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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Isabella Leonarda
8 marzo 2021
Come la Gertrude manzoniana, Isabella Leonarda è una nobil donna obbligata a prendere il velo. Possiamo pensare che la musica sia stata la compensazione alla monacatura forzata o che comporre fosse la sua vera vocazione, che si potesse soddisfare solo nel chiostro. Mi sembra strano però che non si possa concedere a una aristocratica, anche sotto un anonimato di Pulcinella, l’eccentricità di scrivere le musiche che allietano i ricevimenti domestici.

È facilissimo sostituire ai dialoghi tra Cristo e l’Anima dei duetti amorosi – lo faceva già Salomone nel Cantico dei Cantici – e Isabella Leobarda mostra che nel chiuso del convento di Novara si conoscevano le prodezze veneziane del divino Claudio Monteverdi.

È musica che merita di uscire dalla nicchia degli studi di settore, dopo 401 anni dalla morte della compositrice.



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Anello del Nibelungo sconcertante a Parigi
9 gennaio 2021
Causa pandemia, l’Opera parigina ha dovuto rinunciare all’allestimento del bieco Calixto per una versione da concerto eseguita a porte chiuse per i microfoni di France Musique.

E già cominciamo a piazzare male questi microfoni: non so infatti come giustificare altrimenti il coro delle Valchirie che scompare nel marasma orchestrale, per giunta dominato – perchè mai? – dai trilli dei flauti.

Vero che durante il prologo sono rimasto allibito dalla pochezza e approssimazione dell’orchestra. Il capolavoro è stata l’entrata dei timpani con una battuta di anticipo su “Von der Wassertiefe wonnigem Stern”. E ovviamente, dato che si è sbagliato a contare ed Armin Jordan doveva avere la testa altrove, il tessuto ritmico è terminato una battuta prima. Poco male, se ne accorge giusto qualche sprovveduto che passa il tempo a seguire la musica in partitura. Ma attacchi in forte quando il compositore indica il pianissimo? Crescendo casuali, talvolta esagerati, talvolta inesistenti?

Non mi sembra però un caso che il primo atto della Valchiria sia stato una delle parti meglio riuscite di questo Ring: erano in scena dei cantanti capaci (Davidsen, Groissbock e Skelton, così come il giorno dopo Siegel e Schager erano rispettivamente Mime e Sigfrido). L’Anello parigino crolla sulle voci.

Che dire delle due Brunnhilde che ci sono state proposte? Martina Serafin era agghiacciante già nelle prime battute del secondo atto della Valchiria. Si capiva subito che la poverina non era in grado di affrontare una scrittura vocale tanto perigliosa e tutto il prosieguo è stato un incubo in cui non so assolutamente scegliere cosa fosse peggio. Perdono la Davidsen se parla su “rette die Mutter”. Si può comprendere la stanchezza accompagnata dallo sconcerto per una partner inadeguata. E tra l’altro in tutto questo Ring c’è la tendenza al parlato espressivo. Un brutto vizio approvato dallo stesso Wagner (la Schroder-Devrient che parla in Fidelio sul celebre “und du bist Tot”) che però non era sordo… non a caso egli stigmatizza la stessa Devrient che usa questo espediente per celare una vocalità in disarmo. A Parigi la battaglia non è neppure iniziata: basta arrivare al sol4 perchè la voce della Serafin zoppichi .

Se la Serafin mi è parsa mediocre è impossibile parlare della Merberth che guaisce e bela penosamente nelle due ultime giornate. “Ewig war ich” mi è parso davvero eterno, sgrammaticato, sguaiato. Assurdo. Non che il suo partner se la sia cavata tanto meglio, ma al confronto con lei avevamo Windgassen redivivo – pure Paterson poteva passare per il novello Hans Hotter. Wagner sosteneva di non saper ornamentare una linea di canto. Pur non osando contraddirlo – ci mancherebbe! – noto che ogni tanto, nei momenti topici, ci mette degli elementi belcantistici. Quando la povera Brunnhilde percorre una malinconica linea melodica che scende di una ottava da un sol bemolle all’altro per dire “Er zwang mir Lust und Liebe ab” Wagner inserisce sul si naturale di Liebe un trillo che si prolunga per una battuta e mezza per risolversi sul si bemolle. La povera Ricarda giunge ad “ab” senza più fiato. Non è solo la fine di un amore ma soprattutto la morte di una voce che ci ha dato tanti bei momenti. Che senso ha sciupare una gloriosa carriera in una immolazione che offre solo la pallida immagine della cantante di un tempo?

Un Ring che mette tristezza, non solo per le condizioni di realizzazione pratica.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/1/2021 alle 8:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Passeggiata organistica a Bascapè
26 ottobre 2020
Bascapè è un paesino agricolo sul confine tra Lodi e Pavia.”Non vi immaginavate una cosa del genere” dice il parroco accogliendoci in chiesa. In effetti la facciata e l’anonimo campanile della piazza non fanno presagire nulla. L’interno è un miracolo di decorazione barocca. Potrò trovare da ridire sulle caserecce sante dei pilastri; la Crocefissione del lato destro ha l’ingenuità del Sacro Monte di Torricella Verzate ma il catino absidale supera, dopo l’iniziale stupore, un esame più attento delle pitture. Notevole l’altar maggiore – degno di tanti retablos iberici, bellissime le boiseries, sia nel coro che – soprattutto – in sacrestia. Le linee diritte conducono a una diversa sensibilità, classica, che fa bene il paio con il programma organistico proposto.

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Perchè c’è Andrea Macinanti, che sulla tribuna dell’organo propone un repertorio che parte da Froberger per giungere ad autori attivi tra il XVIII e il XIX secolo. Si passa a una sensibilità sempre più melodica e operistica. Se la Ciaccona di Jommelli ha evidentissimi segni di orchestrazione, l’Adagio di Morandi è operistico anche senza l’imitazione della voce umana e La Tamburini di Malerbi è costruita in modo affatto accademico con il suo bel temino seguito dalle ordinate – e prevedibili – variazioni.

A coronamento di un pomeriggio in cui musica e immagini vanno a braccetto mi sono trovato in mano uno stupendo pieghevole a colori con una descrizione della chiesa di Bascapè precisa e degna di qualsiasi località oltre-confine.



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Passeggiata organistica a Redavalle
4 ottobre 2020
Il tipo di organo determina il repertorio che vi si può eseguire. Partire con Zipoli non è un ripiego, ma l’orgogliosa scelta del conoscitore che ha la giusta consapevolezza dei valori artistici reali.

Correa de Arauxo propone un cantore operistico che sfacciatamente vocalizza i suoi gorgheggi su un tappeto orchestrale solido, ben costruito e non necessariamente liturgico. Perez de Albeniz e Larrañaga però, snodando il loro filo tematico, mostrano una stuzzicante parentela con Scarlatti in cui niente mi fa intravedere il loro abito talare.

Come il Narratore quando Albertine parla di petite mousmé mi sono sentito svenire nel momento in cui, a oltre metà del concerto, Maria Cecilia Farina ha parlato, in questo buco dimenticato da Dio e dagli uomini, della Stimmung di Mozart. Non dovrei stupirmi di fronte all’arcinoto Andante K616. Eppure il secondo tema mi fa sentire come Mme Verdurin, distrutta dai troppi Beethoven. Chino la mia fronte bombata dalle emicranie wagneriane: la cantabilità di questo Mozart ha una evidenza di fronte alla quale si piange – come Fantozzi – con grande dignità. Non dubito un solo istante che Maria Cecilia Farina conosca la differenza tra la Musica e gli esibizionismi dei vari Widor-Vierné-Wakeman. Deliziosa la fuga di Albrechtsberger e mi entusiasma perfino il Beethoven di second’ordine che disegna una Grenadiermarsch (sic!) di soldatini di piombo in cui si anticipa il risibile strepitio della soldataglia che arresta Cristo sul Monte degli Olivi.

Grande musica, grande organista. Ora rientro nella mia platonica caverna.



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Passeggiata organistica pavese a S. Primo
27 settembre 2020
Paradossale una passeggiata organistica diretta a uno strumento che rischia di non trovare più la voce persa da 25 anni. La chiesa di San Primo è in cattivo stato, con evidenti macchie di umidità che si stanno mangiando le decorazioni delle pareti. Se il trittico gotico sul lato destro è in buono stato la povera Madonna Addolorata versa in pietose condizioni. I restauri però costano e non credo che l’organo sia in cima alle priorità del parroco.

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La volta del transetto destro presenta affreschi di epoca viscontea che preludono a una navata gotica normalmente chiusa al pubblico. Qui, in mezzo a un polveroso bric-à-brac religioso, si giunge a un gruppo di affreschi degni di attenzione. Lascio perdere la Madonna in trono di cui si è rimasto pochissimo, come pure la Crocefissione, ma debbo soffermarmi su una lunetta divisa in due registri.

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In alto Cristo e gli Apostoli, in basso anime che, appena uscite dalla terra, sono accolte da una donna in abiti scuri. La Madonna, penso io. La nostra guida, Martina Pastura, lascia aperta la strada al dubbio. A me sembra che più che l’abito scuro della Madonna lascino pensare i due angeli che stanno vestendo con un abito bianco due anime. E’ forse l’abito di nozze della parabola evangelica, ma comincio a credere che se l’accesso alla beatitudine eterna avviene più per tramite degli angeli che della presunta Madonna allora si può davvero immaginare che la signora sia qualcun altro, forse una santa.

Se non sento il Lingiardi di san Primo mi accontento di un portativo, spesso sovrastato dalle voci e quindi ridotto al ruolo del trombone nel Liebestod. In programma polifonia italiana del ‘700 – uno dei tanti capitoli per me ignoti della storia della musica. Sono incuriosito dall’evidente richiamo al rinascimento, dalla grande quantità di madrigalismi presenti in queste musiche. Nella mia ignoranza non credevo che i compositori dell’epoca fossero tanto ferrati nella musica del passato. A parte Alessandro Scarlatti, Lotti, Polaroli e Gnocchi erano per me illustri sconosciuti. Meritano una scoperta – come del resto il grande strumento dietro l’altar maggiore.



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Passeggiata organistica con Stefano Molardi
15 settembre 2020
Anche facendo la tara del distanziamento sociale imposto dalle regole anti-Covid la chiesa del S. Salvatore (o per i fan di san Benedetto, San Mauro) è piena. Buon segno per le passeggiate organistiche pavesi che quest’anno sono patrocinate anche dal FAI.

Il Carillon di Westminster scritto da Vierné è un brano ideale per mettere in risalto le qualità di un organo: nella nebbia verde-giallastra degli archi, gradatamente si staglia il celeberrimo richiamo del Big Ben. Molardi sceglie di concentrarsi di più sulla forma del pezzo, mostrato nella sua implacabile direzionalità che conduce al climax. C’è in questa composizione tutta la estetica romantica (non a caso il capitano Nemo ha un organo nel suo Nautilus) che rischia però di lasciare la maestria compositiva in secondo piano rispetto alla tecnica di produzione del suono.

La trascrizione dalla cantata BWV 19 – curata dallo stesso Molardi – da questo punto di vista ridona ai valori compositivi il giusto peso. E’ una gioia confrontare nella propria testa l’originale aria bachiana con il disegno creato all’organo. E’ un’arte che si muove in punta di piedi, come il basso “camminante”.

Ed in questo cammino a ritroso nel programma offerto da Molardi arrivo a Brahms, incastrato fra venerazione per il grande passato tedesco e volontà di esprimere la sua voce originale. Mi piacciono i corali in cui il panciuto barbone mantiene il fascino del golden-boy che doveva far voltare le ragazzine che incontrava per strada con la stessa facilità con cui scodellava un preludio e fuga.

E mi piace ancora più sentire uno strumento musicale che torna in vita per il pubblico.



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Wager - L'agape fraterna degli apostoli
22 maggio 2020
Il ritmo squadrato dei temi, solidi e compatti, permette di collocare quest’opera all’epoca di Tannhauser. Sembra di essere in un “coro dei pellegrini” venuto male, certamente siamo lontanissimi dalla finezza della polifonia del concertato su cui si chiude il secondo atto. Sono anzi stupito al pensiero che si veda un’anticipazione di Parsifal nei tre cori in cui viene scomposto il tessuto musicale. In fondo, anche le voci dall’alto che rappresentano la voce divina sono di una scrittura poverissima che dubito venga salvata dalla disposizione spaziale.

Molto più interessante la parte orchestrale, con lunghi accordi tenuti nel registro acuto secondo un meccanismo che verrà ripreso dal preludio di Lohengrin – che per altro deve molto all’apparizione del fantasma in Euryanthe. Non c’è dubbio, per dirla con Wagner, che egli ha assorbito con il latte materno l’arte dell’orchestrazione.

Solo nell’estate del 1879 Wagner parla di quest’opera, che suona per Cosima avvertendola di non aspettarsi molto da essa: R. ride di quanto c’è di teatrale nell’entrata dello Spirito Santo – R. mi suona un tema che alla prima battuta ho preso per una melodia italiana, però alla seconda ho capito che era sua, del Rienzi. Era invece del Liebesmahl. Mi sono aiutato a questo modo, io pover’uomo, dice R.

In effetti la marcia – secondo me stucchevole – con cui si conclude il pezzo sembra una variante della preghiera di Rienzi e mi sembra echeggiare un Mendelssohn improvvisamente privo di fantasia.

Insomma, volevo festeggiare il compleanno di Wagner con qualcosa di originale e di meno noto… ho capito che c’è sempre un motivo se un critico severo e attento come lui lascia in disparte certi lavori.



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Sally Beamish - Between Earth and Sea
8 marzo 2020
Debbo arrivare a un terzo circa della composizione per accorgermi che è scritta per flauto, viola ed arpa – lo stesso organico della celebre sonata di Debussy. In effetti l’apertura è affidata a un lungo assolo del flauto che piange solitario una melodia desolata. Solo dopo arrivano viola ed arpa a punteggiare il discorso. Sono dei passanti che si uniscono alla conversazione, dapprima in modo sommesso, come se si prendessero le misure dei propri interlocutori, poi con maggior decisione, con una intensa chiacchiera. Non distinguo una vera e propria suddivisione in movimenti ma piuttosto il capriccioso scorrere di un cielo nuvoloso. Non c’è una conclusione vitalistica e gioiosa quanto il semplice “clic” di un interruttore che chiude il brano.





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Violanta di Korngold a Torino
23 gennaio 2020
Normalmente non si teme di fare spoiler delle opere liriche: anche in campo contemporaneo i soggetti sono alquanto noti. Con la Violanta invece è meglio non svelare come la protagonista vendichi la sorella vittima di un vil seduttore.

La pagina di apertura rivela uno straordinario orchestratore, capisco anche da chi si è ispirato Prévin per il suo “Tram chiamato Desiderio”. Caldo, avvolgente… John Williams sostiene che non avrebbe potuto scrivere la musica di Star Wars senza Korngold, che è come se pensassi che riesco a cantare sotto la doccia solo grazie alla ispirazione datami da Windgassen. Questo adolescente scrive con la maestria di Strauss e Zemlinsky, conosce già tutti i trucchi del mestiere: progressioni, modulazioni, colori orchestrali, melodie memorabili nei momenti giusti. Geniale. E condensato in una ottantina di minuti.

Anche il libretto è essenziale. Nella prima parte i personaggi presentano la protagonista la quale nella sezione centrale architetta il suo piano che si svolgerà nel terzo conclusivo. Non ci sono i barocchi contorcimenti della Città morta e anche l’orchestra suona in modo cameristico. Come in Wagner gli strumenti servono più a creare effetti coloristici che ad affogare il pubblico sotto vagonate di decibel.

Pizzi va al sodo, per raccontarci una storia che del resto nessuno conosce. L’orchestra e i cantanti hanno lavorato allo spasimo per una esecuzione brillante. Non si è fatta, come per il Nano di Zemlinsky, l’ostensione della partitura. Peccato. Eric, anche se più noto di Anton, lo avrebbe meritato, per lo meno come scusa per aver aspettato così tanto tempo per dare questa straordinaria Violanta in Italia.



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Parma - Casa natale di Toscanini
26 ottobre 2019
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Alle nove di mattina sono l’unico visitatore e i due addetti del museo si scusano perchè il corridoio d’ingresso è buio. In effetti ci vuole tutta la mia pazienza per decifrare le locandine scaligere degli anni ’20: un Meistersinger con Pinza come Veit Pogner, Aida, Otello, il Falstaff la cui popolarità deve tanto alla cocciutaggine con cui Toscanini lo impose al pubblico.

La luce scende dall’ultimo piano, dove vengono proposte registrazioni del maestro. Riconosco l’inizio di Petruska: elettrico e vulcanico, con una vigoria e una chiarezza bouleziane. Musica contemporanea, di vivissima attualità. E’ esposta la lettera in cui Ravel chiarisce il fattaccio del Bolero: secondo la stampa il compositore, scontento dei tempi adottati da Toscanini, non ha voluto applaudire. Tutta una montatura, sostiene l’autore. Peccato che a un certo punto Ravel affermi che le opere diventano di interpreti e pubblico non appena lasciano la penna del compositore. Che sia una critica velata a una esecuzione forse non del tutto aderente alle aspettative? In compenso non c’è ombra di dubbio nella lettera con cui Richard Strauss caldeggia i due lavori che ha scritto per Paul Wittgenstein: il bavarese è sicuro che la bacchetta dell’italiano renderà giustizia a queste commissioni per mano sinistra.

Sul pianoforte una gradita sorpresa: la fotografia che ritrae Toscanini assieme a altri numi tutelari della musica – lui è proprio alla destra di Fricsay. Mi viene il magone a pensare a quanta concentrazione di geni sia presente in questa immagine. Mancano fotografie del genero Vladimiro – me ne farò una ragione.

E fra i tanti cimeli, abiti da sera, bacchette, ritratti, dediche di un gotha di artisti (ma che bello trovare il tema del “tutto nel mondo è burla” firmato dall’autore!) anche la scoperta che il nostro Toscanini non solo aveva patrocinato la nascita dell’orchestra israeliana ma aveva suonato con essa musiche di Wagner. Ha anticipato Barenboim ma sicuramente suonando bene.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/10/2019 alle 8:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Requiem di Romeo Castellucci
25 luglio 2019
Montaggio attorno al Requiem di Mozart recita il sottotitolo dello spettacolo clou del festival di Aix-en-Provence. Mi piace che Castellucci decida a questo modo di segnalare che è lui ad aver confezionato questo piatto il cui principale – ma non unico – ingrediente è l’ultima composizione mozartiana.

Sullo sfondo corre l‘Atlante delle estinzioni, una lista di tutto ciò che è scomparso nella storia del nostro pianeta, organizzata per animali, piante, ominidi, città, palazzi, opere d’arte, lingue. E’ significativo che le religioni morte occupino esattamente il punto centrale di questo Requiem: uno spazio notturno in cui la musica è costituita dal canto dei grilli. L’assenza della religione obbliga al silenzio la musica che ha trovato in lei l’ispirazione.

E’ anche il punto di svolta del racconto: eravamo partiti da una vecchia che sprofonda nel suo letto di morte, fino a scomparire ed essere sostituita da una giovane affiancata a una bimba, finiremo con un bambino solo in mezzo al palcoscenico. Il piccolo è disorientato, inizia a piangere, si calma con i giocattoli variopinti, sembra adattarsi alla situazione, come pronto ad un nuovo inizio, non fosse per lo spaventato stupore per gli applausi che scoppiano tra il pubblico.

Non mi sono chiesto cosa volessero dire i vari passaggi di questo spettacolo: ci ho visto immagini che mi hanno evocato la transitorietà della nostra vita, un vitalismo da Sagra della primavera rivisitata nel XXI secolo, un sapiente uso dei colori e dei costumi, la voglia di accettare con gioia quanto ci viene riservato dal destino, anche la nostra stessa fine.

In più la parte musicale è straordinariamente bella: Pichon e il suo Ensemble Pygmalion sono maledettamente in gamba ed offrono una lettura gagliarda e vivace. Mirabile il bambino Chadi Lazreq che ha dimostrato ugola e carattere di ferro in due distinti momenti dello spettacolo.

Non sono affatto stanco di ascoltare il Requiem di Mozart e non sento per niente il bisogno di vedermelo riproposto in salsa nuova, però la visione di Castellucci ha dignità e senso, cala il noto in una meditazione niente affatto inutile su quanto di effimero abbia la nostra vita.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/7/2019 alle 14:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Vita nella città morta scaligera
3 giugno 2019
Quando Marietta sta per iniziare la sua aria - senza dubbio il punto più famoso di tutta la Tote Stadt di Korngold - giungo involontariamente le mani davanti alla bocca, ripetendo lo stesso gesto che fa Paul sulla scena. Entrambi aspettiamo fiduciosi il miracolo che sta per avvenire: una melodia rapinosa, che non manca di commuovermi quando Paul unisce la sua voce a quella della compagna.

Klaus Florian Vogt è per me croce e delizia: una voce stupenda, pulita, educata ma priva di quel colore brunito tipico dei tenori eroici. Se dunque odio i suoi Parsifal capponeschi lo adoro in personaggi complessi, che ambiscono a essere più di quanto sono. Paul è fantoccio delle proprie emozioni, incapace di elaborare il lutto; nella vita svolge il ruolo di spettatore, mai di protagonista attivo. E' un ruolo problematico in cui Vogt è credibile; vocalmente gli riesce tanto bene da non farsi divorare dalla Marietta di Asmik Grigorian. Ammirandola nei video salisburghesi di Salome e Wozzeck mi chiedevo come sarebbe stata nell'emozione dello spettacolo dal vivo. Bene: è una di quelle esperienze che rimangono indelebili nella memoria di chi va a teatro. Tutto perfetto, voce e presenza scenica. Ogni lode è inferiore alle emozioni che dona una simile performance.

Ottimi anche Cristina Damian e Markus Werba nonchè i cantanti delle parti minori, condannati a calcare la scena con due partner stellari. Indiscutibilmente eccezionale l'orchestra, da cui Alan Gilbert ha ricavato un suono pieno, svergognatamente romantico, che non teme di riecheggiare Puccini e Guerre Stellari (ma esisterebbe Star Wars senza l'Anello del Nibelungo?).

In tutta questa mirabilia musicale il regista Graham Vick racconta - con pochissime sbavature - la storia di un fantasma che forse non è mandato dai morti, ma creato dai vivi, da Paul nella fattispecie - che alla fine si trova in una scena vuota, con visione del retropalco. Come scrivo poco più sopra il nostro deve provarsi ad essere protagonista, non più spettatore.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/6/2019 alle 6:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Citazioni wagneriane
22 maggio 2019
Il primo compositore che cita nelle proprie musiche temi wagneriani è proprio Wagner. L'atmosfera dei Maestri Cantori si incupisce all'improvviso quando l'incipit del Tristano accompagna l'evocazione del destino di Re Marco, ma anche il tema del cigno di Lohengrin viene riciclato in Parsifal.

Al nostro Peppino Verdi non deve esser parso vero di rendere musicalmente l'idea di una giornataccia nera con il tema di Klingsor dal Percivalle (così il titolo italianizzato della partitura presente a Villa Sant'Agata). E se vogliamo divertirci basta, nel Golliwoog's Cake-walk, il Tristano in versione café-chantant, con tanto di risatine al registro acuto del pianoforte.

Nel primo interludio di Pelleas, il ritmo del tema di Golaud si trasforma in quello della marcia dei cavalieri del Graal. Débussy era stato più volte a Bayreuth, ne era tornato entusiasta. Eppure, se si vuole percorrere una propria strada originale è indispensabile il distacco dai maestri - Pasolini, in Uccellacci e uccellini, sostiene che li si deve mangiare in salsa piccante. Così questa citazione nel Pelleas diventa l'estremo addio a un maestro prima di addentrarsi in un'opera nuova che prende le distanze da lui.

Richard Strauss invece è sempre rimasto fedele a Wagner, anche contro il proprio padre, cornista molto abile che aveva litigato con il Signore dell'Anello. Se Guntram si muove sul sentiero del post-wagnerismo, il successivo Feuersnot ha un aspetto del tutto diverso: un breve atto unico, leggero, di tono satirico, anti-eroico. Il Wagner cacciato dalla porta vi rientra però dalla finestra: il libretto fa riferimento alla cacciata di Wagner da Monaco di Baviera e cita - seppure in un calembour - il nome del compositore (Da triebt ihr den Wagner aus der Tor...); in più la partitura inserisce i temi di Walhalla e giganti.

Potrei parlare di Berg che mette nel finale della Suite Lirica il Tristano (inevitabile nel racconto della storia d'amore con Hanna Fuchs) o di Schonberg che fa cantare al tenore "schmecktest du mir ihn zu" in Da oggi a domani.

Preferisco però concludere con Britten. Quando Sid versa del gin nella limonata destinata al puro e tonto Albert Herring compare, in tono chiaramente parodistico, il filtro tristaniano che scivola via in un frizzare di bollicine. Quelle stesse bollicine dello champagne con cui festeggio oggi il compleanno di Wagner




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/5/2019 alle 4:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Barbara Strozzi
8 marzo 2019
Nata nel 1617, Barbara Strozzi vive in un ambiente colto. Allieva di Francesco Cavalli, cui il papà aveva fornito dei libretti d’opera, cantava le proprie opere – canzoni e madrigali, ma le si attribuisce la creazione del genere della cantata. Riuscì a pubblicare otto raccolte di composizioni

Si sa poco della sua vita: fu membro dell’Accademia degli Unisoni, ebbe una vita privata chiacchierata. Le si attribuisce come compagno un nobile veneto, Giovanni Paolo Vidman, da cui ebbe quattro figli. Morì a Padova nel 1677.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/3/2019 alle 9:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Jean-Jacques Nattiez: Wagner antisemita
3 ottobre 2018
Nattiez affronta il tema di Wagner antisemita con il piglio dello storico, che studia gli scritti che il compositore ha lasciato sul tema (e li mette pure in appendice), che allinea le dichiarazioni riportate dai diari di Cosima e che scandaglia tutto quanto può aiutarlo a dimostrare che pure la resa musicale di certi personaggi risente del suo antisemitismo.
 
Proprio perchè non ho mai avuto illusioni sulla povertà umana di Wagner sono specialmente interessato da questo ultimo aspetto. Penso che qualunque persona dotata di orecchio musicale si renda conto della frattura musicale che descrive l'entrata di Alberico all'inizio dell'Oro del Reno o del fatto che per esempio "Als zullendes Kind" sia costruito come un'aria operistica tradizionale. Nattiez scende però in profondità: la zoppìa è un tratto fisico associato agli ebrei (anche l'Olandese al suo primo apparire è accompagnato da una frase che secondo il Newmann descrive il passo incerto di un marinaio sceso dopo tanto tempo in terraferma); il canto di Mime riecheggia Meyerbeer e modi sinagogali - che ritroviamo d'altro canto anche nella serenata di Beckmesser.
 
A proposito di quest'ultimo avevo sentito cianciare di un Wagner appassionato di musica antica che faceva il verso a melodie medievali: Nattiez dimostra che qui viene citato un canto ebraico.
 
Poi è ben vero che nella polemica antisemita di Wagner entrano molte componenti personali, di invidia, mania di persecuzione, meschinità umana: l'uomo Wagner era mediocre. Però è ben vero che se il compositore non è responsabile della crisi finanziaria del 1873, della pace di Versailles e della politica di Hindenburg i suoi scritti hanno avuto un peso non indifferente negli sviluppi successivi.
 
Nattiez fa dunque bene a mettere il dito nella piaga e ad esaminare il suo voluminoso dossier.
 
Mi sembra giusto cercare di conoscere meglio l'immagine di Wagner anche a costo di vederla diventare meno luminosa.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/10/2018 alle 6:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Villa Szymanowski a Zakopane
10 agosto 2018
A Zakopane si trovano molte ville in legno costruite secondo uno schema standard: tetto spiovente, spesso in lamiera anche ondulinata, mansardato, piano terra con loggia e veranda. Alcune sono disabitate, fatiscenti ed in cerca di un pietoso proprietario che le rimetta in uso.

 

Credo che Villa Atma, dove Szymanowski visse qui a Zakopane fosse - ancora all'inizio del secolo - uno di questi ruderi in sfacelo. Il museo nazionale di Cracovia ha avuto la bontà di recuperare la villa e di render omaggio a uno dei più grandi artisti che la Polonia ha dato al mondo.
 
L'esposizione si articola su poche stanze: un atrio con alcuni ritratti, un paio di cuffie che consentono di sentire qualche lavoro del buon Karol, il salotto e lo studio. Guardiamo la scrivania dell'artista, un paio di fogli di musica, bozzetti del suo balletto, la locandina del Re Ruggero.
 
Chi non parla polacco fatica a ricostruire quanto riportato dai pannelli esplicativi. Forse non è sufficiente metterlo immediatamente alle spalle di Chopin nella "Top-ten" dei compositori polacchi, bisogna magari credere davvero di aver a che fare con un genio che sta tranquillamente alla pari con i suoi colleghi contemporanei. Non riesco a capire d'altronde perché la lista dei musei visitabili a Zakopane non comprenda anche Villa Atma.
 
Forse è meglio accontentarmi del fatto che qualcuno se ne è ricordato sperando che ciò basti a spargere un piccolo seme che faccia crescere la notorietà di questo genio della musica.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/8/2018 alle 12:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La marcia imperiale di Richard Wagner
22 maggio 2018
Ho sempre ascoltato con imbarazzo la Marcia Imperiale di Richard Wagner. Si tratta di un pezzo scritto in occasione della vittoria della della Germania contro i francesi nel 1870.
 
Era un periodo di grande fervore patriottico in casa Wagner - comprensibile, vista l'epoca. Bisogna però ricordare che i dubbi sulla stabilità mentale, nonchè politica, del re bavarese rendevano consigliabile la ricerca di un mecenate più affidabile di Ludwig. I diari mostrano non solo un'alacre diplomazia in marcia (è il caso di dirlo) per avere i favori di Bismarck e dell'Imperatore, ma anche la delusione per il fatto che le alte sfere non si siano affatto interessate all'impresa di Bayreuth.
 
Se lo sciovinismo del 1870 ha lasciato posto a frasi anti-prussiane che una mano pietosa ha cercato di cancellare dai diari di Cosima questa marcia imperiale ci è invece rimasta.
 
Ne avrei fatto volentieri a meno: si comincia con un tema pomposo, niente affatto malvagio, con un'andatura da danza del nonno che rimanda alla bonomia auto-compiaciuta dei maestri cantori. Ho in fretta l'impressione che le idee manchino e che il rapido trascolorare di questo tema nella citazione di "Ein Feste Burg" sia il modo con cui un compositore non ispirato cerca di uscire dalle secche di un brano che non si sa come portare a termine.
 
Eppure... Wagner teneva tantissimo a questa marcia. Non solo la fece eseguire nel concerto con cui si celebrava la posa della prima pietra del Festspielhaus, ma la considerava il modello da cui sarebbe partito per la serie di sinfonie "Schwankende Gestalten" con cui avrebbe occupato il tempo dopo la scrittura di Parsifal. In effetti è facile osservare che tutto il pezzo si sviluppa dal tema iniziale. Con grande mestiere, certamente. Secondo me però l'ispirazione è un'altra cosa.



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Il 1882 nel diario di Cosima Wagner
27 marzo 2018
La vigilia della creazione di Parsifal Wagner mugugna nel sonno "me ne vado... soffro...". Le sue condizioni di salute sono di molto peggiorate dall'inizio dell'anno, quando - seppur con tanta fatica - aveva comunicato sulle note della marcia di Tannhauser il compimento dell'orchestrazione.
 
Il 22 maggio Blandina scoppia in lacrime all'idea che è l'ultima volta che festeggia il compleanno con il patrigno: è difficile dire se a questo pianto si mescoli la previsione del matrimonio con Biagio Gravina, programmato per l'estate prossima, o il presentimento che la salute di Wagner è in declino tale da rendere improbabile un altro compleanno. Del resto anche il maestro, partendo per Venezia, sente che non rivedrà più il suo cane.
 
Wagner ha l'atteggiamento di un malato terminale: insofferente verso tutte le piccole contrarietà che un tempo avrebbe affrontato senza batter ciglio, deluso ed amareggiato dalle fatiche necessarie per un allestimento che - ovviamente - non può essere all'altezza di quanto aveva immaginato componendo la sua opera. E per giunta il Re di Baviera, per il quale fa costruire l'avancorpo del teatro - destinato ad evitare al sovrano il contatto con i vili meccanici - neanche si prende la briga di venire a Bayreuth, preferisce giocare al Re Sole in qualche sua residenza.
 
Di rado Wagner presenzia a una rappresentazione intera di Parsifal, preferisce mangiare da solo mentre la moglie infaticabile si occupa di tutto, immagine della signora di ferro che si impadronirà di Bayreuth dopo la sua morte.
 
E' come se durante questo festival del 1882 l'anziano compositore avesse la visione del mondo che verrà. Un mondo che non sembra piacergli molto.




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Il 1881 nel diario di Cosima Wagner
26 marzo 2018
Una sera, per rientrare a casa, Richard si deve appoggiare agli alberi del parco reale - come un ubriaco - osserva stanco ed umiliato.
 
Su consiglio del  medico si decide rapidamente una trasferta a Palermo. Anche se Napoli ha una speciale posizione nel cuore dei Wagner, la capitale siciliana piace rapidamente alla coppia: la disposizione della città, l'intrico delle stradine (non c'è solo Victor Hugo a deprecare la rivoluzione che Haussmann ha portato a Parigi), l'architettura (Monreale piace anche al compositore).
 
Il giovane Siegfried passa il tempo a fare disegni dei monumenti, mostrando un talento che trasmetterà a Wieland e attirando l'attenzione dei palermitani che si mettono in crocchio attorno a lui per guardarlo lavorare o che notano la sua somiglianza con il babbo ("Tutto il tipo wagneriano!", così il commento di uno sconosciuto incontrato per strada). E' interessante che il ragazzino non mostri un particolare interesse per la musica, nè che il padre parli più di tanto di indirizzarlo alla sua stessa arte.
 
Curiosa una clamorosa incavolatura di Richard che esplode contro le arti figurative... Cosima sa per esperienza che in questi casi è necessario defilarsi, perchè contraddire l'irascibile Maestro significa rendere la tempesta ancora più forte.
 
Immagino quanto simili scenate facciano bene agli ormai quotidiani dolori al petto. La salute è un tema costante, che Cosima prende apparentemente sottogamba. Lei tiene il conto di quante pagine della partitura restano ancora da orchestrare, così da definire il Parsifal completo che le viene donato il giorno di Natale una pia fraus. Dal canto suo, lui mostra la lucida consapevolezza del suo stato e si mette tutti i giorni al lavoro per scrivere - foss'anche controvoglia - la sua pagina di musica.
 
Egli sa di avere due scadenze di fronte a sè: il secondo festival a Bayreuth, fissato per luglio, e la morte che sente più che mai vicina.
 
Perchè tanto affannarsi? Una sera, dopo un Crepuscolo degli Dei, infastidito dai vari "Tema del piacere di viaggiare" e "Tema della sventura", sbotta in un "Andrà a finire che mi si attribuiranno tutte queste sciocchezze!"



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Il 1879 nel diario di Cosima Wagner
17 marzo 2018
"Richard ha passato una buona notte". A giudicare dalla soddisfazione con cui questa frase viene pronunciata mi viene il dubbio che Cosima - donna molto superstiziosa - dedicasse molto tempo a riti apotropaici che propiziassero notti serene e tranquille al proprio coniuge.
 
Ormai sappiamo quante volte Wagner si alza dal letto, cosa sogna, come vanno il bagnetto e la colazione. Lo seguiamo in tutte le attività del giorno, abbiamo il preciso resoconto di conversazioni, letture ed ascolti musicali. Ce lo troviamo a giocare a whist... non sempre con buona sorte: Cosima mal sopporta vederlo in difficoltà con le carte. E ci scommetto che provi a barare per consentirgli una vittoria. Del resto, ammette apertamente che esercita un controllo maniacale su tutto quello che può disturbare la calma del consorte.
 
La nostra non fa neppure una piega quando Richard si adira con Siegfried, colpevole - a 10 anni! - di voler ascoltare le danze ungheresi. Eh no! A Wahnfried Brahms e Schumann si ascoltano solo per svillaneggiarli! Ha miglior accoglienza, in rapporto, Mendelssohn: a Richard piacciono le ouverture e addirittura ammette di aver scopiazzato la Meerestille. I signori incontrastati dell'empireo wagneriano sono Bach, Mozart, Beethoven, Haydn e Weber. Handel ha avuto un quarto d'ora di favore con l'Ode a Santa Cecilia, ma il suo Alexander Fest non sfonda a Wahnfried. L'unico su cui esiste una tacita tregua è Liszt: Cosima finge di non accorgersi che il marito non apprezza molto le ultime composizioni di papà e il genero smorza le critiche verso una musica che non sente sua.
 
Sono tante le sorprese che troviamo in queste pagine.



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Amy Beach
8 marzo 2018
Per la piccola Amy chiuderle il pianoforte era la peggiore punizione immaginabile. Si poteva quasi dire che la ragazzina respirasse musica: se non aveva a disposizione uno strumento componeva nella propria testa e memorizzava la musica per il felice momento in cui avrebbe potuto mettere le mani su una tastiera.
 
Anche se Boston è forse la città più europea e colta degli Stati Uniti, Amy - Cheney da nubile, Beach da sposata - è autodidatta. Viene apprezzata in pubblico per le sue qualità di pianista. Il marito però, un medico molto più anziano di lei, non gradisce che la compagna si esibisca come concertista - se non nell'ambito di pochissime apparizioni per beneficenza - e l'obbliga a limitarsi alla composizione.
 
Forse tutto questo è un bene per noi. Amy Beach è molto prolifica: scrive un concerto per pianoforte, la sinfonia gaelica, una buona quantità di lieder e molta musica da camera. La sua musica acquista una certa rinomanza che non scemerà affatto durante la vedovanza. Anzi questo periodo le offre la possibilità di viaggiare in Europa e di impegnarsi nella diffusione della educazione musicale.
 
Muore a New York nel '44.
 
Propongo come ascolto il suo quintetto con pianoforte. Forse sarebbe meglio parlare di concerto per pianoforte e quartetto d'archi: un primo tempo in forma sonata preceduta da un'introduzione adagio; una bella melodia nel movimento centrale tripartito e un finale molto interessante per la varietà di atmosfere che propone.
 
 
 



 
 



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Il 1877 nel diario di Cosima Wagner
6 marzo 2018

La notte di san Silvestro Cosima annota che il 1877 termina in un'atmosfera felice e serena molto diversa dal tono mantenuto da tutto questo anno. Wagner, analogamente a tutti coloro che vanno per la prima volta al festival di Bayreuth, vorrebbe ripetere l'esperienza. Non riceve la solita lettera della biglietteria "A causa del numero estremamente grande di richieste non siamo in grado di soddisfare..." Piuttosto ha la visione dei numeri che impietosamente fotografano un deficit da brivido.

Solo Vienna rappresenta una Valchiria che, seppur con tagli nel secondo atto, comincia a mostrare il proprio destino di opera prediletta della Tetralogia. Il timido sondaggio di Amburgo, che sembra interessata a dare l'intero Anello, muore sul nascere: non c'è solo il deficit del festival ma anche il mediocre risultato della serie di concerti che Wagner dà a Londra.

Quest'ultima è un'impresa condannata sul nascere - gli organizzatori sono in bancarotta - funestata anche da problemi con i cantanti che obbligano a numerosi cambi di programma. A Wagner Londra evoca immagini di Nibelheim; Cosima invece posa per Burne-Jones e conosce William Morris - figura fondamentale per il wagnerismo britannico. Se i registi moderni non fossero impegnati a scervellarsi per scoprire l'acqua calda potrebbe essere interessante un Wagner in salsa pre-raffaellita. Di certo ci farebbe toccare con mano l'immaginario del creatore.

Di fronte al silenzio del re bavarese - che già da anni preferisce alle bianche vesti del cavaliere del cigno lo sfarzo Luigi XIV delle Versailles bavaresi - non resta che pubblicare l'Idillio di Sigfrido, lavoro semplice che trova presto spazio nel repertorio contribuendo non poco a rasserenare l'aria di questo 1877.




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Il 1876 nel diario di Cosima Wagner
28 febbraio 2018
L'enormità della impresa compiuta da Wagner in questo 1876 con il suo primo festival si misura dal fatto che ancora oggi allestire la Tetralogia rappresenta uno sforzo importante anche per teatri di prima grandezza.
 
Si fatica a selezionare i cantanti (un'Odissea la ricerca di una Sieglinde che all'atto pratico si rivela mediocre) e far imparare loro le parti. E districarsi tra contratti, onorari, ferie necessarie per esibirsi a Bayreuth dove - tra l'altro - mancano gli alberghi. Wagner si lamenta che i suoi concittadini vedono solo il lato economico della faccenda, trascurando quello ideale ed artistico. Ma va avanti, nonostante piova nel teatro, la buca d'orchestra sia troppo piccola, la macchina del fumo non funzioni come si deve, i fondali non siano dipinti bene e i costumi siano insopportabili (sembrano capi indiani, osserva stizzita Cosima).
 
Al termine della terza serie di rappresentazioni, nonostante un deficit stellare, i coniugi Wagner intraprendono il primo di un'interessantissima serie di viaggi italiani.
 
E' curioso poter seguire Cosima, niente affatto sprovveduta ed assai curiosa in fatto di arti figurative, per le strade di Verona, Venezia e Bologna. Ma ancora più interessante è l'impressione suscitata da Napoli. I suoi colori, il chiasso, la gente, il suo carattere popolare e indifferente al fatto di cronaca nera. Si ammirano i ragazzini che si tuffano in mare per ripescare le monete lanciate dai turisti, si percorrono le strade a dorso di mulo e ci si ferma a vedere le ragazze danzare la tarantella. Meno appassionante Roma, grande città con molte opere d'arte ma meno vita. E sono d'accordo con Richard che storcendo il naso di fronte al palazzo cesariano (San Pietro) pensa al buon Martin Lutero.
 
Le grane economiche rimangono sullo sfondo, in questa dorata parentesi prima del rientro a Bayreuth con i problemi del profondo rosso del primo festival.
 
 




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Il 1875 nel diario di Cosima Wagner
24 febbraio 2018
A fine 1875, Wagner fa grosso modo un mese e mezzo di permanenza a Vienna per dirigere Tannhauser e Lohengrin. Se la vita mondana non impedisse a Cosima di lasciarci più di qualche annotazione telegrafica avremmo un documento di eccezionale interesse.
 
Anche così però non mancano notizie succose. I coniugi Wagner ascoltano il Requiem di Verdi - di cui è meglio non parlare - la Carmen di Bizet - che invece interessa talmente tanto che tornano due volte in teatro per assistervi (esattamente come farà il Nietzsche anti-parsifaliano). Incontrano poi Brahms, in presenza del quale sentono il quartetto con pianoforte, che non suscita quei grandi entusiasmi nella nostra coppia.
 
Se Scarlatti eseguito a Wahnfried nei giorni di Natale non procura grande piacere, l'Ode a Santa Cecilia di Handel udita a Vienna è una notevolissima sorpresa - non solo per il bravo soprano, da invitare subito a Bayreuth - ma proprio per la fattura della musica.
 
Abbiamo un riflesso delle polemiche da cui Wagner si fa accompagnare, dell'astio dei giornali e del successo delle rappresentazioni, con musicisti e maestranze entusiaste dell'esperienza artistica cui sono chiamati a collaborare. E pensare che in fondo stiamo parlando di opere vecchie, lontane stilisticamente da quanto il nostro sta producendo, e che a Bayreuth farebbero tutt'altra impressione.
 
Tra le righe di questi frettolosi resoconti vediamo nascere l'idea dei festival come luogo per "rappresentazioni esemplari". E poi abbiamo un riflesso degli interessi artistici se non di Richard, impegnato con prove e diatribe organizzative, di Cosima che si reca all'Albertina a rimirarsi i disegni dei grandi artisti del passato.
 
E' vero che io ho sempre trattato Cosima come una madame Verdurin, però - tra tutte le sue eccentricità ridicole - come la signora dalla fronte bombata per colpa dei troppi Wagner e Beethoven anche la figlia di Liszt era colta e capiva benissimo l'arte. Su quella figurativa in particolare sembra anche molto più ferrata del coniuge



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Il 1874 nel diario di Cosima Wagner
16 febbraio 2018
Cosima si scusa con il figlio Siegfried, ormai il vero destinatario dei suoi quaderni, per il modo frammentario e lacunoso con cui relaziona il 1874. La poverina, dopo anche più settimane senza avere il tempo di prendere in mano il diario, deve ricostruire con la memoria gli eventi fondamentali da mettere sulla carta. Ha tutta la solidarietà di chiunque sia passato attraverso un trasloco.
 
E che trasloco è il suo: Wagner non avrebbe mai accettato, a differenza di Verdi, di vivere come un contadino in una cascina circondata dai campi che lui stesso amministra. Egli deve teatralizzare la propria esistenza. Ha bisogno di dare un nome fantasioso alla propria dimora, di munirla di motti che vengono fraintesi. Spende 400 talleri per il graffito che raffigura Wotan nei panni del Viandante. Di fronte al rendiconto finanziario che si è fatta preparare, Cosima sospira "avrei lasciato volentieri la facciata senza decorazione". Ma tutto è vano: il marito non intende ragioni e tutto sommato ha una tale sconfinata fiducia in se stesso da sognarsi ben accolto da Bismarck e Federico il Grande.
 
Ad essere onesti la maggior parte dei sogni riferiti da Cosima nel suo diario sono incubi. Alcuni legati alla mancanza di denaro, molti alla sua situazione sentimentale. Spessissimo Wagner si ritrova di fronte alla rediviva Minna cui fa da contraltare una Cosima che ha fatto le valigie.
 
E sono interessanti pure i sogni di contenuto artistico: gli orchestrali si rifiutano di obbedire; un Tristano nel cui secondo atto compare un grande balletto o in cui si interpolano arie e cabalette. E che dire di un Olandese Volante nel cui finale il protagonista si ritrova nella sala delle filatrici in compagnia di poliziotti?
 
Richard si sveglia sudato urlando "Cosa fanno con le mie cose?" ...e grazie a Dio non si trova nel XXI secolo.



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Il 1873 nel diario di Cosima Wagner
29 gennaio 2018
Ogni tanto Cosima mi fa pena. La gelosia che Richard prova per il suocero la obbliga a rinunciare alla trasferta a Pest, dove si festeggiano i cinquant'anni di carriera di Liszt.
 
Non che i rapporti diretti con il padre siano rose e fiori: Franz critica l'educazione data alla prole e le consiglia di affidare a qualcun altro l'educazione delle figlie di primo letto. Mi sembra un'esortazione molto dura, da parte poi di un padre tutto sommato mediocre. La pagella di fine-anno della primogenita mostra che il vecchio genitore non aveva però del tutto torto e che ci sono problemi non risolvibili con pentimento ed espiazione (che per Cosima hanno il ruolo di veleno e pugnale per Osmino).
 
Con Richard meglio non parlare di risparmio: anche il 1873 è anno di spese che superano di gran lunga le entrate. La costruzione del Festspielhaus e di Wahnfried sono un pozzo senza fondo. Il Re di Baviera tace, il principe ereditario di Prussia viene a Bayreuth senza visitare il cantiere del teatro, la circolare di Richard ai patroni raffredda umori già non molto entusiasti. Ma Cosima non ha il coraggio di sconsigliare al marito di rinunciare al graffito della facciata di Wahnfried o al proprio busto.
 
Ed allora, come Siegfried e Brunnhilde, i nostri Richard e Cosima corrono ridendo verso la rovina economica, consci di essere appesi al filo del favore di un sovrano debole di mente e stravagante, perso in sogni di Luigi XIV e lontano sia dal mondo artistico dei suoi protetti che dalla politica quotidiana.



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Il 1872 nel diario di Cosima Wagner
24 gennaio 2018
Il 22 maggio del 1872 Wagner festeggia il proprio compleanno posando la prima pietra del Festspielhaus. La pioggia battente infradicia i corpi, ma non smorza l'entusiasmo degli spiriti: nel teatro dei Margravi la Marcia Imperiale e la Nona Sinfonia di Beethoven ottengono un grande successo. Cosima viene chiamata sul palco assieme ai figli - anche a quelli di primo letto, ciò che suscita una reazione infastidita di Hans von Bulow.
 
Se la farà passare: così è deciso nel consiglio divino (cioè di Richard) e Cosima non ha dubbio su chi abbia la precedenza.
 
O quasi...
 
Pochi mesi più tardi l'intenso lavoro diplomatico in atto fin dal 1870 permette l'incontro fra i coniugi Wagner e Franz Liszt. Nell'introduzione all'epistolario Liszt/Wagner pubblicato da Passigli, Mario Bogianckino sosteneva che l'improvviso inaridirsi della corrispondenza tra i due musicisti all'inizio degli anni '60 può essere attribuito ad un amore tra Richard e Blandine, l'altra figlia di Liszt.
 
Io opto per spiegazioni più banali: non solo lo scandalo di Tannhauser ha dato a Wagner la celebrità, ma l'incontro con il Re di Baviera ha reso superfluo l'aiuto di Liszt. Si aggiunga che la trasformazione del pianista-divo in abate che scrive il ponderoso Christus (lavoro che a Bayreuth viene mal visto, con il suo profumo di cattolicesimo) allontana artisticamente i due uomini. Certo, a Weimar avviene una riconciliazione personale, Cosima ribalta addirittura il suo giudizio sul sopraccitato Christus, ma Wagner mal sopporta la vicinanza con il suocero, di cui è gelosissimo. Ancora a una settimana dal rientro in sede Richard ha un forte scoppio d'ira al solo pensiero dell'intimità di Cosima e Franz. Grande stima e affetto, ma nel pollaio wagneriano c'è spazio per un solo gallo.



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Il 1871 nel diario di Cosima Wagner
18 gennaio 2018
Quando nel 1871, in viaggio verso Berlino, la coppia si ferma a Bayreuth, Cosima esprime la sua ammirazione per i maestri tedeschi (probabilmente limitata alle decorazioni interne dell'edificio, visto che tutto il resto è stato progettato dai latini Giuseppe e Carlo da Bibbiena) però subito aggiunge che non fa al caso loro. E come sarebbe potuto essere utilizzabile per il Ring un teatro barocco?
 
1871
 
Secondo me, come con il divorzio dal povero Hans, ci viene rifilata la storiella "Oh, come avrei voluto che... peccato che il destino cinico e baro mi abbia costretto a una scelta diversa".
 
Cosima appare sinceramente preoccupata dal lato economico dell'impresa (con i Patroni i cui soldi andranno anche alla costruzione di casa Wagner). Entrambi seguono con apprensione la situazione politica di Baviera, perfettamente consci del fatto che il Re è il loro unico punto di riferimento. Le eccentricità del sovrano che si immagina un nuovo Luigi XIV non sono biasimate solo perchè si esce dal wagnerismo e si va nella detestata Francia ma perchè ci si rende conto della fine che il povero Ludwig farà prima o poi.
 
Infatti la nostra diabolica coppia medita un cambio di mecenate, corteggiando gli ambienti di Bismarck. Con poca fortuna: è divertente leggere le note disgustate sui nostri soldati che cantano il Wacht am Rhein anzichè un pezzo del Maestro, magari la Marcia imperiale composta rapidamente per l'occasione.
 
Però Wagner, attento e severo critico di se stesso, imputa la mediocrità di questa pagina alla sua incapacità di scrivere per commissione.
 
Mi diverte la soddisfazione di Cosima perchè a Fidi è stato regalato un elmetto a punta: sono ancora lontani i tempi in cui - svanite le speranze riposte in Bismarck - ci si augurerà che il rampollo non serva nell'esercito imperiale tedesco.



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Il 1870 nel diario di Cosima Wagner
11 gennaio 2018
La ufficializzazione del divorzio di Cosima da Hans von Bülow coincide quasi con lo scoppio della guerra franco-prussiana.

Wagner può auspicare che Fidi (il figlio Siegfried) non diventi un cretino come il Re, può arrabbiarsi per le rappresentazioni non autorizzate della Valchiria a Monaco (Cosima reagisce filtrando preventivamente la stampa che arriva sulla scrivania del Maestro). Però Ludwig II è la garanzia del buon tenore di vita della famigliola lucernese e quindi bisogna che il grande evento privato della famiglia Wagner coincida con il compleanno del cretino. Il re tace... il Natale 1870 é segnato, oltre che dalla prima esecuzione dell'Idillio di Triebschen, dal silenzio di Ludwig, che non manda auguri. Offeso perché non ha ricevuto il Sigfrido?

Con la guerra franco-prussiana si instaura a Triebschen un clima patriottardo esaltato degno di Mme Verdurin. Ci sono già le fake-news sulle atrocità nemiche in un clima che ritroveremo pari pari nella grande guerra, di qui a una quarantina di anni. Wagner ritiene inopportuna la presenza dei Mendés alla Raspelière sul lago dei quattro cantoni, non si sopportano gli amici alsaziani Schuré che si sono messi a scrivere in francese. Indecente che gli abitanti di Alsazia e Lorena non brucino dalla voglia di diventare tedeschi (ci vorrà qualche mese perché tra le righe Wagner ammetta che in Francia c'è una migliore qualità di vita). Divertente il disappunto verso Nietzsche che parte per i servizi di infermeria, ma soprattutto il modo con cui si convince Hans Richter che il miglior modo di servire la Germania in guerra é restare al fianco di Wagner e dirigere Lohengrin.

Ah, che grande noiosa la guerra!




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Il 1869 nel diario di Cosima Wagner
3 gennaio 2018
Il primo gennaio 1869 Cosima Wagner incomincia a tenere un diario, non un giornale intimo a proprio uso e consumo ma un documento destinato ai figli che vi troveranno il veridico ritratto della madre.
 
La coscienza che qualcuno l'osserva dà a Cosima la stessa finta spontaneità dei protagonisti di un reality televisivo. C'è molta teatralità nei fiumi di lacrime, nei pianti, negli alti lai per il dolore arrecato al povero Hans von Bulow. Cosima si propone di auto-immolarsi. Intanto però pensa che sarà la primogenita a rinunciare a una vita matrimoniale per stare accanto al padre. E con imperturbabile determinazione prima ottiene il ricongiungimento con le figlie di primo letto, poi fa iniziare le pratiche di divorzio. E' deciso nel consiglio di Dio (Es ist bestimmt in Gottes Rat). E così sia.
 
Nessuno però è più teatrante di Richard, che prende la penna per descrivere la nascita del maschio. Dopo aver ricevuto la notizia dell'arrivo di Siegfried il nostro si accorge che il sole ha inondato la stanza di un bagliore simile a fuoco, che il ritratto appeso alla parete è circondato da un'aureola dorata mentre in lontananza si sente il suono delle campane.
 
Se Barrie Kosky ha intenzione di ambientare il Ring a Triebschen, sappia che Qualcuno lo ha anticipato.




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