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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Cremona: Il regime dell'arte
21 gennaio 2019
Nel 1939 il gerarca fascista Farinacci organizzò nella sua Cremona un concorso di pittura sul tema "Ascoltazione alla radio di un discorso del duce".
 
C'è la riproduzione dell'opera vincitrice in cui Luciano Richetti mostra in un interno rurale una famiglia in ascolto. Dal lavoro furono tagliati dei ritratti - tele più facili da smerciare e che possono anche far dimenticare l'imbarazzante origine di regime.cremona
Siamo abituati al trasformismo italico e questa madre ha una sua nobiltà che rimanda a tanti nobili esempi dell'arte italiana - antica e presente. Noto ad esempio, subito all'entrata, una colonia marina di Giuseppe Moroni in cui i corpi dei ragazzi in primo piano sono molto ben realizzati e si inseriscono in una tradizione pittorica che va da Piero della Francesca a Carra.
 
Notevole anche il balilla fauve di Innocente Salvini
cremona
che colpisce per la ricchezza coloristica e l'originalità dello stile in mezzo a tante opere di realismo socialista. Tra l'altro proprio a fianco si trova una partenza del soldato che ha un'idea di partenza originale (siamo noi spettatori il milite salutato dalla famiglia) ma una realizzazione tecnica degna di un ex-voto paesano.
 
Fino all'inizio di marzo il museo Ala Ponzone di Cremona mette in mostra una selezione dei dipinti - talvolta frammentari - che hanno partecipato al premio - durato giusto tre anni - inventato da Farinacci. Se non sempre i lavori esposti sono di grande valore artistico, si trovano però segni della resilienza dell'arte, che anche in un ambiente culturalmente asfittico riesce ad essere interessante e a cogliere lo spirito dei tempi.
 
Non c'è nostalgia nell'esposizione, si lascia che le opere parlino - nel bene e nel male - da sè, nella speranza che toccare con mano cosa significhi un regime faccia comprendere meglio il presente.
 



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Museo diocesano di Milano
7 gennaio 2019
Cosa ci fa in un museo diocesano un nudo sensualissimo di un'adolescente ritratta da Balthus?      diocesanoO un paio di natiche firmate da Guttuso? O una serie di stupendi paesaggi italiani? Magari il "Cavalier Tempesta", pittore olandese specializzato in vedute di cieli temporaleschi, presente con un dipinto in cui luce e oscurità si mescolano con effetti drammatici potenti, alcuni pastori abbagliati da una lama di sole che attraversa il fosco ammasso delle nubi, mentre in secondo piano si riconosce il Castel Sant'Angelo.
diocesano
 
E' che questo museo diocesano è il risultato della somma di collezioni eterogenee, si va dai disegni del lascito Sozzani alle vedute della collezione Pozzobonelli.
 
E' ovvio che poi troveremo anche temi sacri. Bellissime due crocifissioni poste di fronte: quella zeffirelliana di Hayez,
 
diocesano
Una graziosa fanciulla ben diversa dal povero fagotto disperato dipinto da Mosè Bianchi, in un deserto polveroso in cui l'unico segno di vita è dato dal vento che implacabile muove il panno che cinge il fianco del Salvatore. Un disegno febbrile, che lascia l'ansia del non-finito
 
The 538 best images about Life of Christ -- Via Dolorosa ...
 
Un'immagine che spaventa come la danza macabra del Magnasco che racconta il furto sacrilego in una chiesa di Siziano
diocesanoScheletri e ladri svolazzano nel dipinto sotto lo sguardo della Vergine cui è dedicata la chiesa. Mi piacciono queste immagini fosche - e ripenso a una mostra che Genova dedicò a questo suo geniale figlio molti anni or sono.
 
Dato che però vale la regola del dulcis in fundo ecco che l'uscita dal museo diocesano passa per una sala dedicata a Lucio Fontana che - scopro adesso - aveva partecipato al concorso per il portale del duomo milanese. I giudici, impressionati dai bozzetti, non ebbero però il coraggio di accettare il progetto così come era, con le figure che assaltano lo spettatore uscendo dal quadro
 
diocesanoCi rifacciamo con le formelle in ceramica di una Via Crucis che propone di fatto lo stsso mondo dei concetti spaziali, con questi segni che non vogliono rimanere confinati nella bi-dimensionalità del quadro e che - nella drammaticità della rappresentazione sacra - acquistano una speciale urgenza.
 
diocesano



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Avorio giapponese a La Spezia
30 dicembre 2018
visita al museo Lia di La Spezia si apre con una importante collezione di oggetti in avorio di epoca medievale. Non c'erano allora animalisti, ma neanche umani che avessero saccheggiato le risorse del pianeta. A quel tempo ci si poteva abbandonare senza rimorso alla passione per tavolette, altari tascabili, oggetti devozionali. Non mancavano strumenti di uso quotidiano, come una coppia di cucchiai finemente scolpiti. Sono tanto belli che non oserei neanche tenerli in mano. Men che meno usarli a tavola.
 
Dopo un'ora e mezza di visita, ormai stremato e quasi quasi tentato di saltare l'ultima sala mi lascio incuriosire dalla mostra "Netsuke".
 
avorio
 
Si tratta di completare il cerchio della mia visita con una collezione di fermagli da cintura giapponesi in avorio (Netsuke, appunto). Forse per le caratteristiche del materiale usato, o per la funzione di questi oggetti, siamo nel campo del microscopico. Debbo inforcare gli occhiali o usare una buona lente di ingrandimento per gustare i dettagli di una narrazione basata sulle piccole cose. Divinità,  animali, strumenti musicali, scenette di vita anche grottesche ed esagerate. Un piccolo mondo che sta nel palmo di una mano. Le fotografie non rendono la magia di queste raffigurazioni lillipuziane.
 
"Anche le piccole cose possono inebriarci..." recita l'incipit del libro di canti spagnoli musicati da Hugo Wolf. Questa piccola mostra, che occupa solo un paio di stanze, che giunge dopo un lungo percorso di manoscritti miniati e dipinti spazianti dal duecento al settecento, è una bellissima sorpresa. Tra questi avori imparo a guardare oltre l'apparenza, a scendere nelle pieghe delle cose, a scoprire quanti tesori di bellezza si nascondono nel fermaglio di una cintura.
 
Avevo avuto una lunga e stancante giornata, ma questi oggetti hanno passato un colpo di spugna su fretta e problemi, mi hanno offerto una disintossicata serenità con cui sono tornato a sorridere alla vita.
 
La mostra è visitabile fino al prossimo 3 marzo.



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Macchiaioli al GAM di Torino
15 dicembre 2018
Parlare di Macchiaioli evoca subito i nomi di Fattori e Signorini; vediamo immagini patriottiche, paesaggi di Toscana: il profilo inconfondibile di Firenze, San Giminiano dominata dalla fortezza di Monteriggioni, Castiglioncello, la spiaggia di Viareggio.
Macchiaioli
 
Il GAM di Torino però ci informa che le terre sabaude hanno coltivato artisti che - seppur meno noti al grande pubblico hanno avuto lo stesso un certo peso nella storia dei Macchiaioli. Ammetto che non avevo mai sentito nominare Pittara, Fontanesi, Rayper. Addirittura gli unici artisti di cui sapevo qualcosa, D'Andrade e Avondo, non li avevo neanche mai collegati al mondo della pittura. Di Avondo sapevo che aveva comperato - per poi cederlo allo stato - il castello di Issogne. Di D'Andrade conoscevo il lavoro architettonico (è suo, tra le altre cose, il borgo medievale del Valentino). Anche se di origine portoghese, possiamo parlare di lui come di un Viollet-le-Duc alla bagna cauda.
 
Il mondo neo-gotico è molto importante per questi artisti (le narratrici del Decamerone, Dante sulla fiumana tra Chiavari e Sestri, la morte di Lorenzaccio. Ma anche il Davide che tranquillizza con la sua arpa il povero Saul è inguainato in un'elegante calzamaglia che lo imparenta con Angelo Branduardi. Le frequentatrici delle terme pompeiane, eleganti e ben disegnate, rappresentano l'anello di congiunzione tra Hayez e Cecil B. de Mille.
 
Mi muovo tra questo barbisonesco Rayper
 
macchiaioli
 
Un  Fontanesi che potrebbe raccontare qualcosa a Bocklin (e che tra l'altro dipinge alcuni meravigliosi carboncini)
Macchiaioli
 
 
E a quadri che ammiccano piuttosto alla grande pittura accademica
Macchiaioli
 
come questo Bezzuoli che mostra Lot con le figlie. Belle ragazze, specie quella di sinistra che con la scusa di portare sul capo il fagotto mostra di essere molto appetitosa. E non fosse che sullo sfondo si riconoscono Sodoma in fiamme e la moglie di Lot trasformata in statua diremmo - a giudicare dalla borsa piena di soldi - di aver a che fare con un vecchio barbogio in cerca di prostitute.
 
Uscendo dalla mostra Macchiaioli del GAM mi sono reso conto di aver imparato qualcosa di utile e buono.
 



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Beckmann al museo di Mendrisio
12 dicembre 2018
Forse il momento più felice di Beckmann viene tra le due guerre, in riva al Mediterraneo. Corpi slanciati e atletici, visioni di luce e calore. L'adorata compagna - Quappi - è colta dal sonno
 
beckmann
Le braccia abbandonate a caso, prigioniere del sonno... da una mano cade il libro che la donna stava leggendo. Nessun pensiero dietro gli occhi chiusi, un'animalesca indifferenza al pudore. Le forme rotonde e sode, dolcemente sensuali nel chiarore circondato dal letto a sua volta chiuso dalle pareti marrone della stanza. Forse è più sexy in un quadro coevo, in cui i capezzoli sbucano dall'abito... ma qui c'è un sentimento di dolce vivere quanto mai opportuno in un autore tormentato. Mi sembra di riconoscere Quappi anche nella coppia di amanti del dopoguerra e nel frammento di uno specchio in un interno viola e verde.
 
I pittori usano lo specchio per fare gli autoritratti, un genere che Beckmann amava particolarmente: si ritrae all'inizio di ogni ciclo grafico, anche nelle nature morte capita di riconoscerne il profilo ducesco. Di tutti gli autoritratti esposti quello che mi piace di più lo mostra con lo sguardo di chi è pronto a sfidare il destino (siamo alla vigilia del secondo conflitto mondiale e il pittore si è rifugiato ad Amsterdam)
 
Beckmann
 
Mi rendo conto che potrei descrivere ogni angolo di questa mostra così intelligente e sopra tutto necessaria. Ci muoviamo in un mondo che anzichè fare nuove conoscenze preferisce percorrere i sentieri che garantiscono un botteghino ricco di biglietti staccati. Non c'è la fuffa delle pseudo-mostre ipertecnologiche in cui ci si immerge nelle riproduzioni di quadri, ma la paziente scoperta di una voce molto importante dell'arte tedesca della prima metà del '900.
 
Fino al 27 gennaio 2019 al Museo d'Arte di Mendrisio.
 



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Dada e Surrealismo - Fondazione Ferrero di Alba
3 dicembre 2018
Il quadro del manifesto mi ricorda qualcosa.
 
alba
 
In effetti, la signora che sta giocando con la corda, così rigida e piegata in avanti, come chi sta correndo evoca non poco la nutrice raffigurata dalla copertina di Nursery Chryme, dei Genesis
 
alba
 
C'è davvero tutto: il terreno giallo affettato con regolarità da linee che confluiscono in un punto di fuga, le ombre lunghe, le figurine sparse per il terreno, il paesaggio distante. C'è perfino la statua di Venere - una figura che ricorre spesso in questa mostra di Alba
 
 
E anche la ragazza che nella copertina dei Genesis impugna la mazza ha gli occhi tondi e l'aspetto statuario delle enigmatiche protagoniste dei quadri di Delvaux.
 
Tutto questo per notare come il mondo espressivo del surrealismo sia entrato nel nostro immaginario visivo. Le allitterazioni visive di Dalì, i volti e le figure costituite da animali e uomini
 
costituiscono la base di tante immagini tipo "Cosa c'è nella testa degli uomini" in cui il ritratto di un pensoso signore affetto da calvizie incipiente nasconde una donnina nuda.
 
Forse proprio in questo sta l'interesse - ma pure il limite - di questa mostra. Avrei infatti voluto che ogni tanto si inserisse qualche oggetto della nostra vita quotidiana in cui continuano le idee espresse da dadaismo e surrealismo. Non credo infatti che basti l'uso di un linguaggio figurativo molto chiaro e a tratti banale, associato a un grande virtuosismo (la prospettiva della mano che il pittore tende verso lo spettatore probabile soggetto del quadro che si sta dipingendo) a giustificare la popolarità di gran parte del surrealismo.
 
Anche con questo piccolo caveat la mostra della Fondazione Ferrero di Alba, aperta fino al 25 febbraio, merita la visita.



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La pinacoteca di Ferrara
20 novembre 2018
Il patrimonio artistico italiano è così ricco che un museo continua a essere interessante e pieno di opere di valore anche quando è chiuso per metà.

 

Attualmente chi visita la pinacoteca di Ferrara si deve accontentare di poche sale. Nella prima dei giganteschi affreschi staccati da pareti di conventi. Alcuni dipinti sono di gusto bizantino, Ravenna è vicinissima. Altri (S. Agostino in cattedra) sono gotici e colpiscono per la raffinatezza dei rimandi storici e simbolici.

ferrara

Chi usufruiva di queste opere sapeva leggere i cartigli e conosceva la storia antica meglio di tanti nostri contemporanei. Altro che secoli bui!

Poi ci sono i pittori dell'epoca di Ariosto.

In primis il Garofalo, soprannominato Raffaello della Romagna. Solida composizione, molto teatrale, con personaggi e architetture che formano le quinte entro cui si svolge la vicenda. E come sono belli, variati e vivaci i ritratti di cui sono cosparsi i suoi quadri. Ci trovo un'anticipazione di tutta l'arte romagnola a venire.

Un Carpaccio: Morte della Vergine. Gesù appare in alto, incorniciato da teste di angeli che a tutta prima avevo preso per roselline. Davanti al Salvatore l'anima in preghiera della Vergine il cui corpo viene pianto dagli apostoli, nella compatta e solida parte inferiore del dipinto. La mia curiosità è attratta dalla città sullo sfondo. Senza essere ancora al livello della Santa Maria degli Angeli luganese che mostra la moschea di Al Aqsa, le torri laterali sono chiaramente minareti: sono tutte quante incoronate dalla mezza luna.

ferrara

E poi è visibile il Polittico Costabili di Dosso Dossi.

ferrara

Il pittore di corte ci teneva a mostrare la propria bravura: osserviamo l'attenzione dedicata ai riflessi della luce sul metallo del vaso ai piedi della Madonna, o sull'armatura di San Giorgio. Ed anche il nudo San Sebastiano del lato opposto colpisce per la pienezza del biancore di questo corpo che spicca sull'ambiente scuro circostante. E comunque, per ripetere un effetto in cui Dossi è abile, ai piedi del santo - che era un militare - ci sta parte di un'armatura sbarluccicante. E mi colpisce anche il San Giovanni Evangelista seduto ai piedi della Vergine, con lo sguardo che incontra San Gerolamo. Sono due allievi che si parlano con gli occhi per non disturbare i Maestri che si trovano in gloria.




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Courbet e la natura - Ferrara Palazzo Diamanti
18 novembre 2018
Domenica pomeriggio. Due ragazze cercano ristoro dal caldo buttandosi sotto degli alberi in riva al fiume.
Courbet

Sono arrivate qui in barca... dall'abbigliamento si capisce che sono di facili costumi: i loro compagni non si vedono ma se ne indovina la presenza. Non posso far a meno di collegare questa immagine alla scampagnata festiva descritta all'inizio dei Miserabili. Courbet - come Hugo - descrive gente semplice ed umile dando loro una grandezza epica. Il pittore che si trova con il proprio mecenate - che per altro somiglia a Garibaldi - evoca un incontro di Teano nella campagna provenzale

Courbet

e l'autoritratto con ferita al cuore rientra in una drammatizzazione del proprio status.

E pensare che non c'è nulla di meno eroico delle signorine nude che emergono dalle acque con dei polpacci ben carnosi, la cellulite, la pancia bombata. Ma sono dettagli che compaiono solo a una osservazione più pignola e poi... chi dice che non siano proprio questi gli elementi che ce le rendono desiderabili?

courbet

Ma parliamo della natura promessa dal titolo della mostra: il tramonto sul lago Lemano, complice anche una lama di luce che imporpora le vette  e taglia in modo netto la montagna ha una forza degna di Hodler.

courbet

E poi c'è il mare scatenato: una forza in sè, spesso priva dell'elemento umano e resa con grande maestria.

courbet

La mostra si preoccupa di sottolineare le anticipazioni dell'impressionismo (i giochi di colore sulla neve, la luce sull'acqua), ma io osservo anche che le rocce da cui nasce la Loue hanno una compattezza degna di Cézanne.

Corbet non guarda però solo al futuro: una montagna illuminata sotto un cielo tempestoso mi riporta al mondo dei fiamminghi.

C'è tempo fino all'Epifania per visitare questa mostra sicuramente molto interessante.




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Scuola romana a Villa Torlonia
10 novembre 2018
I vecchi ricordano le immagini dei film Luce che mostrano Mussolini nella intimità di villa Torlonia. Dopo un lungo periodo di degrado il luogo è tornato ad essere fruibile. Non so però quante persone si rendano conto del valore di villa Torlonia.
 
Ho visitato il solo Casino dei nobili (il maltempo recente ha portato non pochi danni), una costruzione in uno stile neoclassico molto comune anche fuori Europa, visto che mi ha evocato le ville dei magnati di Newport nel Rhode Island. A piano terra e primo piano sono ricostruiti gli ambienti dei Torlonia: ori, marmi, affreschi. La decorazione molto ricca rende la sala da ballo più grande di quello che essa è in realtà. Tutto molto bello, piacevole. Il dolce sta in fondo, al secondo piano: un museo dedicato alla cosiddetta scuola romana.
 
La Crocefissione laica di Fausto Pirandello, con questo Cristo sdraiato a terra, di sbieco in una foresta di piedi
 
torlonia
 
o ancora la Lezione di piano di Mafai, con le due figure femminili rigide e impettite che mi fanno sentire gli sgradevoli suoni che escono dal martoriato pianoforte verticale
 
torlonia
 
E se l'arte mi deve fare entrare nella pelle di qualcun altro non riesco a trovare niente di meglio delle prostitute di Vespignani: mammelle cadenti, pance rigonfie, un sesso sfatto che si intravede in una lingerie traforata. Ma come sono sensuali e desiderabili!
 
E poi ci sono le sculture di Antonietta Raphael, opere di Cagli, Capogrossi, Fazzini... fino a giungere alla sorpresa della donazione Ingrao.
 
Non sapevo che il politico del PCI avesse un fratello e una cognata appassionati collezionisti d'arte e che le opere in loro possesso avessero trovato ospitalità in due stanze di villa Torlonia.
 
Si tratta della continuazione ideale di quanto visto precedentemente della scuola romana. Al di là del valore umano delle dediche lasciate ai collezionisti ci sono lavori di altissimo valore (dei Burri tanto piccoli quanto belli).
 
Io poi ho lasciato il cuore di fronte alla tenue armonia di questo Turcato
 
torlonia
 
Bello e stellare



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Il Corriere dei Piccoli al museo del fumetto
18 ottobre 2018
Per me il Corriere dei piccoli è come il François-le-champi del Narratore proustiano. Dunque mi sono avvicinato con muta reverenza alla mostra che il milanese museo del fumetto gli dedica da qui a gennaio.
 
corriere
 
In occasione del centenario della testata, alla Rotonda della Besana si fece una celebrazione intinta nel nostalgico pennello del "come-eravamo". Oggi però ci viene offerta un'analisi più scientifica di questo settimanale.
 
Il museo del fumetto si concentra su pochi numeri "cardine", significativi per la storia della testata, e sulle firme che hanno contribuito alla sua grandezza, persone come Hugo Pratt, Dino Battaglia, Sergio Tofano, Dino Buzzati, Italo Calvino, Mino Milani, Grazia Nidasio, Jacovitti... Una lunga - ed incompleta - lista che lascia il segno in testi e disegni di ottima qualità.
 
Sono esposte diverse tavole originali, un paio sono anche disposte su una lavagna luminosa che rende conto di come avvenisse la coloritura: sul recto i margini fatti con inchiostro di china, sul verso i colori. Peccato che non si sia pensato di lasciare visibile il verso di una di queste tavole, per mostrare queste aree di colore omogeneo separate dai bianchi corrispondenti ai margini dei disegni.
 
Curiosissimo il confronto tra la prima storia pubblicata dal Corriere dei piccoli e l'originale statunitense. Non c'è solo il diverso formato che obbliga a presentare meno quadri e a perdere la lunga morale conclusiva - destinata forse anche ad un pubblico più grandicello. E' fondamentale che i curatori italiani decisero di sostituire i fumetti con i celeberrimi versi a rima baciata. E' il risultato delle polemiche - di cui ebbi sentore anche io alla mia epoca - secondo le quali i fumetti sono diseducativi perchè disabituano alla lettura. Da un lato penso che senza l'effetto nefasto dei fumetti avrei bisogno di un'altra casa per ospitare i miei libri, dall'altro mi ricordo che nell'arte medievale si trovano sia le didascalie sia parole che escono dalla bocca dei personaggi, ora direttamente ora scritte in cartigli.
 
Ancora più significativa è la storia di Paola Lombroso Carrara, incaricata dal direttore del Corriere - il celebre Albertini - di preparare il lancio del giornale. Al momento cruciale Albertini, non sentendosela di lasciare una donna alla direzione di un periodico, preferì farle gestire la rubrica delle lettere. Dopo poco tempo l'atmosfera irrespirabile della redazione obbligò Paola Lombroso alle dimissioni: Italia, ti riconosco.
 
 



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Carlo Carrà a Palazzo Reale di Milano
15 ottobre 2018
C'è un abisso tra l'agiografia da realismo socialista della posa assunta dagli scultorei protagonisti dell'Allegoria del lavoro ed un tardo dipinto in cui due lavoratori svolgono il loro compito senza neanche pensare che qualcuno li stia guardando.
 
CarràLa mostra di Palazzo Reale dedicata a Carlo Carrà (aperta fino al prossimo febbraio) preferisce lo schema cronologico alla contrapposizione di temi visti in diversi momenti della vita creativa del pittore.
 
Forse è meglio così. Con l'età  non cambia soltanto lo stile ma anche il contenuto delle opere. La cronologia permette di misurare l'influenza del divisionismo, l'entusiasmo del giovane artista per il mondo moderno, la gioia di far entrare i lampioni elettrici, i tram, la folla cittadina e le locomotive. Posso immaginare l'ebbrezza di chi a Parigi è uscito dal provincialismo e viene a contatto con modi nuovi di esprimersi.
 
Carrà
 
Non si può però eliminare facilmente tutta la tradizione pittorica del passato e ad un certo punto Carrà torna a rivalutare il mondo comprende i vari Giotto, Masaccio... La mostra documenta la fase metafisica, con i manichini immersi in atmosfere da città ideale...
 
...l'innamoramento per il paesaggio...
Carrà
 
...magari vivificato dalla presenza umana, massiccia, statuaria e silenziosa
 
Carrà
 
C'è anche l'ultima opera dipinta da Carrà, forse non casualmente una natura morta.
La mostra è completata da un ampio corredo di fotografie e disegni.
 
Non mi piace usare il termine evento che ormai è troppo usurato. Di certo questa esposizione è uno degli appuntamenti più interessanti in questo autunno milanese.



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Passeggiata della Madonna a Pavia
1 ottobre 2018
In un caldo sabato pomeriggio di settembre la sezione pavese del TCI ha riunito una sporca dozzina quasi esclusivamente femminile decisa a stanare le immagini mariane presenti nelle vie del centro storico.
 
Io conoscevo solo l'immagine posta vicino all'arco di via Vidari.
 
Madonna
E' un dipinto moderno che copre il maldestro restauro di una Madonna molto più antica. La nostra guida (Alice Flauto) è molto chiara sul fatto che la documentazione riguardante queste immagini è scarna, spesso ci si trova di fronte a Madonne rovinate o del tutto introvabili. A poca distanza da via Vidari il "Terzo slargo di via Cardano" dovrebbe presentare un'altra Madonna. Le case hanno però facciate uniformemente gialle. Se un'immagine esiste può essere stata coperta dall'intonaco, o trovarsi in un cortile privato, quando non dentro una casa. Ci sarebbe per esempio una Vergine attribuita al Bramantino, chiusa sotto un vetro ormai smerigliato e verosimilmente del tutto distrutta.
 
Ha avuto più fortuna la Madonna Certosina, così chiamata perchè faceva parte di un complesso certosino
 
madonna
Venerata come miracolosa - la si era vista illuminarsi nella notte - sarebbe sparita se fosse stato compiuto il progetto di costruire il padiglione di fisiologia dell'Università pavese. E' invece giunta fino a noi e pure  restaurata pochi anni fa.
 
A poca distanza, nella "Madonna della palla" rimane conficcata una palla di cannone sparata durante l'assedio subito dalla città all'inizio del XVII secolo. Quello che non riuscì all'artiglieria nemica fu compiuto dal nubifragio del 1988 così che oggi possiamo vedere solo la cornice in stucco e la palla arrugginita.
 
madonna
 
Si trascorre da aneddoto in aneddoto: un soldato austriaco lancia un sasso contro una Madonna, cui rimane in fronte la ferita della pietra. La leggenda vuole però che il sasso sia rimbalzato sull'aggressore che secondo alcuni muore, secondo altri si pente e converte.
 
E la passeggiata che era partita dalla statua passata solo di recente dal duomo alla nicchia del Broletto si conclude davanti al castello. Proprio sul ponte levatoio
madonna
il bassorilievo di un'Annunciazione di cui neanche mi sono accorto in tutte le volte che sono passato da quelle parti.



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Chia in mostra alla Casa Rusca di Locarno
16 settembre 2018
Trovo spesso delle figure reclinate, di profilo. In questo dipinto
chia
Chia raffigura se stesso a colori vivaci, complementari rispetto all'ambiente in cui è inserito. Gli occhi sono chiusi, indifferenti a noi spettatori, impegnati anzi a fronteggiare un aggressivo felino che forma un tutt'uno con il corpo dell'artista. Selvaggio, minaccioso, lontano dall'immagine che ci viene proposta quindici anni dopo, nella versione malinconica: colore bianco-grigio, gli strumenti del mestiere abbandonati ai suoi piedi. Meno male che - un po' avanti nel secolo attuale - abbiamo un atteggiamento più conciliato
 
chia
 
in cui fili di colore sembrano uscire come un fumetto dalla bocca di un uomo vestito semplicemente, con tinte che contrastano con l'etereo splendore della sua creazione.
 
La mostra che la locarnese Casa Rusca dedica a Chia fino alla prossima epifania si snoda su due piani che presentano opere anche di grandi dimensioni.
 
Non so chi sia la persona ritratta in questo dipinto. Da lontano i capelli lunghi, i baffetti, l'abito e le mani affusolate mi avevano fatto pensare a Michelangeli. Il contrasto fra lo sfondo vivace e la tenuità dell'incarnato mi piace molto e mi fa immaginare una grande intimità ed amicizia con la persona ritratta.
 
 
Ci sono corpi massicci e ben formati, anche violenti (bello uno Hand Game in cui il volto del femminicida è compattamente privo di lineamenti, cieco come la brutalità della scena mostrata). Spesso penso anche a certe polpute figure di De Chirico.
 
 
E' una mostra che si visita bene. Sono spesso ritornato sui miei passi all'interno del medesimo piano per rivedere lo stesso quadro alla luce di come l'artista ha riaffrontato nel tempo un soggetto.
 



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Galleria Sabauda - Francesco Cairo: Sant'Agnese
15 settembre 2018
Sono abituato a trovare nella pittura barocca delle sante immerse in estasi poco mistiche e molto carnali. Con Francesco Cairo si è certi di trovare atmosfere degne più di un sito a luci rosse che di una chiesa: bocche aperte ed occhi chiusi nella maschera immutabile del piacere fisico che ogni frequentatore casuale di certe pagine web conosce alla perfezione.
 
L'angolo - rigorosamente vietato ai minori - che la Galleria Sabauda dedica a Cairo sarebbe prevedibile se non fosse per questo martirio di Sant'Agnese
 
cairo
 
La donna è chiusa nel suo godimento intimo e struggente. Lui le rimane attaccato come una patella allo scoglio. Ha la passione monomaniacale di un maschio che è appena uscito da una prolungata astinenza. I due formano un corpo solo, una sola massa carica di passione.
 
L'occhio però cade sulla parte inferiore del dipinto e nota che - per dirla con Monteverdi e Tasso - questi sono "nodi di fier nemico e non d'amante". Potremmo pensare al femminicidio di un innamorato respinto, o anche semplicemente ad un rapporto sado-maso.
 
Certo quest'immagine turba non poco, lontana come è dalla pacifica iconografia della santa compunta, inginocchioni, che si lascia decapitare con tranquillità mentre degli angioletti svolazzano felici agitando le palme del martirio.
 
Qui invece la concentrazione sui due protagonisti - la vittima ed il carnefice - e la commistione di violenza e piacere mettono a disagio lo spettatore che non riesce a dimenticare tanto facilmente questa immagine, carica di crudeltà e dolore.
 
E' un dipinto affatto memorabile ed originale, che scardina l'ordine pacifico della pittura devozionale.



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Centocinquanta anni di Pellizza da Volpedo
3 settembre 2018
Giuseppe Pellizza, l'autore del celebre "Quarto stato", nasceva 150 anni fa a Volpedo, un paesotto ai piedi delle colline tortonesi. La sua casa natale, in periferia, poco lontano dal cimitero, esiste ancora oggi e contiene il suo atelier.
 
E' uno stanzone quadrato, con il pavimento in cotto come si usava un tempo nelle nostre cascine. C'è troppa gente perchè io abbia la possibilità di guardare che libri si trovano nella biblioteca della parete sinistra - sempre ammesso e non concesso che ci siano i testi di proprietà del pittore.
 
Non mancano gli attrezzi del mestiere, busti e modelli anatomici, colori, cavalletti. Sulla gamba di uno di questi un piccolo schizzo di prato su cui ci sono dei panni stesi ad asciugare. In alto dei quadri di grandi dimensioni ritraggono i genitori di Pellizza. Sono in un dialogo ideale con uno dei quadri che - in occasione di questo centocinquantenario dalla nascita - sono in esposizione temporanea a Volpedo per tutto il mese di settembre.
 
pellizza
 
Nella civiltà contadina il mediatore era una persona importante. Giani è rappresentato con una precisione che sarà fondamentale per il successo del celebre "Quarto stato". Non c'è solo la cura con cui è disegnato il bastone. La barba non fatta, il panciotto troppo stretto e un occhiello bianco tra le gambe che lascia presagire che pure i pantaloni sono al limite delle loro possibilità... sono dettagli che raccontano il mondo povero da cui proviene Pellizza.
 
Ed ecco il pittore
pellizza
 
Possiamo seguire l'evoluzione del modo con cui si porge a noi nella riproduzione fotografica di una prima versione del ritratto, la versione esposta agli Uffizi e uno schizzo molto più vivace e dalla posa meno ufficiale.
 
Completano la piccola mostra un paesaggio dal gusto impressionista, un prato fiorito in cui riconosco le colline del posto e una grande tela di sapore segantiniano - Emigranti
 
pellizza
 
in cui il profilo delle Alpi si sposa al correre del locale Curone - si notano anche delle figure di lavoranti sul greto del torrente.
 
A seguire raccomando una capatina alla vicina pieve, il cui profilo si riconosce nella Fiumana, che contiene alcuni affreschi di grande pregio - il catino absidale, alcuni pilastri e una Madonna in fondo alla navata destra.



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La chiesa di San Gilles a Poprad (SK)
12 agosto 2018
Il problema della desertificazione del nucleo cittadino è stato risolto a Poprad con il classico uovo di Colombo: basta costruire un gigantesco centro commerciale di quattro piani proprio a fianco della lunga via pedonale che attraversa la cittadina.
 
Poprad è tirata a nuovo, piccola e pulita. Appena usciti per l'appunto dal mastodontico "Forum" si nota una torre campanaria ampia e quadrata, con cima merlata, oggi adibita a bar. Attualmente  la salita è possibile solo chiedendo  il permesso ai proprietari.
 
L'adiacente San Gilles è aperta invece alle 15 con visita guidata da parte di un volenteroso dell'ufficio turistico locale.
 
È una chiesetta gotica. Un piccolo pronao conduce a un semplice portale gotico interamente rifatto negli anni scorsi. L'interno ha due volte  affrescate come se fossero un cielo. L'attenzione è attratta subito dal ricco ciclo di affreschi delle pareti. Al centro della chiesa un Giudizio Universale di cui si legge bene solo il lato destro, con i peccatori che vanno alla perdizione. Noto che i volti delle figure sono quasi sempre vuoti. Immagino in conseguenza di qualche ondata iconoclasta.
 
Sulla parete di fondo sono descritte le morti di alcuni santi - Andrea, Bartolomeo. Divertente il fatto che il mio accompagnatore confonda, in una rigorosa applicazione della legge di Murphy, un santo con l'altro e che alla fine sono io a guidarlo sulle storie della Natività - dall'Annunciazione alla Fuga in Egitto - del lato sinistro. La Crocefissione invece si trova sulla parete destra della chiesa, in una posizione relativamente defilata.
 
Curiosamente il dedicatario della chiesa non compare negli affreschi ma solo in una tavola in legno non particolarmente interessante. D'altro canto gli affreschi sono rimasti qui solo per l'impossibilità di trasportarli altrove: la tavola della Vergine di Poprad è invece finita nel museo di Bratislava.
 
Forse, visti gli orari di apertura della chiesa, è meglio così.



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Cracovia: La situazione è cambiata
10 agosto 2018
Sono andato al museo nazionale di Cracovia per la leonardesca Dama con l'Ermellino ed ho avuto la sorpresa di trovare un'eccellente esposizione sui cambiamenti registrati dall'arte polacca di oggi.
 
Ho avuto un buon inizio con Antoni Falat
[caption id="attachment_4101" align="aligncenter" width="442"]cracovia Falat - Spokoj[/caption]
Questo Spokoj - tradotto come "Pace" - non è nè pacifico nè tranquillo. La scritta rossa, come di sangue che cola... Timbro e penna fanno pensare che la divisa appartenga ad un militare burocrate. Ma la testa di cane evoca l'immagine di un animale affettuoso, fedele ed amabile... Peccato che tutti i buoni sentimenti che connetto all'idea di cane svaniscano osservando che l'animale non punta lo sguardo allo spettatore ma lo rivolge ad un padrone esterno, magari dell'est.
 
E non è però che le dita mozzate di Vittoria, Vittoria
dello scultore di Cracovia Bernadski non siano riconducibili alla delusione del mondo post-comunista?
 
Ho visitato in città la galleria dedicata all'arte polacca del XVIII e XIX secolo. Si trovano anche bei quadri, senza però rilevare una voce davvero originale. Sono dipinti che rientrano nel solco delle mode espressive europee del tempo che potrebbero venire da un qualsiasi paese del continente.
 
La collezione contemporanea del museo di Cracovia invece ha - ovviamente nel rispetto di tendenze espressive internazionali - una sua personalità bianco/rossa. Si percorre un secolo difficile, segnato da una rivoluzione espressiva che il regime ha tentato di affogare nel realismo socialista. Le opere esposte attraversano tutta la nostra epoca con una eccitante varietà di stili e mezzi espressivi.  Ho trovato in queste sale un'arte fresca che continua ad interrogare lo spettatore, la voce di una nazione risvegliata che desidera farsi ascoltare dentro e fuori dai confini del proprio paese. Se nei secoli passati ci si accontentava di essere, oggi si vuole lasciare un segno individuale nel mondo.
 
Il titolo della mostra "La situazione è cambiata" indica perfettamente le contraddizioni in cui ci si muove in questa epoca il cui paesaggio è in continua evoluzione.
 
Altre immagini si trovano a questo sito
 



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Veit Stoss - Dormizione della Vergine (Cracovia)
8 agosto 2018
La Vergine si affloscia tra le braccia di San Pietro come un pallone cui si sia aperta la valvola dell'aria. Alle sue spalle San Giovanni, convinto che sia solo un malore, le porge premuroso il mantello azzurro di ordinanza. San Pietro invece sembra solo preoccupato di non lasciar cadere questo peso che gli è piombato improvvisamente tra le braccia.
 
]stoss 

Noi però vediamo le dita di Maria: lunghe, esangui. Penzolano nel vuoto. Ci dicono che la vita le è scivolata via. Siamo noi spettatori a cogliere il mistero di quanto è accaduto.
 
Non avendo infatti la macchia del Peccato Originale, Maria non può conoscere la morte e la corruzione del sepolcro. A San Sebaldo, in Norimberga, un portale mostra gli apostoli intenti a trasportarne la bara. L'iconografia normale ci mostra però un sepolcro pieno di fiori circondato da apostoli che mirano verso il cielo in cui - è dogma di fede - Maria è assunta con il proprio corpo.
 
È lì in Paradiso che Stoss ce la propone nella parte alta dell'altare scolpito per la cattedrale di Cracovia.
 
stoss
 
Non c'è dubbio che in alto, incoronata dal Figlio come Regina dell'universo, Maria sia bella. Però, in tutta la serie di personaggi scolpiti da Voss, è nel momento in cui il sonno fa cedere il suo corpo, che l'artista ce la fa sentire vicina a noi e più umana.



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L'abbazia Santa Maria di Rivalta Scrivia
24 luglio 2018
Le abbazie cistercensi sono strutturate in chiesa, chiostro con sala capitolare e dormitorio con deposito per le vettovaglie. Rivalta non fa eccezione anche se del chiostro rimane solo un verde prato quadrato. Il lato opposto alla chiesa è stato usato come fondamenta per un palazzo disabitato (ma di proprietà, mi si dice, dei Gavio) ed in totale sfacelo: muri fatiscenti, persiane sbrindellate... Pare che all'interno ci sia un salone delle feste molto importante. Noi però ci accontentiamo della sala capitolare, con una bella entrata a trifore e sopra tutto dei cicli di affreschi presenti nella chiesa.
 
Non so nulla di questo Boxilio che si premura di lasciare la firma sui propri affreschi... il suo orgoglio di artista non era certo mal riposto. La Madonna che spreme la propria mammella per nutrire con il proprio latte il santo inginocchiato
 
rivalta
 
ha un  indubitabile fascino ed è uno dei punti forti della visita.
 
Così come mi è piaciuta la decorazione absidale, con gli elaborati baldacchini gotici che incorniciano Vergine e santi e in specie un piccolo affresco posto in una nicchia a sinistra dell'altare maggiore
rivalta
Chiaramente una rappresentazione della Trinità - le tre persone che si mettono a tavola con Abramo, tanto frequenti nelle icone ortodosse. Ed al mondo orientale rimanda anche la benedizione con le due dita alzate. Peccato non essere riuscito a sapere alcun dettaglio sull'età e sul possibile autore di quest'opera.
 
L'abbazia di Rivalta è aperta grazie a dei volontari che confondono l'Apocalisse con il Vangelo di Giovanni. Ho preferito fare finta di nulla per lasciarmi la speranza che ci sia stato un momento di confusione.
 
Di Apocalisse si parla al primo piano in quello che suppongo dovesse essere il dormitorio dei monaci. Qui sono allestite due mostre, una di icone e una costituita da ampie tele di un pittore locale (Giuseppe Papetti) che descrive efficacemente, usando diverse tecniche l'ultimo libro del Nuovo Testamento.
Rivalta



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Art Brut itinerante in Svizzera
17 luglio 2018
Leggo dal sito del museo Art Brut di Losanna "Le opere di Art brut sono realizzate da creatori autodidatti, marginali, posti in una posizione di spirito ribelle o impermeabili a norme e valori collettivi, che creano senza preoccuparsi di critica o pubblico o dello sguardo altrui. Senza bisogno di riconoscimento o approvazione, concepiscono un universo a proprio uso e consumo. Le loro opere, realizzate con mezzi e materiali generalmente inediti, sono esenti da influenze uscite dalla tradizione artistica ed impiegano modi di figurazione singolari".
 
Il museo losannese dedicato all'Art brut organizza una mostra itinerante, fino al 21 ottobre ad Ascona  ed a partire da fine gennaio ad Aargau.
 
Sono impressionato subito dalle opere di Berthe Urasco, paziente psichiatrica che mostra una fortissima personalità
 
Art brut
 
Forse uno psicoterapeuta potrebbe trovare una spiegazione alle toppe gigantesche delle porte di queste case inserite in ambienti simmetrici.
 
Già... le simmetrie... E' incredibile notare che in artisti situati fuori dall'Accademia sia così forte la volontà di costruire le proprie opere secondo schemi formali facilmente riconoscibili. Adolf Wölffli disegna delle specie di mandala, complicatissimi e ricchi
 
Art brut
 
E rigide simmetrie, costruite anche mediante metameri, le ritrovo ad ogni piè sospinto. Tutto sommato, anche l'atto di scattare un banalissimo selfie risponde ad una esigenza espressiva e - seppur inconsciamente - prima di scattare ho scelto cosa includere nella mia fotografia e come disporlo così da poter raccontare qualcosa. La simmetria e la scansione ritmica sono forse gli elementi formali più semplici ed immediati.
 
Ma osserviamo il gusto sicuro con cui Aloise Corbaz distribuisce i pieni ed i vuoti nei suoi dipinti

 

Un discorso a parte forse meriterebbe Diego, con i suoi grattacieli nuovayorchesi o soprattutto Angelo Meani, milanese, con dei mascheroni arcimboldeschi. Sono opere fatte con materiali disparati: piattini, tazzine da caffè e te, vasi di vetro. Perfino due scoiattolini azzurri che originariamente dovevano essere quegli imbarazzanti soprammobili di cattivo gusto regalati da un parente che viene regolarmente in visita a casa nostra dove si aspetta di vederli in bella mostra. Meani li trasfigura facendone i riccioli della capigliatura del suo mamuthones art brut.




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Castello san Materno di Ascona
16 luglio 2018
Subito all'entrata da Ascona - per chi viene da Locarno - a poca distanza dal cimitero - si trova il Castello san Materno.
 
Attualmente vi è ospitata una mostra dedicata a Max Liebermann, pittore impressionista tedesco che mi è particolarmente caro. Alcuni disegni, diverse tele che permettono di farsi un'idea del talento di questo artista: coriandoli colorati che visti dalla giusta distanza si trasformano negli avventori di un ristorante all'aperto - in riva al lago che giace in secondo piano, tra gli alberi, con due vele che lo solcano tranquille. Ed ancora è la sottile teoria dei passanti a permetterci di distinguere il passaggio tra la sabbia e il mare, con tenui sprazzi di colore bianco appoggiato alla tela, le onde quasi tridimensionali del piatto mare settentrionale.
 
E poi, il viale della passeggiata domenicale, con una folla non molto dissimile da quella che ho lasciato oggi sul lungo lago. E come è bello il gruppo di carrozzina, governante e bimba - quest'ultima in grembiule rosa e cappello di paglia che ci danno l'esatta temperatura di questa giornata di luglio.
 
materno
 
Se ero convinto che San Materno non avesse altro da offrirmi che questi pur bei Liebermann, al piano superiore i dipinti della fondazione Alten hanno superato le mie più rosee aspettative. E' difficile fare un elenco di tutti i dipinti che hanno attirato la mia attenzione, dai tronchi di betulla quasi astratti di Overbeck alla sensuale (e timida) modella di Rohlfs, ninfetta à la Nabokov
 
 
Meglio raffreddare i bollenti spiriti con qualche natura morta (qui sotto Jawlenski)
materno
 
o questo acquarello di Nolde
 
materno
 
Il sito del Castello San Materno è raggiungibile a questo link
 
 



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Spiritualità ed astrazione alla fondazione Riccardi (Rivanazzano)
5 giugno 2018
Bisogna imitare le persone brave ed intelligenti, mi dice Riccardi, il vulcanico responsabile della fondazione rivazzanese Artart. E l'idea di questa mostra gli è venuta pensando a un'esposizione basilese realizzata molti anni fa da Beyeler. Nelle stanze della sua villa di Rivanazzano Riccardi ha messo fianco a fianco opere contemporanee e lavori etnici provenienti da collezionisti di Lecco, Pavia e Milano.
 
Talvolta i riferimenti tra le opere esposte non sono immediatamente comprensibili, forse - come ammette lo stesso Riccardi - sono anche stiracchiati. In altri invece esistono delle corrispondenze impressionanti. Per esempio un uomo che con le mani nasconde il proprio volto per la vergogna/pentimento legato a un incesto compiuto si trova a fianco di un lavoro contemporaneo in cui due figure - che per altro rimandano al mondo delle stele di Lunigiana - sono in un identico atteggiamento. O anche due lavori realizzati con materiali simili
riccardi
 
riccardi
 
Dialoghi tra culture che - causa un mondo che sta rimpicciolendo - si trovano sempre più vicine e a contatto. E in un'epoca dove la paura per lo straniero è sempre più intensa mi interessa più notare che, al di là delle nostre storie ed esperienze, tutti noi bagniamo in un comune humus sentimentale, abbiamo la stessa necessità di esprimere sentimenti ed idee comuni alla nostra umanità. Ed in fondo noi occidentali non siamo molto diversi dagli umili artigiani africani. Le statue antropomorfe etiopi che debbono proteggere l'uomo addormentato hanno la stessa funzione rassicurante delle graziose e flessibili signorine raffigurate in una posa tranquilla da cui gli incubi notturni sono banditi.
 
Aperto fino al 17 giugno 2018.



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Passeggiata nel barocco pavese
3 giugno 2018
Dovetti passare il Brennero per accorgermi che a Pavia esistono palazzi di stile barocco che starebbero benissimo in Austria. Non ho mai capito com'è possibile che a nord delle Alpi gli intonaci abbiano sempre l'incarnato e la levigatezza di un bambino, mentre qui... Anche adesso il municipio (palazzo Mezzabarba) è coperto da una impalcatura, che per lo meno lascia intravedere la facciata dell'edificio. L'esterno della contigua chiesetta è però un disastro e temo che l'interno non debba essere meglio.
 
barocco
 
Dobbiamo ringraziare il cielo che la sala delle feste ospiti i consigli comunali: a questo modo abbiamo preservato l'ottima decorazione di Giovanni Angelo Borroni - su tutto i due dipinti di Diana - mentre hanno avuto una sorte meno felice gli affreschi di genere della vicina sala fiamminga. Sono opere scurite dal tempo, non sempre facili da decifrare, ma rimandano ad un mondo espressivo nordico che amo molto. Il loro colore rievoca quasi le decorazioni in cuoio che ricoprono le pareti della casa Rembrandt di Anversa.
 
Il cortile di palazzo Olevano apre il proprio colonnato in un ideale abbraccio verso la città. Basterebbero un poco di pulizia e cura perchè anche il passante disattento si accorga che questo angolo è meravigliosamente bello. Ma nessuno sembra curarsene. Capisco gli studenti delle magistrali che lo frequentano, sono anche idealmente vicino all'impiegato che ha messo sopra la propria scrivania il disegno di una signora che con il cartiglio "pensione" sta pedalando verso un burrone degno di Willy Coyote... però le belle arti dovrebbero intervenire a dare un aspetto dignitoso almeno all'esterno del luogo.
 
Come sempre sono i soffitti le parti che hanno sofferto meno. E' possibile però immaginare l'aspetto originale delle stanze del palazzo. La presidenza dell'istituto è alloggiata in quella che un tempo era l'alcova... di una feldmarescialla pavese? O di un barone Bove? Perchè gli Olevano, come tanti nobili goldoniani - e non solo - andarono incontro alla rovina finanziaria. Al piano superiore la convivenza di stupendi stucchi e mediocri storie di Tobia fanno pensare che a partire da un certo momento si sia deciso di andare al risparmio.
 
Ho una speciale predilezione per palazzo Vistarino, altra dimora nobiliare che ha conosciuto periodi bui (il parco antistante fu usato negli anni sessanta come dancing, io ricordo di avervi assistito alla penosa esibizione di due serbi che pretendevano di fare una rapida carrellata di canzoni d'amore da Dowland a Claudio Baglioni - le zanzare erano la parte migliore dello spettacolo).
 
Oggi l'università ne ha ripristinato la bellezza. Non facile, perchè è andato quasi tutto perso e si deve rifare in stile - quando è possibile - la decorazione delle sale. Ma anche così sono in un ideale casa Faninal, ricca, colorata, ancora risonante dei passi della nobiltà locale.
 
sala marchesa
E' un bene che il Ghislieri abbia organizzato - nell'arco di un pomeriggio barocco - una visita guidata a beni che i pavesi dovrebbero avere particolarmente cari.



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Chioggia la piccola Venezia della laguna veneta
27 maggio 2018
Ho trovato una piccola Venezia a Bamberg, in Germania. Ovviamente non poteva mancarne una in Francia - certamente migliore dell'originale - nell'alsaziana Colmar...
Noi ne abbiamo una a Chioggia, a poco meno di un'ora da quella grande, sul limitare della laguna. Ha la stessa conformazione su isole collegate da ponti e separate da canali il cui odore mi fa venire in mente il povero Aschenbach.
 
Purtroppo non c'è gran cura nel conservare il paese: troppi intonaci scrostati, pitture smangiate dalla salsedine e dalle intemperie; sciatterie che stonano in un piccolo centro abitato che pure avrebbe molti begli angoli pittoreschi. Non posso fare a meno di pensare a come si è trasformata nel tempo Capodistria, altra cittadina con lo stesso tipo di architettura ma, evidentemente, una diversa consapevolezzab del valore del proprio patrimonio artistico.
 
E che siamo disattenti lo vedo nel museo diocesano, dove le Nozze di Figaro e i REM sono la giusta colonna sonora per accompagnare due polittici di Paolo Veneziano. Valgono la pena di essere visti, specie una bellissima Madonna circondata da santi
chioggia
 
L'altro, con al centro un gruppo ligneo raffigurante san Martino, ha sofferto più il trascorrere del tempo ma non per questo è meno interessante.
 
Nel vicino Duomo ci è risparmiata la musica: nulla mi distrae dall'osservazione di un maestoso e complesso pulpito in marmo nonchè dell'altar maggiore con intarsi di marmi policromi che raccontano la vita della Madonna.
 
Se voglio il raccogliermi in preghiera la vicina chiesa di Pietro e Paolo è un piccolo riassunto di architettura veneta e poi - a dimostrazione che in Italia anche i sassi hanno valore artistico - la libreria Giunti è sita in un edificio bianco su cui troneggiano diversi bei gruppi scultorei.
 
chioggia



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Menusieri piemontesi in mostra alla Venaria Reale
2 maggio 2018
Non avevo mai trovato fino ad ora il termine menusieri, chiaramente mutuato dal francese menuisier. Non ricordo più dove avessi letto - forse da ragazzo nella Storia d'Italia di Montanelli - che i Savoia si sentissero più a loro agio con il francese che con l'italiano.
 
Mi accontento di notare che - menusieri o no - i regnanti piemontesi avevano a disposizione artigiani di prim'ordine. Alla reggia di Venaria si racconta la storia di quest'arte nel XVIII e XIX secolo, in un periodo cerniera tra la fine dell'ancien régime e la nascita della produzione industriale di mobili.
 
Trovare raccolte in poco spazio le opere di Prinotto, Piffetti, Bonzanigo e Moncalvo permette di comprendere quanto fosse raffinata la corte sabauda e come si evolvesse il gusto artistico.
 
Si vedono linee curve, conchiglie e decorazioni che sembrano anticipare il gusto liberty. Questo tavolo ha una bella decorazione astratta che starebbe benissimo in un appartamento modern styleminusieri
 
Ma il dolce viene in fondo, quando ci viene offerto un teatro sacro costituito da uno stupendo coro.
minusieri
Se ci si avvicina è facile notare che molte tarsie sono andate perdute e che bisogna completare diverse immagini con la fantasia. Se penso però all'odissea di quest'opera mi dico fortunato che essa sia ritornata in patria e che possa coronare degnamente una mostra che offre dei bellissimi spunti per chi voglia conoscere meglio il mondo della corte piemontese e dell'artigianato che si muoveva attorno ad essa.
 
La mostra è visitabile fino al 15 luglio 2018 alla Reggia di Venaria Reale (TO).
 



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Un Savoia a Genova: Carlo Alberto
21 aprile 2018
Deve essere stato un brutto rospo da ingoiare per "La Superba" trovarsi inserita nel regno dei Savoia.
 
Carlo Alberto di Savoia non era però un sovrano come gli altri. La mostra che gli viene dedicata nel palazzo reale di Genova lo mostra a figura intera con la "Lanterna" sullo sfondo. Il giovane Savoia capisce le aspettative dei propri concittadini. Egli ha accettato di concedere uno Statuto, che lo zio cancella, ma che lui ripropone tal quale non appena ascende al trono.
 
Carlo Alberto è una strana figura: nonostante le sue simpatie liberali combatte contro gli insorti di Cadice e dà prova di eroismo al Trocadero. Suo sarà lo sfortunato tentativo della prima guerra di indipendenza. Dopo la sconfitta di Novara va in Portogallo per un esilio di breve durata: morrà dopo un solo anno. In mostra l'arrivo del feretro a Genova e il passaggio da San Lorenzo, di nuovo a suggellare il legame tra Carlo Alberto e la città ligure.
 
La mostra appena aperta a palazzo reale traccia la vita del sovrano sabaudo, il suo idealismo, la sua capacità di farsi accettare dagli orgogliosi genovesi.
 
Istruttivo poi salire al secondo piano, con gli sfarzosi appartamenti reali, in cui si passa dai pavimenti mosaicati tipicamente liguri al parquet, con soffitti che potrebbero benissimo far pensare al palazzo Lascaris di Nizza ma che più spesso riflettono il gusto ottocentesco. Gusto presente d'altro canto nella profusione di sfingi ed aquile, nelle elaborate sculture dorate che coprono vasi giapponesi che non avrebbero bisogno di niente più per essere belli.
 
E poi mi piace sempre osservare il modo con cui questi sovrani - che siano Savoia o Asburgo, cambia poco - riproducono il gusto della ricca borghesia del loro tempo in questa Hofburg affacciata sul Mediterraneo.
 
 



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La chiesa di san Pietro a Spoleto
2 aprile 2018
Percorrendo la Flaminia, proprio sullo svincolo che conduce al posteggio della Spoletosfera, in posizione opposta alla città si vede la chiesa di San Pietro. Indietro rispetto alla strada, preceduta da una notevole scalinata, ha un interno insignificante - neoclassico intonacato di bianco, con qualche resto di affresco.

L'esterno però richiede una sosta attenta. Il rosone é solo un tondo vuoto, ma la cornice a mosaici e i ruvidi rilievi con i simboli degli evangelisti sono quanto di meglio il medioevo sappia dare.

Ci sono molti altri rilievi sulla facciata, decorazioni, un ingenuo san Michele che infilza il drago come se fosse un tacchino. Ma trovo anche delle storie interessanti. Ad esempio il racconto della morte di un peccatore, il cui cuore viene pesato sulla bilancia. Un bel disegno, nitido. Una narrazione distesa che mi ricorda un'analogo ciclo di sculture su un portale del Languedoc.

Ancora mi ha interessato la lotta tra l'uomo e un leone, con la vittoria della fiera che vedo così raffigurata come nella Tarasque del museo lapidario di Avignone, nonché in altre chiese dell'Italia centrale.

Pietro





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A Perugia con Manu
1 aprile 2018
Manu è l'abbreviazione di "Museo Archeologico Nazionale Umbro". Occupa i due chiostri del complesso di San Domenico e racconta il passato umbro dalla preistoria fino ai primi secoli dell'era cristiana.
 
All'interno del Manu si trovano anche lasciti sorprendenti, come una collezione di amuleti: ferri di cavallo, coralli, corna e corni, medaglie votive ed oggetti vari - anche strampalati come una stella marina napoletana destinata ad aiutare le partorienti. É facile sorridere di queste superstizioni quando ci si crede sicuri di esercitare, grazie alla medicina di oggi, il controllo sulle nostre esistenze.
 
Il centro attorno cui gravita il Manu è però la collezione etrusca. Prima ancora di entrare nel nucleo centrale del museo si può scendere alla ricostruzione della tomba Cai Cutu
 
Manu
 
É un insieme funerario trovato intatto. La penombra e la visione dall'alto del complesso creano un'atmosfera di estatica emozione.
 
Le urne sono sormontate dalle immagini dei defunti, sulla facciata la riproduzione di teste di Medusa o di episodi mitologici, sacrificio di Ifigenia, Ulisse e Scilla (o Penelope), scene di addio, viaggi agli inferi... Ben poco che ci lasci immaginare la vita quotidiana degli etruschi. Il Manu conserva la più lunga iscrizione etrusca che ci sia pervenuta ma non è da questa relazione commerciale che potremo ricavare chi sa quali informazioni.
 
Bellissimi i bronzi di San Mariano, decorazioni frammentarie di carri che lasciano intravedere una civiltá molto raffinata.




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Perugia - Chiesa di Sant'Ercolano
31 marzo 2018
In un paese dove, quando si inciampa, si sbatte il naso in un'opera d'arte di grande valore, scorgo in fondo alla via una chiesetta alta e stretta, posta in cima ad una vezzosa scalinata barocca. La facciata é sobria ed elegante, con un bel portale e una torricina con orologio che é forse l'unico punto debole dell'edificio. É la chiesa dedicata a Sant'Ercolano, santo martirizzato tramite decapitazione, i cui resti sono conservati in questo edificio.
 
Sant'ercolano

 Come al solito gli orari di apertura sono strampalati: il portone si chiude alle 18 ma chi ha avuto la fortuna di entrare ha tutto l'agio di ammirarla. Non che ci voglia tantissimo tempo, la chiesa è piccolissima, ma stupisce per la sua altezza, per la cupola centrale e la ricchezza della decorazione barocca.
 
Tutto si snoda in un compatto spazio ottagonale tanto ridotto quanto sfarzoso. Alla fine l'unico elemento poco appariscente, ma non per questo meno interessante, è il sarcofago romano che fa da altare.
 




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Da Kandinski a Cage: Pittura e musica a Reggio Emilia
9 marzo 2018
A chi mi domanda il significato di un quadro astratto rispondo invariabilmente facendo un'analogia tra musica assoluta ed arte figurativa: il pittore ha voluto disporre colori e forme secondo simmetrie paragonabili a quelle che usa Beethoven scrivendo una forma sonata. Peccato che i lavori musicali più amati abbiano un titolo (Patetica, Pastorale, Appassionata) che fornisce un appiglio extra-musicale. E quando l'appiglio non esiste lo si cerca... chi non conosce il preludio della goccia o il destino che batte alla porta?
 
Certamente la mostra di Reggio Emilia affronta questo parallelismo - e lo sottolinea con forza per esempio parlando di Klee e Melotti.
reggio
 
Rimarrebbe però alla superficie delle cose se si limitasse solo a questo.
 
Si vogliono analizzare le relazioni tra arte figurativa e musica. La si prende un po' alla lontana, iniziando con le pretese wagneriane di Gesamtkunstwerk (scrivo pretese perchè il compositore di Lipsia ci capiva poco di pittura) ma ci si immerge subito nel tema con i dipinti di Arnold Schonberg. Si tratta per lo più di tele che forniscono un'idea di come allestire la Gluckliche Hand, ma non solo
 
reggio
 
Ci si occupa di Ciurlonis, altro artista ugualmente valido come musicista e pittore.
reggio
e poi c'è ampio spazio per Kandinsky, Werefkin, Turcato...
 
reggioIl tutto accompagnato da musiche che - se non direttamente collegate con i quadri esposti - almeno danno un'idea dello Zeitgeist in cui essi sono nati.
 
Interessantissima la parte conclusiva dedicata a John Cage. Non potevano mancare un video del celebre 4'33" nè la rievocazione della sua comparsa in un Lascia o Raddoppia con Mike Bongiorno. Viene perfino offerta la possibilità di entrare in una camera anecoica per far percepire l'impossibilità di non essere immersi nel suono. Ma il vero interesse che ho trovato in questa sezione viene dallo scoprire lavori pittorici di Cage e dal rendermi conto che le sue partiture sono anche belle visivamente.
 .reggio
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/3/2018 alle 8:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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