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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Amor Towles - Un gentiluomo a Mosca
23 luglio 2017

Finito nel tritacarne dei processi staliniani, il conte Alexander Rostov vede commutare la propria condanna a morte negli arresti domiciliari all'interno dell'Hotel Metropol. Seguiamo questo nobiluomo nella sua prigionia, attraverso gli anni di Stalin, della guerra e dell'avvento di Kruscev. Conosciamo tutti gli anfratti di questo albergo mirabile, il più bello di tutta Mosca, a pochi passi dal Bolscioi e dalla piazza Rossa. Sopra tutto però conosciamo questo imprevedibile Alexander, ricco di idee e poliedrico, intelligente conversatore, uomo affabile e raffinato, in grado di fungere da capo-cameriere, sarto e fin anche istruttore di inglese per un importante funzionario di partito.

E' un romanzo molto godibile e divertente, che appassiona. Towles ammicca in continuazione al mondo della letteratura russa, al guazzabuglio della nomenclatura dei personaggi dei libri russi (ognuno con tre nomi più una sfilza di diminutivi, così che il povero lettore dovrebbe costruirsi un albero genealogico dei personaggi per riuscire a capire di chi si sta parlando), ma anche con caratteri che sembrano uscire dai romanzi della grande letteratura (Nina che segue il compagno deportato in Siberia mi rievoca per esempio Resurrezione). Si gioca con i punti di forza e debolezza del mondo russo. Russo, non sovietico. Sembra che Towles veda il mondo sovietico come una delle tante incarnazioni possibili alla russicità. Un mondo così particolare e idosincratico, che adora il duello e l'autodistruzione che - ne siamo certi - ci ha dato molto di più che Tolstoj, Cajkovskij e il caviale.

Un testo consigliabile con cui si trascorreranno ore di totale di diletto.

 

 





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Paolo Villaggio - La tragica e definitiva trilogia di Fantozzi
21 luglio 2017

In un solo libro si trovano riuniti Fantozzi, Il secondo tragico libro di Fantozzi e Fantozzi contro tutti. Confesso che leggendo il primo libro rido ancora come cinquant'anni fa. Il nostro paese rifiuta caparbiamente di riconoscere i propri difetti, figurarsi cambiarli! C'è il pressapochissmo di chi segue la moda, che ci fa pensare di saltare in bicicletta come dei campioni senza avere l'allenamento, la costanza e soprattutto le regole necessarie per combinare qualcosa di buono. Anche andare in bici obbliga ad osservare qualche regola... ciò a cui noi siamo refrattari. Anche perchè non capiamo che le leggi servono a difendere i deboli, a staccarci dal truogolo in cui si mescolano servilismo e prepotenza, vigliaccheria ed arroganza, il "lei-non-sa-chi-sono-io" di qualunque persona abbia un pur minimo incarico. L'avanzamento sociale è frutto di cooptazione ed inganno, in un ambiente paternalista e chiuso.

Il secondo Fantozzi comincia a mostrare il turpiloquio e non è sempre a fuoco. E' qui che si trova la famosa battuta sulla corazzata Potemkin, solo che nel libro si tratta di un urlo liberatorio contro gli pseudo-intellettuali, i pretesi cinefili che non si accorgono di aver visto proiettato al contrario un film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco (fanno il paio con Mme de Cambremer che non si era resa conto che il pianista di Mme Verdurin le aveva spacciato per Debussy una marcetta di Offenbach).

Del tutto insopportabile è il "Fantozzi contro tutti", prevedibile, sboccato e inutile. Si affoga in una marea di liquidi biologici ed incongruenze che vanno ben al di là del delizioso surrealismo dell'opera prima. E' un libraccio che può servire come antidoto ai peana post-mortem dedicati a Villaggio.

L'introduzione di Bartezzaghi sul personaggio di Fantozzi può essere anche interessante, ma è del tutto pleonastica l'appendice sul vocabolario fantozziano, che non aggiunge nulla a ciò che un lettore appena raziocinante riesce a capire da solo.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/7/2017 alle 7:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gustave Flaubert - Bouvard e Pécuchet
4 luglio 2017
Umberto Eco osservava che possedere una virtù in misura media significa di fatto averne meno del normale. Bouvard e Pécuchet sono medi quanto a bellezza, intelligenza, denaro. Due impiegati in pensione (Paolo Villaggio non ha inventato nulla con Fracchia e Fantozzi) che usano il loro tempo libero occupandosi di un po' di tutto.
 

Arte, scienza, agricoltura, storia, filosofia, pedagogia: non c'è campo dello scibile umano che essi non abbiano studiato. Solo che, privi come sono di senso critico, non riescono a distinguere le notizie vere dalle false. E' per questo che accettano tutto e il suo contrario. Quando poi si azzardano a tentare la realizzazione pratica di quanto studiato, Bouvard e Pécuchet sono la personificazione del cataclisma. Essi compiono disastri la cui colpa é sempre degli altri: i nostri eroi sono troppo stupidi per mettersi in discussione.Oggi Bouvard e Pécuchet sarebbero intenti a discettare sui social media di quanto hanno trovato cercando su Google e su qualche improbabile sito di fake news.

Ma sono poi così diversi da noi lettori? Al loro primo incontro si stupiscono delle somiglianze che esistono fra di loro, le leggono come segni del destino, affinità elettive. E' che sono uomini medi, persone che si collocano nella fascia centrale della curva gaussiana delle statistiche. Uomini-massa, senza qualità.

Flaubert muore senza concludere questo romanzo, che verosimilmente avrebbe dovuto avere un secondo volume dedicato al dizionario dei luoghi comuni - alcuni ancora oggi attualissimi.

La mia ammirazione per questo libro cresce ad ogni lettura: mi sembra che non solo tutta l'opera di Flaubert sia una gigantesca preparazione a questo capolavoro ma che anche la Recherche debba tantissimo ai pensionati Bouvard e Pécuchet.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/7/2017 alle 6:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Arbasino - Fratelli d'Italia
2 giugno 2017

Arbasino racconta una specie di Grand Tour al contrario: si parte dal sud Italia per giungere in Baviera e Regno Unito. Si seguono i protagonisti di questo libro in una sorta di Grande Fratello on the road. Li si vedono in tutte le situazioni, dal teatro ai ricevimenti fino alla camera da letto, tra mondanità e demi-monde, raffinatezza e volgarità che coesistono nella stessa pagina, composita come l'ambiente in cui ci muoviamo.

Pare che l'espressione casalinga di Voghera sia stata inventata dal vogherese Arbasino. Indubbiamente c'è in questo libro il disprezzo per l'ambiente piccolo borghese, limitato e chiuso, della provincia lombarda - o, forse, della provincia tout-court. Allo stesso tempo però c'è la consapevolezza che il mondo dei centrini (possiamo intenderli anche nel senso dei piccoli centri provinciali?) rimane appiccicato alla nostra pelle e sbuca inaspettato al Festival dei Due Mondi e nelle grandi occasioni pubbliche.

E' per questo che Proust è un immenso modello: egli ha saputo distillare, dalla società che ha frequentato, quegli elementi comuni a tanta borghesia che non ha mai visto un "de". Arbasino bagna in un ambiente da dolce vita che è il corrispettivo moderno di Guermantes e Verdurin: alla fine il duca di Guermantes e Desideria ci interessano perchè in loro vediamo riflesse le nostre qualità. O la nostra assenza di qualità.

Questi personaggi, esprimendosi non secondo il loro rango sociale ma secondo il loro tipo umano, non sono necessariamente diversi da un roturier qualsiasi.

Uno stile magmatico, che gioca con le lingue, le citazioni, riferimenti ed assonanze. E se la trama del romanzo è tutto sommato esilissima il vero filo rosso che crea l'unità del libro è proprio la grande ricchezza dell'espressione verbale.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/6/2017 alle 5:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Alan Friedman - Questa non è l'America
21 aprile 2017
Alan Friedman, seduto di fronte all'allora candidato Trump, si chiede com'è possibile che a mezzo secolo di distanza da quando aveva iniziato ad interessarsi di politica con Bob Kennedy, gli Stati Uniti offrano a se stessi ed al mondo una persona come Donald Trump. Per questo Alan Friedman ci conduce in pellegrinaggio nel proprio paese alla ricerca di una chiave interpretativa di quanto sta accadendo.

Normalmente gli Stati Uniti anticipano di qualche anno ciò che accadrà da questa parte dell'Atlantico. Il libro lascia l'impressione che le cose stiano cambiando e che America ed Europa siano molto più vicine - e simili - di quanto appaia. Si è sgomenti di fronte alla velocità con cui è stata distrutta la ricchezza della popolazione e - di conseguenza - dalla rapidità con cui si scivola nella miseria. E' vero che in Europa esiste un sistema di Welfare molto più solido che negli USA ma la lezione greca dovrebbe aver ammaestrato tutti sulla caducità degli aiuti pubblici.

Ancora più agghiacciante è la considerazione che molto probabilmente Trump deluderà le speranze dei suoi elettori, visto che la sua squadra di governo comprende coloro che ci hanno messo nel marasma in cui ci troviamo: cosa accadrà quando gli elettori si saranno resi conto che le soluzioni facili di Trump non funzionano e che addirittura rendono ancora più ricchi coloro che affamano il ceto medio?



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Fausta Cialente - Il cortile di Cleopatra
22 marzo 2017
Fausta Cialente racconta una storia ambientata a Cleopatra, un sobborgo di Alessandria d'Egitto - luogo in cui un tempo c'era un'importante colonia italiana. Il protagonista del libro, Marco, è per l'appunto un giovanotto d'origine italiana tanto bello e affascinante quanto sfaticato. Alla morte del padre è tornato dall'Italia a Cleopatra dove vive con la madre greca.

Sono tante le donne che si invaghiscono di lui che percorre le loro esistenze sconvolgendole e viene alla fine distrutto, direi usando una espressione alla Nemirovski, dal proprio "calore del sangue".

Nel romanzo è assente l'esotismo, il fascino per luoghi lontani, la curiosità per un Egitto che invece appare così maledettamente simile all'Italia. Non c'è soluzione di continuità tra l'esistenza sordida che Marco conduce nel proprio paese (e che si conclude con la morte della donna cui il ragazzo dovrebbe pagare l'affitto) e quella che si svolge in Egitto - essa pure terminata in modo tragico. Le dune della spiaggia di Cleopatra potrebbero benissimo trovarsi in una qualsiasi località di mare del nostro meridione: a Fausta Cialente probabilmente interessava solo la descrizione di un caso umano, della descrizione di un povero ma bello - e maledetto.

E' un libro affascinante, con una scrittura elaborata di grande presa.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/3/2017 alle 14:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Guercino a Piacenza
11 marzo 2017
Il punto di partenza di questa mostra è la cupola del duomo i cui affreschi sono stati iniziati da Morazzone e conclusi dal Guercino.

Non è il caso di farsi impressionare dal terrorismo psicologico esercitato dal sito: non è necessario essere atleti intrepidi per fare il centinaio di gradini che conducono sotto la cupola del duomo. I passaggi sono sicuramente stretti, gli scalini irregolari ma poter ammirare da vicino le storie dell'infanzia di Gesù e la sfilata dei profeti e sibille vale sicuramente un po' di fiatone.

Molto più tradizionale la sezione ospitata al primo piano di palazzo Farnese. Una ventina di dipinti, in genere pale d'altare, ma ci sono anche opere di piccolo formato, come "Apollo e Marsia" o il celeberrimo "Et in Arcadia ego", proveniente dalla Galleria Borghese di Roma.

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Come nell'Orfeo monteverdiano la morte irrompe improvvisa nel bel mezzo di una scena agreste. I nostri eleganti pastori si confrontano con un teschio in cui i resti di carne non ancora spolpata rimandano al rosso acceso del berretto di uno degli arcadi.

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Ancora più stupefacente una Susanna resa con estremo realismo (incredibili i capezzoli!) ma nella posa di una santa del Reni. E la luce divina che le illumina il volto ci anticipa come finirà con gli eleganti signori che la concupiscono.

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E la Mater dolorosa che si protende verso il figlio risorto, felice e forse incapace di credere possibile ciò che le sta di fronte. L'espressivo dialogo di sguardi tra madre e figlio, che quasi sorride con l'aria di chi dice "il peggio è andato", ed intanto abbraccia Maria con fare paterno.

Come sulla cupola, ho avuto l'impressione di aver di fronte dei pacifici contadini emiliani, delle arzdoure. Una storia sacra che si svolge nel nostro quotidiano.

La mostra chiude il 4 giugno



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/3/2017 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Alberto Moravia - Agostino
24 febbraio 2017

Mi piacciono moltissimo le descrizioni, gli sguardi lirici che si aprono improvvisamente in questo libro: un tramonto colorato e drammatico, che riflette la situazione psicologica di Agostino che in una sola giornata scopre il sesso; la luna rossa che ammicca, come in una Salome versiliana, sulla casa di tolleranza; il placido baluginare del mare visto dal patino; la pineta e fin anche il misero estuario del fiume che si apre sulla spiaggia dei poveri. La Viareggio descritta da Moravia appare così chiara e luminosa, percepisco in modo netto i profumi che appesantiscono l'aria, afosa ed assolata, i rumori della banale vita da spiaggia.

Agostino può rientrare nel cliché del romanzo di formazione, del prurito adolescenziale, della poesia legata alla perdita dell'innocenza. Già questo può rendere facile amare il libro - ma la precisione fotografica della lingua è una grande gioia.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/2/2017 alle 8:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Malvaldi - Sei casi al BarLume
18 febbraio 2017
Non solo Malvaldi si trova a suo agio con la forma del racconto ma riesce anche ad evitare la routine. Delle sei storie di questo libro la prima non parla affatto di assassinii ma di un banale disturbo alla quiete pubblica che viene però risolto dal barista Massimo e l'ultima addirittura si svolge a distanza: i malefici vecchietti in gita in Val Gardena si intromettono in una indagine condotta per telefono dalla commissaria di Pineta.

Sì, la commissaria. Chi segue i film realizzati da Sky a partire dai libri di Malvaldi ha sempre trovato il povero Fusco trasformato in una avvenente signora. A metà libro l'autore decide di adeguarsi alle necessità della produzione televisiva e a sostituire il suo commissario con una poliziotta giovane e carina. In questo modo chi ha conosciuto il BarLume a partire dal piccolo schermo non solo si ritroverà in terreno noto ma riconoscerà alcune storie presentate al grande pubblico.

Ah... se si ingrandisse anche il pubblico della lettura!





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/2/2017 alle 8:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Romain Gary - La vita davanti a sè
1 febbraio 2017
Momo è un figlio di puttana di età compresa tra i 10 e 14 anni. Vive con Madame Rosa, un'ex prostituta ebrea, già internata ad Auschwitz, ora troppo anziana e grassa per esercitare. Momo ci è rimasto male quando ha scoperto che Rosa lo ospita e lo cura non per amore ma perchè riceve ogni mese il vaglia per il suo mantenimento. Il romanzo, raccontato in prima persona da Momo, racconta l'evoluzione dei rapporti del ragazzino con questa madre adottiva in una lotta non solo contro la malattia ma contro un sistema nemico (l'assistenza sociale, gli ospedali).

Come la luce del tramonto, il punto di vista di un bambino trasfigura la realtà e ci obbliga a considerare diversamente il mondo cui siamo abituati. In più questo espediente narrativo rende più difficile cadere nel sentimentalismo: il decadimento fisico di Madame Rosa viene descritto in modo asettico, quasi anaffettivo, perchè il ragazzino non ha ancora la capacità di interpretare i segni della malattia. La commozione esce suo malgrado tra le righe di un testo volutamente sgrammaticato ed impreciso, grazie allo iato tra il modo con cui noi e il bambino percepiamo e comprendiamo il quotidiano.

Romain Gary ottenne con questo romanzo - scritto sotto lo pseudonimo di Emile Ajar - il suo secondo Premio Goncourt. E' un testo bellissimo, che non lascia affatto indifferenti.



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Tahar ben Jelloun - Creatura di sabbia
14 gennaio 2017

In un mondo dove una femmina vale al massimo la metà di un maschio un uomo, disperato di fronte alla nascita della settima figlia, decide che l'ottavo nascituro sarà un figlio. Comunque... se disgraziatamente dovesse essere l'ennesima bambina ci si comporterà come se fosse l'agognato maschio. Ed è così che dunque nasce Ahmed.

E' una storia avvincente raccontata da un narratore ambulante a un gruppo di persone. Solo che il narratore scompare e gli astanti debbono immaginare un finale per questa vicenda. Ci troviamo così con diverse conclusioni, una per ogni persona che si cimenta a immaginare la conclusione della vicenda di Ahmed. Addirittura uno dei narratori è Borges, piombato non si sa come dall'Argentina in Marocco.

Poco importa se questo sia inverosimile. Il punto centrale è che i personaggi di questa vicenda sono come le dune del deserto: linee cui la nostra immaginazione dà una forma, figure evanescenti che durano lo spazio di una pagina.

Jelloun disegna un libro molto complesso, di non semplice lettura, perchè retto da uno stile elaborato, assai poetico, con immagini e considerazioni che domandano di essere approfondite in ogni istante. Esistono, in questo romanzo di Jelloun, due piani che si intersecano in continuazione: da un lato la creazione letteraria, il gioco creativo e dall'altro la denuncia di un mondo in cui la femmina è un essere inferiore cui viene negata qualsiasi autonomia e capacità di auto realizzazione.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/1/2017 alle 6:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Suter - Il talento del cuoco
16 dicembre 2016

Maravan non può provare la sua abilità come cuoco: in qualità di richiedente asilo la legge elvetica gli concede al più di fare da aiutante in cucina. Una collega prova però il suo menu afrodisiaco e gli propone di creare una società di catering specializzata in cibo erotico.La storia della Love Food ci porta - come sempre con Suter - a contatto con il mondo della finanza e degli affari,  normalmente sporchi. Conosciamo però anche l'esistenza degli altri, dei tamil che vivono in Svizzera, con la nostalgia, le tradizioni che si scontrano  con il modo di vita occidentale. Anche le incomprensioni: la bufala dell'influenza aviaria ha molto più spazio da noi del reale massacro dei Tamil nella guerra civile in Sri Lanka.

Il libro, pur composto da materiale buono, è prevedibile. Non c'è la sorpresa, la punta (Spitze direbbero i tedeschi) che costituisce l'inaspettata svolta in un'azione complessa. I personaggi sono numerosi ma impiegano troppo tempo per trovare una collocazione organica nel tutto. La storia del cuoco è eccessivamente legata alla cronaca - potremmo dire il giorno preciso in cui avvengono i fatti narrati. La creazione poetica che rende interessanti gli altri romanzi di Suter viene soffocata dall'intento di dimostrare una tesi.

Sono pagine che inacidiscono in fretta. Non ho lasciato il libro con la nostalgia e l'ammirazione che ho provato per le altre opere di Suter.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/12/2016 alle 7:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sara Guindani - Lo stereoscopio di Proust
3 novembre 2016

Sara Guindani esamina il ruolo della vista nel mondo della Recherche proustiana.

Il Narratore è ben cosciente che il primo François-le-champi che la mamma gli aveva letto tanti anni fa a Combray può essere letto solo dal bambino di allora. Però, con il tempo a questo libro si sovrapporrebbero sensazioni e momenti attuali. Gradualmente esso perderebbe la sua capacità evocativa e apparterrebbe soltanto all'oggi. E' dunque necessario, perchè si ritrovi il tempo, che oggi e ieri vengano visti contemporaneamente proprio come accade per le due immagini che, sovrapposte, permettono la visione tridimensionale.

Sara Guindani sposta in questo modo la nostra attenzione alle sensazioni visive. Per ritrovare il Tempo perduto è necessario il ballo delle teste. Bisogna insomma poter confrontare l'aspetto che hanno oggi gli invitati alla matinée della principessa di Guermantes con quello che era rimasto nella testa del Narratore. Questo è l'unico meccanismo che consenta di percepire il passaggio del Tempo.

Questo libretto di Sara Guindani è tanto breve quanto denso e complesso. Offre però un interessante squarcio originale sul significato dell'opus magnum proustiano




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/11/2016 alle 9:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Modiano: Perché tu non ti perda nel quartiere
1 novembre 2016

Un libro di indirizzi smarrito viene consegnato al narratore, Jean,  da un certo Ottolini. Costui approfitta dell'occasione per avere informazioni su un signor Torstel. Jean non ricorda però nulla di lui e non farebbe nulla per sapere, se Ottolini e la sua compagna Chantal non fossero tanto insistenti.

Man mano il libro procede questi due  spariscono così che non si distingue più l'oggettività della veglia dalla soggettività del sogno. Siamo immersi in una nebbia da cui affiorano immagini di un passato che prende gradualmente forma. Non sapremo mai però chi fosse per il protagonista narrante questa Annie Astrand che gli lasciava un foglietto con l'indirizzo "perché tu non ti perda nel quartiere". Intuiamo quello che può essere accaduto, ma è impossibile vedere ogni cosa sotto una luce chiara e oggettiva. Del resto gli eventi che Jean cerca di rievocare sono avvenuti durante la sua infanzia, in un periodo in cui il mondo appare come attraverso un vetro smerigliato. Immagini, colori, profumi... una ricerca proustiana? Più che possibile.

Lo stile è ricco, avvolgente. Modiano trasmette al lettore la propria iper-sensibilità, condivide con lui la paura - ma anche il piacere - della scoperta di un passato enigmatico in cui persone e avvenimenti hanno dimensioni rese gigantesche dalla piccola proporzione dell'osservatore.

In fondo è meglio che tanti fili presenti nel romanzo rimangano slegati, che non si sappia più nulla di Ottolini e della sua affascinante compagna che - chi sa - potrebbero benissimo essere i doppi dei misteriosi Annie Astrand e Roger Vincent. Modiano condensa molta materia in poco spazio e in fondo... ci importa davvero sapere dove sono finiti Ottolini, Chantal, Annie e Roger?





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/11/2016 alle 10:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Piersandro Pallavicini - La chimica della bellezza
31 ottobre 2016

L'ateo dichiarato Piersandro Pallavicini costruisce questo romanzo - come il precedente "Una commedia italiana" - attorno a un grande vecchio originale, bisbetico ed eccentrico che somiglia tanto a un Dio. Solleva gli umili e abbassa i potenti, ha il potere - grazie alla chimica - di creare e distruggere, gode di una extraterritorialità che gli consente di dominare gli altri, che appaiono marionette obbligate ad assecondarne i capricci.

Piersandro Pallavicini è chimico, ama la sua materia ed è infastidito da quanti dicono di non capirne un acca. Io, che in qualità di farmacista mi considero un chimico della domenica, lo capisco e condivido la sua passione per il mondo di una scienza che cerca risposte a quesiti che - a tutta prima non hanno risvolti pratici. Trovo però che in questo libro il suo amore per la chimica lo conduce spesso fuori dal seminato: mi sembra strano che a un convegno dei migliori chimici mondiali si perda tempo a raccontare fatti che ognuno conosce e che risalgono addirittura agli anni 50. La volontà di spiegare al pubblico "che non ci capisce un'acca" quanto sia bella e affascinante la storia della chimica forza la mano al racconto che passa spesso in secondo piano quando non diventa del tutto pretestuoso. Sarebbe stato meglio concentrarsi sulla vicenda - per altro abbastanza tenue - e dedicare un libro, o quanto meno una sezione indipendente del libro, per fare la divulgazione scientifica che Pallavicini ha in mente. Pallavicini del resto possiede le capacità culturali e linguistiche necessarie per centrare appieno il suo obiettivo. Le pagine in cui parla della storia della chimica sono belle - semplicemente non si integrano bene con il resto della vicenda.

Avrei preferito insomma un omaggio alla chimica paragonabile a quello che in più parti viene fatto a Wodehouse: un continuo ammiccare a un modello che appare in filigrana, sempre riconoscibile però mai in primo piano.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 31/10/2016 alle 9:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Piero Rattalino - L'interpretazione pianistica
25 ottobre 2016

In Italia il nome di Piero Rattalino è indissolubilmente legato al pianoforte. Rattalino ha in questo settore un'indiscussa esperienza accoppiata alla capacità di trasmettere in modo efficace e chiaro il proprio sapere.

Un esempio? Basta leggere la gustosa rievocazione degli anni in cui gli appassionati di calcio dovevano immaginarsi le partite sulla base delle radiocronache di Nicolò Carosio e dei disegni che apparivano sui giornali sportivi. La scoperta che questi resoconti non coincidevano affatto con quanto visto allo stadio ha insegnato a Rattalino che bisogna prendere con le molle le testimonianze scritte che abbiamo sul modo con cui Chopin e Liszt suonavano al pianoforte.

In questo modo anche il semplice appassionato è in grado di seguire l'autore nella storia dell'interpretazione pianistica, una storia niente affatto terminata: non c'è solo la riscoperta di autori e composizioni neglette (purtroppo l'allargamento del repertorio alla musica del nostro tempo è più facile a dirsi che a farsi), c'è anche la ricca vena delle "esecuzioni storicamente informate". Qui Rattalino fà alcune interessanti osservazioni sul fatto che ci si può limitare a cambiare la sonorità dello strumento usato (il fortepiano) oppure si può anche modificare del tutto il tipo di lettura.

Non è un libro facilissimo, ma chiunque ami la musica pianistica riuscirà a trarre giovamento dalla sua lettura.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/10/2016 alle 7:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Jonathan Swift - Consigli alla servitù
15 ottobre 2016

Qualche giorno fa, vedendo un cameriere che rischiava di misurare con il pollice la temperatura della pietanza che stava porgendomi, mi è venuto in mente questo breve libretto in cui Jonathan Swift mette alla berlina i vizi dei servitori... e dei padroni: la pigrizia, l'ingordigia, il lassismo morale, la passione del gioco, il libertinaggio. Ci aspettiamo che un ecclesiastico critichi questi comportamenti. E' meno prevedibile che invece di un tono predicatorio si usi l'arma dell'ironia. Non è sciatteria lasciare sporchi i pitali, ma rispetto per la salute delle padrone che, usmando certi odori, soffriranno meno di ipocondria. O anche annacquare il vino serve a far risparmiare il padrone.

Per questo, anche se si parla di costumi in voga nel '700 quando non esistevano servizi igienici, acqua corrente ed elettricità ci si accorge che in fondo, oggi come allora, l'importante è trovare una scusa buona per addossare a qualcun altro la responsabilità dei danni che abbiamo fatto noi.

C'è un altro aspetto che mi fa apprezzare questo libro. Oggi chiunque si sente in dovere di invocare la satira come giustificazione della propria libertà di dire quello che vuole. Jonathan Swift ci mostra che per fare satira un acuto spirito di osservazione deve coniugarsi a uno stile, a un sistema tecnico espressivo, di alto livello. L'alternativa è la volgarità del guitto da festa paesana.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/10/2016 alle 8:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Camus - Lo straniero
16 settembre 2016
Si procede lentamente, con un ritmo dettato dal sole cocente algerino, che cancella le ombre ed appiattisce tutto. Anche i sentimenti. C'è una freddezza mista a cinismo che mi fa vogare tra Céline e Kafka. Perché ha del paradossale il modo con cui il protagonista si trova ad essere processato e condannato a morte in un'atmosfera di fatalismo privo di pathos. K. é un personaggio che si difende e che cerca di trovare una via d'uscita. Meursault invece si lascia condurre dagli eventi, così che anche io lettore non riesco ad avere una sincera partecipazione per il suo caso. Non sarò tra coloro che andranno con odio ad assistere alla sua esecuzione ma mi rendo conto di essere indifferente a lui come il sole che batte inesorabile sulla spiaggia arroventata.

Lo straniero é uno dei classici dell'arte del nostro tempo, con il suo senso di meccanica corsa verso una tragedia preparata da potenze ineluttabili. Anche la tragedia greca ha questa ineluttabilità - il Fato. Solo che qui la fede nei valori (piangere al funerale della mamma, la fede in Dio, il Matrimonio) è un teatro, una esibizione di facciata. La società chiede al protagonista un'adesione di facciata, si accontenta di poco, quello che basta per non vedere l'abisso di nulla su cui è costruita.






permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/9/2016 alle 7:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Houellebecq - Particelle elementari
31 agosto 2016

Queste "Particelle elementari" sono proprio un brutto libro. Scritto in un linguaggio che pretende imitare l'oggettività del linguaggio scientifico ma riesce solo pedante, arido e noioso. Non è neppure chiaro di cosa si vuole parlare. Il soggetto è questo ricercatore franco-polacco i cui studi portano alla creazione di un uomo nuovo non più soggetto al caso delle mutazioni genetiche insite nella riproduzione sessuata? Oppure le frustrazioni, sessuali e non, del fratellastro? O l'analisi sociologica della nostra società, della disfunzione di un mondo che cerca un egoistico soddisfacimento delle proprie pulsioni animalesche (come se poi gli antichi romani o i nostri antenati delle caverne fossero così diversi da noi!). Magari queste "Particelle elementari" sono un testo filosofico, o di critica letteraria... ma a ben vedere non c'è bisogno che Houellebecq mi venga a spiegare che il "Brave New World" di Huxley non è affatto distopico, ma la descrizione di un hic et nunc facilmente riconoscibile, se solo ci si guarda un attimo attorno.

A metà libro comincio a sbadigliare e ad addormentarmi sulle pagine, e non c'è descrizione - anche molto dettagliata - di giochi erotici con tanto di critica puntuale dello stile narrativo dei filmetti porno che basti a risvegliarmi. Tanto era divertente "La carta e il territorio" quanto pesante e pedante questo libro, che sembra scritto da uno Sgarbi con l'indigestione.



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Jean Giono - L'ussaro sul tetto
28 agosto 2016

Giono si aggiunge alla lunga lista di coloro che descrivono una pestilenza. Abbiamo il corredo di morti miserande e improvvise, dolori, miasmi, crudeltà infinite mescolate ad atti di pietà e coraggio, la resilienza di chi non si è ammalato o - se lo ha fatto - è riuscito a scapolarla, le bufale sugli untori e sui piani segreti di poteri forti che vogliono uccidere la brava gente. Non ci manca perfino la lunga - anche troppo - dissertazione sul fatto che il colera non esiste. Infatti subito dopo Pauline rischia di lasciarci la pelle.

L'unica cosa che non mi piace di questo romanzo è il protagonista Angelo, troppo bello e innamorato di se stesso. E' un carbonaro piemontese scappato in Francia dopo aver ucciso in duello un delatore. Avrebbe potuto benissimo assoldare un sicario per la bisogna, ma allora avrebbe smesso di essere un inguaribile narciso. E' proprio perchè Angelo mi è così antipatico che non ho mai letto gli altri romanzi della trilogia di cui fa parte questo libro.

In compenso però la descrizione dei villaggi e del paesaggio della regione PACA (Provence-Alpes-Cotes d'Azur), calcinato dal calore, con la povera vegetazione che cresce - sa Dio come - su una roccia bianca è bellissima e ripaga della verbosità di Angelo.





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Lily King - Euforia
25 agosto 2016

Siamo nella Nuova Guinea, lungo il corso del Sepik (ah, i ricordi di Hugo Pratt!) e degli antropologi stanno studiando le popolazioni locali. La scienza però passa in secondo piano rispetto alle invidie e alle gelosie - anche sentimentali - tra i nostri personaggi. Gli indigeni sono talvolta spettatori, talora parte integrante delle relazioni tra coloro che hanno la pretesa di studiarli - e di capirli.

Si tratta di un romanzo di fantasia basato su persone realmente esistite, perfino io riesco infatti a riconoscere Margaret Mead nel personaggio di Nelly Stone. Ovviamente che i fatti narrati siano avvenuti o meno, non ha alcuna importanza. Conta solo che Lily King ci leghi alla sua pagina e ci emozioni.

E' un libro bellissimo, che regala degli ottimi momenti di contemplazione del guazzabuglio del cuore umano.





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Heinrich Mann - Il suddito
14 luglio 2016

Diederich Heßling è il suddito fedele di Sua Maestà l'Imperatore Guglielmo di Prussia.

All'Università primeggia in duelli, risse e sbornie. Seduce Agnes, che abbandona perché non abbastanza ricca per lui. La leva obbligatoria si chiude anzitempo per una ferita ad un dito del piede e grazie alle amicizie create nel gruppo dei "Nuovi Teutoni". Questo però non impedisce a Diederich di essere un nazionalista e militarista dei più accesi. In casa tiene a stecchetto madre e sorelle e conciona di  dirittura morale e difesa della Famiglia.

Diederich adotta con i dipendenti comportamenti che oggi considereremmo antisindacali. Egli però fa accordi segreti con il deputato locale, un social-democratico che presumibilmente di lì a vent'anni voterà a favore dei crediti di guerra. E' arrogante. Le persone che al suo arrivo egli aveva svillaneggiato lo salvano dalle conseguenze catastrofiche di scelte avventate.

Il suddito ci offre un bel campionario di ipocrisia e stupidità. Heinrich Mann deride questo suddito e il suo meschino ambiente. Durante il viaggio di nozze Diederich fa la posta davanti al Quirinale in cui il Suo Imperatore è in visita ufficiale. Spassosa la descrizione dell'attentato alla polvere dentifricia o la rielaborazione di Lohengrin in salsa nazionalista. La scena conclusiva  è comicamente profetica. Un acquazzone interrompe l'inaugurazione del mausoleo a Guglielmo il grande. La statua dell'imperatore scruta il cielo nel tentativo patetico di capire come volgerà il tempo mentre tutti sono fuggiti in mezzo ai padiglioni divelti dal vento e dall'acqua.

Non posso fare a meno di pensare all'Uomo senza qualità. Anche qui si descrive un grottesco mondo in via di sparizione. Rispetto alla frivolezza dei terroni austriaci, i nostri prussiani sono pieni di sè, boriosi, tracotanti e violenti!

Mann ci aveva tenuto a sottolineare che il romanzo è stato completato prima dello scoppio della grande guerra. L'arte ha sempre in sé qualcosa di profetico.





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Jan Neruda - I racconti di Mala Strana
29 giugno 2016
Jan Neruda riesce a sorridere anche di un suicidio: per lui non esiste una storia così tragica da non lasciare spazio a un minimo di arguzia. Sono racconti da osteria, ma un'osteria in cui si è buoni amici anche quando si finge di non accorgersi del compagno di tavolo, in cui non si urla e la lite rimane entro i limiti dell'educazione - che differenza dai vocianti e caotici pub di Joyce! Troviamo ovviamente il lato oscuro nella refrattarietà a tutto ciò che è nuovo, a uno sciovinismo mal celato, al fastidio per il forestiero che magari si trova a tutta prima bene in questo quartiere che scende da Hradcany al Ponte Carlo ma che - è il caso dell'aspirante procuratore dell'ultimo racconto - trova che non ci sia niente di meglio al mondo che ritornare dall'altra parte della Moldava, a Stare Mesto.Un mondo lontanissimo, anche vagamente surreale (pensiamo alle chiacchiere notturne sui tetti delle case di Praga o alla messa notturna di San Venceslao in cattedrale o il morto che resuscita grazie al medico che non ha mai esercitato la professione) a cui - a differenza del procuratore - torno regolarmente, per respirare una fresca aria di campagna.



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Mick Houghton - Ho sempre avuto un unicorno
24 maggio 2016

Dopo essere stato incredibilmente preciso e pignolo per tutta questa biografia di Sandy Denny, Mick Houghton diventa rapido e reticente quando si tratta di parlare delle circostanze della morte della cantante, come se l'autore non volesse offendere alcuno. Immagino che siano ancora viventi tante persone coinvolte in questi fatti che non vogliono veder riaperte certe polemiche, come penso che a Georgia dia fastidio leggere che il papà sia considerato moralmente responsabile della morte di sua madre. Tra l'altro Mick Houghton mostra il desiderio di abbellire l'immagine di Trevor Lucas: ci ricorda a ogni piè sospinto che il marito di Sandy è stato sottovalutato artisticamente e nell'ultimo capitolo pone un forte accento sulla necessità di proteggere una bambina affidata a una madre alcolizzata e cocainomane. Forse il guaio di tutta questa storia è che essendo le sconfitte sempre orfane la distribuzione dei torti - anche quando è equa - rimane sempre una faccenda scottante che è meglio evitare. Perchè farci dei nemici in un ambiente in cui si continua a lavorare?

Sandy Denny è vissuta ancor meno di Franz Schubert, un artista con cui ha in comune l'idea che la musica sia per definizione triste e malinconica. Sandy Denny era grande perchè cantando sapeva raccontare una storia anche a chi non comprendeva il testo della canzone, perchè riusciva a comunicare direttamente, ad essere semplice senza essere banale. Questo libro, portandoci dietro le quinte di una casa discografica ci rende consapevoli delle problematiche commerciali che erano dietro scelte che a noi pubblico apparivano cervellotiche ed assurde - e che non a caso alienarono le simpatie dei fan della Denny senza farle conquistare nuovi ascoltatori. Comprendiamo meglio la temperie artistica del folk-revival britannico, del tormentato mondo delle cantautrici britanniche, la durezza di un sistema che - come sempre - rifiuta ciò che è realmente nuovo.



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Gianrico Carofiglio - Passeggeri notturni
4 maggio 2016
Gianrico Carofiglio parte da un'idea niente affatto malvagia: il libro consta infatti di racconti brevissime (non superano mai le tre pagine!). E' una forma semplice e breve che obbliga a lavorare di arguzia e fantasia. Si comincia benissimo con "Quarto potere", un gustoso aneddoto di come con un giornale due adolescenti risolvano un caso di bullismo ma nelle pagine successive mancano gli spunti, ed è più facile scontrarcisi con la noia. Gran parte del libro è  una sfilza di luoghi comuni che un tempo facevano parte delle "Citazioni citabili" del Reader's Digest e che oggi si trovano nelle bacheche di Facebook: l'apologo della rana nell'acqua bollente, la scrivania di Einstein, la massima di Chesterton. Perchè degli scrittori intelligenti si buttano via pubblicando libri dettati solo da obblighi contrattuali?



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Delphine de Vigan - Nulla si oppone alla notte
29 aprile 2016

Delphine de Vigan racconta la storia di sua madre e della sua tentacolare famiglia. Si parte da Georges e Liane, i nonni che hanno messo al mondo un gran numero di figli, che forse non sono stati neanche genitori ideali: Liane apprezzava i bambini fin tanto che erano piccoli, Georges é sospettato di aver abusato delle figlie o - quanto meno - di aver avuto rapporti torbidi con loro.

In questo marasma di fratelli e sorelle veniamo a Lucile, la mamma di Delphine de Vigan, bellissima bambina, piccola vedette della pubblicità, fotografata per reclamizzare prodotti per l'infanzia. La scrittrice non analizza quanto la notorietà, il vedersi raffigurata in tutti i luoghi pubblici, abbia influito su Lucile. Ce lo lascia appena immaginare e si sofferma piuttosto sugli anni della malattia psichica (disturbo bipolare), il calvario dell'internamento in reparto psichiatrico, la resurrezione con il litio, l'equilibrio instabile raggiunto. E infine, la malattia e la morte - suicida. Il suicidio con cui si apre e chiude il libro, il suicidio che accompagna la narrazione come un destino con cui fare i conti.

Delphine de Vigan ha uno stile asciutto, che vuole essere il più possibile obiettivo e netto. Non c'è la trasfigurazione poetica che trovo, per esempio, in una scrittrice come Rosa Matteucci. C'è la volontà di metterci di fronte alla realtà. Solo che quando si comincia a raccontare, il nostro "io" inserisce la propria soggettività e cambia le carte in tavola. Non è un caso che Lucile non si ritrovi nel libro che la figlia sta scrivendo su di lei, e da questo punto di vista i passaggi in cui l'autrice spiega le fasi del suo lavoro di scrittura sono riempitivi inutili: sua mamma e la sua famiglia sono per me personaggi di un romanzo, che possono avere somiglianze con persone e avvenimenti della mia esistenza, ma che sono diversi da ciò che lei ha vissuto e che vorrebbe trasmettermi. E' questa pretesa di mostrare il "dietro le quinte" del lavoro creativo che per i miei gusti diminuisce la bellezza di un libro che, per altro, ha una ricchezza di sentimenti che lo rende degno di essere letto.








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Houellebecq - La carta e il territorio
16 aprile 2016

Cinque anni fa, prima dello scalpore di Sottomissione, Houellebecq vinse il Goncourt grazie a questo romanzo, la biografia di un artista immaginario, Jed Martin. La sua vita creativa  attraversa tre fasi - separate da lunghi momenti di vuoto creativo - la prima dedicata a fotografie delle cartine Michelin, quella centrale di pittura ad olio e la conclusiva di videoarte. Il periodo pittorico si conclude con il  ritratto "Michel Houellebecq, scrittore", tela che sarà al centro dell'assassinio grand-guignolesco del soggetto. Troviamo così incastonato a poco più di metà del libro un mini-poliziesco in cui Houellebeck si diverte non solo ad immaginare la propria morte ma soprattutto la grande eco che essa avrà presso pubblico, amici e nemici (un trafiletto sulla stampa, neanche un accenno in televisione).

Il diavolo si nasconde nei dettagli e così, senza quasi averne l'impressione Houellebecq infila nel racconto la sua critica del presente, del bel mondo cocainomane, con la sua pochezza e i suoi ridicoli, nonchè di una società rurale chiusa in se stessa e diffidente dello straniero che non necessariamente ha la pelle scura ma il più delle volte si limita a provenire da un altro dipartimento (leggi Parigi).

Il libro è divertente ed arguto, gioca con stili e manie della nostra epoca, corrode tutto quello che tocca - gli basta fare una capatina nella Ruhr per notare la trasformazione dei resti industriali in musei e centri culturali che creino domanda turistica in zone che un tempo avevano una vocazione esclusivamente industriale.




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Jonathan Swift - I viaggi di Gulliver
3 aprile 2016
Fa specie che ci si soffermi sempre solo sul primo viaggio, quello a Lilliput, e non si prenda mai in considerazione l'ultimo quadro, nel regno degli Houyhnhnm, dove i cavalli hanno il raziocinio - che viene usato con illuministica precisione - e gli uomini sono dei bruti privi di ragione, gli Yahoo. L'autore, che già neille sezioni precedenti, aveva mostrato fastidio per la corporeità degli umani (i loro odori, il colore della pelle con tutte le sue imperfezioni) adesso non riesce più a stare accanto a loro. Preferisce addirittura la morte, l'esilio in un'isoletta deserta, al loro contatto. Anche la famiglia diventa estranea ed oggetto di ribrezzo. Neppure l'Alceste di Molière è tanto radicale. Non solo nei Viaggi, ma in tutto Swift, corre una ferocissima critica degli uomini e dei loro costumi. Gli elenchi di caratteristiche (che scivoleranno per esempio anche nell'ultimo Joyce), la sferza contro i difetti della nostra società sono elementi che hanno percorso tutta l'opera. Ma qui giungono alla loro apoteosi. Vanitas vanitatum. L'uomo, con buona pace di Rousseau, è un cattivo selvaggio (lo Yahoo), intrinsecamente malato e cattivo ed ha bisogno della ragione ben usata (non quella dei laputiani, antesignani degli economisti) per sollevarsi. Gulliver scardina le nostre credenze, vocia dal pulpito contro i nostri vizi, ma è cosciente di essere ributtante quanto noi, bersaglio delle sue invettive, e si chiude nella solitudine, visto che i puri houyhnhnm lo lasciano fuori dalla loro comunità per timore di esserne infettati.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/4/2016 alle 13:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Judith Gauthier - Wagner a casa
11 marzo 2016
Non posso considerare molto attendibile una persona che, ancora nelle ultime pagine, è convinta che la primogenita di Wagner si chiami Senta. Nonostante questo però il libro offre un fresco resoconto della vita di Wagner a Triebschen, in uno dei momenti forse più felici e sereni della sua esistenza. Sullo sfondo ci sono le amarezze per la rottura con Liszt, i dissensi con il re - capriccioso ed ingenuo quanto si vuole, ma pur sempre proprietario del borsellino da cui viene il sostentamento del musicista e le camarille - vere o presunte - degli oppositori di Wagner. C'è anche un'atmosfera da "petit noyau" Verdurin, con "les fidèles" che organizzano una serata di sciarade per neutralizzare "les ennuyeux" coniugi Schott. Noi sappiamo che in quel periodo nasce una storia d'amore tra Richard e Judith - l'unico momento veramente brutto per la relazione con Cosima, tanto da lasciare traccia nei diari - ma non si può fare a meno di sorridere di fronte alle buffonerie con cui Wagner accoglie i suoi ospiti. 



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Amos Oz - Giuda
23 febbraio 2016
Tutti sanno chi è Giuda... Shaltiel Abrabanel invece mi è del tutto ignoto e per quel che ne so io potrebbe essere anche inventato. Si tratta di un avvocato sionista, unico contrario alla nascita dello stato d'Israele e favorevole alla convivenza di arabi ed ebrei nel medesimo territorio. Un traditore del nascente Israele, dunque, proscritto, reietto e condannato alla solitudine. Ma questi "traditori" sono davvero così cattivi? Non sono forse loro a permettere la nascita di ciò che veneriamo? Esisterebbe un cristianesimo senza il tradimento di Giuda? Le idee di Abrabanel davvero non hanno un futuro?

La grande arte si presta a tanti piani di lettura, così che si va dalla polemica contro l'antisemitismo e il settarismo all'attualità di uno stato perennemente in guerra contro un nemico instancabile, dalla storia d'amore tra Atalia e Shemuel fino alla speranza per uno stato d'Israele che è sempre pronto ad accogliere chi vuol rimboccarsi le maniche. 

Il traduttore italiano ha usato evidentemente male la funzione "trova-sostituisci" del foglio elettronico così che per tutto il romanzo mi tocca leggere "circolo per la rinnovamento socialista". Possibile che in Feltrinelli i correttori di bozze - ammesso e non concesso che esistano ancora - siano del tutto catatonici?



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 23/2/2016 alle 16:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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