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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Rienzi al Capitole di Tolosa (2012)
19 luglio 2017
Quando durante l'ouverture sfilano immagini di manifestazioni di piazza e scontri con la polizia penso che mi toccherà il solito Rienzi politicizzato e fermerei anche la registrazione se non fosse che Pinchas Steinberg sta dirigendo bene, con molta grinta e tempi stretti, valorizzando nel giusto modo questo brano sinfonico.

Con l'inizio dell'azione mi rendo conto che la regia di Jorge Lavelli ha cambiato idea: una scena scura, chiusa da pareti di ferro che sembrano provenire da un Fidelio, dominanza di azzurro e bianco, l'unica nota di colore - rosso - gli abiti di Irene e del dantesco cardinale. Il coro si muove poco. Tutto estremamente minimale, nella gestualità come nell'assetto scenico. Non è però un male: tutto questo sottolinea la grande abilità con cui il giovane Wagner costruisce le situazioni drammatiche. La lettura, visiva e musicale, di questo Rienzi mi conferma le qualità di un lavoro ingiustamente negletto dai teatri d'opera.

Rienzi e Olandese Volante sono due opere bifronti che da un lato guardano a modelli affermati - rispettivamente Meyerbeer e Weber - ed offrono le soluzioni formali convenzionali previste dai lavori alla moda; dall'altro però anticipano molti schemi narrativi e musicali che troveremo nel Wagner maggiore. Certamente l'Olandese è più maturo, tanto che al compositore bastano poche modifiche per spacciarlo come primo "dramma musicale wagneriano". Il Rienzi però non è da trascurarsi e - specie nella seconda parte - contiene spunti interessanti.

Proporre quest'opera in modo da sottolineare quanto in essa anticipa il signore di Bayreuth impone dei tagli, anche consistenti: qui a Tolosa Steinberg elimina tutto il balletto (meno male, una delle pagine più brutte di tutta la storia della musica) nonchè tante ripetizioni inutili - nulla di anomalo, pensiamo al taglio degli stretti nei concertati dell'Olandese. Ci troviamo così con un Rienzi coerente e concentrato. Non un pot-pourri di "best of" ma con un'opera che può benissimo, in questa forma, ambire ad entrare a pieno titolo nel repertorio.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/7/2017 alle 13:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Caravaggio e Monteverdi - Cremona
9 luglio 2017
caravaggio
 

Il punto culminante della mostra è un dipinto di Caravaggio in cui un giovane vestito di bianco è intento a suonare un liuto non molto dissimile da quello che è esposto in una delle vetrine del museo. Davanti a lui un brano di musica, un violino e una natura morta di frutta e fiori. Penso a un'allegoria dei cinque sensi: il musicista pare troppo giovane per essere un cortigiano. Il personaggio ritratto da Caravaggio è comunque raffinato, l'abito bianco può far pensare a una ricreazione dell'antico. Un po' quello che si cercava di ottenere con il nuovo genere di teatro in musica.450 anni dalla nascita di Monteverdi. Di tutta la sua vasta produzione i curatori della mostra hanno tenuto presente il solo Orfeo. Non a torto. Monteverdi vi ha inventato tutto quello che noi ci aspettiamo dal genere operistico: arie, concertati, recitativi... ci sono perfino i leit-motiv. E neppure mancano delle indicazioni precise su quali strumenti debbano intervenire in un preciso istante. E' quello che noi chiamiamo orchestrazione.

Ecco perchè, incastonati nel quadro del museo del violino, si trovano esposti gli strumenti usati nell'Orfeo. Forse sarebbe bello anche ascoltarli, mentre le sale sono invase dalla ripetizione in fase alla Steve Reich della Toccata e del Lasciate i monti... La mia audioguida è anche desolatamente silenziosa, penso con invidia al museo degli strumenti meccanici di Utrecht che riesce a farci ascoltare i suoni senza creare la cacofonia. In fondo però c'è una sala video in cui scorre l'allestimento della Monnaie con Rene Jacobs, una bella celebrazione dello spirito del divino Claudio.

La mostra chiude il 23 di luglio 2017.-




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Alessandro Piperno - Quando la storia finisce
26 maggio 2017
Matteo Zevi torna da un pluriennale esilio forzato in California alla nativa Roma, lasciata perchè un creditore voleva ammazzarlo. Vi ritrova le due mogli con altrettanti figli, e poi amici, luoghi noti... non sarà però facile per Matteo farsi accettare di nuovo dal vecchio ambiente.

Siamo nel mondo dell'alta borghesia ebraica di Roma. Piperno la descrive con penna arguta, divertente. Si trovano belle immagini, pagine intrise di umorismo agro-dolce. La storia però non decolla, anzi, a metà libro la trama comincia a sfilacciarsi. Personaggi che rimangono nell'ombra o spariscono letteralmente senza un perchè (la prima moglie di Matteo, il mellifluo e minatorio carabiniere dei NAS), storie che fingono di svilupparsi (tutte quelle che riguardano Martina, carattere assai promettente e sfaccettato ma che rimane confuso e velleitario).

Vorrei ma non posso... troppa carne al fuoco per un romanzo che deve restare entro la lunghezza voluta dai parametri del marketing? A un certo punto Piperno, chiaramente in difficoltà con la propria storia, ricorre a un trucco vecchio come il mondo: il deus ex machina.

La storia finisce con un botto che spazza via ciò che abbiamo avuto prima senza risolvere in realtà un bel niente: la aliyah di Giorgio e Sara è del tutto priva di preparazione e nulla di quanto è stato raccontato in precedenza la giustifica. Non ci sono solo i funzionari israeliani a chiedere a Giorgio il perchè di questa scelta ma anche - e soprattutto - i lettori.

Un romanzo con ottime premesse, di uno scrittore sicuramente molto capace. Peccato che per finire una storia sia necessario pure cominciarla e svilupparla adeguatamente.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/5/2017 alle 7:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Centro megalitico di Saint Martin de Corléans ad Aosta
20 maggio 2017
Sono passati quasi cinquant'anni da quando, scavando per costruire dei banali condomini, si scoprono dei resti preistorici. Intervengono le belle arti, i piani abitativi e commerciali sono abbandonati ma bisogna arrivare al XXI secolo perchè veda la luce un modernissimo museo che contrasta non poco con l'adiacente chiesetta di montagna di Saint Martin de Corléans.

Sicuramente il lavoro effettuato per riportare alla luce l'area è imponente e sarebbe anche ingiusto dire che in questo mezzo secolo la montagna ha partorito un topolino.

Il museo di Saint Martin de Corléans è costruito attorno a una tomba a forma di dolmen di grandi dimensioni, attorno ci sono le stele, pozzi e fori in cui erano infissi dei pali, resti di suolo arato, un altro dolmen più piccolo e semplice. L'illuminazione dell'insieme - visibile anche dall'alto - è fatta in modo da creare l'idea dell'aspetto che il luogo assumeva nelle diverse fasi del giorno.

Bello. Però ancora più interessante la parte museale in cui viene descritto in modo particolareggiato ciò che si è appena guardato da lontano. Sono anche esposte le stele originali, in modo che il visitatore possa studiare ciò che i nostri antenati hanno fatto. Non ho potuto fare a meno di pensare al piccolo museo di Pontremoli, con le statue-stele della Lunigiana. Se c'è la stessa schematicità nell'incidere la forma di arti ed armi, gli antichi valdostani sono molto più abili nel disegnare gli abiti, nel mostrare l'intreccio delle maglie che rivestivano i loro corpi.

E' uno squarcio molto interessante su un passato per definizione misterioso: l'assenza di scrittura ci obbliga infatti a fare congetture sul senso di quanto è arrivato fino a noi.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/5/2017 alle 16:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Isabelle Huppert - Le cose che verranno
18 maggio 2017
Una serie di eventi inaspettati dà un forte scossone alla vita di Nathalie, una professoressa di filosofia sulla sessantina. Ma la vita va avanti lo stesso. Certamente, si inaugura un nuovo capitolo, come evidenzia il primo nipotino che la signora culla alla fine del film. Non possiamo però dire che il personaggio abbia subito una vera e propria evoluzione. I fatti sono scorsi su di lei senza averla modificata.
 

La Huppert descrive una persona anaffettiva, dura, sicura di sè e in apparenza impermeabile alle prove cui la vita la sottopone. Cambia fatalmente la visione che ha delle persone con cui ha costruito la propria vita ma - almeno in apparenza - non si trasforma il suo atteggiamento verso gli altri. Merito della filosofia? Del suo carattere? Il film non ci lascia una risposta definitiva. Mi domando quanto il film rifletta i fatti del nostro tempo: i nostri riferimenti sociali ed economici vengono stravolti in un attimo, presente e futuro appaiono indecifrabili. Il messaggio del film sembra essere che in fondo "panta rei", tutto scorre e non val la pena che ci affanniamo. Ogni cosa troverà da sè una sistemazione e le nostre esistenze proseguiranno senza che dobbiamo fare qualcosa.E' una pellicola di gran pregio prodotta da "Les films du losanges", un marchio che ogni estimatore di Eric Rohmer ricorda perfettamente. A Rohmer rimanda la predilezione per i ritmi lenti, i dialoghi intensi, la citazione letteraria adeguata. E' cinema francese (o francese è sinonimo di cinema?) della miglior qualità.

La Huppert è circondata da un ottimo cast. Un film da vedere



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Santa Croce a Bosco Marengo (AL)
18 aprile 2017
Il cadetto della famiglia Ghislieri, Michele, non abbastanza forte per affrontare la "bella vita militar" era obbligato a scegliere la carriera ecclesiastica, dove ebbe tanta fortuna da diventare Papa con il nome di Pio V. Anche nella lontana e sfarzosa Roma egli non dimentica la natia Bosco Marengo dove fa costruire un gigantesco convento in cui secondo le sue intenzioni sarebbe dovuto venir sepolto. Purtroppo a causa dell'elezione papale il mausoleo fu destinato a restare cenotafio.

Un così illustre concittadino ha regalato a Bosco Marengo un monumento cui hanno lavorato alcuni importanti artisti dell'epoca. Vasari e la sua bottega allestirono un altare (macchina) di cui sopravvivono alcune parti in legno e i dipinti. Le grandi opere di Vasari (Adorazione dei Magi e Giudizio Finale) sono nell'attigua chiesa, mentre il museo ospita i quadri che raffigurano scene bibliche ed episodi dell'agiografia domenicana. Un reperto interessante è un lungo drappo a ricamo, restaurato di recente, che mostra Cristo mentre sta per essere inchiodato alla croce.

Sono visitabili anche gli edifici conventuali, usati per molti anni come riformatorio (di cui si vedono ancora le celle e la cappella, già biblioteca del convento). Più recentemente Santa Croce è divenuto sede del World Political Forum. E' stato anche approntato tutto quanto serve per un master sul restauro... ma tutto è fermo e bloccato. Il solito denaro pubblico speso inutilmente.

E' un discorso complesso che - a mio parere - si lega a un sistema paese affatto disfunzionale. In Francia un simile complesso sarebbe la tappa fondamentale di qualche rinomato percorso turistico-culturale. Noi invece ci accontentiamo della buona volontà di un paio di persone che affrontano come meglio possono, se pur con ammirevole passione ed affetto, i turisti che hanno deciso di trascorrere il pomeriggio di Pasquetta a Bosco Marengo. Mi ha fatto ridere la piccola discussione tra moglie (alla biglietteria) e marito (cicerone) che si lamenta perchè sarebbe stato facile immaginare un grande afflusso di visitatori. Ma allora non saremmo in un paese dove non si può fare la guida turistica senza l'immancabile patentino e dove assumere anche un solo avventizio espone a oneri che scoraggiano chiunque voglia pensare un po' in  grande.

Bosco Marengo è nella lista dei luoghi del cuore del FAI. L'Italia avrà forse un cuore, manca però certo di un cervello.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/4/2017 alle 12:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
De Giovanni - Cuccioli per i bastardi di Pizzofalcone
10 aprile 2017
Gli indesiderati della polizia italiana finiscono a Pizzofalcone, commissariato di Napoli centro: c'è il presuntuoso, l'abulico, il caratteropatico violento, quella che spara anche ai propri superiori... Se Camilleri sostituisce a Vigata il cassoulet con la caponata qui si crea l'ambiente usando dei personaggi che gli anglosassoni definirebbero underdog: degli sfigati cui non potrà mai arridere il successo.

Ovviamente, come previsto dal genere, le cose andranno diversamente: l'ispettore Loiacono, trasferito qui per collusione con la mafia, mostra di essere in gamba e di risolvere brillantemente i casi che gli capitano. In questa occasione i cuccioli sono una neonata abbandonata vicino alla spazzatura e randagi misteriosamente spariti dal quartiere.

Con la Napoli contemporanea De Giovanni ottiene risultati molto più convincenti che con i polizieschi di epoca fascista. Il libro è non del tutto originale (trovo degli echi del Confidente della Grémillon e situazioni riprese dal commissario Ricciardi) ma efficace ed è un buon giallo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/4/2017 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Simenon - Il passeggero del Polarlys
7 aprile 2017

Un topos della letteratura giallistica è il delitto avvenuto in un luogo chiuso e isolato. In questo caso siamo su un postale - il Polarlys - che copre la rotta Amburgo-Kirkenes. Non c'è però la schematica successione degli interrogatori dei sospetti a cui - nel corso di una drammatica riunione in sala mensa - il sagace investigatore dalle cellule grigie molto sviluppate svelerà la soluzione del giallo.

Il comandante del Polarlys non segue alcuno schema, a rigore non ha neppure il dovere di indagare. E' un uomo comune, buon padre di famiglia che si concede ogni tanto una scappatella con qualche passeggera, che si incapriccia anche della avvenente Katia. E che cerca di capire cosa succede, di tenere in piedi la sua missione di arrivare a Kirkenes, oltre Capo Nord. Non cerca di ristabilire l'ordine spezzato dal delitto. Anzi, alla fine vedremo la persona responsabile di tutto fuggire verso l'impunità oltre il confine con la Russia.

E' un bellissimo testo, dalle movenze conradiane: ci troviamo in mezzo allo scatenarsi della tempesta, con un secondo ufficiale appena uscito dall'Accademia che diventerà adulto in questa prima crociera. C'è perfino l'idea di un malocchio gettato su questa traversata.



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Noam Chomsky - Chi sono i padroni del mondo
25 marzo 2017
Questo libro è una macchina del tempo che mi riporta all'adolescenza: è dall'epoca del liceo che non trovo una prosa tanto infiammata contro l'imperialismo yankee. Anche il titolo riecheggia una canzone in cui David Crosby si chiedeva quali sono i nomi di chi governa in modo tanto dissennato questo paese. Il guaio è che mi trovo a rivolgere a Chomsky la stessa obiezione che mi faceva mio padre quarant'anni fa: "prova un po' a dire queste cose in Russia".

Che JFK non sia stato il miglior presidente USA, che anche Obama - premio Nobel della pace sulla fiducia - sia stato deludente per molti versi, sono concetti che si trovano anche nella pubblicistica meno estremista. Il fatto è un altro: da che mondo è mondo chi detiene il potere fa tutto il possibile per mantenerlo. Se poi è anche ignorante e stupido combina solo dei guai senza fine. Il disastro in Iraq nasce in fondo dal fatto che il povero George Bush doveva trovare un'avventura all'estero che risollevasse la sua popolarità e che giustificasse tutti i soldi pubblici buttati in una macchina militare che quattro scalzacani armati di coltellini di plastica riescono a mandare in corto circuito. Ragionare sulle conseguenze delle proprie azioni - e quindi dell'opportunità di quanto viene fatto - è al di fuori della portata di una classe "dirigente" inetta che però abbiamo eletto noi. Tanto è vero che il malcontento dell'opinione pubblica continua a sfornare volti "antisistema" non necessariamente migliori di coloro che pretendono sostituire.

E poi lo aveva già detto il povero Karl Marx che è l'economia il motore della storia. Anche facendo la tara del suo conflitto di interessi non posso far a meno di notare che già nell'Esodo vediamo gli Ebrei ribellarsi a Mosè in quel di Massa e Meriba perchè si preferisce la prigionia a pancia piena sotto gli Egizi a una libertà affamata in mezzo al deserto. E allora il comunismo è caduto per la sua incapacità di dare alla popolazione una qualità di vità sufficientemente agiata, esattamente come il capitalismo sta implodendo proprio per l'impoverimento della classe media.



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Inge Sargent - Tramonto birmano
9 febbraio 2017
E' normale che subito dopo il matrimonio ci si accorga di aver sposato una persona molto diversa da quella con cui si aveva avuto a che fare durante il fidanzamento. La sorpresa cui è dovuta andare incontro Inge Sargent ha però superato ogni limite: lo studente universitario modello che aveva sposato era in realtà il principe di Hsipaw, uno stato nord orientale della Birmania.E' una storia d'amore umano - i due sono una coppia molto affiatata e ben assortita - e civile - entrambi vogliono portare alla Birmania il progresso politico, sociale ed economico. Purtroppo sappiamo tutti come è andata a finire. Lo sappiamo dalla prima pagina: si comincia dal giorno del colpo di stato di Ne Win - tutt'ora uomo forte del paese.

Dolorose le pagine in cui si descrive il passato, breve e pieno di speranze, che si alterna al presente di un paese in stato d'assedio, governato da una cricca di pazzi sanguinari. Inge Sargent impiega alcuni anni a rendersi conto che non c'è speranza e che lasciare la sua patria adottiva è l'unico modo di tutelare la vita propria e delle figlie.

Un libro molto bello ed amaro, in cui ci ricordiamo che esistono tanti paesi che non sappiamo collocare correttamente in una cartina geografica ma che non per questo sono privi di civiltà e persone che dovrebbero avere i nostri stessi diritti.





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Wozzeck - Zurigo Luisi 2015
25 gennaio 2017

Il pazzo, seduto a cavalcioni del proscenio di un teatro di burattini, mostra le proprie gambe di legno. Perchè i personaggi di questo Wozzeck sono tutti burattini: legno, stoffa, cartapesta, colla e pittura scrostata. Il capitano ha baffi e capelli dipinti sul capo e fronteggia il protagonista che tiene già in mano l'arma del delitto. Il personaggio che ottiene un vantaggio dalla discussione si alza sull'altro... e alla fine capiamo che Wozzeck ha vinto il primo round dello scontro con gli altri. Anche con il dottore il nostro soldato mostra caparbietà nel chiedere - ed ottenere - sempre più denaro anche se ha contro tutto il senato accademico (il dottore si moltiplica in tanti suoi simili che mi ricordano la scena - espunta da Berg - in cui Wozzeck viene sbeffeggiato davanti agli studenti).

Il tambur-maggiore ha un cappello coronato da un pennacchio fallico e nel secondo atto si fa fare un pompino dalla rosso crinita Marie. In questa medesima scena gli altri personaggi alzano in modo meccanico una gamba rigida con un gesto che mi ricorda certe stampe che nell'ottocento volevano descrivere in modo comico la vita militare.

Il terzo atto contiene molte idee geniali. La testa decollata di Marie fa pensare allo Jokhanaan di Strauss. Quando, dopo la morte di Marie, al secondo crescendo orchestrale ogni volta che uno strumento attacca la sua nota compare sullo sfondo una nuova testa di Marie. Queste teste si animano improvvisamente all'inizio della scena successiva - come se fosse la morta ad accusare il suo assassino. E infine il bambino, che fino all'inizio dell'atto era un pupazzo, nell'ultima scena diventa di carne ed ossa ed è circondato da altri bimbi vestiti come i personaggi del dramma che si è concluso. Quale modo migliore di rendere il senso della ciclicità di quest'opera?

E' il più bel Wozzeck che io abbia mai visto: intelligente e perfetto in ogni sua parte, retto poi da musicisti all'altezza della situazione. Assolutamente da vedere e sentire.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/1/2017 alle 10:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Guido Conti - Tra il Po e la via Emilia
9 ottobre 2016

É un libretto difficile da reperire (ha una tiratura di 150 copie) che riproduce una conferenza tenuta da Conti a Pordenone sul tema "Geografia e letteratura". Uno scrittore, dice Conti, deve conoscere la produzione letteraria del suo territorio. E da qui si dipana il percorso dalla città (Parma) all'Appennino, alla Bassa dove ci soffermiamo sul Po - un Po che non si limita a povero confine tra due metà dell'Italia ma che è il luogo in cui gli antichi Greci entravano in contatto con il mondo nordico, non a caso qui si colloca il mito di Fetonte, qui Euridice muore fuggendo da Aristeo. E qui sulla Bassa nasce il genio di Guareschi, che Conti avvicina a quello di Pasolini.

Questa ottantina di pagine é una miniera di notizie e suggerimenti di lettura, un invito a uscire dai sentieri delle antologie scolastiche per scoprire mondi inesplorati, autori considerati minori o riscoprire aspetti trascurati di scrittori celebrati (ad esempio Leopardi umorista).




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/10/2016 alle 11:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Nabokov - Una risata nel buio
1 ottobre 2016
Albert Albinus lascia moglie e figlia per la giovane Margot che lo tradisce sotto il naso con il suo ex, ritrovato proprio grazie ad Albinus. Alla scoperta della tresca Albert fugge con Margot e perde la vista in un incidente stradale. Ora, cieco anche fisicamente, è "curato" dai due amanti che dilapidano i suoi beni. Quando anche il secondo tradimento diventa evidente Albert cerca di ucciderla a revolverate però Margot gli strappa la pistola di mano e lo ammazza.

E' impossibile non vedere nel triangolo Albert-Margot-Axel l'anticipazione del gruppo Humbert-Lolita-Clare. Si è obbligati quasi a leggere questa "Risata nel buio" alla luce del più celebre romanzo di Nabokov - c'è perfino la sparatoria finale in stile zio Vanja. Ha invece tutt'altro peso la moglie del protagonista, Elisabeth, innamorata perdutamente del consorte che segue con telepatica partecipazione e che salva dalla rovina economica dopo che lui l'ha abbandonata. E' una donna scialba ma non volgare come la signora Haze, così che tutto sommato viene fuori abbastanza bene dal romanzo.

E' evidente l'omaggio a Proust nel neo che Margot ha in comune con Albertine, nonchè nel ruolo dell'automobile e dello chauffeur, che tradisce la incondizionata fiducia che il protagonista ha per lui. E' proustiana anche la gelosia motivata da un inganno viene consumato quotidianamente sotto il naso di Albert - molto simile da questo punto di vista sia al Narratore che a Humbert. Margot mi ricorda anche Lulu con cui condivide l'animalesca sensualità priva di morale. Come lei uccide l'amante con l'arma che le era stata puntata contro, ma a differenza dell'eroina di Wedekind/Berg, non muore, sopravvive come un Nosferatu per mietere altre vittime... o per incarnarsi in Lolita.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/10/2016 alle 5:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Britten - Rape of Lucretia
8 settembre 2016

Lo stupro di Lucrezia (Rape of Lucretia) è davvero un'opera da camera. E' coinvolta una ventina di persone tra cantanti e strumentisti, la scena richiede davvero poco: basta - come per le parabole da chiesa - una pedana con qualche oggetto scenico. In questo caso ci sono lo scheletro di un parallelepipedo che ruota, dei fiori bianchi e i leggii dei due cantanti che impersonano il coro. La prima scena, occupata dalle sole voci maschili, è dominata dal buio in cui le figure balenano come fantasmi. La luce disegna contorni netti e distinti nel quadro successivo - interamente al femminile, una magia il quartetto di voci. Osservo en passant che ho faticato molto a comprendere il testo, non so se per mia incapacità, dizione mediocre dei cantanti o presa sonora che privilegia l'orchestra. Questo difetto mi ha però consentito di gustare la qualità orchestrale nell'uso della voce e mi ha fatto gustare in modo diverso la raffinatezza dei colori che Britten cava da un insieme molto sparuto di artisti.

Questo Rape of Lucretia è bellissimo. Un bell'amalgama strumentale, delle voci interessanti e fresche e poi... ci si accontenta di presentare questo bel testo senza intellettualismi, senza darcisi delle arie. Davvero imperdibile, tanto più che non ci si imbatte così facilmente in quest'opera.

Orchestra da camera dell'Università del Mozarteum

Cast:
Lucretia: Ksenia Leonidova
Lucia: Eliana Piedrahita
Bianca: Ruzana Grigorian
Coro femminile: Anna Samokhina
Coro maschile: Hany Abdelzaher
Tarquinius: Sergey Korotenko
Junius: Gunnar Nieland
Collatinus: Svyatoslav Besedin



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/9/2016 alle 14:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Belfort (F)
5 agosto 2016

Come dice il toponimo la città è caratterizzata dalla presenza di un poderoso sistema di fortificazioni. Sono arrivato da nord, dalla porta di Breisach (altra città fortificata) ho attraversato la doppia cinta di mura e mi sono trovato un posteggio vicinissimo alla chiesa di San Cristoforo, neoclassica, nella pietra rossa del paese e tutto sommato senza un grande interesse. 

Le cose cambiano quando ci si muove verso la cittadella, che domina la città e sotto la quale si trova il famoso Leone di Belfort, gigantesca statua creata da Auguste Bartholdy, il creatore della Statua della Libertà. Avevo già visto un piccolo museo dedicato a Bartholdy a Colmar, la sua città natale. Qui all'entrata del palazzo della cittadella gran parte del primo piano si occupa del lavoro di Bartholdy, abbozzi del leone, ritratti e progetti, il tutto nell'ambiente di Napoleone  III, il mondo di una borghesia soddisfatta di sè e smaniosa di  mettersi in mostra, per la quale gigante è bello (lo si vede anche nel monumento dei tre assedi).

Meno interessanti per me le sezioni di archeologia e di guerra... ma sono in una fortezza militare: cosa posso  attendermi?




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Monastero Bormida - Roccaverano (AT)
4 luglio 2016
Il castello di Monastero Bormida era in origine - come dice del resto anche il toponimo - un monastero. Lo mostra chiaramente il campanile romanico esterno - unico elemento sopravvissuto della chiesa - legato al resto del complesso da un arco in pietra; lo ricorda un gruppo di colonne con capitelli in pietra del posto che nel cortile del castello ricordano il chiostro che doveva sorgere un tempo in quel luogo.

La rassegna Castelli Aperti ha mobilitato il sindaco del luogo che ci sta facendo da cicerone lungo gli spazi che hanno cambiato proprietario - e funzione - un sacco di volte. Dalla fine del XIX secolo sono di proprietà del comune che continua ancora oggi ad avervi la propria sede assieme a Pro Loco, Croce Rossa e Biblioteca. I pavimenti sono in mosaico genovese, il regalo degli ultimi proprietari privati, i soffitti vanno da una cupola neoclassica trompe-l'oeil ad allegorie delle quattro stagioni e vedute di gusto ottocentesco. I finanziamenti europei consentono restauri e ricerche, si è ripristinata la pavimentazione originale dando un aspetto pittoresco al piccolo centro storico del borgo. Anche se il sole batte implacabile vale la pena una passeggiata verso il ponte romanico che attraversa la Bormida: la cappelletta votiva centrale era un tempo il gabbiotto degli esattori del pedaggio, dato che questo era un passaggio obbligato nella comunicazione tra Piemonte e Liguria.

Su consiglio del sindaco ho poi preso la provinciale che si inerpica fino agli 800 metri di Roccaverano, un villaggio dalle case in pietra, dove non si sente l'afa della valle e si gode uno stupendo paesaggio sulla langa. C'è un parco al posto del castello dei signori locali... dell'edificio rimangono una torre e la facciata prospicente la chiesa - opera del Bramante - il cui odore di muffa mi immerge in tanti ricordi di infanzia.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/7/2016 alle 7:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Simenon - L'osteria da due soldi
23 giugno 2016
Un condannato a morte lascia a Maigret la traccia che può condurlo fino ad un assassino. Maigret fa il suo lavoro, sa che i suoi colpevoli rischiano la ghigliottina. Gli possono fare compassione, può anche immedesimarsi in loro e decidere di dar a qualcuno di essi una soddisfazione postuma trovando altra compagnia nell'ala della morte, ma procede pachidermico alla ricerca della verità, perchè così ha da essere per il buon funzionamento del mondo.
 
Per noi italiani Maigret è Gino Cervi, ma io ho una predilezione speciale per Bruno Cremer, ugualmente massiccio e lento, ma molto più burbero e di poche parole, per lo più pronunciate a denti stretti, con al massimo un sorrisetto ironico, una persona che lascia poco spazio alla giovialità un po' fracassona e bon enfant. E' più Cremer che vedo in questo romanzo, in cui il commissario è assorbito nell'ambiente della festa paesana, in riva al fiume, in un'osteria di quart'ordine, dove gli uomini di città giocano a fare i contadini, in un'Arcadia contemporanea non meno falsa di quella che era di moda nel XVII secolo. E' la falsità di questo ambiente (sottolineata del resto dall'arredamento stereotipato delle case parigine dei protagonisti) a fare il pabulum in cui nasce il delitto. Anche se la soluzione del giallo ha da essere, come regola, spiazzante, è il bello dell'arte scrostare la superficie, l'apparenza, e farci conoscere quello che gli uomini nascondono alla vista degli altri.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 23/6/2016 alle 13:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Quartiere del duomo a Salisburgo
13 giugno 2016

Una bella idea riunire in una sola denominazione "Quartiere del duomo" i musei disponibili nella zona centrale della città: basta un biglietto per accedere agli appartamenti della Residenza, Pinacoteca, Museo del duomo e di San Pietro. In questo modo si offre al turista la possibilità di immedesimarsi negli arcivescovi, che come molti regnanti del passato, non cercavano i bagni di folla e si spostavano per la città senza uscire dal loro palazzo. Come il corridoio vasariano permetteva ai Medici di andare dagli Uffizi a Palazzo Pitti, così un sistema di passaggi collegava la residenza alle tre principali chiese cittadine: Duomo, San Pietro e Francescani.Gli appartamenti della residenza percorrono sia il momento pubblico che privato della vita degli arcivescovi, facendoci passare dalle anticamere alle sale di ricevimento e da qui agli appartamenti privati. Se sono rimasti gli stucchi e gli affreschi - con il solito Alessandro Magno modello  di virtù e specchio dei regnanti - sono ben pochi gli elementi di mobilio originali, la maggior parte di sedie e tavoli proviene da un'epoca più tarda, quando ormai gli ecclesiastici avevano lasciato il loro potere ai francesi che avrebbero poi passato il testimone - proprio duecento anni fa - agli Asburgo.

La visita alla parte museale richiede molta cura. Se non ho amato più di tanto certe installazioni contemporanee mi è parsa interessantissima la serie di opere religiose provenienti dal duomo e da San Pietro. Vale la visita la Wunderkammer: nella galleria che costeggia san Pietro degli armadi di ottima fattura racchiudono le meravigliose curiosità che erano di moda nel settecento. Sono proprio questi i dettagli che piacciono a me perchè qui ritrovo l'atmosfera e il sapore della vita di questa corte di vescovi regnanti, forse limitati, arcitangheri e provinciali, ma esemplari di un gusto e di un'epoca.

Le informazioni pratiche per la visita al quartiere del duomo




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Simenon - Maigret e il cane giallo
10 giugno 2016
Capita spesso a Simenon di scegliere un elemento che permei completamente tutto il suo racconto: in questo caso l'acqua, il cattivo tempo che riempie di fango la cittadina di Concarneau, in Bretagna. E la comparsa del sole giunge come preludio alla soluzione del dramma, una storia di vendetta e di espiazione di una vecchia colpa. Simenon si diverte a grattare la patina di rispettabilità dei borghesi di Concarneau, notabili falliti che si sono rifugiati in provincia per trovare una rispettabilità persa da tempo a Parigi. Ed è un tratto tipico - anche più in generale del genere poliziesco - che il commissario abbia in simpatia i personaggi deboli, più in basso nella scala sociale e che cerchi, più che la verità, il modo di raddrizzare i torti che la società ha verso di loro. Non a caso il titolo è dedicato al cane giallo, un animale in cui le razze sono mescolate al punto da renderlo indefinibile, simbolo di un'umanità ai margini, che sembra esistere solo per ricoprire il comodo ruolo di capro espiatorio



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Rosenkavalier alla Scala
8 giugno 2016

L'accordo su cui si apre il trio finale ha un'iridescenza rosa-azzurrina che non ho mai udito  - e ne conosco di Rosenkavalier! - e i corni imprecisi nel preludio ora hanno la morbida tenerezza che serve a sciogliere i nostri cuori. Non è necessario esagerare con gli accenti su "Spür nur dich" se si sono bilanciati bene i piani e i forte in orchestea. Mehta é forse un po' lento per il mio gusto, ma ha una sua logica cui sono ben felice di arrendermi, come potrebbe altrimenti Annina percorrere tutta l'altezza del pentagramma su "die Kaiserin soll ihn mir wiedergeben"?

Questo è un Rosenkavalier che passa alla storia, perchè cantato divinamente (Christiane Karg delinea Sophie con maggiore realismo e profondità psicologica di quanto avesse fatto a Salisburgo Mojca Erdmann); perchè integrale, senza i malaugurati tagli di tradizione. E' vero che per rendere appieno giustizia a questa scelta bisogna avere un direttore d'orchestra (Salisburgo con Welser-Most non è mai stata in partita) e un regista. Kupfer ha descritto benissimo la nascita nella Marescialla di stizza e malumore, possiamo sentire come, mentre Ochs è impegnato a parlarsi addosso, si forma l'idea di far cadere Oktavian nelle braccia di Sophie. La regia di Kupfer conferma che qualsiasi concetto registico non serve se non si hanno le idee chiare su come i personaggi devono recitare ed apparire sul palco. Faninal non è la ridicola macchietta che compare in terra germanica, Ochs è un belloccio latin lover di provincia, come ne conosciamo tantissimi, con la mano che scivola rapidamente sul culo di Sophie e che ci fa uno strip-tease alla Kim Basinger. Mirabile la Marescialla, gran dama affascinante finalmente privata del ridicolo costume da caffettiera démodé che aveva a Salisburgo.

Non si fa un omaggio al 150 anniversario di Strauss, si rende finalmente al suo capolavoro l'onore che si merita, nella speranza che finalmente si abbandoni la pigra tradizione che ha impedito di conoscere la grandezza del Rosenkavalier.



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Trasloco
1 giugno 2016
Mi, spiace, perchè su questa piattaforma mi trovavo bene. Ma se i server funzionano un quarto d'ora al giorno è necessario spostare tutto altrove.
http://http://giuseppesottotetti.altervista.org/

Qui cercherò, se possibile, di tenere aggiornato il blog, ma non penso che Ilcannocchiale possa durare ancora a lungo



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Compleanno di Wagner - citazioni tristaniane
22 maggio 2016

Il celeberrimo incipit del Tristano echeggia in un Lied di Liszt: Loreley. Charles Rosen non fatica a notare come il genero del pianista abbia elaborato questo tema con ben maggiore profondità. Non a caso queste poche battute sono considerate l'atto di nascita della musica del nostro tempo (addirittura Oswald Spengler le considerava l'ultima grande espressione dell'arte dell'occidente).

Wagner è stato il primo autore a citare il suo Tristano. Lo fa notoriamente nel terzo atto dei Maestri Cantori, quando Sachs ricorda di conoscere bene la storia di Tristano e Isotta, che gli ha insegnato di non ripetere l'errore di Re Marco, che si è messo con una ragazza che poteva essere sua figlia.

Dopo di lui ci si sono messi altri compositori. Uno dei più celebri Alban Berg, nella sua Suite lirica - nel sesto movimento (al minuto 3,48 dell'esempio citato). Un omaggio al genio di Lipsia? Al maestro da cui facciamo partire il superamento della tonalità? Sì, ma non solo: si è scoperto che la Suite lirica ha un sotto-testo autobiografico. Nel racconto della storia d'amore per la signora Hanna Fuchs ci sta benissimo allora la citazione del Tristano, che diventa un riferimento a una passione amorosa travolgente, anche se forse solo platonica.

Diverso invece il caso di Debussy che nel cakewalk con cui si conclude il Chidren's Corner (a 1.24 dell'esempio citato) infila una citazione comica del tema di Tristano, qui trasformato in un ragtime e per giunta accompagnato da alcune notine che sembrano imitare il risolino compiaciuto ed ironico se non del pubblico certamente del compositore.

Ma se cerchiamo la comicità nessuno batte Benjamin Britten che nel suo spassoso Albert Herring riutilizza il tema di Wagner per descrivere il momento in cui nella limonata destinata ad Albert, Re di maggio, viene versato un liquore - altro che Guttalax! - che scatenerà una notte di bagordi e follie.




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Aosta - un giro tra i santi
14 maggio 2016

Sant'Anselmo di Aosta meriterebbe di essere il patrono della politica: come i reggitori della cosa pubblica egli credeva che il solo poter pensare qualcosa di perfetto lo rendesse immediatamente reale. Lasciata alle mie spalle la sua statua all'imboccatura della via omonima mi dirigo al complesso di sant'Orso.

E' una zona in cui sono stati scoperti resti di una basilica del quarto secolo dell'era cristiana e dedicata a san Lorenzo, sotto l'altar maggiore della collegiata di sant'Orso si trova anche uno stupendo mosaico che raffigura Sansone nell'atto di uccidere il leone. Ammiro il tramezzo con un bellissimo crocefisso e penso con rimpianto agli affreschi di epoca ottoniana che possono essere visti solo il sabato tra le 15 e le 17, lo stesso orario in cui si possono visitare gli altri affreschi coevi nella cattedrale... all'altro capo della città. Mens sana in corpore sano: il piacere intellettuale della scoperta del nostro petrolio si abbina alla corsa podistica. Belli i finestroni rinascimentali del priorato ed imperdibili i capitelli del chiostro. Sono in pietra nera, ornati sculture talvolta rozze ed ingenue in cui si vede quanto a lungo sia durata l'influenza dell'arte romana. Sono raffigurati profeti, vescovi, scene di Vecchio e Nuovo Testamento, animali mostruosi e forme geometriche.

San Grato è il patrono di Aosta. Nella cattedrale si trova il sontuoso reliquiario a cassa con sculture e pietre preziose. La cosa che però più mi incuriosisce è la facciata neoclassica che copre affreschi e terrecotte policrome rinascimentali. Un coerente programma iconografico mariano (la Cattedrale è del resto dedicata a Maria ) che culmina nell'Assunzione.



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Wagner - Parsifal - Vienna 2016
25 aprile 2016
Questo Parsifal si regge sulle ampie spalle di Adam Fischer, ottimo e solido direttore che sa sfruttare le potenzialità dell'orchestra viennese ma che si trova con una compagine di canto alquanto discontinua. Non sopporto frasi musicali inventate che per giunta terminano invariabilmente con suoni strozzati o parlati. Giustifico che Violeta Urmana fatichi a terminare il secondo atto ma non che abbia già un vibrato spaventoso su "Parsifal, weile!". Struckmann sembra dover limare ancora il ruolo di Gurnemanz in cui sta esordendo, Parsifal (Stephen Gould) carbura solo nel terzo atto e Klingsor è un cattivo all'acqua di rose.La regia ambienta il primo atto nell'anticamera di una sala da bagno liberty, con infissi e lavabo ormai usurati. La vetrata verosimilmente vuole dare l'idea della foresta, ma il proseguimento del primo atto non è entusiasmante. Tacciamo del ridicolo salotto di Klingsor, con tanto di leggio da conferenziere e schermo posteriore che fà molto Corea del Nord ma non si accorda con il resto del mobilio. Questo Klingsor-Stranamore, con tanto di croce rossa sulla pancia, è uno dei momenti più bassi di tutto l'allestimento che si risolleva con le fanciulle fiore per poi offrire alcuni bei momenti nell'atto conclusivo - non male l'idea che Kundry ascenda in cielo e si dissolva nel buio. Alcuni giochi di luce sono indovinati e forse sarebbero potuti essere un punto di partenza per una regia interessante... così com'è però, lo spettacolo rimane uno strano ibrido che guarda all'immancabile Kupfer mantenendo l'armamentario di spade e lance. Non ho capito se i cavalieri del Gral siano spadaccini, motociclisti o aviatori... ma poco importa: non è uno spettacolo che metterei tra i migliori Parsifal che ho visto.



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De Falla - El retablo de Maese Pedro
9 aprile 2016
Un atto unico di neanche mezz'ora che racconta di quando Don Chisciotte ingaggia un'aspra battaglia contro delle marionette che raccontano la storia di Melisendra inseguita dai mori.

L'allestimento del teatro di Madrid presenta tre piani narrativi: i cantanti, in abiti moderni e disposti come se si trattasse di un concerto, le grandi marionette che mostrano Don Chisciotte, il ragazzino-narratore, il burattinaio e il pubblico della locanda ed infine il teatrino, in uno stile che per molti versi ricorda l'ultimo Picasso. Originale, riuscito con una piccola ed affiata orchestra non meno colorata di quanto mostrato in scena.



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Marsiglia MUCEM
26 marzo 2016

La basilica Major, costruita nell'800 sta a una chiesa bizantina come Whiter Shade of Pale sta a J. S. Bach. Però il mare le muore proprio davanti, come se fosse la chiesa quasi persiana di Balbec e non mi stanco di ammirare la spianata su cui si erge, costellate dalle modernissime costruzioni dei nuovi musei marsigliesi.

L'edificio del MUCEM è un parallelepipedo scuro ornato da un trine grigio chiaro... sembra che non si potesse costruire altro in questa zona. Come sempre i francesi sanno creare una struttura vivente in cui ognuno trova qualcosa di interessante: libreria, bar e ristorante, una rivalorizzazione di tutto il vecchio forte di San Giovanni con passerella panoramica e giardino provenzale, più diverse sale per esposizioni temporanee e permanenti.

Ho visitato la mostra dedicata al Mediterraneo, con un percorso che si apre sul racconto di come si è passati dalla caccia all'allevamento degli animali e all'agricoltura: un filo che giunge fino ai nostri giorni con la produzione moderna di olio, vino e pane. La conclusione è occupata dallo sguardo delle popolazioni mediterranee che sono andate alla scoperta di nuovi mondi trasformando questo mare dal centro del mondo a un vasto luogo di villeggiatura interno e che hanno regalato all'universo scoperto i diritti umani e la cittadinanza. Lascio per ultimo la sezione centrale, che più mi è piaciuta: Gerusalemme, la città tre volte santa. In questa parte ho trovato alcuni esemplari di pittura - anche a sfondo cristiano - provenienti dall'Iran e dalla Turchia. E' un buon memento dei valori per i quali val la pena vivere ed essere, se non mediterranei, senza dubbio uomini.




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Giornate di primavera FAI in Oltrepò Pavese
24 marzo 2016
La sezione oltrepadana del FAI non è certo ben organizzata come la consorella pavese. Varzi, un bel borgo che attira già normalmente una considerevole quantità di turismo ha avuto a che fare con molta più gente del previsto - dagli organizzatori, non da me che ho fatto in modo di arrivare subito in apertura per evitare brutte sorprese. Una inutil precauzione: nessuna corsia preferenziale per gli iscritti, una pasticciata con i bigliettini che dovevano dare l'ordine di ingresso dei gruppi - nulla come invitare chi ha ricevuto il biglietto a farsi un giro in giardino e tornare più tardi, senza specificare quando. Almeno a un certo momento si è deciso di far svolgere più visite contemporaneamente, ciò cui non credo si sia arrivati a valle in quel di Codevilla, dove a casa Lodi - nonostante le insistenze del padrone di casa - gli organizzatori hanno lasciato che si formasse una coda importante proprio davanti all'ingresso.

Con tutto ciò era la prima volta che potevo veder bene il castello dei Malaspina, recuperato molto bene e adesso organizzato anche per ricevimenti, spettacoli ed eventi di vario tipo. Casa Lodi a Codevilla è la classica dimora di campagna - ben tenuta - con una collezione di sculture del locale Ambrogio Casati e una serie di macchine fotografiche analogiche che, ad avere avuto il tempo, sarebbe stato bellissimo poter esaminare. La cosa più divertente è vedere l'inclito pubblico stupito dalla qualità delle fotografie che si possono fare con questi apparecchi che, ça va sans rien dire, hanno un'ottica che gli scatolini digitali neanche si sognano.



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Giornate FAI - Villa Botta-Adorno Torre d'Isola (PV)
23 marzo 2016

La guida del FAI ci invita a rievocare la trilogia goldoniana della villeggiatura. Certamente i costruttori di questa villa non scialacquavano al gioco i quattro soldi presi a credito che possedevano ma facevano parte della generazione precedente che andavano a villeggiare per seguire il momento culminante dei lavori agricoli. Anticipando di qualche secolo il Bauhaus abbiamo un edificio semplice e classico, senza fronzoli in cui funzionalità e bellezza sono armoniosamente uniti.

Solo una stanza mantiene la decorazione originaria settecentesca, con il soffitto che si apre illusionisticamente su un cielo azzurro e le quadrature che offrono visioni di rovine classiche. Il resto mostra un gusto eclettico che spazia fino all'ottocentesco. Attualmente la villa è abitazione privata - al primo piano - e viene usata per matrimoni e ricevimenti al piano terra.

La primavera precoce consente di godere anche il parco inglese retrostante, con tanto di laghetto circondato da salici piangenti.




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Oscar Wilde - Il ritratto di Dorian Gray
18 marzo 2016
Nel penultimo capitolo si dice "Un casuale tono di colore in una stanza o un cielo mattutino, un particolare profumo che hai amato un tempo e che porta con sè delle sottili memorie, un verso da un poema su cui sei capitato un'altra volta, la cadenza di un brano di musica che hai smesso di suonare - ti dico, Dorian, quelle sono le cose da cui dipende la nostra vita". Stiamo ritrovando il tempo perduto. Il fatto è che il più delle volte Wilde non compie il passo fatale, rimane nell'oziosa ciacola salottiera, tra bons mots e pettegolezzi. La ricercatezza degli ambienti non disegna un carattere ma è fine a se stessa: c'è un abisso tra gli appartamenti di Odette e Swann e la barocca complicazione di casa Gray, un semplice scenario che andrebbe bene per Des Esseintes, non per Charlus che conosce una profondità inconcepibile per i personaggi di questo libro. Qui abbiamo solo un centone di aforismi che non trasfigurano la vita mondana ma si limitano a rifletterne la superficialità.

I modelli dell'autore sono fin troppo evidenti: lo Stevenson di Jeckyll e Hyde, il Faust (Sybil e suo fratello sono i doppi di Margherita e Valentino), la morality play, il languore sensuale dei preraffaelliti, uno sguardo delle classi abbienti sul degrado dei poveri, che commiseriamo in una religione dolciastra e ipocrita mentre - come Mme Verdurin, intingiamo la nostra brioche calda di forno nel  caffelatte mattutino.



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Harper Lee - Va', metti una sentinella
2 marzo 2016
Una delle prime serie televisive di successo fu Beaver - in Italia nota come "Il mio amico Billy". Lo schema delle storie era sempre lo stesso: il protagonista aveva un problema - o si cacciava in un guaio - la cui soluzione era sempre trovata dal papà che alla fine del telefilm andava nella stanza del figlio e gli faceva un bel sermone in cui dava la morale della vicenda.

Come Beaver, Jean Louise - in vacanza da New York alla nativa Maycomb, Alabama - va in crisi perchè i suoi cari mostrano di appoggiare la retorica razzista anti-negri. E come nei telefilm la nostra rompe tutto, litiga con il padre, il possibile marito, tutti i parenti vicini e lontani, medita di tornare rapidamente in città quando quando il saggio zio interviene a rimettere le cose a posto e dare una soluzione. Il libro però è tutt'altro che brutto: è scritto bene, con molta freschezza, profuma di pancake e sciroppo d'acero, ha un'ingenua sincerità cui non sono insensibile. Non ci dice se Jean Louise sposerà Henry, ma possiamo immaginare che la giovane donna si integrerà meglio - come Beaver - nella società del suo paese, di quel sud che oggi è il firewall su cui si appoggiano Obama e Hillary Clinton.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/3/2016 alle 13:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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