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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Molti modi di visitare villa Necchi-Campiglio
6 maggio 2019
Mi viene istintivo appoggiarmi al corrimano per fare le scale. Ma mi fermo in tempo: la ringhiera è davvero troppo bella per metterci sopra le mie zampacce.
La famiglia Necchi-Campiglio era danarosa quanto basta per commissionare a uno dei primi architetti dell'Italia ante-guerra una villa su quattro piani con parco, piscina e campo da tennis a due passi da Corso Venezia a Milano. Non si bada a spese: solo le spesse lastre di marmo che hanno foderato i bagni padronali devono essere costati un occhio della testa sia come materiale che come messa in posa.
E per me, che oggi la visito grazie al FAI, villa Necchi-Campiglio offre almeno tre livelli di lettura.
Il primo è la curiosità di conoscere la vita dei rich and beautiful nostrani. La servitù gallonata, il cibo che un montacarichi porta dalle cucine alla stanza in cui si allestiscono i piatti da servirsi in una sala da pranzo foderata da un materiale che assorba l'odore del fumo, gli armadi pieni di cappotti, foulard, cappelli e borsette... tutta roba rigorosamente firmata che evoca sant'Ambrogi scaligeri. Però anche salotti borghesissimi, con libri che avevo comperato anche io tramite il Reader's Digest. Chissà se c'era pure il televisore.

Poi c'è il livello dedicato agli appassionati di architettura: le soluzioni di arredamento, le arti applicate, porte e finestre a scorrimento, figure geometriche, incrostazioni di materiali diversi - e di pregio - i soffitti stuccati, rigorosamente in bianco a piano terra, rosati sul corridoio del reparto notte, le soluzioni adottate per la climatizzazione, la disposizione delle stanze...

E infine si può visitare Villa Necchi-Campiglio come se fosse un museo. Da quello che ho capito la maggior parte delle opere esposte è stata donata da collezionisti.
Mi è venuto un tuffo al cuore vedendo nel parco l'addormentato di Martini. L'amante morta che troneggia nell'ingresso è ancora più bella. Non solo il saggio uso della cromia - che tra l'altro si adatta perfettamente all'ambiente - ma anche la bella trovata di questa figura ieratica chiusa nel proprio dolore intimo, tanto da non notare neppure la stupenda famiglia di Sironi che sta sulla parete alla sua destra. C'è una totale armonia tra ambiente, statue e dipinti.
L'ultimo piano, usato per mostre temporanee, ricostruisce fino a metà settembre la collezione di Vittorio Fossati Bellani. Il centro dell'attenzione è costituito da De Pisis. Mi ha turbato assai un san Sebastiano grondante sangue
C'è un fortissimo contrasto tra lo sfondo idilliaco e la sofferenza fisica del santo, le cui piaghe aperte nutrono la terra scura. Ed è anche stupendo il giovane Bacco (che, da stordito qual sono, ho preso a tutta prima per un Mercurio) usato per la locandina della mostra.

Non c'è però solo De Pisis. Che bello questo Savinio!




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Piccoli fiori affrescati nel sottosuolo materano
28 aprile 2019
Ci vuole una mezz'oretta di macchina per andare da Matera al sito - in aperta campagna, davanti a una gola fascinosa - dove si trova la Cripta del peccato originale. Si può vedere in città una chiesa rupestre con alcuni affreschi interessanti, ma non è nulla di paragonabile a ciò che mi sono trovato davanti.
Si tratta di un solo vano, non amplissimo, in cui può trovar posto qualche decina di persone. Un rettangolo che su uno dei lati lunghi ha tre absidi che ospitano i tre apostoli maggiori, una Madonna con sante e tre angeli. Sul lato a fianco la creazione di luce e buio, di Adamo ed Eva e il loro peccato.
"Salve Regina..." è un'abitudine rappresentare Maria come una sovrana del cielo. Ed anche l'ignoto pittore materano ci presenta un'imperatrice orientale, riccamente adornata e vestita all'ultima moda (ritrovo le ampie maniche in una statua acefala nel museo civico di Barletta). C'è qualcosa che me la differenzia da tante immagini bizantine: il sorriso. Questa Madonna non ha il distacco ieratico di tante sue consorelle (siamo attorno all'ottavo secolo dell'era Cristiana) e ci guarda con sguardo affettuoso e complice, molto sensibile. L'incarnato mostra che è all'opera una mano abile, capace di usare benissimo i colori. E anche la finezza con cui sono disegnati i corpi dei nostri progenitori, il gusto con cui si racconta la storia del peccato originale confermano le doti di questo anonimo pittore benedettino.
Di tutte le immagini che vedo in questa parete ho amato la ragazzina a braccia levate che rappresenta, con una gioiosa ingenuità degna di Olivier Messiaen, la luce appena creata. Colpisce questa posa originale, la freschezza di un mondo appena nato pieno di questi fiori rossi effimeri - si aprono al mattino per appassire a sera - che ritrovo uscendo dalla cripta nella affascinante natura circostante.



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Barocco a Lecce
22 aprile 2019
Come è ormai prassi in caso di restauri, l'impalcatura è coperta da una gigantografia della facciata di Santa Croce. Per la comitiva di turisti che ho di fronte a me non c'è differenza: i telefonini lavorano a tutto spiano anche quando si tratta di immortalare una fotografia che, come nota con grande perspicacia uno del gruppo, ondeggia al vento.
Non ho voglia di rammaricarmi del restauro: si tratta di un'operazione necessaria al buon mantenimento del patrimonio artistico cittadino. In più, venendo dalla parte meridionale della città ed avendo lasciato Santa Croce per la fine, mi sono potuto fare una bella scorpacciata di forme mistilinee, colonne tortili dalle decorazioni floreali più o meno dorate, putti immobilizzati in tutte le pose immaginabili. C'è un profluvio di decorazione in cui però i santi mantengono delle pose dignitose, rigide ed impettite. In essi le linee curve al più servono a disegnare il corpo di un adoratore che tiene tra le mani il crocefisso. Gli altari sono di una ricchezza ed elaborazione che mi fanno pensare a certi retablos spagnoli.
Il barocco esce dalle chiese e adorna gli edifici di proprietà ecclesiastica come l'attuale palazzo della provincia, già edificio conventuale attaccato a Santa Croce, o tutto il complesso della scenografica piazza del Duomo. Dato che in fondo vescovi e frati non sono poi molto diversi dai nobili laici tutta la città offre balconi, portoni e finestre ricchi di fantasia ed anche un Bed&Breakfast si può nascondere a pochi passi da Santa Irene dietro a una candida facciata barocca.



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Feste galanti al palazzo ducale di Martina Franca
21 aprile 2019
Il padrone di casa mi guarda in viso mentre mi invita ad entrare nel mondo della sua dimora: gli affreschi della Sala d'Arcadia ci mostrano tutto quello che un uomo di garbo può offrire al suo ospite. Musica, belle dame e cavalieri galanti. Non ci sono tavoli da gioco, ma in un angolo dell' affresco noto una coppia di amanti desiosi che potrebbero stare benissimo in un dipinto di Watteau. D'altro canto la Sala della Bibbia mostra una signorina alla moda, con un ombrellino tondo molto vezzoso. Se non fosse che riconosco ai suoi piedi la cesta contenente il piccolo Mosé giurerei che si tratta di qualche bella del signor Duca. Dolce vita settecentesca. A parte il povero Enea che trascina il vecchio genitor in una Troia fiammeggiante dotata di Colonna Traiana, trovo per lo più piacevoli scene di campagna (Tobiolo e l'Angelo) o di pathos teatrale (Jephta). Non biasimo il signor duca per l'artificiosità di certe rappresentazioni: già che spende i suoi danari, lui si vuole divertir.



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Passeggiata romanica in provincia di Alessandria
15 aprile 2019
A metà del percorso che congiunge Tortona al Monte Giarolo, sul versante piemontese degli Appennini giungo a Fabbrica Curone. Quattro case che circondano una chiesa romanica, fatta con la stessa pietra scura che contraddistingue il borgo. L'edificio è molto grande rispetto al villaggio. Si capisce che questo centro - sito alla medesima altezza della Varzi del lato lombardo - deve aver avuto per un certo periodo una notevole importanza strategica. Poi... si sa come vanno le cose, la vicina Brignano, con il suo castello appollaiato a metà costa deve aver preso il sopravvento rispetto a Fabbrica.
Il portale racconta la vittoria del bene sul male senza usare immagini antropomorfe, un linguaggio evidentemente più comprensibile a popolazioni di recente conversione, ancora intrise di paganesimo. All'interno trovo una grande stratificazione di epoche: all'inizio della navata destra il pezzo più interessante della chiesa, una pala d'altare (I misteri del Rosario) incorniciata da stucchi barocchi; la volta è settecentesca e le decorazioni sono del XIX secolo. Come direbbe Proust, la chiesa si estende in una quarta dimensione, quella del tempo.
Se voglio un ambiente stilisticamente più omogeneo debbo correre a Viguzzolo, ormai in pianura. La pieve locale è stata restaurata lo scorso secolo per assumere l'austero aspetto di un romanico puro e raffinato, si notino le decorazioni della facciata.
All'interno un Cristo dal collo esageratamente lungo che deve nascondere un meccanismo grazie al quale il Crocifisso muove la testa: la locale inquisizione usava questa statua per emettere le sue sentenze. E ancora oggi il pubblico emette grida di stupore di fronte a questo Gesù mobile.
Ben altri motivi di stupore mi riserba la cripta, sorretta da colonnine anteriori alla pieve con dei primitivi capitelli a forma di tronco di parallelepipedo. E' un'immersione in epoche lontanissime, in cui l'intenzione conta molto più di quanto i poveri artisti riuscivano a combinare.
La passeggiata romanica mi conduce infine a Castelnuovo Scrivia. Sono quasi le cinque e l'imminente Rosario mi impedisce di soffermarmi all'interno della chiesa. Un'ultima cena rinascimentale nella cappella lunga varrebbe una visita approfondita. Mi fermo in compagnia di una volonterosissima guida a rimirare un drago-demonio infantilmente spaventoso che viene ucciso da San Giorgio e alcuni capitelli ritrovati in un pollaio. Uno di questi reca la firma di un certo maestro Alberto. E' la stessa persona che ha indicato la propria identità sul portale d'ingresso. Se un paio di ore prima a Fabbrica Curone avevo una storia di animali simbolici, qui sono alle prese con un boccoluto Sansone che apre la bocca ad un leone. Sul sagrato della Chiesa mi viene raccontata la storia di questo paesino, che tenta di dotarsi di un Museo Civico e che avrebbe avuto un centro medievale di tutto rispetto se solo ci fosse stata la consapevolezza del valore del proprio passato.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/4/2019 alle 3:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ingres, milanese stendahliano
7 aprile 2019
Al termine della sua rivoluzione un astro si ritrova al punto di partenza. Non mi stupisce dunque che anni dopo aver ghigliottinato Luigi XVI i francesi siano incappati in un altro autocrate impostosi per diritto divino.
E' ben vero che apparentemente i simboli del dipinto sono tutti rigorosamente laici. Anche la medaglia stellata (ma potrebbe benissimo essere una croce) al centro del petto non ha inscritto, come pensavo frettolosamente, un monogramma IHS ma la solita aquila. Però la pantofola dorata fa molto Sommo Pontefice e soprattutto il braccio destro - quello del comando - smisuratamente lungo - si alza fino ad arrivare alla statuetta di un uomo barbuto che regge il globo del mondo. Dio c'è... nel punto più alto del quadro, presente ma non grande a sufficienza da disturbare il nuovo Re Sole (non a caso il volto di Napoleone è inscritto in un cerchio ).
Che differenza con il ritratto a matita fatto da Appiani di un Napoleone nervoso, dallo sguardo grintoso e volitivo, con una forza accentuata dalla piega - mitigata nel ritratto ad olio del console - del labbro . Ci si chiede quali fattori permettano di capire subito che ci si trova di fronte a una personalità eccezionale.
E' la domanda che mi sono posto d'altronde anche davanti ai primi nudi giovanili di Ingres, la cui forza surclassa la compassata prevedibilità del maestro David, tacciamo degli onesti comprimari che debbono riempire la mostra.
Non è possibile fare una retrospettiva esauriente di Ingres, non solo per le dimensioni del personaggio ma anche perchè certe tele non sono trasportabili. Si ripiega dunque sul dialogo con i contemporanei centrando - magari anche senza volerlo - un obiettivo secondario di tutto rispetto: dare l'immagine della Milano stendahliana. Già allora capitale morale, anche da bere, ma industriosa e ricca di cose belle (mi sono commosso di fronte allo schizzo dell'interno di San Maurizio).
E' un modo di essere ben riassunto da Giovan Battista Sommariva, un elegante signore brizzolato, seduto su un banco in marmo, davanti a due statue di Canova, con libro in mano e sfondo di qualche amena località, magari sul lago. Non c'è lo Sturm und Drang dei basettoni di certi ritratti posti all'inizio della mostra. Semmai una certa placidità che mi ricorda il caro Don Lisander. Gusto, intelligenza. Lo so, devo riprendere in mano la Certosa di Parma.



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Museo Sant'Agostino a Genova
1 aprile 2019
Simone Boccanegra. Non contento di averne visto - nel punto più alto dell'ospedale S. Martino - il castello, ora adibito a centro congressi, sto rimirando le fattezze del doge protagonista dell'opera verdiana.
Il corpo è una colonna da cui trasuda la maestà del potere. Il volto però ha l'acquoso gonfiore di una senescenza carica di malattia e stanchezza. Una benda tiene fermo il mento e sento attorno a me i parenti che bisbigliano ammirati che la morte ha rasserenato come per miracolo questo anziano.
Un'altra storia è raccontata dall'immagine dell'altro vip ligure, Jacopo da Varagine (Varazze), il celebre autore della Leggenda Aurea. Lo sculture non ritrae un uomo ma una carica onorifica - quella del signor vescovo, miracolosamente risparmiato dalla livella.
L'arte ligure appare soggetta a innumerevoli influenze: toscane - Pisa in primis - lombarde ed emiliane (Maestri comacini, Antelami), anche catalane, bizantine e nord-europee. E' esposto un alabastro britannico raffigurante una finissima crocefissione, con tracce di policromia.
Il museo di S. Agostino è eterogeneo: sovraporte scolpite, affreschi strappati, maioliche, dipinti. Sono esposti qui gli originali delle statue devozionali che ornano le nicchie delle case genovesi (carina la Santa Caterina genovese, con un volto grazioso ed un corpicino secondo solo a quello della santa guerriera inguainata da una corazza arrapante).
Tra i dipinti spicca una crocefissione di Brea, pittore nizzardo di cui ho imparato ad apprezzare l'eleganza che tiene i piedi in diverse epoche stilistiche.
Mi imbatto in divieti d'accesso dietro ai quali intravedo sale in allestimento; la chiesa adiacente è tutt'ora sottoposta a un restauro destinato ad ampliare le sale di esposizione. Anche così però è ottimistico pensare di visitare questo museo in appena sessanta minuti.



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Surrealismo elvetico a Lugano
17 marzo 2019
A giudicare dall'obelisco, il quadro, gli alari e la casetta il dipinto sembra appeso dal lato sbagliato. La parete, il tavolo e il lampadario sono però nel verso dello spettatore. Questa "Libertà del pittore" di Werner Schaad si traduce nella possibilità di vedere il mondo contemporaneamente da diverse prospettive, tutte egualmente vere e accettabili.
Le meditazioni ginevrine di Jean Viollet offrono due ragazze sedute su una panchina. Solo i loro piedi sono solidi e reali: man mano che si sale i loro contorni diventano sempre più evanescenti ed irreali fino a che l'espressione intensa dei loro volti si confonde con il cielo, come se si trattasse di un gioco di nubi capricciose. Anche la Flora di Emi lascia incerti tra un bel fiore dalla variopinta corolla e una semplice composizione astratta.
"Nuovi satelliti" del medesimo autore una specie di fiume che attraversa un'oscurità dominata dalle due immagini ovoformi che sembrano guardare dall'alto il paesaggio.
La mostra luganese dedicata al surrealismo elvetico è una riproposta proveniente da Argovia. Non so francamente se il surrealismo rossocrociato abbia delle caratteristiche proprie inconfondibili, ma di certo ha lasciato delle opere di grande valore che rendono affatto importante l'occasione che il LAC ci offre fino al prossimo 16 giugno.



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Alessandria scolpita – ma non solo
4 marzo 2019

E’ frequente la rappresentazione del compianto di Cristo: figure in lacrime raggruppate attorno a Gesù morto. A Palazzo Monferrato (Alessandria) ne è esposto uno proveniente da Castellazzo Bormida.

Giuseppe d’Arimatea è una colonna rigida che tiene in mano i chiodi come se fossero dei fiorellini. Sono figure squadrate, rigide e stereotipe. Dato che i tarli hanno consumato i basamenti, le statue si reggevano in piedi appoggiandosi tra di loro o – al più – alle pareti della cappella in cui si trovano. Il gruppo ha subito un importante restauro, per altro non ancora terminato. E’ un gruppo semplice, ma non per questo poco espressivo.

Nella stessa sala altri due “dolenti” (verosimilmente un Giovanni e Maria ai piedi della Croce) mostrano una sensibilità ben più forte e teatrale, anticipando un altro compianto proveniente da Serravalle, meno naif ma non meno impressionante dal punto di vista psicologico: notevole lo sguardo che d’Arimatea scambia con il Cristo morto – un “uomo, piangi il tuo grande peccato” ma anche la consapevolezza che solo guardando il volto del Salvatore è possibile la redenzione dell’uomo

Questa forte sensibilità trova il suo culmine nelle stupende sale dedicate al pavese Del Maino – per me una scoperta importante. Non a caso è sua la statua scelta per la locandina dell’esposizione. Sono molte le curiosità degne di nota in questa mostra. Si parte da un curioso Cristo multi-uso che grazie alle braccia snodabili può fungere da Crocefisso o da gisant per le processioni, si prosegue con una Madonna a scrigno di cui si può aprire il petto così da vedere un Pantocratore e un’Annunciazione. E si conclude poi con due porte intarsiate provenienti da Savona e con un rilievo ligneo di Bosco Marengo. E se mi stufo di vedere sculture ecco il trittico di Gandolfino da Roreto, proveniente da Quargnento Mi piace moltissimo quel san Pietro Martire che – se non fosse per la scure che gli fende il capo – potrebbe figurare in un Vogue rinascimentale. E la Madonna, con il suo volto grazioso, sembra la sorella della ragazzina raffigurata nel dipinto – del medesimo autore – proveniente dai musei di Palazzo Madama. I dipinti e le statue esposte in questa mostra – aperta fino al prossimo 5 maggio – permettono di conoscere un territorio affatto ricco di espressioni artistiche di valore.



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Il rinascimento nelle terre ticinesi
25 gennaio 2019
Un tempo il ducato di Milano arrivava fino a Bellinzona e anche adesso basta vedere il canton Ticino incunearsi tra Como e Varese per capire come il mondo italofono della Svizzera si compenetri con quello della vicina Lombardia.
 
rinascimento
 
Il rinascimento ticinese mi sembra dunque più un'espressione geografica che artistica. D'altronde il massimo capolavoro di Luini si trova a Lugano, in Santa Maria degli Angeli. E se avessi ancora dei dubbi, i dipinti in mostra a Rancate evocano figure italiche, Raffaello, Leonardo, Bramantino, Gaudenzio Ferrari. E c'è una Caterina d'Alessandria, sinuosa, con tracce di doratura, fine e dolcissima, di scuola gagginiana che mi fa volare fino in Sicilia, dove i nostri melidesi si sono fatti così ben valere.
 
Nel mezzanino mi sembra di trovarmi in "Aguzzate la vista". Una serie di Natività che differiscono per piccoli particolari: qui un San Giuseppe vestito da elegante gentiluomo, là una copia conforme della caricatura leonardesca di un vecchio che può incarnarsi in san Giuseppe come in un pastore adorante. Oppure degli elegantissimi angeli toscaneggianti in una tela proveniente dall'alessandrino (in cui, tra l'altro, occhieggia  un ovale di Madonna di fattura leonardesca - anche se privo del caratteristico, e a me sgradito, chiaro-scuro).
 
La mostra di Rancate - aperta fino al 17 febbraio - mi fa conoscere  l'opera di Francesco de Tatti, solido ed abile, di cui sono esposti alcuni monumentali affreschi e in più mi suggerisce tante interessanti escursioni nel cantone.
 
Per esempio, in una saletta in fondo alla pinacoteca gli "amici del Bigorio" hanno infilato una meravigliosa Madonna con bambino. Seduta su un parapetto, la Vergine delicatissima si incastona in un paesaggio nordico, colto nella luce del tramonto in cui splende la stella vespertina, mentre in primo piano si nota una stupenda natura morta con pappagallo. Miracolosamente bella.
 
rinascimento



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Cremona: Il regime dell'arte
21 gennaio 2019
Nel 1939 il gerarca fascista Farinacci organizzò nella sua Cremona un concorso di pittura sul tema "Ascoltazione alla radio di un discorso del duce".
 
C'è la riproduzione dell'opera vincitrice in cui Luciano Richetti mostra in un interno rurale una famiglia in ascolto. Dal lavoro furono tagliati dei ritratti - tele più facili da smerciare e che possono anche far dimenticare l'imbarazzante origine di regime.cremona
Siamo abituati al trasformismo italico e questa madre ha una sua nobiltà che rimanda a tanti nobili esempi dell'arte italiana - antica e presente. Noto ad esempio, subito all'entrata, una colonia marina di Giuseppe Moroni in cui i corpi dei ragazzi in primo piano sono molto ben realizzati e si inseriscono in una tradizione pittorica che va da Piero della Francesca a Carra.
 
Notevole anche il balilla fauve di Innocente Salvini
cremona
che colpisce per la ricchezza coloristica e l'originalità dello stile in mezzo a tante opere di realismo socialista. Tra l'altro proprio a fianco si trova una partenza del soldato che ha un'idea di partenza originale (siamo noi spettatori il milite salutato dalla famiglia) ma una realizzazione tecnica degna di un ex-voto paesano.
 
Fino all'inizio di marzo il museo Ala Ponzone di Cremona mette in mostra una selezione dei dipinti - talvolta frammentari - che hanno partecipato al premio - durato giusto tre anni - inventato da Farinacci. Se non sempre i lavori esposti sono di grande valore artistico, si trovano però segni della resilienza dell'arte, che anche in un ambiente culturalmente asfittico riesce ad essere interessante e a cogliere lo spirito dei tempi.
 
Non c'è nostalgia nell'esposizione, si lascia che le opere parlino - nel bene e nel male - da sè, nella speranza che toccare con mano cosa significhi un regime faccia comprendere meglio il presente.
 



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Museo diocesano di Milano
7 gennaio 2019
Cosa ci fa in un museo diocesano un nudo sensualissimo di un'adolescente ritratta da Balthus?      diocesanoO un paio di natiche firmate da Guttuso? O una serie di stupendi paesaggi italiani? Magari il "Cavalier Tempesta", pittore olandese specializzato in vedute di cieli temporaleschi, presente con un dipinto in cui luce e oscurità si mescolano con effetti drammatici potenti, alcuni pastori abbagliati da una lama di sole che attraversa il fosco ammasso delle nubi, mentre in secondo piano si riconosce il Castel Sant'Angelo.
diocesano
 
E' che questo museo diocesano è il risultato della somma di collezioni eterogenee, si va dai disegni del lascito Sozzani alle vedute della collezione Pozzobonelli.
 
E' ovvio che poi troveremo anche temi sacri. Bellissime due crocifissioni poste di fronte: quella zeffirelliana di Hayez,
 
diocesano
Una graziosa fanciulla ben diversa dal povero fagotto disperato dipinto da Mosè Bianchi, in un deserto polveroso in cui l'unico segno di vita è dato dal vento che implacabile muove il panno che cinge il fianco del Salvatore. Un disegno febbrile, che lascia l'ansia del non-finito
 
The 538 best images about Life of Christ -- Via Dolorosa ...
 
Un'immagine che spaventa come la danza macabra del Magnasco che racconta il furto sacrilego in una chiesa di Siziano
diocesanoScheletri e ladri svolazzano nel dipinto sotto lo sguardo della Vergine cui è dedicata la chiesa. Mi piacciono queste immagini fosche - e ripenso a una mostra che Genova dedicò a questo suo geniale figlio molti anni or sono.
 
Dato che però vale la regola del dulcis in fundo ecco che l'uscita dal museo diocesano passa per una sala dedicata a Lucio Fontana che - scopro adesso - aveva partecipato al concorso per il portale del duomo milanese. I giudici, impressionati dai bozzetti, non ebbero però il coraggio di accettare il progetto così come era, con le figure che assaltano lo spettatore uscendo dal quadro
 
diocesanoCi rifacciamo con le formelle in ceramica di una Via Crucis che propone di fatto lo stsso mondo dei concetti spaziali, con questi segni che non vogliono rimanere confinati nella bi-dimensionalità del quadro e che - nella drammaticità della rappresentazione sacra - acquistano una speciale urgenza.
 
diocesano



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Avorio giapponese a La Spezia
30 dicembre 2018
visita al museo Lia di La Spezia si apre con una importante collezione di oggetti in avorio di epoca medievale. Non c'erano allora animalisti, ma neanche umani che avessero saccheggiato le risorse del pianeta. A quel tempo ci si poteva abbandonare senza rimorso alla passione per tavolette, altari tascabili, oggetti devozionali. Non mancavano strumenti di uso quotidiano, come una coppia di cucchiai finemente scolpiti. Sono tanto belli che non oserei neanche tenerli in mano. Men che meno usarli a tavola.
 
Dopo un'ora e mezza di visita, ormai stremato e quasi quasi tentato di saltare l'ultima sala mi lascio incuriosire dalla mostra "Netsuke".
 
avorio
 
Si tratta di completare il cerchio della mia visita con una collezione di fermagli da cintura giapponesi in avorio (Netsuke, appunto). Forse per le caratteristiche del materiale usato, o per la funzione di questi oggetti, siamo nel campo del microscopico. Debbo inforcare gli occhiali o usare una buona lente di ingrandimento per gustare i dettagli di una narrazione basata sulle piccole cose. Divinità,  animali, strumenti musicali, scenette di vita anche grottesche ed esagerate. Un piccolo mondo che sta nel palmo di una mano. Le fotografie non rendono la magia di queste raffigurazioni lillipuziane.
 
"Anche le piccole cose possono inebriarci..." recita l'incipit del libro di canti spagnoli musicati da Hugo Wolf. Questa piccola mostra, che occupa solo un paio di stanze, che giunge dopo un lungo percorso di manoscritti miniati e dipinti spazianti dal duecento al settecento, è una bellissima sorpresa. Tra questi avori imparo a guardare oltre l'apparenza, a scendere nelle pieghe delle cose, a scoprire quanti tesori di bellezza si nascondono nel fermaglio di una cintura.
 
Avevo avuto una lunga e stancante giornata, ma questi oggetti hanno passato un colpo di spugna su fretta e problemi, mi hanno offerto una disintossicata serenità con cui sono tornato a sorridere alla vita.
 
La mostra è visitabile fino al prossimo 3 marzo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/12/2018 alle 16:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Macchiaioli al GAM di Torino
15 dicembre 2018
Parlare di Macchiaioli evoca subito i nomi di Fattori e Signorini; vediamo immagini patriottiche, paesaggi di Toscana: il profilo inconfondibile di Firenze, San Giminiano dominata dalla fortezza di Monteriggioni, Castiglioncello, la spiaggia di Viareggio.
Macchiaioli
 
Il GAM di Torino però ci informa che le terre sabaude hanno coltivato artisti che - seppur meno noti al grande pubblico hanno avuto lo stesso un certo peso nella storia dei Macchiaioli. Ammetto che non avevo mai sentito nominare Pittara, Fontanesi, Rayper. Addirittura gli unici artisti di cui sapevo qualcosa, D'Andrade e Avondo, non li avevo neanche mai collegati al mondo della pittura. Di Avondo sapevo che aveva comperato - per poi cederlo allo stato - il castello di Issogne. Di D'Andrade conoscevo il lavoro architettonico (è suo, tra le altre cose, il borgo medievale del Valentino). Anche se di origine portoghese, possiamo parlare di lui come di un Viollet-le-Duc alla bagna cauda.
 
Il mondo neo-gotico è molto importante per questi artisti (le narratrici del Decamerone, Dante sulla fiumana tra Chiavari e Sestri, la morte di Lorenzaccio. Ma anche il Davide che tranquillizza con la sua arpa il povero Saul è inguainato in un'elegante calzamaglia che lo imparenta con Angelo Branduardi. Le frequentatrici delle terme pompeiane, eleganti e ben disegnate, rappresentano l'anello di congiunzione tra Hayez e Cecil B. de Mille.
 
Mi muovo tra questo barbisonesco Rayper
 
macchiaioli
 
Un  Fontanesi che potrebbe raccontare qualcosa a Bocklin (e che tra l'altro dipinge alcuni meravigliosi carboncini)
Macchiaioli
 
 
E a quadri che ammiccano piuttosto alla grande pittura accademica
Macchiaioli
 
come questo Bezzuoli che mostra Lot con le figlie. Belle ragazze, specie quella di sinistra che con la scusa di portare sul capo il fagotto mostra di essere molto appetitosa. E non fosse che sullo sfondo si riconoscono Sodoma in fiamme e la moglie di Lot trasformata in statua diremmo - a giudicare dalla borsa piena di soldi - di aver a che fare con un vecchio barbogio in cerca di prostitute.
 
Uscendo dalla mostra Macchiaioli del GAM mi sono reso conto di aver imparato qualcosa di utile e buono.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/12/2018 alle 10:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Beckmann al museo di Mendrisio
12 dicembre 2018
Forse il momento più felice di Beckmann viene tra le due guerre, in riva al Mediterraneo. Corpi slanciati e atletici, visioni di luce e calore. L'adorata compagna - Quappi - è colta dal sonno
 
beckmann
Le braccia abbandonate a caso, prigioniere del sonno... da una mano cade il libro che la donna stava leggendo. Nessun pensiero dietro gli occhi chiusi, un'animalesca indifferenza al pudore. Le forme rotonde e sode, dolcemente sensuali nel chiarore circondato dal letto a sua volta chiuso dalle pareti marrone della stanza. Forse è più sexy in un quadro coevo, in cui i capezzoli sbucano dall'abito... ma qui c'è un sentimento di dolce vivere quanto mai opportuno in un autore tormentato. Mi sembra di riconoscere Quappi anche nella coppia di amanti del dopoguerra e nel frammento di uno specchio in un interno viola e verde.
 
I pittori usano lo specchio per fare gli autoritratti, un genere che Beckmann amava particolarmente: si ritrae all'inizio di ogni ciclo grafico, anche nelle nature morte capita di riconoscerne il profilo ducesco. Di tutti gli autoritratti esposti quello che mi piace di più lo mostra con lo sguardo di chi è pronto a sfidare il destino (siamo alla vigilia del secondo conflitto mondiale e il pittore si è rifugiato ad Amsterdam)
 
Beckmann
 
Mi rendo conto che potrei descrivere ogni angolo di questa mostra così intelligente e sopra tutto necessaria. Ci muoviamo in un mondo che anzichè fare nuove conoscenze preferisce percorrere i sentieri che garantiscono un botteghino ricco di biglietti staccati. Non c'è la fuffa delle pseudo-mostre ipertecnologiche in cui ci si immerge nelle riproduzioni di quadri, ma la paziente scoperta di una voce molto importante dell'arte tedesca della prima metà del '900.
 
Fino al 27 gennaio 2019 al Museo d'Arte di Mendrisio.
 



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Dada e Surrealismo - Fondazione Ferrero di Alba
3 dicembre 2018
Il quadro del manifesto mi ricorda qualcosa.
 
alba
 
In effetti, la signora che sta giocando con la corda, così rigida e piegata in avanti, come chi sta correndo evoca non poco la nutrice raffigurata dalla copertina di Nursery Chryme, dei Genesis
 
alba
 
C'è davvero tutto: il terreno giallo affettato con regolarità da linee che confluiscono in un punto di fuga, le ombre lunghe, le figurine sparse per il terreno, il paesaggio distante. C'è perfino la statua di Venere - una figura che ricorre spesso in questa mostra di Alba
 
 
E anche la ragazza che nella copertina dei Genesis impugna la mazza ha gli occhi tondi e l'aspetto statuario delle enigmatiche protagoniste dei quadri di Delvaux.
 
Tutto questo per notare come il mondo espressivo del surrealismo sia entrato nel nostro immaginario visivo. Le allitterazioni visive di Dalì, i volti e le figure costituite da animali e uomini
 
costituiscono la base di tante immagini tipo "Cosa c'è nella testa degli uomini" in cui il ritratto di un pensoso signore affetto da calvizie incipiente nasconde una donnina nuda.
 
Forse proprio in questo sta l'interesse - ma pure il limite - di questa mostra. Avrei infatti voluto che ogni tanto si inserisse qualche oggetto della nostra vita quotidiana in cui continuano le idee espresse da dadaismo e surrealismo. Non credo infatti che basti l'uso di un linguaggio figurativo molto chiaro e a tratti banale, associato a un grande virtuosismo (la prospettiva della mano che il pittore tende verso lo spettatore probabile soggetto del quadro che si sta dipingendo) a giustificare la popolarità di gran parte del surrealismo.
 
Anche con questo piccolo caveat la mostra della Fondazione Ferrero di Alba, aperta fino al 25 febbraio, merita la visita.



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La pinacoteca di Ferrara
20 novembre 2018
Il patrimonio artistico italiano è così ricco che un museo continua a essere interessante e pieno di opere di valore anche quando è chiuso per metà.

 

Attualmente chi visita la pinacoteca di Ferrara si deve accontentare di poche sale. Nella prima dei giganteschi affreschi staccati da pareti di conventi. Alcuni dipinti sono di gusto bizantino, Ravenna è vicinissima. Altri (S. Agostino in cattedra) sono gotici e colpiscono per la raffinatezza dei rimandi storici e simbolici.

ferrara

Chi usufruiva di queste opere sapeva leggere i cartigli e conosceva la storia antica meglio di tanti nostri contemporanei. Altro che secoli bui!

Poi ci sono i pittori dell'epoca di Ariosto.

In primis il Garofalo, soprannominato Raffaello della Romagna. Solida composizione, molto teatrale, con personaggi e architetture che formano le quinte entro cui si svolge la vicenda. E come sono belli, variati e vivaci i ritratti di cui sono cosparsi i suoi quadri. Ci trovo un'anticipazione di tutta l'arte romagnola a venire.

Un Carpaccio: Morte della Vergine. Gesù appare in alto, incorniciato da teste di angeli che a tutta prima avevo preso per roselline. Davanti al Salvatore l'anima in preghiera della Vergine il cui corpo viene pianto dagli apostoli, nella compatta e solida parte inferiore del dipinto. La mia curiosità è attratta dalla città sullo sfondo. Senza essere ancora al livello della Santa Maria degli Angeli luganese che mostra la moschea di Al Aqsa, le torri laterali sono chiaramente minareti: sono tutte quante incoronate dalla mezza luna.

ferrara

E poi è visibile il Polittico Costabili di Dosso Dossi.

ferrara

Il pittore di corte ci teneva a mostrare la propria bravura: osserviamo l'attenzione dedicata ai riflessi della luce sul metallo del vaso ai piedi della Madonna, o sull'armatura di San Giorgio. Ed anche il nudo San Sebastiano del lato opposto colpisce per la pienezza del biancore di questo corpo che spicca sull'ambiente scuro circostante. E comunque, per ripetere un effetto in cui Dossi è abile, ai piedi del santo - che era un militare - ci sta parte di un'armatura sbarluccicante. E mi colpisce anche il San Giovanni Evangelista seduto ai piedi della Vergine, con lo sguardo che incontra San Gerolamo. Sono due allievi che si parlano con gli occhi per non disturbare i Maestri che si trovano in gloria.




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Courbet e la natura - Ferrara Palazzo Diamanti
18 novembre 2018
Domenica pomeriggio. Due ragazze cercano ristoro dal caldo buttandosi sotto degli alberi in riva al fiume.
Courbet

Sono arrivate qui in barca... dall'abbigliamento si capisce che sono di facili costumi: i loro compagni non si vedono ma se ne indovina la presenza. Non posso far a meno di collegare questa immagine alla scampagnata festiva descritta all'inizio dei Miserabili. Courbet - come Hugo - descrive gente semplice ed umile dando loro una grandezza epica. Il pittore che si trova con il proprio mecenate - che per altro somiglia a Garibaldi - evoca un incontro di Teano nella campagna provenzale

Courbet

e l'autoritratto con ferita al cuore rientra in una drammatizzazione del proprio status.

E pensare che non c'è nulla di meno eroico delle signorine nude che emergono dalle acque con dei polpacci ben carnosi, la cellulite, la pancia bombata. Ma sono dettagli che compaiono solo a una osservazione più pignola e poi... chi dice che non siano proprio questi gli elementi che ce le rendono desiderabili?

courbet

Ma parliamo della natura promessa dal titolo della mostra: il tramonto sul lago Lemano, complice anche una lama di luce che imporpora le vette  e taglia in modo netto la montagna ha una forza degna di Hodler.

courbet

E poi c'è il mare scatenato: una forza in sè, spesso priva dell'elemento umano e resa con grande maestria.

courbet

La mostra si preoccupa di sottolineare le anticipazioni dell'impressionismo (i giochi di colore sulla neve, la luce sull'acqua), ma io osservo anche che le rocce da cui nasce la Loue hanno una compattezza degna di Cézanne.

Corbet non guarda però solo al futuro: una montagna illuminata sotto un cielo tempestoso mi riporta al mondo dei fiamminghi.

C'è tempo fino all'Epifania per visitare questa mostra sicuramente molto interessante.




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Scuola romana a Villa Torlonia
10 novembre 2018
I vecchi ricordano le immagini dei film Luce che mostrano Mussolini nella intimità di villa Torlonia. Dopo un lungo periodo di degrado il luogo è tornato ad essere fruibile. Non so però quante persone si rendano conto del valore di villa Torlonia.
 
Ho visitato il solo Casino dei nobili (il maltempo recente ha portato non pochi danni), una costruzione in uno stile neoclassico molto comune anche fuori Europa, visto che mi ha evocato le ville dei magnati di Newport nel Rhode Island. A piano terra e primo piano sono ricostruiti gli ambienti dei Torlonia: ori, marmi, affreschi. La decorazione molto ricca rende la sala da ballo più grande di quello che essa è in realtà. Tutto molto bello, piacevole. Il dolce sta in fondo, al secondo piano: un museo dedicato alla cosiddetta scuola romana.
 
La Crocefissione laica di Fausto Pirandello, con questo Cristo sdraiato a terra, di sbieco in una foresta di piedi
 
torlonia
 
o ancora la Lezione di piano di Mafai, con le due figure femminili rigide e impettite che mi fanno sentire gli sgradevoli suoni che escono dal martoriato pianoforte verticale
 
torlonia
 
E se l'arte mi deve fare entrare nella pelle di qualcun altro non riesco a trovare niente di meglio delle prostitute di Vespignani: mammelle cadenti, pance rigonfie, un sesso sfatto che si intravede in una lingerie traforata. Ma come sono sensuali e desiderabili!
 
E poi ci sono le sculture di Antonietta Raphael, opere di Cagli, Capogrossi, Fazzini... fino a giungere alla sorpresa della donazione Ingrao.
 
Non sapevo che il politico del PCI avesse un fratello e una cognata appassionati collezionisti d'arte e che le opere in loro possesso avessero trovato ospitalità in due stanze di villa Torlonia.
 
Si tratta della continuazione ideale di quanto visto precedentemente della scuola romana. Al di là del valore umano delle dediche lasciate ai collezionisti ci sono lavori di altissimo valore (dei Burri tanto piccoli quanto belli).
 
Io poi ho lasciato il cuore di fronte alla tenue armonia di questo Turcato
 
torlonia
 
Bello e stellare



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Il Corriere dei Piccoli al museo del fumetto
18 ottobre 2018
Per me il Corriere dei piccoli è come il François-le-champi del Narratore proustiano. Dunque mi sono avvicinato con muta reverenza alla mostra che il milanese museo del fumetto gli dedica da qui a gennaio.
 
corriere
 
In occasione del centenario della testata, alla Rotonda della Besana si fece una celebrazione intinta nel nostalgico pennello del "come-eravamo". Oggi però ci viene offerta un'analisi più scientifica di questo settimanale.
 
Il museo del fumetto si concentra su pochi numeri "cardine", significativi per la storia della testata, e sulle firme che hanno contribuito alla sua grandezza, persone come Hugo Pratt, Dino Battaglia, Sergio Tofano, Dino Buzzati, Italo Calvino, Mino Milani, Grazia Nidasio, Jacovitti... Una lunga - ed incompleta - lista che lascia il segno in testi e disegni di ottima qualità.
 
Sono esposte diverse tavole originali, un paio sono anche disposte su una lavagna luminosa che rende conto di come avvenisse la coloritura: sul recto i margini fatti con inchiostro di china, sul verso i colori. Peccato che non si sia pensato di lasciare visibile il verso di una di queste tavole, per mostrare queste aree di colore omogeneo separate dai bianchi corrispondenti ai margini dei disegni.
 
Curiosissimo il confronto tra la prima storia pubblicata dal Corriere dei piccoli e l'originale statunitense. Non c'è solo il diverso formato che obbliga a presentare meno quadri e a perdere la lunga morale conclusiva - destinata forse anche ad un pubblico più grandicello. E' fondamentale che i curatori italiani decisero di sostituire i fumetti con i celeberrimi versi a rima baciata. E' il risultato delle polemiche - di cui ebbi sentore anche io alla mia epoca - secondo le quali i fumetti sono diseducativi perchè disabituano alla lettura. Da un lato penso che senza l'effetto nefasto dei fumetti avrei bisogno di un'altra casa per ospitare i miei libri, dall'altro mi ricordo che nell'arte medievale si trovano sia le didascalie sia parole che escono dalla bocca dei personaggi, ora direttamente ora scritte in cartigli.
 
Ancora più significativa è la storia di Paola Lombroso Carrara, incaricata dal direttore del Corriere - il celebre Albertini - di preparare il lancio del giornale. Al momento cruciale Albertini, non sentendosela di lasciare una donna alla direzione di un periodico, preferì farle gestire la rubrica delle lettere. Dopo poco tempo l'atmosfera irrespirabile della redazione obbligò Paola Lombroso alle dimissioni: Italia, ti riconosco.
 
 



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Carlo Carrà a Palazzo Reale di Milano
15 ottobre 2018
C'è un abisso tra l'agiografia da realismo socialista della posa assunta dagli scultorei protagonisti dell'Allegoria del lavoro ed un tardo dipinto in cui due lavoratori svolgono il loro compito senza neanche pensare che qualcuno li stia guardando.
 
CarràLa mostra di Palazzo Reale dedicata a Carlo Carrà (aperta fino al prossimo febbraio) preferisce lo schema cronologico alla contrapposizione di temi visti in diversi momenti della vita creativa del pittore.
 
Forse è meglio così. Con l'età  non cambia soltanto lo stile ma anche il contenuto delle opere. La cronologia permette di misurare l'influenza del divisionismo, l'entusiasmo del giovane artista per il mondo moderno, la gioia di far entrare i lampioni elettrici, i tram, la folla cittadina e le locomotive. Posso immaginare l'ebbrezza di chi a Parigi è uscito dal provincialismo e viene a contatto con modi nuovi di esprimersi.
 
Carrà
 
Non si può però eliminare facilmente tutta la tradizione pittorica del passato e ad un certo punto Carrà torna a rivalutare il mondo comprende i vari Giotto, Masaccio... La mostra documenta la fase metafisica, con i manichini immersi in atmosfere da città ideale...
 
...l'innamoramento per il paesaggio...
Carrà
 
...magari vivificato dalla presenza umana, massiccia, statuaria e silenziosa
 
Carrà
 
C'è anche l'ultima opera dipinta da Carrà, forse non casualmente una natura morta.
La mostra è completata da un ampio corredo di fotografie e disegni.
 
Non mi piace usare il termine evento che ormai è troppo usurato. Di certo questa esposizione è uno degli appuntamenti più interessanti in questo autunno milanese.



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Passeggiata della Madonna a Pavia
1 ottobre 2018
In un caldo sabato pomeriggio di settembre la sezione pavese del TCI ha riunito una sporca dozzina quasi esclusivamente femminile decisa a stanare le immagini mariane presenti nelle vie del centro storico.
 
Io conoscevo solo l'immagine posta vicino all'arco di via Vidari.
 
Madonna
E' un dipinto moderno che copre il maldestro restauro di una Madonna molto più antica. La nostra guida (Alice Flauto) è molto chiara sul fatto che la documentazione riguardante queste immagini è scarna, spesso ci si trova di fronte a Madonne rovinate o del tutto introvabili. A poca distanza da via Vidari il "Terzo slargo di via Cardano" dovrebbe presentare un'altra Madonna. Le case hanno però facciate uniformemente gialle. Se un'immagine esiste può essere stata coperta dall'intonaco, o trovarsi in un cortile privato, quando non dentro una casa. Ci sarebbe per esempio una Vergine attribuita al Bramantino, chiusa sotto un vetro ormai smerigliato e verosimilmente del tutto distrutta.
 
Ha avuto più fortuna la Madonna Certosina, così chiamata perchè faceva parte di un complesso certosino
 
madonna
Venerata come miracolosa - la si era vista illuminarsi nella notte - sarebbe sparita se fosse stato compiuto il progetto di costruire il padiglione di fisiologia dell'Università pavese. E' invece giunta fino a noi e pure  restaurata pochi anni fa.
 
A poca distanza, nella "Madonna della palla" rimane conficcata una palla di cannone sparata durante l'assedio subito dalla città all'inizio del XVII secolo. Quello che non riuscì all'artiglieria nemica fu compiuto dal nubifragio del 1988 così che oggi possiamo vedere solo la cornice in stucco e la palla arrugginita.
 
madonna
 
Si trascorre da aneddoto in aneddoto: un soldato austriaco lancia un sasso contro una Madonna, cui rimane in fronte la ferita della pietra. La leggenda vuole però che il sasso sia rimbalzato sull'aggressore che secondo alcuni muore, secondo altri si pente e converte.
 
E la passeggiata che era partita dalla statua passata solo di recente dal duomo alla nicchia del Broletto si conclude davanti al castello. Proprio sul ponte levatoio
madonna
il bassorilievo di un'Annunciazione di cui neanche mi sono accorto in tutte le volte che sono passato da quelle parti.



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Chia in mostra alla Casa Rusca di Locarno
16 settembre 2018
Trovo spesso delle figure reclinate, di profilo. In questo dipinto
chia
Chia raffigura se stesso a colori vivaci, complementari rispetto all'ambiente in cui è inserito. Gli occhi sono chiusi, indifferenti a noi spettatori, impegnati anzi a fronteggiare un aggressivo felino che forma un tutt'uno con il corpo dell'artista. Selvaggio, minaccioso, lontano dall'immagine che ci viene proposta quindici anni dopo, nella versione malinconica: colore bianco-grigio, gli strumenti del mestiere abbandonati ai suoi piedi. Meno male che - un po' avanti nel secolo attuale - abbiamo un atteggiamento più conciliato
 
chia
 
in cui fili di colore sembrano uscire come un fumetto dalla bocca di un uomo vestito semplicemente, con tinte che contrastano con l'etereo splendore della sua creazione.
 
La mostra che la locarnese Casa Rusca dedica a Chia fino alla prossima epifania si snoda su due piani che presentano opere anche di grandi dimensioni.
 
Non so chi sia la persona ritratta in questo dipinto. Da lontano i capelli lunghi, i baffetti, l'abito e le mani affusolate mi avevano fatto pensare a Michelangeli. Il contrasto fra lo sfondo vivace e la tenuità dell'incarnato mi piace molto e mi fa immaginare una grande intimità ed amicizia con la persona ritratta.
 
 
Ci sono corpi massicci e ben formati, anche violenti (bello uno Hand Game in cui il volto del femminicida è compattamente privo di lineamenti, cieco come la brutalità della scena mostrata). Spesso penso anche a certe polpute figure di De Chirico.
 
 
E' una mostra che si visita bene. Sono spesso ritornato sui miei passi all'interno del medesimo piano per rivedere lo stesso quadro alla luce di come l'artista ha riaffrontato nel tempo un soggetto.
 



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Galleria Sabauda - Francesco Cairo: Sant'Agnese
15 settembre 2018
Sono abituato a trovare nella pittura barocca delle sante immerse in estasi poco mistiche e molto carnali. Con Francesco Cairo si è certi di trovare atmosfere degne più di un sito a luci rosse che di una chiesa: bocche aperte ed occhi chiusi nella maschera immutabile del piacere fisico che ogni frequentatore casuale di certe pagine web conosce alla perfezione.
 
L'angolo - rigorosamente vietato ai minori - che la Galleria Sabauda dedica a Cairo sarebbe prevedibile se non fosse per questo martirio di Sant'Agnese
 
cairo
 
La donna è chiusa nel suo godimento intimo e struggente. Lui le rimane attaccato come una patella allo scoglio. Ha la passione monomaniacale di un maschio che è appena uscito da una prolungata astinenza. I due formano un corpo solo, una sola massa carica di passione.
 
L'occhio però cade sulla parte inferiore del dipinto e nota che - per dirla con Monteverdi e Tasso - questi sono "nodi di fier nemico e non d'amante". Potremmo pensare al femminicidio di un innamorato respinto, o anche semplicemente ad un rapporto sado-maso.
 
Certo quest'immagine turba non poco, lontana come è dalla pacifica iconografia della santa compunta, inginocchioni, che si lascia decapitare con tranquillità mentre degli angioletti svolazzano felici agitando le palme del martirio.
 
Qui invece la concentrazione sui due protagonisti - la vittima ed il carnefice - e la commistione di violenza e piacere mettono a disagio lo spettatore che non riesce a dimenticare tanto facilmente questa immagine, carica di crudeltà e dolore.
 
E' un dipinto affatto memorabile ed originale, che scardina l'ordine pacifico della pittura devozionale.



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Centocinquanta anni di Pellizza da Volpedo
3 settembre 2018
Giuseppe Pellizza, l'autore del celebre "Quarto stato", nasceva 150 anni fa a Volpedo, un paesotto ai piedi delle colline tortonesi. La sua casa natale, in periferia, poco lontano dal cimitero, esiste ancora oggi e contiene il suo atelier.
 
E' uno stanzone quadrato, con il pavimento in cotto come si usava un tempo nelle nostre cascine. C'è troppa gente perchè io abbia la possibilità di guardare che libri si trovano nella biblioteca della parete sinistra - sempre ammesso e non concesso che ci siano i testi di proprietà del pittore.
 
Non mancano gli attrezzi del mestiere, busti e modelli anatomici, colori, cavalletti. Sulla gamba di uno di questi un piccolo schizzo di prato su cui ci sono dei panni stesi ad asciugare. In alto dei quadri di grandi dimensioni ritraggono i genitori di Pellizza. Sono in un dialogo ideale con uno dei quadri che - in occasione di questo centocinquantenario dalla nascita - sono in esposizione temporanea a Volpedo per tutto il mese di settembre.
 
pellizza
 
Nella civiltà contadina il mediatore era una persona importante. Giani è rappresentato con una precisione che sarà fondamentale per il successo del celebre "Quarto stato". Non c'è solo la cura con cui è disegnato il bastone. La barba non fatta, il panciotto troppo stretto e un occhiello bianco tra le gambe che lascia presagire che pure i pantaloni sono al limite delle loro possibilità... sono dettagli che raccontano il mondo povero da cui proviene Pellizza.
 
Ed ecco il pittore
pellizza
 
Possiamo seguire l'evoluzione del modo con cui si porge a noi nella riproduzione fotografica di una prima versione del ritratto, la versione esposta agli Uffizi e uno schizzo molto più vivace e dalla posa meno ufficiale.
 
Completano la piccola mostra un paesaggio dal gusto impressionista, un prato fiorito in cui riconosco le colline del posto e una grande tela di sapore segantiniano - Emigranti
 
pellizza
 
in cui il profilo delle Alpi si sposa al correre del locale Curone - si notano anche delle figure di lavoranti sul greto del torrente.
 
A seguire raccomando una capatina alla vicina pieve, il cui profilo si riconosce nella Fiumana, che contiene alcuni affreschi di grande pregio - il catino absidale, alcuni pilastri e una Madonna in fondo alla navata destra.



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La chiesa di San Gilles a Poprad (SK)
12 agosto 2018
Il problema della desertificazione del nucleo cittadino è stato risolto a Poprad con il classico uovo di Colombo: basta costruire un gigantesco centro commerciale di quattro piani proprio a fianco della lunga via pedonale che attraversa la cittadina.
 
Poprad è tirata a nuovo, piccola e pulita. Appena usciti per l'appunto dal mastodontico "Forum" si nota una torre campanaria ampia e quadrata, con cima merlata, oggi adibita a bar. Attualmente  la salita è possibile solo chiedendo  il permesso ai proprietari.
 
L'adiacente San Gilles è aperta invece alle 15 con visita guidata da parte di un volenteroso dell'ufficio turistico locale.
 
È una chiesetta gotica. Un piccolo pronao conduce a un semplice portale gotico interamente rifatto negli anni scorsi. L'interno ha due volte  affrescate come se fossero un cielo. L'attenzione è attratta subito dal ricco ciclo di affreschi delle pareti. Al centro della chiesa un Giudizio Universale di cui si legge bene solo il lato destro, con i peccatori che vanno alla perdizione. Noto che i volti delle figure sono quasi sempre vuoti. Immagino in conseguenza di qualche ondata iconoclasta.
 
Sulla parete di fondo sono descritte le morti di alcuni santi - Andrea, Bartolomeo. Divertente il fatto che il mio accompagnatore confonda, in una rigorosa applicazione della legge di Murphy, un santo con l'altro e che alla fine sono io a guidarlo sulle storie della Natività - dall'Annunciazione alla Fuga in Egitto - del lato sinistro. La Crocefissione invece si trova sulla parete destra della chiesa, in una posizione relativamente defilata.
 
Curiosamente il dedicatario della chiesa non compare negli affreschi ma solo in una tavola in legno non particolarmente interessante. D'altro canto gli affreschi sono rimasti qui solo per l'impossibilità di trasportarli altrove: la tavola della Vergine di Poprad è invece finita nel museo di Bratislava.
 
Forse, visti gli orari di apertura della chiesa, è meglio così.



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Cracovia: La situazione è cambiata
10 agosto 2018
Sono andato al museo nazionale di Cracovia per la leonardesca Dama con l'Ermellino ed ho avuto la sorpresa di trovare un'eccellente esposizione sui cambiamenti registrati dall'arte polacca di oggi.
 
Ho avuto un buon inizio con Antoni Falat
[caption id="attachment_4101" align="aligncenter" width="442"]cracovia Falat - Spokoj[/caption]
Questo Spokoj - tradotto come "Pace" - non è nè pacifico nè tranquillo. La scritta rossa, come di sangue che cola... Timbro e penna fanno pensare che la divisa appartenga ad un militare burocrate. Ma la testa di cane evoca l'immagine di un animale affettuoso, fedele ed amabile... Peccato che tutti i buoni sentimenti che connetto all'idea di cane svaniscano osservando che l'animale non punta lo sguardo allo spettatore ma lo rivolge ad un padrone esterno, magari dell'est.
 
E non è però che le dita mozzate di Vittoria, Vittoria
dello scultore di Cracovia Bernadski non siano riconducibili alla delusione del mondo post-comunista?
 
Ho visitato in città la galleria dedicata all'arte polacca del XVIII e XIX secolo. Si trovano anche bei quadri, senza però rilevare una voce davvero originale. Sono dipinti che rientrano nel solco delle mode espressive europee del tempo che potrebbero venire da un qualsiasi paese del continente.
 
La collezione contemporanea del museo di Cracovia invece ha - ovviamente nel rispetto di tendenze espressive internazionali - una sua personalità bianco/rossa. Si percorre un secolo difficile, segnato da una rivoluzione espressiva che il regime ha tentato di affogare nel realismo socialista. Le opere esposte attraversano tutta la nostra epoca con una eccitante varietà di stili e mezzi espressivi.  Ho trovato in queste sale un'arte fresca che continua ad interrogare lo spettatore, la voce di una nazione risvegliata che desidera farsi ascoltare dentro e fuori dai confini del proprio paese. Se nei secoli passati ci si accontentava di essere, oggi si vuole lasciare un segno individuale nel mondo.
 
Il titolo della mostra "La situazione è cambiata" indica perfettamente le contraddizioni in cui ci si muove in questa epoca il cui paesaggio è in continua evoluzione.
 
Altre immagini si trovano a questo sito
 



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Veit Stoss - Dormizione della Vergine (Cracovia)
8 agosto 2018
La Vergine si affloscia tra le braccia di San Pietro come un pallone cui si sia aperta la valvola dell'aria. Alle sue spalle San Giovanni, convinto che sia solo un malore, le porge premuroso il mantello azzurro di ordinanza. San Pietro invece sembra solo preoccupato di non lasciar cadere questo peso che gli è piombato improvvisamente tra le braccia.
 
]stoss 

Noi però vediamo le dita di Maria: lunghe, esangui. Penzolano nel vuoto. Ci dicono che la vita le è scivolata via. Siamo noi spettatori a cogliere il mistero di quanto è accaduto.
 
Non avendo infatti la macchia del Peccato Originale, Maria non può conoscere la morte e la corruzione del sepolcro. A San Sebaldo, in Norimberga, un portale mostra gli apostoli intenti a trasportarne la bara. L'iconografia normale ci mostra però un sepolcro pieno di fiori circondato da apostoli che mirano verso il cielo in cui - è dogma di fede - Maria è assunta con il proprio corpo.
 
È lì in Paradiso che Stoss ce la propone nella parte alta dell'altare scolpito per la cattedrale di Cracovia.
 
stoss
 
Non c'è dubbio che in alto, incoronata dal Figlio come Regina dell'universo, Maria sia bella. Però, in tutta la serie di personaggi scolpiti da Voss, è nel momento in cui il sonno fa cedere il suo corpo, che l'artista ce la fa sentire vicina a noi e più umana.



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L'abbazia Santa Maria di Rivalta Scrivia
24 luglio 2018
Le abbazie cistercensi sono strutturate in chiesa, chiostro con sala capitolare e dormitorio con deposito per le vettovaglie. Rivalta non fa eccezione anche se del chiostro rimane solo un verde prato quadrato. Il lato opposto alla chiesa è stato usato come fondamenta per un palazzo disabitato (ma di proprietà, mi si dice, dei Gavio) ed in totale sfacelo: muri fatiscenti, persiane sbrindellate... Pare che all'interno ci sia un salone delle feste molto importante. Noi però ci accontentiamo della sala capitolare, con una bella entrata a trifore e sopra tutto dei cicli di affreschi presenti nella chiesa.
 
Non so nulla di questo Boxilio che si premura di lasciare la firma sui propri affreschi... il suo orgoglio di artista non era certo mal riposto. La Madonna che spreme la propria mammella per nutrire con il proprio latte il santo inginocchiato
 
rivalta
 
ha un  indubitabile fascino ed è uno dei punti forti della visita.
 
Così come mi è piaciuta la decorazione absidale, con gli elaborati baldacchini gotici che incorniciano Vergine e santi e in specie un piccolo affresco posto in una nicchia a sinistra dell'altare maggiore
rivalta
Chiaramente una rappresentazione della Trinità - le tre persone che si mettono a tavola con Abramo, tanto frequenti nelle icone ortodosse. Ed al mondo orientale rimanda anche la benedizione con le due dita alzate. Peccato non essere riuscito a sapere alcun dettaglio sull'età e sul possibile autore di quest'opera.
 
L'abbazia di Rivalta è aperta grazie a dei volontari che confondono l'Apocalisse con il Vangelo di Giovanni. Ho preferito fare finta di nulla per lasciarmi la speranza che ci sia stato un momento di confusione.
 
Di Apocalisse si parla al primo piano in quello che suppongo dovesse essere il dormitorio dei monaci. Qui sono allestite due mostre, una di icone e una costituita da ampie tele di un pittore locale (Giuseppe Papetti) che descrive efficacemente, usando diverse tecniche l'ultimo libro del Nuovo Testamento.
Rivalta



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Art Brut itinerante in Svizzera
17 luglio 2018
Leggo dal sito del museo Art Brut di Losanna "Le opere di Art brut sono realizzate da creatori autodidatti, marginali, posti in una posizione di spirito ribelle o impermeabili a norme e valori collettivi, che creano senza preoccuparsi di critica o pubblico o dello sguardo altrui. Senza bisogno di riconoscimento o approvazione, concepiscono un universo a proprio uso e consumo. Le loro opere, realizzate con mezzi e materiali generalmente inediti, sono esenti da influenze uscite dalla tradizione artistica ed impiegano modi di figurazione singolari".
 
Il museo losannese dedicato all'Art brut organizza una mostra itinerante, fino al 21 ottobre ad Ascona  ed a partire da fine gennaio ad Aargau.
 
Sono impressionato subito dalle opere di Berthe Urasco, paziente psichiatrica che mostra una fortissima personalità
 
Art brut
 
Forse uno psicoterapeuta potrebbe trovare una spiegazione alle toppe gigantesche delle porte di queste case inserite in ambienti simmetrici.
 
Già... le simmetrie... E' incredibile notare che in artisti situati fuori dall'Accademia sia così forte la volontà di costruire le proprie opere secondo schemi formali facilmente riconoscibili. Adolf Wölffli disegna delle specie di mandala, complicatissimi e ricchi
 
Art brut
 
E rigide simmetrie, costruite anche mediante metameri, le ritrovo ad ogni piè sospinto. Tutto sommato, anche l'atto di scattare un banalissimo selfie risponde ad una esigenza espressiva e - seppur inconsciamente - prima di scattare ho scelto cosa includere nella mia fotografia e come disporlo così da poter raccontare qualcosa. La simmetria e la scansione ritmica sono forse gli elementi formali più semplici ed immediati.
 
Ma osserviamo il gusto sicuro con cui Aloise Corbaz distribuisce i pieni ed i vuoti nei suoi dipinti

 

Un discorso a parte forse meriterebbe Diego, con i suoi grattacieli nuovayorchesi o soprattutto Angelo Meani, milanese, con dei mascheroni arcimboldeschi. Sono opere fatte con materiali disparati: piattini, tazzine da caffè e te, vasi di vetro. Perfino due scoiattolini azzurri che originariamente dovevano essere quegli imbarazzanti soprammobili di cattivo gusto regalati da un parente che viene regolarmente in visita a casa nostra dove si aspetta di vederli in bella mostra. Meani li trasfigura facendone i riccioli della capigliatura del suo mamuthones art brut.




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