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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Anatole France - L'anello di ametista
24 settembre 2018
L'anello in amestista cui si riferisce questo romanzo di Anatole France è destinato al dito di un vescovo.
 
france
 
Siamo nella Francia dell'affare Dreyfus. Antisemitismo, sciovinismo, partigianeria nei confronti delle istituzioni che non possono sbagliare. Su questo sfondo, un giovane nobile, il cui nome francesizzato - Bonmont - lascia trasparire con un sottile velo il teutonico, ed ebraico, Gutenberg, lavora perché l'abate Guitrel divenga vescovo di Tourcoing. Guitrel avrà dunque l'anello cui accenna il titolo del libro e Bonmont otterrà la sua rivincita da snob nei confronti del nobile Brécé.
 
France racconta la sua storia con una vena umoristica che mi permette di comprendere l'ammirazione che Proust nutriva per lui. In molte pagine ritrovo perfino idee e frasi che potrebbero stare perfettamente nella Recherche.
 
E non si tratta solo dei riferimenti all'affare Dreyfus. Quando il filologo Bergeret si appresta a lasciare la cittadina di provincia in cui vive per recarsi a Parigi, France analizza l'irrealtà in cui scivolano i luoghi da cui siamo assenti con parole che figurerebbero benissimo in "Nomi di paese: il nome".
 
E neppure posso tacere la comparsa di un personaggio secondario, medico, di nome Cotard. Con una sola "T" ma basta ed avanza.



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I. J. Singer - Yoshe Kalb
22 settembre 2018
Il vecchiotto cerca moglie... dato che nessuna donna sana di mente vuole maritare una persona rimasta vedova per la terza volta, la scelta di Rabbi Melech cade su Malka, orfanella senza dote.
 
Le regole vogliono però che prima il Rabbi dia un marito all'ultimogenita, dodicenne già donna formata che viene data in fretta e furia a Reb Nahum. Il ragazzo, di quattordici anni, non ha neanche per la testa di sposarsi, ma i genitori hanno promesso che il matrimonio si sarebbe fatto e quindi...
 
Come in una tragedia greca la ubris degli uomini genera conseguenze che distruggono l'equilibrio su cui si basa la loro esistenza. E' presente anche una moria di bimbi dovuta alla vendetta divina nei confronti di madri disattente alla sventura che ha colpito una di loro. E come nei grandi racconti epici queste colpe vanno espiate. Fino in fondo.
 
La vicenda si svolge in un villaggio ebraico, ai confini tra impero Austro-ungarico e Russo. Sono i luoghi su cui Chagall avrebbe fatto volare qualche sorridente suonatore di violino. Solo che in questo caso noi lettori non voliamo: restiamo impantanati tra le viuzze del borgo, ad usmare la nostra povera umanità carica di peccato.
 
Il protagonista - Yoshe Kalb - incarna la necessità di espiazione, di mondarsi da una colpa che lo obbliga a fuggire i propri simili, a vivere come uno yurodiviy, ai margini della società, errante nel tentativo di fuggire alla maledizione eterna.
 
I personaggi di questo libro hanno delle dimensioni sovrumane anche quando vengono dipinti nelle loro miserie. Sono gretti, superstiziosi, persi in sofismi da cui la divinità - ma anche la antica grandezza del popolo ebraico - sembrano assenti. Tutto, anche lo stile letterario, rimanda ad un soffio epico che rende il libro indimenticabile.
 
 
 
 



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La curva del Latte - Nico Orengo
14 settembre 2018
Quando passo sul viadotto Latte a pochi chilometri dal confine con la Francia cerco sempre di immaginare come debba essere il torrente sottostante con le case che lo circondano. E dire che sono sicuramente passato da Latte per andare a Villa Hanbury. Se allora avessi già conosciuto La curva del Latte non sarei però riuscito a far la tara della trasfigurazione cui ogni buon scrittore sottopone i propri soggetti. Senza contare che nel 1957, all'inizio del romanzo in questione, Latte ha iniziato ad imbruttirsi.
 
Tutto parte da una pompa di benzina e dopo duecento pagine il paese si è arricchito di due rivendite di vini e liquori, autorimessa e gommista. Come se non bastasse la Dolora pensa di costruire dei bungalow tra le colline ed il mare e gli speculatori edilizi hanno già i progetti dei condomini che debbono sostituire ulivi e fiori.
 
Il libro racconta diverse storie che corrono una a fianco dell'altra, spesso incrociandosi e sovrapponendosi ma rimanendo sempre distinte. E' uno schema collaudato che unito alla celebrazione del piccolo mondo antico dell'Italia d'antan ha fatto la fortuna di un Andrea Vitali.
 
Orengo però non si illude: il tanfo di benzina non è poi tanto diverso da quello prodotto dalla fabbrichetta che lavorava la lavanda; comunisti e democristiani possono dividersi in politica però poi vanno a braccetto quando si tratta di indignarsi contro la ragazza madre che porta in giro per il paese il bastardino frutto del peccato. Il paese è reduce da due guerre, di cui una civile, con tutto il carico di sofferenze che ne consegue. E la maestra compiange l'età del repubblichino Rosolino ucciso dai partigiani, non la sua ideologia.
 
L'ambiente in cui si svolge la storia è idilliaco, ma venato dalla fatica, dal sudore, dalla durezza di una natura tirchia nei confronti di coloro che cercano di trarre da essa di che vivere. Sono questi contrasti a farmi amare la piccola storia di una roccia incastonata tra Ventimiglia e Mentone.
 
 



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Anosh Irani - La gabbia di fiori
4 agosto 2018
Noi persone del primo mondo non siamo in grado di immaginare gli abissi di degrado in cui vivono molti nostri simili. Cianciamo di pacchie che debbono finire o ci indigniamo perché qualche attricetta da strapazzo ha ottenuto il successo concedendosi a un produttore puttaniere e non pensiamo che in paesi come l’India gli stupri sono all’ordine del giorno, cose commendevoli, tradizioni da difendere e continuare.
Anosh Irani affonda il coltello – alla lettera – nel mondo del terzo sesso: ermafroditi, persone che in un corpo maschile nascondono una donna… Senza sale operatorie, senza anestesia, senza chirurgia plastica Mahdu è diventato una femmina. Nessuno che si preoccupi del suo status: può fare la prostituta, oppure benedire i partecipanti a nozze e feste, oppure mendicare per strada. Un’alternativa è preparare altre infelici allo stupro cui seguirà la vita del bordello.
Anosh Irani descrive questa bella vita del terzo mondo,con il suo puzzo, il suo chiasso, il degrado. Non risparmia nulla, lascia pochissimo spazio alla speranza. Tratta la società indiana come se non fosse riformabile. L’atto di ribellione non può che essere violento perché si scontra con un mondo impermeabile a qualsiasi idea che contraddica l’ordine che si è sempre seguito.
La persona violentata é a sua volta strumento di violenza: prepara bimbe impuberi allo stupro e alla prostituzione, insegna loro ad obbedire a magnaccia, tenutari e maschi.
Il libro di Irani, al di là del titolo poetico, ha un contenuto duro, che dovrebbe scuotere le nostre coscienze.



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Rainer Maria Rilke - Serpenti d'argento
29 luglio 2018
Questo "Serpenti d'argento" riunisce i racconti giovanili di Rilke.
 
Rilke mostra fin dall'inizio una buona vena poetica, trova belle immagini, ha molta musicalità nel costruire il suo periodare ma si direbbe che l'unico tema che lo interessi sia la morte. In molte salse, è vero, ma in  più di un'occasione ho sentito la necessità di sottopormi a un ricovero in SPDC per depressione maggiore... sempre che, per reazione, non cominci a ridere cercando di intuire come morirà il protagonista della prossima storia.
 
C'è una tendenza suicidaria diffusa, in parte dovuta al tedium vitae, in parte legata alla necessità di sciogliere in qualche modo delle situazioni che sono diventate, come in molte storie di Stephan Zweig, troppo ingarbugliate. Non mancano le morti di bambini - con l'involontaria comicità del bimbo che desidera finire dentro quei graziosi cassoni neri sormontati da angeli - o la storia della piccola maltrattata dalla matrigna che muore assiderata nel bosco dove ha acceso un improvvisato albero di Natale per una Madonnina intagliata. Il richiamo ad Andersen - pure citato nel racconto - è evidentissimo, così come l'ambientazione naturalistica a cui il giovane Rilke deve certo molto e che ritorna in molte pagine.
 
Si sorride poi per l'uomo senza qualità disperato di non trovare eventi nella propria vita e per il ragazzotto che dimentica per strada la bara della madre che avrebbe dovuto portare nel cimitero del paese in cui la donna è nata. Ed è commovente il soldatino Pierre che compensa nell'indigestione il dolore per la fine delle vacanze estive con la mamma.
 
In generale però il tono rimane cupo. Per cui è meglio affrontare questo libro a piccoli sorsi.



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Hoffmansthal - Andrea o i ricongiunti
4 luglio 2018
Andrea è un giovane viennese di buona famiglia che scende a Venezia per il suo Grand Tour in Italia. Non è ancora giunto in Veneto che perde la sua verginità rimanendo vittima di un lestofante che lo deruba di metà dei soldi in suo possesso. E' un luogo comune che l'eroe subisca subito all'inizio della storia una disavventura di questo tipo: che il vasto selvaggio mondo esterno sia pieno di insidie è il primo insegnamento di qualsiasi romanzo di formazione. E poi Andrea è anche vergine fisicamente, dato che non è mai stato con alcuna donna. Si innamora di Romana, la figlia dei Finazzer che lo ospitano dopo la sua disavventura.
 
Non potremo seguire più di tanto le avventure di Andrea a Venezia: il romanzo non è mai stato completato e ci dobbiamo accontentare di appunti che lasciano immaginare le parti che sono rimaste nella penna di Hoffmansthal. C'è il Cavaliere di Malta - destinato a morire suicida - che potrebbe essere il Ludovico Settembrini di Andrea, ci sono due donne antitetiche, Maria e Mariquita, che si contendono il giovane. Una donna sola rimane la stella polare di Andrea: Romana che alla fine dovrebbe sposare l'eroe.
 
Dico dovrebbe perchè mi rendo conto che stiamo parlando di supposizioni a partire di progetti che possono cambiare: talvolta i nostri viaggi cambiano - magari per il meglio - meta e presentano inaspettate svolte strada facendo.
 
La parte compiuta del romanzo è molto bella, con un linguaggio luminoso e pastellato, che mi fa pensare quasi alle visioni montane di Giono nell'Ussaro sul tetto. C'è una piacevole fusione del protagonista con la natura, compagna fedele da cui ci si lascia condurre come il mugnaio dal ruscello nella Schöne Müllerin.
 
E sono anche belli gli scorci di Venezia, dei suoi abitanti a metà cammino tra Goldoni, Casanova e Valzacchi.
 
Anche se è solo un torso, "Andrea" offre molte pagine che lasciano il segno.
 
 



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Aramburu - Patria
1 luglio 2018
Certamente è lo stesso Aramburu lo scrittore che ai parenti delle vittime di ETA spiega come sia complicato scrivere un romanzo sul terrorismo. Bisogna evitare il sentimentalismo e i luoghi comuni. Bisogna - aggiungo io - mettere in conto il fastidio con cui le anime belle appena rientrate da una manifestazione a favore di qualche popolo oppresso accoglieranno un libro in cui gli eroici combattenti sono presentati come un'associazione a delinquere, una macchina di morte ben oliata, che controlla il territorio con metodi mafiosi.
 
Al centro della storia di Aramburu c'è l'uccisione di un imprenditore incapace di pagare l'esosa tassa rivoluzionaria (si fa prima a chiamarla "pizzo") imposta dall'ETA.
 
Attorno vittime, carnefici, persone comuni le cui vite sono sconvolte dal destino e dagli ingranaggi di una guerra di liberazione più grande di loro. Molti vili che esprimono un timido dissenso a bassa voce, solo dopo essersi sincerati che nessuno li senta. Tutti pronti a fare il deserto attorno alla vittima designata e a riscoprire la loro "dignità" quando il terrorismo ammaina la bandiera.
 
Aramburu non rispetta la cronologia degli avvenimenti: salta da un luogo e un tempo all'altro come se seguisse i capricci della sua memoria. Talvolta ritorna sui suoi passi per raccontare lo stesso avvenimento da un'altra angolazione. Improvvisamente si passa alla prima persona. Sempre si ha una scrittura tagliente che vuole coinvolgere senza commuovere.
 
Solo nel finale i fatti scorrono ordinati, come ci si aspetta da una narrazione "normale". A quel punto però i nostri corpi sono feriti e bastonati come quelli dei personaggi di Aramburu.
 
"Patria" è un bellissimo libro, sia dal punto di vista formale che da quello stlistico. In più mette in discussione le certezze degli "osservatori esterni" sulla divisione di bene e male tra minoranze etniche e poteri centrali.



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Bernard Shaw - Il wagneriano perfetto
16 giugno 2018
Introducendo la seconda edizione di questo libretto Shaw vuol farci credere che non si immaginava che esso avrebbe avuto così tanto successo da venir ristampato. Ed alla quarta edizione egli si premura di spiegarci che Wagner è ancora attuale nel XX secolo e che, in fondo, il Wagneriano perfetto può essere utile anche dopo la grande guerra.
 
Noi che parliamo ancora del Ring del centenario come se fosse un allestimento di bruciante attualità - fingo per amore di anagrafe di non sapere quanti anni sono passati da allora! - sappiamo che Shaw ha ancora molto da dirci. Magari solo per notare come a Glyndebourne sia stata poi realizzata una Bayreuth britannica che bagna il naso alla sua consorella bavarese.
 
Posso anche sorridere delle pagine dedicate ai leit-motiv (sono ancora da venire le colonne sonore di Korngold!). Shaw però centra sempre l'obiettivo. Egli osserva il carattere grand-opéra del Crepuscolo degli dei - strano lavoro che nasce come un novello Lohengrin e cambia prospettiva, ma non forma, quando si trova piazzato al termine di un gigantesco componimento epico; il fallimento del personaggio di Sigfrido, incapace da solo di compiere il gesto redentore; l'importanza dell'elemento femminile - tema qui giusto accennato, tanto per consentire a Nattiez di pubblicare uno dei più interessanti saggi sul tema che io possa immaginare.
 
Di Shaw mi piace lo stile, intriso di ironia e bruciante (anche quando mi fa capire che, a differenza di me, non riesce ad ammirare la mucca al pascolo di Vaughan Williams).
 
Più di tutto però apprezzo il metodo. Shaw non si interessa ad arcobaleni e tempeste - sono cose che nota chiunque e su cui dunque non val la pena soffermarsi - ma del senso complessivo della narrazione operistica di Wagner e del perchè essa parli immediatamente al pubblico. Anche a quello del XXI secolo... che trova ancora di che godere in questo libretto.



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L'angolo del mondo di Mylene Fernandez Pintado
9 giugno 2018
Una professoressa universitaria accetta a malincuore di scrivere la presentazione del libro di un esordiente. Molto presto nasce però tra i due una storia d'amore tanto intensa quanto breve: il giovane scrittore infatti parte per Madrid senza che la professoressa trovi il coraggio di lasciare Cuba.
 
E' questo elemento a distinguere il romanzo di Mylene Fernandez Pintado da una versione caraibica de "L'amante" di Marguerite Duras - per altro citata alla fine del libro. Il vero fulcro della storia è il rapporto dei cubani con l'estero.
 
Per uno dei personaggi della Pintado basta lavorare all'ufficio emigrazione per soddisfare la sete di viaggi in un paese dove l'espatrio è reso difficile sia dalla dittatura che dalla mancanza di denaro. La faccenda però appare subito molto più complessa: ognuno conosce persone che hanno fatto il viaggio al di là dal mare, spesso di sola andata, talvolta con un ritorno in patria pieno di disillusione sia verso un primo mondo che non ha mantenuto le promesse di un allettante di benessere ma anche nei confronti dell'Avana che appare cambiata rispetto all'immagine che se ne portava nel ricordo.
 
Mi chiedo se anche Mylene Fernandez Pintado cada nel medesimo miraggio degli altri esuli di cui parla e se la Cuba che lei descrive sia davvero tanto affascinante come ce la dipinge. In fondo non mi importa se un a luogo letterario corrisponda realmente una entità reale: la vera arte in quanto trasfigurazione di ciò che conosciamo non può che trasportarci in un immaginario bello e - va da sè - lontano.



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Marco Malvaldi - Negli occhi di chi guarda
4 giugno 2018
Marco Malvaldi decide di lasciare in pensione i suoi pensionati del Bar Lume e di scrivere un giallo classico basato sullo schema Agatha Christie. Siamo in un luogo isolato, una stupenda tenuta maremmana, dove si consuma un delitto. Chiaramente il colpevole non può che essere uno degli ospiti del luogo. Ognuno ha dei buoni motivi per uccidere l'altro; la vicenda si snoda con il giusto equilibrio di colpi di scena, qualche sub-plot ben costruito in attesa del finale durante il quale le cellule grigie del buon detective - più o meno improvvisato - smaschereranno in una drammatica seduta a cui tutti sono presenti, il colpevole.
 
Sono meccanismi narrativi arcinoti che però, come osserviamo in questa nuova storia di Marco Malvaldi, funzionano sempre molto bene. E' una letteratura di intrattenimento, che non ha molte pretese, anche se il tutto è infarcito di riferimenti alla scienza - la chimica in particolar modo.
 
Malvaldi ha la stoffa necessaria per essere un buon divulgatore di una materia che amiamo entrambi - ho studiato chimica anche io. Mi auguro però che i lettori di questo libro evitino di fare esperimenti di piccolo chimico, se non con gli indicatori acido-base, certamente con il potassio metallico (o anche con il sodio, forse ancora più divertente).



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Un anno in giallo con Sellerio
1 giugno 2018

Vista la popolarità del genere giallo, Sellerio è sicura di piazzare un colpo vincente con questa antologia di dodici gialli brevi, uno per mese, affidati alle penne più celebri della propria scuderia.

Camilleri rispetta appieno le mie aspettative: cinquanta paginette di dialettismi siciliani su una trama che verrebbe rifiutata anche dalla Settimana Enigmistica. E neppure mi entusiasmo per l'agostana vicenda di un Erdogan sofferente di epilessia.

Molto meglio il biblioterapeuta di Stassi, come pure Savatteri, entrambi divertenti nel gusto della citazione e del gioco meta-romanzesco. Con questi autori siamo un po' spettatori un po' protagonisti di questa Italia contemporanea che cerca nei telegiornali e nel quotidiano la continuazione dei brividi provocati dalla letteratura gialla. Ugualmente piacevole il modo con cui Recami (ottobre) ammicca al proprio collega Piazzese cui Sellerio ha affidato il mese di novembre. Niente male anche il "Divo di Ballarò" che nel mese di luglio mostra di nuovo il corto circuito tra il sognato mondo dei vip e la squallida realtà in cui si è costretti ad annaspare. In questo caso non è la vicenda poliziesca ad interessare ma l'analisi della società. Un poco lo stesso discorso che potrei fare per il racconto di Simonetta Agnello-Hornby, cui forse sta un po' stretta la categoria giallo, e che presenta un rapido sguardo nella realtà della periferia londinese.

Per essere un'operazione di marketing il libro è molto piacevole e merita la lettura.




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Arto Paasilinna - L'anno della lepre
15 maggio 2018
Il giornalista Vatanen - Paasilinna indica sempre l'esatta ragione sociale di ogni suo personaggio - ha raccattato una lepre ferita. Siamo sulla statale che collega Heinola a Helsinki; è - come nei "Piccoli suicidi tra amici" - la più corta notte dell'anno, San Giovanni, e il giornalista Vatanen decide di farla finita con la sua vita. Non suicidandosi, ma scappando nella foresta con la lepre. Così, in compagnia della sua lepre - come il pastore protestante con l'orso - il giornalista Vatanen si butta in un folle vagabondaggio, del tutto analogo a quello degli aspiranti suicidi.
 
Il girovagare da una meta all'altra è un elemento caratteristico dei personaggi di Paasilinna. E' l'aspirazione a cambiare esistenza: il giornalista Vatanen muore alla professione, alla moglie, a Helsinki e a tutto il sud "popoloso". Egli scappa da un circo folle in cui si cerca, con maldestra pedanteria, di ottenere una precisione elvetica che affoga - spesso letteralmente - nel caos.
 
Il libro è una successione di episodi che mostrano un teatro del mondo del tutto impazzito, in cui ogni cosa - anche la tragedia - assume contorni grotteschi e stralunati. E' uno stile che ho imparato a conoscere, che mi permette di immaginare facilmente l'ossatura della trama del prossimo libro di Paasilinna ma non la muscolatura delle vicende esilaranti in cui egli coinvolgerà i suoi personaggi.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/5/2018 alle 6:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Guareschi - Il mondo piccolo di Don Camillo
10 maggio 2018
Prima di narrare le avventure di Don Camillo, Peppone e il Crocifisso, Guareschi scrive una lunga introduzione in cui ci presenta quello che è - forse - il vero protagonista del suo libro: il territorio della Bassa, il pezzaccio di terra tra Appennino e Po.
guareschi
 
Lo fa con tre racconti che, essendo inventati, sono più reali di quelli veri. Vi si parla di un uomo che minaccia Dio per salvare il figliolo moribondo, di un cane che difende anche da morto la proprietà minacciata da quelli di città che pretendono di farvi passare la ferrovia e infine di un giovanotto che incontra tutte le sere, al solito posto, la sua bella... ridotta a un fantasma trasparente dopo che è morta nell'incendio della propria casa. Altro che Jane Eyre. Qui siamo in pieno realismo magico: Macondo inizia a Piacenza e i giganteschi - in tutti sensi - protagonisti delle storie di Guareschi non sono meno mitici e favolosi dei Buendìa.
 
Nel finale, in cui il bambinello rosa dipinto da Peppone trascende le epoche e continua ad essere ammirato anche in un ipotetico futuro atomico e ultra-moderno si chiude il senso dell'epopea del mondo piccolo di Guareschi. Pur essendo molto delimitato nello spazio (la bassa emiliana) e nel tempo (un anno solare tra il '47/48) si toccano tasti comuni a ognuno di noi, indipendentemente dalla sua posizione. E questo assicura che il sindaco rosso e il prete d'assalto sopravvivano alla scomparsa dei loro partiti.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/5/2018 alle 16:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Markus Zusak - Storia di una la ladra di libri
26 aprile 2018
Liesel, la protagonista di questa storia, è ladra di cibo, in tempo di guerra il mangiare scarseggia, ma non certo di libri: i volumi di cui entra in possesso o le vengono regalati o li trova in giro. Per esempio, il suo primo libro - "Il manuale del necroforo" - lo trova in un cumulo di neve, durante il funerale del fratellino. Non lo può leggere, perchè analfabeta. Però, qualche capitolo più in là il padre adottivo le insegnerà a leggere e a scrivere, usando per la bisogna proprio questo capolavoro della letteratura mondiale. Neppure Coelho riuscirebbe a raggiungere una simile concentrazione di scempiaggini.
 
L'amore per la parola scritta cui allude furbescamente il titolo non è - se non nelle ultime pagine - il tema principale di questa "Ladra di libri". Semmai ci troviamo di fronte a un romanzetto scritto in stile infantile e mediocre, infarcito di sentimentalismi e luoghi comuni riguardanti la seconda guerra mondiale.
 
Potrebbe essere interessante l'idea della morte come io narrante, però non riesco a definire se durante la lettura di questo libro sia stata maggiore la noia rispetto al fastidio di essere stato buggerato da un titolo marchettaro, senza il quale non avrei mai preso in considerazione questa storiellina.
 
Un libro inutile che mi farà stare accuratamente alla larga da Markus Zusak.



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Marco Vichi - Il commissario Bordelli
5 dicembre 2017
Bordelli rientra nella categoria dei commissari buoni, amici di chi delinque per necessità, nemico di prepotenti e superiori, indifferente alla propria carriera ma non a quella degli altri.
 
A evitargli la sorte di un "me-too" sono i ricordi della guerra partigiana. Sono storie vere, che Marco Vichi ha raccolto dal proprio padre e che qui vengono attribuite a Bordelli.
 
Nella trama principale si inseriscono così dei racconti nel racconto, alcuni riguardano lo stesso Bordelli, altri vengono esposti dagli altri personaggi, come in un moderno Novellino.
 
In queste pagine ritrovo la felicità narrativa di cui avevo goduto in "Perché dollari?". Vichi scrive con maestria ed anche quando le ferree leggi del marketing lo obbligano a pagare tributo al genere giallo trova modo di far risaltare le proprie qualità.



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Ketty Magni - Rossini, la musica del cibo
13 novembre 2017
Ketty Magni racconta in modo romanzato la seconda parte della vita di Rossini. Dopo il clamoroso successo del Guglielmo Tell, il pesarese non scrive più per il teatro. Al più compone per se stesso (I peccati di vecchiaia) o per occasioni intime (La piccola Messa Solenne - delizioso ossimoro!).
 
Non essendo musicologa, Ketty Magni non si chiede i motivi di quello che i melomani sentono come il grande silenzio di Rossini. A lei tutto questo appare normale e benvenuto. Il suo intesse si concentra infatti sul lato gastronomico (a fine libro ci sono ricette di cucina rossiniane o quanto meno legate a lui) e mondano. Rossini, con la sua seconda moglie, teneva in Parigi un importante salon dove si incontrava tutto il jet-set del momento.
 
Mi é parso un po' debole il finale, come se l'autrice non trovasse più temi che vivacizzassero una monotona successione di feste e incontri e soprattutto come se le fosse difficile affrontare il tema del declino fisico e della morte senza cadere nel sentimentale.
 
La prima parte del libro soddisfa però la curiosità di un lettore da rotocalco quale può essere ogni tanto anche un melomane incallito.




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Tiziano Terzani - Un indovino mi disse
29 ottobre 2017
Come molti di noi parlando di occulto Tiziano Terzani "Non ci crede, ma..."
 
Infatti, quando un mago cinese lo avverte che è molto pericoloso per lui volare nel 1993, Terzani preferisce non correre rischi e decide che per quell'anno si sposterà via terra o mare. Non è cosa facile per un giornalista occidentale in Asia, ma con grande pazienza Terzani riuscirà a mantenere fede al proprio progetto. Gli ostacoli sono fatti proprio per venire superati: l'obbligo di non volare costringerà lo scrittore a cercare modi alternativi di trovare storie da raccontare ai propri lettori e lo farà giungere alla conclusione che tutto cambia di prospettiva quando si ripristinano le frontiere terrestri, quando i paesi vengono visti dal basso senza passare dal mondo fittizio degli aeroporti.
 
C'è poi un altro aspetto che merita interesse. Ovunque si rechi, Terzani consulta maghi, indovini, chiromanti, chiaroveggenti. Ognuno ha un modo proprio di divinare e - spesso - delle profezie diverse da fornire. Una cosa sembra comune ai vari metodi predittivi scelti: ceneri, foglie di te, ossa, dadi, sassolini o mani sono dei supporti tramite i quali consultante e veggente entrano in comunicazione (telepatica?) tra di loro. Il giornalista è sicuro di essere lui a trasmettere in qualche modo le notizie che il mago gli sta dando. E verosimilmente è così, l'ho notato del resto anche io da umile cartomante della domenica.
 
E' una lettura niente affatto impegnativa che mette in discussione le nostre certezze sulla razionalità su cui pretendiamo di basare la nostra esistenza.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/10/2017 alle 8:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rossella Canadè: La 'ndrangheta nelle terre del Po - L'inchiesta
11 ottobre 2017
Rossella Canadè - giornalista della Gazzetta di Mantova - ci offre un resoconto delle infiltrazioni mafiose nella bassa padana. E' un libro ben fatto sia dal punto di vista giornalistico che letterario. 
 
I grandi affari su cui puntano gli occhi le cosche calabresi - il rifacimento di Piazzale Mondadori, la cementificazione di Lagocastello - presenti sullo sfondo fin dalle prime pagine del libro hanno dei tratti che si focalizzano gradualmente per venire poi del tutto alla luce - come in un giallo che si rispetti - solamente nel finale.
 
Rossella Canadè lavora con l'abilità di una esperta strip-tiseuse: il suo lettore non si annoia di fronte alla sfilza di nomi e fatti ma si appassiona, pagina dopo pagina, ad un libro che mantiene fino in fondo le promesse fatte in apertura: intrattenere e fornire allo stesso tempo notizie serie ed attendibili.
 
Poi, ovviamente, diventa spontanea la considerazione che tutto il nostro paese è pieno di tante piccole Mantove, che in moltissime realtà che si credono presuntuosamente immuni da infiltrazioni mafiose esistono gruppi che lavorano alla luce del sole per realizzare progetti folli, come ad esempio la cementificazione del Parco del Mincio.
 
Mi chiedo, in verità, come sia possibile che una persona dotata di un briciolo di intelletto possa pensare di costruire centri commerciali, condomini e uffici in una zona protetta sia dal punto di vista naturale che da quello artistico. E' che nel nostro paese si è convinti che tutto si arrangia, che poi si trovi sempre una soluzione che risolva il fatto compiuto, che cancelli lo sfregio alle regole.
 
La legge? Un puro accidente. Questo bellissimo libro ci racconta che non è così se cittadini e forze dell'ordine - non colluse - stanno attente a ciò che accade nel loro territorio.



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Italo Calvino - Le città invisibili
16 settembre 2017
Kublai Kan è curioso di conoscere le città che Marco Polo ha visitato. E il veneziano racconta nuove storie, parla di città dai nomi incredibili e dall'aspetto ancora più strano e originale.
 
Se Queneau racconta un episodio semplice e banale in stili e modi differenti, Calvino rimane fermo nello stile del racconto di viaggio per disegnare mondi diversi, immaginari e fantasiosi. Che però sono sempre agganciati a elementi che conosciamo e che rimandano alla nostra vita. Nelle sue città infatti si può sempre trovare qualcosa di già visto nella nostra esistenza.
 
Ogni tanto ci ritroviamo nella reggia di Kublai Kan. Sentiamo le obiezioni del sovrano, le sue richieste. Ci vengono riferite le risposte di Marco Polo. Sono dialoghi e osservazioni che spiegano il mo(n)do da cui originano tutte le città meravigliose di cui stiamo leggendo la storia. Questi momenti di meta-romanzo sono forse le parti più interessanti del libro, quelle che ci illuminano sui rapporti che si creano tra lettore e scrittore. E' qui che viene disvelato infatti il gioco del romanzo e della narrazione. Ed è per questo che più che al mondo del Milione mi viene spontaneo pensare alle Mille e una notte. Come Sheherazade, Calvino incatena a se Shahriyar e noi let




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Seethaler - Il tabaccaio di Vienna
5 settembre 2017
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Franzl è un diciassettenne che ha lasciato il villaggio natale nel Salzkammergut per lavorare come aiutante in una tabaccheria. Apparentemente ci troviamo di fronte a tanti cliché: l'adolescente di provincia che matura a contatto con la capitale, la scoperta del sesso, l'amicizia con una persona importante e inaspettata (in questo caso Siegmund Freud).
 
Se Seethaler invece di essere un crucco fosse italiano gli ufficiali della Gestapo sarebbero presentati come bonaccioni simpatici...  Invece no. L'annessione dell'Austria all'impero germanico viene presentata con un tono trasognato, di chi non capisce pienamente cosa sta succedendo (il protagonista è troppo giovane per rendersi conto di ciò che bolle in pentola) ma non per questo meno tragico. Anzi, proprio perchè sappiamo a cosa il paese andrà incontro viviamo con angoscia le pagine di questo libro.
 
Ed anche l'epilogo della storia viene presentato sotto forma di un dialogo in negozio, come un cicaleccio di comari che facendo la spesa si raccontano le ultime novità del giorno, c'è perfino l'imitazione della parlata viennese che dà alle parole un colore incompatibile con la tragedia. Il titolo stesso "Der Trafikant" è austriaco: ancora oggi le tabaccherie sono indicate con il termine Trafik per cui il Trafikant è il tabaccaio o meglio - con termine dialettale - il tabacchino.
 
Ma la Storia può bussare alla porta di chiunque, anche di chi non è eroe, di chi non sa niente di politica e si interessa solo a spassarsela. Quindi anche per un tabacchino esiste un posto nelle grandi vicende del mondo.
 
Ho scoperto Seethaler per caso. Ha un ottimo stile, trova un bell'equilibrio tra ingenuità, divertimento e tono serio. Ci parla delle grandi questioni della storia senza assumere un tono professorale, con la semplicità del suo protagonista Franzl che con la sua aria giovanile viene sempre apostrofato come Burschi (ragazzino, il libro - come si vede - è pieno di espressioni austriache). Un bel libro, a suo tempo pubblicato in italiano ma attualmente non disponibile.




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Philippe Beaussant - La malscène (la cattiva scena)
30 agosto 2017
Philippe Beaussant è arrabbiatissimo. Si è stufato di assistere a regie che ridicolizzano e/o violentano lavori teatrali cui è - come noi - affezionato. Così ha preso carta e penna e ha scritto questo libretto gustoso, che si legge tutto d'un fiato.
 
Beaussant analizza i motivi che rendono così affascinante il teatro - e in particolar modo, quello in musica. Sono motivi paradossali, che troviamo già esposti poeticamente nell'Amleto, quando il principe danese analizza la reazione che il lamento di Ecuba ha sull'attore e sul pubblico. E' un bene però riportarli alla memoria per aver ben chiaro di cosa stiamo parlando, per capire che delitto venga perpetrato quando si distrugge il sistema comunicativo su cui si basa una rappresentazione teatrale.
 
Alla base della tabe che ha infettato i nostri teatri c'è, secondo Beaussant, la Verfremdung brechtiana: il regista deve ridicolizzare il testo tragico, sminuirne la portata per straniarci da esso. Possibile. Però a me sembra alquanto riduttivo. Trovo infatti spesso e volentieri il desiderio di riscrivere le opere, di sostituirsi all'autore, di eliminarlo dal cartellone come se fosse un ingombro. L'incapacità di rinnovare in modo adeguato il repertorio con titoli scritti ai nostri giorni rende inevitabile che i registi provino ad aggiornare i testi antichi perchè essi svolgano surrettiziamente il compito di raccontarci il nostro quotidiano. Non sempre l'operazione riesce. Perchè le idee giuste non vengono a tutti e con il tempo la provocazione si trasforma in una routine utile quanto una regia zeffirelliana. Ha così facile gioco Beaussant a notare che tutte queste regie si somigliano e riciclano gli stessi elementi che sappiamo a memoria.
 
Inutile, dice, fare dei nomi: trasformeremmo il libro in un noioso catalogo. E poi, aggiungo io, la preterizione è la vendetta migliore verso certi registi. Come Dante esprime al sommo grado il proprio disprezzo verso gli ignavi non citandone neppure uno, Beaussant nega ai tacchini che si credono pavoni la gloria di una citazione - fosse anche negativa.
 




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Gregoire Polet e la fantapolitica di Tous (Tutti)
26 agosto 2017
Polet descrive la folgorante ascesa di Tous (Tutti), un movimento politico transnazionale che nasce dall'esperienza degli indignados spagnoli.
 
Siamo all'epoca della commissione europea presieduta da Durao Barroso, su una pedana messa tra gli alberi che dominano piazza di Catalogna (un omaggio a Calvino? Come pure questa Caroline Gracq che, come il visconte dimezzato, è priva di metà del proprio corpo?). Tra le tende variopinte prende vita l'idea di Tous. Le parole d'ordine - democrazia diretta, politici non di professione, ribaltamento dell'economia - le conosciamo benissimo, anche nel nostro paese.
 
Purtroppo.
 
Rimprovero a Polet il semplicismo con cui giunge alle conclusioni. Sono d'accordo sulle premesse e sulle analogie tra l'oggi e il 1789. Però la Rivoluzione Francese, anch'essa partita con le migliori intenzioni, affogò nel sangue ed ebbe come esito la dittatura napoleonica e la restaurazione dell'ancien régime. Certo, il genio era uscito dalla bottiglia... ma non possiamo essere così ingenui da credere che il vecchio sistema si tiri da parte con tanta gentilezza, nè che i nuovi arrivati riescano subito a prendere il potere senza scossoni e problemi, se non altro perchè la gestione reale e quotidiana della cosa pubblica è complicata. Non ci si improvvisa neanche nell'esercizio della prostituzione, figuriamoci nella gestione di un paese. Tanto più che spesso il vero potere non è esercitato dai parlamentari ma dai burocrati e una circolare ha forse più importanza di una legge.
 
Contesto anche la faciloneria ingenua della sognata economia blu, che imita la natura: se qualsiasi processo naturale avviene solo con un aumento dell'entropia (ossia il disordine del sistema) la sola presenza degli esseri viventi - tutti, dalle piante fino a noi bipedi intelligenti - conduce a un progressivo decadimento del sistema, che dunque è destinato prima o poi a bloccarsi. Già. Il progresso ininterrotto non esiste.
 
Ma dato che Polet non se ne rende conto abbiamo un bel sogno utopico, consolante ma inutile perchè una via d'uscita, se c'è, sarà lunga e dolorosa.




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Fitzgerald: I'd Die for You (Morrei per te)
19 agosto 2017
Un libro di racconti inediti di Fitzgerald è per me una chicca che non può scapparmi.
 
Si inizia subito bene con I.O.U., una storia satirica sull'editore di un libro dedicato a una descrizione farlocca dell'oltretomba. Qui scopro il lato umoristico di Fitzgerald, con una punta affatto felice che corona in bellezza un racconto quanto mai divertente.
 
Ma anche Travel Together mostra un Fitzgerald inedito che descrive - anche se solo all'inizio della storia - il mondo di coloro che la grande depressione ha lasciato sul lastrico.
 
Meno interessanti per me i soggetti destinati al cinema (Gracie at sea, per esempio). Già non mi piace il genere della commedia hollywoodiana, con le sue inverosimiglianze e i suoi stereotipi. Per giunta il dover riassumere in poche pagine una vicenda che dovrà venire svolta sul grande schermo impedisce un reale approfondimento dei personaggi. Si intuisce qualcosa di interessante, ma alla fine rimango inappagato.
 
Nella sua introduzione Anne Margaret Daniel ci spiega che Fitzgerald guardava con interesse - se non altro per ragioni economiche - al mondo del cinema. Forse avevano ragione coloro che lo sconsigliavano di percorrere questa strada. Eppure... il racconto che dà il titolo alla raccolta, che si svolge su un set cinematografico, starebbe benissimo sul grande schermo, come pure Offside play, dominato da una protagonista femminile, Kiki, spregiudicata e affascinante. Ci si muove nel mondo del football americano, su una carta velina che dovrebbe coprire le magagne del mondo brillante.
 
The Women in the House (Temperature) è un dramma leggero che si svolge in un ambiente chiuso che invece io vedrei benissimo trasposto a teatro.
 
Questo libro offre una prospettiva diversa da cui osservare uno dei più importanti scrittori del XX secolo. Non posso che augurarmi un veloce arrivo di questo volume anche nelle nostre librerie.




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Ashley Hay - La biblioteca sull'oceano
16 agosto 2017

Il titolo originale del libro "La moglie del ferroviere" non è abbastanza accattivante per i maghi del marketing che invece optano per la visione di un oceano su cui si apre una biblioteca che è del tutto secondaria ai fini della vicenda. Non si parla di libri, la protagonista lavora in una biblioteca come potrebbe benissimo fare la barista o l'addetta ai bagni pubblici. La letteratura entra in gioco solo perchè uno dei personaggi è un poeta che non riesce a trovare l'ispirazione.

La storia parla solo incidentalmente di biblioteche ed invece si occupa del problema di come - e se - elaborare il lutto. Se ognuno di noi è obbligato ad andare verso "il nero destino di morte" inevitabilmente dovrà dire addio a persone care e, ciò che è peggio, a dover continuare la propria vita senza di loro.

Anche se "Le intermittenze del cuore" hanno già toccato questi temi il romanzo potrebbe anche essere buono se non fosse intriso di sentimentalismo: questa Ashley Hay è una Tamaro australiana che costruisce ambienti e personaggi da Mulino Bianco.





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Amor Towles - Un gentiluomo a Mosca
23 luglio 2017

Finito nel tritacarne dei processi staliniani, il conte Alexander Rostov vede commutare la propria condanna a morte negli arresti domiciliari all'interno dell'Hotel Metropol. Seguiamo questo nobiluomo nella sua prigionia, attraverso gli anni di Stalin, della guerra e dell'avvento di Kruscev. Conosciamo tutti gli anfratti di questo albergo mirabile, il più bello di tutta Mosca, a pochi passi dal Bolscioi e dalla piazza Rossa. Sopra tutto però conosciamo questo imprevedibile Alexander, ricco di idee e poliedrico, intelligente conversatore, uomo affabile e raffinato, in grado di fungere da capo-cameriere, sarto e fin anche istruttore di inglese per un importante funzionario di partito.

E' un romanzo molto godibile e divertente, che appassiona. Towles ammicca in continuazione al mondo della letteratura russa, al guazzabuglio della nomenclatura dei personaggi dei libri russi (ognuno con tre nomi più una sfilza di diminutivi, così che il povero lettore dovrebbe costruirsi un albero genealogico dei personaggi per riuscire a capire di chi si sta parlando), ma anche con caratteri che sembrano uscire dai romanzi della grande letteratura (Nina che segue il compagno deportato in Siberia mi rievoca per esempio Resurrezione). Si gioca con i punti di forza e debolezza del mondo russo. Russo, non sovietico. Sembra che Towles veda il mondo sovietico come una delle tante incarnazioni possibili alla russicità. Un mondo così particolare e idosincratico, che adora il duello e l'autodistruzione che - ne siamo certi - ci ha dato molto di più che Tolstoj, Cajkovskij e il caviale.

Un testo consigliabile con cui si trascorreranno ore di totale di diletto.

 

 





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Paolo Villaggio - La tragica e definitiva trilogia di Fantozzi
21 luglio 2017

In un solo libro si trovano riuniti Fantozzi, Il secondo tragico libro di Fantozzi e Fantozzi contro tutti. Confesso che leggendo il primo libro rido ancora come cinquant'anni fa. Il nostro paese rifiuta caparbiamente di riconoscere i propri difetti, figurarsi cambiarli! C'è il pressapochissmo di chi segue la moda, che ci fa pensare di saltare in bicicletta come dei campioni senza avere l'allenamento, la costanza e soprattutto le regole necessarie per combinare qualcosa di buono. Anche andare in bici obbliga ad osservare qualche regola... ciò a cui noi siamo refrattari. Anche perchè non capiamo che le leggi servono a difendere i deboli, a staccarci dal truogolo in cui si mescolano servilismo e prepotenza, vigliaccheria ed arroganza, il "lei-non-sa-chi-sono-io" di qualunque persona abbia un pur minimo incarico. L'avanzamento sociale è frutto di cooptazione ed inganno, in un ambiente paternalista e chiuso.

Il secondo Fantozzi comincia a mostrare il turpiloquio e non è sempre a fuoco. E' qui che si trova la famosa battuta sulla corazzata Potemkin, solo che nel libro si tratta di un urlo liberatorio contro gli pseudo-intellettuali, i pretesi cinefili che non si accorgono di aver visto proiettato al contrario un film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco (fanno il paio con Mme de Cambremer che non si era resa conto che il pianista di Mme Verdurin le aveva spacciato per Debussy una marcetta di Offenbach).

Del tutto insopportabile è il "Fantozzi contro tutti", prevedibile, sboccato e inutile. Si affoga in una marea di liquidi biologici ed incongruenze che vanno ben al di là del delizioso surrealismo dell'opera prima. E' un libraccio che può servire come antidoto ai peana post-mortem dedicati a Villaggio.

L'introduzione di Bartezzaghi sul personaggio di Fantozzi può essere anche interessante, ma è del tutto pleonastica l'appendice sul vocabolario fantozziano, che non aggiunge nulla a ciò che un lettore appena raziocinante riesce a capire da solo.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/7/2017 alle 7:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gustave Flaubert - Bouvard e Pécuchet
4 luglio 2017
Umberto Eco osservava che possedere una virtù in misura media significa di fatto averne meno del normale. Bouvard e Pécuchet sono medi quanto a bellezza, intelligenza, denaro. Due impiegati in pensione (Paolo Villaggio non ha inventato nulla con Fracchia e Fantozzi) che usano il loro tempo libero occupandosi di un po' di tutto.
 

Arte, scienza, agricoltura, storia, filosofia, pedagogia: non c'è campo dello scibile umano che essi non abbiano studiato. Solo che, privi come sono di senso critico, non riescono a distinguere le notizie vere dalle false. E' per questo che accettano tutto e il suo contrario. Quando poi si azzardano a tentare la realizzazione pratica di quanto studiato, Bouvard e Pécuchet sono la personificazione del cataclisma. Essi compiono disastri la cui colpa é sempre degli altri: i nostri eroi sono troppo stupidi per mettersi in discussione.Oggi Bouvard e Pécuchet sarebbero intenti a discettare sui social media di quanto hanno trovato cercando su Google e su qualche improbabile sito di fake news.

Ma sono poi così diversi da noi lettori? Al loro primo incontro si stupiscono delle somiglianze che esistono fra di loro, le leggono come segni del destino, affinità elettive. E' che sono uomini medi, persone che si collocano nella fascia centrale della curva gaussiana delle statistiche. Uomini-massa, senza qualità.

Flaubert muore senza concludere questo romanzo, che verosimilmente avrebbe dovuto avere un secondo volume dedicato al dizionario dei luoghi comuni - alcuni ancora oggi attualissimi.

La mia ammirazione per questo libro cresce ad ogni lettura: mi sembra che non solo tutta l'opera di Flaubert sia una gigantesca preparazione a questo capolavoro ma che anche la Recherche debba tantissimo ai pensionati Bouvard e Pécuchet.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/7/2017 alle 6:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Arbasino - Fratelli d'Italia
2 giugno 2017

Arbasino racconta una specie di Grand Tour al contrario: si parte dal sud Italia per giungere in Baviera e Regno Unito. Si seguono i protagonisti di questo libro in una sorta di Grande Fratello on the road. Li si vedono in tutte le situazioni, dal teatro ai ricevimenti fino alla camera da letto, tra mondanità e demi-monde, raffinatezza e volgarità che coesistono nella stessa pagina, composita come l'ambiente in cui ci muoviamo.

Pare che l'espressione casalinga di Voghera sia stata inventata dal vogherese Arbasino. Indubbiamente c'è in questo libro il disprezzo per l'ambiente piccolo borghese, limitato e chiuso, della provincia lombarda - o, forse, della provincia tout-court. Allo stesso tempo però c'è la consapevolezza che il mondo dei centrini (possiamo intenderli anche nel senso dei piccoli centri provinciali?) rimane appiccicato alla nostra pelle e sbuca inaspettato al Festival dei Due Mondi e nelle grandi occasioni pubbliche.

E' per questo che Proust è un immenso modello: egli ha saputo distillare, dalla società che ha frequentato, quegli elementi comuni a tanta borghesia che non ha mai visto un "de". Arbasino bagna in un ambiente da dolce vita che è il corrispettivo moderno di Guermantes e Verdurin: alla fine il duca di Guermantes e Desideria ci interessano perchè in loro vediamo riflesse le nostre qualità. O la nostra assenza di qualità.

Questi personaggi, esprimendosi non secondo il loro rango sociale ma secondo il loro tipo umano, non sono necessariamente diversi da un roturier qualsiasi.

Uno stile magmatico, che gioca con le lingue, le citazioni, riferimenti ed assonanze. E se la trama del romanzo è tutto sommato esilissima il vero filo rosso che crea l'unità del libro è proprio la grande ricchezza dell'espressione verbale.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/6/2017 alle 5:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Alan Friedman - Questa non è l'America
21 aprile 2017
Alan Friedman, seduto di fronte all'allora candidato Trump, si chiede com'è possibile che a mezzo secolo di distanza da quando aveva iniziato ad interessarsi di politica con Bob Kennedy, gli Stati Uniti offrano a se stessi ed al mondo una persona come Donald Trump. Per questo Alan Friedman ci conduce in pellegrinaggio nel proprio paese alla ricerca di una chiave interpretativa di quanto sta accadendo.

Normalmente gli Stati Uniti anticipano di qualche anno ciò che accadrà da questa parte dell'Atlantico. Il libro lascia l'impressione che le cose stiano cambiando e che America ed Europa siano molto più vicine - e simili - di quanto appaia. Si è sgomenti di fronte alla velocità con cui è stata distrutta la ricchezza della popolazione e - di conseguenza - dalla rapidità con cui si scivola nella miseria. E' vero che in Europa esiste un sistema di Welfare molto più solido che negli USA ma la lezione greca dovrebbe aver ammaestrato tutti sulla caducità degli aiuti pubblici.

Ancora più agghiacciante è la considerazione che molto probabilmente Trump deluderà le speranze dei suoi elettori, visto che la sua squadra di governo comprende coloro che ci hanno messo nel marasma in cui ci troviamo: cosa accadrà quando gli elettori si saranno resi conto che le soluzioni facili di Trump non funzionano e che addirittura rendono ancora più ricchi coloro che affamano il ceto medio?



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/4/2017 alle 8:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fausta Cialente - Il cortile di Cleopatra
22 marzo 2017
Fausta Cialente racconta una storia ambientata a Cleopatra, un sobborgo di Alessandria d'Egitto - luogo in cui un tempo c'era un'importante colonia italiana. Il protagonista del libro, Marco, è per l'appunto un giovanotto d'origine italiana tanto bello e affascinante quanto sfaticato. Alla morte del padre è tornato dall'Italia a Cleopatra dove vive con la madre greca.

Sono tante le donne che si invaghiscono di lui che percorre le loro esistenze sconvolgendole e viene alla fine distrutto, direi usando una espressione alla Nemirovski, dal proprio "calore del sangue".

Nel romanzo è assente l'esotismo, il fascino per luoghi lontani, la curiosità per un Egitto che invece appare così maledettamente simile all'Italia. Non c'è soluzione di continuità tra l'esistenza sordida che Marco conduce nel proprio paese (e che si conclude con la morte della donna cui il ragazzo dovrebbe pagare l'affitto) e quella che si svolge in Egitto - essa pure terminata in modo tragico. Le dune della spiaggia di Cleopatra potrebbero benissimo trovarsi in una qualsiasi località di mare del nostro meridione: a Fausta Cialente probabilmente interessava solo la descrizione di un caso umano, della descrizione di un povero ma bello - e maledetto.

E' un libro affascinante, con una scrittura elaborata di grande presa.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/3/2017 alle 14:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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