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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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La chiesa di san Pietro a Spoleto
2 aprile 2018
Percorrendo la Flaminia, proprio sullo svincolo che conduce al posteggio della Spoletosfera, in posizione opposta alla città si vede la chiesa di San Pietro. Indietro rispetto alla strada, preceduta da una notevole scalinata, ha un interno insignificante - neoclassico intonacato di bianco, con qualche resto di affresco.

L'esterno però richiede una sosta attenta. Il rosone é solo un tondo vuoto, ma la cornice a mosaici e i ruvidi rilievi con i simboli degli evangelisti sono quanto di meglio il medioevo sappia dare.

Ci sono molti altri rilievi sulla facciata, decorazioni, un ingenuo san Michele che infilza il drago come se fosse un tacchino. Ma trovo anche delle storie interessanti. Ad esempio il racconto della morte di un peccatore, il cui cuore viene pesato sulla bilancia. Un bel disegno, nitido. Una narrazione distesa che mi ricorda un'analogo ciclo di sculture su un portale del Languedoc.

Ancora mi ha interessato la lotta tra l'uomo e un leone, con la vittoria della fiera che vedo così raffigurata come nella Tarasque del museo lapidario di Avignone, nonché in altre chiese dell'Italia centrale.

Pietro





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/4/2018 alle 13:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
A Perugia con Manu
1 aprile 2018
Manu è l'abbreviazione di "Museo Archeologico Nazionale Umbro". Occupa i due chiostri del complesso di San Domenico e racconta il passato umbro dalla preistoria fino ai primi secoli dell'era cristiana.
 
All'interno del Manu si trovano anche lasciti sorprendenti, come una collezione di amuleti: ferri di cavallo, coralli, corna e corni, medaglie votive ed oggetti vari - anche strampalati come una stella marina napoletana destinata ad aiutare le partorienti. É facile sorridere di queste superstizioni quando ci si crede sicuri di esercitare, grazie alla medicina di oggi, il controllo sulle nostre esistenze.
 
Il centro attorno cui gravita il Manu è però la collezione etrusca. Prima ancora di entrare nel nucleo centrale del museo si può scendere alla ricostruzione della tomba Cai Cutu
 
Manu
 
É un insieme funerario trovato intatto. La penombra e la visione dall'alto del complesso creano un'atmosfera di estatica emozione.
 
Le urne sono sormontate dalle immagini dei defunti, sulla facciata la riproduzione di teste di Medusa o di episodi mitologici, sacrificio di Ifigenia, Ulisse e Scilla (o Penelope), scene di addio, viaggi agli inferi... Ben poco che ci lasci immaginare la vita quotidiana degli etruschi. Il Manu conserva la più lunga iscrizione etrusca che ci sia pervenuta ma non è da questa relazione commerciale che potremo ricavare chi sa quali informazioni.
 
Bellissimi i bronzi di San Mariano, decorazioni frammentarie di carri che lasciano intravedere una civiltá molto raffinata.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/4/2018 alle 13:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Perugia - Chiesa di Sant'Ercolano
31 marzo 2018
In un paese dove, quando si inciampa, si sbatte il naso in un'opera d'arte di grande valore, scorgo in fondo alla via una chiesetta alta e stretta, posta in cima ad una vezzosa scalinata barocca. La facciata é sobria ed elegante, con un bel portale e una torricina con orologio che é forse l'unico punto debole dell'edificio. É la chiesa dedicata a Sant'Ercolano, santo martirizzato tramite decapitazione, i cui resti sono conservati in questo edificio.
 
Sant'ercolano

 Come al solito gli orari di apertura sono strampalati: il portone si chiude alle 18 ma chi ha avuto la fortuna di entrare ha tutto l'agio di ammirarla. Non che ci voglia tantissimo tempo, la chiesa è piccolissima, ma stupisce per la sua altezza, per la cupola centrale e la ricchezza della decorazione barocca.
 
Tutto si snoda in un compatto spazio ottagonale tanto ridotto quanto sfarzoso. Alla fine l'unico elemento poco appariscente, ma non per questo meno interessante, è il sarcofago romano che fa da altare.
 




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 31/3/2018 alle 13:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Da Kandinski a Cage: Pittura e musica a Reggio Emilia
9 marzo 2018
A chi mi domanda il significato di un quadro astratto rispondo invariabilmente facendo un'analogia tra musica assoluta ed arte figurativa: il pittore ha voluto disporre colori e forme secondo simmetrie paragonabili a quelle che usa Beethoven scrivendo una forma sonata. Peccato che i lavori musicali più amati abbiano un titolo (Patetica, Pastorale, Appassionata) che fornisce un appiglio extra-musicale. E quando l'appiglio non esiste lo si cerca... chi non conosce il preludio della goccia o il destino che batte alla porta?
 
Certamente la mostra di Reggio Emilia affronta questo parallelismo - e lo sottolinea con forza per esempio parlando di Klee e Melotti.
reggio
 
Rimarrebbe però alla superficie delle cose se si limitasse solo a questo.
 
Si vogliono analizzare le relazioni tra arte figurativa e musica. La si prende un po' alla lontana, iniziando con le pretese wagneriane di Gesamtkunstwerk (scrivo pretese perchè il compositore di Lipsia ci capiva poco di pittura) ma ci si immerge subito nel tema con i dipinti di Arnold Schonberg. Si tratta per lo più di tele che forniscono un'idea di come allestire la Gluckliche Hand, ma non solo
 
reggio
 
Ci si occupa di Ciurlonis, altro artista ugualmente valido come musicista e pittore.
reggio
e poi c'è ampio spazio per Kandinsky, Werefkin, Turcato...
 
reggioIl tutto accompagnato da musiche che - se non direttamente collegate con i quadri esposti - almeno danno un'idea dello Zeitgeist in cui essi sono nati.
 
Interessantissima la parte conclusiva dedicata a John Cage. Non potevano mancare un video del celebre 4'33" nè la rievocazione della sua comparsa in un Lascia o Raddoppia con Mike Bongiorno. Viene perfino offerta la possibilità di entrare in una camera anecoica per far percepire l'impossibilità di non essere immersi nel suono. Ma il vero interesse che ho trovato in questa sezione viene dallo scoprire lavori pittorici di Cage e dal rendermi conto che le sue partiture sono anche belle visivamente.
 .reggio
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/3/2018 alle 8:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Futurismo alla Fondazione Prada (Mi)
19 febbraio 2018
Alcune opere in mostra alla Fondazione Prada le ho già viste, pure di recente, in altre occasioni, nell'anonimato di un museo o nel rigoroso ordine cronologico di qualche retrospettiva.
 
Alla Fondazione Prada il contesto è del tutto diverso: si vuole portare la nostra attenzione sui rapporti che intercorrono tra futurismo e dittatura fascista.
 
Un tema vasto e spinoso. Nella stessa epoca nazisti e sovietici fanno cadere la mannaia sul modernismo, degenerato o formalista. Il fascismo invece si appropria di temi e modi espressivi del futurismo e li incanala nella propria narrazione propagandistica.
 
Per esempio il Guerra-Festa di De Pero riassume alla perfezione l'idea di una guerra rigeneratrice
Prada
 
Il ferito sulla sinistra ci lascia indifferenti come Willy Coyote spiaccicato in fondo al canyon ed il cannone sputa strisce colorate che quasi anticipano il sottomarino giallo dei Beatles. E' la rivoluzione di un mondo rurale che si apre alla modernità, all'ebbrezza di industria, elettricità, forza motrice e velocità.
 
Le case a squadrate, gli ambienti neoclassici, oltre a rimandare a uno Zeitgeist che vuole rigenerare razionalmente il mondo, si ritrovano nella monumentalità fascista
Risultati immagini per monumento ai caduti como
a cui abbiamo fatto il callo, tanto è diffusa ancora oggi.
 
Ed è impressionante la ricostruzione dell'ambiente della mostra della rivoluzione fascista, in cui è ancora più chiara la contiguità tra futurismo e mondo fascista.
 
L'espressione artistica non è neutra, si incanala nel quotidiano. Anche quando prospetta la rottura di un ordine costituito  con suoni, rumori e parole in libertà, essa può diventare il veicolo con cui la propaganda di un regime dittatoriale diffonde le proprie parole d'ordine.
 
Per questo ritengo istruttiva ed importante la mostra offertaci dalla fondazione Prada fino al 25 giugno.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/2/2018 alle 16:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cuno Amiet a Mendrisio
15 gennaio 2018
Una ragazza bretone è sdraiata su una duna di sabbia di un rosa tahitiano. L'autore è Cuno Amiet, un giovanotto di Soletta in trasferta a Pont-Aven dove mostra un grande talento di colorista, con paesaggi immersi in un calore quasi mediterraneo. 
Risultati immagini per cuno amiet mendrisio
Una grossa arancia davanti alla fanciulla mi rimanda a un autoritratto in cui il pittore si raffigura tenendo in mano una mela
Risultati immagini per cuno amiet mendrisio
ma anche all'immagine della compagna Anna, ripresa di faccia con un bel fiore davanti al petto. E' bellissimo il dipinto in cui si vede la giovane donna a figura intera, con un costume tradizionale, in mezzo ad un prato cosparso di fiori gialli. Gli stessi che troverò in un dipinto di fine carriera "Il Paradiso" (1958).
Risultati immagini per cuno amiet mendrisio
Qui i fiori si condensano nel meraviglioso angelo dalle ali spiegate. Niente affatto minaccioso. Eva davanti ad un albero del bene e del male che reca frutti variopinti, mentre in primo piano Adamo appare in preghiera. E' un'atmosfera idilliaca, si direbbe che la colpa sia stata perdonata, che Adamo ed Eva continueranno ad essere felici nell'Eden. E' molto diversa la situazione del Paradiso, dipinto cinquant'anni prima. 
Risultati immagini per cuno amiet mendrisio
C'è ovviamente un segno stilistico diverso. l'Amiet del dopoguerra è diventato molto più trasparente, ha una pasta eterea e spirituale maggiore. L'Eden d'inizio secolo è molto più concreto. Il gigantesco albero non può non farmi pensare alla Raccolta della frutta che domina l'esposizione
 
Risultati immagini per cuno amiet mendrisio
Gli uomini sulle scale mi ricordano gli angeli del sogno di Giacobbe. C'è la stessa atmosfera di incanto del Paradiso 1958. Quasi non si avverte - a differenza dei quadri sul medesimo tema dipinti sotto l'influsso della scuola espressionista - il senso della fatica fisica, il sudore e la pena del duro lavoro.
 
Il museo di Mendrisio, che ospita questa retrospettiva fino all'inizio di febbraio, non si limita alla narrazione di vita ed opere ma inserisce in ogni sala dipinti di autori che hanno avuto a che fare con Amiet o che quanto meno lo hanno influenzato (è il caso per esempio di Matisse). Si giunge così ad avere un'immagine molto chiara e completa di uno dei maggiori creatori elvetici.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/1/2018 alle 7:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Museo Matisse a Nizza
1 gennaio 2018
Il primo incontro di Matisse con Nizza fu letteralmente burrascoso: un mese di pioggia ininterrotta che gli ha lasciato poche occasioni di lavoro.
 
Di queste una tela che mostra il lungomare visto dalla camera d'albergo. La strada intrisa di acqua, il mare mugghiante ed un cielo minaccioso che però lascia intravedere il futuro colorista.
 
matisse
Al ritorno del sole infatti questo angolo di Francia fará nascere in Matisse un amore destinato a durare per tutta la vita.
 
E' dunque giusto che Nizza ospiti, in una vecchia villa di stile genovese, un museo che traccia tutto il periplo della vita creativa di Matisse. Si parte dagli anni di apprendistato presso Moreau, lo si segue nella maturità e ci si congeda sul suo ultimo capolavoro, la cappella di Vence.
 
Si mostrano alcuni filmati in cui Matisse lavora per la cappella di Vence, uno dei luoghi più ricchi di misticismo che io conosca. Entrare in questa cappella durante una giornata di sole, gustare il contrasto tra l'esplosione di colori delle vetrate e le semplici linee bianche delle pareti permetterebbe anche ad un ateo di sentire la presenza fisica di Dio. Nell'esposizione nizzarda alcuni paramenti per il tempo ordinario mi fanno immaginare i sacerdoti intenti a ballare sulle note della sinfonia Turangalila.
 
matisse
 
E' un'arte che ama la vita e che trasmette una contagiosa felicità. Non conosco modo migliore di trascolorare (è il caso di dirlo) da un anno all'altro.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/1/2018 alle 14:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Vallauris: cerco Picasso e trovo Magnelli
30 dicembre 2017
Vallauris é un paese sito tra Antibes e Cannes. Uscendone vedo stagliarsi contro il cielo la silhouette del castello di Cagnes. Anche Villauris possiede il suo castello, un parallelepipedo compatto ed anonimo. 
 
Al suo interno un piccolo museo sulla terracotta si fa sostenere da due esposizioni ben più importanti. 
 
La prima riguarda Picasso che nella sua creatività compulsiva e bulimica aveva pensato bene di mettere il proprio zampino anche nella produzione locale di ceramica. Vasi, brocche, piatti decorati con gli elementi tipici dello stile di Picasso. Alcuni oggetti anche divertenti (un vaso a forma di donna la cui pancia contiene inscritto un volto femminile). 
 
Il pezzo forte é però, sulla volta della cappella del castello, un ciclo di ceramiche intitolato "Guerra e pace". Al centro la immancabile colomba divide i due mondi. A sinistra la guerra, con prevalenza di neri e marroni, sagome angolose di uomini armati, un carro mostruoso trainato da cavalli. Niente di nuovo o di particolarmente affascinante. A destra invece la pace, immersa in un caldo e pastoso blu, con una donna che allatta (una caritá?), bambini che giocano, suoni pastorali. Il tutto é molto più felice e sincero. Ci ritrovo il fascino del meridione, la serenità del quieto vivere.
 
La sorpresa per me giunge all'ultimo piano del castello dove scopro un pittore fiorentino, Alberto Magnelli, che ha un interessante inizio figurativo (un villaggio innevato, fantasia di verdi e marroni sotto un cielo di un blu iridescente che lascia immaginare tante stelle), passa per una fase cubista dai colori molto accesi e poi, con gli anni 30 rende meno variopinta la sua tavolozza e si dedica all'astrattismo.

 




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/12/2017 alle 21:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il Genovesino in mostra a Cremona
29 novembre 2017
Luigi Miradori, in arte il "Genovesino", è un pittore attivo a Cremona nella prima metà del XVII secolo.
 
Siamo in epoca controriformista, quando le mule si inginocchiano non di fronte alla biada ma alle ostie consacrate, quando il memento mori è un tema ricorrente e di peso.
Risultati immagini per genovesino

Il liuto, dal suono effimero come la nostra vita, come la bellezza della musicista e la ricchezza. E sullo sfondo l'immancabile teschio, che ritroviamo anche in altri dipinti, spesso con la bocca spalancata ad inghiottire il malcapitato spettatore.
 
Non è un caso che questo dipinto

genovesino

sia stato attribuito a Zurbaran... siamo nello stesso ambiente spirituale. E Genovesino dipinge anche un bambin Gesù la cui pelle ha la rugosità e la consistenza di certi apostoli del Ribera.
 
Genovesino guarda anche a nord. I Re Magi mostrano un levriero copiato da Durer (ma c'è anche un re moro dal cappello rosso con medaglione di chiara ascendenza germanica). E pure i mangiatori di ricotta rimandano al gusto fiammingo per le scene di genere.

Risultati immagini per genovesino
Le donne che aiutano la puerpera Sant'Anna sono persone semplici, non hanno niente di idealizzato e fanno pensare ad un ambiente comune, che contrasta con la ricchezza dei recipienti in rame.
Risultati immagini per genovesino


Il dipinto più bello è senza dubbio il Riposo nella fuga in Egitto,


Risultati immagini per genovesino


lavoro complesso strutturato su diversi piani narrativi (lo sfondo raffigura una strage degli innocenti che contrasta con la pacifica sosta della Sacra Famiglia in primo piano). Molto bella la finezza della fattura (imperdibile la trama dei capelli di putti e Vergine). E' un'opera che vale la mostra. E' il culmine dell'interessante percorso sulla vita di uno dei tanti maestri barocchi normalmente tanto negletto che la città di Cremona gli ha giusto dedicato una via laterale in periferia. 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/11/2017 alle 9:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Padova: Oratorio di S. Giorgio e scuola del Santo
3 novembre 2017
Forse esiste nell'arte una forma di progresso: le innovazioni espressive e tecniche scoperte da un grande artista vengono riprese e sviluppate dai colleghi successivi per meglio comunicare la loro visione del mondo.
 
Nell'oratorio di San Giorgio riconosco l'influenza che Giotto ha esercitato su Altichiero ma anche ciò che quest'ultimo ha aggiunto di personale: la bellezza degli scorci prospettici, il gusto coloristico, la vivacità del disegno.
 
Con la sua statuaria compostezza, Giorgio che beve il bicchiere di acqua avvelenata non solo ci fa comprendere l'esito di questa vicenda ma sembra quasi anticipare certe figure di Mantegna.
 
E quanto a rigidità non scherza neppure la Santa Lucia che - nonostante i panneggi morbidi - non viene minimamente spostata dai buoi che pure inarcano le groppe, si piegano e sforzano i muscoli nel tentativo di portarla in un postribolo.
 
Altro mondo nella vicina scuola del Santo. Ce lo dice già la scala rinascimentale - degna di qualche villa veneta - che conduce al piano superiore.
 
E' una stanza dal soffitto a cassettoni, interamente affrescata con storie di Sant'Antonio. Subito entrando un giovane Tiziano racconta del bambino che scagiona la madre. Una linea orizzontale divide in modo alquanto grossolano la parte inferiore da quella superiore - tra l'altro anche molto più rozza rispetto al ritmo e all'elaborazione delle figure che si trovano in primo piano. Una modifica operata in un secondo tempo?
 
Perfetta invece, per resa drammatica e costruzione, la storia del marito geloso che pugnala la moglie - forse il punto più interessante di tutta la sala. E poi, per me che amo questo genere ci sono anche alcune raffigurazioni di Padova così come appariva in passato.
 
Mi stupisce poi sempre la solita italica incuria. Un cartello ci invita a chiudere bene la porta per proteggere la climatizzazione della stanza. Peccato che i battenti della prima porta - a vetri - neppure si tocchino e che quelli della seconda si allontanino da soli.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/11/2017 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Più di una "Divina creatura" a Rancate
26 ottobre 2017
Secondo la signora Cottard la prima qualità che deve avere un ritratto costoso è la somiglianza. Si capisce però che il dipinto deve possedere anche altre caratteristiche, per esempio trasmettere un'immagine lusinghiera della persona raffigurata.
 
A fine XIX secolo, quando la donna era confinata in casa, una signora doveva venire mostrata nel proprio regno, in piedi, con il volto diretto agli occhi dello spettatore, come il Re Sole (non a caso la borghese Sommaruga ha la stessa posa di Elena di Savoia). E la sovrana del focolare domestico è circondata dai segni della propria ricchezza: bel mobilio, un pianoforte, arazzi. Fondamentali sono - è ovvio - gioielli e abiti.
 
La pinacoteca Zust di Rancate accosta ai dipinti gli abiti originali, ci mostra il rapporto tra la moda corrente e la pittura, che registra fedelmente l'evoluzione del gusto così come viene dettato dalla capitale parigina.
 
Non male come idea, visto che da Rancate si può vedere il grande complesso commerciale del Foxtown. Io però, che noto soltanto se una donna è vestita oppure no, sono interessato alla fattura dei dipinti, alla originalità di Tranquillo Cremona che presenta la sua committente leggermente piegata in un abito giallo che risalta sulla scura verzura circostante, al virtuosismo con cui Troubetzkoy riproduce i pizzi nella scultura "Dopo il ballo", alla piccola storia del costume che traspare da un pianoforte verticale sullo sfondo, una copia di un valzer di Strauss (Induno) e infine il primo piano di una signorina intenta ad accompagnare un'aria di Tosti (Anastasio).
 
Ci sono alcuni Boldini straordinari, una bella dama in una fantasia di grigi e poi ancora la signora Sommaruga resa con pennellate rapide, un braccio sulla sedia e l'altro lungo il corpo in languida asimmetria. E' l'immagine di una persona sicura di sè, spavalda, che sa di valere molto più di tanti uomini.
 
 
Anche il cassaratese Luigi Rossi ha qualcosa da dire. Nella collezione permanente c'è un suo "Kimono" che porta un po' di aria parigina nel Ticino e che mi rimanda a un doppio ritratto orientaleggiante sotto un luminoso ombrello rotondo.
 
E prima di uscire da questa fantastica mostra ammiro un'immaginaria Gilberte Swann  di Pietro Gerosa con pattini, stivaletti, cappellino e collo di pelliccia.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/10/2017 alle 8:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La Lombardia alla conquista dei Longobardi
19 settembre 2017
La mostra che Pavia, già capitale del regno dei Longobardi, dedica ai propri ex-sovrani si apre con resti funerari: suppellettili, armi, gioielli, scheletri - sia umani che animali. Tutto quello che è solito trovare nelle esposizioni dedicate al mondo preistorico. Ed in effetti ci muoviamo in un contesto di analfabetismo che ci obbliga a fare congetture partendo dagli oggetti che ci sono rimasti.
 
Non ci vuole molto ad immaginare l'impatto che ha avuto su una civiltà raffinata, ancorchè decadente, come quella della Roma imperiale, l'incontro con questi combattenti, rozzi ma capaci. Ed è anche facile fare dei parallelismi con le migrazioni cui assistiamo oggi... In fondo, non c'è nulla di nuovo sotto il sole e il mondo continua proprio perchè il sangue si mescola.
 
Il mondo latino offre a queste persone una scrittura ed una lingua. Le iscrizioni, elaborate come stile letterario e grafia, mostrano che i nobili longobardi assorbono le caratteristiche degli autoctoni che - per quanto sconfitti - sono culturalmente superiori a loro. La conversione al Cristianesimo fa il resto ed accelera la fusione tra i popoli.
 
Se il nostro mondo ha dato a loro l'espressione letteraria e religiosa essi ci hanno regalato un immaginario visivo: chinandomi sui monili barbarici riconosco segni grafici ed immagini che sono passati tali e quali nelle nostre chiese: grifoni, bestie meravigliose, labirinti di linee rette e curve.
 
La mostra pavese sui Longobardi, destinata a trasferirsi prima a Napoli e poi a San Pietroburgo è una buona possibilità di valorizzare il territorio pavese e lombardo. Utile il legame con due sale dei negletti musei civici pavesi ed ottima la possibilità di visitare i luoghi cittadini in cui sono rimasti segni del passaggio di questo popolo. Il sito della mostra offre itinerari e schede utili a scoprire tanti gioielli che meritano una visita, in Pavia come nel resto della regione (si pensi soltanto allo stupendo complesso medievale di Lomello).
 
Una iniziativa interessante e più sensata della solita stucchevole esposizione di quadri "impressionisti".




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/9/2017 alle 20:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Swarovski: Mondi di cristallo a Wattens
23 giugno 2017
Un outlet aziendale di Swarovski si è trasformato in attrazione museale di tutto rispetto che può lasciare qualche impressione alle orde vomitate dagli autopullman-con-guida-parlante-italiano.
 
Il "gigante" che accoglie il visitatore è tanto appariscente quanto brutto con il suo faccione rotondo dalla cui bocca esce una fontana di acqua. L'interno di questa struttura offre installazioni ed opere affatto interessanti, da una stele di Keith Haring per un'Aida alla Ambient music di Brian Eno. C'è spazio per la fantasia ed il sogno in una lunga serie di variazioni sul tema del cristallo.
 
Un elemento costantemente presente é il riflesso: gli specchi moltiplicano gli spazi e fanno entrare il fruitore nell'opera d'arte. É il gioco del Duomo di cristallo, ma anche della foresta incantata di Eden in cui mi é parso di muovermi nell'ultimo Parsifal realizzato da Wolfgang Wagner. Poi non tutto è eccelso: mi sono trovato in una Wunderkammer tanto colorata quanto pacchiana e in un teatro meccanico molto reminiscente di una tintoria.
 
É certamente utile la sezione, subito prima del negozio, in cui si traccia la storia della Swarovski ed in cui vengono esposte alcune curiosità: parure teatrali, tra le quali una corona destinata ad Elton John, e oggetti creati da stilisti.
 
Non mancano interessanti sorprese all'esterno, con una nuvola iridescente di cristalli su un lago artificiale costellato di steli che si chiudono con bacche rosse, uno spazio giochi architettonicamente molto armonioso ed originale che giustifica che un bimbo scali la Griglia cristallina di Werner Feiersinger come se fosse un balocco.
 
Mi piace pensare che quel piccolo abbia capito meglio di tutti noi il senso dell'arte.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 23/6/2017 alle 17:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Munari al MEF di Torino
7 giugno 2017
Ultimi giorni di apertura per  una divertente mostra che il MEF di Torino dedica a Bruno Munari.

Sì, ci si diverte come se si fosse bambini, perchè è contagiosa la forza inventiva, la capacità di giocare con le idee, di scoprire e cercare cose nuove, di ripercorrere l'usuale secondo una prospettiva diversa. In fondo l'arte non è che una trasfigurazione del nostro mondo, è la capacità di trovare il bello nella nebbia milanese, animarla con la nostra aspettativa, con una storia che improvvisamente ce la rende vicina ed amata.

E' un bellissimo sogno il caleidoscopio delle immagini polarizzate (sono presenti degli schermi davanti ai quali si fa ruotare un filtro polarizzatore che metamorfosa forme e colori delle composizioni esposte), straordinaria la sala delle sculture appese per aria - un Calder fantasioso che soffre per l'aria ferma e pesante di questo museo e che sicuramente sarebbe a suo agio all'aperto.

E poi il divertissement delle macchine inutili, di quelle immaginarie, degli alfabeti sconosciuti - benchè somiglianti a forme grafiche di popolazioni reali, delle sculture portatili.

Grande spazio infine per la grafica (ho scoperto che tante copertine discografiche della mia giovinezza erano d'autore) e per l'arte applicata.

Chi pensa che l'arte contemporanea sia noiosa ne approfitti e faccia un salto al MEF.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/6/2017 alle 16:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lucia Pescador - La memoria del fuoco
15 maggio 2017
Quattro stanze le cui pareti sono ricoperte di opere di vario genere, secondo un gusto che si rifà espressamente a quello delle Wunderkammer. Ci sono oggetti d'arte, opere provenienti dalla collezione della Fondazione Ricciardi di Rivanazzano, presso la quale è esposta questa installazione, ci sono lavori della stessa Lucia Pescador. Su materiali già usati come fogli di registro o pellicole fotografiche, Lucia Pescador copia opere di altri autori, non come mero esercizio didattico, come divertissement di un artista in cerca di idee ma come dialogo con altri maestri. E' molto di moda oggi mettere fianco a fianco lavori di artisti differenti - qualche giorno fa alla Fondazione Magnani Rocca ho visto dei Cézanne accostati a quadri di Morandi - ma è un'operazione tutto sommato esteriore.

Per esempio Lucia Pescador, copiando il disegno di un atelier di Le Corbusier, sente la necessità di aggiungere dei colori primari - blu, rosso e giallo - che, guarda caso, si incastonano nelle linee del disegno che, a questo punto rimanda prim'ancora a Mondrian.

Risultati immagini per lucia pescador rivanazzano

Il gallerista - dice l'autrice - dispone le opere per uno scopo commerciale, per mettere in vista ciò che deve essere venduto. Qui invece questi objets trouvés rispondono a un'armonia interna all'artita. Per questo La memoria del fuoco va intesa non come mostra ma come installazione.

Aperta alla Fondazione Ricciardi di Rivanazzano fino al 18 giugno 2017.

Alcune informazioni su Lucia Pescador.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/5/2017 alle 7:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Depero alla Fondazione Magnani Rocca di Traversetolo
10 maggio 2017

Mica male la signorina che stacca i biglietti all'entrata della mostra: quel caschetto corvino le dona molto. Mi volto per rimirarla meglio. E' tutta in nero, con scarpe a punta dal tacco alto e quadrato e pantaloni che non giungono alla caviglia. Direi che, come le sagome che si trovano nel parco antistante la villa, anche lei sia uscita da un'opera di Depero.Seguiamo la vita di questo autore trentino. I primi quadri, che presentano figure tozze e quadrate, quasi michelangiolesche. Gli esordi che risentono di Balla e Boccioni, l'incontro con il cubismo la cui influenza è più che evidente.

La rissa, tutta in grigio, mostra gli uomini in lotta come manichini, esseri meccanici,, cose in movimento che si distinguono a fatica da tavoli, bastoni e sedie. E' un mondo sconvolto, sottosopra. Una visione molto personale in una Guernica di casa nostra.

Risultati immagini per depero la rissa

Non nascondo il mio entusiasmo per la serie delle tarsie in tessuto. Coloratissime, molto belle anche dal punto di vista formale, come in questi meravigliosi quattro topi che mi fissano in mezzo alla sala.

Risultati immagini per depero magnani

E poi ci sono la pubblicità del bitter Campari, le copertine per Vanity Fair, cartelloni, libri, oggetti d'arte. Una produzione poliedrica che proprio perchè destinata ad uscire dallo stretto mondo delle gallerie d'arte proietta la produzione di Depero nel nostro quotidiano e ce la fa assorbire senza quasi che ce ne rendiamo conto.

Potrei dire che in verità più che Depero questa mostra ci fa conoscere quanto di lui sia percolato all'interno del linguaggio visivo moderno.

La mostra rimane aperta alla Fondazione Magnani Rocca di Traversetolo (PR) fino al 2 luglio 2017.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/5/2017 alle 16:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un altro pasto del leone (Cattedrale di Modena)
6 maggio 2017

Stavolta sorprendo un leone a pranzo in quel di Modena, all'interno della cattedrale. Nella parte centrale del tramezzo un leone stiloforo è intento ad un fiero pasto. E' vero che non sta addentando il cavaliere armato di tutto punto che egli tiene fra le sue leggiadre zampette, ma dubito che l'animale voglia tenere l'uomo fermo per farlo venire bene in fotografia. E' curioso vedere come a diverse latitudini compaia la medesima immagine, con pochissime varianti, come se un identico mito o rito pagano fosse percolato nell'immaginario della cristianità.

leone



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Il pasto dei leoni
1 maggio 2017

Il duomo di San Rufino ad Assisi ha una bellissima facciata bianca, con rosone e simboli degli evangelisti che non manca di ricordare quella della ben più celebre basilica di San Francesco. Qui però il portale centrale è indimenticabile, con la Madonna allattante uscita da qualche icona bizantina, con il suo ricco manto e la mammella geometrica ed appuntita.

La mia curiosità è attratta dai leoni che si trovano a fianco dell'ingresso centrale: uno dei due sta mangiando la testa di un uomo. Ho dunque trovato una Tarasque in Umbria?

leoni






A un esame più attento si direbbe che l'essere mangiato possa essere un animale e del resto non c'è dubbio che nella chiesa di San Pietro, a pochi isolati di distanza da qui, uno dei leoni addenta il cranio di un'altro quadrupede. Non posso fare a meno di collegare questa immagine con un capitello che ho visto nel chiostro del duomo di Prato. Qui è di nuovo una bestia (un grifo) a mangiare un proprio simille. O quanto meno a dare l'impressione di farlo, visto l'incredibile concentrazione di immagini in uno spazio quanto mai ristretto..

leoni






Mi viene spontaneo pensare che queste immagini si riferiscano ad archetipi che si perdono nella notte dei tempi, ad un passato sicuramente pagano che lascia ancora delle tracce nella nostra epoca e che magari finiscono anche dove meno ci aspettiamo di trovarle, per esempio nel fiero pasto del conte Ugolino.





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Museo dell'Opera di Prato
29 aprile 2017

Intelligente l'idea di imporre un biglietto per chi voglia vedere transetto ed abside del duomo di Prato: si crea una salutare distinzione tra spazio liturgico e momento museale e si spingono anche i pigri a fare una capatina - già che ci sono - al museo dell'Opera.

Il momento di maggiore interesse è costituito certamente dall'originale della danza dei putti che Donatello scolpì per il pulpito esterno. Tutto ben restaurato e ripulito. Anche se questi rilievi sono stati concepiti per essere ammirati dal basso è una gioia godere delle rotondità di queste carni paffute e festanti.

La gioia di questi bimbi si riferisce al cinto della Madonna, conservato in questa chiesa. Un rilievo in marmo mostra la Vergine nell'atto di offrire il prezioso accessorio a san Tommaso ed ancora abbiamo esposta anche la scatola - i cui ornamenti riprendono la danza dei putti - in cui era custodita.

Sono stato molto interessato dalla cappella di santo Stefano, subito all'inizio del percorso espositivo, con un polittico affrescato dai colori dolci e luminosi ed affiancato da altri affreschi monocromi che raccontano la vicenda del protomartire.

Ed è bella la pala delle esequie di san Girolamo di Filippo Lippi come antipasto di quanto ci aspetta in duomo.

prato





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Santi d'Italia a Palazzo Reale di Milano
14 aprile 2017
Sullo stesso pianerottolo della mostra acchiappaclick dedicata a Monet, Palazzo Reale fa iniziare una esposizione dedicata ai santi. Questa iniziativa, che vuole solo celebrare la visita che il Papa ha compiuto in città lo scorso marzo offre più di uno spunto di riflessione.

Innanzitutto, in un'epoca in cui il core business del cattolicesimo consiste nello sfornare santi a getto continuo (Woytila ne ha fatti da solo quanti tutti i suoi predecessori messi assieme), si mette in chiaro che il santo è un modello e un intermediario verso Cristo, unico vero obiettivo dell'adorazione del credente. Lo si capisce benissimo nella tavola dei Musei Vaticani in cui discepoli e santi sono ordinatamente disposti attorno alla figura del Salvatore; lo si sottolinea in un dipinto in cui Francesco ci mostra Cristo con l'aria di un solista che indica al pubblico di applaudire anche l'accompagnatore.

Guercino va anche più in là, inserendo Francesco che riceve le stimmate in un ambiente che ricorda la preghiera di Cristo nel Getsemani, con vicino il discepolo addormentato. Cristologica è anche la Caterina da Siena con stimmate e corona di spine, che si accompagna a un San Francesco dalle mani immacolate dipinto dal francese Trophime Bigot.

Notevolissimi il San Pietro immerso nella lettura dipinto da Serodine, un caravaggesco ticinese che meriterebbe maggior considerazione da noi, il Pietro di Ribera e il dolce Sant'Ambrogio di Luini.

Un tema che compare in mostra è quello dell'arte messa in pericolo dall'uomo e dalla natura: in una sala troviamo un gruppo scultoreo e a un polittico trafugati rispettivamente in Friuli e Austria, ritrovati dai nostri carabinieri. A metà esposizione c'è invece la tela proveniente da Accumoli. Vi si vede un Francesco terreo, dagli occhi chiusi, il volto illuminato da una luce che scende in diagonale da un'apertura del fogliame verso due angeli che tengono il santo. Su un lato - come su un carrello da ospedale - sono ordinatamente disposti gli strumenti della passione.

La mostra chiude il 4 giugno 2017




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Santa Maria della Passione - Milano
16 marzo 2017

"Ma perché venite sempre quando devo chiudere?"

Giuro che non mi sono accordato con nessuno. Ed è un caso che mi trovi qui, per altro - se il mio orologio non è fermo - molto prima che Santa Maria della Passione chiuda. Forse è la legge di Murphy: non appena la signora dalla cui buona volontà dipende la visita alla Sala Capitolare si stufa di stare al freddo e al buio in attesa di turisti, ecco che compare qualche coraggioso esploratore. Siamo infatti in un paese stolido e neghittoso, dove non solo si pensa che non ci sia vita al di fuori di Corso Vittorio Emanuele ma si giudica temerario chiunque provi ad avventurarsi al di là delle colonne d'Ercole della circonvallazione interna.


La sala capitolare è meravigliosa, dalla porta in legno scolpito fino - e soprattutto - alle tavole in cui il Bergognone raffigura Cristo con i discepoli.

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Delle molte opere che ho visto la mia attenzione è stata attratta in specie da due dipinti dei transetti. A destra, la Deposizione di Luini

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dominata dal nudo legno della Croce, drammatica visualizzazione del "consummatum est" (o del Es ist vollbracht per i bachiani in servizio permanente)

A sinistra invece l'Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari

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Il pittore ci tiene a dimostrare la sua conoscenza della prospettiva, con un punto di fuga che coincide con la figura del Salvatore (Gesù deve essere la mia prima parola nel nuovo anno, direbbe il solito Bach). C'è pure nel quadrato alle spalle di Cristo una città ideale, con tanto di tempietto perfettamente simmetrico. Che sia proprio sulla linea verticale occupata da Gesù mi fa ritenere che quella sia LA città ideale per eccellenza, la Gerusalemme celeste. Certo, ci sono su un lato i due monelli che sbirciano con aria sfacciata dentro la sala - un piccolo cambio di registro drammatico che aumenta il fascino di un dipinto mirabile.






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Bellotto e Canaletto a Gallerie d'Italia
3 marzo 2017
Solito titolo specchietto per le allodole: la mostra allestita nella sede milanese di Gallerie d'Italia riguarda in realtà il solo Benardo Bellotto. Antonio Canal compare con un pochi quadri, l'indispensabile per documentare la formazione del nipote che poi avrebbe lasciato Venezia per visitare Firenze e Roma ed emigrare verso il nord Europa dove trovò una grande - e meritatissima - fama, tanto da essere conosciuto con lo stesso soprannome dello zio (Canaletto).

A me piacciono moltissimo queste vedute brunite, che presentano un'incredibile varietà di marroni, verdi e gialli. Non c'è l'atmosfera di un'eterna mattinata di sole, sotto un cielo azzurro al più appena velato, si sente invece il profumo della terra bagnata, la precisione documentaristica con cui si rende lo scorrere del quotidiano. Non vengono tramandati semplici monumenti, ma luoghi del reale in cui io sono uno dei personaggi che popolano il dipinto. Ho voglia di andare a Gazzada, a Vaprio, mi viene la nostalgia del castello Sforzesco in piena campagna, raffigurato come se fosse una cascina dell'abbiatense, conosco il piacere di passeggiare sulle rive dell'Elba, curiosando verso il cantiere della Hofkirche.

E' tutto costruito con grande pignoleria e abilità, come uno scenario di teatro. Non mi stupisce che Bellotto sia stato tanto amato dai suoi ricchi committenti.

Molto interessante la sezione conclusiva che ci offre la visione dell'autore nella sua intimità. Abbiamo il Capriccio in cui egli si ritrae, alcuni disegni in cui sono raffigurati ufficiali polacchi, l'abbozzo di una scenografia, libri che erano inventariati nella sua biblioteca.

Spero che questa mostra insegni al nostro pubblico che Bellotto è sufficientemente grande da non aver bisogno di appoggiarsi allo zio per richiamare visitatori alle sue mostre.





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Museo delle belle arti di Nizza
9 gennaio 2017
Il museo delle belle arti di Nizza si trova in un bell'edificio neoclassico vicino alla Promenade des anglais.
 
Non è da sottovalutare: la sua collezione, per quanto eterogenea ha molti pezzi interessanti. Prima di tutto un sostanzioso gruppo di opere di Dufy. Poco discosto una coppia di van Dongen (sublime l'armonia rosa  e verde di Madame Jenny) ma anche una Mediterranée di Espagnat ha colori bollenti e forme mollemente sensuali. Mi è piaciuto molto Lebasque con una ragazzina  nel bagno estremamente vicina al mondo di Bonnard, anch'esso presente con una sua opera.
 
Degli autori antichi spicca il Crocefisso del Bronzino, dei pannelli di un altare dedicato a Santa Margherita attribuiti a Brea mi sono piaciute solo le figure laterali... le storie della santa evocano troppo atmosfere da ex-voto.
 
In attesa di riscoprire come preclara anticipazione del post-moderno il Watteau belle epoque di Jules Cheret mi diverto con i dipinti di gusto orientaleggiante del piano terra. Due venditrici egiziane di arance sono identiche a quelle che ho visto al museo Calvet di Avignone, solo che qui le grandi dimensioni del quadro non giovano alla sua resa. Se la cava meglio Tanoux con Thais e Nanouna. In quest'ultimo quadro si vede un eunuco assieme a due sensuali e cellulitiche signore nude. Non guardiamo i loro piedi, appena tratteggiati e sentiremo il fascino dei diari di Flaubert in Egitto.
 
Alcune sculture ottocentesche molto virtuosistiche (il marmo che imita un trine, la delicatezza delle piume dell'aquila che rapisce Ebe).
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Non guasta il fatto che, molto intelligentemente, un solo biglietto da 10 euro concede l'accesso a tutto il sistema museale di Nizza.




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Petit Palais di Avignone: collezione Campana
2 gennaio 2017

Il marchese Campana, attorno al 1850 forse il più importante collezionista italiano del momento, aveva trovato un originale metodo di finanziare i suoi acquisti: si faceva prestare i soldi dal Monte di Pietà di cui era responsabile. Come garanzia dei prestiti dava la propria collezione, che lui stesso aveva peritato e valutato. Un conflitto di interessi su cui la magistratura papalina trovò da ridire appioppando al povero Campana venti anni di galera. Napoleone III intervenne perchè la sentenza venisse commutata in esilio. Con un secondo fine, come ovvio: l'imoperatore pensava di usare la collezione Campana per fondare un Museo Napoleone che rivaleggiasse con il Louvre.

Le cose andarono diversamente. Il museo Napoleone non vide la luce e le opere del marchese finirono in diverse istituzioni di provincia tra cui - appunto - il Petit Palais avignonese.

Sono stupito dalla eccezionale qualità del materiale esposto (e ricordiamo che anche il nucleo originario del Victoria and Albert Museum di Londra fu raccolto da Campana). Si procede con un rigido criterio regionale e temporale in cui la parte del leone viene fatta dalle zone sotto il diretto controllo dello stato pontificio senza che manchino opere provenienti anche da Lombardia e Costa Azzurra (due dipinti di Brea).

Il lavoro forse più celebre (e bello) è la Vergine con il bambino di Botticelli.





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Leon Bakst a Montecarlo
1 gennaio 2017
Dietro al modernissimo centro Grimaldi, vicino a un edificio originale e quanto mai bello che ospita Starbuck e McDonald un pezzettino di XIX secolo, la villa Sauber, con giardinetto in salita, pergolato e statue, accoglie il Nuovo Museo Nazionale di Monaco, una istituzione che si divide tra questa sede e Villa Paloma (dall'altra parte della città, vicino al giardino esotico).

Non ho capito se, e dove, verranno esposizioni permanenti. Per oggi abbiamo la celebrazione del genio di Leon Bakst e della rivoluzione - ormai centenaria - dei balletti russi - una scelta quanto mai appropriata, in questo staterello da sempre molto attento all'arte teatrale.

Siamo accolti in un ambiente pregno della rivoluzione grafica introdotta nei costumi più che nelle scene (si usano ancora i fondali dipinti e le maquettes appaiono per il nostro gusto disperatamente fuori moda, un'impressione confermata del resto dalle riproduzioni moderne delle coreografie di questi balletti). E' facile immaginare lo stupore per il costume rosato in cui il Pan Nijinsky inseguiva le ninfe. Ma anche lo Spettro della Rosa doveva lasciare attonito il pubblico, che ascolta una musica tradizionale e ben nota (Carl Maria von Weber) ma che si accompagna a uno stile di danza affatto nuovo, che rompe con tutta l'abitudine coreografica corrente.

Oltre alle maquettes, disegni e riproduzioni di costumi, tessuti variopinti ispirati all'opera di Bakst che offrono il fragore di colori tipici delle rappresentazioni russe (quanto di questa orgia coloristica finisce in un Matisse?). C'è anche la documentazione dell'opera Ivan le terrible che Raoul Gunsbourg - in una vena suppongo molto mussorgskijana - ha composto a inizio XX secolo, che fu rappresentata nel teatro monegasco. Ci sono i documenti del Prelude à l'après-midi d'un faune, di Dafni e Cloe, di Sheherazade, della Bella addormentata nel bosco... di tutto il mondo fantastico delle fiabe orientali che rende sempre tanto speciale l'opera russa del XIX secolo.

La mostra prosegue fino al 15 gennaio 2017




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Avignone - Laurana: Cristo portacroce
28 dicembre 2016

Non c'è solo Munch a raffigurare una Madonna sexy: l'Annunciata di Simone Martini, che si chiude su se stessa, come una Susanna contemplata dai vecchioni, ha un vitino di vespa degno di una pin-up. In questo Portamento di Croce conservato nella chiesa avignonese di San Didier la Vergine invece lascia che il proprio mantello si apra mollemente su un corpo pieno e rotondo, non meno fisico ed attraente di quello della collega senese.

Fichier:A 049 église Saint Didier retable de Laurana.jpg

Attorno a lei le pie donne, alcune dai tratti angelici, altre - quelle dello sfondo -  con dei volti segnati dall'età. Il boccoluto San Giovanni fa da tratto di congiunzione con il lato sinistro della pala d'altare, quello in cui si vede il Cristo portacroce circondato da ghignanti e grotteschi soldati.

Vengono in mente riferimenti fiamminghi (l'aspetto caricaturale dei malvagi, la stessa Vergine svenuta raffigurata in modo frontale). Laurana però ci riconduce rapidamente in Italia: sullo sfondo, a sinistra un tempietto circolare da città ideale.




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Futur Balla a Alba (CN)
12 dicembre 2016
Le prime fotografie mostrano strade deserte: le lastre erano troppo lente perchè persone in movimento potessero impressionarle. E ai tempi delle pellicole era comune che il soggetto - muovendosi - desse di sè un'immagine sfocata. C'è sicuramente l'influenza delle esperienze fotografiche nei dipinti in cui il movimento è reso dalla presenza del medesimo oggetto in punti diversi della tela. La mano del violinista, le zampe e la coda del cagnolino, gli stivaletti della donna, l'automobile e l'autista percorrono il dipinto con un espediente tecnico che verrà ripreso anche dall'arte di consumo (cartoni animati e fumetti).

Un secolo fa però tutto questo era nuovo. Era la prima volta che l'uomo poteva muoversi a una velocità superiore a quella consentita dalla muscolatura - sua o di un animale - che l'elettricità trasformava la notte in giorno o che trasmetteva all'istante la parola in punti lontani. Un cambio di universo che impone una trasformazione del linguaggio. Meglio: la creazione di un linguaggio.

Balla abbandona le influenze di Boldini, il debito nei confronti del divisionismo e Pellizza da Volpedo. Lasciamo la descrizione di proletari deamicisiani (com'è bella però la "Pazza", nel suo mirabile contrasto luminoso tra il fondo abbacinante e la figura umana scura in un controluce che sottolinea la trasparenza della gonna lisa e sottile)!

Il futuro va nella ricerca astratta, nel tentativo di inserire sulla tela il mondo nuovo che si sta formando, un mondo che è soprattutto movimento, trasformazione rapida. Non si tratta di inserire semplicemente fumi industriali, ciminiere e gru - lo avevano già fatto gli impressionisti - ma di rivoluzionare lo sguardo, di esprimere la tensione del moderno.

La mostra ci indica il processo formativo di una espressione artistica che oggi appare mainstream e del tutto assodata.

Futur Balla rimane aperta alla Fondazione Ferrero di Alba fino al 27 febbraio 2017.



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Carol Rama - Gam Torino
4 dicembre 2016
Torinese, morta quasi centenaria lo scorso anno, Carol Rama si vede dedicare dal Gam torinese una mostra che sicuramente non è per stomaci delicati.

Le sue prime opere sono acquarelli che mostrano corpi nudi di cui viene sottolineata l'animalità. Non è solo il bel deretano defecante: sono le immagini di una donna stesa - o legata - in letti di ferro, chiaramente un autoritratto, i capelli biondi ritti come nelle immagini di Pierino Porcospino. Dalla bocca esce una lingua triangolare, luciferina e rossa come i tondi dei capezzoli e della vagina. Spesso dai genitali esce una serpe bigia che getta una luce inquietante sui lavori astratti in cui vengono utilizzati copertoni da bicicletta.

Nel dopo-guerra inizia infatti la stagione astratta. I primi lavori, legati al MAC, mi sembrano bagnare ancora in un'aria fetida e malata: le linee che collegano quadratini mi evocano catene... mi sento soffocare dalle fitte geometrie colorate. Ed anche in epoca più tarda i "bricolage", con i loro occhi di vetro, siringhe, cannule, unghie e artigli, lasciano un sottile brivido che non vuole andarsene.

Negli anni '90 il ritorno al figuralismo della serie "mucca pazza" mostra chiaramente che i fantasmi della prima stagione non sono affatto scomparsi. Le signore raffigurate sono giusto più in carne, ricordano molto le veneri callipigie dell'antichità mediterranea, ma un dipinto mostra corpi inchiavardati entro una struttura che può essere di una macchina come di una planimetria di edificio neogotico. Bellissimo e potente, un mondo niente affatto pacificato e sempre ostile.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/12/2016 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Antonio Calderara - Lac Lugano
2 dicembre 2016
Antonio Calderara è autodidatta. I suoi dipinti raffigurano il piccolo mondo della sua provincia: il naviglio, il lago d'Orta, i famigliari. Siamo nella linea della pittura figurativa italiana della prima metà del XX secolo. Rimandi al mondo di Morandi sono evidenti - non solo nella natura morta ma anche ne paesaggio. E' interessante vedere come viene trattata la sagoma dell'isola di San Giulio che diventa un compatto oggetto geometrico, simile alle case che i bambini costruiscono usando blocchi in legno. E' un segno espressivo che diventa sempre più immateriale e ridotto all'osso. Semplice fino a diventare impalpabile. Profili che escono da una nebbia luminosa e trasparente.

Siamo ad un passo dall'astrattismo, a cui si giunge dopo l'incontro con Mondrian. Pittura dolcissima, che non rinnega la passione per le piccole cose, per l'emozione che nasce quando si disvela un attimo di infinito. Linee e quadrati immersi nel colore. E intanto si ode la musica del progetto Q81. Mi infilo nella sala triangolare che domina il lago di Lugano, con le montagne e le nubi che stanno squarciandosi poco alla volta fino alla rivelazione - proprio come nei quadri di Calderara - dell'oggetto del desiderio, il sole, il punto che sbuca in questa nebbia.



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Paul Signac a Lugano
28 novembre 2016
Il titolo della mostra Signac che si tiene a Lugano fino al prossimo otto gennaio mi rimanda ai Riflessi sull'acqua di Debussy che a sua volta è considerata come il miglior pendant alla pittura impressionista. A voler essere pignoli stiamo già veleggiando - è il caso di dirlo, vista la passione di Signac per le barche - verso altri lidi: puntillismo, divisionismo, fauvismo... la storia della pittura ha già superato il mondo degli impressionisti. Ma lasciamo perdere, un po' di impressionismo ci vuole sempre per attirare visitatori.

La parte più consistente della mostra è occupata dagli acquarelli che ci fanno viaggiare per le coste francesi, da Mentone fino a Morlaix. E non ci si interessa solo alla natura, ma si lascia in primo piano anche l'agire dell'uomo: ciminiere, gru, fumi che si confondono con cieli che possono fare da sfondo a eventi tragici come una crocefissione o una partenza in treno.

Particolarmente belli i dipinti in bianco e nero, realizzati in acquarello e china, che presentano una vastissima gamma di espressione e tocco, dalla sottile tratteggiatura giapponese a una espressionistiche zampate di nero. E' paradossale per una mostra che incomincia parlandoci delle teorie sul colore sviluppate alla fine del XIX secolo.



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