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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Swarovski: Mondi di cristallo a Wattens
23 giugno 2017
Un outlet aziendale di Swarovski si è trasformato in attrazione museale di tutto rispetto che può lasciare qualche impressione alle orde vomitate dagli autopullman-con-guida-parlante-italiano.
 
Il "gigante" che accoglie il visitatore è tanto appariscente quanto brutto con il suo faccione rotondo dalla cui bocca esce una fontana di acqua. L'interno di questa struttura offre installazioni ed opere affatto interessanti, da una stele di Keith Haring per un'Aida alla Ambient music di Brian Eno. C'è spazio per la fantasia ed il sogno in una lunga serie di variazioni sul tema del cristallo.
 
Un elemento costantemente presente é il riflesso: gli specchi moltiplicano gli spazi e fanno entrare il fruitore nell'opera d'arte. É il gioco del Duomo di cristallo, ma anche della foresta incantata di Eden in cui mi é parso di muovermi nell'ultimo Parsifal realizzato da Wolfgang Wagner. Poi non tutto è eccelso: mi sono trovato in una Wunderkammer tanto colorata quanto pacchiana e in un teatro meccanico molto reminiscente di una tintoria.
 
É certamente utile la sezione, subito prima del negozio, in cui si traccia la storia della Swarovski ed in cui vengono esposte alcune curiosità: parure teatrali, tra le quali una corona destinata ad Elton John, e oggetti creati da stilisti.
 
Non mancano interessanti sorprese all'esterno, con una nuvola iridescente di cristalli su un lago artificiale costellato di steli che si chiudono con bacche rosse, uno spazio giochi architettonicamente molto armonioso ed originale che giustifica che un bimbo scali la Griglia cristallina di Werner Feiersinger come se fosse un balocco.
 
Mi piace pensare che quel piccolo abbia capito meglio di tutti noi il senso dell'arte.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 23/6/2017 alle 17:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Munari al MEF di Torino
7 giugno 2017
Ultimi giorni di apertura per  una divertente mostra che il MEF di Torino dedica a Bruno Munari.

Sì, ci si diverte come se si fosse bambini, perchè è contagiosa la forza inventiva, la capacità di giocare con le idee, di scoprire e cercare cose nuove, di ripercorrere l'usuale secondo una prospettiva diversa. In fondo l'arte non è che una trasfigurazione del nostro mondo, è la capacità di trovare il bello nella nebbia milanese, animarla con la nostra aspettativa, con una storia che improvvisamente ce la rende vicina ed amata.

E' un bellissimo sogno il caleidoscopio delle immagini polarizzate (sono presenti degli schermi davanti ai quali si fa ruotare un filtro polarizzatore che metamorfosa forme e colori delle composizioni esposte), straordinaria la sala delle sculture appese per aria - un Calder fantasioso che soffre per l'aria ferma e pesante di questo museo e che sicuramente sarebbe a suo agio all'aperto.

E poi il divertissement delle macchine inutili, di quelle immaginarie, degli alfabeti sconosciuti - benchè somiglianti a forme grafiche di popolazioni reali, delle sculture portatili.

Grande spazio infine per la grafica (ho scoperto che tante copertine discografiche della mia giovinezza erano d'autore) e per l'arte applicata.

Chi pensa che l'arte contemporanea sia noiosa ne approfitti e faccia un salto al MEF.





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Lucia Pescador - La memoria del fuoco
15 maggio 2017
Quattro stanze le cui pareti sono ricoperte di opere di vario genere, secondo un gusto che si rifà espressamente a quello delle Wunderkammer. Ci sono oggetti d'arte, opere provenienti dalla collezione della Fondazione Ricciardi di Rivanazzano, presso la quale è esposta questa installazione, ci sono lavori della stessa Lucia Pescador. Su materiali già usati come fogli di registro o pellicole fotografiche, Lucia Pescador copia opere di altri autori, non come mero esercizio didattico, come divertissement di un artista in cerca di idee ma come dialogo con altri maestri. E' molto di moda oggi mettere fianco a fianco lavori di artisti differenti - qualche giorno fa alla Fondazione Magnani Rocca ho visto dei Cézanne accostati a quadri di Morandi - ma è un'operazione tutto sommato esteriore.

Per esempio Lucia Pescador, copiando il disegno di un atelier di Le Corbusier, sente la necessità di aggiungere dei colori primari - blu, rosso e giallo - che, guarda caso, si incastonano nelle linee del disegno che, a questo punto rimanda prim'ancora a Mondrian.

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Il gallerista - dice l'autrice - dispone le opere per uno scopo commerciale, per mettere in vista ciò che deve essere venduto. Qui invece questi objets trouvés rispondono a un'armonia interna all'artita. Per questo La memoria del fuoco va intesa non come mostra ma come installazione.

Aperta alla Fondazione Ricciardi di Rivanazzano fino al 18 giugno 2017.

Alcune informazioni su Lucia Pescador.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/5/2017 alle 7:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Depero alla Fondazione Magnani Rocca di Traversetolo
10 maggio 2017

Mica male la signorina che stacca i biglietti all'entrata della mostra: quel caschetto corvino le dona molto. Mi volto per rimirarla meglio. E' tutta in nero, con scarpe a punta dal tacco alto e quadrato e pantaloni che non giungono alla caviglia. Direi che, come le sagome che si trovano nel parco antistante la villa, anche lei sia uscita da un'opera di Depero.Seguiamo la vita di questo autore trentino. I primi quadri, che presentano figure tozze e quadrate, quasi michelangiolesche. Gli esordi che risentono di Balla e Boccioni, l'incontro con il cubismo la cui influenza è più che evidente.

La rissa, tutta in grigio, mostra gli uomini in lotta come manichini, esseri meccanici,, cose in movimento che si distinguono a fatica da tavoli, bastoni e sedie. E' un mondo sconvolto, sottosopra. Una visione molto personale in una Guernica di casa nostra.

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Non nascondo il mio entusiasmo per la serie delle tarsie in tessuto. Coloratissime, molto belle anche dal punto di vista formale, come in questi meravigliosi quattro topi che mi fissano in mezzo alla sala.

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E poi ci sono la pubblicità del bitter Campari, le copertine per Vanity Fair, cartelloni, libri, oggetti d'arte. Una produzione poliedrica che proprio perchè destinata ad uscire dallo stretto mondo delle gallerie d'arte proietta la produzione di Depero nel nostro quotidiano e ce la fa assorbire senza quasi che ce ne rendiamo conto.

Potrei dire che in verità più che Depero questa mostra ci fa conoscere quanto di lui sia percolato all'interno del linguaggio visivo moderno.

La mostra rimane aperta alla Fondazione Magnani Rocca di Traversetolo (PR) fino al 2 luglio 2017.





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Un altro pasto del leone (Cattedrale di Modena)
6 maggio 2017

Stavolta sorprendo un leone a pranzo in quel di Modena, all'interno della cattedrale. Nella parte centrale del tramezzo un leone stiloforo è intento ad un fiero pasto. E' vero che non sta addentando il cavaliere armato di tutto punto che egli tiene fra le sue leggiadre zampette, ma dubito che l'animale voglia tenere l'uomo fermo per farlo venire bene in fotografia. E' curioso vedere come a diverse latitudini compaia la medesima immagine, con pochissime varianti, come se un identico mito o rito pagano fosse percolato nell'immaginario della cristianità.

leone



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Il pasto dei leoni
1 maggio 2017

Il duomo di San Rufino ad Assisi ha una bellissima facciata bianca, con rosone e simboli degli evangelisti che non manca di ricordare quella della ben più celebre basilica di San Francesco. Qui però il portale centrale è indimenticabile, con la Madonna allattante uscita da qualche icona bizantina, con il suo ricco manto e la mammella geometrica ed appuntita.

La mia curiosità è attratta dai leoni che si trovano a fianco dell'ingresso centrale: uno dei due sta mangiando la testa di un uomo. Ho dunque trovato una Tarasque in Umbria?

leoni






A un esame più attento si direbbe che l'essere mangiato possa essere un animale e del resto non c'è dubbio che nella chiesa di San Pietro, a pochi isolati di distanza da qui, uno dei leoni addenta il cranio di un'altro quadrupede. Non posso fare a meno di collegare questa immagine con un capitello che ho visto nel chiostro del duomo di Prato. Qui è di nuovo una bestia (un grifo) a mangiare un proprio simille. O quanto meno a dare l'impressione di farlo, visto l'incredibile concentrazione di immagini in uno spazio quanto mai ristretto..

leoni






Mi viene spontaneo pensare che queste immagini si riferiscano ad archetipi che si perdono nella notte dei tempi, ad un passato sicuramente pagano che lascia ancora delle tracce nella nostra epoca e che magari finiscono anche dove meno ci aspettiamo di trovarle, per esempio nel fiero pasto del conte Ugolino.





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Museo dell'Opera di Prato
29 aprile 2017

Intelligente l'idea di imporre un biglietto per chi voglia vedere transetto ed abside del duomo di Prato: si crea una salutare distinzione tra spazio liturgico e momento museale e si spingono anche i pigri a fare una capatina - già che ci sono - al museo dell'Opera.

Il momento di maggiore interesse è costituito certamente dall'originale della danza dei putti che Donatello scolpì per il pulpito esterno. Tutto ben restaurato e ripulito. Anche se questi rilievi sono stati concepiti per essere ammirati dal basso è una gioia godere delle rotondità di queste carni paffute e festanti.

La gioia di questi bimbi si riferisce al cinto della Madonna, conservato in questa chiesa. Un rilievo in marmo mostra la Vergine nell'atto di offrire il prezioso accessorio a san Tommaso ed ancora abbiamo esposta anche la scatola - i cui ornamenti riprendono la danza dei putti - in cui era custodita.

Sono stato molto interessato dalla cappella di santo Stefano, subito all'inizio del percorso espositivo, con un polittico affrescato dai colori dolci e luminosi ed affiancato da altri affreschi monocromi che raccontano la vicenda del protomartire.

Ed è bella la pala delle esequie di san Girolamo di Filippo Lippi come antipasto di quanto ci aspetta in duomo.

prato





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Santi d'Italia a Palazzo Reale di Milano
14 aprile 2017
Sullo stesso pianerottolo della mostra acchiappaclick dedicata a Monet, Palazzo Reale fa iniziare una esposizione dedicata ai santi. Questa iniziativa, che vuole solo celebrare la visita che il Papa ha compiuto in città lo scorso marzo offre più di uno spunto di riflessione.

Innanzitutto, in un'epoca in cui il core business del cattolicesimo consiste nello sfornare santi a getto continuo (Woytila ne ha fatti da solo quanti tutti i suoi predecessori messi assieme), si mette in chiaro che il santo è un modello e un intermediario verso Cristo, unico vero obiettivo dell'adorazione del credente. Lo si capisce benissimo nella tavola dei Musei Vaticani in cui discepoli e santi sono ordinatamente disposti attorno alla figura del Salvatore; lo si sottolinea in un dipinto in cui Francesco ci mostra Cristo con l'aria di un solista che indica al pubblico di applaudire anche l'accompagnatore.

Guercino va anche più in là, inserendo Francesco che riceve le stimmate in un ambiente che ricorda la preghiera di Cristo nel Getsemani, con vicino il discepolo addormentato. Cristologica è anche la Caterina da Siena con stimmate e corona di spine, che si accompagna a un San Francesco dalle mani immacolate dipinto dal francese Trophime Bigot.

Notevolissimi il San Pietro immerso nella lettura dipinto da Serodine, un caravaggesco ticinese che meriterebbe maggior considerazione da noi, il Pietro di Ribera e il dolce Sant'Ambrogio di Luini.

Un tema che compare in mostra è quello dell'arte messa in pericolo dall'uomo e dalla natura: in una sala troviamo un gruppo scultoreo e a un polittico trafugati rispettivamente in Friuli e Austria, ritrovati dai nostri carabinieri. A metà esposizione c'è invece la tela proveniente da Accumoli. Vi si vede un Francesco terreo, dagli occhi chiusi, il volto illuminato da una luce che scende in diagonale da un'apertura del fogliame verso due angeli che tengono il santo. Su un lato - come su un carrello da ospedale - sono ordinatamente disposti gli strumenti della passione.

La mostra chiude il 4 giugno 2017




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Santa Maria della Passione - Milano
16 marzo 2017

"Ma perché venite sempre quando devo chiudere?"

Giuro che non mi sono accordato con nessuno. Ed è un caso che mi trovi qui, per altro - se il mio orologio non è fermo - molto prima che Santa Maria della Passione chiuda. Forse è la legge di Murphy: non appena la signora dalla cui buona volontà dipende la visita alla Sala Capitolare si stufa di stare al freddo e al buio in attesa di turisti, ecco che compare qualche coraggioso esploratore. Siamo infatti in un paese stolido e neghittoso, dove non solo si pensa che non ci sia vita al di fuori di Corso Vittorio Emanuele ma si giudica temerario chiunque provi ad avventurarsi al di là delle colonne d'Ercole della circonvallazione interna.


La sala capitolare è meravigliosa, dalla porta in legno scolpito fino - e soprattutto - alle tavole in cui il Bergognone raffigura Cristo con i discepoli.

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Delle molte opere che ho visto la mia attenzione è stata attratta in specie da due dipinti dei transetti. A destra, la Deposizione di Luini

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dominata dal nudo legno della Croce, drammatica visualizzazione del "consummatum est" (o del Es ist vollbracht per i bachiani in servizio permanente)

A sinistra invece l'Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari

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Il pittore ci tiene a dimostrare la sua conoscenza della prospettiva, con un punto di fuga che coincide con la figura del Salvatore (Gesù deve essere la mia prima parola nel nuovo anno, direbbe il solito Bach). C'è pure nel quadrato alle spalle di Cristo una città ideale, con tanto di tempietto perfettamente simmetrico. Che sia proprio sulla linea verticale occupata da Gesù mi fa ritenere che quella sia LA città ideale per eccellenza, la Gerusalemme celeste. Certo, ci sono su un lato i due monelli che sbirciano con aria sfacciata dentro la sala - un piccolo cambio di registro drammatico che aumenta il fascino di un dipinto mirabile.






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Bellotto e Canaletto a Gallerie d'Italia
3 marzo 2017
Solito titolo specchietto per le allodole: la mostra allestita nella sede milanese di Gallerie d'Italia riguarda in realtà il solo Benardo Bellotto. Antonio Canal compare con un pochi quadri, l'indispensabile per documentare la formazione del nipote che poi avrebbe lasciato Venezia per visitare Firenze e Roma ed emigrare verso il nord Europa dove trovò una grande - e meritatissima - fama, tanto da essere conosciuto con lo stesso soprannome dello zio (Canaletto).

A me piacciono moltissimo queste vedute brunite, che presentano un'incredibile varietà di marroni, verdi e gialli. Non c'è l'atmosfera di un'eterna mattinata di sole, sotto un cielo azzurro al più appena velato, si sente invece il profumo della terra bagnata, la precisione documentaristica con cui si rende lo scorrere del quotidiano. Non vengono tramandati semplici monumenti, ma luoghi del reale in cui io sono uno dei personaggi che popolano il dipinto. Ho voglia di andare a Gazzada, a Vaprio, mi viene la nostalgia del castello Sforzesco in piena campagna, raffigurato come se fosse una cascina dell'abbiatense, conosco il piacere di passeggiare sulle rive dell'Elba, curiosando verso il cantiere della Hofkirche.

E' tutto costruito con grande pignoleria e abilità, come uno scenario di teatro. Non mi stupisce che Bellotto sia stato tanto amato dai suoi ricchi committenti.

Molto interessante la sezione conclusiva che ci offre la visione dell'autore nella sua intimità. Abbiamo il Capriccio in cui egli si ritrae, alcuni disegni in cui sono raffigurati ufficiali polacchi, l'abbozzo di una scenografia, libri che erano inventariati nella sua biblioteca.

Spero che questa mostra insegni al nostro pubblico che Bellotto è sufficientemente grande da non aver bisogno di appoggiarsi allo zio per richiamare visitatori alle sue mostre.





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Museo delle belle arti di Nizza
9 gennaio 2017
Il museo delle belle arti di Nizza si trova in un bell'edificio neoclassico vicino alla Promenade des anglais.
 
Non è da sottovalutare: la sua collezione, per quanto eterogenea ha molti pezzi interessanti. Prima di tutto un sostanzioso gruppo di opere di Dufy. Poco discosto una coppia di van Dongen (sublime l'armonia rosa  e verde di Madame Jenny) ma anche una Mediterranée di Espagnat ha colori bollenti e forme mollemente sensuali. Mi è piaciuto molto Lebasque con una ragazzina  nel bagno estremamente vicina al mondo di Bonnard, anch'esso presente con una sua opera.
 
Degli autori antichi spicca il Crocefisso del Bronzino, dei pannelli di un altare dedicato a Santa Margherita attribuiti a Brea mi sono piaciute solo le figure laterali... le storie della santa evocano troppo atmosfere da ex-voto.
 
In attesa di riscoprire come preclara anticipazione del post-moderno il Watteau belle epoque di Jules Cheret mi diverto con i dipinti di gusto orientaleggiante del piano terra. Due venditrici egiziane di arance sono identiche a quelle che ho visto al museo Calvet di Avignone, solo che qui le grandi dimensioni del quadro non giovano alla sua resa. Se la cava meglio Tanoux con Thais e Nanouna. In quest'ultimo quadro si vede un eunuco assieme a due sensuali e cellulitiche signore nude. Non guardiamo i loro piedi, appena tratteggiati e sentiremo il fascino dei diari di Flaubert in Egitto.
 
Alcune sculture ottocentesche molto virtuosistiche (il marmo che imita un trine, la delicatezza delle piume dell'aquila che rapisce Ebe).
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Non guasta il fatto che, molto intelligentemente, un solo biglietto da 10 euro concede l'accesso a tutto il sistema museale di Nizza.




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Petit Palais di Avignone: collezione Campana
2 gennaio 2017

Il marchese Campana, attorno al 1850 forse il più importante collezionista italiano del momento, aveva trovato un originale metodo di finanziare i suoi acquisti: si faceva prestare i soldi dal Monte di Pietà di cui era responsabile. Come garanzia dei prestiti dava la propria collezione, che lui stesso aveva peritato e valutato. Un conflitto di interessi su cui la magistratura papalina trovò da ridire appioppando al povero Campana venti anni di galera. Napoleone III intervenne perchè la sentenza venisse commutata in esilio. Con un secondo fine, come ovvio: l'imoperatore pensava di usare la collezione Campana per fondare un Museo Napoleone che rivaleggiasse con il Louvre.

Le cose andarono diversamente. Il museo Napoleone non vide la luce e le opere del marchese finirono in diverse istituzioni di provincia tra cui - appunto - il Petit Palais avignonese.

Sono stupito dalla eccezionale qualità del materiale esposto (e ricordiamo che anche il nucleo originario del Victoria and Albert Museum di Londra fu raccolto da Campana). Si procede con un rigido criterio regionale e temporale in cui la parte del leone viene fatta dalle zone sotto il diretto controllo dello stato pontificio senza che manchino opere provenienti anche da Lombardia e Costa Azzurra (due dipinti di Brea).

Il lavoro forse più celebre (e bello) è la Vergine con il bambino di Botticelli.





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Leon Bakst a Montecarlo
1 gennaio 2017
Dietro al modernissimo centro Grimaldi, vicino a un edificio originale e quanto mai bello che ospita Starbuck e McDonald un pezzettino di XIX secolo, la villa Sauber, con giardinetto in salita, pergolato e statue, accoglie il Nuovo Museo Nazionale di Monaco, una istituzione che si divide tra questa sede e Villa Paloma (dall'altra parte della città, vicino al giardino esotico).

Non ho capito se, e dove, verranno esposizioni permanenti. Per oggi abbiamo la celebrazione del genio di Leon Bakst e della rivoluzione - ormai centenaria - dei balletti russi - una scelta quanto mai appropriata, in questo staterello da sempre molto attento all'arte teatrale.

Siamo accolti in un ambiente pregno della rivoluzione grafica introdotta nei costumi più che nelle scene (si usano ancora i fondali dipinti e le maquettes appaiono per il nostro gusto disperatamente fuori moda, un'impressione confermata del resto dalle riproduzioni moderne delle coreografie di questi balletti). E' facile immaginare lo stupore per il costume rosato in cui il Pan Nijinsky inseguiva le ninfe. Ma anche lo Spettro della Rosa doveva lasciare attonito il pubblico, che ascolta una musica tradizionale e ben nota (Carl Maria von Weber) ma che si accompagna a uno stile di danza affatto nuovo, che rompe con tutta l'abitudine coreografica corrente.

Oltre alle maquettes, disegni e riproduzioni di costumi, tessuti variopinti ispirati all'opera di Bakst che offrono il fragore di colori tipici delle rappresentazioni russe (quanto di questa orgia coloristica finisce in un Matisse?). C'è anche la documentazione dell'opera Ivan le terrible che Raoul Gunsbourg - in una vena suppongo molto mussorgskijana - ha composto a inizio XX secolo, che fu rappresentata nel teatro monegasco. Ci sono i documenti del Prelude à l'après-midi d'un faune, di Dafni e Cloe, di Sheherazade, della Bella addormentata nel bosco... di tutto il mondo fantastico delle fiabe orientali che rende sempre tanto speciale l'opera russa del XIX secolo.

La mostra prosegue fino al 15 gennaio 2017




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Avignone - Laurana: Cristo portacroce
28 dicembre 2016

Non c'è solo Munch a raffigurare una Madonna sexy: l'Annunciata di Simone Martini, che si chiude su se stessa, come una Susanna contemplata dai vecchioni, ha un vitino di vespa degno di una pin-up. In questo Portamento di Croce conservato nella chiesa avignonese di San Didier la Vergine invece lascia che il proprio mantello si apra mollemente su un corpo pieno e rotondo, non meno fisico ed attraente di quello della collega senese.

Fichier:A 049 église Saint Didier retable de Laurana.jpg

Attorno a lei le pie donne, alcune dai tratti angelici, altre - quelle dello sfondo -  con dei volti segnati dall'età. Il boccoluto San Giovanni fa da tratto di congiunzione con il lato sinistro della pala d'altare, quello in cui si vede il Cristo portacroce circondato da ghignanti e grotteschi soldati.

Vengono in mente riferimenti fiamminghi (l'aspetto caricaturale dei malvagi, la stessa Vergine svenuta raffigurata in modo frontale). Laurana però ci riconduce rapidamente in Italia: sullo sfondo, a sinistra un tempietto circolare da città ideale.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/12/2016 alle 16:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Futur Balla a Alba (CN)
12 dicembre 2016
Le prime fotografie mostrano strade deserte: le lastre erano troppo lente perchè persone in movimento potessero impressionarle. E ai tempi delle pellicole era comune che il soggetto - muovendosi - desse di sè un'immagine sfocata. C'è sicuramente l'influenza delle esperienze fotografiche nei dipinti in cui il movimento è reso dalla presenza del medesimo oggetto in punti diversi della tela. La mano del violinista, le zampe e la coda del cagnolino, gli stivaletti della donna, l'automobile e l'autista percorrono il dipinto con un espediente tecnico che verrà ripreso anche dall'arte di consumo (cartoni animati e fumetti).

Un secolo fa però tutto questo era nuovo. Era la prima volta che l'uomo poteva muoversi a una velocità superiore a quella consentita dalla muscolatura - sua o di un animale - che l'elettricità trasformava la notte in giorno o che trasmetteva all'istante la parola in punti lontani. Un cambio di universo che impone una trasformazione del linguaggio. Meglio: la creazione di un linguaggio.

Balla abbandona le influenze di Boldini, il debito nei confronti del divisionismo e Pellizza da Volpedo. Lasciamo la descrizione di proletari deamicisiani (com'è bella però la "Pazza", nel suo mirabile contrasto luminoso tra il fondo abbacinante e la figura umana scura in un controluce che sottolinea la trasparenza della gonna lisa e sottile)!

Il futuro va nella ricerca astratta, nel tentativo di inserire sulla tela il mondo nuovo che si sta formando, un mondo che è soprattutto movimento, trasformazione rapida. Non si tratta di inserire semplicemente fumi industriali, ciminiere e gru - lo avevano già fatto gli impressionisti - ma di rivoluzionare lo sguardo, di esprimere la tensione del moderno.

La mostra ci indica il processo formativo di una espressione artistica che oggi appare mainstream e del tutto assodata.

Futur Balla rimane aperta alla Fondazione Ferrero di Alba fino al 27 febbraio 2017.



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Carol Rama - Gam Torino
4 dicembre 2016
Torinese, morta quasi centenaria lo scorso anno, Carol Rama si vede dedicare dal Gam torinese una mostra che sicuramente non è per stomaci delicati.

Le sue prime opere sono acquarelli che mostrano corpi nudi di cui viene sottolineata l'animalità. Non è solo il bel deretano defecante: sono le immagini di una donna stesa - o legata - in letti di ferro, chiaramente un autoritratto, i capelli biondi ritti come nelle immagini di Pierino Porcospino. Dalla bocca esce una lingua triangolare, luciferina e rossa come i tondi dei capezzoli e della vagina. Spesso dai genitali esce una serpe bigia che getta una luce inquietante sui lavori astratti in cui vengono utilizzati copertoni da bicicletta.

Nel dopo-guerra inizia infatti la stagione astratta. I primi lavori, legati al MAC, mi sembrano bagnare ancora in un'aria fetida e malata: le linee che collegano quadratini mi evocano catene... mi sento soffocare dalle fitte geometrie colorate. Ed anche in epoca più tarda i "bricolage", con i loro occhi di vetro, siringhe, cannule, unghie e artigli, lasciano un sottile brivido che non vuole andarsene.

Negli anni '90 il ritorno al figuralismo della serie "mucca pazza" mostra chiaramente che i fantasmi della prima stagione non sono affatto scomparsi. Le signore raffigurate sono giusto più in carne, ricordano molto le veneri callipigie dell'antichità mediterranea, ma un dipinto mostra corpi inchiavardati entro una struttura che può essere di una macchina come di una planimetria di edificio neogotico. Bellissimo e potente, un mondo niente affatto pacificato e sempre ostile.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/12/2016 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Antonio Calderara - Lac Lugano
2 dicembre 2016
Antonio Calderara è autodidatta. I suoi dipinti raffigurano il piccolo mondo della sua provincia: il naviglio, il lago d'Orta, i famigliari. Siamo nella linea della pittura figurativa italiana della prima metà del XX secolo. Rimandi al mondo di Morandi sono evidenti - non solo nella natura morta ma anche ne paesaggio. E' interessante vedere come viene trattata la sagoma dell'isola di San Giulio che diventa un compatto oggetto geometrico, simile alle case che i bambini costruiscono usando blocchi in legno. E' un segno espressivo che diventa sempre più immateriale e ridotto all'osso. Semplice fino a diventare impalpabile. Profili che escono da una nebbia luminosa e trasparente.

Siamo ad un passo dall'astrattismo, a cui si giunge dopo l'incontro con Mondrian. Pittura dolcissima, che non rinnega la passione per le piccole cose, per l'emozione che nasce quando si disvela un attimo di infinito. Linee e quadrati immersi nel colore. E intanto si ode la musica del progetto Q81. Mi infilo nella sala triangolare che domina il lago di Lugano, con le montagne e le nubi che stanno squarciandosi poco alla volta fino alla rivelazione - proprio come nei quadri di Calderara - dell'oggetto del desiderio, il sole, il punto che sbuca in questa nebbia.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/12/2016 alle 8:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Paul Signac a Lugano
28 novembre 2016
Il titolo della mostra Signac che si tiene a Lugano fino al prossimo otto gennaio mi rimanda ai Riflessi sull'acqua di Debussy che a sua volta è considerata come il miglior pendant alla pittura impressionista. A voler essere pignoli stiamo già veleggiando - è il caso di dirlo, vista la passione di Signac per le barche - verso altri lidi: puntillismo, divisionismo, fauvismo... la storia della pittura ha già superato il mondo degli impressionisti. Ma lasciamo perdere, un po' di impressionismo ci vuole sempre per attirare visitatori.

La parte più consistente della mostra è occupata dagli acquarelli che ci fanno viaggiare per le coste francesi, da Mentone fino a Morlaix. E non ci si interessa solo alla natura, ma si lascia in primo piano anche l'agire dell'uomo: ciminiere, gru, fumi che si confondono con cieli che possono fare da sfondo a eventi tragici come una crocefissione o una partenza in treno.

Particolarmente belli i dipinti in bianco e nero, realizzati in acquarello e china, che presentano una vastissima gamma di espressione e tocco, dalla sottile tratteggiatura giapponese a una espressionistiche zampate di nero. E' paradossale per una mostra che incomincia parlandoci delle teorie sul colore sviluppate alla fine del XIX secolo.



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Marco Scorti - Lac Lugano
27 novembre 2016

Marco Scorti è un giovane ventinovenne, ticinese, cui è stato conferito il Premio Manor Ticino. Il premio prevede non soltanto una somma in denaro ma anche la possibilità di allestire una personale.

Nella prima sala alcuni dipinti di piccole dimensioni, paesaggi che a tutta prima ho scambiato per fotografie. I titoli rimandano ad altimetrie, parlano di tappe, di addentrarsi in una zona... bisogna arrivare alle due sale rimanenti per comprendere che l'espressione "percorso mostra" va presa nel senso di un cammino di scoperta (o di iniziazione), di una storia che ci viene raccontata dalla successione dei quadri.

Il nostro punto di arrivo è costituito da grossi dipinti formati da tele di più piccolo formato messe una accanto all'altra come nei polittici del passato. E possiamo del resto decidere se considerare il tutto o solo le parti. Golena mostra in modo particolarmente chiaro la possibilità di considerare separatamente le parti di questo trittico.

La mostra di Marco Scorti è aperta al Lac di Lugano fino al 12 febbraio 2017

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permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/11/2016 alle 11:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il Giappone a Palazzo Reale (Milano)
16 novembre 2016
Fatico a pensare che Hokusai, Hiroshige e Utamaro abbiano anticipato di un secolo l'arte occidentale. Non è necessario sapere che gli impressionisti fossero avidi collezionisti di stampe giapponesi per accorgersi dell'influenza che queste opere hanno avuto sul mondo europeo di fine ottocento. Non esisterebbero i Nabis, Toulouse-Lautrec, la cartellonistica, il liberty... fin anche i fumetti di Paperino senza questi raffinatissimi disegni. E posso andare ancora più in qua nel tempo: le cascate di Hiroshige sono strabilianti. Quella dei dodici santuari è essenziale, talmente astratta che a tutta prima non riconosco il soggetto. E i colori freddi, marrone, grigio e azzurro, che rimandano al mondo cubista - che del resto riecheggia nella cascata di Nikko, che sembra quasi dipinta da Leger. Hiroshige ha un tratto più spesso, dei colori molto ricchi e carichi. Le sue stazioni del Tokaido hanno una corposità da cartolina illustrata, con prospettive prese dall'alto e un taglio molto moderno nella costruzione della storia.

Hokusai è arcinoto, con la sua serie del monte Fuji, ritratto non tanto in diverse situazioni temporali quanto in differenti rapporti con l'umanità e l'ambiente: la presenza di un illustre deuteragonista nella quotidianità giapponese. A parte la celeberrima "Onda" mi ha colpito Kajikazawa con un mare solido quanto lo scoglio al centro del quadro: un "Port de Carquethuit" ante litteram.

Ma non finisce qui. Ci sono raffigurazioni di fiori e uccelli, di straordinaria finezza; ci sono i dipinti di Utamaro, specializzato nel ritrarre fascinose cortigiane dai volti lunghi e dai corpi sinuosi, che promettono raffinati piaceri erotici. Sono avvolte in tessuti i cui disegni anticipano il mondo della pop-art. Solo che siamo nel XVIII secolo.

Mostra molto ricca ed interessante aperta fino al 29 gennaio 2017




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/11/2016 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rivanazzano - Cibo Vita Morte
24 ottobre 2016

Questa piccola mostra, organizzata dall'associazione artart di Rivanazzano (PV), si apre con una "vanitas" del XXI secolo di Lorenzo Missoni: la fotografia di un lavello in cui si notano i resti di una colazione - due tazze, un coltello - e un teschio. Tutto transitorio, ma tutto corre: una gomma di bicicletta in cui è incastonato il teschio di un coccodrillo ricorda il simbolo del serpente che si morde la coda.

Mi viene in mente Jonathan Swift, che sottolinea quanto c'è di sgradevole nella corporeità nascosta dal belletto delle graziose dame, quando osservo le opere di Benedetta Bonichi, "radiografie" di umanoidi (la sirena che mangia un pesce usata anche per la locandina per la mostra) o di nature morte, oppure scheletri accoppiati. La messa a nudo del transeunte...

Macabro come può essere una collezione di pittura del '600. Fortunatamente alla fine della mostra banchettiamo con le sculture di Giuseppe Ducrot che ci imbandisce una natura morta tridimensionale colorata ed allegra.

La mostra rimane aperta a Rivanazzano (PV) fino al 4 dicembre 2016.

Ho avuto poi la fortuna di essere condotto dal fondatore di Artart nel luogo in cui egli tiene la sua collezione di arte del nostro tempo. Si comincia con un Sassu ereditato da una zia e si avanza lungo tutto il secolo tra opere di grande bellezza. Sono molto intimidito dalla situazione, non mi è mai capitato di visitare una collezione privata, di essere a così stretto contatto con le opere d'arte, di potere addirittura toccarle - se lo volessi e se non fossi impietrito dall'emozione. Il sotterraneo è certamente bello in sè - si tratta di una cantina usata un tempo da un produttore di vini - e farebbe la felicità di qualsiasi spazio espositivo: ora contiene opere eterogenee di artisti locali. Tutto però coordinato da un gusto infallibile e di incredibile bellezza. Una simile collezione merita attenzione, sia per il suo valore intrinseco che per l'amore di cui trasuda.



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Sassuolo - Palazzo Ducale
28 settembre 2016

Nel 17° secolo i venti chilometri che separano Sassuolo da Modena dovevano essere una distanza ragguardevole, per lo meno lunga quanto basta per farne la sede estiva della corte ducale. Un luogo di rappresentanza non meno ricco e bello di quello cittadino. La peschiera attigua ha ancora bisogno di molti restauri per tornare al suo antico splendore, ma il palazzo è affatto meraviglioso e costituisce un momento imperdibile per chi si trovi nel territorio modenese.

Appena varcato lo scalone monumentale si accede a una galleria con una ricca decorazione illusionistica ed affreschi a quadrature che raccontano vicende mitologiche. C'è il gusto dell'autocelebrazione (l'immancabile Ercole) e del teatro, con i putti che sollevano i finti arazzi. Nella luce delle candele tutto doveva apparire come vero, ci si doveva immergere in un'azione teatrale di cui si era al contempo protagonisti e spettatori. Immenso salone delle feste, ancora più sfarzoso ed emozionante della galleria, in cui di nuovo i dipinti fanno immaginare spazi maggiori - tipiche le balconate con musici.

Non tutto è sopravvissuto all'incuria, ma nel nostro paese abbiamo un vastissimo patrimonio artistico in cerca di luoghi espositivi adeguati: si è dunque riusciti a riempire gran parte del primo piano con dipinti provenienti dalle collezioni ducali creando una buona pinacoteca che testimonia del gusto e dell'arte di questa regione.

Nel palazzo c'è poi un appartamento definito stuccato, per la presenza di stucchi bianchi ed oro che formano cornici destinate ad accogliere dipinti scomparsi. Dato che non si possono lasciare vuoti questi spazi vi si sono inseriti dei monocromi provenienti dalla collezione Pansa. L'effetto, molto armonioso e dilettevole, forma un riuscito connubio di antico e moderno.

Sito web del palazzo



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Museo civico medievale di Bologna
25 settembre 2016
Nel Gianni Schicchi pucciniano il medico si vanta di non aver mai visto morire un suo malato - "merito della scuola bolognese"! E che la città onorasse i propri sapienti lo si vede dalle sepolture che ritraggono i professori in cattedra. Al centro dell'attenzione, circondati dagli studenti in una disposizione simile a quella dei Beati nel Giudizio Finale che Giovanni da Modena dipinse in San Petronio. Non che manchino studenti birichini, che si differenziano dagli altri con una posa meno stereotipata: sono riuscito a sorprenderne un paio intenti a chiacchierare durante la lezione!

Ovviamente una simile università dispone di una gran serie di codici miniati. Per ragioni conservative se ne espone a rotazione una piccola quantità. Per la maggior parte si tratta di salteri ma adesso è in mostra anche un codice profano che esibisce un elegante dottore con abito nero bordato di pelliccia e ricco mantello rosso fiammante.

In termini di status sociale non si può saltare la famiglia dei Bentivoglio cui è dedicata una sezione importante del museo. Bellissime le due "paci", piccole tavole in argento a niello raffiguranti una crocefissione e una resurrezione. Ho dovuto estrarre i miei occhiali per potermele godere a sazietà... sono tra gli oggetti più belli di tutto il museo.

E poi si spazia fuori dal medioevo e da Bologna: mirabile coppia di piatti in avorio provenienti da Wurzburg con storie mitologiche e di David; boccale che unisce al piacere della birra l'elevazione spirituale in una crocefissione minuziosamente scolpita; una notevole collezione di oggetti artistici arabi; armi da fuoco ben cesellate e ornate di avori; statuette del Giambologna, tra cui un modello preparatorio del Nettuno chiaramente influenzato dal Mosè michelangiolesco; oggetti da Wunderkammer...

Una menzione a parte merita il lapidario che si incontra subito nel cortile d'entrata, con pietre tombali ebraiche - molto bella una che accoppia putti paganeggianti e la scrittura ebraica.

Sito web del museo






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Mantegna agli Eremitani di Padova
22 settembre 2016
Un bombardamento alleato ha distrutto gran parte della chiesa degli Eremitani, così che oggi dobbiamo accontentarci di un puzzle formato da frammenti sopravvissuti alle bombe alleate e delle parti in cui si cerca di ricostruire l'aspetto originario degli affreschi.

La vita di san Giacomo e la parte inferiore delle storie di San Cristoforo sono le sezioni meglio conservate di questi dipinti. A me piace particolarmente la scena in cui un ragazzo - più simile a Davide che ha ucciso Golia - trasporta la gamba gigantesca del santo. La folla che assiste allo straordinario evento sembra essere stata messa lì giusto per sottolineare le dimensioni eccezionali di Cristoforo. Sul fianco il signore pensoso che secondo Proust somiglia tanto a un servitore di casa Sainte-Euverte.

Le case dello sfondo, regolari e precise, mi ricordano le abitazioni di qualche dipinto metafisico di De Chirico ma speciale è l'edificio centrale, con la sua facciata bucata da un pergolato e la sua perfetta simmetria, sottolineata da due finestre parallele, quadri dentro il quadro.


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Rivanazzano - Settimana della fotografia
20 settembre 2016
La Settimana della fotografia che si è appena conclusa in quel di Rivanazzano (PV) ha distribuito lungo cinque diverse sedi altrettante esposizioni di fotografi. Il tempo a mia disposizione non mi ha permesso purtroppo di visitare la più decentrata mostra Maree di Ilaria Canobbio. Mi sono dovuto accontentare delle altre quattro.

Mario Balossini, novarese, fa un lavoro interessantissimo sull'astratto. Fotografa i riflessi di luce sul garage di casa, le ombre che vengono disegnate da tende e finestre, le crepe di un muro che creano una composizione a metà strada tra Mondrian e Fontana (solo che qui il taglio ad angolo retto è una illusione ottica: è il profondissimo nero a dare l'impressione di una lacerazione fisica della carta fotografica). Veniamo poi condotti a Casa Bossi, un edificio storico novarese già casa di Antonelli, ora in stato di abbandono. La tecnica digitale consente di sentire l'odore dei calcinacci e della polvere e rende vivida l'impressione di penetrare in un luogo solitario come il nostro cuore.

Andrea Simone offre un bianco e nero d'antan, foto del Bangladesh in cui predominano colori seppia e lumeggiature che rievocano immagini d'inizio novecento. Anche il formato - rigorosamente quadrato - rimanda al passato remoto della fotografia. Non si sente il bisogno del colore: le immagini sono già eloquenti così e tutto sommato è molto meglio immaginare le tinte dei sari piuttosto che vederle fisicamente. Composizioni di volti che trovano la capacità di sorridere a questo obiettivo che le trasporta nel nostro civilizzatissimo (!?!?!) mondo.

Raoul Iacometti ha un sito in cui pubblicizza la sua attività di fotografo per matrimoni e cerimonie. La sua mostra offre un curioso abbinamento di ballerini e fiori. Le pose dei danzatori si accoppiano a immagini floreali mi fanno rievocare lo straordinario Parsifal che Rolf Liebermann realizzò una trentina di anni fa a Ginevra in cui le fanciulle-fiore erano rappresentate da una coppia di ballerini su cui si proiettavano ombre di fiori in boccio. Ricercato e interessante.

Ilaria Cerutti
parla della solitudine. Grande sensibilità nella costruzione delle immagini, con un gusto che me la fa avvicinare all'astrattismo di Balossini (una visione di giardini pubblici milanesi imprigionati in un reticolo di transenne, un balcone fatto di fittissime barre verticali). Si rimane a metà strada tra la ricerca disperata della persona e della storia che nasconde ed un mondo geometrico che lo ingabbia (una bellissima foto nella piazzetta Gae Aulenti in cui, rovesciando l'immagine i riflessi nell'acqua diventano un cielo quadrettato da scie chimiche). A parlare sono non solo le persone raffigurate quanto la costruzione formale in cui sono inserite. Il gusto formale molto ricercato ma - mi assicura l'autrice - del tutto istintivo e casuale - è il punto di forza di questa esposizione.




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Arcumeggia (VA)
7 settembre 2016
A trenta chilometri da Varese Arcumeggia, appollaiata al termine di una serie di stretti e ripidi tornanti, è un villaggio triste di fatto di viuzze in acciottolato e case che trasudano morte e abbandono. Ma il posteggio del luogo è pieno di macchine provenienti anche da molto lontano perchè questo è il paese dei pittori, la pinacoteca all'aperto. Sui muri sono inserite delle lastre di cemento dipinte da autori contemporanei fra cui Usellini, Sassu, Brindisi... Uscendo dal posteggio siamo salutati da un Sant'Ambrogio che benedice Arcumeggia, di Carpi, e sopra l'ufficio turistico campeggia la divisione della polenta di Innocente Salvini. Immagini che si inseriscono nel territorio, nel tentativo di agganciare un mondo rurale lontano e sempre più evanescente - penso che la popolazione di Arcumeggia continui inesorabilmente a svanire, come tante immagini che - a furia di essere esposte all'atmosfera sono sbiadite e già poco riconoscibili.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/9/2016 alle 12:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Creglingen - Il Marienaltar
7 agosto 2016

La Herrgottkirche (Chiesa di Domineddio) si trova fuori dal centro abitato di Creglingen: una volta oltrepassato il ponte Riemenschneider, bisogna andare avanti un paio di chilometri (direzione Munster) prima di vedere la chiesa. Esternamente è davvero insignificante, ma dentro presenta alcuni altari che, per quanto belli, sono resi invisibili dal Marienaltar di Riemenschneider, che occupa orgogliosamente il primo piano dello spazio a disposizione.

In alto l'immagine di Cristo, l'inizio e la fine di ogni cosa, anche della stessa maternità di Maria, tanto che appunto la sua incoronazione è sotto l'immagine del figlio.

Che la Madonna si sia addormentata senza conoscere la morte non è un  concetto del tutto pacifico: a San Sebaldo in Norimberga un portale mostra addirittura la bara in cui si trova il corpo della Vergine. La logica vuole che se non c'è macchia di peccato originale non ci sia motivo perchè Maria muoia ed eccola quindi vispa, e sexy come non mai, mentre scappa dalle mani degli apostoli, circondata dagli angeli. E mi colpisce il panneggio della veste del secondo apostolo da sinistra: ci vedo un anticipo di certe fantasiose fluttuazioni degli abiti che diventeranno comuni nell'epoca barocca.

Meno interessanti secondo me i pannelli laterali con le scene della vita della Vergine: la prospettiva appare più schiacciata e piatta, lontana dal rigoglio tridimensionale del resto dell'altare.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/8/2016 alle 8:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Museo della cattedrale - Strasburgo
4 agosto 2016

Il museo della cattedrale di Strasburgo consente innanzi tutto di vedere gli originali delle statue della cattedrale (vergini sagge e folli, i leoni che si innalzano attorno al portale centrale). Si potrà obiettare che queste opere non sono state fatte per essere viste ad altezza d'uomo, ma è facile che a distanza sfuggano certi particolari, come lo sguardo malandrino che la Chiesa sembra rivolgere alla Sinagoga, o quanto il tentatore sia belloccio, nei panni di un giovane che tiene in mano un fiore invitante.

Questo museo ha altre ragioni di essere visitato. Numerose vetrate, statuaria di vario genere (meravigliosi i ritratti scolpiti, talvolta pure caricaturali come quello di una persona colpita da emiparesi), altari, Madonne e Santi provenienti dalla regione, la ricostruzione della sala in cui si riuniva il consiglio degli amministratori della cattedrale. All'ultimo piano una sezione mostra in fac-simile i disegni lasciati dagli architetti, tanto per farci ammirare la maestria di questi artisti, tra l'altro contesi dalle città che volevano primeggiare costruendo delle cattedrali  da primato.

Di fronte a tutto questo appare banale il giardino medievale che si apre sulla strada, pallida anticipazione di un pasto artistico quanto  mai nutriente.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/8/2016 alle 16:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
RheinHessen
2 agosto 2016

Il titolo "RheinHessen" mi sembra indovinato per un luogo in cui attraversando il fiume si passa da Renania-Palatinato ad Assia.

L'immagine simbolo dell'esposizione è una chiave di volta, molto ben conservata, con segni di colore, che raffigura un floreale volto di donna che fa molto liberty ante litteram.

Schlußstein, Mainz, um 1450 mit Darstellung eines „grünen Manns“ Sandstein mit Resten der farbigen Fassung

Il percorso comincia con gli ornamenti di tombe di nobili barbari, si snoda con piastre di pietra rossa provenienti dalla sala dei mercanti: anche i vescovi sono rappresentati in armatura cavalleresca - e del resto nessuno prenderebbe l'arcivescovo Albrecht per un ecclesiastico se non fosse che nel ritratto (scuola di Cranach) non indossasse un cappello rosso.

Un capitolo a sè merita la sezione Biedermeier, con un'ampia serie di paesaggi di fantasia ma ispirati alla zona renana che rispondono tanto bene all'immaginario romantico. Non è qualcosa che io ami svisceratamente, ma più vedo questi quadri e più comprendo che la nostra società trova le sue radici nel quieto perbenismo borghese di quest'epoca di restaurazione: la bella Maria di Guaita è una signora elegante che non sfigurerebbe in un salone della prima metà del XX secolo.

Porträt Marie von Guaita





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Riemenschneider - Altare del Sacro Sangue
25 luglio 2016
Mi  colpisce la perfetta simmetria dell'altare di Riemenschneider, con le curve sinuose che incorniciano la parte superiore, dominata dall'Ecce homo. Il Crocifisso è messo all'altezza del celebrante, in un modo che mi ricorda quanto diceva San Paolo: "Non ho usato parole di scienza ma solo la Croce di Cristo" e "Non mi glorierò di altro che della Croce". La scena della crocefissione è messa come un memento a chi deve annunciare la Parola del Vangelo, mentre i fedeli possono vedere un altro crocifisso, molto semplice e con al centro una pietra preziosa. Cosa posso immaginare di più spirituale?
 

Il pannello centrale dell'Ultima Cena ruota attorno al dialogo di Gesù con Giuda. Vediamo quest'ultimo con in mano il sacco dei soldi, che possono essere sia la cassa comune come il prezzo del tradimento. Tradimento di cui discutono animatamente i discepoli sulla destra. Ma Giovanni, il discepolo che Gesù amava, quasi è nascosto alla vista, perchè il suo capo è posato sul grembo del Salvatore. Sembra addormentato e tranquillo, come deve essere per una persona che ha totale fiducia in Gesù.E poi posso godere dell'intricata decorazione, della Annunciata che mi ricorda tante sue sorelle di area norimberghese, lo Zaccheo inserito nell'entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme.

Questo capolavoro di Riemenschneider conservato della chiesa di San Giacomo a Rothemburg a. d. Tauber è nascosto dietro l'organo, al termine di una scalinata. Anche in questo mi sembra di vedere un senso simbolico: i tesori più importanti sono tenuti celati e richiedono un po' più di fatica per essere goduti.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/7/2016 alle 19:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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