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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Giro per i Rolli di Genova
10 ottobre 2021
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Un patrimonio UNESCO per pochi fortunati. Palazzo Squarciafico è sede notarile, Pantaleo Spinola ha a piano terra la Deutsche Bank mentre di sopra è privato. Le riunioni del banco di Chiavari si svolgono in saloni affrescati in cui mi distrarrei guardando il soffitto anziché la solita presentazione di diapositive. La quadreria può interessare qualche nazione di recente indipendenza, a noi – con tutto quello che si trova nei Palazzi Bianco e Rosso – giustamente non importa un fico. Addirittura il Lomellini Patrone è sede dell’esercito italiano. Difficile a questo punto coordinare tutto il sistema dei Rolli, i palazzi nobiliari dell’epoca d’oro genovese.

Poi però i liguri ci mettono del proprio e per non smentire la loro fama di ignavi che vivono di rendita sul turismo piemontese e lombardo, nel solo fine settimana in cui i rolli sono visitabili bisogna prenotarsi su un sito che non spiega cosa si vede in ogni palazzo, quanto tempo richieda una visita né cosa si può vedere negli immediati dintorni. Mancano insomma le informazioni base perché un forestiero possa orientarsi e sfruttare al meglio il tempo a disposizione. Ho così scelto a caso, fidandomi della fortuna – non a caso il Lotto è invenzione genovese.

Sono contento di quanto mi è stato offerto. A parte il modernariato pseudo-medievale che il solito D’Andrade ha inventato a San Giorgio, davanti all’Acquario, ho avuto la visione di un mondo colto e ricco. Le storie di Alessandro, le Metamorfosi, la conquista di Gerusalemme, anche la vicenda della bella Ester e Mardocheo… c’è tutto quanto serve, ancora oggi, ad incutere il rispetto nel visitatore e a ricordare zappianamente che “siamo qui solo per i soldi”. Perchè – come ricordato nello stupendo palazzo Imperiale – oggi negozio di antiquariato – si usavano questi palazzi come investimento per fare affari con i visitatori della città.

Bellissimi, se solo venissero sfruttati meglio.

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permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/10/2021 alle 14:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Impressioni di Piacenza
27 settembre 2021
Non si va al museo Farnese di Piacenza per Gaspare Landi, per me sconosciuto almeno fino a poco fa. Però questo grande dipinto mi colpisce perché starebbe assieme a tante opere dei romantici tedeschi (che per altro amo poco) ed anticipa pure il mondo preraffaellita. È un’opera che – per il solo fatto di piazzarsi sul crocevia di molte scuole pittoriche europee – mi sembra interessante.

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Ma anche uno “Scontro di cavalieri” del Brescianino ruota attorno a una figura in piedi, che svetta con la sua bandiera in atteggiamento formale non molto diverso dalla più nota libertà di Delacroix

Non sono così depravato da non fare atto di devozione davanti al tondo di Botticelli, con una Madonna molto Odette de Crécy dal volto affilato e smagrito, o al celeberrimo fegato piacentino su cui gli aruspici impararono il loro mestiere. Stupenda la solida statua antelamica raffigurante una Madonna con Bambino, notevoli le storie di Santa Caterina d’Alessandria. Imperdibili per precisione e cura il cassone di nozze

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e le storie del libro di Daniele, in particolare il banchetto di Baldassarre, perfetta descrizione della vita di corte all’epoca del gotico internazionale. Possiamo anche ricostruire il menù, con certe pere affatto appetitose.

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Come al solito non sono i tesori a essere nascosti, siamo noi ad essere pigri.



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Bellezze del marchesato di Saluzzo
27 agosto 2021
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Non so cosa significhi il roditore ai piedi della Madonna: qui un coniglio, a Coburg un castoro. Sono ammirato dalla naturalezza di questa Vergine. Immagino che il suo sguardo non sia diverso da quello di Griselda, l’eroina saluzzese che conclude il Decamerone. Anche il pargolo ha la spontaneità di un bimbo vero. La doratura è ancora presente, ma come decorazione del trono, non è più lo sfondo su cui si stagliano i personaggi come nell’altra Madonna esposta.

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Certamente le immagini di Hans Clemer sono in bilico tra il mondo del gotico internazionale e una sensibilità più moderna che ci assimila alla Madonna e ai suoi adoratori. Ci troviamo in un ambiente assai raffinato, in una corte coltivata. Anche senza i rimandi al vicino castello della Manta, con la sfilata dei cavalieri del tempo antico, i soffitti di Casa Cavassa, per altro sempre aperta al pubblico, raccontano di una committenza raffinata che si immedesima nei grandi uomini della storia, che conosce i fatti della mitologia e le profezie delle sibille. Anche senza le aggiunte neo gotiche la dimora ha il fascino di una rustica nobiltà conscia della propria forza.

Nel monastero della Stella, restaurato poco prima della pandemia, spicca una pala di Biazaci, proveniente da Genova, il cui fulcro è la veste ricamata di Maria.

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La rosa rossa, simbolo del martirio, spicca, tra i due fiori candidi come l’innocenza, su un elaborato disegno di aquile e tronchi d’albero.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/8/2021 alle 14:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mostre a Stoccarda
5 agosto 2021
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In attesa che – a settembre! – riapra la pinacoteca del Baden-Württemberg mi accontento di una mostra dedicata al mondo della moda. Ci scopro un fatto interessante: il 40% degli abiti acquistati non viene mai indossato. Cose che capitano nel nostro atollo di svergognata prosperità dove degli abiti da lavoro diventano pregiati capi d’abbigliamento di lusso e in cui si piange la sorte del povero Louis Vuitton le cui borse sono bersaglio dei falsari. Continuo a pensare che i pirati non rubino niente ai magnati della moda (ma anche delle tv a pagamento) perchè non avrebbero i soldi per pagarsi gli originali.

Scopro come un messaggio politico possa venire veicolato da una moda, tramite una maglietta con il volto del Che o la Keffiah di Arafat o l’abito di una signora nigeriana. Trovo che gli stlisti sono anche ottimi disegnatori. E a tal proposito qualche ora più tardi scopro nel museo di arte contemporanea bozzetti di moda di Sonia Delaunay.

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La mostra dedicata alle artiste concrete è un’abbondante messe di scoperte. Continuo a non credere – anche dopo questa mostra – che il sesso renda un’artista più o meno interessante ma il mondo sarebbe tristissimo senza le opere di queste donne.

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Parlando poi di grandi artiste i quadri in cui Paula Magdalena Merk dipinge il mondo della guerra mi inquietano quanto i Dix che ho visto nelle prime sale del Kunstmuseum, però io preferisco le visioni in cui luoghi e oggetti comuni diventano come dei giganteschi quadri astratti. Nell’incrocio delle travi bianche di un ufficio io trovo un secondo grado di interpretazione che mi immerge nel più estremo astrattismo.

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E cosa di più bello dell’architettura astratta di questo museo?

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permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/8/2021 alle 9:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gli anni di Beckmann a Francoforte
4 agosto 2021
La stazione ferroviaria è rimasta tale quale Beckmann la ha dipinta a memoria durante il suo esilio americano.

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Invece la sinagoga è andata – letteralmente – in fumo come tutto quello che i nazisti consideravano degenerato. L’immagine sembra uscita dal mondo di Chagall. Storta, in un ambiente surreale che trasmette l’idea di una pace solo apparente – o sono influenzato dalla consapevolezza dei crimini che verranno perpetrati qui? Come nel dipinto della stazione un ridotto gruppo di umani e un gatto che controlla in silenzio il quartiere.

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Come sempre in Beckmann è fondamentale l’autoritratto. Bellissimo – e non a caso proposto nella locandina della mostra – l’uomo di mondo con il bicchiere spumeggiante di champagne.
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Sono presenti in mostra diverse incisioni in cui il pittore, come sua abitudine, si è rappresentato, sia per orgogliosa celebrazione di se stesso che per inserirsi, alla Hitchcock, nell’azione. È presente l’intera serie dell’ Inferno. Una discesa alla Karl Kraus nella follia del conflitto mondiale.

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Paula Modersohn-Becker
3 agosto 2021
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Tecnicamente sarebbe una fotografia sottoesposta: il fondo luminoso non può che rendere scuro il volto della donna ritratta. Eppure c’è una grande verità psicologica in questo sguardo che punta in alto, fisso davanti a noi. Paula Modersohn Becker crede in se stessa e si aspetta che noi condividiamo i suoi sentimenti. Non posso non amarne lo spirito indomito, la sicurezza di una persona che dopo una critica giornalistica che avrebbe potuto annientarla è andata a studiare a Parigi dove ha trovato una sua voce personale.

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Questo autoritratto con fiore offre invece il sorriso di un’artista che non deve dimostrare nulla, che ha già offerto in un altro dipinto la sua nudità, con i capezzoli ben tesi e la pancia gonfia, un semplice telo attorno ai fianchi e una collanina dorata. Se esiste una diversa sensibilità femminile la riconosco in questa arte.

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Bisogna osservare la maestria di questa composizione: l’accostamento dei colori complementari del fiore rosso e della verzura retrostante; i riflessi dorati del sole e della capigliatura della giovane contro l’azzurro del suo abito. Una freschezza che ritrovo anche in questa natura morta.

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L’esposizione che la città di Brema offre alla sua concittadina è una luminosa sorpresa.



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Ibridi gotico rinascimentali a Berlino
1 agosto 2021
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La Pinacoteca di Berlino propone opere di passaggio dal mondo del gotico internazionale al Rinascimento. I fondi dorati sono sostituiti da cieli che si specchiano sulle acque e da montagne che in lontananza diventano azzurre. La casa dell’Annunciata è certamente spoglia, ma le travi che ne costiruiscono l’impalcatura mandano una concretissima ombra. I mantelli sono ancora blocchi compatti e rimandano al ricco mondo di qualche corte ma i personaggi posano sulla terra, sono a tutto tondo, hanno il volume e la concretezza degli uomini vivi.

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Un cambio di sensibilità ma anche un progresso della tecnica: si sono imparate cose nuove sulla prospettiva, sulla resa realistica di uomini e cose, ci si confronta con il mondo della stampa che impone un diverso materiale – la carta al posto della pergamena – e un linguaggio artistico a se stante – l’incisione.

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Il bello di questa mostra temporanea sta anche nel mostrare la rapidità con cui il nuovo stile espressivo si diffonde dalle Fiandre al resto d’Europa, confermando, per dirla con il Faust busoniano, che niente è più rapido del pensiero umano.



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Ritratti
31 luglio 2021
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Liszt non è rivolto al pubblico, comprendente Marie d’Agoult ai suoi piedi, in una posa che anticipa quella di Cosima. Non ha tempo per coloro che lo circondano, il gratin artistico dell’epoca: Dumas padre, Hugo, Paganini, Rossini, Georges Sand. È un bel giovane leone della tastiera che rivolge lo sguardo ispirato al busto di Beethoven. Una profezia di quando il geniale Franz smetterà i panni del virtuoso per rinchiudersi nella composizione di qualche scabra gondola funebre?

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La didascalia di quest’altro dipinto arcinoto dice che è stato realizzato prima del 1895. Gran scoperta! Il compositore ha i capelli grigi, il volto gonfio e gli occhi acquosi di un vecchio. Quel Lenbach che già all’inizio degli anni ’70 faceva uno straordinario ritratto psicologico raffigurando Cosima in abito vedovile propone adesso il Maestro di Parsifal. Ancora forte, ma fiaccato dalla stanchezza di Parsifal, capace di fare una sfuriata con l’amico pittore eppure spaventato dall’idea di dover ancora allestire un’opera.

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E poi c’è Böcklin, un pittore arrivato che abbandona i capelli e la barba lunghi dell’autoritratto giovanile in cui sta in compagnia di una morte violinista. Qui al posto dello scheletro il pittore ha messo un più tranquillo bicchiere di rosso. E per chi non sentisse il profumo del dopo-barba ci sono una posa sicura di sè e superba nonchè una bella targa auto-celebrativa.



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Kathe Kollwitz: Neue Wache
30 luglio 2021
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Quando si parla di vittime della guerra e della violenza la Germania ha tanto da farsi perdonare. Questo è un popolo che ha fatto del doloroso ricordo una ragione di vita.

Come mausoleo dedicato a chi ha patito i mali dell’umana cattiveria la Pietà di Käthe Kollwitz è impressionante. Già è difficile adattare la vista all’improvvisa oscurità della stanza, per giunta resa cupa dal nero di pavimento e pareti. Un occhio di luce penetra dall’oculo del soffitto, come la nostra cattiva coscienza. In mezzo, solitaria, la piramide di questa donna che regge un corpo maschile morto.

Mi sembra che qui ci stia il termine laico. Non è infatti necessaria la fede in alcuna trascendenza per essere commossi da questo grumo di dolore.



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La barca di Timothy Schmalz
15 luglio 2021
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Non sapevo che da qualche anno in Piazza San Pietro si è aggiunto un nuovo monumento: una barca in bronzo carica di migranti. All’inizio vedo solo un blocco compatto di cui non distinguo i particolari, una macchina formata di corpi. Devo avvicinarmi per rendermi conto di ciò che viene raffigurato.

Nel Cristianesimo la barca ha un simbolismo speciale. Per svolgere il compito di pescatrice di anime la Chiesa deve essere una nave che osa uscire in mare aperto ad affrontare la burrasca. Non a caso all’entrata di San Pietro è la celebre opera di Giotto raffigurante il Cristo che placa la tempesta.

La figura di testa del gruppo, con la valigia, il cappotto lungo, il cappello e i boccoli che scendono lungo le guance è chiaramente un ebreo. E a questo punto è importante essere nella Città del Vaticano, il cui ruolo durante la Shoah è tutt’ora controverso, uno Stato distinto ma al contempo immerso sia in una città che ha pagato un forte prezzo al razzismo che in un altro Stato i cui abitanti sottovalutano le proprie responsabilità in tempo di dittatura.

Ovvio che una simile opera rimandi alle cronache di altri barconi diretti verso di noi, ma che lo si faccia creando un filo neanche tanto sottile con il nostro infame passato sottolinea che non abbiamo imparato molto dalla storia.



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Antelami a Parma
11 luglio 2021
Mi domando se sia corretto mettere a piano terra statue destinate ad essere viste dal basso, a grande distanza dallo spettatore. Ho lasciato perdere simili quesiti di fronte a Gennaio. Per la prima volta ho potuto osservare entrambe le facce del primo mese dell’anno. Pazienza se fatico a trovare il posto che esso occupa sulla parete del battistero, se non trovo subito le rosseggianti salsicce che hanno fatto venire l’acquolina in bocca a tanti villici immersi nella penombra medievale. La statua ha un’immediatezza che pone a tacere qualsiasi obiezione.

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La vicinanza a queste opere mostra la stereotipia della loro espressione. I boccoli, gli sguardi fissi e quasi inebetiti, la stolida meccanicità del contadinotto con berretto da ciclista intento a vendemmiare, evocano i ritratti che ho visto di recente alla mostra Nicholas Party, a Lugano. Un modo per ricordarmi che per capire l’arte moderna ci si deve appoggiare spesso a quella del passato – e del resto i riccioli, gli ovali degli occhi mi immergono nel mondo assiro-babilonese della chiesa quasi persiana di Balbec.

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Antelami non si limita però al mondo della gente comune: Aprile è un glorioso Re David e la Primavera appare come una nobil donna da gotico fiorito impegnata a gingillarsi con una vezzosa collanina

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un gesto in comune con la Regina di Saba – sexy con la sua treccia scura – che si trova nel vicino museo diocesano.

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E poi, se tutto ciò non basta, a poche decine di metri in cattedrale c’è sempre la celeberrima deposizione orgogliosamente firmata, spaventosamente moderna nel suo espressionismo. La ripetizione dei personaggi disposti attorno alla croce rimanda al mondo bizantino ma – contemporaneamente – all’abolizione della prospettiva di tanta arte odierna e rende Antelami molto vicino a noi.



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Rovine di Nicolas Party e Ticino al LAC di Lugano
2 luglio 2021
Nicolas Party Rovine al MASI di Lugano - Periodico Daily
Nicolas Party mi accoglie con due statue policrome che mi fissano senza espressione, come due sfingi o – meglio ancora – come gli armigeri posti all’entrata del tempio cui vuole accedere Tamino. Dietro di loro infatti intravedo una teoria di stanze ritmate da aperture alte e strette. Esse focalizzano il mio sguardo su una schiena che racchiude un volto umano. Sarebbe un Magritte rimasticato se non fosse inserito nel contesto di questa installazione. Le pareti esterne hanno dei monocromi tratti da Bocklin, raffiguranti rovine – da cui il nome della mostra. Al centro di ogni monocromo un altro roseo corpo umano più o meno deformato, cosparso di insetti che fanno presupporre quanto meno l’inizio di un processo decompositivo. Una rovina al quadrato dunque, degli edifici come dei corpi. E questi corpi sono in relazione con il deretano che contemplavo entrando nella sala e cui giungo attraversando sale in finto marmo – me ne sono sincerato toccando pareti e pavimento.

Ci trovo dei paesaggi pietrosi, delle nature morte in cui la frutta si dispone a formare un’ideale isola dei morti o in cui le pere sono storte come i salami delle vignette di Jacovitti.

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Talvolta i paesaggi sono spazi liquidi in cui l’originale e il riflesso si confondono in una allitterazione che evoca Hodler. Sempre però con il gusto del geometrico che ho potuto sbirciare in altri dipinti esposti. E’ un luminoso mondo di sogno in cui la rovina evocata nelle pareti esterne non mi spaventa affatto. Forse l’iniziazione promessa dalle sfingi dell’ingresso consiste sul superare il timore della fine, nell’accettare con gioia la fanciullezza della natura dipinta da Party

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La mostra dedicata al Ticino al primo piano del LAC sembra andare fuori tema man mano che procedo nelle stanze. Bellissima dichiarazione d’amore questo doppio ritratto di Cuno Amiet, con la neve della camicetta di lei, l’intreccio delle mani dei personaggi, che si tengono l’uno accanto all’altro con semplicità, senza ostentare l’affetto disegnato dai loro sguardi. Mirabile l’equilibrio dei toni caldi della metà superiore e freddi in quella inferiore, con l’incredibile macchia di rosso del grembiale indossato dalla donna. Ma che rapporto c’è con il Ticino?

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E perchè poi non parlare di Svizzera Italiana, vista non solo la presenza dei Giacometti ma anche i rimandi a Segantini

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e al mondo divisionista (non riesco a immaginare questo quadro senza tante coeve esperienze italiane)

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Poco importa però la congruità del titolo, l’evanescenza che esso mostra di fronte a un capolavoro come questa natura morta in cui l’assenza di una copia del “Corriere del Ticino” è compensata dal bilanciamento dei colori complementari di frutta e fiori, separati dalla boccia blu che costituisce il centro di gravità del dipinto. Se volevamo far sapere che nelle collezioni ticinesi ci sono dei bei dipinti questa mostra è benvenuta.

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permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/7/2021 alle 16:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Anna Campori Seghizzi - Modena
29 giugno 2021
Anna Campori Seghizzi era una nobildonna modenese vissuta a cavallo tra XVIII e XIX secolo, certamente una persona cui si fece notare che per lei l’arte doveva essere al più un ornamento, non un mestiere. Fu condannata dunque a esercitare la sua passione tra le mura di casa, dedicandosi solo al ritratto per giunta di piccole dimensioni. Di lei infatti ci rimane solo una serie di miniature fatte su carta sottile incollata a una lastra di avorio. Con questa tecnica l’immagine dipinta assume una maggiore vitalità e una speciale luce.

Debbo dire che più che i ritratti, in cui la signora Seghizzi mostra una notevole facilità di ingegno, mi hanno interessato i quadretti di genere, fanciulli paffuti ritratti in momenti di riposo, che anelano a far parte di un mondo pittorico affatto impegnato.

Anna Campori Seghizzi Pastorello con cesto di fiori dapres l Allegoria della primavera di Francesco Vellani1812 ca tempera su avorio cm 11 x 11i
C’è un gusto compositivo sicuro di sè, ben formato, con un ottimo equilibrio tra colori caldi e freddi, con la deliziosa natura morta laterale che basterebbe – meglio del rossore convenzionale dell’incarnato – ad incuriosire lo spettatore.

Queste miniature, scovate in qualche anfratto delle Gallerie Estensi – che pure valgono da sole la visita – occupano una stanzetta. Uno spazio minuscolo che rinchiude un’arte – anche facendo di necessità virtù – di grandezza ridotta ma non per questo trascurabile.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/6/2021 alle 15:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La Pieve di Santa Maria a Novi Ligure
23 giugno 2021
Sandro Bolchi ambientò la chiesa di Pescarenico dei suoi Promessi Sposi di metà anni ’60 in questa chiesetta alla periferia di Novi Ligure, appena a fianco della statale che conduce all’ autlet locale. Gli attori passarono per gli alberi che circondano la zona, videro la facciata con il portico segnato da alte aperture a tutto sesto che danno all’edificio un aspetto degno di De Chirico.

Dell’interno lo sceneggiato mostra la sola opera importante di questa chiesetta: l’abside sinistro. I personaggi si inginocchiano davanti all’affresco firmato e datato da Manfredino Boxilio – lui e la sua famiglia hanno lavorato molto in zona.

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A cosa pensa la donatrice, impettita sul lato sinistro del dipinto? A noi, che, a distanza di secoli, ammiriamo le sue fattezze? Ai concittadini, che invidiano il suo status sociale che le consente di acquistarsi ante mortem il Paradiso? Oppure, più semplicemente, ai santi raffigurati?

In mezzo troneggiano tre generazioni: la nonna Anna – più giovane del solito – la mamma Maria e il nipote Gesù. Si tratta della cosiddetta metterza (selbdritt in tedesco). La Madonna ha delle dimensioni ridotte come se l’artista avesse voluto rappresentare la animula che viene assunta in cielo. Mi viene in mente un altro affresco conservato nel museo della cattedrale di Bergamo, tutto verticale e severo, ma con una diversa proporzione dei personaggi.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 23/6/2021 alle 15:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il museo ebraico di Venezia
6 giugno 2021
I gesti concreti spiegano meglio di tutti i cartelli di questo mondo cosa sia l’antisemitismo. Non penso ci sia in tutta Venezia un altro luogo pubblico in cui si venga perquisiti accuratamente, con un puntiglioso esame di borse e portafogli. E quel che è peggio, non solo non li biasimo, ma collaboro con loro e li invito a controllare.

La visita guidata al quartiere e all’unica Sinagoga in cui si possa al momento entrare fanno dimenticare che attorno a noi ci stanno i leoni, pronti ad approfittare di qualsiasi nostra disattenzione e debolezza.

In una città come Venezia, liberale ma dagli spazi limitati, si debbono innalzare all’inverosimile le case per poter ospitare tutti: non a caso si trova qui l’edificio più alto della città – sette piani, un grattacielo per il panierin di dama in cui ci si muove.

Un alfabeto straniero, negozi kosher, falafel, vedo una sola persona in abito nero con i boccoli grigi che sgorgano dal cappello. La nostra logorroica e simpatica guida ci tiene a precisare che si tratta di eccentrici americani che dimentico subito nella scuola levantina, con la sua profusione di legni scuri, un barocco allegro che potrebbe stare in un qualsiasi altro edificio religioso della città a dimostrazione che non siamo poi tanto diversi dagli ebrei.



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La Grande Jatte veneziana
5 giugno 2021
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In molti crocicchi delle nostre città si trovano folle di curiosi attorno a qualche “artista di strada” che noi passanti non riusciamo a vedere. Dobbiamo sgomitare tra la gente o salire su uno sgabello, come fa il signore sulla sinistra che tende una pertica. Tiepolo raffigura noi, folla immemoriale e stupida. Lo fa con figure rigide che sembrano anticipare Seurat (la signora di spalle, con il sottanone, i tacchi e l’acconciatura a Pan di zucchero mi ricorda La grande Jatte).

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Seurat torna in mente nei saltimbanchi del circo. Siamo sempre nel mondo della Villa di campagna di Tiepolo, in un ambiente da fête foraine, moderno, vicino a noi



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Fondazione Pini- Flavio Favelli
26 maggio 2021
La Fondazione Pini ha sede in un elegante appartamento della Milano bene, all’inizio di corso Garibaldi.

Un ambiente raffinato. Alle pareti dipinti di Renzo Bongiovanni Radice, un pittore a me sconosciuto, di cui mi colpisce una Piazzetta del tutto priva di esseri viventi, popolata solo dalle linee rette che imbrigliano una mattinata luminosa.

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Oppur questo edificio cubico il cui grigio contrasta con l’oscurità del cielo tempestoso.

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Adesso però il fiorentino Flavio Favelli ha trasformato la Fondazione in una gigantesca e curiosa installazione. Non fosse stato per la signorina che mi conduce all’interno avrei pensato che fossero stati degli operai a lasciare le impalcature che puntellano lo scalone esterno e mi ci sarebbe voluto del tempo per capire che il lampadario di Murano della prima sala è estraneo. Come una composta piccante assaggiata domenica che rilascia lentamente il fuoco del peperoncino, Favelli gioca con le nostre aspettative e mostra poco alla volta la sua intenzione di rovesciare il tavolo da gioco. Lo può fare alla lettera con un tavolo smaltato pacchianissimo, con un frigorifero che solo in un secondo tempo, quando gli si gira attorno, mostra la decalcomania della Prinz Bräu.

L’ambiente di una aristocratica borghesia si mescola ai tabelloni che offrivano il ghiacciolo a cento lire. E anche le vetrinette con i liquori ben ordinati, come in un Morandi, per forma e colore emanano afrori di baretto paesano. Il volgare, il comune, l’aria da piccola città di gucciniana memoria convivono con il mondo di chi non ha mai messo piede in una Casa del Popolo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/5/2021 alle 14:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Santa Giulia. da Brixia a Brescia
9 maggio 2021
In alcune opere i personaggi sono disegnati con dei margini netti, quasi grossolani, che mi fanno pensare ai reperti provenienti dalla Gallia. Manca la levigata transizione tra la superficie del marmo e le figure in rilievo.

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Anche l’elaborata prospettiva delle decorazioni in stile pompeiano tende a lasciare lo spazio a dei mazzi di fiori che, per quanto piacevoli, sono alla portata di qualsiasi mestierante.

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Seicento chilometri di oggi sono affatto più corti rispetto a qualche migliaio di anni fa. Immagino che ci troviamo in una zona periferica, dove ci si accontenta di un’espressione artistica meno raffinata, però mi viene il dubbio che in queste rappresentazioni si sia già inserito il tarlo della decadenza. Le iconografie stereotipe delle necropoli mostrano quanto sia facile passare dalla simbologia pagana a quella cristiana senza soluzione di continuità. I volti – pur essendo rimasti identici – fissano un aldilà affatto diverso. E mi incuriosisce una statuetta che raffigura un contadino il cui zaino attorno al collo può trasformarsi facilmente nell’agnello di un Buon Pastore. Ricordo d’altro canto che avevo visto qualcosa di simile anni or sono anche al Museo Romano della capitale.

Le case di Bacco e delle Fontane sono state scoperte in tempi relativamente recenti: stiamo percorrendo un suolo che nasconde ancora molti tesori niente affatto lontani dal nostro sentire. Certi mosaici geometrici potrebbero benissimo essere opera di qualche contemporaneo.

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Romanico comasco
28 febbraio 2021
La basilica di Sant’Abbondio è fuori dalle mura cittadine, in una posizione leggermente sopraelevata a pochi passi dal cimitero. Anche se non ci si può arrivare per caso sono comunque sbigottito dall’affresco dell’abside.

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E’ la storia della Redenzione, dall’Annunciata fino al Golgotha seguendo fedelmente l’iconografia tradizionale. Eppure è la prima volta che vedo a colori i re Magi stretti nel loro letto come tre bastoncini di pesce surgelato. Un’immagine nuova eppure ritrovata spesso sulle facciate di tante cattedrali… un memento di quanto fosse diverso il mondo medioevale rispetto a quanto è arrivato fino a noi.

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E riconosco pure un inizio di prospettiva illusionistica in un personaggio che si sporge da una balaustra marmorea.

In città la chiesa di San Fedele, sulla piazza omonima, ha anch’essa una facciata in pietra chiara, liscia e squadrata. Solo che il portale non è inquadrato da una ghirlanda geometrica ma reca in cima un mosaico di stile moderno. Già da questo posso immaginare il coacervo stilistico che mi aspetta: di fronte a una parte superiore di gusto sei-settecentesco ho – ad altezza degli occhi – una serie di archi neri a tutto sesto che mi immergono nella fede ruvida ma solida del romanico. E se entrando in chiesa trovo una Madonna in trono di gusto rinascimentale, datata e firmata

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nel transetto sinistro ci sono degli affreschi che mi reimmergono nelle atmosfere romaniche.

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XNL Piacenza
4 novembre 2020
Se lo si legge all’inglese XNL diventa ex Enel… una sigla racconta la storia di un edificio pubblico riconvertito a museo di arte contemporanea (per la moderna la fondamentale Ricci Oddi è a poca distanza da qui).

Spazi ampi e ariosi in cui le opere respirano felici. Cartellini che presentano le notizie fondamentali senza trasformarsi in papiri pieni di paroloni astrusi che allontanano il visitatore. Chi vuole può informarsi ed essere pronto a seguire lavori ostici come tutto quanto è nuovo ma non per questo fuori dalla portata di chiunque.

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La barca fatta di scarpe, con tanto di frammento di gomena, o i bidoni variopinti da cui esce dell’olio, ma anche i massi di Anish Kapoor ci parlano senza bisogno di spiegazioni. Ma anche i mondi di Hyrst, Fontana e Burri sono – anche inconsapevolmente – entrati nel nostro quotidiano.

Merita all’ultimo piano il filmato con le interviste ai collezionisti. È almeno dall’epoca di Ottaviano Augusto che l’arte nuova ha bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di investire in essa, senza sapere cosa attecchirà ed è giusto ricordare i mecenati di oggi in un mondo in cui i poteri pubblici mostrano la totale insipienza.



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Arazzi ad Asti
2 novembre 2020
Il solo arazzo moderno che mi viene in mente adesso è il gigantesco Pantocratore della Cattedrale di Coventry. Figuriamoci se conosco i laboratori astigiani dedicati a questa arte. Il primo arazzo che vedo mi immerge in un paesaggio invernale piemontese. Riconosco le colline, il cielo lattiginoso, la trasparenza dei piani di colore. Ho l’impressione di essere davanti a un olio tanto è ricco il trascolorare dell’immagine.

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E non scherza neppure questa voluttuosa natura morta. Siamo al culmine del virtuosismo pittorico. Io, che sono abituato a vecchi arazzi sbiaditi dal tempo, fatico ad accettare questa policromia e trovo incredibili le ombreggiature, gli sfumati, le transizioni.

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Ed è bella questa Dafne elegantemente Liberty, che si fonde sia con il paesaggio che con l’innamorato Apollo, in una perfetta costruzione tripartita dove le figure umane formano una linea curva che occupa il primo terzo dell’opera.

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La mostra è sita nel Palazzo della famiglia Mazzetti, piccola nobiltà locale che si permette di portare in provincia il lusso della capitale, con una galleria piena di affreschi, stucchi e legni dorati degna delle dimore regali. C’è uno spiccato gusto per la teatralità in una casa nobiliare che sa il fatto suo. Mutatis mutandis mi viene in mente il nizzardo Palazzo Lascaris.

I piani superiori ospitano oggi la parte che si è salvata della magione signorile e un piacevole museo eterogeneo: cimeli dell’estremo oriente, dipinti locali, anche di buona fattura (interessanti la visione impressionistica della piazza del mercato astigiana o un cezannesco ponte della ferrovia), piccola ebanisteria e le opere che hanno avuto il premio Alfieri. Bello e degno di valorizzazione



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Mostra al femminile alla fondazione Merz
1 novembre 2020
Non riesco a riconoscere alla cieca il sesso e la razza degli artisti. Mi limito a chiedere cosa l’artista ha da dirmi, senza preoccuparmi della sua identità.

Entrando debbo attraversare un telo dipinto che occupa tutto lo spazio. Come il mio cane sono tentato di evitare l’ostacolo, ma rinuncio a farlo per rispettare la volontà dell’artista, ovviamente cozzo contro una piega del sipario e trovo il passaggio. Sapendo che l’esposizione vuole mostrare la visione femminile del mondo immagino di essere lo spermatozoo Woody Allen che si avventura oltre questa gigantesca vulva verso un immenso salone dominato da barche lattescenti sospese.

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“Dove stiamo andando?” si chiede Chiharu Shiota. Non mi importa, voglio seguirti, qualsiasi meta tu abbia, su queste barchette esili come i sogni e simili a nubi. Come l’impenetrabile di Mona Hatoum, un cubo formato da una gentilissima serie di fili che solo quando ci si avvicina mostrano di essere spinati.

La realtà non è un qualcosa di univoco. Se non ci fosse un avviso a non entrare sbatterei il muso contro il poliedro a specchio di Maria Papadimitriou, una delle opere più originali della mostra, che scompone il reale e la mia umile persona.

Anche Sophie Calle gioca con l’interpretazione delle parole. Dopo aver letto quanto scritto su un telo dobbiamo sollevarlo per andare al “secondo grado” della realtà. Come pretendono le barzellette sessiste, noi maschi siamo semplici ed abbiamo bisogno dell’arguzia femminile per andare oltre l’immediato.

E se Pamela Rosenkranz inserisce in una surreale luce verde il pacchetto che sto aspettando dal web (Amazon’s Spirit), Cynthia Marcelle con “La famiglia in disordine” offre una copia precisa della mia stanza assieme all’auspicio di come dovrebbe essere.



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Fondazione Zani - Brescia
23 ottobre 2020
A pochi chilometri da Brescia si trova la casa museo di un ricco mecenate morto pochi anni fa.

Attraverso un giardino ben tenuto, dalle aiuole e piante accuratamente pareggiate, si giunge a un portico lungo e basso che mi evoca la Villa Kerylos di Beaulieu. In effetti la casa è costruita attorno a un impluvium – provvidenzialmente chiuso da una lastra di vetro – ed evoca l’antichità classica. Non c’è però il desiderio di ricreare, e reinventare, il mondo di greci e romani. Si costruisce un ambiente in cui risaltino i begli oggetti d’arte presenti.

Senza fare come la signora che, visitando il bagno, invita il marito a prendere ispirazione per la propria dimora – immagino ugualmente lussuosa, mi occupo del gigantesco tavolino ottagonale in pietre dure. La gran quantità di lapislazzuli usati è ancora la parte meno importante di un succoso e saporito frutteto pieno di vita. Sono molti i commessi presenti nella collezione – tra l’altro la zona dell’impluvio raccoglie i migliori oggetti in marmo raccolti; aggiungo alcuni finissimi mosaici (uccelli, un tondo di San Pietro) che a prima vista sembrano dipinti.

Se poi cerco quadri veri e propri posso allietarmi con Guardi, Canaletto, Bellotto, Boucher, Longhi (tutta una serie di tele in camera da letto).

Un sapiente sistema di luci, evidenziando ad hoc le opere descritte dalla guida, indirizza a comando la mia attenzione. Un buon metodo per condurre delle visite guidate: troppo spesso le teste ciondolano nel vano tentativo di capire cosa viene descritto dal cicerone.



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Giornata Fai: Melegnano e Vimercate
19 ottobre 2020
Esteriormente il castello di Melegnano è identico ai suoi confratelli: scuro e massiccio, torri quadrate agli angoli, il fossato su cui passa un ponte diretto a un cortile ad U assai squallido. Le parti laterali sono fatiscenti, con infissi in liquefazione e vetri rotti. Il lato corto, intonacato, ospita il museo cittadino. Vi si entra con una scala ampia e poco ripida costruita per raggiungere il piano nobile a cavallo. All’interno le sale sono riccamente affrescate: storie mitologiche, le battaglie vinte dal feudatario locale, figure allegoriche e geometriche, alcune immagini di città. Se fatico a incamminarmi per Basilea, mostrata a volo d’uccello, riconosco subito il doppio coro della cattedrale di Spira

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Inconfondibile anche il duomo di Colonia, ancora in costruzione – si vede alla sinistra una gigantesca gru. E anche se l’abside tripartito è un po’ più basso di come me lo ricordo non dubito di avere di fronte la riproduzione dell’amato Groß Santk-Martin. Sono le città del Sacro Romano Impero, comprese Erfurt e l’altra Francoforte, quella sull’Oder…

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Tanta meraviglia nel negletto museo comunale, lacrime nella cosiddetta “ala lunga” che sessant’anni fa ospitò degli appartamentini popolari. Ci consoliamo pensando che le controsoffittature hanno per lo meno risparmiato le parti superiori degli affreschi. Quelli della parete interna sono anche ben tenuti – un Giove stupendo la cui somiglianza con Dio Padre rallegrerebbe Dan Brown – incredibile un soffitto a cassettoni che ha mantenuto intatti i colori, ma temo che se non si interviene in fretta tutto possa deperire ancora di più.

Facile dire che la cultura è il nostro petrolio. Bisognerebbe ricordare che per ottenerlo i pozzi vanno trivellati e curati. E anche se si trovano i soldi per un restauro ci vuole un progetto serio di sfruttamento, magari imitando i francesi che inserirebbero Melegnano in una via turistica che parte dalle abbazie milanesi per giungere almeno alla graziosa Lodi.

Io sono andato molto più a nord, a Vimercate, dove palazzo Trotti poteva fare nel 700 da scenario alle avventure della villeggiatura. Oggi le sale affrescate con le vicende di Cleopatra, Semiramide e Atalanta servono per i consigli comunali e – verosimilmente – per qualche occasione ufficiale. Meriterebbero anche degli orari di visita regolari: la Francia campa su questi palazzotti nobiliari.



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Giornata Fai a Torricella Verzate (PV)
17 ottobre 2020
E’ l’improvvisazione a far sì che nelle giornate FAI di questo strampalato 2020 ci vengano proposti molti luoghi visitabili normalmente anche senza il contributo del FAI? Oppure c’è un senso in tutto ciò, visto che l’azione non ha mai fatto seguito al pensiero ogni volta che ho alzato gli occhi dalla statale al santuario di Torricella Verzate?

Il luogo ha una posizione dominante sulle colline che stanno spiegando i colori malinconici dell’autunno. Si tratta però della solita chiesa settecentesca, con una facciata bianca da cui è sparito l’affresco della Resurrezione presente un tempo. Dentro, un altar maggiore barocco traslato dalla vicina Pavia in epoca napoleonica e un Cristo deposto in legno di rozza bellezza. Quest’opera, che descrive la fervida fede contadina, si accoppia bene alle cappelle del Sacro Monte circostante. I cattivi hanno le espressioni stereotipe dei film di Giuliano Gemma, i fondali, tranne un paio di visioni di una città che potrebbe benissimo essere l’antica Roma, sono alquanto dozzinali, ma la Crocefissione ha una forte espressività e i volti – specie quello della paffuta Maddalena – sono molto belli.

Chiusa alla vista – nonostante il FAI – l’adiacente Scala Santa. Pigrizia? Pessimo stato di conservazione? Non ci ha pensato nessuno?



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Ritrattistica genovese
12 ottobre 2020
Non dubito un secondo su chi comanda in casa. Lascio stare la psicobanalisi e mi occupo dell’abito. I panneggi sono resi con nervose e sottili pennellate più degne di qualche dama parigina di Boldini che di una matrona genovese di qualche secolo prima. Degne di attenzione la cura con cui sono rese la mano affusolata e la corposità dello sfondo che rimanda ancora alla Belle époque.

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I genovesi sono gente che bada al solido. Giovan Battista Cambiaso si fa ritrarre contento di sè, della propria pinguedine accentuata da ermellino e veste rossa, un volto banale, niente affatto bello ma una mano appoggiata sulla sola cosa che conti: i concretissimi segni del proprio potere. Sullo sfondo, sempre per non lasciare nulla al caso, la Lanterna.

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Meno male che ci pensano le signore a mettere un poco di raffinatezza. Un vitino di vespa creato molto dal contrasto tra abito bianco e mantello blu che chiude i fianchi. Il pittore gioca molto bene a rendere ancora più fascinosa una dama che surclassa le castigate Cleopatre in mostra che, anziché offrire un ubertoso seno all’aspide, preferiscono immergere la perla nel vino lasciandoci immaginare lussuria e voluttà.

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E questa serissima feldmarescialla ligure, con il suo Mohammed, oggetto destinato a ricordare – se non bastano sete e gioielli – la ricchezza della commanditaria, seria e altera nell’ingegnoso cromatismo del suo abito, ricorda che i neri non sono un’esclusiva di Burri.

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Derain a Mendrisio
10 ottobre 2020
Posso seguire questa mostra in ordine cronologico o suddividerla per generi. Appena entro il salone alla mia sinistra contiene ceramiche e statue. È la sezione che mi interessa meno: per i miei gusti è troppo marcata la derivazione dall’arte antica del Mediterraneo perchè mi si accenda la scintilla dell’entusiasmo.

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Poi però viene la fase fauve, con un incredibile paesaggio della Costa Azzurra, che occhieggia in mezzo a torride piante tropicali. Ovvi gli omaggi a Cézanne, ma questa italiana ha una potente originalità. L’abito rimanda al mondo cubista, riecheggiato anche da una tavolozza poco ampia, dominata dai colori freddi (a parte la vezzosa pettorina che funge da centro di gravità cromatico); le mani e il volto hanno una delicatezza e una sensibilità che accendono la mia fantasia

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Bellissimi i nudi, privi di idealizzazione. La signora dai fianchi larghi, prosperosi, una ciccia rinascimentale che ben si sposa con la delicata natura morta – altro genere ben rappesentato in mostra.

Dal ritratto Iturrino (con delle mani degne del Greco) a quello di famigliari e belle signore. Questa, dallo sguardo che mi sfugge, con falsa modestia (il rossetto e la collana, la capigliatura vaporosa che lascia immaginare abissi erotici)

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Si passa al cupo e disperato periodo bellico alla riscoperta della classicità. Accanto all’influenza dei maestri rinascimentali (già ampiamente citati nei nudi e nei ritratti) il gioco di luci e ombre di queste Baccanti mi riporta a quella Grecia che a inizio mostra mi aveva lasciato freddo.



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Museo comunale di Ascona - Werefkin e Javlenskij
6 ottobre 2020
Se non fosse per il seno che gonfia la camicetta penserei a un bel marinaretto che nasconde la propria timidezza con un eccesso di spavalda aggressività. In una lettera Marianne Werefkin dice di sentirsi più uomo che donna e spiega quanto trova in sè di maschile e femminile ma – a ben vedere – questo dipinto ci ha già confessato tutto, sia dal punto umano che artistico.

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Seguiremo Marianne e il compagno Alexej Jawlenski da San Pietroburgo a Lituania e Polonia, fino in Baviera – riconosco il castello di Fussen che domina una strada impressionisticamente innevata.

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Fino alla neutrale Svizzera, che accoglie anche questi due fuggiaschi (a dimostrazione che i profughi arricchiscono i paesi che danno loro ricetto). Abbandonata da Alexej, che ha un figlio – Andreas – da un’altra donna, è gioco forza rifugiarsi sul lago Maggiore. E forse il più commovente reperto di questa epoca è la diga con le poche barche attraccate che ritroverò a centro metri dal museo comunale.

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Sarò una mala lingua, ma ho il dubbio che dichiarazioni sull’accademismo di tanta arte astratta abbiano come bersaglio queste teste del compagno così pignolamente primitive, che mostrano il debito verso l’ormai assodato cubismo.

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Si finisce con un gruppo di quadri di Andreas Jawlenski. Molto colorismo, buona fattura. Un’altra storia di artista di origine nordica trapiantato felicemente nel Ticino. Ua visione notturna di Locarno: il giallo acceso di tenda e davanzale, la macchia rossa dei fiori che rende ancora più torrido il blu della notte punteggiato dalle luci aranciate. Basta poco per accostare il dipinto alle opere dell’altro grande crucco della zona che vado sempre a visitare su a Montagnola.

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Santa Maria delle Grazie a Milano
1 ottobre 2020
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Ho trovato un nuovo impiego per il mio telefonino: come parasole mi permette di vedere con bastante chiarezza il San Giovanni con donatore di Marco d’Oggiono. Ad essere onesti è un dipinto di fattura buona ma non eccelsa. La costruzione e il paesaggio sono di tutto rispetto; i personaggi non sono particolarmente idealizzati ma non c’è nulla che faccia uscire quest’opera dal mare magnum del lavoro di bottega. Penso che D’Oggiono e Luini avrebbero avuto nella storia dell’arte la stessa importanza anche con un maestro diverso da Leonardo.

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Nessun dubbio su questo Ferrari, potentissimo, che annulla la distanza tra spettatore e scena rappresentata. Una sottile striscia di cielo bigio separa il piano narrativo celeste, con il Cristo, i ladroni e gli angeli, dal nostro terreno sconvolgimento. I volti dei personaggi non lasciano spazio al dubbio: nel momento in cui il Figlio dell’uomo è innalzato tutti noi facciamo – come il centurione – la nostra professione di Fede. Tra i dettagli degni di interesse c’è il virtuosismo con cui sono resi i cavalli.

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E poi ci sono la ricca decorazione dell’interno, la tela di ringraziamento per la fine della peste con la madre di Cecilia che lascia in evidenza il bubbone sul seno.

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Un crocifisso di Francesco Messina, elegante come uno stiletto.

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Il chiostro non è visitabile. Mancano i volontari che un cartello all’entrata invita a farsi avanti? Non ci sono bagarini che fiutano l’affare leonardesco? Non importa niente a nessuno? Uno dei tanti misteri insoluti di questo paese di zotici.



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Il castello di Moncalieri (TO)
30 agosto 2020
Polo museale e caserma dei Carabinieri convivono: il cortile interno, un tempo giardino all’italiana, è oggi la piazza d’armi, con pennone, bandiera, monumento ed erba rasata e pettinata; oltre il muro di cinta si intravede il parco all’inglese, attualmente di proprietà del comune e inagibile.

Un gruppo di volontari permette nei fine settimana delle visite guidate agli appartamenti reali. O – se preferiamo – a quello che ne resta. Nel 2008 un incendio ha distrutto due stanze angolari: essendo impossibile la ricostruzione dell’insieme si è optato per un tessuto trasparente che lascia immaginare, come una fotografia in bianco e nero, la decorazione delle stanze originali senza nascondere i danni provocati dal fuoco. Molte stanze sono vuote. Ripenso a una bellissima mostra sull’ebanisteria sabauda realizzata un paio di anni fa a Venaria e mi sembra che in tutto il Piemonte ci sia quanto basta per un’ esposizione permanente sul tema. Al centro di un simile museo ci starebbe benissimo l’ascensore, uno dei primi installati in Italia, in legno, puro stile liberty. Un perfetto riassunto del gusto italiano dell’epoca

E poi, quanto rimane degli appartamenti reali, con ceramiche, specchi e cineserie conferma che i Savoia non sono una casata di provincia, lontana dalle correnti del gusto europeo e che l’arte piemontese aspetta ancora di venir adeguatamente valorizzata.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/8/2020 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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