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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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La scatola nera di Amos Oz
13 maggio 2019
Dopo anni di silenzio Ilana contatta l’ex-marito Alec per chiedergli un aiuto. Economico, ma non solo: il loro figlio Boaz è un gigante violento che ha abbandonato gli studi e non è finito in galera solo perchè alcuni amici di Michel – il secondo marito di Ilana – sono intervenuti.
Il romanzo è una successione di lettere e telegrammi che circolano tra Ilana, sua sorella, Alec, Michel, Boaz (incapace di scrivere una frase senza errori di sintassi e ortografia) e gli avvocati.
Non ho una grande passione per i romanzi epistolari. Mi rendo conto però che il libro si legge bene. Intravedo rapidamente tra le righe che i personaggi non sono esattamente come appaiono e che è sempre prematuro ed azzardato giudicare gli altri: nessuno infatti è completamente malvagio. Prima della fine del libro ognuno avrà occasione di dare il meglio di sè.
Non è buonismo, è ottima letteratura



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Gerard Reve - Le sere
10 maggio 2019
Il libro racconta le giornate di un giovanotto olandese, Frits, dal 22 dicembre alla notte di San Silvestro del 1946.
Lo fa con precisione cronometrica, dal risveglio fino alla notte. E sono le sere e le notti a concentrare l’attenzione dell’autore: il rito delle cene, dei discorsi dei genitori, gli amici, il cinema, le chiacchiere e le barzellette.
E poi ci sono gli incubi notturni, ossessionanti. Davvero continuano quando Frits si riaddormenta?
Il ragazzo sembra avere quanto meno un disturbo di personalità: se è in compagnia deve parlare in continuazione, poco importa se per dire sciocchezze e storie inverosimili. Sembra che l’importante sia evitare il silenzio, il vuoto della conversazione in cui – fatalmente – si è costretti a stare in compagnia di se stessi.
Sicuramente Frits è un ossessivo-compulsivo, ha dei riti da compiere – non solo per evitare i sogni, pena inutile, ma anche per affrontare l’esistenza. Uno dei suoi pallini è la calvizie: è il suo tema preferito; è convinto che tutti gli uomini che gli sono di fronte siano destinati a perdere precocemente i capelli e il tema cui ritorna più frequentemente è il modo corretto di preservare cute e peli. Ma anche per il proprio corpo egli ha una ossessione maniacale: si spoglia e si osserva attentamente allo specchio, che si piazza anche tra le gambe per rimirare il proprio ano (che, per inciso, non gli piace affatto).
Questo libro è una specie di Grande fratello nella vita di una persona. Non c’è una trama precisa, solo una tranche de vie inquietante perché, in fondo, ci si riconosce nelle insicurezze, nelle paure e manie, nonché nel vuoto dell’esistenza di Frits.



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Goldoni - Le memorie
2 maggio 2019
Sono saltato sulla sedia leggendo queste memorie quando ho scoperto che Goldoni elogia una certa signorina Clairon, ottima e celebre artista. Incomincio a considerare da un altro punto di vista il "Capriccio" di Strauss. Non mi stupisce che Goldoni sedesse al Cafè de Foi, ma rimango di stucco scoprendo che a teatro gli è parso che le opere fossero tutte recitativi, un paradiso per gli occhi, un inferno per le orecchie - quest'ultima una dichiarazione fatta realmente per lo scandalo degli uditori.
 
E' chiaramente riduttivo cercare in queste Memorie i riferimenti a quanto Krauss e Strauss hanno scritto alcuni secoli dopo. Il vero piacere è nel tono medio, sincero e banale con cui l'autore racconta la propria esistenza. Ci saranno certo inesattezze, sbagli grossolani, anche ritocchi a una realtà sgradevole. E' impossibile che in ottanta anni manchino dettagli sbiaditi o addirittura da correggere. Eppure mi piace la sincerità con cui l'autore ammette di non condividere il giudizio - positivo o negativo - del pubblico. Ci sono lavori in cui Goldoni sperava molto che sono caduti e commedie nient'affatto perfette che pure hanno ricevuto il plauso generale. Succede: ma il pubblico ha sempre ragione e non lo si discute.
Particolarmente interessante l'ultima parte delle memorie, in cui l'autore descrive in dettaglio la vita parigina. Se pensiamo che Goldoni ha vissuto il periodo tra la guerra d'indipendenza americana e l'inizio della rivoluzione francese, con la comparsa della modernità - giornali, pompieri, polizia urbana, carrozze a nolo... abbiamo la possibilità di leggere le prime impressioni che un uomo colto e arguto ha avuto di invenzioni che per noi sono oggi normali.
 
E non mancano incontri e resoconti di personalità importanti: Vivaldi, Voltaire, Rousseau, Beaumarchais, Alfieri.
 
Queste memorie sono gustosissime. Si leggono con piacere e rapidamente ed aumentano la simpatia che già provavo in precedenza per Goldoni.



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Ala Al-Aswani: Sono corso in riva al Nilo
6 aprile 2019
Non credo che Al-Aswani abbia vita facile in Egitto. Il suo Palazzo Yakoubian descrive un paese corrotto e ipocrita, in cui la mancanza di mobilità sociale e la violenza del potere che lo regge trasforma pacifici cittadini in terroristi.
 
In questo libro (il cui titolo originale è "La sedicente repubblica") Al-Aswani prosegue con maggior ferocia la descrizione della vita in un paese arrugginito su se stesso, incapace di accettare la verità e quindi desideroso di proseguire la sua finta aderenza a precetti religiosi e civili.
 
Al-Aswani descrive i giorni della rivoluzione di piazza Tahrir - quella che noi abbiamo frettolosamente battezzato la primavera araba - e mostra che il fallimento di quei moti non è dovuto solo al fatto che i veri padroni del paese (i servizi segreti) sono rimasti al timone dell'Egitto senza cambiare sistema, ma che in fondo agli egiziani piace così, che i compatrioti di Al-Aswani sono come un cane che rinuncia alla propria libertà per un pugno di crocchette.
 
E' un romanzo duro, non solo per le scene di torture e sevizie - morali oltre che fisiche - descritte, ma per il senso di sconforto che trasmette la descrizione di un paese che non vuole cambiare, che si accontenta di essere una sedicente repubblica. Le ultime pagine, in cui si analizza la situazione egiziana (e forse di tutto il Medio-Oriente arabo, non posso non pensare a quanto sta accadendo in Algeria) sono le più interessanti, prive come sono dell'ingenua esaltazione dei rivoluzionari in erba che si immaginano alla testa di un popolo che aspetta il riscatto. E invece c'è la disillusione che prende quando ci si accorge che il popolo vuole soltanto un nuovo padrone, perchè non immagina la vita senza qualcuno che dica come ci si deve comportare e cosa si deve pensare.
 
Non viene detto cosa succede di alcuni personaggi che si sono imparati ad amare. Conta poco, visto che la vera protagonista del libro è la "Sedicente repubblica" del titolo originale, non del pastrocchio che Feltrinelli ha messo sulla copertina.



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Amos Oz: Una storia di amore e di tene bra
29 marzo 2019
Un “Amarcord” in salsa gerosolimitana? Oz è il proustiano “uomo che dorme” il quale tira i fili della memoria in una poltrona uscita dall’orbita, che si ferma in tempi e luoghi diversi, senza alcuna apparente logica. Scordiamoci l’ordine cronologico, rassegnamoci a scivolare da Israele all’Europa Orientale e ritorno, in una diaspora di persone e ricordi. Faticando a trovare un appiglio mi ci vuole un po’ di tempo per abituarmi allo schema narrativo adottato da Oz.
Ad un certo punto però capisco che debbo soltanto andare sulla sua frequenza, fidarmi di lui come della Suzanne di Leonard Cohen. Ed allora ogni elemento si mette in ordine: mi sembra ovvio finire il libro con una morte – quella della madre – che di fatto ci è stata raccontata già altre volte.
Proust preferisce che a morire sia la nonna. “Mamma” rimane una presenza costante anche nel “Tempo ritrovato”. Oz affronta il trauma dell’abbandono da parte della madre, il senso di colpa, la domanda sgomenta di chi non riesce ad accettare il male che gli riserva la vita. Come Giobbe, mette in dubbio Dio (non è un caso che Amos e il padre si lascino cadere nel disordine totale non appena la madre/moglie li ha abbandonati). Ma anche questo maelstrom del caos in cui i due maschi scivolano precede la descrizione catartica della fine, esattamente come è molto prima che l’autore ci parla del momento – biograficamente posteriore – in cui ha capito la propria missione di scrittore. E forse è solo quando Amos capisce che non deve cercare lontano da sè i temi dei propri romanzi che viene la forza di affrontare l’episodio che lui e il padre avevano rimosso.
Anche io sono stato educato a considerare le lacrime una cosa da femmine. Il rifiuto di piangere è in fondo il rifiuto di manifestare appieno i propri sentimenti, decidere di innalzare un muro tra sè e gli altri. Ma come si può allora essere romanzieri? Ci si condanna alla compilazione di testi didattici, collazioni di schede, di pensieri e concetti altrui, a stendere saggi eruditi sulla novella ebraica come fa il padre di Amos. La grandezza però sta altrove, nel momento in cui si ha il coraggio di gridare il proprio dolore per non aver potuto accompagnare la madre al cimitero. Ogni lettore sensibile accoglie e fa proprio questo grido e sente nello scrittore un simile, che mettendogli di fronte la propria umanità, lo aiuta ad accettare le proprie debolezze, la povertà della sua esperienza quotidiana.



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Jonas Khemiri – Tutto quello che non ricordo
27 febbraio 2019
Un incidente stradale. Il guidatore, Samuel, muore sul colpo. Impossibile determinare se si tratti di una fatalità o di un suicidio. Uno scrittore mezzo svedese e mezzo tunisino interroga amici e parenti per scoprire qualcosa in più.

Le testimonianze si affastellano nella concordia discors di persone che ci offrono molte istantanee degli stessi fatti presentati da punti di vista differenti. Come ben direbbe Pirandello la verità è comunque inafferrabile e l'autore, che si ripromette di non far parlare Samuel, si smentisce dopo pochissime pagine e lascia che sia il giovane a narrare gli ultimi istanti della sua vita.

Tutto lascia propendere per il suicidio, non fosse per la presenza di altri fatti - ugualmente inconfutabili - che invece lasciano propendere per altro.

E' un libro compatto, molto bello, che mostra l'altra faccia dei paesi scandinavi, una faccia alle prese con degli svedesi colorati, provenienti da altri paesi, altre culture. Mondi costretti a camminare appaiati e che faticano a comprendersi, chiusi nelle categorie del politicamente corretto e del prima gli svedesi. La difficoltà di capire le motivazioni e la personalità di Samuel è il simbolo dell'incomprensibilità del nostro mondo: ci diciamo aperti, ma abbiamo un fremito di paura davanti agli altri... e scopriamo che l'altro è nostro connazionale, come e anche più di noi visto che ormai parliamo di europei di seconda generazione - come minimo.





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Isaac Bashevis Singer - Nemici (Una storia d'amore)
24 febbraio 2019
Far convivere inimicizia e amore in un titolo sembra assurdo. Ma quando si incomincia a leggere la storia di Hermann ci si accorge che tutto è possibile. Se nelle commedie di Feydeau è usuale trovare personaggi che si dividono tra due donne - moglie e amante - il protagonista di questo romanzo, Hermann, vive con tre femmine diverse.

Abbiamo ovviamente la moglie, Tamara, che era creduta uccisa da un nazista in Europa e che ricompare, come fosse un fantasma, nel bel mezzo di New York. Si aggiunge Jadwiga, una contadina polacca che ha salvato Hermann nascondendolo in un fienile. E poi c'è Masha, ammaliante fanciulla di facili costumi ma irresistibile. Hermann non riesce a fare a meno di lei.

Un ginepraio inestricabile, che sta in piedi solo perchè la povera Jadwiga è analfabeta e sempliciotta e Tamara... sa perfettamente di essere inaspettata ed indesiderata, non ha illusioni sul proprio compagno ed è perfettamente disponibile a farsi da parte.

E' un romanzo tormentato e contorto, come la vita di Hermann, del resto. E' la dura analisi della necessità di superare il trauma della Shoah, dello sterminio, delle sofferenze e delle crudeltà. Perchè è accaduto tutto questo? Dove era Dio? E con quale criterio è stata decisa la salvezza di uno e la morte di un altro? E come è possibile che gente viva, si diverta e sia felice dopo tutto quello che è accaduto?

E' un libro che non offre certezze, a cui non si deve domandare una consolazione o luce. D'altronde, siamo tutti come Marta che, quando si vede capitare di fronte Gesù Cristo, bello e azzimato, pochi giorni dopo la morte del fratello Lazzaro, gli salta addosso e gli domanda dove cavolo si fosse cacciato quando c'era bisogno della sua presenza.



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Recami - Il diario segreto del cuore
19 febbraio 2019
Recami racconta storie che avvengono in una casa di ringhiera: condomini i cui appartamenti danno tutti su una ringhiera che guarda il cortile interno.

 

All'inizio del libro nella casa è presente la sola famiglia Giorgi: due ragazzini delle medie; la madre campa da sola come può: il marito vive ora in una casa-famiglia dove forse ha superato davvero i suoi problemi di alcoolismo.

Il diario di cui si parla nel titolo è quello della ragazzina, Margherita. E' la prima della classe, ha fatto la primina. Potrebbe essere una versione XXI secolo di Cuore.

E' evidente che Recami ha in mente De Amicis, ne cita prima di incominciare un sonetto avvelenato contro i critici letterari, osserva che Milano gli ha dedicato una via che è la continuazione di via Carducci, da cui era disprezzavato, e che il suo successo letterario gli valse un sacco di nemici i quali non esitarono a ricorrere anche alla calunnia contro di lui.

Anche a me vennero regalate a Natale innumerevoli copie di Cuore. Tutte rigorosamente mai aperte (non sono mai arrivato al mese di novembre). Non so dunque se il padre di Enrico scrivesse al figlio come fa Claudio con Margherita. La giovinetta applica al mondo degli adulti uno spirito critico assente a fine ottocento, in un mondo che non metteva in discussione l'Autorità. E anche i riassunti di libri edificanti hanno un che di dissacrante: sono innanzitutto copiati da internet e ad essi la ragazza fa seguire un proprio commento privato che distrugge quanto il politicamente corretto l'ha obbligata a scrivere ad uso e consumo della scuola.

C'è la curiosità per il sesso. Se ne parla nelle ore di educazione all'affettività, ma paradossalmente i ragazzi hanno le stesse curiosità e soprattutto la stessa difficoltà che aveva la mia generazione a sapere come stessero effettivamente le cose (ma forse a noi andava meglio vedendo i cani accoppiarsi in cortile). E' divertente la noia per le sfumature di grigio, che non contiene le informazioni cercate, mentre Pasolini è molto più ricco di informazioni utili.

Ma non c'è solo il diario. Esiste anche la storia di come l'entrata degli adulti in questo mondo anzichè raddrizzare i torti peggiori le cose. E sopra tutto, c'è l'ironia con cui Recami descrive la nostra vita. E' un bel libro agro-dolce che si legge tutto d'un fiato.

 




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Ken Haruf - Vincoli
7 febbraio 2019
Nel Mondo Piccolo di  Holt, Colorado, Sanders Roscoe riceve la visita di uno di città. E' un giornalista di Denver che vorrebbe avere informazioni sui suoi vicini di casa, i Goodnough. Con piglio degno di Peppone, Sanders, per gli amici Sandy, lo sbatte fuori in malo modo. Purtroppo non basta: quelli di città fanno sempre danni e la vicenda della famiglia Goodnough viene sbattuta sulla prima pagina del quotidiano locale.
 
Sandy racconta per noi lettori la storia che il giornalista di Denver avrebbe tanto voluto conoscere. Il suo stile è conciso, anche sgraziato. Non fatico ad immaginarmi con i gomiti sul tavolo, mentre il mio interlocutore tracanna birra con la stessa velocità con cui mi racconta vicende che incominciano addirittura nel XIX secolo.
 
I capostipiti, Goodnough o Roscoe che siano, hanno dimensioni ciclopiche. Forse è così da che esiste la narrazione: magari il primo cavernicolo che ha intrapreso la cronaca delle gesta dei suoi avi ha ingigantito le loro proporzioni. Ed è forse per questo che io sento in questo libro la ruvida scorza di una realtà contadina semplice e dura. La fatica scorre sul binario delle stagioni: sangue e sofferenza, umiliazioni e lacrime soffocate. Però in quel pezzaccio di terra bruciata dal sole ci si rispetta e si fa quadrato contro quelli di città venuti a violare il pudore di famiglie martoriate.
 
Holt è uno dei tanti luoghi immaginari che appaiono più veri dei posti reali. E se Holt come tale non esiste, sicuramente troviamo in mezzo a noi tanti esemplari umani dei suoi abitanti.
 

Nell'immaginaria Holt Ken Haruf ci racconta storie eternamente vere da cui mi sono staccato a malincuore.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/2/2019 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I brocchi di Jonathan Coe nella Middle England
1 febbraio 2019
Quasi venti anni fa comperai La banda dei brocchi solo perchè il suo titolo originale (The Rotters' Club) è identico a quello di un disco di Hatfield and the North, band rock britannica degli anni '70.
 
E' del resto in quell'epoca che si svolge la storia di Benjamin Trotter e della sua famiglia - i brocchi del titolo. Attorno a loro amici, conoscenti, il mondo adolescenziale nel Regno Unito degli anni '70. Facile dunque immedesimarmi in coetanei, con le solite storie di amori brufolosi e velleità intellettuali, l'affacciarsi a un vasto mondo tanto ignoto quanto affascinante. Coe adotta una struttura a collage, in cui la narrazione si alterna a documenti dell'epoca, con l'odore del ciclostile e dell'inchiostro che imbrattava la mediocre carta su cui si stampava il Melody Maker.
 
L'originalità di Coe sta nel narrare la grande storia degli ultimi quarant'anni dando l'illusione che il suo argomento principe siano i pruriti di Benjamin e soci. Se Elena Ferrante ci fa la lezione su anni di piombo e camorra nelle sue storie di chi fugge e chi resta, Coe preferisce l'understatement. Maggie Thatcher? La si cita perchè vince le elezioni il giorno in cui Benjamin corona il proprio sogno d'amore. Gli scioperi selvaggi? Un black-out proprio la sera in cui sulla BBC doveva andare in onda un film per adulti. Autarchiche auto difettose? Un personaggio fatica ad aprire la propria vettura. Il terrorismo IRA? La testa mozzata di Malcom che finisce sul grembo della fidanzata Lois in un attentato ad un pub. Si mischiano privato e pubblico dando l'impressione che il primo prevalga sul secondo.
 
Il successivo libro della saga dei brocchi (Il circolo chiuso) ce li mostra al cambio di secolo: più chili, meno capelli. Trasformati e anche spietati (Paul, il fratello di Benjamin, è l'antipatico protagonista della vicenda).
 
Ora esce Middle England, tolkeniana Inghilterra di Mezzo in cui i miei coetanei ingrigiti confrontano ieri e oggi, si confrontano a una Brexit che si infila anche in una lite tra clown. Sempre il delizioso tono mediano. Coe non si mette in cattedra, lascia che siano i suoi personaggi a narrare la storia, ad agire, a dire la loro. Resilienti, pasticcioni e simpatici come gli Hobbit. Ho ritrovato in questo libro un grande scrittore che amo e che con sorridente distacco mi accompagna nel nostro Mondo Piccolo in cambiamento.



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Alessandro Reali - Il diavolo del Ticino
13 gennaio 2019
Alessandro Reali è un mio compaesano. Lavora come chimico in una raffineria dell'Eni: per lui la scrittura è una passione da coltivare nel tempo libero.

 

Penso che anche Dante avrebbe dovuto scrivere gialli seriali per arrivare alla pubblicazione e scommetto che Sellerio riuscirebbe a spacciare la Commedia per un romanzo poliziesco. Per questo mi colpisce che qualcuno - anche se un piccolo editore, Libreria Ticinum - abbia deciso di stampare una raccolta di racconti che esulano dal genere giallo.

Si tratta di storie raccolte presso gli anziani, quelle memorie collettive di paese che in un tempo remotissimo riempivano le serate prive di televisori e social media. Vicende ai confini della realtà, come diceva il titolo di una fortunata serie di telefilm.

Il realismo magico sarebbe nato in riva al Po? Piacerebbe pensarlo. Io credo che la narrazione implichi l'uscita dal quotidiano, imponga di abbandonare il sentiero conosciuto alla ricerca del mistero che si nasconde dietro la famosa porta che non si deve mai aprire. Mi viene in mente il buon Walther von Stolzing che trova improvvisamente la sua ispirazione nel bel sogno mattutino, ossia con una passeggiata nel mondo dell'inconscio che rimette in ordine diverso tutti i fili della giornata precedente.

Bisogna scompaginare le carte: bambine che vedono la Madonna, diavoli, fantasmi, streghe. Perchè tutto questo deve rimanere confinato all'infanzia? Perchè noi adulti non abbiamo ugual diritto a queste incursioni del magico nella nostra vita?

Questo libretto di Alessandro Reali si lascia leggere rapidamente ed è gustosissimo per più ragioni. Ripropone il fascino di un'epoca lontana; consente a chi è sufficientemente anziano di ritrovare storie narrate nella sua infanzia; sopra tutto ridisegna un reale che ci sembra di conoscere perfettamente ma la cui scorza sottilissima lascia trasparire un mondo fantastico che è sempre a portata di mano.

Nulla di nuovo: in fondo l'arte consiste nello scoprire l'ignoto dentro il conosciuto.




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D'Annunzio - Il fuoco
1 gennaio 2019
La prima volta in cui lessi "Il fuoco" ero uno studente esaltato da "Il piacere" ed ero curioso di vedere come D'Annunzio avrebbe trattato Wagner.
 
Fuoco
 
Fu una delusione: Wagner è un fantasma, presente giusto per passare il testimone al geniale Stelio Effrena, destinato a costruire sul Gianicolo la risposta marmorea al teatro in legno e mattoni dell'Alta Franconia. Già la differenza dei materiali usati per la costruzione mi avrebbe dovuto far capire molto di D'Annunzio. Ma mi ero lasciato infinocchiare dai nomi di Dowland, Caccini e Monteverdi. Peccato che l'orchestrazione respighiana de L'Orfeo mi offra più informazioni sulla ricezione della musica antica a inizio 900 di tutto quello che l'Immaginifico mi possa offrire.
 
Non che saccheggiare il Manacorda dia chi sa quali risultati. Proust, con qualche verso di Arkel, presenta una originale prospettiva sul Pelleas. Non assume il ruolo di uno Sgarbi qualsiasi, innamorato della propria messa in piega mentre snocciola con linguaggio forbito delle banalità degne del pubblico di Mediaset.
 
Rileggo oggi "Il fuoco", spostando la mia attenzione sull'autobiografia dell'amore per Eleonora Duse. Quando giungo a Villa Pisani sono stremato da un linguaggio inutilmente ampolloso e pieno di sè. Ma cosa vuol dire "dentatura crisoelefantina"? Che Lady Myrta ha un dente d'oro come uno dei personaggi del West and Soda di Bruno Bozzetto?
 
Ma il mistero per me più grande rimane il motivo che mi impedisce di piantare a metà strada un libro che non mi piace.



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Hasek - Il bravo soldato Svejk
18 dicembre 2018
Svejk è un idiota patentato: una I.R. (cioè Imperial-Regia) commissione medica dell'I.R. esercito lo ha stabilito con bolli e controbolli. E in un paese dove l'I.R. burocrazia ha stabilito anche quando e come i soldati debbono defecare nessuno si sogna di mettere in dubbio l'I.R. idiozia di Svejk.
 
Nel corso del migliaio di pagine di cui consta questo romanzo incompiuto ci renderemo conto che Svejk si serve di quello che noi oggi chiamiamo sciopero bianco: egli applica alla lettera l'I.R. regolamento per scardinarlo e per dimostrarne l'assurdità. Si arriva al punto in cui il suo superiore Lukas lo mette alla prova chiedendogli di comprare del cognac di contrabbando senza lasciarsi pizzicare dal sottotenente Dub ed apprezza la sagacia che Svejk dimostra nello svolgimento della sua missione.
 
C'è qualcosa che mi ricorda il nostro Bertoldo (abbiamo anche una impiccagione mancata causa assenza di alberi adatti alla bisogna) ma è molto più immediato il parallelo con K. anche lui alle prese con una burocrazia asfissiante e lontana, con un giudice che può giustiziare una persona senza che se ne conosca il motivo (l'oste che passa tutta la guerra in carcere per aver affermato che le mosche avevano scacazzato sul ritratto dell'Imperatore). Solo che in questo romanzo tutto viene voltato alla Rabelais in burla. Svejk è un K. che sbeffeggiando i propri aguzzini ha la meglio su di loro.
 
Il mondo I. R. (K.u.K. - Kaiserlich und Koniglich - la famosa Kakania di Kraus) è squadernato nell'idiozia che lo condanna a perire. Mi ricorda non poco l'attuale Unione Europea, altrettanto autistica e fallimentare. Forse, come Zweig, rimpiangeremo il mondo di ieri, però è anche vero che leggendo questo romanzo è difficile non comprendere le ragioni della sua fine. Però con la consolazione che, almeno, si ride.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/12/2018 alle 16:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Jean Echenoz - Inviata speciale
1 dicembre 2018
Come un abile strip-teaser, Jean Echenoz è consapevole che non importa il finale ma il modo con cui vi si arriva. Ed allora gioca abilmente con le regole del thriller-spionaggio.
 
echenoz
 
Insuffla nel genere ampie dosi di meta-romanzo. Ci sono i commenti di un narratore onnisciente, ma non troppo, dei frequenti cambi di nome - e personalità - dei propri personaggi che sono disorientati tanto quanto il lettore e si impappinano perchè non sanno più come chiamarsi. E' una girandola di situazioni al limite dell'assurdo in cui il lettore è complice nel gioco a rimpiattino in cui Echenoz lo inserisce.
 
Divertimento, emozione, stravolgimento di aspettative che però vengono puntualmente rispettate.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/12/2018 alle 8:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Hrabal - Treni strettamente sorvegliati
26 novembre 2018
Forse il romanzo più noto di Hrabal, portato anche sul grande schermo, questo "Treni strettamente sorvegliati" racconta una storia che si svolge in una stazioncina ferroviaria ceca, nei giorni del bombardamento alleato su Dresda.
 
La guerra sta finendo e si capisce che gli odiati tedeschi la perderanno. In un'atmosfera grottesca il giovane ferroviere Milos, che ha tentato il suicidio per aver avuto una eiaculazione precoce con Mascia, si muove tra cattivissimi nazisti, resistenti e colleghi strampalati (il capomanovra ha stampato i timbri ferroviari sulle natiche della telegrafista).
 
La risata di Hrabal è agro-dolce. La divertente immagine della virilità di Milos che "sfiorisce come un giglio" si mescola alla descrizione del tentato suicidio, alle sofferenze dell'ospedale e della guerra. E non si può far a meno di sorridere quando il successo sessuale del protagonista si confonde con la pioggia di fuoco che distrugge Dresda.
 
Si legge questo romanzo breve in pochissimo tempo, con immenso piacere. Io ne posseggo l'edizione E/O che comprai anni fa, poco tempo dopo la morte (forse suicida) di Hrabal. Lo sottolineo perchè il libro contiene una piacevole ed imperdibile intervista in cui l'autore si sofferma sul significato di ironia praghese.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/11/2018 alle 13:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Antonio Manzini - Pulvis et umbra
16 novembre 2018
Rocco Schiavone, lavora ad Aosta come vicequestore - Manzini mi fa conoscere un nuovo grado gerarchico della polizia italiana. E' impegnato in questo libro con una doppia inchiesta: l'assassinio di un trans si intreccia al passato del protagonista, che non era riuscito a trovare i capi di un giro di cocaina.
 
Ci sono molte ombre in questo libro. Quelle metaforiche stese dai poteri forti, e quelle di un passato che non finisce mai, che torna nel presente di Schiavone: ciò che ha fatto, o che ha omesso di fare, le amicizie equivoche - forse di un ladro diventato guardia.
 
Ma l'ombra forse più importante è quella di Marina, che intuisco essere la compagna morta del nostro vice-questore. Non avendo letto i precedenti libri di Manzini non riesco a ricostruire più di tanto le vicende passate. Posso giusto congetturare, sono anche sicuro di prenderci nella mia ricostruzione... però in tutta onestà sento un certo senso di incompiutezza.
 
Ho l'impressione che le due storie narrate da Manzini non si incastrino perfettamente assieme. Prese ognuna per conto proprio sono belle, suscitano la partecipazione del lettore - Manzini sa certo il fatto suo come romanziere e mi sembra anche molto migliore di un Maurizio De Giovanni a cui rimandano la squadra di poliziotti scalcagnati e il dialogo con i defunti. Eppure queste vicende rimangono separate, sono due libri diversi messi nel medesimo volume. Avrei preferito di gran lunga un libro diviso in due parti separate che vivono di vita propria. A questo modo ritengo che la narrazione avrebbe guadagnato in continuità e compattezza.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/11/2018 alle 7:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Karl Kraus - Gli ultimi giorni dell'umanità
4 novembre 2018
Secondo Kraus questa tragedia in cinque atti, prologo ed epilogo è rappresentabile solo su Marte, le cui serate sono lunghe quanto basta per accogliere in una sola tornata questo dramma.
Non me la sento di contraddire Kraus, ma secondo me il problema del pianeta terra non risiede nella durata di una sera di rappresentazioni quanto nell’indisponibilità nostra a rimirarci in uno specchio così poco lusinghiero.
Non è che Kraus parli solo della Grande Guerra di cui proprio ora ricordiamo il centenario della fine. Egli non si limita a prevedere gli orrori della Seconda Guerra Mondiale – anche più lunga e sanguinosa – ma pure la finta pace degli anni 1918-39 e ancora i settanta anni in cui l’UE ci avrebbe evitato un conflitto europeo, come se non ci fossero state la guerra fredda tra Nato e Patto di Varsavia e quella calda nei Balcani, e come se l’Ucraina fosse tranquilla e pacifica.
Il fatto è che Kraus vede perfettamente il dominio della tecnica sul nostro mondo. Bombe, aerei, sommergibili, gas, mortai… tutto l’armamentario della tecnica va utilizzato per creare una macchina di guerra che si autoalimenta, incapace di vincere – ma anche impossibile da sconfiggere. Gli uomini sono dei semplici ingranaggi di questo sistema.
Basta un manipolo di persone armate di coltellini di plastica per abbattere le torri gemelle di New York e dimostrare che la tecnica può essere battuta. Ma gli Asburgo moderni non possono dire ai contribuenti che le loro tasse sono state spese in armi inutili ed allora ci si butta su un capro espiatorio (Serbia o Irak che sia non importa) a distruggere per il gusto di distruggere. Possibilmente in prima serata. All’epoca di Kraus ci si accontentava delle edizioni straordinarie dei quotidiani, non c’erano ancora le Breaking News delle varie CNN, ma si disponeva già di una nutrita flotta di corrispondenti di guerra che descrivono al riparo delle stanze di alberghi per occidentali il fuoco artificiale delle armi intelligenti. Ci può scappare il danno collaterale. Poco male. Ma chi se ne frega: le donne serbe che dicono alla antesignana di Christiane Amanpour che loro resteranno quando gli invasori se ne dovranno andare, anticipano la storia dell’Afghanistan moderno in cui hanno fallito gli eserciti delle superpotenze.
Questo è un libro disperato e disperante, che opprime se ci si azzarda a leggerlo dall’inizio alla fine come ho fatto io. Meglio prenderlo a piccole dosi, poco alla volta. La lettura sarà comunque dolorosa.




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Kader Abdolah - La casa della moschea
23 ottobre 2018
In qualità di capo del bazar Aga Jan gode di un potere paragonabile a quello di un'autorità civile. E' custode di una moschea cittadina in cui può entrare direttamente da casa propria e di cui tiene - come hanno fatto i suoi predecessori - il diario.
 
La sua vita è tranquilla. Il più grande grattacapo è solo l'imam che - per i gusti del bazar - non si occupa abbastanza di politica. Quando arriva Ghalghal, imam rampante di Qom, basta un paio di sermoni per accendere gli animi e l'attenzione dei servizi segreti: il giovane predicatore deve fuggire dalla città.
 
I libro di Abdolah descrive l'Iran del trapasso dal regime dello scià a quello degli ayatollah. Con lo scoppio della rivoluzione Aga Jan perde improvvisamente il suo potere. Deve lasciare la custodia della moschea ai nuovi capi; un suo figlio viene giustiziato dal regime. Impossibile per l'ex-potente trovare qualcuno tanto coraggioso da sfidare i rivoluzionari dando una sepoltura onorevole a una persona morta davanti al plotone di esecuzione.
 
Gli uomini sono mutevoli come la loro sorte: basta un altro giro di ruota, magari perchè il regime capisce che è giunto il momento di dire basta al terrore, per far ricomparire gli onori e gli amici di una volta.
 
Le però cicatrici rimangono. Alla fine del romanzo Aga Jan riceve una lettera da un altro figlio, già comunista, che ha perso la fede e si è rifugiato in Olanda, paese di cui ha imparato la lingua e in cui scrive romanzi. E' il ritratto dello stesso Abdolah.



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Nattiez - I racconti nascosti di Richard Wagner
8 ottobre 2018
Anche quando scrive per un pubblico di non-musicologi, Nattiez vola alto.
 
Secondo Nattiez le dieci opere maggiori di Richard Wagner sono altrettanti momenti dell'elaborazione estetica del compositore. In conseguenza di ciò è indispensabile la lettura dei testi teorici coevi, non importa se astrusi, complessi o rivoltanti.
 
Non è un caso per Nattiez che Parsifal sia l'unico lavoro in cui non vengono toccati temi estetici: quest'ultima opera è infatti la realizzazione pratica delle idee esposte da Wagner nel corso di tanti decenni. Qui finalmente avviene l'unione tra maschio e femmina parallela a quella tra poesia e musica. Mi stupisce che nel libro non venga citato il film Parsifal di Syberberg in cui, subito dopo il bacio di Kundry, l'eroe eponimo si sdoppiava in una fanciulla. D'altro canto le uniche realizzazioni visive di opere wagneriane che vengono nominate sono il celebre Ring del centenario e i Maestri cantori salisburghesi allestiti da Herheim.
 
Mi sono parsi molto interessanti i capitoli dedicati alle opere giovanili. Nattiez passa in secondo piano gli elementi dell'Olandese Volante ancora legati alla tradizione; di Tannhauser offre un'esauriente disamina di tutte le versioni tra cui possiamo scegliere e quindi di tutti i significati che ogni edizione veicola; con Lohengrin assistiamo ad un capovolgimento dei valori, visto che nell'opinione di Nattiez è Elsa ad essere la portatrice della soluzione per l'artista-Lohengrin. Si tratta di una visione che avevo già immaginato ascoltando ad esempio un live romano con una Gundula Janowitz quanto mai aggressiva. Anche Dominique Jameux aveva adombrato qualcosa di simile ponendo Elsa sul medesimo piano della Judith del Castello di Barbablu.
 
La profondità con cui Nattiez affronta questa popolarissima opera conferma la pochezza dell'attuale festival di Bayreuth che preferisce gingillarsi con un caravanserraglio elettrificato arzigogolato e vacuo.
 
Come sempre Nattiez è interessante e degno di essere letto, anche quando pensa di essere meramente divulgativo.



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Anatole France - L'anello di ametista
24 settembre 2018
L'anello in amestista cui si riferisce questo romanzo di Anatole France è destinato al dito di un vescovo.
 
france
 
Siamo nella Francia dell'affare Dreyfus. Antisemitismo, sciovinismo, partigianeria nei confronti delle istituzioni che non possono sbagliare. Su questo sfondo, un giovane nobile, il cui nome francesizzato - Bonmont - lascia trasparire con un sottile velo il teutonico, ed ebraico, Gutenberg, lavora perché l'abate Guitrel divenga vescovo di Tourcoing. Guitrel avrà dunque l'anello cui accenna il titolo del libro e Bonmont otterrà la sua rivincita da snob nei confronti del nobile Brécé.
 
France racconta la sua storia con una vena umoristica che mi permette di comprendere l'ammirazione che Proust nutriva per lui. In molte pagine ritrovo perfino idee e frasi che potrebbero stare perfettamente nella Recherche.
 
E non si tratta solo dei riferimenti all'affare Dreyfus. Quando il filologo Bergeret si appresta a lasciare la cittadina di provincia in cui vive per recarsi a Parigi, France analizza l'irrealtà in cui scivolano i luoghi da cui siamo assenti con parole che figurerebbero benissimo in "Nomi di paese: il nome".
 
E neppure posso tacere la comparsa di un personaggio secondario, medico, di nome Cotard. Con una sola "T" ma basta ed avanza.



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I. J. Singer - Yoshe Kalb
22 settembre 2018
Il vecchiotto cerca moglie... dato che nessuna donna sana di mente vuole maritare una persona rimasta vedova per la terza volta, la scelta di Rabbi Melech cade su Malka, orfanella senza dote.
 
Le regole vogliono però che prima il Rabbi dia un marito all'ultimogenita, dodicenne già donna formata che viene data in fretta e furia a Reb Nahum. Il ragazzo, di quattordici anni, non ha neanche per la testa di sposarsi, ma i genitori hanno promesso che il matrimonio si sarebbe fatto e quindi...
 
Come in una tragedia greca la ubris degli uomini genera conseguenze che distruggono l'equilibrio su cui si basa la loro esistenza. E' presente anche una moria di bimbi dovuta alla vendetta divina nei confronti di madri disattente alla sventura che ha colpito una di loro. E come nei grandi racconti epici queste colpe vanno espiate. Fino in fondo.
 
La vicenda si svolge in un villaggio ebraico, ai confini tra impero Austro-ungarico e Russo. Sono i luoghi su cui Chagall avrebbe fatto volare qualche sorridente suonatore di violino. Solo che in questo caso noi lettori non voliamo: restiamo impantanati tra le viuzze del borgo, ad usmare la nostra povera umanità carica di peccato.
 
Il protagonista - Yoshe Kalb - incarna la necessità di espiazione, di mondarsi da una colpa che lo obbliga a fuggire i propri simili, a vivere come uno yurodiviy, ai margini della società, errante nel tentativo di fuggire alla maledizione eterna.
 
I personaggi di questo libro hanno delle dimensioni sovrumane anche quando vengono dipinti nelle loro miserie. Sono gretti, superstiziosi, persi in sofismi da cui la divinità - ma anche la antica grandezza del popolo ebraico - sembrano assenti. Tutto, anche lo stile letterario, rimanda ad un soffio epico che rende il libro indimenticabile.
 
 
 
 



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La curva del Latte - Nico Orengo
14 settembre 2018
Quando passo sul viadotto Latte a pochi chilometri dal confine con la Francia cerco sempre di immaginare come debba essere il torrente sottostante con le case che lo circondano. E dire che sono sicuramente passato da Latte per andare a Villa Hanbury. Se allora avessi già conosciuto La curva del Latte non sarei però riuscito a far la tara della trasfigurazione cui ogni buon scrittore sottopone i propri soggetti. Senza contare che nel 1957, all'inizio del romanzo in questione, Latte ha iniziato ad imbruttirsi.
 
Tutto parte da una pompa di benzina e dopo duecento pagine il paese si è arricchito di due rivendite di vini e liquori, autorimessa e gommista. Come se non bastasse la Dolora pensa di costruire dei bungalow tra le colline ed il mare e gli speculatori edilizi hanno già i progetti dei condomini che debbono sostituire ulivi e fiori.
 
Il libro racconta diverse storie che corrono una a fianco dell'altra, spesso incrociandosi e sovrapponendosi ma rimanendo sempre distinte. E' uno schema collaudato che unito alla celebrazione del piccolo mondo antico dell'Italia d'antan ha fatto la fortuna di un Andrea Vitali.
 
Orengo però non si illude: il tanfo di benzina non è poi tanto diverso da quello prodotto dalla fabbrichetta che lavorava la lavanda; comunisti e democristiani possono dividersi in politica però poi vanno a braccetto quando si tratta di indignarsi contro la ragazza madre che porta in giro per il paese il bastardino frutto del peccato. Il paese è reduce da due guerre, di cui una civile, con tutto il carico di sofferenze che ne consegue. E la maestra compiange l'età del repubblichino Rosolino ucciso dai partigiani, non la sua ideologia.
 
L'ambiente in cui si svolge la storia è idilliaco, ma venato dalla fatica, dal sudore, dalla durezza di una natura tirchia nei confronti di coloro che cercano di trarre da essa di che vivere. Sono questi contrasti a farmi amare la piccola storia di una roccia incastonata tra Ventimiglia e Mentone.
 
 



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Anosh Irani - La gabbia di fiori
4 agosto 2018
Noi persone del primo mondo non siamo in grado di immaginare gli abissi di degrado in cui vivono molti nostri simili. Cianciamo di pacchie che debbono finire o ci indigniamo perché qualche attricetta da strapazzo ha ottenuto il successo concedendosi a un produttore puttaniere e non pensiamo che in paesi come l’India gli stupri sono all’ordine del giorno, cose commendevoli, tradizioni da difendere e continuare.
Anosh Irani affonda il coltello – alla lettera – nel mondo del terzo sesso: ermafroditi, persone che in un corpo maschile nascondono una donna… Senza sale operatorie, senza anestesia, senza chirurgia plastica Mahdu è diventato una femmina. Nessuno che si preoccupi del suo status: può fare la prostituta, oppure benedire i partecipanti a nozze e feste, oppure mendicare per strada. Un’alternativa è preparare altre infelici allo stupro cui seguirà la vita del bordello.
Anosh Irani descrive questa bella vita del terzo mondo,con il suo puzzo, il suo chiasso, il degrado. Non risparmia nulla, lascia pochissimo spazio alla speranza. Tratta la società indiana come se non fosse riformabile. L’atto di ribellione non può che essere violento perché si scontra con un mondo impermeabile a qualsiasi idea che contraddica l’ordine che si è sempre seguito.
La persona violentata é a sua volta strumento di violenza: prepara bimbe impuberi allo stupro e alla prostituzione, insegna loro ad obbedire a magnaccia, tenutari e maschi.
Il libro di Irani, al di là del titolo poetico, ha un contenuto duro, che dovrebbe scuotere le nostre coscienze.



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Rainer Maria Rilke - Serpenti d'argento
29 luglio 2018
Questo "Serpenti d'argento" riunisce i racconti giovanili di Rilke.
 
Rilke mostra fin dall'inizio una buona vena poetica, trova belle immagini, ha molta musicalità nel costruire il suo periodare ma si direbbe che l'unico tema che lo interessi sia la morte. In molte salse, è vero, ma in  più di un'occasione ho sentito la necessità di sottopormi a un ricovero in SPDC per depressione maggiore... sempre che, per reazione, non cominci a ridere cercando di intuire come morirà il protagonista della prossima storia.
 
C'è una tendenza suicidaria diffusa, in parte dovuta al tedium vitae, in parte legata alla necessità di sciogliere in qualche modo delle situazioni che sono diventate, come in molte storie di Stephan Zweig, troppo ingarbugliate. Non mancano le morti di bambini - con l'involontaria comicità del bimbo che desidera finire dentro quei graziosi cassoni neri sormontati da angeli - o la storia della piccola maltrattata dalla matrigna che muore assiderata nel bosco dove ha acceso un improvvisato albero di Natale per una Madonnina intagliata. Il richiamo ad Andersen - pure citato nel racconto - è evidentissimo, così come l'ambientazione naturalistica a cui il giovane Rilke deve certo molto e che ritorna in molte pagine.
 
Si sorride poi per l'uomo senza qualità disperato di non trovare eventi nella propria vita e per il ragazzotto che dimentica per strada la bara della madre che avrebbe dovuto portare nel cimitero del paese in cui la donna è nata. Ed è commovente il soldatino Pierre che compensa nell'indigestione il dolore per la fine delle vacanze estive con la mamma.
 
In generale però il tono rimane cupo. Per cui è meglio affrontare questo libro a piccoli sorsi.



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Hoffmansthal - Andrea o i ricongiunti
4 luglio 2018
Andrea è un giovane viennese di buona famiglia che scende a Venezia per il suo Grand Tour in Italia. Non è ancora giunto in Veneto che perde la sua verginità rimanendo vittima di un lestofante che lo deruba di metà dei soldi in suo possesso. E' un luogo comune che l'eroe subisca subito all'inizio della storia una disavventura di questo tipo: che il vasto selvaggio mondo esterno sia pieno di insidie è il primo insegnamento di qualsiasi romanzo di formazione. E poi Andrea è anche vergine fisicamente, dato che non è mai stato con alcuna donna. Si innamora di Romana, la figlia dei Finazzer che lo ospitano dopo la sua disavventura.
 
Non potremo seguire più di tanto le avventure di Andrea a Venezia: il romanzo non è mai stato completato e ci dobbiamo accontentare di appunti che lasciano immaginare le parti che sono rimaste nella penna di Hoffmansthal. C'è il Cavaliere di Malta - destinato a morire suicida - che potrebbe essere il Ludovico Settembrini di Andrea, ci sono due donne antitetiche, Maria e Mariquita, che si contendono il giovane. Una donna sola rimane la stella polare di Andrea: Romana che alla fine dovrebbe sposare l'eroe.
 
Dico dovrebbe perchè mi rendo conto che stiamo parlando di supposizioni a partire di progetti che possono cambiare: talvolta i nostri viaggi cambiano - magari per il meglio - meta e presentano inaspettate svolte strada facendo.
 
La parte compiuta del romanzo è molto bella, con un linguaggio luminoso e pastellato, che mi fa pensare quasi alle visioni montane di Giono nell'Ussaro sul tetto. C'è una piacevole fusione del protagonista con la natura, compagna fedele da cui ci si lascia condurre come il mugnaio dal ruscello nella Schöne Müllerin.
 
E sono anche belli gli scorci di Venezia, dei suoi abitanti a metà cammino tra Goldoni, Casanova e Valzacchi.
 
Anche se è solo un torso, "Andrea" offre molte pagine che lasciano il segno.
 
 



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Aramburu - Patria
1 luglio 2018
Certamente è lo stesso Aramburu lo scrittore che ai parenti delle vittime di ETA spiega come sia complicato scrivere un romanzo sul terrorismo. Bisogna evitare il sentimentalismo e i luoghi comuni. Bisogna - aggiungo io - mettere in conto il fastidio con cui le anime belle appena rientrate da una manifestazione a favore di qualche popolo oppresso accoglieranno un libro in cui gli eroici combattenti sono presentati come un'associazione a delinquere, una macchina di morte ben oliata, che controlla il territorio con metodi mafiosi.
 
Al centro della storia di Aramburu c'è l'uccisione di un imprenditore incapace di pagare l'esosa tassa rivoluzionaria (si fa prima a chiamarla "pizzo") imposta dall'ETA.
 
Attorno vittime, carnefici, persone comuni le cui vite sono sconvolte dal destino e dagli ingranaggi di una guerra di liberazione più grande di loro. Molti vili che esprimono un timido dissenso a bassa voce, solo dopo essersi sincerati che nessuno li senta. Tutti pronti a fare il deserto attorno alla vittima designata e a riscoprire la loro "dignità" quando il terrorismo ammaina la bandiera.
 
Aramburu non rispetta la cronologia degli avvenimenti: salta da un luogo e un tempo all'altro come se seguisse i capricci della sua memoria. Talvolta ritorna sui suoi passi per raccontare lo stesso avvenimento da un'altra angolazione. Improvvisamente si passa alla prima persona. Sempre si ha una scrittura tagliente che vuole coinvolgere senza commuovere.
 
Solo nel finale i fatti scorrono ordinati, come ci si aspetta da una narrazione "normale". A quel punto però i nostri corpi sono feriti e bastonati come quelli dei personaggi di Aramburu.
 
"Patria" è un bellissimo libro, sia dal punto di vista formale che da quello stlistico. In più mette in discussione le certezze degli "osservatori esterni" sulla divisione di bene e male tra minoranze etniche e poteri centrali.



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Bernard Shaw - Il wagneriano perfetto
16 giugno 2018
Introducendo la seconda edizione di questo libretto Shaw vuol farci credere che non si immaginava che esso avrebbe avuto così tanto successo da venir ristampato. Ed alla quarta edizione egli si premura di spiegarci che Wagner è ancora attuale nel XX secolo e che, in fondo, il Wagneriano perfetto può essere utile anche dopo la grande guerra.
 
Noi che parliamo ancora del Ring del centenario come se fosse un allestimento di bruciante attualità - fingo per amore di anagrafe di non sapere quanti anni sono passati da allora! - sappiamo che Shaw ha ancora molto da dirci. Magari solo per notare come a Glyndebourne sia stata poi realizzata una Bayreuth britannica che bagna il naso alla sua consorella bavarese.
 
Posso anche sorridere delle pagine dedicate ai leit-motiv (sono ancora da venire le colonne sonore di Korngold!). Shaw però centra sempre l'obiettivo. Egli osserva il carattere grand-opéra del Crepuscolo degli dei - strano lavoro che nasce come un novello Lohengrin e cambia prospettiva, ma non forma, quando si trova piazzato al termine di un gigantesco componimento epico; il fallimento del personaggio di Sigfrido, incapace da solo di compiere il gesto redentore; l'importanza dell'elemento femminile - tema qui giusto accennato, tanto per consentire a Nattiez di pubblicare uno dei più interessanti saggi sul tema che io possa immaginare.
 
Di Shaw mi piace lo stile, intriso di ironia e bruciante (anche quando mi fa capire che, a differenza di me, non riesce ad ammirare la mucca al pascolo di Vaughan Williams).
 
Più di tutto però apprezzo il metodo. Shaw non si interessa ad arcobaleni e tempeste - sono cose che nota chiunque e su cui dunque non val la pena soffermarsi - ma del senso complessivo della narrazione operistica di Wagner e del perchè essa parli immediatamente al pubblico. Anche a quello del XXI secolo... che trova ancora di che godere in questo libretto.



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L'angolo del mondo di Mylene Fernandez Pintado
9 giugno 2018
Una professoressa universitaria accetta a malincuore di scrivere la presentazione del libro di un esordiente. Molto presto nasce però tra i due una storia d'amore tanto intensa quanto breve: il giovane scrittore infatti parte per Madrid senza che la professoressa trovi il coraggio di lasciare Cuba.
 
E' questo elemento a distinguere il romanzo di Mylene Fernandez Pintado da una versione caraibica de "L'amante" di Marguerite Duras - per altro citata alla fine del libro. Il vero fulcro della storia è il rapporto dei cubani con l'estero.
 
Per uno dei personaggi della Pintado basta lavorare all'ufficio emigrazione per soddisfare la sete di viaggi in un paese dove l'espatrio è reso difficile sia dalla dittatura che dalla mancanza di denaro. La faccenda però appare subito molto più complessa: ognuno conosce persone che hanno fatto il viaggio al di là dal mare, spesso di sola andata, talvolta con un ritorno in patria pieno di disillusione sia verso un primo mondo che non ha mantenuto le promesse di un allettante di benessere ma anche nei confronti dell'Avana che appare cambiata rispetto all'immagine che se ne portava nel ricordo.
 
Mi chiedo se anche Mylene Fernandez Pintado cada nel medesimo miraggio degli altri esuli di cui parla e se la Cuba che lei descrive sia davvero tanto affascinante come ce la dipinge. In fondo non mi importa se un a luogo letterario corrisponda realmente una entità reale: la vera arte in quanto trasfigurazione di ciò che conosciamo non può che trasportarci in un immaginario bello e - va da sè - lontano.



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Marco Malvaldi - Negli occhi di chi guarda
4 giugno 2018
Marco Malvaldi decide di lasciare in pensione i suoi pensionati del Bar Lume e di scrivere un giallo classico basato sullo schema Agatha Christie. Siamo in un luogo isolato, una stupenda tenuta maremmana, dove si consuma un delitto. Chiaramente il colpevole non può che essere uno degli ospiti del luogo. Ognuno ha dei buoni motivi per uccidere l'altro; la vicenda si snoda con il giusto equilibrio di colpi di scena, qualche sub-plot ben costruito in attesa del finale durante il quale le cellule grigie del buon detective - più o meno improvvisato - smaschereranno in una drammatica seduta a cui tutti sono presenti, il colpevole.
 
Sono meccanismi narrativi arcinoti che però, come osserviamo in questa nuova storia di Marco Malvaldi, funzionano sempre molto bene. E' una letteratura di intrattenimento, che non ha molte pretese, anche se il tutto è infarcito di riferimenti alla scienza - la chimica in particolar modo.
 
Malvaldi ha la stoffa necessaria per essere un buon divulgatore di una materia che amiamo entrambi - ho studiato chimica anche io. Mi auguro però che i lettori di questo libro evitino di fare esperimenti di piccolo chimico, se non con gli indicatori acido-base, certamente con il potassio metallico (o anche con il sodio, forse ancora più divertente).



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Un anno in giallo con Sellerio
1 giugno 2018

Vista la popolarità del genere giallo, Sellerio è sicura di piazzare un colpo vincente con questa antologia di dodici gialli brevi, uno per mese, affidati alle penne più celebri della propria scuderia.

Camilleri rispetta appieno le mie aspettative: cinquanta paginette di dialettismi siciliani su una trama che verrebbe rifiutata anche dalla Settimana Enigmistica. E neppure mi entusiasmo per l'agostana vicenda di un Erdogan sofferente di epilessia.

Molto meglio il biblioterapeuta di Stassi, come pure Savatteri, entrambi divertenti nel gusto della citazione e del gioco meta-romanzesco. Con questi autori siamo un po' spettatori un po' protagonisti di questa Italia contemporanea che cerca nei telegiornali e nel quotidiano la continuazione dei brividi provocati dalla letteratura gialla. Ugualmente piacevole il modo con cui Recami (ottobre) ammicca al proprio collega Piazzese cui Sellerio ha affidato il mese di novembre. Niente male anche il "Divo di Ballarò" che nel mese di luglio mostra di nuovo il corto circuito tra il sognato mondo dei vip e la squallida realtà in cui si è costretti ad annaspare. In questo caso non è la vicenda poliziesca ad interessare ma l'analisi della società. Un poco lo stesso discorso che potrei fare per il racconto di Simonetta Agnello-Hornby, cui forse sta un po' stretta la categoria giallo, e che presenta un rapido sguardo nella realtà della periferia londinese.

Per essere un'operazione di marketing il libro è molto piacevole e merita la lettura.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/6/2018 alle 6:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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