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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Peter Cameron - Cose che succedono la notte
2 maggio 2021
E’ impronunciabile il nome della città dell’estremo nord in cui giungono, in mezzo a una tormenta di neve, l’uomo e la donna protagonisti del libro. Sono giunti qui da New York perchè questo è l’unico luogo in cui possono adottare un bambino prima che lei muoia di tumore all’utero.

L’uomo e la donna – che continuano per tutto il libro a non avere nomi propri – si muovono tra il lussuoso Grand Hotel cittadino, l’orfanotrofio e il convento del guaritore Fratello Emmanuel da cui si recano contro la loro volontà ma, si capisce facilmente, non per caso.

La coppia, come tutti i personaggi che ruotano attorno a loro, ha dei contorni onirici spiccatissimi e d’altronde il titolo del libro rimanda chiaramente ai sogni. La città nordica fa parte della medesima geografia della caserma Bastiani, poco importa se davvero esista un ponte ferroviario che la neve ha fatto crollare isolandola dal resto del mondo. Di fatto essa è un luogo a parte come tutti i posti che visitiamo nelle avventure che ci succedono la notte.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/5/2021 alle 17:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Selma Lagedorf - Jerusalem
24 aprile 2021
Il tempo di Selma Lagerlöf non solo è a fisarmonica – la vicenda di un personaggio può svolgersi in poche pagine oppure dipanarsi su più capitoli – ma anche circolare. Ossia è comune che i comportamenti siano dettati non dal libero arbitrio personale ma dal destino o – meglio ancora – dalla ripetizione dei gesti compiuti dagli antenati. Abbiamo una serie di Ingmar, differenziati da aggettivi, che però agiscono seguendo modelli ereditati dai progenitori.

Selma Lagerlöf ci parla di contadini svedesi che lasciano la patria per seguire una setta protestante a Gerusalemme. Si tratta di una vita ancora più difficile di quella offerta dalla Dalecarlia: la Palestina ha un clima caldo e arido, le persone che vi abitano coesistono male tra di loro, figuriamoci quando si devono correlare a persone che giungono da lontano, portando un ideale integralista di religione. La setta dei gordonisti di cui parla il romanzo rifiuta la proprietà privata e il matrimonio, cerca la palingenesi in una purezza che appare sospetta ai molti e che non viene accettata neppure da coloro che, rimasti in Svezia, guardano con apprensione e nostalgia a quanti sono scesi a Gerusalemme.

E’ una storia dal soffio epico, abitata da tipi umani che debbono adattarsi a un ambiente animista, in cui la leggenda pagana coesiste con la Fede incrollabile nel Cristianesimo. Ma fino a che punto il Cristo cercato dai gordoniani non è una forma di superstizione?



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/4/2021 alle 18:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Autori vari - Interviste impossibili
9 aprile 2021
Sembra ieri quando sentii per la prima volta alla radio nazionale le Interviste impossibili: il fiore della nostra letteratura intervistava i personaggi del passato.

Oggi ho in mano un libro ormai fuori commercio in cui Bompiani raccolse la prima serie di interviste. Mi rendo conto che il bello sta nella imprevedibilità di chi crea un personaggio letterario partendo da alcuni dati storici. Ecco che Muzio Scevola è un fascistone, Attilio Regolo soffre della sindrome di Stoccolma, Vittorio Emanuele II non imbrocca una sola previsione e Luigi di Baviera inventa Disneyland.

Questo volume è divertente perchè grazie alla letteratura diventa possibile interpretare e capire il reale molto meglio di quanto possano fare gli storici.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/4/2021 alle 9:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Javier Cercas - I soldati di Salamina
2 marzo 2021
Un romanziere che dopo l’insuccesso del suo secondo libro si è rassegnato a fare il giornalista capita su una storia interessante: Rafael Mazas, scrittore di media grandezza, oggi dimenticato ma un tempo acclamato come padre fondatore del falangismo, scampa in modo rocambolesco alla morte negli ultimi giorni della guerra civile.

Si tratta di cercare i testimoni eventualmente ancora in vita, di controllare i documenti a disposizione per capire cosa ci sia di veritiero in questa vicenda, per avere qualcosa da raccontare.

Facile capire che il romanziere senza talento (Cercas stesso?) descrive la nascita del libro che stiamo tenendo in mano.

E chi sono i soldati di Salamina? Gli innumerevoli anonimi il cui comportamento, il più delle volte dettato dal capriccio – modo elegante di parlare del caso – ha determinato ciò che siamo noi. Nessuno pensa a loro e se non fosse per qualche isolato che caparbiamente ne tramanda le vicende, vuoi nei racconti orali o – meglio ancora – nell’arte, essi non sopravviverebbero del tutto. I veri artefici del nostro mondo sono appesi a un filo di memoria tenuto intero dalle persone come Cercas.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/3/2021 alle 9:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
François Mauriac - Nodo di vipere
24 febbraio 2021
Dov’è il nodo di vipere del titolo? Forse è nel cuore dello scrivente, un quasi settantenne roso dal sentimento di non essere mai stato amato, che ha trascorso la vita accumulando denaro e che, mentre medita di diseredare i parenti, scrive un memoriale destinato alla moglie che lo ha sposato solo per interesse.

Oppure il nodo di vipere sono i parenti-serpenti che complottano bisbigliando dietro ai muri, che lo seguono in trasferta a Parigi per accordarsi in segreto con il figlio illegittimo cui il nostro vorrebbe lasciare tutti i soldi.

Oppure il nodo di vipere è equamente distribuito, in una storia dove non ci si parla e la verità sfugge pirandellianamente. Confessioni, memoriali, confidenze non bastano a levare la cortina fumogena dei pregiudizi, delle convinzioni graniticamente costruite nel tempo.

Il libro è doloroso e pesante, potrebbe essere scritto da Irene Nemirovski: nella Francia profonda, rurale, paesaggi e personaggi scolpiti in una terra crudele e dura, solitari e prigionieri del calore del sangue. L’incipiente inverno ha ridotto gli uomini ad alberi scheletriti che si stagliano su un cielo che promette – e mantiene – tempesta.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/2/2021 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Romain Gary – Al di là di questo limite il vostro biglietto non è più valido
19 febbraio 2021
Jacques, ex-partigiano divenuto amministratore delegato di una società che ora naviga in cattive acque, fatica a soddisfare sessualmente la giovane amante brasiliana. Lei non sembra curarsene: ama Jacques così com’è e lo vuole sentire. Lui però è molto a disagio. Ne va dell’onore del gallo latino.

Siamo negli anni ’70 – a decenni di distanza dalle pillole blu. Si cercano consigli, impiastri, si gioca di fantasia, di destrezza (con le dita, sì!), ci si consola con l’esperienza e la durata, si mescolano decadimento fisico, finanziario e politico. La decadenza dell’Occidente di Spengler viene commisurata alla vigoria delle erezioni di Jacques. E non è un caso che sia l’Europeo Jacques che lo Statunitense Dooley abbiano lo stesso problema, che non riescano ad ammettere la cosa e che lo scettro del comando, è il caso di dirlo, passi all’Andaluso Ruiz.

Romain Gary è – per quanto mi risulta – l’unico autore che abbia vinto due volte il Goncourt, con il suo nome e con lo pseudonimo di Emile Ajar. Il suo libro è interamente chiuso nella mente del protagonista. Il mondo esterno è una misteriosa apparizione, un fondale per le ossessioni erotiche del protagonista.



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Philip Dick - Ubik
13 febbraio 2021
Nel mondo futuro di Philip Dick i morti possono rimanere congelati in uno stato di semivita che, per quanto non eterno, consente loro di comunicare con i vivi e di interagire in certo modo con loro. Il mondo è pieno di persone con poteri paranornali, telepatici, precognitivi, ricompositori del passato… Ovvio che se si vuol stare al riparo da quanti, grazie a questi poteri, cercano di intrudere nella nostra privacy, esistono società che mettono a disposizione dei clienti persone dotate di un potere anti-psi, gli inerziali.

In questo libro, di cui ogni capitolo è preceduto dalla pubblicità del miracoloso Ubik, ci si muove tra poteri e contropoteri parapsicologici, tra vita, semivita e morte. Preferisco non svelare il come, per non togliere il piacere della lettura, però…

Però non è sempre facile capire dove ci si trova, cosa accade e perchè, ma soprattutto lo stile è pesante e ripetitivo. Mi sembra di ritrovarmi nella centesima versione dello stesso romanzo, immerso in un uniforme grigio che rende pleonastici – e quando ci sono, prevedibili – gli ambienti esterni. Non dico che sia un libro brutto, ma forse ho preso una dose eccessiva di Philip Dick.



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Philip Dick - Racconti 1955-1963
10 febbraio 2021
Spesso la storia si svolge nell’oggi in cui – tramite un meccanismo ignoto – si inserisce un’interpolazione del futuro, vuoi la bottegaia che riesce ad andare nel dopo o il servizio assistenza di un oggetto non ancora inventato che giunge nella nostra epoca. Oppure solo poco alla volta ci si accorge che le cose sono simili alle nostre eppure diverse: ci vuol tempo per capire che la governante dei bambini è meccanica e che – addirittura – è programmata per lottare con le colleghe e distruggerle, così da mantenere vivace il mercato.

I racconti di Dick parlano sempre di noi stessi, di una civiltà che abbiamo messo in moto perchè cresca indefinitamente, svincolata dal nostro volere: Autofac è la vicenda di industrie sotterranee che continuano a produrre anche quando mancano le materie prime e nonostante gli umani sopravvissuti cerchino di bloccarle; la già citata governante meccanica, Foster, sei mortoModello 2, sono delle parabole di un sistema che si autoalimenta all’infinito. O quasi: gli androidi di Modello 2 imparano a farsi la guerra, pur riproducendosi in variazioni sempre più complesse.

Se le differenze compaiono solo poco alla volta si capisce perchè le mutazioni riguardino normalmente i poteri mentali, lettura del pensiero, precognizioni (il celeberrimo Minority Report) e molto più di rado investano il corpo – quando lo fanno però, come nell’iniziale Veterano di guerra, offrono a Dick la possibilità di lanciare una ancora attuale stilettata sul razzismo.

E il conclusivo I giorni di Perky Pat, con una umanità semidistrutta da un conflitto atomico, che considera essenziali non i generi alimentari lanciati da Ong marziane ma il giochino a metà strada tra Barbie e Cityville? Con la scoperta conclusiva che però il gioco può attrezzare una persona ad affrontare la vita e migliorare, attraverso il cambiamento?

Anche nella fantascienza la storia parla di noi.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/2/2021 alle 8:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Alonso e i visionari - Anna Maria Ortese
2 febbraio 2021
Secondo il piccolo Decio che lo battezza, il cucciolo di puma trovato nel deserto dell’Arizona somiglia ad Alonso Torres, servitore argentino che non compare mai fisicamente nel romanzo. Alla morte di Decio è il fratello Julio a entrare nelle simpatie della bestiolina il cui destino però non è chiaro. Una volta giunto a Roma essa vive? muore di morte naturale? è uccisa? risorge? ricompare dopo vent’anni sul confine franco-italiano? E’ mai esistita veramente?

Tutto questo suona assurdo ma pure è tanto logico che il romanzo non potrebbe avere uno sviluppo e una conclusione diversi senza venire meno alla propria natura.

E’ riduttivo considerare questo libro un esemplare in salsa mediterranea del realismo magico. Alonso e i personaggi che ruotano attorno a lui sono la parte più nascosta del nostro essere, quanto più vicino ci sia nella nostra epoca al soprannaturale. Noi, che domandiamo alla scienza – o alla giustizia, impersonata da Camera – la soluzione agli ultimi quesiti, brancoliamo nel vuoto, tenendo in mano la pelle rinsecchita di un animale che potrebbe essere un puma come un qualsiasi cane randagio. L’aporia in cui sembra finire il libro è l’immagine di un mondo in cui le Divinità – poco importa se laiche o religiose – sembrano tacere. A meno che non si sia visionari.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/2/2021 alle 8:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Impossibile intervista a Proust su Rai5
28 gennaio 2021
Sulla scogliera di Balbec il Narratore e le fanciulle in fiore discutono il tema di francese scritto da Gisèle – una lettera che Sofocle scrive dall’oltretomba a Racine dopo la prima di Atalie. Anche gli autori delle interviste impossibili a scrittori del passato proposte da Rai5 non sanno se rivolgersi al loro interlocutore con Signore, Caro Signore oppure semplicemente Marcel. E passata questa preoccupazione devono mettere in evidenza le citazioni fatte durante le lezioni dall’insegnante – i pareri di Adorno e Kundera.

Su Jean Santèil (sic! ma possibile che non si trovi qualcuno in grado di pronunciare il francese in modo passabile?) si manca clamorosamente il bersaglio. Non passa per la testa ad alcuno che il fallimento di questo romanzo incompiuto sta proprio nel fatto che il protagonista non è un Narratore ma lo stesso Proust che non riesce a prendere il volo (quante metafore aviatorie nella Recherche!) verso la sublimazione dei personaggi e delle loro vicende. Jean e Marcel sono la stessa persona, ciò che non si può affatto dire di Marcel e del Narratore.

Bisognava avere il coraggio di far parlare lo scrittore, consentirgli di spiegare che è bastato fondere i ricordi di Auteuil e Illiers in Combray per dare all’infanzia una profondità epica, con il campanello – assente a Illiers! – indispensabile per fornire un leitmotiv a Swann e creare le corrispondenze che chiudono l’arco del Tempo Ritrovato.

Molto più interessante il filmato INA andato in onda sulla RTF a fine anni ’50 che non sa affatto di libresco. E poi, pieno com’è di testimonianze di prima mano avrebbe dato fulgore a un programma in cui Proust è diventato protagonista di una lezione di diplomificio. Come nessuno si occuperebbe di Charles Haas se non fosse per le somigliamze trovate fra lui e Swann così non verrebbe alcuna voglia di leggere la Recherche dopo questo insipido manicaretto da micro-onde.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/1/2021 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Jean D'Ormesson - Dirò che nonostante tutto questa vita fu bella
25 gennaio 2021
Un’autobiografia che, pur partendo dall’infanzia per giungere all’oggi, non disdegna salti spaziali e temporali che spezzano l’ordine cronologico per seguire invece la libertà del filo logico interiore creato dalla conversazione con un ospite immaginario seduto in salotto davanti a D’Ormesson.

C’è il gusto per l’aneddoto, il dettaglio in cui si trova il quadro d’insieme, il saporito chiacchiericcio del pettegolezzo, la storia di una nobiltà che si impolverisce in un mondo che non distingue più duchi da principi – e che non si cura del resto di genealogie.

Il problema di questo libro sta però nella scelta dell’interlocutore. Dato per scontato che per non scrivere una autobiografia tradizionale l’autore ha dovuto adottare una struttura dialogica, D’Ormesson decide di parlare a un alter ego cui viene affidato il ruolo di giudice. Di che? Della vita dell’autore? Del suo carattere? E su che basi? Perchè noi sentiamo solo la difesa di D’Ormesson e l’accusa non può essere fatta in modo credibile da chi dovrebbe giudicare. Alla fine questo io-giudicante è stucchevole e pleonastico al punto che non mi spiace quando viene portato via – purtroppo solo nelle ultime pagine del libro.

Però… se seguissi il decalogo di Pennac e saltassi le parti dell’alter ego verrebbe una lettura molto rinfrescante.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/1/2021 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Simenon - Europa 33
20 gennaio 2021
Si tratta di una serie di articoli e fotografie pubblicate - appunto nel 1933 - sulla rivista Voilà. Ritrovo l'asciutta pregnanza di Simenon, gli scatti umorali, la voglia di non fermarsi alla superficie delle cose. 

E' facilissimo vedere delle analogie con l'Europa descritta in questi reportage e quella che riempie le attuali cronache giornalistiche. Il revanchismo dei paesi baltici e della Polonia nei confronti del modello costituito dalla matrigna Francia può ad esempio far comprendere l'atteggiamento dei paesi di Visegrad che con una mano prendono abbondanti aiuti dalla Unione Europea e con l'altra sfruttano il proprio diritto di veto per impedire interferenze sulla loro concezione dello stato di diritto. Ed anche la pressione osmotica esercitata nel '33 dai poveri dell'Est sull'Europa occidentale è la stessa che alimenta i disperati ammassati in Bosnia o nei campi profughi libici.

Simenon descrive la fame nera, cronica, la disperazione di chi è rimasto ai margini ed è costretto da quelli che oggi definiremmo populisti  a credere che la salvezza si trova nell'autosufficienza, nell'autarchica chiusura dei confini. Ci sono stati momenti in cui i piccoli paesi sono stati grandi: è dunque naturale che si voglia rendere  di nuovo grande la Lituania o la Polonia o, perchè no, gli Stati Uniti.



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Lidia Bramani - Le nozze di Figaro
12 gennaio 2021
Per aver letto due libri sono convinto di sapere tutto su Mozart, ossia che il compositore non è il semi-deficiente dipinto da Milos Forman e che Silla, Alessandro e Tito mostrano l’ideale settecentesco del despota illuminato. Ma come don Alfonso, Lidia Bramani mi mette il ditino in bocca. L’analisi dei libri e delle idee – filosofiche e scientifiche – che circolavano in casa Mozart mostra che l’adesione alla massoneria non è di comodo nè opportunistica ma la consapevole scelta dei valori che rendono la vita degna di essere vissuta.

Ero balordo a pensare che lo Zauberflöte fosse un antesignano di Attenti a quei P2 e debbo riprendere in mano tutto il teatro di Mozart, compreso il rousseauiano Bastien und Bastienne. Da questo libro sbuca l’immagine di un artista molto più sfaccettato e moderno di quanto si creda, come del resto è evidente da regie innovative come il Così fan tutte firmato da Haneke o le più recenti Nozze di Ginevra.

Quaranta anni fa Dominique Jameux consigliava su France Culture di leggere, anche balbettando, le partiture. Da esse si ricavano più informazioni che da qualsiasi libro sulla musica. Certo che se la signora Bramani accetta di prenderci per mano, battuta per battuta, indicandoci i punti di svolta, il modo con cui ogni nota esprime un senso anche extra-musicale, tutto diventa un viaggio corroborante. Pur essendo meno atletico di uno statale sedentario, quando vado in montagna capita di prendere qualche sentiero accidentato e stretto, di dover decidere di tornare sui miei passi e fare deviazioni dalla strada più breve e rapida, ma quando arrivo alla vetta sento di aver vinto anche contro me stesso e mi sento felice come quando chiudo questo libro.



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Bruno Morchio - Dove crollano i sogni
1 gennaio 2021
Dopo tanti secoli, quando si parla di giallo, siamo sempre fermi a due schemi. L’impianto di Sofocle (Edipo Re) prevede che sia l’investigatore che il pubblico ignorino il nome del colpevole; nel modello Dostojevskij (Delitto e Castigo) noi aspettiamo che l’autore – conosciuto fin dall’inizio – del misfatto, ceda, venga smascherato o riesca anche a farla franca.

In questo romanzo Morchio segue la seconda linea. Ramona, detta Blondi, alla soglia della maggiore età spinge il fidanzato a uccidere lo zio per appropriarsi dell’eredità e fuggire nel Costa Rica. Il racconto, in prima persona, sfrutta appieno la gergalità usata dai ragazzi di oggi e sembra essere, specie nella prima parte, il pretesto per descrivere la vita dei quartieri all’ombra del ponte Morandi che – come sappiamo – crollerà alla fine del libro.

Il libro preferisce soffermarsi sul privato dei personaggi anzichè parlare di quanto sia stato traumatico il crollo del Morandi per certe zone già di per sè disastrate. Proprio per questo evito la ricerca di significati simbolici dell’evento e mi concentro su una storia ben scritta e interessante.



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Griselidis Real: Il nero è un colore
26 dicembre 2020
Griselidis Real è una prostituta. Per lei il sesso è anche piacere e passione. In tal caso non si fa pagare e la sua predilezione va ai neri. Non si tratta solo di dimensioni del membro. Importano anche l’odore della pelle, la sensazione tattile al contatto con le labbra gonfie ma sopra tutto, l’impegno che i neri mettono nell’amore. Lei ha amato Bill, che pure la riempiva di botte e soprattutto Rodwell cui deve l’ultima disavventura: pizzicata per droga dalla polizia finisce in prigione.

Il libro autobiografico non racconta nulla della sua esperienza in carcere, ci viene solo detto che non può tornare ufficialmente in Germania, paese in cui si reca solo clandestinamente per fare ai suoi amici zigani la visita su cui si conclude quest’opera.

Mi sento come il cliente che la abborda in macchina e si reca dove lei gli dice: una strada lunga e diritta che giunge a una montagna di rifiuti puzzolenti. Lei stessa fatica a non vomitare per l’odore. Poi si giunge alla sua casa, una roulotte in un campo di zingari. Ho abbandonato il rassicurante mondo borghese da cui provengo. Debbo compiere un percorso lungo, attraverso cose sgradevoli per poi giungere a un universo rovesciato in cui gli zingari sono gli eroi positivi e le Volkswagen bianche e verdi della polizia rappresentano il nemico che bisogna a tutti i costi evitare.

Griselidis Real registra come un notaio quello che succede, si tratti dei lividi lasciatele da Bill, delle perversioni dei suoi clienti, di membri più o meno flosci o rigidi, delle vite intraviste delle persone cui si avvicina. Forse non riesce neanche ad odiare del tutto neppure il poveraccio che la denuncia alla polizia per 50 marchi.

E’ amorale quello che ci racconta Griselidis Real? O piuttosto siamo noi – ipocriti lettori – il suo simile, il suo fratello?



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/12/2020 alle 8:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Philip Roth - Il lamento di Portnoy
28 novembre 2020
Alexander Portnoy si confessa sul divano di uno strizzacervelli. Come in un film di Woody Allen il protagonista ha un problema nella gestione della propria sessualità. Alex ha una fantasia immensa: lo seguiamo nei suoi giochi erotici, solitari, di coppia, di gruppo in una gigantesca variazione sul tema che non manca di umorismo (rompersi una gamba nel tentativo di abbordare una fascinosa non-ebrea). Un crescendo di avventure che sfocia nella svolta del contatto con Israele.

L’ebraismo è l’unico tema che contrasta l’importanza del sesso. Magari è in realtà il vero protagonista del libro. Divertente la descrizione della famiglia e dell’ambiente in cui il protagonista è vissuto, i piccoli tic della comunità (ma davvero? ho più volte il dubbio di avere avuto anche io una madre ebraica: d’altro canto ho tutte le caratteristiche che i pregiudizi associano agli ebrei). E anche nel sesso è presente in continuazione il divario tra circoncisi e incirconcisi. Forse è giusto che sia così: il nasuto Portnoy desidera – come in fondo ognuno di noi – ciò che è diverso da lui, una fanciulla dal nasino che guarda all’insù.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/11/2020 alle 8:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Charles Webb - Il laureato
14 novembre 2020
Cosa ci ho trovato di bello in questo libro quarant’anni fa? Lo stile paratattico, con descrizioni che sono didascalie teatrali ridotte all’osso? I dialoghi fatti di mugugni, smorfie e cenni del capo? Gli esempi pratici su come tradurre in inglese le interiezioni vero, nevvero, no? La storia a metà strada tra Grazie zia e L’educazione sentimentale? I personaggi privi di una vera e propria evoluzione, che, predestinati ad amarsi come gli eroi wagneriani, si incontrano e si scontrano per un metastasiano umore delle stelle più che per un reciproco conoscersi?

Mi pare che questo libro sia invecchiato malissimo (eufemismo per dire che è illeggibile e brutto) e che se proprio voglio sentire qualcosa sui conflitti generazionali Father and Son di Cat Stevens ha retto molto meglio gli insulti del tempo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/11/2020 alle 8:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Javier Cercas - Terra alta
9 novembre 2020
La terra alta è la parte meridionale estrema della Catalogna, un posto niente affatto immaginario che questo bellissimo libro mi invita a visitare.

Perché leggere questo giallo? Perché il suo protagonista non é un commissario intelligentissimo, tutto d’un pezzo, ma un ex-carcerato che ha scelto la carriera del poliziotto. Un personaggio spesso antipatico, violento, istintivo ma con cui il più delle volte si solidarizza. Lo immagino come un gigante buono, indeciso se immedesimarsi in Jean Valjean o Javert ma tanto innamorato dei Miserabili da chiamare la figlia Cosette.

È un libro stupendo, da inghiottire in un attimo. Finalmente un giallo che vale la pena di essere letto.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/11/2020 alle 8:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Queneau - Esercizi di stile
21 settembre 2020
Un autobus, all’ora di punta. Un giovanotto dal collo lungo e il cappello strano litiga con un tizio accusandolo di pestargli i piedi, si siede a un posto libero e dopo due ore viene visto mentre un amico gli consiglia di mettere più in alto il bottone del cappotto.

Questo è uno dei tanti modi di raccontare una storiellina semplice e banale. Come partendo dall’insulso valzerino di Diabelli Beethoven crea un’ora di incredibile musica, così Queneau si diverte a giocare con le parole e gli stili per dare libero sfogo alla propria fantasia, per mostrarci cosa si può estrarre da un episodio insignificante.

Si gioca con l’imitazione maccheronica dei linguaggi, con le trasposizioni di lettere e parole. Soprattutto con gli stili: notarili, ampollosi, interrogatori, commedie, sonetti e odi, fino al finale “Inatteso” che conclude con una risata lo scoppiettante volume.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/9/2020 alle 9:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Emanuel Carrère - I baffi
24 agosto 2020
Lui ha deciso all’improvviso di tagliarsi i neri e folti baffi che sono il proprio carattere distintivo – come se Frank Zappa avesse eliminato mustacchi e pizzetto. Lui pensa di fare una sorpresa alla compagna e agli amici. Nessuno però si accorge del mutamento, anzi… gli si dice che Lui non ha mai avuto baffi.

Impossibile! Ci sono le foto… sparite. Siamo andati a Giava… ma no, abbiamo girato il mondo ma lì non ci siamo mai stati. Va beh, facciamo finta di niente e andiamo come sempre al pranzo domenicale a casa dei miei… scherzi? tuo papà è morto da un anno.

Insomma, Lui è del tutto disorientato. I confini tra ciò che è allucinazione e reale svaniscono.

Non avrei mai pensato di trovarmi per le mani un romanzo kafkiano scritto in Francia nel 1985. E mi accorgo di averlo letto con la stessa febbrile partecipazione con cui mi butto negli incubi di K. C’è la stessa vertigine per la perdita dell’identità in un ambiente che all’improvviso si scopre ostile ed estraneo, del tutto opposto a quello che ci immaginavamo nella nostra placida esistenza. Si è schiacciati da un ingranaggio implacabile che beffa ogni nostra mossa.

Ho sempre l’impressione che lo specchio di fronte al quale Lui si rade offra la mia immagine. Agghiacciante



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/8/2020 alle 11:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Stephan Zweig - Il mondo di ieri
28 maggio 2020
L’avevo letto quando di Zweig conoscevo solo “La donna silenziosa”. Riprenderlo in mano oggi è stato una pugnalata. Davvero il mondo di ieri di cui parla Zweig è tra XIX e XX secolo? Questo scrittore cosmopolita racconta di un sogno europeo che muore nel tiro incrociato dei nazionalismi, in un mondo che decenni di pace e libera circolazione delle persone hanno anestetizzato e reso insensibile alla possibilità che il male ritorni. Questa autobiografia spezza l’illusione che non possa succedere qui, a noi, in questo tempo. Affiora – specie nella conclusione – l’idea che a certe condizioni non vale la pena vivere (ricordo che Zweig è morto suicida).

È un libro terribilmente diretto e onesto. Rifiuta di abbellire la realtà, di far credere che l’autore sia migliore dei suoi contemporanei, anche quando si profetizza che milioni di ebrei avrebbero visto le loro vite spezzate dal nazismo. È soprattutto una lettura indispensabile in questo momento, molto più di Camus, Manzoni e Boccaccio, perchè lascia toccare la facilità con cui l’uomo cade nella barbarie. Non c’è solo la peste fisica ma anche – forse peggiore – la peste morale di un mondo che ha perso la bussola.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/5/2020 alle 11:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I. B. Singer - Il ciarlatano
5 aprile 2020
New York durante la guerra, in mezzo a immigrati ebrei polacchi che vivono tra il senso di colpa verso chi hanno lasciato in Europa e uno spietato carpe diem. Hertz è il ciarlatano del titolo: un preteso filosofo-teologo-psicologo privo di qualsiasi titolo accademico, incapace di parlar bene l’inglese, alle sue spalle un voluminoso trattato incompiuto. Vive di espedienti e si barcamena tra moltissime amanti. La sua ragione di vita è sedurre le donne. Tutte, anche una cameriera qualsiasi stuzzica il suo appetito.

Ma non è solo Herz ad essere ciarlatano. Una delle sue amanti, Minna, ha un ex-marito che è appena sbarcato in città con quadri falsi da vendere e uno sposo conscio del proprio stato di cornuto ma in bilico tra peccato e osservanza della religione.

E poi ci sono la medium Bessie con Miriam che si spaccia da spirito in una catena di brutti soggetti – fra i quali forse anche lo stesso Onnipotente – che lasciano un sapore agro-dolce in questo romanzo cupo e intriso di una dolente ironia.



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Audur Ala Olafsdottir - Miss Islanda
2 aprile 2020
Hekla giunge dalla campagna alla capitale accompagnata dall’Ulisse di Joyce. Come Stephen Dedalus anche lei sente una vocazione per la scrittura e desidera abbandonare la sua isola.

Siamo nel novembre del 1963. Per una ragazza carina come Hekla il massimo dell’ambizione è diventare Miss Islanda. Può in alternativa farsi pizzicare il culo dagli ospiti dell’albergo in cui lavora, sposarsi e mettere al mondo un sacco di bambini. La pubblicazione di romanzi e poesie è possibile solo con uno pseudonimo maschile. Se quei pochi islandesi hanno per la letteratura la stessa passione che provano gli italiani la circolazione del manoscritto tra pochi intimi è già bastante.

È stato un libro noioso. Le ansie letterarie e sentimentali dell’autrice non mi hanno preso particolarmente. Mi piace scrutare in mondi lontani e diversi, alla ricerca di uno sguardo originale ma ho trovato solo di tanto in tanto il guizzo che mi stimolasse a seguire la lettura.



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Hermann Hesse - L'ultima estate di Klingsor
27 marzo 2020
Laguno per Lugano, il Generoso diventa monte Gennaro… mica ci vuol molto a ricostruire la corretta toponomastica ticinese in questo romanzo breve. E mentre leggo ritrovo la casa di Montagnola ora sede della fondazione Hesse, il giardino, le passeggiate e il paesaggio del Ceresio. Mi rivedo mentalmente non solo i luoghi ma anche i dipinti dello stesso Hesse. C’è più del fascino che uno scrittore nordico sente per il Mediterraneo, c’è la sensazione di avere trovato una patria spirituale, un luogo in cui è bello vivere. E morire.

Da leggersi accompagnandolo al mahleriano Canto della Terra




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Hermann Hesse - Knulp
21 marzo 2020
Un racconto tripartito su vagabondo senza lavoro. Forse cambierei prospettiva se usassi le terminologie tedesche, se cioè traducessi vagabondo con Wanderer e se dicessi che il nostro Knulp è in fondo un Fahrender Gesell. Il ritorno dell’eroe nel villaggio nativo sulle tracce del suo primo amore non può non evocare il Tiglio del Viaggio d’inverno, così come non mancano i riferimenti al Knaben Wunderhorn e il finale mi evoca Trepak. Un tripudio di liederistica, insomma.



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Giuseppe Festa - I figli del bosco
15 marzo 2020
Si trova in rete il filmato in cui una veterinaria salva il lupo Navarre facendogli una respirazione bocca a bocca.

Il libro racconta la storia di questa veterinaria e dei suoi animali del centro di Monte Adone: come i lupi vengono trovati, curati e lasciati in libertà. Sempre che ciò sia possibile: alcuni animali sono incrociati con cani, altri hanno subito con gli umani un imprinting che non permette di farli vivere allo stato brado. Però lo scopo delle persone impegnate in centri come Monte Adone è di liberare i lupi e lasciare che si ripopolino i loro branchi.

E’ facile umanizzare gli animali come faceva Walt Disney. Se vogliamo, forse è anche indispensabile se si vogliono mandare messaggi a bipedi che così spesso mostrano meno intelligenza dei quadrupedi. Festa si rende conto del rischio connesso a questo approccio ma non esita a percorrere la sua strada, esattamente come i veterinari di cui parla rischiano tutto pur di dare la libertà agli animali che amano.

Credo che il gioco valga la candela: a parte qualche espansione lirica di troppo nel finale, il libro è molto bello ed istruttivo. Potrebbe essere utile anche ad aiutare i nostri rapporti con il barboncino o il gatto di casa di cui ci ostiniamo a non riconoscere l’individualità.



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Daverio - La mia Europa a piccoli passi
10 marzo 2020
L’iceberg Gran Bretagna si è staccato, il confine europeo con la Turchia si sta sciogliendo, un virus sta facendo evaporare quanto resta dell’Europa politica ma Philippe Daverio percorre il continente alla ricerca di quanto può unirci.

Chi non conosce il gotico internazionale o quello che Daverio chiama il Commonwealth normanno ma, aggiungo io, anche la Koinè ellenica, non immagina che la globalizzazione non è invenzione dei nostri tempi. Da che sono al mondo i bipedi intelligenti hanno sempre cercato connessioni tra di loro e si sono diffusi come l’acqua scambiando merci ed idee, bilanciando uniformità e originalità.

Creare connessioni è anche la caratteristica principe di Daverio, che si pone sempre davanti all’opera d’arte con il desiderio di ricavare l’insegnamento concreto che essa può dare all’oggi. Una grande cultura, molta facilità nello scrivere in modo semplice e chiaro, la Vittoria di Samotracia affiancata a quel Belfagor, fantasma del Louvre che aveva spaventato la mia infanzia – e che oggi appare risibile… sono tanti elementi che giustificano questo libro divertente in cui testo e immagine si sposano bene ed invitano a guardare, altrimenti si finisce come i pecoroni che svengono davanti a Monna Lisa senza degnare di uno sguardo gli altri capolavori leonardeschi appesi alla medesima parete della Gioconda.



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Ian McEwan - Macchine come me
28 febbraio 2020
Il lavoro di Charlie Friend consiste nel perdere soldi giocando online in borsa. Niente libri, niente musei, niente teatro. Il suo unico interesse è l’elettronica. Ha appena comperato Adam, un androide del tutto simile agli umani sia mentalmente che fisicamente. In una natica Adam ha una sacca piena di acqua distillata che gli consente di avere una perfetta erezione e di farsi Miranda, la fidanzata di Charlie.

Adam si innamora di Miranda, le scrive degli haiku, ma dato che non riesce a mentire ha promesso a Charlie che le sue relazioni con la donna resteranno platoniche.

Hal2000, pur non avendo un corpo umano possedeva un ego da difendere anche a costo di violare le ottimistiche leggi di Asimov. Adam è esteriormente indistinguibile da noi ma la sua programmazione non mima totalmente le nostre reazioni emotive. E’ per questo che gli altri suoi simili tendono a suicidarsi? E che chi non si auto-distrugge viene ritirato dal commercio? Ci troviamo di fronte a un prototipo da migliorare o è pena perduta tentare di riprodurre la psiche umana? E come reagiamo noi umani di fronte ai nostri sosia elettronici?

Le storie di fantascienza si svolgono di solito in un’epoca futura rispetto a quella in cui vengono concepite. McEwan sceglie invece di ambientare il suo romanzo nel 1982. Adam osserva che c’è il 50% di probabilità che la Thatcher vinca la guerra con gli argentini ed infatti nella finzione romanzesca le Falkland diventano Malvine, così come Kennedy non muore a Dallas e l’IRA riesce in quel di Brighton a decapitare il governo britannico – retto però da Tony Benn (mentre in Francia Georges Marchais è il nuovo presidente della repubblica). Trovare la tecnologia moderna inserita in una para-storia del tutto differente da quella che conosciamo crea uno straordinario effetto straniante che contribuisce non poco al fascino del libro e alla pregnanza delle domande che pone. Osservo anche che questo 1982 tanto simile per molti versi al 2020 offre un mondo che corre verso l’estremismo e la manifestazione di piazza antigovernativa a prescindere.

Ovviamente la ricchezza del contenuto filosofico di questo libro non va mai a scapito di una scrittura eccitante e ricca. Davvero da leggere.



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Christoph Poschenrieder - Der Mauersegler (Il rondone)
22 febbraio 2020
E’ Carlo, uno scrittore di successo, la voce narrante di questo libro. Egli vive in una casa di riposo allestita assieme a quattro amici, un assicuratore, un industriale dell’alimentazione, un informatico e un regista teatrale. Visto che hanno iniziato la vita assieme, in una cittadina di provincia, essi decidono di concluderla uno accanto all’altro, sulle rive di un lago bavarese. L’informatico ha messo in piedi un programmino – L’angelo della morte – che permette di chiedere all’amico designato di porre fine ai propri giorni. In questo modo ognuno può essere certo che la sua esistenza non verrà prolungata oltre i limiti della dignità e del giusto.

Non è una lettura spensierata, mi sento come i figli della badante chirghisa… vorrei pensare che tutto questo non riguardi me se non in un futuro remoto. Mi viene in mente Macbeth, che paragona la vita a un guitto, una storia raccontata da un idiota. E’ in realtà una vicenda di cui conosciamo già la conclusione, anche se non sappiamo se – e cosa – ci sia dopo (ma anche prima, e questa è un’altra domanda che si pone il nostro Carl).

Raccontare in prima persona la vecchiaia, le limitazioni che essa impone e sopra tutto la scelta che il progresso ci mette davanti sulla opportunità di proseguire o meno il percorso vitale solleva molte questioni che – forse – si riassumono non nel cosa ma nel come vivere.



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Cosima Wagner - La mia seconda vita a Bayreuth
12 febbraio 2020
Questo libro, pubblicato in occasione del centenario della morte di Wagner, contiene una selezione delle lettere scritte da Cosima durante il periodo della vedovanza. Si parte dal lavoro per il primo festival del dopo-Wagner e si giunge a considerare che Mussolini è proprio l’uomo che ci vuole.

Cosima Wagner è una personalità complessa: è facile che senza di lei il Festspielhaus sarebbe caduto in rovina o – al più – sarebbe diventato un teatro come tanti altri. Di certo sarebbe stato complicato costruire uno stile interpretativo ben definito e riconoscibile. Possiamo anche biasimare l’incomprensione verso tutto ciò che è nuovo (considera Appia giusto come buon tecnico delle luci, non certo come persona in grado di esprimere una visione aggiornata di Opere che per lei sono incise nel marmo – immodificabili). Eppure non siamo diversi da lei quando ci incaponiamo ad elencare le registrazioni e gli allestimenti di riferimento, come se teatro e musica non fossero arti che vivono nell’hic et nunc della rappresentazione.

Detesto la concezione sacrale dell’arte, il considerare tutto e tutti solo in rapporto con la Missione di Bayreuth. Questa Verdurin del wagnerismo sfoggia in pubblico grande ammirazione per una Mathilde Wesendonck che privatamente sminuisce quanto più può; Nietzsche si è allontanato dal Maestro solo perchè malato – nel corpo e nella mente; la mamma del genero Beidler diventerà la spregiudicata signora che – pur di disconoscere la figlia Isotta – affermerà in tribunale di non ricordare bene con chi divideva il letto all’epoca in cui la ragazza fu concepita.

Eppure, con tutti i suoi limiti, forse si riferisce profeticamente a Cosima l’allocuzione finale di Sachs, che ci invita ad essere grati a chi ha consentito all’arte tedesca di giungere a noi.



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