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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Castellucci e il Flauto Magico (Monnaie 2018)
10 dicembre 2018
Sul sito di Arte è possibile vedere l'allestimento del Flauto Magico che Romeo Castellucci ha fatto per La Monnaie.
 
Il primo atto mi è piaciuto molto: un Rorschach argenteo, in cui ogni personaggio - con l'eccezione della Regina della notte piazzata sull'asse di simmetria - danza in sincrono con il proprio doppio posto nella metà opposta della scena. E' un rococò trasognato che funzionerebbe a meraviglia nel pastiche mozartiano della Dama di picche. Mi è parso tanto bello da farmi dimenticare la scomparsa dei dialoghi parlati.
 
Peccato che poi venga il secondo atto, qui spostato in una cantina dalle pareti giallo-ocra, come le uniformi che i personaggi indossano e come le parrucche che hanno in testa. Papageno (Georg Nigl) mi ricorda il comandante Straker dei telefilm UFO di moda quarant'anni fa.
 
A farmi imbestialire sono gli inserti parlati: onanistiche meditazioni intercalate alla storia di casi umani (ciechi e grandi ustionati) presi di peso da qualche talk-show malriuscito di Mediaset. Che molto spesso il testo di Schikaneder ricordi il film Attenti a quei P2 non giustifica lo stravolgimento dello Zauberflote. Specie per sostituirvi un Diego Fusaro di terza mano.
 
Avrei staccato volentieri la spina a questa porcata della Monnaie se la musica non fosse stata tanto ben suonata. Il direttore Antonello Manacorda ha lavorato finemente. Dei suoi cantanti mi sembra giusto citarne almeno due. Nigl, inutilmente gigione in Ein Mädchen oder Weibchen, ma perfetto nel successivo tentato suicidio, sprecato in questo spettacolo demenziale; Sabine Devieilhe che ha valorizzato la prima parte delle sue arie con molte intenzioni giuste e precise.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/12/2018 alle 13:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Open art Roveredo 2018
29 agosto 2018
Attraverso il centro abitato di Roveredo seguendo l'indicazione "Campagna". Nomen omen. Al termine di un rettilineo tanto lungo quanto stretto, appena dopo il cantiere della circonvallazione ecco aprirsi di fronte a me un campo erboso su cui spuntano le sculture ed installazioni di Open Art 2018.
 
Spuntano anche in senso proprio, come le bandierine rosse di un Sogno d'architetto. O si formano seguendo la conformazione del terreno. Ci sono due recinti a forma di lente, che paiono due ali che si congiungono. Debbo mettermi su un poggiolo naturale per avere una vaga idea di come debba apparire questa Nazca grigionese
open art
Sembra un sito archeologico in cui si riconoscono i segni di un misterioso rituale.
 
open art
Come quello di un'altra installazione, in cui si cammina accompagnati dal tintinnio delle campanelle appese all'albero circondato da figure antropomorfe disposte in cerchio.
Non è l'unico esempio di cerchio magico in cui immagini umane sono in dialogo tra di loro
 
open art
E neppure è l'unico caso di opera in cui domina l'elemento circolare
 
 
E' la necessità di trovare una simmetria, un ordine attorno a cui collocare la nostra attenzione? Oppure è il punto di coagulo dell'attenzione? Della comunicazione che si vuole creare con lo spettatore? Le immagini umane che compaiono regolarmente, fossero anche distorte come nella coppia-lucertola e la coppia-cabaret, rimandano ad un desiderio di parlare, di entrare in contatto con un altro che è alterato irrimediabilmente dall'ambiente.
 
Una delle prime opere che vedo entrando in open art si intitola Am I You
E' evidente il richiamo al mondo del selfie, o - quanto meno - dell'immagine rubata in tutta fretta tramite il telefonino. E c'è in questa domanda "Sono te?" lo spaesamento di chi colleziona una serie grandissima di immagini che non riesce a catalogare, neppure a ricordare, tanto esse vengono accumulate in modo meccanico e compulsivo. Sono persone anonime. E anche noi stessi, rinchiusi nella prigione di un selfie abbiamo perso la nostra identità. Ciò che la foto non può rendere è il soffio del vento che scuote queste tele dipinte come se fossero gli ignavi danteschi, in perenne corsa, sospinti dalla moda che ci svuota della nostra personalità mentre cerchiamo di cogliere gli istanti della nostra vita mediante lo smart-phone.
 
openart roveredo 2018
 
Ma gli istanti non tornano più, dice questa scultura dominata da tre semisfere in acciaio in cui si riflettono deformati paesaggio e spettatori. E specchiandomi in quest'opera non medito sull'irripetibilità del momento ma sulla necessità di mettermi a dieta.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/8/2018 alle 13:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cappella di Santa Croce - Wawel Cracovia
9 agosto 2018
Non c'è solo la immaginaria chiesa di Combray a stendersi lungo una quarta dimensione - il tempo. Anche sul Wawel, la collina a sud di Cracovia, la cattedrale offre un viaggio attraverso i secoli partendo dalla regina Edwige nel XIII secolo per scivolare ai piedi di Woytila che la ha canonizzata.
 
A poca distanza tra loro si trovano le insegne regali della summenzionata Edwige, l'altare a San Giovanni Paolo II, il neo-classico nero ed oro della cappella Vasa e l'ottocentesca rotonda dedicata alla famiglia Potocki.
 
Molto appariscenti, però senza la gloria della cappella di San Sigismondo, di un purissimo stile rinascimentale. Perfetta ed armoniosa. Peccato che sia chiusa da una cancellata che rende impossibile godere non solo della simmetria ma anche di un altare con pannelli in argento che - a mio umile avviso - avrebbero meritato molto.
 
Mi rifaccio a inizio navata con la Cappella di Santa Croce. Anche qui c'è il solito sepolcro del solito sovrano polacco. Ho perso il conto dei regnanti che riposano qui... per inciso si trova, in compagnia della signora, pure Lech Kaczynski, il furbastro che volendo volare con un tempo inclemente ha fatto perdere la vita - oltre che a sé - a quanti si trovavano sull'aereo presidenziale diretto a una cerimonia commemorativa delle vittime di Katyn.
 
Nella cappella di Santa Croce ci sono due bellissimi altari in gotico internazionale e una fantastica serie di affreschi in stile greco bizantino. Non ci si prende neanche la fatica di indicare i lineamenti dei volti: bastano gli ovali per indicare gli angeli.
 
croce
A Vasari non piacevano queste figure "greche". Posso anche capire il suo punto di vista, ma trovo in queste opere una essenzialità che punta dritta alla testa più che al cuore di chi guarda. Le figure lunghe ed affusolate hanno una irresistibile modernità, il dettaglio inutile è omesso. E se non altro come reazione all'appariscenza controriformista della cattedrale mi trovo a mio agio in questa religiosità asciutta e concreta.

 




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/8/2018 alle 12:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lotta agli insetti molesti: Lohengrin Bayreuth 2018
1 agosto 2018
Krethina Wagner ha avuto un'idea che può risollevare le sorti di molti teatri lirici: perchè non inserire gli sponsor dentro lo spettacolo?
 
Il pubblico ritrova sulla scena i fastidiosi insetti che lo hanno tormentato nell'arsura di questa estate francone. Non c'è alcun logo pubblicitario esplicito, ma la luce azzurrina che circonda tutti, lo stesso colore della tuta da uomo del gas di Lohengrin suscitano l'immediato collegamento con le piastrine del Vape. E anche nel terzo atto il giallo e l'arancio della dimora di Elsa e Lohengrin evocano il logo dell'Autan.
 
Bisogna ammettere che il pubblico non sembra aver manifestato alcun particolare fastidio per questo allestimento. Non capisco perchè: le scene sono brutte come sempre, i costumi trasudano il solito cattivo gusto. Non si può neppure parlare di movimenti scenici sballati, visto che cantanti e coro più che insetti sembrano dei sedani.
 
Mi spiace molto per la nipotina Wagner: lo spettacolo è partito con il piede sbagliato. Il forfait di un tenore in disarmo che neppure conosceva la parte ha fatto piombare un polacco con una voce bella, rotonda, davvero eroica, che incarna perfettamente il protagonista. Un disastro per la bella Krethina. Non le va meglio con Elsa e Ortruda le quali hanno superato le difficoltà della parte, se pur con qualche ammaccatura (ma la Foster non sa cantare neanche all'inizio di carriera, figuriamoci all'età della Meier). Katharina aveva posto molte speranze in Konieczny, un basso che riesce sempre ad essere mediocre, ma che qui è riuscito a farmi ricordare Siegmund Nimsgern nei suoi momenti meno peggiori.
 
E poi c'è Thielemann. Mi sono messo a ridere quando - sul finire della sezione centrale della marcia nuziale - ha esposto con molto sentimento ed enfasi la stupenda frase affidata al corpo degli archi. Si sentiva che ci prendeva gusto, tanto da rallentare sensibilmente il tempo. Un erroraccio! In partitura Wagner si limita a chiedere un tempo più lento per la parte centrale, senza prevedere un ulteriore allungamento dei tempi.  Petrenko si sarebbe adeguato a questa indicazione. E tanto per cambiare avrebbe avuto ragione. Però... come era bello quel rallentando. Non ci rinuncerei per niente al mondo.

 




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Parsifal secondo Kirill Petrenko a Monaco (2018)
21 luglio 2018
Qualsiasi bambino si stringe ai genitori quando il tremolo degli archi gli fa presagire l'arrivo della strega cattiva di Biancaneve e i sette nani. Io invece, quando in questo Parsifal monacense noto il cambio di atmosfera con cui Wagner prepara la descrizione dello scontro Amfortas-Klingsor, non ho alcuna reazione particolare. Forse proprio perchè sul podio non c'è il mestierante anonimo che lavorava per Walt Disney ma un vero divo della direzione orchestrale incapace di narrare una storia con la musica.
 
kirill petrenko
 
La telecamera rinuncia a seguire cosa succede sulla scena per soffermarsi sul suo dolcissimo sorriso e per consentirci di contare le gocce di sudore che imperlano la sua profondità metafisica. Kirill Petrenko mi ricorda Yuja Wang: tecnica strabiliante, pieno possesso della partitura, resa con totale precisione. Nessuno padroneggia i quadri di Petruska come fa lei... peccato che dopo io torni a Pollini. Ed anche con Petrenko rivaluto Boulez, che corre allo stesso modo ma con una differenza sostanziale: Kirill Petrenko va di fretta perchè non sa cosa dire. E se stamane mia moglie avesse usato la stessa flemma di Gurnemanz nel svegliare Kundry al terzo atto avrei fatto tardi sul lavoro.
 
Kaufmann mi fa pena: le mezze-voci non nascondono lo sfacelo di una voce che paga a caro prezzo ogni acuto emesso. Gerhaher vorrebbe fare un Amfortas chiaroscurale... le sue mezze-voci sono però scolorite e stonate. Perchè, visti i mezzi vocali ed intellettivi che possiede, non ascolta qualche vecchia incisione di Dieskau? Buoni Koch (Klingsor) e Pape (Gurnemanz) - affaticato però nel terzo atto; incredibile Nina Stemme.
 
Pierre Audi e Georg Baselitz firmano regia e scene. Può essere fastidiosa l'oscurità degli atti estremi - a parte il porpora del Karfreitag. Non mi è piaciuto il fatto che l'interno del tempio del Graal non sia abbastanza diverso dall'esterno. Ho trovato bellissima la scena del secondo atto e mi sono ritrovato nel mondo artistico di Baselitz quando ho visto le membra grasse e flaccide di cavalieri del Graal e fanciulle-fiore.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/7/2018 alle 7:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ariadne auf Naxos - Aix-en-Provence 2018
14 luglio 2018
Non necessariamente chi ben comincia è a metà dell'opera. Katie Mitchell parte con un Prologo perfetto e crolla già all'inizio dell'Opera.
 
Angela Brower è la compositrice: siamo infatti ai giorni nostri, in cui anche le donne possono essere creative. Certamente questo cambio di sesso pone alcuni problemi: la frase di Zerbinetta sul "bel moretto dagli occhi scuri come sei tu" si riferisce qui ad uno dei suoi compagni di troupe. E soprattutto il duetto d'amore tra Zerbinetta e il compositore si risolve in un dialogo tra colleghi al termine del quale, inconsciamente, la compositrice si avvicina alla soubrette per baciarla, salvo svegliarsi e interrompere l'atto quando Zerbinetta si tira indietro. Bellissimo.
 
Indimenticabili lo sculettante Freddy Mercury maestro di danza (Rupert Charlesworth) e il maestro di musica - qui un basso non ancora a fine carriera (Josef Wagner). Bella e giusta la recitazione del maggiordomo (Maik Solbach).
 
E' però su questo versante che vengono i guai dell'Opera. Infatti prima che inizi l'Ouverture ci sorbiamo un nuovo intervento affatto inutile del maggiordomo. Dato che però le disgrazie non vengono mai da sole ci sono i mecenati (marito e moglie, lui in abiti femminili e lei - ovviamente - maschili). Questi addirittura parlano durante l'opera nonchè sulla straordinaria apoteosi finale.
 
Se la Mitchell avesse consultato anche un bignamino dedicato a Hoffmansthal avrebbe appreso che nel passaggio dal Borghese Gentiluomo all'Ariadne definitiva è sparito il mecenate che organizza lo spettacolo.
 
E a ragione. E' un classico di Hoffmansthal che il personaggio che mette in moto la macchina teatrale rimanga assente dalla scena (Agamennone, Keikobad, Posidone nella Elena Egiziaca, ma addirittura la Marescialla - che sparisce dalla fine del primo atto fino all'ultima mezz'ora del Rosenkavalier).
 
E' dunque contrario alla poetica dell'autore mostrarci il più ricco uomo di Vienna (sdoppiato o meno poco conta). E ancora più assurdo farlo comparire da protagonista nella chiusa in cui il teatro scompare per la metamorfosi/apoteosi - altro carattere tipicamente hoffmansthaliano - della fine. Questa Mitchell dimostra di non aver capito niente non solo della Ariadne ma pure più in generale di Hoffmansthal. E a questo punto tutta la seconda parte di questa rappresentazione perde senso, nonostante molti spunti niente affatto disprezzabili.
 
Meritano di essere ricordati Eric Cutler che riconferma come Bacco di sapere il fatto suo e Marc Albrecht
 
Visibile su Arte.tv



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/7/2018 alle 16:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il cigno spennato di Lohengrin alla Monnaie (2018)
3 maggio 2018
Dopo aver sentito la Pankratova nella parte di Ortrud mi viene spontaneo alzare un beethoveniano inno di ringraziamento alla Divinità perchè erano secoli che la spietata antagonista di Elsa non mi appariva in tutta la sua sulfurea bellezza. Ed anche Eric Cutler è un Lohengrin dalla voce brunita e buona che cresce bene durante tutta l'opera. Il suo duetto del terzo atto con Ingela Brimberg ha offerto un bel diversivo dagli sbianchettamenti del povero Vogt. Era cominciata male con un araldo (Werner van Mechelen) che il cavaliere del cigno non sarebbe riuscito a sentire neanche se fosse stato alle sue spalle ed invece, poco alla volta, mi sono lasciato prendere da questa lettura vigorosa, forse troppo rapida (una gara di centometristi durante la marcia nuziale) ma in complesso niente affatto male. 
 
Che invece mi pare mediocre è la regia di Py che ci immerge in una costruzione cilindrica diroccata che ruota su se stessa. Nel terzo atto i soliti busti ed oggetti non identificati (un veliero, un tempo greco) con cartelli scritti in gotico. Ovviamente non mi è piaciuto perchè mancava il busto di Wagner che qualunque regista moderno inserisce.
 
Così come non ho gradito il continuo girovagare di Gottfried che, pur essendo stato soffocato con un cuscino dalla perfida Ortrud, continua a presentarsi ad ogni momento. Lohengrin, in scena già da tempo, lo prende per i piedi per farlo piroettare in scena mentre del cigno si vedono solo delle piume svolazzanti. Nel finale viene consegnato, a mo' di pacco Amazon, il cadaverino del principe brabanzano.
 
In fondo mi dispiace che il ragazzino abbia incontrato una simile fine prematura: sarebbe stato molto meglio se al suo posto ci fosse stato Olivier Py. 
 
A partire dal giorno del compleanno di Wagner il video sarà disponibile in streaming sul sito della Monnaie



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/5/2018 alle 12:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il 1883 nel diario di Cosima Wagner
8 aprile 2018
Ha del Gustav Aschenbach il vecchio Wagner, seduto con aria tra il divertito e il frastornato al tavolino di un caffè mentre attorno a lui impazzano le ultime sere del carnevale veneziano. Sulle sue labbra l'accenno di una canzoncina, "Arlecchino, devi morire" - più simile al "Du lieber Augustin" che all'Adagetto di Mahler. Osserva i passanti mentre beve champagne o birra. L'alcool è veleno per lui e questi sgarri dietetici hanno per conseguenza dei dolori lancinanti. Ma lui fa di testa propria, tanto... Arlecchino, devi morire.
 
... il barbiere dice che il mio italiano sta facendo passi da gigante. Anche stamattina gli ho fatto una battuta di spirito nella sua lingua. Piova fruttuosa. Sempre meglio del francese che proprio non sopporto. Meno male che Franz se n'è andato. Il nostro palazzo è troppo piccolo per ospitare anche lui. Non c'è spazio. Non c'è neanche la mia biblioteca. Quella sì che mi manca. Franz no. Quel continuo cicì e ciciò con Cosima mi infastidisce... cosa abbiano sempre da dirsi... e poi mi batte sempre a whist. Grand'uomo, chi dice di no? E' l'unico che sappia suonare la 106. Ma le porcherie che sta scrivendo adesso... Non mi piacciono. E gliel'ho anche detto in faccia. Cosima si arrabbia, dice che ci resta male. Ma io son fatto così, non ce la faccio a tacere quello che penso. Cosima si crede la virtù in persona, sempre lì a cercare di rimediare alla mia mancanza di diplomazia. E crede che non mi accorga che mi tiene nascosto tutto quello che può disturbarmi? Neanche fossi un bambino...
 
... che poi, mica lo capisce che mi resta poco... sì, i massaggi di questo dottore nuovo mi fanno stare meglio, ma ci vuole altro... alla minima fatica mi brucia e mi stringe qui il petto... mi tocca fermarmi ed aspettare che passi...
 
... Adesso vediamo cosa esce con il saggio sull'eterno femminino. Sarà l'ultimo. Al massimo scrivo qualcosa sulla musica religiosa italiana. Bello l'articolo di Cos sui Bayreuther Blatter. Solo una donna poteva mettere le cose tanto bene. Non so cosa sarebbe stato di me senza di lei. Dovevamo metterci assieme un quindici anni prima... ormai... è andata così. Inutile pensarci. Del resto, ho passato la giovinezza in un ambiente mediocre... poi ho trovato solo gente che mi ha deluso e tradito. No, meno male che ci sono Cosima e i bambini. Non riesco ad immaginare cosa sarei senza... il Re? Penoso, a fare il Re Sole alla Residenza. Perchè Rotschild non potrebbe darmi un milione?
 
... Bella l'idea di ieri. Mica sono Schumann o Brahms che fanno musica senza avere idee! Non ha senso scrivere sinfonie beethoveniane, in più movimenti con i temi contrapposti. Meglio un filo che si dipana, come nella Marcia Imperiale. Basta con il teatro. Meno male che Neumann non dà l'Anello qui a Venezia. Bayreuth... tempo di merda, un postaccio che non mi ha dato niente. Nessun senso dell'ideale, pensano solo ai soldi che ci possono guadagnare. Ci diamo una decina di rappresentazioni di Parsifal questa estate. Sarebbe bello rappresentare tutte le mie altre opere, cominciando da Tannhauser. Magari se ne occuperà Fidi. E' in gamba quel ragazzino. Forse un po' troppo tenero. Chi è meglio come precettore? Glasenapp... Stein? Boh... Arlecchino devi morire!"



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/4/2018 alle 16:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il 1878 nel diario di Cosima Wagner
14 marzo 2018
La mattina di Natale del 1878 Cosima viene svegliata da uno strano rumore proveniente da basso. Nel salone di Wahnfried c'è un'intera orchestra sinfonica che sta suonando il preludio di Parsifal, che Richard ha orchestrato apposta per dare alla moglie un regalo di compleanno - e Natale - non meno straordinario dell'Idillio di Sigfrido.
 
E' un episodio - inspiegabilmente meno noto di quello analogo di Triebschen - che corona un anno sereno e felice. Per la prima volta nella sua vita Wagner può comporre nella tranquillità, senza assilli e problemi. Ed infatti il Parsifal scorre dalla sua penna senza intoppi, tanto che a fine anno è già partita la composizione del terzo atto.
 
Noi che sappiamo come andranno le cose leggiamo con preoccupazione che sono comparsi dolori frequenti all'emitorace sinistro. Oggi nessuno avrebbe risparmiato almeno un eco-cardio al compositore. Allora ci si accontentava di bere l'acqua di Ems e di cercare un formaggio meno pesante per cena. Richard però non sembra farsi illusioni e dice a Cosima "morirò senza che tu te ne accorga".
 
Le descrizioni molto dettagliate delle giornate ci offrono una vista molto precisa della vita a Wahnfried: discussioni, letture, ascolti musicali. Si spazia da Turgeniev a Leopardi. Gli immancabili Bach, Mozart e Beethoven ma anche - molto meno prevedibili - Chopin, e Mendelssohn.
 
Che però Wagner adorasse Meerestille und Gute Fahrt lo avevamo capito però dal plagio che ne aveva fatto nella Columbus-ouverture.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/3/2018 alle 8:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Korngold - Die Tote Stadt - Holten Helsinki (2010)
26 febbraio 2018
Paul ha trasformato il proprio appartamento in un mausoleo dedicato al ricordo della moglie morta: il pavimento è cosparso di reliquiari, sugli scaffali delle pareti laterali ci sono fotografie della defunta. A differenza di quanto previsto dal libretto, Holten ci propone non un ritratto ma la morta in carne ed ossa, che esce da sotto la coperta del letto posto in mezzo alla stanza. E' il solo Paul a vederla e ad interagire con lei. Durante la parte finale della lunga fase onirica la sua immagine appare sbiadita, come in una fotografia ingiallita. E' un espediente che ci prepara al complesso finale: all'abbandono da parte di Paul dei luoghi in cui egli ha conosciuto sì la felicità ma anche il dolore di una perdita.
 
Irreparabile? Il regista potrebbe dare la risposta che non troviamo nel libretto. Holten preferisce tacere e lasciare aperto il finale. Con questa provvidenziale reticenza egli salva uno spettacolo bellissimo in cui non ha sbagliato alcuna mossa. I colleghi di Marietta sbucano dal letto, che usano come se fosse una barca a remi; la processione mostra figure che sbucano da finestre simili a quelle dei calendari dell'avvento, aperte sulle case di una Bruges rosso sangue che occupa lo sfondo di una scena interamente scura.
 

Paul, un ruolo in cui predomina l'elemento lirico, tormentato e difficile, che si macera nel proprio dolore intimo e rifiuta il mondo esterno sembra pensato apposta per Klaus Florian Vogt, che conferma per l'ennesima volta di dover scegliere attentamente quali personaggi mettere in repertorio. Al suo fianco Camilla Nylund è credibile e spumeggiante, una donna piena di vita e allegra il cui arrivo deve scuotere il mondo interiore di Paul.

Ottimi gli altri cantanti e del tutto notevole la direzione d'orchestra assicurata da Mikko Franck.

 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/2/2018 alle 10:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tempo ritrovato a Villa Massena in Nizza
29 dicembre 2017
Il pianterreno della villa Massena di Nizza stupisce il visitatore con uno scenografico ingresso in marmo cui segue una infilata di stanze rivestite interamente da pannelli di legno stile impero. Immagino che quei signori che si chiamano come un ponte (Iena) che Oriane de Guermantes rifiuta di andare a conoscere abitino una casa simile a questa villa Massena.
 
Una calda alternanza di marrone, nero ed oro, aquile, trofei, cornici dorate che racchiudono i momenti culminanti della vita del maresciallo Massena.
 
É curioso il fatto che queste decorazioni provengano dal castello di Govone, in provincia di Cuneo, uno dei tanti esempi del l'indifferenza con cui da secoli trattiamo un patrimonio che suscita l'ammirazione degli stranieri. Quello che non si può asportare - i soffitti del castello - è stato riprodotto fedelmente e crea un ambiente molto raffinato.
 
Dei molti oggetti esposti ho particolarmente apprezzato un tavolo rotondo sorretto da leggiadre sfingi dorate che precorrono benissimo il liberty - non mi stupisce che Swann abbia consigliato a Oriane di tirare giù dalla soffitta di Guermantes il suo prezioso mobilio impero. C'è una sottile continuità di gusto tra inizio e fine ottocento.
 
Anche nei piani superiori ritrovo l'ombra di Proust. Davvero debbo cacciarmi a Cabourg per vedere Balbec? I dipinti e le foto di Nizza a cavallo di XIX e XX secolo mostrano una diga con tanto di casino, il concerto della banda, bagnanti e fanciulle in fiore che passeggiano davanti a lussuosi alberghi. Non mancano corse ippiche, velieri, anche manifestazioni aeree (Agostinelli muore in un incidente aviatorio proprio qui, a Nizza). C'è anche una foto del Laghet, tanto per mettermi in contatto con Odette de Crécy...



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/12/2017 alle 17:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Racconti giovanili di Thomas Mann
4 ottobre 2017
 Ho trovato nella collana degli Oscar Mondadori una raccolta di scritti giovanili di Thomas Mann.
 
Di tutti i racconti compresi nel volume, l'unico che conoscessi era "Sangue Velsungo", una storia d'amore incestuoso nel mondo dell'alta borghesia sullo sfondo di una galeotta rappresentazione della Valchiria. Anche se avrei preferito un riassunto più succinto dell'opera wagneriana si tratta pur sempre di una pagina molto raffinata che rimanda sia a Musil che a certa letteratura gotica, con questi due fratelli che nascondono sotto un aspetto esteriore angelico un cuore corrotto ed impuro.
 
Trovo già presenti molti temi dei lavori più celebri di Mann: la decadenza delle grandi famiglie borghesi, l'aspetto fisico che riflette l'alterità dell'artista, la sua incapacità di omologarsi agli altri (anche nel bambino prodigio che - pur nella sua istrionicità presenta dei tratti da artista nato). Addirittura nella scazzottata sulla spiaggia tra Jappe e Do Escobar riconosco un'eco della lite tra Tazio e gli altri ragazzi al termine di Morte a Venezia. E che dire del piccolo signor Friedemann, innamorato di una bella donna e, condannato a morire, come il nano di Zemlinsky, vittima della propria deformità?
 
Ma più che questi riflessi dei grandi lavori a venire è commovente riconoscere i primi passi del grande artista, anche in un raccontino convenzionale come Perduta.
 
Come canta Wolff all'inizio del suo libro di canzoni spagnole "Anche le piccole cose possono incantarci .




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/10/2017 alle 7:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il museo delle belle arti di Arras
7 agosto 2017
Arras non è Firenze, nè il suo museo è gli Uffizi. Nonostante questo - o magari, proprio a causa di ciò, mi è sottoposto un questionario di gradimento in cui mi si domanda perché ho visitato questo museo, se ci tornerei, cosa vorrei ritrovarvi in più e quali opere mi abbiano particolarmente colpito.
 
Questa ultima domanda mi ha imbarazzato perché sono state molte le opere da mettere in lista.
 
Inizio con una testa di Crocifisso dall'espressione tranquilla e serena: un adolescente che riposa. E subito dopo un transi: una pietra tombale che raffigura un morto in decomposizione. Il ventre squarciato, il teschio che affiora dalla carne. Com'è più tranquillo il piccolo memento mori in deposito dal museo di Cluny.
 
C'è poi una sala dedicata a tele di grande formato destinate ai pilastri di Notre-Dame. Non impazzisco per la pittura francese del 600. Rigida e retorica: trovo un Cristo che caccia i mercanti dal tempio più simile a Zeus che brandisce i fulmini. Per giunta é tutto molto statico, anche il bue che un giovanotto dovrebbe trattenere con le corde sembra pacifico, niente affatto desideroso di andarsene.
 
In compenso c'è tantissima serenità e poesia nella vicina "Fuga in Egitto" di Louis de Boullogne.
 
Non intendo dilungarmi in uno stucchevole elenco di opere. Segnalo solo, come conlusione, un tale Gustave Colin di cui sono esposti vari quadri di ambientazione basca tra i quali una tauromachia paesana, formicolante di colori e vita.
 

arras





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/8/2017 alle 5:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Reims: Museo del Tau
2 agosto 2017
Ho sempre pensato che, a differenza di musica e teatro, le arti figurative non fossero soggette alla variabilità dei modi con cui il pubblico si avvicina ad esse.
 
Il Museo del Tau mi obbliga a rivedere le mie convinzioni. Cosa di più abnorme del metterci sul medesimo piano di opere pensate per essere viste a grande distanza e dal basso? Anche facendo la tara del modo con cui il tempo ha rovinato le sculture, le copie che si trovano in facciata hanno un effetto più potente degli originali perché messe nel modo "giusto" e ideale per fruirle.
 
Eppure é anche vero che averle all'altezza dei nostri occhi permette di gustare meglio i dettagli che altrimenti andrebbero persi. Il famoso "Angelo del sorriso" isolato, lontano dai suoi compagni, si dona meglio alla mia curiosità, però la sua serenità rifulge meglio sulla piazza, dove offre una  più elettrica visione di beatitudine.
 
Mi viene in mente Nattiez, secondo il quale nella  messa in scena teatrale si è spesso costretti a tradire la lettera delle didascalie. Il museo del Tau può essere visto come una pièce di teatro i cui attori sono le statue della Cattedrale.
 
Ma non solo le statue: questi originali sono infatti solo una parte della storia.
 
Ci sono dei bellissimi cicli di arazzi, splendidamente conservati ed esposti secondo una logica narrativa che mi conferma che mutare il quadro espositivo non è molto diverso dal trasporre il Giulio Cesare di Händel ai giorni nostri.
 
Le storie del Re Clodoveo sono messe vicino al tesoro in cui é esposto il reliquiario che contiene i resti dell'olio santo usato per tutte le consacrazioni di Re, dal tempo di Clodoveo fino alla Restaurazione. Il Cantico dei Cantici e le storie di Maria culminano nell'incoronazione della Vergine come se tutto il museo fosse un inno mariano.
 
Le diverse opere esposte dialogano tra di loro per raccontarci una storia che dipende dalla loro disposizione.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/8/2017 alle 5:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rienzi al Capitole di Tolosa (2012)
19 luglio 2017
Quando durante l'ouverture sfilano immagini di manifestazioni di piazza e scontri con la polizia penso che mi toccherà il solito Rienzi politicizzato e fermerei anche la registrazione se non fosse che Pinchas Steinberg sta dirigendo bene, con molta grinta e tempi stretti, valorizzando nel giusto modo questo brano sinfonico.

Con l'inizio dell'azione mi rendo conto che la regia di Jorge Lavelli ha cambiato idea: una scena scura, chiusa da pareti di ferro che sembrano provenire da un Fidelio, dominanza di azzurro e bianco, l'unica nota di colore - rosso - gli abiti di Irene e del dantesco cardinale. Il coro si muove poco. Tutto estremamente minimale, nella gestualità come nell'assetto scenico. Non è però un male: tutto questo sottolinea la grande abilità con cui il giovane Wagner costruisce le situazioni drammatiche. La lettura, visiva e musicale, di questo Rienzi mi conferma le qualità di un lavoro ingiustamente negletto dai teatri d'opera.

Rienzi e Olandese Volante sono due opere bifronti che da un lato guardano a modelli affermati - rispettivamente Meyerbeer e Weber - ed offrono le soluzioni formali convenzionali previste dai lavori alla moda; dall'altro però anticipano molti schemi narrativi e musicali che troveremo nel Wagner maggiore. Certamente l'Olandese è più maturo, tanto che al compositore bastano poche modifiche per spacciarlo come primo "dramma musicale wagneriano". Il Rienzi però non è da trascurarsi e - specie nella seconda parte - contiene spunti interessanti.

Proporre quest'opera in modo da sottolineare quanto in essa anticipa il signore di Bayreuth impone dei tagli, anche consistenti: qui a Tolosa Steinberg elimina tutto il balletto (meno male, una delle pagine più brutte di tutta la storia della musica) nonchè tante ripetizioni inutili - nulla di anomalo, pensiamo al taglio degli stretti nei concertati dell'Olandese. Ci troviamo così con un Rienzi coerente e concentrato. Non un pot-pourri di "best of" ma con un'opera che può benissimo, in questa forma, ambire ad entrare a pieno titolo nel repertorio.




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Caravaggio e Monteverdi - Cremona
9 luglio 2017
caravaggio
 

Il punto culminante della mostra è un dipinto di Caravaggio in cui un giovane vestito di bianco è intento a suonare un liuto non molto dissimile da quello che è esposto in una delle vetrine del museo. Davanti a lui un brano di musica, un violino e una natura morta di frutta e fiori. Penso a un'allegoria dei cinque sensi: il musicista pare troppo giovane per essere un cortigiano. Il personaggio ritratto da Caravaggio è comunque raffinato, l'abito bianco può far pensare a una ricreazione dell'antico. Un po' quello che si cercava di ottenere con il nuovo genere di teatro in musica.450 anni dalla nascita di Monteverdi. Di tutta la sua vasta produzione i curatori della mostra hanno tenuto presente il solo Orfeo. Non a torto. Monteverdi vi ha inventato tutto quello che noi ci aspettiamo dal genere operistico: arie, concertati, recitativi... ci sono perfino i leit-motiv. E neppure mancano delle indicazioni precise su quali strumenti debbano intervenire in un preciso istante. E' quello che noi chiamiamo orchestrazione.

Ecco perchè, incastonati nel quadro del museo del violino, si trovano esposti gli strumenti usati nell'Orfeo. Forse sarebbe bello anche ascoltarli, mentre le sale sono invase dalla ripetizione in fase alla Steve Reich della Toccata e del Lasciate i monti... La mia audioguida è anche desolatamente silenziosa, penso con invidia al museo degli strumenti meccanici di Utrecht che riesce a farci ascoltare i suoni senza creare la cacofonia. In fondo però c'è una sala video in cui scorre l'allestimento della Monnaie con Rene Jacobs, una bella celebrazione dello spirito del divino Claudio.

La mostra chiude il 23 di luglio 2017.-




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Alessandro Piperno - Quando la storia finisce
26 maggio 2017
Matteo Zevi torna da un pluriennale esilio forzato in California alla nativa Roma, lasciata perchè un creditore voleva ammazzarlo. Vi ritrova le due mogli con altrettanti figli, e poi amici, luoghi noti... non sarà però facile per Matteo farsi accettare di nuovo dal vecchio ambiente.

Siamo nel mondo dell'alta borghesia ebraica di Roma. Piperno la descrive con penna arguta, divertente. Si trovano belle immagini, pagine intrise di umorismo agro-dolce. La storia però non decolla, anzi, a metà libro la trama comincia a sfilacciarsi. Personaggi che rimangono nell'ombra o spariscono letteralmente senza un perchè (la prima moglie di Matteo, il mellifluo e minatorio carabiniere dei NAS), storie che fingono di svilupparsi (tutte quelle che riguardano Martina, carattere assai promettente e sfaccettato ma che rimane confuso e velleitario).

Vorrei ma non posso... troppa carne al fuoco per un romanzo che deve restare entro la lunghezza voluta dai parametri del marketing? A un certo punto Piperno, chiaramente in difficoltà con la propria storia, ricorre a un trucco vecchio come il mondo: il deus ex machina.

La storia finisce con un botto che spazza via ciò che abbiamo avuto prima senza risolvere in realtà un bel niente: la aliyah di Giorgio e Sara è del tutto priva di preparazione e nulla di quanto è stato raccontato in precedenza la giustifica. Non ci sono solo i funzionari israeliani a chiedere a Giorgio il perchè di questa scelta ma anche - e soprattutto - i lettori.

Un romanzo con ottime premesse, di uno scrittore sicuramente molto capace. Peccato che per finire una storia sia necessario pure cominciarla e svilupparla adeguatamente.



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Centro megalitico di Saint Martin de Corléans ad Aosta
20 maggio 2017
Sono passati quasi cinquant'anni da quando, scavando per costruire dei banali condomini, si scoprono dei resti preistorici. Intervengono le belle arti, i piani abitativi e commerciali sono abbandonati ma bisogna arrivare al XXI secolo perchè veda la luce un modernissimo museo che contrasta non poco con l'adiacente chiesetta di montagna di Saint Martin de Corléans.

Sicuramente il lavoro effettuato per riportare alla luce l'area è imponente e sarebbe anche ingiusto dire che in questo mezzo secolo la montagna ha partorito un topolino.

Il museo di Saint Martin de Corléans è costruito attorno a una tomba a forma di dolmen di grandi dimensioni, attorno ci sono le stele, pozzi e fori in cui erano infissi dei pali, resti di suolo arato, un altro dolmen più piccolo e semplice. L'illuminazione dell'insieme - visibile anche dall'alto - è fatta in modo da creare l'idea dell'aspetto che il luogo assumeva nelle diverse fasi del giorno.

Bello. Però ancora più interessante la parte museale in cui viene descritto in modo particolareggiato ciò che si è appena guardato da lontano. Sono anche esposte le stele originali, in modo che il visitatore possa studiare ciò che i nostri antenati hanno fatto. Non ho potuto fare a meno di pensare al piccolo museo di Pontremoli, con le statue-stele della Lunigiana. Se c'è la stessa schematicità nell'incidere la forma di arti ed armi, gli antichi valdostani sono molto più abili nel disegnare gli abiti, nel mostrare l'intreccio delle maglie che rivestivano i loro corpi.

E' uno squarcio molto interessante su un passato per definizione misterioso: l'assenza di scrittura ci obbliga infatti a fare congetture sul senso di quanto è arrivato fino a noi.





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Isabelle Huppert - Le cose che verranno
18 maggio 2017
Una serie di eventi inaspettati dà un forte scossone alla vita di Nathalie, una professoressa di filosofia sulla sessantina. Ma la vita va avanti lo stesso. Certamente, si inaugura un nuovo capitolo, come evidenzia il primo nipotino che la signora culla alla fine del film. Non possiamo però dire che il personaggio abbia subito una vera e propria evoluzione. I fatti sono scorsi su di lei senza averla modificata.
 

La Huppert descrive una persona anaffettiva, dura, sicura di sè e in apparenza impermeabile alle prove cui la vita la sottopone. Cambia fatalmente la visione che ha delle persone con cui ha costruito la propria vita ma - almeno in apparenza - non si trasforma il suo atteggiamento verso gli altri. Merito della filosofia? Del suo carattere? Il film non ci lascia una risposta definitiva. Mi domando quanto il film rifletta i fatti del nostro tempo: i nostri riferimenti sociali ed economici vengono stravolti in un attimo, presente e futuro appaiono indecifrabili. Il messaggio del film sembra essere che in fondo "panta rei", tutto scorre e non val la pena che ci affanniamo. Ogni cosa troverà da sè una sistemazione e le nostre esistenze proseguiranno senza che dobbiamo fare qualcosa.E' una pellicola di gran pregio prodotta da "Les films du losanges", un marchio che ogni estimatore di Eric Rohmer ricorda perfettamente. A Rohmer rimanda la predilezione per i ritmi lenti, i dialoghi intensi, la citazione letteraria adeguata. E' cinema francese (o francese è sinonimo di cinema?) della miglior qualità.

La Huppert è circondata da un ottimo cast. Un film da vedere



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Santa Croce a Bosco Marengo (AL)
18 aprile 2017
Il cadetto della famiglia Ghislieri, Michele, non abbastanza forte per affrontare la "bella vita militar" era obbligato a scegliere la carriera ecclesiastica, dove ebbe tanta fortuna da diventare Papa con il nome di Pio V. Anche nella lontana e sfarzosa Roma egli non dimentica la natia Bosco Marengo dove fa costruire un gigantesco convento in cui secondo le sue intenzioni sarebbe dovuto venir sepolto. Purtroppo a causa dell'elezione papale il mausoleo fu destinato a restare cenotafio.

Un così illustre concittadino ha regalato a Bosco Marengo un monumento cui hanno lavorato alcuni importanti artisti dell'epoca. Vasari e la sua bottega allestirono un altare (macchina) di cui sopravvivono alcune parti in legno e i dipinti. Le grandi opere di Vasari (Adorazione dei Magi e Giudizio Finale) sono nell'attigua chiesa, mentre il museo ospita i quadri che raffigurano scene bibliche ed episodi dell'agiografia domenicana. Un reperto interessante è un lungo drappo a ricamo, restaurato di recente, che mostra Cristo mentre sta per essere inchiodato alla croce.

Sono visitabili anche gli edifici conventuali, usati per molti anni come riformatorio (di cui si vedono ancora le celle e la cappella, già biblioteca del convento). Più recentemente Santa Croce è divenuto sede del World Political Forum. E' stato anche approntato tutto quanto serve per un master sul restauro... ma tutto è fermo e bloccato. Il solito denaro pubblico speso inutilmente.

E' un discorso complesso che - a mio parere - si lega a un sistema paese affatto disfunzionale. In Francia un simile complesso sarebbe la tappa fondamentale di qualche rinomato percorso turistico-culturale. Noi invece ci accontentiamo della buona volontà di un paio di persone che affrontano come meglio possono, se pur con ammirevole passione ed affetto, i turisti che hanno deciso di trascorrere il pomeriggio di Pasquetta a Bosco Marengo. Mi ha fatto ridere la piccola discussione tra moglie (alla biglietteria) e marito (cicerone) che si lamenta perchè sarebbe stato facile immaginare un grande afflusso di visitatori. Ma allora non saremmo in un paese dove non si può fare la guida turistica senza l'immancabile patentino e dove assumere anche un solo avventizio espone a oneri che scoraggiano chiunque voglia pensare un po' in  grande.

Bosco Marengo è nella lista dei luoghi del cuore del FAI. L'Italia avrà forse un cuore, manca però certo di un cervello.




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De Giovanni - Cuccioli per i bastardi di Pizzofalcone
10 aprile 2017
Gli indesiderati della polizia italiana finiscono a Pizzofalcone, commissariato di Napoli centro: c'è il presuntuoso, l'abulico, il caratteropatico violento, quella che spara anche ai propri superiori... Se Camilleri sostituisce a Vigata il cassoulet con la caponata qui si crea l'ambiente usando dei personaggi che gli anglosassoni definirebbero underdog: degli sfigati cui non potrà mai arridere il successo.

Ovviamente, come previsto dal genere, le cose andranno diversamente: l'ispettore Loiacono, trasferito qui per collusione con la mafia, mostra di essere in gamba e di risolvere brillantemente i casi che gli capitano. In questa occasione i cuccioli sono una neonata abbandonata vicino alla spazzatura e randagi misteriosamente spariti dal quartiere.

Con la Napoli contemporanea De Giovanni ottiene risultati molto più convincenti che con i polizieschi di epoca fascista. Il libro è non del tutto originale (trovo degli echi del Confidente della Grémillon e situazioni riprese dal commissario Ricciardi) ma efficace ed è un buon giallo.



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Simenon - Il passeggero del Polarlys
7 aprile 2017

Un topos della letteratura giallistica è il delitto avvenuto in un luogo chiuso e isolato. In questo caso siamo su un postale - il Polarlys - che copre la rotta Amburgo-Kirkenes. Non c'è però la schematica successione degli interrogatori dei sospetti a cui - nel corso di una drammatica riunione in sala mensa - il sagace investigatore dalle cellule grigie molto sviluppate svelerà la soluzione del giallo.

Il comandante del Polarlys non segue alcuno schema, a rigore non ha neppure il dovere di indagare. E' un uomo comune, buon padre di famiglia che si concede ogni tanto una scappatella con qualche passeggera, che si incapriccia anche della avvenente Katia. E che cerca di capire cosa succede, di tenere in piedi la sua missione di arrivare a Kirkenes, oltre Capo Nord. Non cerca di ristabilire l'ordine spezzato dal delitto. Anzi, alla fine vedremo la persona responsabile di tutto fuggire verso l'impunità oltre il confine con la Russia.

E' un bellissimo testo, dalle movenze conradiane: ci troviamo in mezzo allo scatenarsi della tempesta, con un secondo ufficiale appena uscito dall'Accademia che diventerà adulto in questa prima crociera. C'è perfino l'idea di un malocchio gettato su questa traversata.



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Noam Chomsky - Chi sono i padroni del mondo
25 marzo 2017
Questo libro è una macchina del tempo che mi riporta all'adolescenza: è dall'epoca del liceo che non trovo una prosa tanto infiammata contro l'imperialismo yankee. Anche il titolo riecheggia una canzone in cui David Crosby si chiedeva quali sono i nomi di chi governa in modo tanto dissennato questo paese. Il guaio è che mi trovo a rivolgere a Chomsky la stessa obiezione che mi faceva mio padre quarant'anni fa: "prova un po' a dire queste cose in Russia".

Che JFK non sia stato il miglior presidente USA, che anche Obama - premio Nobel della pace sulla fiducia - sia stato deludente per molti versi, sono concetti che si trovano anche nella pubblicistica meno estremista. Il fatto è un altro: da che mondo è mondo chi detiene il potere fa tutto il possibile per mantenerlo. Se poi è anche ignorante e stupido combina solo dei guai senza fine. Il disastro in Iraq nasce in fondo dal fatto che il povero George Bush doveva trovare un'avventura all'estero che risollevasse la sua popolarità e che giustificasse tutti i soldi pubblici buttati in una macchina militare che quattro scalzacani armati di coltellini di plastica riescono a mandare in corto circuito. Ragionare sulle conseguenze delle proprie azioni - e quindi dell'opportunità di quanto viene fatto - è al di fuori della portata di una classe "dirigente" inetta che però abbiamo eletto noi. Tanto è vero che il malcontento dell'opinione pubblica continua a sfornare volti "antisistema" non necessariamente migliori di coloro che pretendono sostituire.

E poi lo aveva già detto il povero Karl Marx che è l'economia il motore della storia. Anche facendo la tara del suo conflitto di interessi non posso far a meno di notare che già nell'Esodo vediamo gli Ebrei ribellarsi a Mosè in quel di Massa e Meriba perchè si preferisce la prigionia a pancia piena sotto gli Egizi a una libertà affamata in mezzo al deserto. E allora il comunismo è caduto per la sua incapacità di dare alla popolazione una qualità di vità sufficientemente agiata, esattamente come il capitalismo sta implodendo proprio per l'impoverimento della classe media.



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Inge Sargent - Tramonto birmano
9 febbraio 2017
E' normale che subito dopo il matrimonio ci si accorga di aver sposato una persona molto diversa da quella con cui si aveva avuto a che fare durante il fidanzamento. La sorpresa cui è dovuta andare incontro Inge Sargent ha però superato ogni limite: lo studente universitario modello che aveva sposato era in realtà il principe di Hsipaw, uno stato nord orientale della Birmania.E' una storia d'amore umano - i due sono una coppia molto affiatata e ben assortita - e civile - entrambi vogliono portare alla Birmania il progresso politico, sociale ed economico. Purtroppo sappiamo tutti come è andata a finire. Lo sappiamo dalla prima pagina: si comincia dal giorno del colpo di stato di Ne Win - tutt'ora uomo forte del paese.

Dolorose le pagine in cui si descrive il passato, breve e pieno di speranze, che si alterna al presente di un paese in stato d'assedio, governato da una cricca di pazzi sanguinari. Inge Sargent impiega alcuni anni a rendersi conto che non c'è speranza e che lasciare la sua patria adottiva è l'unico modo di tutelare la vita propria e delle figlie.

Un libro molto bello ed amaro, in cui ci ricordiamo che esistono tanti paesi che non sappiamo collocare correttamente in una cartina geografica ma che non per questo sono privi di civiltà e persone che dovrebbero avere i nostri stessi diritti.





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Wozzeck - Zurigo Luisi 2015
25 gennaio 2017

Il pazzo, seduto a cavalcioni del proscenio di un teatro di burattini, mostra le proprie gambe di legno. Perchè i personaggi di questo Wozzeck sono tutti burattini: legno, stoffa, cartapesta, colla e pittura scrostata. Il capitano ha baffi e capelli dipinti sul capo e fronteggia il protagonista che tiene già in mano l'arma del delitto. Il personaggio che ottiene un vantaggio dalla discussione si alza sull'altro... e alla fine capiamo che Wozzeck ha vinto il primo round dello scontro con gli altri. Anche con il dottore il nostro soldato mostra caparbietà nel chiedere - ed ottenere - sempre più denaro anche se ha contro tutto il senato accademico (il dottore si moltiplica in tanti suoi simili che mi ricordano la scena - espunta da Berg - in cui Wozzeck viene sbeffeggiato davanti agli studenti).

Il tambur-maggiore ha un cappello coronato da un pennacchio fallico e nel secondo atto si fa fare un pompino dalla rosso crinita Marie. In questa medesima scena gli altri personaggi alzano in modo meccanico una gamba rigida con un gesto che mi ricorda certe stampe che nell'ottocento volevano descrivere in modo comico la vita militare.

Il terzo atto contiene molte idee geniali. La testa decollata di Marie fa pensare allo Jokhanaan di Strauss. Quando, dopo la morte di Marie, al secondo crescendo orchestrale ogni volta che uno strumento attacca la sua nota compare sullo sfondo una nuova testa di Marie. Queste teste si animano improvvisamente all'inizio della scena successiva - come se fosse la morta ad accusare il suo assassino. E infine il bambino, che fino all'inizio dell'atto era un pupazzo, nell'ultima scena diventa di carne ed ossa ed è circondato da altri bimbi vestiti come i personaggi del dramma che si è concluso. Quale modo migliore di rendere il senso della ciclicità di quest'opera?

E' il più bel Wozzeck che io abbia mai visto: intelligente e perfetto in ogni sua parte, retto poi da musicisti all'altezza della situazione. Assolutamente da vedere e sentire.




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Guido Conti - Tra il Po e la via Emilia
9 ottobre 2016

É un libretto difficile da reperire (ha una tiratura di 150 copie) che riproduce una conferenza tenuta da Conti a Pordenone sul tema "Geografia e letteratura". Uno scrittore, dice Conti, deve conoscere la produzione letteraria del suo territorio. E da qui si dipana il percorso dalla città (Parma) all'Appennino, alla Bassa dove ci soffermiamo sul Po - un Po che non si limita a povero confine tra due metà dell'Italia ma che è il luogo in cui gli antichi Greci entravano in contatto con il mondo nordico, non a caso qui si colloca il mito di Fetonte, qui Euridice muore fuggendo da Aristeo. E qui sulla Bassa nasce il genio di Guareschi, che Conti avvicina a quello di Pasolini.

Questa ottantina di pagine é una miniera di notizie e suggerimenti di lettura, un invito a uscire dai sentieri delle antologie scolastiche per scoprire mondi inesplorati, autori considerati minori o riscoprire aspetti trascurati di scrittori celebrati (ad esempio Leopardi umorista).




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Nabokov - Una risata nel buio
1 ottobre 2016
Albert Albinus lascia moglie e figlia per la giovane Margot che lo tradisce sotto il naso con il suo ex, ritrovato proprio grazie ad Albinus. Alla scoperta della tresca Albert fugge con Margot e perde la vista in un incidente stradale. Ora, cieco anche fisicamente, è "curato" dai due amanti che dilapidano i suoi beni. Quando anche il secondo tradimento diventa evidente Albert cerca di ucciderla a revolverate però Margot gli strappa la pistola di mano e lo ammazza.

E' impossibile non vedere nel triangolo Albert-Margot-Axel l'anticipazione del gruppo Humbert-Lolita-Clare. Si è obbligati quasi a leggere questa "Risata nel buio" alla luce del più celebre romanzo di Nabokov - c'è perfino la sparatoria finale in stile zio Vanja. Ha invece tutt'altro peso la moglie del protagonista, Elisabeth, innamorata perdutamente del consorte che segue con telepatica partecipazione e che salva dalla rovina economica dopo che lui l'ha abbandonata. E' una donna scialba ma non volgare come la signora Haze, così che tutto sommato viene fuori abbastanza bene dal romanzo.

E' evidente l'omaggio a Proust nel neo che Margot ha in comune con Albertine, nonchè nel ruolo dell'automobile e dello chauffeur, che tradisce la incondizionata fiducia che il protagonista ha per lui. E' proustiana anche la gelosia motivata da un inganno viene consumato quotidianamente sotto il naso di Albert - molto simile da questo punto di vista sia al Narratore che a Humbert. Margot mi ricorda anche Lulu con cui condivide l'animalesca sensualità priva di morale. Come lei uccide l'amante con l'arma che le era stata puntata contro, ma a differenza dell'eroina di Wedekind/Berg, non muore, sopravvive come un Nosferatu per mietere altre vittime... o per incarnarsi in Lolita.



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Britten - Rape of Lucretia
8 settembre 2016

Lo stupro di Lucrezia (Rape of Lucretia) è davvero un'opera da camera. E' coinvolta una ventina di persone tra cantanti e strumentisti, la scena richiede davvero poco: basta - come per le parabole da chiesa - una pedana con qualche oggetto scenico. In questo caso ci sono lo scheletro di un parallelepipedo che ruota, dei fiori bianchi e i leggii dei due cantanti che impersonano il coro. La prima scena, occupata dalle sole voci maschili, è dominata dal buio in cui le figure balenano come fantasmi. La luce disegna contorni netti e distinti nel quadro successivo - interamente al femminile, una magia il quartetto di voci. Osservo en passant che ho faticato molto a comprendere il testo, non so se per mia incapacità, dizione mediocre dei cantanti o presa sonora che privilegia l'orchestra. Questo difetto mi ha però consentito di gustare la qualità orchestrale nell'uso della voce e mi ha fatto gustare in modo diverso la raffinatezza dei colori che Britten cava da un insieme molto sparuto di artisti.

Questo Rape of Lucretia è bellissimo. Un bell'amalgama strumentale, delle voci interessanti e fresche e poi... ci si accontenta di presentare questo bel testo senza intellettualismi, senza darcisi delle arie. Davvero imperdibile, tanto più che non ci si imbatte così facilmente in quest'opera.

Orchestra da camera dell'Università del Mozarteum

Cast:
Lucretia: Ksenia Leonidova
Lucia: Eliana Piedrahita
Bianca: Ruzana Grigorian
Coro femminile: Anna Samokhina
Coro maschile: Hany Abdelzaher
Tarquinius: Sergey Korotenko
Junius: Gunnar Nieland
Collatinus: Svyatoslav Besedin



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Belfort (F)
5 agosto 2016

Come dice il toponimo la città è caratterizzata dalla presenza di un poderoso sistema di fortificazioni. Sono arrivato da nord, dalla porta di Breisach (altra città fortificata) ho attraversato la doppia cinta di mura e mi sono trovato un posteggio vicinissimo alla chiesa di San Cristoforo, neoclassica, nella pietra rossa del paese e tutto sommato senza un grande interesse. 

Le cose cambiano quando ci si muove verso la cittadella, che domina la città e sotto la quale si trova il famoso Leone di Belfort, gigantesca statua creata da Auguste Bartholdy, il creatore della Statua della Libertà. Avevo già visto un piccolo museo dedicato a Bartholdy a Colmar, la sua città natale. Qui all'entrata del palazzo della cittadella gran parte del primo piano si occupa del lavoro di Bartholdy, abbozzi del leone, ritratti e progetti, il tutto nell'ambiente di Napoleone  III, il mondo di una borghesia soddisfatta di sè e smaniosa di  mettersi in mostra, per la quale gigante è bello (lo si vede anche nel monumento dei tre assedi).

Meno interessanti per me le sezioni di archeologia e di guerra... ma sono in una fortezza militare: cosa posso  attendermi?




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Monastero Bormida - Roccaverano (AT)
4 luglio 2016
Il castello di Monastero Bormida era in origine - come dice del resto anche il toponimo - un monastero. Lo mostra chiaramente il campanile romanico esterno - unico elemento sopravvissuto della chiesa - legato al resto del complesso da un arco in pietra; lo ricorda un gruppo di colonne con capitelli in pietra del posto che nel cortile del castello ricordano il chiostro che doveva sorgere un tempo in quel luogo.

La rassegna Castelli Aperti ha mobilitato il sindaco del luogo che ci sta facendo da cicerone lungo gli spazi che hanno cambiato proprietario - e funzione - un sacco di volte. Dalla fine del XIX secolo sono di proprietà del comune che continua ancora oggi ad avervi la propria sede assieme a Pro Loco, Croce Rossa e Biblioteca. I pavimenti sono in mosaico genovese, il regalo degli ultimi proprietari privati, i soffitti vanno da una cupola neoclassica trompe-l'oeil ad allegorie delle quattro stagioni e vedute di gusto ottocentesco. I finanziamenti europei consentono restauri e ricerche, si è ripristinata la pavimentazione originale dando un aspetto pittoresco al piccolo centro storico del borgo. Anche se il sole batte implacabile vale la pena una passeggiata verso il ponte romanico che attraversa la Bormida: la cappelletta votiva centrale era un tempo il gabbiotto degli esattori del pedaggio, dato che questo era un passaggio obbligato nella comunicazione tra Piemonte e Liguria.

Su consiglio del sindaco ho poi preso la provinciale che si inerpica fino agli 800 metri di Roccaverano, un villaggio dalle case in pietra, dove non si sente l'afa della valle e si gode uno stupendo paesaggio sulla langa. C'è un parco al posto del castello dei signori locali... dell'edificio rimangono una torre e la facciata prospicente la chiesa - opera del Bramante - il cui odore di muffa mi immerge in tanti ricordi di infanzia.




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