di scuola o dai discorsi dei genitori, attorno all'immagine della Madonna di Czestochowa.

É un'icona bizantina che la tradizione attribuisce a San Luca. Come in uso presso gli Ortodossi una ricca decorazione lascia scoperti solo i volti. Non è possibile avvicinarmi più di tanto e fare una visita turistica: si presuppone che l'ultimo tratto del percorso sia fatto in ginocchio e - comunque - il sottofondo sonoro è una cerimonia religiosa continua che non lascia spazio a considerazioni mondane.
 
Ci si può rifare nell'adiacente basilica, alta e stretta come un edificio gotico ma barocchizzata in un tripudio di stucchi ed ori che fa sembrare severo e contenuto il barocco germanico.



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Mondo piccolo al palazzo di Wilanow (PL)
6 agosto 2018
Wilanow, oggi periferia meridionale di Varsavia, poteva essere una bella residenza estiva per i sovrani polacchi del XVIII secolo. Il re Giovanni III si costruisce una dimora che risponde ai gusti del tempo, così che non fatico ad inserirla in una lunga sfilza di simili residenze principesche: parco con aiuole e fontane, loggia, appartamenti distinti per il re e la regina, costruiti secondo il sistema della successione di anticamera, sala di ricevimento ed alcova.
 
Anche le stanze cinesi del primo piano rimandano ad un gusto per l'estremo oriente che è ugualmente diffuso in tutta Europa. Ne concludo che la globalizzazione non è stata inventata oggi e che sempre gli uomini hanno cercato di uniformare il proprio mondo. Anche senza la tecnologia di cui disponiamo in questi giorni è possibile diffondere le stesse idee, i medesimi gusti, un uguale modo di vedere il mondo.
 
Wilanow dunque come Versailles, Stupinigi, Dresda, San Pietroburgo, in un mondo che vogliamo a tutti i costi che rimanga piccolo. Come noi ci sentiamo rassicurati ritrovando in tutte le città della terra le stesse catene di negozi, ristoranti ed alberghi, così anche nel seicento il viaggiatore poteva essere sicuro che nei luoghi di potere avrebbe trovato persone che parlavano la stessa lingua.
 
Una galleria di immagini dal sito ufficiale di Wilanow



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Un giro per Sassari
15 giugno 2018
Il centro storico di Sassari è fatto di stradine strette, alte, in pendenza, pavimentate con lastre alternativamente bianche e nere. Ci vuole un occhio allenato per distinguere qualche finestra o cornicione gotico: in genere gli edifici non sono tenuti molto bene.
 
Il fulcro del mio percorso è rappresentato dalle piazze contigue del Duomo e di Santa Caterina.
 
La facciata del duomo è un pezzo di Spagna piombato in Sardegna, con la sua profusione di statue ed ornamenti che rimanda alle più sfrenate fantasie barocche. Lo spoglio candore dell'immenso interno crea un forte contrasto ma alcuni retablos in legno mi riportano idealmente in terra iberica.
 
Su Santa Caterina si apre il palazzo del Duca, ora sede del Comune. C'è una sola guida che - priva del dono dell'ubiquitá - non può condurci al Palazzo di Città e si "limita" dunque a cantine e piano nobile (la sala da ballo, oggi destinata alle sedute del consiglio comunale, ha una grande compostezza e sobrietà).
 
Al di fuori di questo piccolo nucleo centrale, verso nord, la fontana del Rosello offre una allegoria barocca di mesi e stagioni che un tempo serviva prosaicamente alle lavandaie ed all'approvvigionamento idrico. Oggi la fontana si trova in basso rispetto al piano stradale e per raggiungerla bisogna fare una discesa importante e piena di erba alta. Forse il simbolo della città meriterebbe un po' più di attenzione. Non si paga biglietto per veder la fontana ma, per ragioni che mi sfuggono, si provvede a chiuderla con un cancello per evitare che qualche malcapitato voglia avvicinarsi nell'ora del mezzogiorno.
 
Percorro i bei vialoni ottocenteschi che conducono al museo Sanna. Incontornabile per chi è interessato all'archeologia e vuole prepararsi alla visita del Monte d'Accoddi, altare di epoca preistorica la cui forma ricorda vagamente uno ziggurat e che è preceduto da un dolmen e un menhir. Imperdibile scorcio sulla sciatteria italica: in biglietteria ci si stupisce che il turista non abbia percorso in macchina la strada pedonale che unisce il posteggio al complesso archeologico.



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Porto Cervo
12 giugno 2018
Porto Cervo è uno di quei luoghi in cui le categorie di "falso" e "vero" vanno in corto circuito. Si tratta infatti di una gigantesca scenografia fasulla appiccicata ad un teatro naturale immensamente bello. Eppure nonostante questa falsità Porto Cervo è l'immagine del villaggio marinaro mediterraneo che ognuno di noi reca nel cuore. Portici, rotonde, loggiati, tegole variopinte, verzura, scalinate, ponticelli e giardini, porticciolo ameno e scogliera... ogni particolare è al suo posto, come non sarebbe mai in un villaggio reale.  E dunque proprio l'artificiositá di questa costruzione le garantisce una verità che la connette subito al cuore dei visitatori.
 
Proprio questo rifarsi a una idea platonica di borgo marinaro mi impedisce di sapere dove sono. Come i negozi di griffes, identici a qualsiasi latitudine, anche Porto Cervo può collocarsi indifferentemente in tantissimi paesi.
 
É qualcosa che mi colpisce particolarmente nella chiesetta eclettica Stella Maris, che domina il centro. Un edificio di un accecante biancore, con una cupoletta azzurra che fa tanto Grecia e la presenza di angoli sempre smussati che invece rimandano al modernismo catalano. Bello, ma stilisticamente eccentrico. Ripenso con nostalgia al ruvido romanico di san Simplicio ad Olbia, con i rozzi volti che adornano i capitelli delle colonne e mi sembra di tenere in mano dei blue jeans di sartoria sfilacciati artificialmente.



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I castelli della "piccola Loira" in Lomellina
15 aprile 2018
Mio padre, che aveva tra i propri pazienti i proprietari del castello di Scaldasole, mi aveva detto che dentro l'edificio c'era una collezione di vetri antichi. Io mi immaginavo vetri simili a quelli che trovavo in riva al mare, tutti ben incolonnati in lunghe vetrine che percorrevano il cammino di guardia.
 
La realtà è ovviamente molto diversa: sono due vetrinette confortabilmente poste in una stanza dall'arredamento semplice, niente affatto romantico. Vi si trovano ampolle e fialette di epoca romana, con lucerne, statuine, specchi e varie suppellettili, alcune longobarde. In un angolo c'è anche un sarcofago romano.
 
Sono entrato nel castello di Scaldasole grazie ai buoni uffici dell' ecomuseo del paesaggio della Lomellina che per una giornata offre un tour tra i castelli di Scaldasole, Sartirana e Frascarolo.
 
Lomellina
 
Scaldasole è una costruzione severa, con ponte levatoio, fossato, torrione quadrangolare, che racchiude un'azienda agricola fiorente. I membri della numerosa famiglia dei proprietari hanno riadattato ad appartamenti ex-scuderie e stalle; l'abitazione principale - settecentesca - divide il cortile d'ingresso da una corte più piccola e raccolta, con un porticato e ornamenti che rimandano al rinascimento. Un coacervo di stili nella sala delle feste, con un pavimento a mosaico abbastanza comune in questa parte d'Italia, un soffitto ottocentesco e una piccola cappella con bei resti di affreschi. Il grosso pregio di questo castello è di aver subito relativamente poche trasformazioni nel tempo, se non altro perchè è sempre stato abitato dai suoi proprietari.
 
E' del tutto un museo il castello di Sartirana, riconoscibile da lontano per la sua torre cilindrica.
Lomellina
 
Attualmente la proprietà è di una fondazione che vi ha installato un museo dedicato alla moda ed al design, ma ci sono anche alcune opere di autori contemporanei (Fausto Melotti) che meritano grandissima attenzione. Per lo meno, gli abiti di Grace Kelly, Audrey Hepburn o Sophia Loren, mi incuriosiscono sì... ma solo fino ad un certo punto.
 
Interessante anche l'edificio della Pila, a fianco del castello: nella parte in cui un tempo si raffinava il riso oggi si trovano alcuni strumenti che rimandano alla coltivazione risicola locale e diverse produzioni di Ken Scott.
 
La conclusione della giornata in Lomellina viene data dal castello di Frascarolo, un edificio antico rimodernato però nel 1880 secondo il gusto dell'epoca.
 
Lomellina
Ci siamo limitati all'esterno, assai pittoresco e circondato da un piccolo giardino. La vera sorpresa però è il museo agricolo antistante: un tuffo nel mio passato, tra macchinari agricoli ed oggetti che avevano segnato la mia infanzia, come un proiettore cinematografico ad arco come si usava un tempo, quando i film erano su pellicole che arrivavano in cinque, sei bobine da montare assieme...



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/4/2018 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Udine
30 gennaio 2018
Nemmeno io sono così snob da andare a Udine per la chiesa di Sant'Antonio Abate: una facciata bianca, stretta ed alta come tantissime. Però è all'altro capo di un ponte che attraversa il canale, in una disposizione che mi ricorda - anche se in piccolo - il ponte triplice di Lubiana con la chiesa, certo ben più monumentale, di San Francesco.
 
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Appena a fianco c'è il palazzo arcivescovile. La scala d'onore, con i suoi stucchi pastello mi trasporta oltre Tarvisio. Sulla volta il piede in stucco dipinto di un angelo ribelle sbuca dal soffitto secondo un sistema che trovo ripetuto ad nauseam nella residenza di Wurzburg (ma anche nella bassa pavese, dentro il castello di Chignolo Po).
 
udine
 
Il meglio della galleria del Tiepolo ha ancora da venire.
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Il volto di Isacco ha un'espressione tranquilla, come se fosse indifferente alla prospettiva dello sgozzamento. Però la gonna alla Marylin Monroe dell'angelo che scende dal cielo per salvarlo è straordinaria e mi fa pensare ad un vescovo discotecaro dalla tunica svolazzante che avevo visto nella Chiesa della Collegiata a Salisburgo. Evidentemente però a Tiepolo dovevano piacere gli angeli-dervisci, visto che li intravvedo anche nel vicino sogno di Giacobbe
udine
E poi il bellissimo giudizio di Salomone, con la prospettiva dal basso che ci mostra la balaustrata di un palazzo aperto verso il cielo.
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Straordinaria la regia teatrale che pone il sovrano in un triangolo grande formato da un arazzo dorato che domina, giustamente, la piramide piccola costituita dal ghignante carnefice, dalla madre vera, dall'abito blu e bianco, e da quella falsa, dalla bocca cattiva e con un vestito dai colori freddi come quelli del pargoletto morto. E poi tutt'attorno la solita teoria di comparse che arricchiscono zeffirellianamente la scena.
 
Se ritrovo un po' di atmosfera germanica nel portale dell'Incoronazione, sul fianco sinistro del duomo ritorno nel mondo veneto di piazza della Libertà
udine
 
E' un regno che  - pur con tutti i meticciati che io posso cercare - è tanto orgoglioso da offrire nell'Oratorio della Purità una messa in friulano.



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Völkling - Patrimonio culturale dell'umanità
11 agosto 2017
Quando le acciaierie di Völkling vennero spente, sulla città si fece il silenzio totale. I cittadini, abituati al continuo rumore generato dal complesso industriale, che sapevano interpretare con la stessa finezza con cui Abbado ascoltava un'orchestrazione di Mahler, non riuscivano neanche più a dormire. Mancava loro la dolce ninna nanna degli altoforni.
 

In Full Monty gli operai di Sheffield si convertono allo spogliarello maschile. A Völkling i rudi germanici trascormano un cimitero industriale in un museo e centro culturale che l'Unesco mette tra i patrimoni dell'umanità.

 La visita al complesso di Völkling è molto istruttiva. Si impara la storia del sito, si seguono le fasi di produzione dell'acciaio, si toccano anche i momenti più imbarazzanti del passato tedesco (il lavoro forzato dei prigionieri di guerra e dei deportati).
 
É riduttivo limitare l'esperienza di Völkling alla sola didattica. Ho vissuto l'ambiente come un gigantesco quadro vivente cubista: tubi, ciminiere, ingranaggi, trionfo delle linee rette, spesso - ma non sempre - ortogonali, la predominanza delle tonalità fredde di grigio, azzurro, nero, bianco, marrone. Anche l'esperienza olfattiva (si sente ancora l'odore del metallo) contribuisce a dare una sensazione estetica di grande impatto. Purtroppo manca l'elemento uditivo: pochi suoni animano la nostra visita e mi sento come in un museo di strumenti musicali rigorosamente muti.
 
Non bisogna però dimenticare il lato centro culturale. Attualmente sono in corso una notevolissima mostra sull'arte peruviana precolombiana e un'esposizione dedicata all'arte urbana di strada (graffiti... ma non solo). Intelligente e stimolante. Vale tutto molto più dei 15€ a cranio di biglietto.
 
Informazioni a questo indirizzo




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/8/2017 alle 5:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Dinant - Sulle rive della Mosa
10 agosto 2017
La Mosa si snoda sinuosa in un paesaggio verde e riposante. Paesini che si specchiano nel fiume, circondato da rocce alte e ripide. Dinant è forse il luogo più tipico, con una cattedrale alta e stretta che culmina con una curiosa torre a bulbo.
 
Ad essere impressionante è la muraglia di roccia grigia che si trova alle sue spalle e che fa quasi credere che l'edificio debba far parte della montagna.
 
Appena dietro alla chiesa si alza una scalinata che, in alternativa a una ben più comoda teleferica, conduce alla fortezza.
 
Due secoli fa i ponti sulla Mosa erano posti a una distanza corrispondente al tragitto che poteva venir coperto in una giornata di cammino. Ecco dunque che, ancora oggi, ogni 30 chilometri si trova un importante snodo (Dinant, Namur, Huy, Liegi) protetto da una fortezza.
 
Ne ho visitate tante di fortezze, tutte simili tra di loro: il giro di mura, le feritorie, la forma a stella... In questo caso ci sono le celle dell'epoca in cui l'edificio fu impiegato come carcere, le ricostruzioni di cucina e quartieri per le truppe.
 
Il momento più interessante della visita giunge alla fine.
 
La ricostruzione di una trincea. Si passa in uno spazio claustrofobico, delimitato da sacchi di sabbia e legno, un cunicolo a zigzag con la musica di spari e cannoni che danno il senso della precarietà, del pericolo continuo e reale vissuto dai soldati. Dai soldati di tutte le nazioni, carne da macello nelle mani di delinquenti che hano seminato distruzione e lutti in tutta Europa. Marmaglia che ha dissanguato il continente in una inutile guerra di posizione.
 
Tutta la fascia compresa tra Francia e Belgio è disseminata da cimiteri di guerra, pieni di croci tutte uguali. Cambiano le bandiere che garriscono al vento, non le sofferenze sottintese. Ho evitato accuratamente la visita di musei e memoriali ma alla fine, senza aspettarmelo, mi sono trovato in questa trincea. E ci si sta proprio male.
 
Non finisce qui: l'ultima stanza é un rifugio antiaereo che, essendo stato colpito, é inclinato del trenta per cento. Lo si percorre tenendosi con entrambe le mani ai corrimano. Ed anche così il cammino tortuoso, in un piano tanto inclinato mette nausea e vertigini.
 
Piacerebbe dire "mai più" ma sappiamo che gli uomini ci ricascheranno.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/8/2017 alle 5:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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