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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Santa Giulia. da Brixia a Brescia
9 maggio 2021
In alcune opere i personaggi sono disegnati con dei margini netti, quasi grossolani, che mi fanno pensare ai reperti provenienti dalla Gallia. Manca la levigata transizione tra la superficie del marmo e le figure in rilievo.

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Anche l’elaborata prospettiva delle decorazioni in stile pompeiano tende a lasciare lo spazio a dei mazzi di fiori che, per quanto piacevoli, sono alla portata di qualsiasi mestierante.

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Seicento chilometri di oggi sono affatto più corti rispetto a qualche migliaio di anni fa. Immagino che ci troviamo in una zona periferica, dove ci si accontenta di un’espressione artistica meno raffinata, però mi viene il dubbio che in queste rappresentazioni si sia già inserito il tarlo della decadenza. Le iconografie stereotipe delle necropoli mostrano quanto sia facile passare dalla simbologia pagana a quella cristiana senza soluzione di continuità. I volti – pur essendo rimasti identici – fissano un aldilà affatto diverso. E mi incuriosisce una statuetta che raffigura un contadino il cui zaino attorno al collo può trasformarsi facilmente nell’agnello di un Buon Pastore. Ricordo d’altro canto che avevo visto qualcosa di simile anni or sono anche al Museo Romano della capitale.

Le case di Bacco e delle Fontane sono state scoperte in tempi relativamente recenti: stiamo percorrendo un suolo che nasconde ancora molti tesori niente affatto lontani dal nostro sentire. Certi mosaici geometrici potrebbero benissimo essere opera di qualche contemporaneo.

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permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/5/2021 alle 18:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Romanico comasco
28 febbraio 2021
La basilica di Sant’Abbondio è fuori dalle mura cittadine, in una posizione leggermente sopraelevata a pochi passi dal cimitero. Anche se non ci si può arrivare per caso sono comunque sbigottito dall’affresco dell’abside.

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E’ la storia della Redenzione, dall’Annunciata fino al Golgotha seguendo fedelmente l’iconografia tradizionale. Eppure è la prima volta che vedo a colori i re Magi stretti nel loro letto come tre bastoncini di pesce surgelato. Un’immagine nuova eppure ritrovata spesso sulle facciate di tante cattedrali… un memento di quanto fosse diverso il mondo medioevale rispetto a quanto è arrivato fino a noi.

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E riconosco pure un inizio di prospettiva illusionistica in un personaggio che si sporge da una balaustra marmorea.

In città la chiesa di San Fedele, sulla piazza omonima, ha anch’essa una facciata in pietra chiara, liscia e squadrata. Solo che il portale non è inquadrato da una ghirlanda geometrica ma reca in cima un mosaico di stile moderno. Già da questo posso immaginare il coacervo stilistico che mi aspetta: di fronte a una parte superiore di gusto sei-settecentesco ho – ad altezza degli occhi – una serie di archi neri a tutto sesto che mi immergono nella fede ruvida ma solida del romanico. E se entrando in chiesa trovo una Madonna in trono di gusto rinascimentale, datata e firmata

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nel transetto sinistro ci sono degli affreschi che mi reimmergono nelle atmosfere romaniche.

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permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/2/2021 alle 18:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
XNL Piacenza
4 novembre 2020
Se lo si legge all’inglese XNL diventa ex Enel… una sigla racconta la storia di un edificio pubblico riconvertito a museo di arte contemporanea (per la moderna la fondamentale Ricci Oddi è a poca distanza da qui).

Spazi ampi e ariosi in cui le opere respirano felici. Cartellini che presentano le notizie fondamentali senza trasformarsi in papiri pieni di paroloni astrusi che allontanano il visitatore. Chi vuole può informarsi ed essere pronto a seguire lavori ostici come tutto quanto è nuovo ma non per questo fuori dalla portata di chiunque.

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La barca fatta di scarpe, con tanto di frammento di gomena, o i bidoni variopinti da cui esce dell’olio, ma anche i massi di Anish Kapoor ci parlano senza bisogno di spiegazioni. Ma anche i mondi di Hyrst, Fontana e Burri sono – anche inconsapevolmente – entrati nel nostro quotidiano.

Merita all’ultimo piano il filmato con le interviste ai collezionisti. È almeno dall’epoca di Ottaviano Augusto che l’arte nuova ha bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di investire in essa, senza sapere cosa attecchirà ed è giusto ricordare i mecenati di oggi in un mondo in cui i poteri pubblici mostrano la totale insipienza.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/11/2020 alle 8:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Arazzi ad Asti
2 novembre 2020
Il solo arazzo moderno che mi viene in mente adesso è il gigantesco Pantocratore della Cattedrale di Coventry. Figuriamoci se conosco i laboratori astigiani dedicati a questa arte. Il primo arazzo che vedo mi immerge in un paesaggio invernale piemontese. Riconosco le colline, il cielo lattiginoso, la trasparenza dei piani di colore. Ho l’impressione di essere davanti a un olio tanto è ricco il trascolorare dell’immagine.

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E non scherza neppure questa voluttuosa natura morta. Siamo al culmine del virtuosismo pittorico. Io, che sono abituato a vecchi arazzi sbiaditi dal tempo, fatico ad accettare questa policromia e trovo incredibili le ombreggiature, gli sfumati, le transizioni.

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Ed è bella questa Dafne elegantemente Liberty, che si fonde sia con il paesaggio che con l’innamorato Apollo, in una perfetta costruzione tripartita dove le figure umane formano una linea curva che occupa il primo terzo dell’opera.

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La mostra è sita nel Palazzo della famiglia Mazzetti, piccola nobiltà locale che si permette di portare in provincia il lusso della capitale, con una galleria piena di affreschi, stucchi e legni dorati degna delle dimore regali. C’è uno spiccato gusto per la teatralità in una casa nobiliare che sa il fatto suo. Mutatis mutandis mi viene in mente il nizzardo Palazzo Lascaris.

I piani superiori ospitano oggi la parte che si è salvata della magione signorile e un piacevole museo eterogeneo: cimeli dell’estremo oriente, dipinti locali, anche di buona fattura (interessanti la visione impressionistica della piazza del mercato astigiana o un cezannesco ponte della ferrovia), piccola ebanisteria e le opere che hanno avuto il premio Alfieri. Bello e degno di valorizzazione



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/11/2020 alle 8:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mostra al femminile alla fondazione Merz
1 novembre 2020
Non riesco a riconoscere alla cieca il sesso e la razza degli artisti. Mi limito a chiedere cosa l’artista ha da dirmi, senza preoccuparmi della sua identità.

Entrando debbo attraversare un telo dipinto che occupa tutto lo spazio. Come il mio cane sono tentato di evitare l’ostacolo, ma rinuncio a farlo per rispettare la volontà dell’artista, ovviamente cozzo contro una piega del sipario e trovo il passaggio. Sapendo che l’esposizione vuole mostrare la visione femminile del mondo immagino di essere lo spermatozoo Woody Allen che si avventura oltre questa gigantesca vulva verso un immenso salone dominato da barche lattescenti sospese.

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“Dove stiamo andando?” si chiede Chiharu Shiota. Non mi importa, voglio seguirti, qualsiasi meta tu abbia, su queste barchette esili come i sogni e simili a nubi. Come l’impenetrabile di Mona Hatoum, un cubo formato da una gentilissima serie di fili che solo quando ci si avvicina mostrano di essere spinati.

La realtà non è un qualcosa di univoco. Se non ci fosse un avviso a non entrare sbatterei il muso contro il poliedro a specchio di Maria Papadimitriou, una delle opere più originali della mostra, che scompone il reale e la mia umile persona.

Anche Sophie Calle gioca con l’interpretazione delle parole. Dopo aver letto quanto scritto su un telo dobbiamo sollevarlo per andare al “secondo grado” della realtà. Come pretendono le barzellette sessiste, noi maschi siamo semplici ed abbiamo bisogno dell’arguzia femminile per andare oltre l’immediato.

E se Pamela Rosenkranz inserisce in una surreale luce verde il pacchetto che sto aspettando dal web (Amazon’s Spirit), Cynthia Marcelle con “La famiglia in disordine” offre una copia precisa della mia stanza assieme all’auspicio di come dovrebbe essere.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/11/2020 alle 8:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fondazione Zani - Brescia
23 ottobre 2020
A pochi chilometri da Brescia si trova la casa museo di un ricco mecenate morto pochi anni fa.

Attraverso un giardino ben tenuto, dalle aiuole e piante accuratamente pareggiate, si giunge a un portico lungo e basso che mi evoca la Villa Kerylos di Beaulieu. In effetti la casa è costruita attorno a un impluvium – provvidenzialmente chiuso da una lastra di vetro – ed evoca l’antichità classica. Non c’è però il desiderio di ricreare, e reinventare, il mondo di greci e romani. Si costruisce un ambiente in cui risaltino i begli oggetti d’arte presenti.

Senza fare come la signora che, visitando il bagno, invita il marito a prendere ispirazione per la propria dimora – immagino ugualmente lussuosa, mi occupo del gigantesco tavolino ottagonale in pietre dure. La gran quantità di lapislazzuli usati è ancora la parte meno importante di un succoso e saporito frutteto pieno di vita. Sono molti i commessi presenti nella collezione – tra l’altro la zona dell’impluvio raccoglie i migliori oggetti in marmo raccolti; aggiungo alcuni finissimi mosaici (uccelli, un tondo di San Pietro) che a prima vista sembrano dipinti.

Se poi cerco quadri veri e propri posso allietarmi con Guardi, Canaletto, Bellotto, Boucher, Longhi (tutta una serie di tele in camera da letto).

Un sapiente sistema di luci, evidenziando ad hoc le opere descritte dalla guida, indirizza a comando la mia attenzione. Un buon metodo per condurre delle visite guidate: troppo spesso le teste ciondolano nel vano tentativo di capire cosa viene descritto dal cicerone.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 23/10/2020 alle 8:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Giornata Fai: Melegnano e Vimercate
19 ottobre 2020
Esteriormente il castello di Melegnano è identico ai suoi confratelli: scuro e massiccio, torri quadrate agli angoli, il fossato su cui passa un ponte diretto a un cortile ad U assai squallido. Le parti laterali sono fatiscenti, con infissi in liquefazione e vetri rotti. Il lato corto, intonacato, ospita il museo cittadino. Vi si entra con una scala ampia e poco ripida costruita per raggiungere il piano nobile a cavallo. All’interno le sale sono riccamente affrescate: storie mitologiche, le battaglie vinte dal feudatario locale, figure allegoriche e geometriche, alcune immagini di città. Se fatico a incamminarmi per Basilea, mostrata a volo d’uccello, riconosco subito il doppio coro della cattedrale di Spira

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Inconfondibile anche il duomo di Colonia, ancora in costruzione – si vede alla sinistra una gigantesca gru. E anche se l’abside tripartito è un po’ più basso di come me lo ricordo non dubito di avere di fronte la riproduzione dell’amato Groß Santk-Martin. Sono le città del Sacro Romano Impero, comprese Erfurt e l’altra Francoforte, quella sull’Oder…

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Tanta meraviglia nel negletto museo comunale, lacrime nella cosiddetta “ala lunga” che sessant’anni fa ospitò degli appartamentini popolari. Ci consoliamo pensando che le controsoffittature hanno per lo meno risparmiato le parti superiori degli affreschi. Quelli della parete interna sono anche ben tenuti – un Giove stupendo la cui somiglianza con Dio Padre rallegrerebbe Dan Brown – incredibile un soffitto a cassettoni che ha mantenuto intatti i colori, ma temo che se non si interviene in fretta tutto possa deperire ancora di più.

Facile dire che la cultura è il nostro petrolio. Bisognerebbe ricordare che per ottenerlo i pozzi vanno trivellati e curati. E anche se si trovano i soldi per un restauro ci vuole un progetto serio di sfruttamento, magari imitando i francesi che inserirebbero Melegnano in una via turistica che parte dalle abbazie milanesi per giungere almeno alla graziosa Lodi.

Io sono andato molto più a nord, a Vimercate, dove palazzo Trotti poteva fare nel 700 da scenario alle avventure della villeggiatura. Oggi le sale affrescate con le vicende di Cleopatra, Semiramide e Atalanta servono per i consigli comunali e – verosimilmente – per qualche occasione ufficiale. Meriterebbero anche degli orari di visita regolari: la Francia campa su questi palazzotti nobiliari.



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Giornata Fai a Torricella Verzate (PV)
17 ottobre 2020
E’ l’improvvisazione a far sì che nelle giornate FAI di questo strampalato 2020 ci vengano proposti molti luoghi visitabili normalmente anche senza il contributo del FAI? Oppure c’è un senso in tutto ciò, visto che l’azione non ha mai fatto seguito al pensiero ogni volta che ho alzato gli occhi dalla statale al santuario di Torricella Verzate?

Il luogo ha una posizione dominante sulle colline che stanno spiegando i colori malinconici dell’autunno. Si tratta però della solita chiesa settecentesca, con una facciata bianca da cui è sparito l’affresco della Resurrezione presente un tempo. Dentro, un altar maggiore barocco traslato dalla vicina Pavia in epoca napoleonica e un Cristo deposto in legno di rozza bellezza. Quest’opera, che descrive la fervida fede contadina, si accoppia bene alle cappelle del Sacro Monte circostante. I cattivi hanno le espressioni stereotipe dei film di Giuliano Gemma, i fondali, tranne un paio di visioni di una città che potrebbe benissimo essere l’antica Roma, sono alquanto dozzinali, ma la Crocefissione ha una forte espressività e i volti – specie quello della paffuta Maddalena – sono molto belli.

Chiusa alla vista – nonostante il FAI – l’adiacente Scala Santa. Pigrizia? Pessimo stato di conservazione? Non ci ha pensato nessuno?



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Ritrattistica genovese
12 ottobre 2020
Non dubito un secondo su chi comanda in casa. Lascio stare la psicobanalisi e mi occupo dell’abito. I panneggi sono resi con nervose e sottili pennellate più degne di qualche dama parigina di Boldini che di una matrona genovese di qualche secolo prima. Degne di attenzione la cura con cui sono rese la mano affusolata e la corposità dello sfondo che rimanda ancora alla Belle époque.

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I genovesi sono gente che bada al solido. Giovan Battista Cambiaso si fa ritrarre contento di sè, della propria pinguedine accentuata da ermellino e veste rossa, un volto banale, niente affatto bello ma una mano appoggiata sulla sola cosa che conti: i concretissimi segni del proprio potere. Sullo sfondo, sempre per non lasciare nulla al caso, la Lanterna.

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Meno male che ci pensano le signore a mettere un poco di raffinatezza. Un vitino di vespa creato molto dal contrasto tra abito bianco e mantello blu che chiude i fianchi. Il pittore gioca molto bene a rendere ancora più fascinosa una dama che surclassa le castigate Cleopatre in mostra che, anziché offrire un ubertoso seno all’aspide, preferiscono immergere la perla nel vino lasciandoci immaginare lussuria e voluttà.

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E questa serissima feldmarescialla ligure, con il suo Mohammed, oggetto destinato a ricordare – se non bastano sete e gioielli – la ricchezza della commanditaria, seria e altera nell’ingegnoso cromatismo del suo abito, ricorda che i neri non sono un’esclusiva di Burri.

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Derain a Mendrisio
10 ottobre 2020
Posso seguire questa mostra in ordine cronologico o suddividerla per generi. Appena entro il salone alla mia sinistra contiene ceramiche e statue. È la sezione che mi interessa meno: per i miei gusti è troppo marcata la derivazione dall’arte antica del Mediterraneo perchè mi si accenda la scintilla dell’entusiasmo.

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Poi però viene la fase fauve, con un incredibile paesaggio della Costa Azzurra, che occhieggia in mezzo a torride piante tropicali. Ovvi gli omaggi a Cézanne, ma questa italiana ha una potente originalità. L’abito rimanda al mondo cubista, riecheggiato anche da una tavolozza poco ampia, dominata dai colori freddi (a parte la vezzosa pettorina che funge da centro di gravità cromatico); le mani e il volto hanno una delicatezza e una sensibilità che accendono la mia fantasia

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Bellissimi i nudi, privi di idealizzazione. La signora dai fianchi larghi, prosperosi, una ciccia rinascimentale che ben si sposa con la delicata natura morta – altro genere ben rappesentato in mostra.

Dal ritratto Iturrino (con delle mani degne del Greco) a quello di famigliari e belle signore. Questa, dallo sguardo che mi sfugge, con falsa modestia (il rossetto e la collana, la capigliatura vaporosa che lascia immaginare abissi erotici)

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Si passa al cupo e disperato periodo bellico alla riscoperta della classicità. Accanto all’influenza dei maestri rinascimentali (già ampiamente citati nei nudi e nei ritratti) il gioco di luci e ombre di queste Baccanti mi riporta a quella Grecia che a inizio mostra mi aveva lasciato freddo.



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Museo comunale di Ascona - Werefkin e Javlenskij
6 ottobre 2020
Se non fosse per il seno che gonfia la camicetta penserei a un bel marinaretto che nasconde la propria timidezza con un eccesso di spavalda aggressività. In una lettera Marianne Werefkin dice di sentirsi più uomo che donna e spiega quanto trova in sè di maschile e femminile ma – a ben vedere – questo dipinto ci ha già confessato tutto, sia dal punto umano che artistico.

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Seguiremo Marianne e il compagno Alexej Jawlenski da San Pietroburgo a Lituania e Polonia, fino in Baviera – riconosco il castello di Fussen che domina una strada impressionisticamente innevata.

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Fino alla neutrale Svizzera, che accoglie anche questi due fuggiaschi (a dimostrazione che i profughi arricchiscono i paesi che danno loro ricetto). Abbandonata da Alexej, che ha un figlio – Andreas – da un’altra donna, è gioco forza rifugiarsi sul lago Maggiore. E forse il più commovente reperto di questa epoca è la diga con le poche barche attraccate che ritroverò a centro metri dal museo comunale.

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Sarò una mala lingua, ma ho il dubbio che dichiarazioni sull’accademismo di tanta arte astratta abbiano come bersaglio queste teste del compagno così pignolamente primitive, che mostrano il debito verso l’ormai assodato cubismo.

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Si finisce con un gruppo di quadri di Andreas Jawlenski. Molto colorismo, buona fattura. Un’altra storia di artista di origine nordica trapiantato felicemente nel Ticino. Ua visione notturna di Locarno: il giallo acceso di tenda e davanzale, la macchia rossa dei fiori che rende ancora più torrido il blu della notte punteggiato dalle luci aranciate. Basta poco per accostare il dipinto alle opere dell’altro grande crucco della zona che vado sempre a visitare su a Montagnola.

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Santa Maria delle Grazie a Milano
1 ottobre 2020
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Ho trovato un nuovo impiego per il mio telefonino: come parasole mi permette di vedere con bastante chiarezza il San Giovanni con donatore di Marco d’Oggiono. Ad essere onesti è un dipinto di fattura buona ma non eccelsa. La costruzione e il paesaggio sono di tutto rispetto; i personaggi non sono particolarmente idealizzati ma non c’è nulla che faccia uscire quest’opera dal mare magnum del lavoro di bottega. Penso che D’Oggiono e Luini avrebbero avuto nella storia dell’arte la stessa importanza anche con un maestro diverso da Leonardo.

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Nessun dubbio su questo Ferrari, potentissimo, che annulla la distanza tra spettatore e scena rappresentata. Una sottile striscia di cielo bigio separa il piano narrativo celeste, con il Cristo, i ladroni e gli angeli, dal nostro terreno sconvolgimento. I volti dei personaggi non lasciano spazio al dubbio: nel momento in cui il Figlio dell’uomo è innalzato tutti noi facciamo – come il centurione – la nostra professione di Fede. Tra i dettagli degni di interesse c’è il virtuosismo con cui sono resi i cavalli.

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E poi ci sono la ricca decorazione dell’interno, la tela di ringraziamento per la fine della peste con la madre di Cecilia che lascia in evidenza il bubbone sul seno.

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Un crocifisso di Francesco Messina, elegante come uno stiletto.

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Il chiostro non è visitabile. Mancano i volontari che un cartello all’entrata invita a farsi avanti? Non ci sono bagarini che fiutano l’affare leonardesco? Non importa niente a nessuno? Uno dei tanti misteri insoluti di questo paese di zotici.



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Il castello di Moncalieri (TO)
30 agosto 2020
Polo museale e caserma dei Carabinieri convivono: il cortile interno, un tempo giardino all’italiana, è oggi la piazza d’armi, con pennone, bandiera, monumento ed erba rasata e pettinata; oltre il muro di cinta si intravede il parco all’inglese, attualmente di proprietà del comune e inagibile.

Un gruppo di volontari permette nei fine settimana delle visite guidate agli appartamenti reali. O – se preferiamo – a quello che ne resta. Nel 2008 un incendio ha distrutto due stanze angolari: essendo impossibile la ricostruzione dell’insieme si è optato per un tessuto trasparente che lascia immaginare, come una fotografia in bianco e nero, la decorazione delle stanze originali senza nascondere i danni provocati dal fuoco. Molte stanze sono vuote. Ripenso a una bellissima mostra sull’ebanisteria sabauda realizzata un paio di anni fa a Venaria e mi sembra che in tutto il Piemonte ci sia quanto basta per un’ esposizione permanente sul tema. Al centro di un simile museo ci starebbe benissimo l’ascensore, uno dei primi installati in Italia, in legno, puro stile liberty. Un perfetto riassunto del gusto italiano dell’epoca

E poi, quanto rimane degli appartamenti reali, con ceramiche, specchi e cineserie conferma che i Savoia non sono una casata di provincia, lontana dalle correnti del gusto europeo e che l’arte piemontese aspetta ancora di venir adeguatamente valorizzata.



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Musei a Moulins
8 agosto 2020
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Trentasei gradi all’ombra sono perniciosi quanto un violento acquazzone. Anche se però ci fosse stato un clima gradevole la Madonna allattante avrebbe meritato la visita del museo locale di Moulins. E quanto a dolcezza essa fa il paio con un’altra statua presente nella medesima sala.

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Ottima la sezione dedicata alle pale d’altare, con – fra le tante – questa elaborata Crocefissione, ricchissima nell’abito di Maddalena e nelle espressioni dei personaggi.

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Curiose le decorazioni in stile giapponese provenienti dalla dimora di Theodore de Banville, piene di gusto del pastiche e di umorismo – una Odette de Crécy che fa il verso a se stessa. Ma incredibile la vicina casa Mantin.

Mantin era un sotto-prefetto che aveva ereditato tutti i beni della propria famiglia. Egli si costruisce una casa in cui ritirarsi con la compagna e una collezione di tutto rispetto. Ci sono arazzi, trofei di caccia, dipinti su cuoio, perfino rane impagliate… il tutto in un’abitazione lussuosa, con tutte le comodità che si potevano avere a fine XIX secolo. Stupende la scala in legno che si inerpicano per tutta l’altezza della dimora e in generale le boiseries che formano l’impalcatura delle stanze.

Sopra tutto aleggia il desiderio di lasciare dietro di sé qualcosa che vada a profitto della comunità. Il testamento del signor Martin prevede che la compagna abbia delle case in cui vivere comodamente e stabilisce con molta pignoleria il modo con cui la cittadinanza – o i suoi eredi – dovranno aprire al pubblico la casa-museo. Potrò anche sorridere dell’horror vacui ottocentesco, del gusto per il falso antico, dell’auto-compiacimento borghese che sbuca quasi ad ogni angolo, ma sono costretto ad ammirare il desiderio di lasciare agli altri un briciolo della bellezza che, sola, rende una vita degna di essere vissuta.



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Tours: Voluttà al museo di belle arti
7 agosto 2020
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Tra Covid, vigipirate e allerta canicola, il museo delle Belle Arti di Tours chiude il secondo piano, accorcia gli orari, impone un percorso a senso unico con coda per entrare in alcune sale. Non tocca la mostra temporanea il cui titolo evoca la calma voluttà di Baudelaire e che mi si apre con un’Andromeda di Bin che guarda il mostro ai suoi piedi con l’occhio torvo di una persona stupita dalla temeraria insolenza dell’animale. Di Perseo che sta svolazzandole non sembra preoccuparsi più di tanto.

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Tanto mi diverte questa avvenente figliola quanto prendo sul serio la polputa Eva di Sicard. Era dai tempi del Bernini di Villa Borghese che non trovavo un simile tripudio di cellulite. Basta con le solite ragazze mingherline, affusolate, appena uscite da un salone di bellezza. Mammelle esagerate che rischiano di sprofondare tra cosce ampie. Le signore di Renoir al confronto sono anoressiche. Questa Eva, come altre donne raffigurate a fianco, offrono un’originale visione del bello che mi incuriosisce moltissimo.

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Debat-Ponsin
Il filo comune tra tutti questi artisti – per me Carneadi – è temporale (sono vissuti tra ‘800 e ‘900) e regionale (vengono dalla Turenna o almeno vi hanno lavorato). La mostra è un bell’invito al viaggio nella Regione Centro.



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La chiesa quasi persiana di Balbec
1 agosto 2020
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Pur sapendo che tutto nella Recherche è il risultato della fusione di elementi eterogenei (l’autore usa all’inizio del romanzo il verbo concasser) se debbo pensare a una chiesa normanna di stile quasi persiano nomino subito quella di Bayeux. Senza dubbio certi temi iconografici fanno parte di un immaginario celtico. Eppure alcune sculture evocano mondi orientali.

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Sono immagini rubate alla navata centrale, aguzzando bene la vista verso l’arco a tutto sesto in cui, improvvisamente, le linee spezzate tipiche dello stile normanno lasciano il posto a barbute teste esotiche.

Una volta tanto non mi limito al viaggio temporale tra romanico e gotico ma mi sposto anche nello spazio con le vicende di San Nicola di Bari raccontate nel transetto destro. Oppure mi immergo in uno dei muti concerti di angeli musicanti che il medioevo allestisce per me nella cripta.

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Città ardenti - Museo di Caen
30 luglio 2020
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L’arte si è sempre preoccupata di descrivere la quotidianità, penso ad esempio alle rappresentazioni medievali dei lavori stagionali o ai quadri di genere.

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Non mi stupisce dunque che a partire dall’impressionismo si rappresentino la macchina, il mondo industriale con i suoi fumi, le ciminiere, la sporcizia e la fine degli idilli bucolici. Le celebri stiratrici di Degas in trasferta dal museo d’Orsay a Caen possono anche essere studi degli effetti di luce creati dal vapore, saggi del virtuosismo con cui un bravo pittore rende il sudore di braccia paffute. Ma dato che un’opera d’arte è fatta anche dal nostro sguardo, leggiamo in queste donne una storia di fatica e sfruttamento.

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Anche se in questa epoca i diritti dei lavoratori stanno cedendo di fronte a un capitalismo che si dopa per mantenere il mito di una crescita infinita, conosciamo la storia delle lotte sindacali e i pannelli appesi alle pareti della mostra sono il contrappunto alle immagini che sfilano di fronte. Il ricorso a dipinti propagandistici o ai rigurgiti à la Brecht-Weill presenti nella performance musicale e teatrale cui ho assistito sono così un complemento – utile ma non indispensabile a un’ottima esposizione.



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Antonin Personnaz al BeauxArts di Rouen
29 luglio 2020
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All’inizio del XX secolo i fratelli Lumière avevano inventato la fotografia a colori. In verità il procedimento era complesso e ad un’osservazione ravvicinata non si aveva mai una tinta unita ben solida ma le immagini erano piuttosto fatte di puntini colorati secondo una tecnica molto in voga nella pittura dell’epoca. Così, può star bene che l’ombrellino della signora non sia di un rosso acceso e che alcune immagini si perdano in uno sfumato impressionista. Del resto, la differenza è sempre fatta dall’occhio del fotografo, anche quando mi lascia basito il virtuosismo tecnico di chi cattura una mareggiata.

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Mi sembra riduttivo guardare queste fotografie tenendo a mente cosa avevano fatto gli impressionisti, anche quando Personnaz riprende le loro tematiche (covoni di grano, effetti di neve e nebbia). E direi anche che se proprio voglio trovare un limite a questo geniale artista è di non essersi del tutto staccato dai suoi modelli pittorici come se la fotografia non fosse un’arte autonoma ed a sé stante.

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La mostra è un eccezionale documento di maestria e arte fotografica.




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Ferrara: Palazzo Schifanoia
24 giugno 2020
Nomen omen. In questo palazzo sito all’estrema periferia della città, poco prima del muro di cinta, si va per schifare la noia, ossia per allontanare il fastidioso tedio. Come diremmo oggi, per divertirci. Solo che anche l’ultimo dei cortigiani, edotto dei miti dell’antichità e della simbologia delle immagini, non aveva bisogno di cartigli per identificare gli attributi della Carità – non a caso messa alla testata d’angolo della stanza – perchè, come dice San Paolo, si tratta della virtù più importante di tutte.

Non solo Franceschini – bella forza! – ma pure io, umile turista del XXI secolo, sono impreparato rispetto agli uomini della corte estense, e fatico a ricostruire il significato delle pitture che scorrono sulle pareti. Se le reminiscenze del mago Otelma mi fanno riconoscere i segni zodiacali e i lavori dell’anno resto imbambolato dai carri allegorici e dalle divinità dei singoli mesi. Il massimo cui arrivo è capire la finezza con cui sono caratterizzati i singoli personaggi e il barocchismo ante litteram del giovanotto le cui gambe superano il contorno della parete.

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Con buona pace dell’autarchica supponenza di Augias ci sono voluti otto anni perchè dopo il terremoto gli affreschi di palazzo Schifanoia tornassero ad essere fruibili. L’epoca del corona-virus limita le visite a non più di una quindicina di persone ogni mezz’ora, ma noto che durante la settimana è facilissimo mantenere il distanziamento sociale: siamo troppo convinti che all’estero ci invidino il primo ministro cotonato per accorgerci di quanto siano belle e parlanti queste testimonianze di un’epoca d’oro purtroppo terminata da tempo.



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Orgoglio svizzero 3
20 giugno 2020
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Bisogna essere molto snob per preferire alle seduzioni del Foxtown le braccia del Museo Cantonale di Mendrisio. Per giunta in una giornata di sole. Ma sono curioso di vagare attraverso l’arte contemporanea ticinese. Non mi aspettavo di ritrovarmi un capannone del mirabile centro commerciale nelle fotografie che Minelli ha scattato della cittadina, ma in compenso mi incuriosisco di fronte ai paesaggi del Mendrisiotto offerti da Piera Zurcher. La prima impressione è di quadri astratti, rosso e nero, poi mi sembra di riconoscere monti e boschi. E’ la mia fantasia? E’ la volontà dell’artista? Non lo so, anche perchè non c’è alcun pannello che mi offra uno straccio di biografia degli artisti, un’indicazione dei loro percorsi creativi. Non ho voglia di nuotare nell’assurdo critichese che appesta tante mostre, ma da qui a non avere indicazioni ne corre.

Ed è un peccato, perchè ho visto molti lavori che mi hanno incuriosito e mi hanno messo voglia di sapere qualcosa di più. Per esempio “Einerseits”, curiosa opera che – guardata dall’angolo giusto – mostra un martello (l’arte non è uno specchio ma un martello?). E mi piacerebbe anche sapere se è lavoro a quattro mani (Una Szeeman e Bohdan Stehlik), come è nata, come artisti diversi possano collaborare a un progetto…

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Con tutto questo le opere esposte sono di ottima qualità e mettono una gran voglia di scoprire qualcosa in più su cosa bolle in pentola nell’arte della vicina Svizzera.



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Florentia dreaming a Castiglione Olona
25 maggio 2020
La cupola abbassata e perfettamente circolare che si inscrive nel cubo della Chiesa in villa, mi ricorda la cappella dei Pazzi. Manca il porticato anteriore, ma il portale in pietra grigia rimanda alle decorazioni toscane in pietra serena. Se il gigantesco San Cristoforo a destra testimonia la vicinanza con il Canton Ticino, all’interno il sarcofago di Guido da Castiglione ha delle forme bombate e una ricca statuaria che si rifanno ai modelli rinascimentali fiorentini.

Se debbo rinunciare alla visita del museo Branda Castiglioni, almeno il clero è attento alle ragioni dell’arte e lascia aperto il complesso della collegiata. L’esterno della chiesa può venir confuso con quello di tantissimi edifici religiosi del nord Italia; non faccio neanche caso alla decorazione neo-gotica dell’interno. L’abside però ha una incredibile vita della Madonna, di Masolino da Panicale. Il tempo, cancellando gli orpelli regali dei Magi, li ha resi più simili a noi, umili pastori testimoni dei misteri sacri. Mi immedesimo nel San Giuseppe addormentato all’estrema sinistra del ciclo, la sua solida semplicità mi fa sognare la Cappella Brancacci. Non trascuro la vita di san Lorenzo del Vecchietta in cui i personaggi hanno gli abiti ed i modi della Firenze quattrocentesca.

L’Olona è diventato l’Arno… ancora di più nel battistero. Mi aspetto che il novello cristiano rimiri se stesso nell’immagine di Cristo immerso nel Giordano, ma questa visione dell’Amen mi sconcerta. Non solo il cielo ma anche la terra si squarcia in un bagliore di luce chiara; sullo sfondo un paesaggio montano che sa di Lombardia e che lascia presagire il marchio di fabbrica leonardesco.

All’estremità destra del battistero Salome riceve la testa del Battista. Una bella signorina, dal profilo aggraziato, elegante come un Pollaiolo, ma in fondo fredda come le mannequin delle riviste di moda. Io preferisco le sue dame di compagnia, immortalate in espressioni di stupore e ribrezzo che fanno di loro non le comparse ma le vere protagoniste della vicenda.

Ancora oggi, nonostante dovremmo essere abituati a certi effetti pittorici, ci stupiamo di fronte al virtuosismo prospettico con cui sono resi i palazzi dello sfondo. Come per i personaggi umani, abbiamo davanti non dei modelli idealizzati ma degli edifici veri e concreti. Basta osservare un fregio di putti identico a quello che ho visto un paio di ore prima sulla facciata della chiesa in villa.



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Offerta Veronese - Due dipinti in uno
24 febbraio 2020
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A sinistra un classicissimo battesimo di Cristo per aspersione con tanto di visione divina in alto e angeli festanti. A destra delle creature alate, due alberi creano la transizione a una scena del tutto diversa in cui Gesù conversa con un tipo che indossa un saio. L’abito però non fa il monaco: le dita aguzze ci fanno capire che siamo di fronte a Satana, intento a porgere i sassi che Gesù dovrebbe trasformare in pane. E sullo sfondo, pronta per la tentazione successiva, una mirabile città candida e luminosa (Gerusalemme?)

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E’ un elemento architettonico a dividere in due parti perfettamente simmetriche il telerio della cena in casa di Levi. Uguale la disposizione dei piatti in tavola nonché dei pieni e vuoti dei personaggi. Chi guarda verso il centro sembra interessato alla lite tra cani e gatti più che al commensale a capotavola. Potremmo pensare che il tizio barbuto della destra sia Gesù, se non fosse per l’assenza di aureola e per il fatto che la Maddalena è chiaramente a sinistra. E poi c’è dell’altro: nelle rappresentazioni dei Giudizi Universali i salvati sono a sinistra e i dannati a destra di chi osserva. Il quadro ci presenta due mondi simili, ma opposti. Il primo dominato dalla figura sacra del Salvatore, l’altro dalla gozzoviglia mondana e bisogna fare attenzione per riconoscerli. E’ forse qui l’insegnamento morale?

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Un’ Ultima Cena, in cui i discepoli si mettono in posa come dei bravi cattolici controriformati. Una colonna sulla mezzeria conduce all’altra metà dove sono incuriosito da un cane sentimentale che alza pieno di aspettativa il muso verso il commensale che gli porge il pane. E poco più in là un mendico riceve da mangiare da una ragazzina di spalle. Mi viene in mente il povero Lazzaro, che veniva dopo i cani, nutrito da quanto cadeva dalla mensa del ricco epulone.



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Mostra Bernardo Strozzi a Genova
12 gennaio 2020
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Su un soffitto di Palazzo Lomellino a Genova, Bernardo Strozzi celebra la scoperta dell’America. Non si tratta solo di campanilismo: lo spostamento verso occidente delle rotte commerciali ha accresciuto l’importanza finanziaria di Genova rispetto alla rivale Venezia. Una bella signora (la Fede) con una caravella sullo sfondo si appoggia alla Croce. Bellissima fattura. Però, visto che mi interessa capire l’epoca in cui mi muovo, preferisco soffermarmi sulle immagini laterali: animali provenienti dal nuovo mondo, rappresentazioni degli indios che sotto fattezze originali propongono gesti consueti e normali, come per esempio la fanciulla che, sul modello di tante Madonne della pappa, imbocca il bambino. E’ proprio possibile dunque che anche questi selvaggi abbiano un’anima.

Strozzi è colto qui nel pieno della maturità artistica: tiene bottega e fa commercio della propria pittura, ciò che l’abito talare gli proibisce. Per questo motivo lascia Genova alla volta di Venezia. Nella città lagunare compone una grande tela con la parabola dell’invitato a nozze. Ci è rimasto solo il lato destro, conservato all’Accademia di Venezia. Per immaginare il resto ci dobbiamo accontentare di due bozzetti esposti a Genova, in cui l’uomo entrato nella sala del banchetto senza avere l’abito di nozze viene cacciato da un severo re tra gli sguardi divertiti e curiosi delle persone sedute a tavola.

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Non è un problema, per un maestro affermato, fare il verso ai grandi della pittura veneta, così come è evidente l’influenza caravaggesca nella Conversione di San Pietro

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Immagini che sbucano dall’oscurità, sottoposte a una forte illuminazione drammatica. Un dialogo condotto non con parole ma con sguardi espressivi e con mani che disegnano un’unica linea che lega i personaggi. E Gesù è incredibilmente giovane, come il bel ragazzotto che fa girare la testa alla Samaritana all’inizio della mostra.

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E’ stata una mostra meritevole di interesse.




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Cercasi evento ai musei civici di Pavia
5 gennaio 2020
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Quando il bigliettaio del museo Mandralisca (Cefalù) mi dice che il celebre Antonello da Messina è momentaneamente fuori sede perchè esposto a Pavia sobbalzo divertito. Ho fatto un sacco di chilometri per non vedere un quadro esposto invece nella mia città.

Senza tirare in ballo – come fa il pannello pavese – due Leonardi, da Vinci e Sciascia, ammiro la nonchalance con cui Antonello da Messina introduce il realismo fiammingo nella nostra ritrattistica.

Poi, però mi chiedo che bisogno abbiamo di creare l’ evento facendo spostare un prezioso dipinto. Evidentemente qualcuno pensa che la Pala Bottigella o il cantiere della Certosa di Pavia immortalato da Bergognone non valgano la pena da soli di fare una visita ai musei pavesi. Dobbiamo costruire attorno qualcosa di speciale, di certo l’ordinaria amministrazione non fa per noi.

E la rabbia aumenta osservando che metà dei musei è regolarmente chiusa. Oggi toccava alla galleria degli antichi e Risorgimento essere off-limits, qualche mese fa all’ottocento italiano. Dovremo inventarci un preimpressionismo pavese per creare interesse attorno ai Trecourt, Piccio, Cremona e Faruffini?



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Il trionfo della morte
31 dicembre 2019
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La morte cavalca un destriero magro e metallico che sembra rimandare a Picasso. Può essere visto come una macchina inesorabile, il Juggernaut, che una volta messa in moto travolge tutto quanto le si para di fronte. Davanti a questo destriero la morte saettante passa in secondo piano. Forse perchè si tratta di una invenzione che trovo già nell’Iliade. O forse perchè sembra più trattabile della sua cavalcatura.

Sono grigi e stantii i prelati che apparentemente hanno tirato le cuoia per primi. Mentre i cortigiani mantengono, anche trafitti, un aspetto roseo e paffuto. Forse, come nel Lied di Schubert, si illudono di venir a patti con la morte. Ma chi sa… in alto a destra i musici accanto alla fontana sembrano immuni dal nero destino di morte. È forse il mito della sorgente di eterna giovinezza?

Si tratta di un affresco conservato a Palazzo Abatellis di Palermo.



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Castrum superius. Storia della Palermo meticcia
27 dicembre 2019
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Peccato che la mostra “Castrum superius” dedicata alla storia di Palazzo dei Normanni non sia permanente: la considero un ottimo complemento alla visita della vicina Cattedrale nonchè un mezzo per capire la stupidità di chi erge muri tra le popolazioni.

La mostra ci conduce infatti in mezzo a una Palermo araba che al cambio di millennio accoglie i nordici Normanni, i quali, per non restare senza eredi, tirano fuori Costanza dal convento per farle sposare un crucco – Enrico VI Hohenstaufen.

Documenti, oggetti d’arte che ricordano agli illusi sovranisti che il nostro sangue è misto e che la nostra arte incrocia influssi disparati. Se poco prima avevo sognato Siviglia e Cordova non è stato per caso: sto annusando un bouquet di profumi forestieri che a un piano di distanza, nella Cappella Palatina, offrono un altro connubio di civiltà, stavolta con il magico oriente bizantino.




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Collezione Ceruti - Rivoli (TO)
30 novembre 2019
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Il ragioner Cerruti importa dagli Stati Uniti un tipo di rilegatura affatto rivoluzionario per l’Italia. La brossura e la pubblicazione delle guide del telefono – gli assicureranno un sacco di soldi. Il nostro ragioniere può dunque pensare a una villetta appena fuori città, su una collina che domina l’arco alpino. Una alta torre rotonda circondata da una costruzione bassa, un pezzo di Costa Azzurra che guarda il Monviso.

Non ci vivranno nè i genitori cui è destinata nè i figli. Meglio stare vicino alla fabbrica in Torino. Al massimo, la domenica pomeriggio, Cerruti può andare a svagarsi nella camera da letto in compagnia della sua collezione.

Pare che all’inizio non sia stata presa bene l’idea di spendere tanto denaro per degli scarabocchi. Cerruti ha gusto e senza allontanarsi dalla ditta torinese acquista pezzi di grandissimo pregio che vanno da Gaddi fino a Warhol. E’ una passione che dura fino all’anno precedente la morte, quando viene acquisito da Sotheby un ritratto di Renoir.

La visita è destinata a piccoli gruppi (meglio prenotare in rete): gli spazi sono esigui, camminiamo su tappeti di grandissimo valore, i dipinti sono appesi alle pareti in una imbarazzante intimità con noi visitatori, potrei abbracciare la bella spagnola di Modigliani, mi viene il capogiro di fronte a tanti bei dipinti del novecento. Il tutto presentato con cura maniacale, appena possibile in pendant, come usava un tempo. Il disegno di un sofà settecentesco è ripreso nelle cornici a stucco delle pareti – perchè non ci sono solo quadri e statue (Giacometti, Manzù, Martini) ma anche molto mobilio proveniente dall’epoca d’oro dell’ebanisteria piemontese.

Uscendo non posso fare a meno di condividere lo stupore che una curatrice della National Gallery di Washington esprime nel registro dei visitatori per la quantità e il valore delle opere esposte.



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Paolo Icaro
16 novembre 2019
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Misura soffio
Paolo Icaro è un artista torinese (classe 1936) che ha passato buona parte della propria vita negli Stati Uniti e ora vive in Italia. La retrospettiva che il GAM torinese gli dedica fino al primo dicembre di quest’anno ha una forma circolare: l’ultima sala riporta il visitatore al punto di partenza. Non c’è una reale evoluzione. Misura, soffio è un cerchio in gesso, un ventre che ruota attorno a un ombelico. Il libretto di accompagnamento all’esposizione dice che,pur essendo del 1996, esso fa parte di una serie iniziata nel 76. Ce n’è abbastanza per confondermi le idee o – quanto meno – per farmi sentire che debbo scordarmi ogni velleità di organizzazione temporale. Del resto nell’ultima sala un video mostra l’autore intento a installare la scultura che sto ammirando. E’ un corto-circuito di creazione e fruizione. L’opera figurativa esce da un tempo immutabile e fermo per assumere la fugace evanescenza di una composizione musicale o teatrale. Sto assistendo a una possibile forma della creazione di Icaro. E così posso retrospettivamente comprendere l’interesse per il gesso, che si deve plasmare rapidamente prima che esso solidifichi, vuoi nei lunatici secchi in piombo o nella croce di volte di Esplosa.

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Lunatici



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Le "sculture" di Primo Levi
15 novembre 2019
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Forse Primo Levi non avrebbe creduto che i posteri avrebbero pagato un biglietto – per giunta al GAM – per vedere le sue creazioni in filo di rame intrecciato. Non si era curato di organizzare cronologicamente questi lavori e di dare loro dei titoli. Li vediamo sullo sfondo delle fotografie in casa dello scrittore. Al massimo sono stati regalati ad amici. L’impressione che traggo nella Wunderkammer della GAM è che si tratti di uno dei tanti giochi con cui Levi teneva sveglia la propria mente, del tutto analoghi ai solitari mentali e ai rompicapo matematici che si trovano nei quaderni in mostra. Un piccolo segno della propria vitalità, non un ambizioso progetto espressivo.

Canticchio l’incipit del Libro di canti italiani di Hugo Wolff: Anche le piccole cose possono incantarci. Me lo confermano il millepiedi, la civetta, il bruco e tanti altri esserini nati dalla dolce manipolazione dei fili di rame, umili scarti trasfigurati da un uomo che merita di essere preso a modello in questa Italia incarognita e improduttiva.

Un ottimo modo di ricordare il centenario della nascita di Primo Levi fino al prossimo 26 gennaio.




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Metamorfosi di Matisse a Zurigo
2 novembre 2019
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Sono quattro nudi femminili visti di spalle realizzati in un arco di più anni. La treccia, che si nota a malapena nelle prime due sculture, con il passare del tempo è diventata la colonna portante della nostra attenzione. Il corpo tripartito è diventato un’astrazione. Ed è questa la metamorfosi di cui si occupa il Kunsthaus zurighese in questa suggestiva mostra temporanea. Conosco dal museo nizzardo la produzione statuaria di Matisse. Mi mancava però un percorso che la mettesse in prospettiva. Non si tratta solo di accostare le influenze degli illustri colleghi contemporanei (non avevo mai preso in considerazione l’ottimo Maillol, di cui d’ora in poi guarderò con occhi diversi le callipigie figure). E non è neppure il caso di ricordare l’importanza dell’arte etnica. Quello che viene sottolineato a Zurigo è il progressivo semplificarsi dell’espressione, che diventa più essenziale e concisa. Una manciata di dipinti e disegni completa la storia avvincente che collega naturalismo e astrazione.

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