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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Kako Nashiki - Un'estate con la strega dell'ovest
11 settembre 2021
Mai è una ragazzina che non vuole andare più a scuola. Se ne capisce il motivo solo a metà del libro: la giovane non è riuscita ad entrare in alcun gruppo. Non si tratta di un semplice giro di amicizie ma di un clan molto strutturato, gerarchico e dalle regole rigide – che verosimilmente preparano alla struttura della società giapponese. Insomma, chi non si inserisce nello schema proposto è un isolato destinato a vita grama. Meglio la fuga nell’idilliaca campagna in cui vive la nonna (la strega del titolo). Non è un caso che il breve romanzo sia popolato di animali e piante e incredibilmente povero di umani, bidimensionali e privi di sviluppo (il vicino di casa Genji che pure si sarebbe prestato benissimo alla bisogna e che non trova una sistemazione adeguata nella storia). Trovo tanti spunti anche interessanti ma privi dello spazio necessario a gonfiarsi e riempire un libro che – così come è fatto – promette molto ma evapora in fretta.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/9/2021 alle 14:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Idomeneo - Monaco di Baviera 2021
16 agosto 2021
Al carnevale del 1781 tutti davano per scontato che Idomeneo avrebbe riscosso un successo incondizionato nonostante l’assenza del drammaturgo, persona senza la quale oggi non sembra possibile allestire uno spettacolo, e soprattutto nonostante la presenza di Mozart, un povero stupido incapace di tagliare e interpolare a proprio piacimento altri numeri del Köchel Verzeichnis. Temo anzi che questo battisolfa non avesse le trovate dinamiche di Caryidis, che al termine di un’impressionante “D’Oreste, d’Aiace” in cui Elisabeth Müller ha anticipato i mondi di Donna Elvira e della regina della notte, dopo essere stata angelica su “Placido è il mar”, infila una serie di pernacchie in fortissimo che non mi sono affatto piaciute. Anche Harnoncourt considerava indispensabili i contrasti spetazzanti. Infatti lo ho sempre evitato accuratamente, da vivo come da morto.

Ho sentito ben altri maltrattamenti di Elettra! In fondo lo spettacolo marcia senza sorprese. La compagnia di canto è molto buona, l’orchestra duttile, con il livello solito della compagine monacense.

La regia non fa danni: un impianto scenico semplicissimo, nessun riempitivo gesticolatorio, movimenti coreografici piacevoli, costumi molto colorati e di buon gusto. Il solo appunto è – secondo me – lo sconsolato Idomeneo che rimane in scena solitario nel quadro del balletto conclusivo. È vero che ha perso il regno, ma in compenso ha guadagnato un figlio e una nuora. Forse perchè influenzato dal saggio di Bramani sul Figaro vedo ormai tutti questi sovrani di Mozart in chiave illuminista. Ma allora se Idomeneo anticipa Sarastro e Tito, lasciamogli l’allegria dell’apoteosi finale. A meno che non sia la nostra epoca a rifiutare qualsiasi visione ottimistica del mondo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/8/2021 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La chiesa dei Teatini a Monaco di Baviera
27 luglio 2021
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Ho capito cosa mi piace di questa chiesa: il biancore degli stucchi, qui affatto privi delle incredibili tonalità da dentifricio rosa, azzurro e verde comuni nel barocco locale. Mi trovo di fronte a una decorazione tanto inattesa che non riconosco subito l’influsso delle grottesche di marca italiana nelle paffute signorine della contro-facciata. Anche le colonne tortili, pur ornate di festoni floreali popolati da putti, non hanno il selvaggio colorito carta da caramelle che fa tanto Alpi – bavaresi e non. Rompere l’abitudine da un lato mi svaga piacevolmente, dall’altro mostra meglio le ascendenze mediterranee giunte fin qui. D’altro canto tutta la storia di questa chiesa è fatta da artisti provenienti dalla penisola per celebrare un santo – Gaetano – di Thiene.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/7/2021 alle 9:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sansovino - La resurrezione dell'annegata
30 aprile 2021
 Gallery2 Cappella dellArca del Santo J
Anche senza leggere la firma si nota subito che l’autore di questo gruppo scultoreo non è uno sprovveduto. L’attenzione è attirata dal volto grinzoso della vecchia che rimanda alla scultura ellenistica come anche alle caricature di Leonardo. E’ una immagine che metto assieme a tante figure ghignanti della pittura fiamminga. Ogni Passione che si rispetti deve avere qualcuno che fa le smorfie, che sbeffeggia il Cristo. E’ un gesto che oltre all’insegnamento morale veicola la coscienza di quanto sia abile l’artista nel riprodurre la realtà. La donna è disegnata con grande accuratezza, nei panneggi dell’abito come nell’artrosi delle mani ma appare estranea alla scena, come i personaggi di Mantegna che tanto piacevano a Proust (c’è pure il ragazzo monumentale addormentato sulla destra, immancabile nelle scene drammatiche – si tratti di una crocefissione o di una partenza in treno.

Sono belli gli abiti leggeri e attillati che lasciano intravedere negli astanti una muscolatura michelangiolesca che rimanda alla scultura romana. Io però sono incuriosito dalla melisandesca vaporosità della capigliatura della giovane affogata. Par che viva, direbbe Leporello. Come il servo dell’empio Don Giovanni anche io non riesco a staccare lo sguardo dai suoi capelli, le scruto il petto come nei primi piani degli streaming operistici quando l’ansimare tradisce che il cantante è vivo. Non posso far a meno d’altronde di notare la doppia linea continua che unisce le mani e le teste dei personaggi, dal ragazzo alla fanciulla, entrambi dormienti, passando per le due donne, l’aziana e la giovane, dalle fattezze di una Madonna.

Il gruppo si trova a Padova dietro in Sant’Antonio




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/4/2021 alle 18:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Julia Jones - Il flauto magico - ROH 2017
3 aprile 2021
Julia Jones adotta dei tempi velocissimi: tutta l’opera dura due ore e venti, parlati compresi. Non sento la necessità di una maggiore distensione. Penso anzi che l’aria di Pamina assuma una desiderabile compostezza rassegnata e priva di sentimentalismi.

Dal punto di vista registico questo Flauto magico sembra di primo acchito stupido. Si rinuncia a interpretazioni e aggiornamenti cronologici, ci si limita a seguire il testo di Schikaneder. Monostatos è un Nosferatu che rinuncia a definirsi nero per adottare un politicamente meno scorretto schiavo, Papageno entra in scena cantando l’incipit della Schöne Müllerin. La sorpresa però è nel finale, quando Sarastro si riprende il flauto magico e abbandona la scena: rimane il coro di uomini e donne normali (Naturmenschen, direbbe Papageno) che – una volta tratta la morale di questa storia – debbono vivere la loro esistenza autonomamente, sulle proprie gambe, senza ricorrere a aiuti sovrannaturali.

Un bello spettacolo che va al sodo, efficace e piacevole.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/4/2021 alle 9:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Britten - Morte a Venezia - Fenice 2008
18 marzo 2021
Com’era bravo Bartoletti! Commovente risentire la grazia, la partecipazione con cui rende il crepuscolare ritorno alla creatività di Britten. E’ stupenda anche la figura di Marlin Miller, un Aschenbach dimesso, che potrebbe uscire da un film di Fantozzi, che senza lasciar intravedere la fiamma dell’artista scivola in punta di piedi, a mo’ di una Melisande in ritardo di qualche decennio, nell’adorazione di un ideale che – come in Billy Budd – non è perfetto e lascia in bocca un retrogusto amaro.

Stupende le coreografie, fondamentali in quest’opera, ottima la scelta – non obbligata quando non esisteva ancora il Covid – di lasciare il coro fuori scena. Molteplici suggestioni visive: si comincia con un rimando alla Isola dei morti vista dal retro: si notano in secondo piano i cipressi mentre la muraglia è costituita da una grigia parete di libri. E’ come se Aschenbach fosse già morto, un monumento a se stesso. Questi alberi cimiteriali rimangono in tutto l’allestimento, accompagnati spesso da un sole perfettamente rotondo come lo si può vedere in mezzo alle nubi pesanti di un clima afoso e avvelenato. Non manca neppure un rimando alle pitture dell’antico Egitto, con il ballerino in posa su un battello a fondo piatto che sembra dirigersi nel regno dei morti.

L’allestimento mi è piaciuto non meno della parte musicale, affatto indimenticabile.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/3/2021 alle 18:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cervantes - Don Chisciotte
15 marzo 2021
Oggi Don Chisciotte sarebbe convinto che il Covid sia stato cucinato in laboratorio da Bill Gates. A mandarlo fuori di testa non sarebbero le centinaia di libri cavallereschi ma i gigabyte di informazione che Facebook gli riversa addosso, i maghi incantatori dei cavalieri erranti sarebbero i poteri occulti che complottano contro gli inermi cittadini avvelenati da striscie chimiche e 5G.

Sta qui, secondo me, la modernità dell’hidalgo creato da Cervantes – uno non molto più pazzo di tanti iscritti ai social. Solo che lui deve portare la sua pazzia nel mondo, in una diretta Facebook. Le piattonate di spada che egli rifila ai nemici del momento rimbombano nelle pagine di questo libro come i colpi di spada dei vari Amadigi e Orlandi ma possono ridurre a malpartito chi ne è vittima, così come un post può far male a persone reali.

Mentre rido del curato e barbiere che consegnano al braccio secolare della governante i libri da bruciare mi rendo conto che distinguere i tomi cavallereschi buoni da quelli cattivi sia difficile come sceverare le notizie buone dalle fasulle.

La seconda parte ha un più marcato carattere di meta-libro. I personaggi incontrano persone che hanno letto l’inizio della storia e che, molto spesso, conoscono anche il sequel apocrifo. E’ inevitabile che avvenga questo in un racconto che parla della forza dell’arte, della sua capacità di trasfigurare il reale, in un libro che racconta passioni di carta che anelano a incarnarsi nella quotidianità.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/3/2021 alle 14:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Elena Egiziaca - Scala 2019
18 novembre 2020
enso sempre che Strauss e Hoffmansthal avrebbero dovuto concludere quest’opera con il primo atto. Se proprio si voleva una seconda parte era meglio seguire l’esempio di Euripide: di fronte al comune pericolo – il re d’Egitto tenta di tenere Elena per sè – i coniugi si coalizzano rendendo inutile il ricorso a filtri e psicologismi degni di Donna Moderna. La realizzazione scenica mostra ancor di più i limiti del libretto, con la povera Elena che – casalinga disperata – passa un tempo infinito a versare e mescolare le pozioni magiche e il fuori posto Altair che va e viene incongruamente. Penso alla perplessità del pubblico della prima, a Hoffmansthal che – invece di ammettere che la ciambella è uscita senza buco – ricorda che l’opera lirica è piena di filtri magici e che si possono tenere basse le luci in platea per consentire la lettura del libretto: davanti a me una signorina, nonostante il display multilingue compulsa disperatamente il programma di sala. Pena perduta: il testo non funziona.

E la musica? Ammiro Welser-Most che attacca con dei tempi non molto rapidi, che rifugge dai volumi orchestrali eccessivi – quando si può – nel secondo atto Richard Strauss prova a nascondere nei fortissimo una musa sonnecchiante. In complesso il direttore centra l’obiettivo: il breve interludio orchestrale che, verso il finale del primo atto, accompagna l’apparizione di Elena è perfetto, con dei corni al dente, un amalgama ben riuscito; gli esotismi di Altair, con una attenta calibratura della concertazione, diventano anche meno disgustosi di quelli che aprono la danza dei sette veli di Salome.

Andreas Schager ha impeto e timbro giusti per Menelao e domina agevolmente il panorama. La sua partner – Ricarda Merberth – invece ha un vibrato che non mi piace e non mi convince affatto nel registro grave, confermando l’impressione che ne ebbi a Torino qualche mese fa. Meglio Eva Mei nella Aithra a metà strada tra Zerbinetta e Pamina e deliziosa Claudia Huckle – conchiglia onnisciente che pretenderebbe un discorso approfondito sull’androginia straussiana, evidente non solo nei frequenti ruoli en travesti ma anche nella passione per le voci femminili scurissime.

Bechtholf parte dall’evidente osservazione che la conchiglia onnisciente è un apparecchio radiofonico per costruire la sua regia proprio attorno a una gigantesca radio il cui altoparlante ha appunto la forma di una conchiglia. Il mobile si apre e nel primo atto mostra una decorazione alla “All that jazz”, nel secondo dei bei valvoloni entro i quali si trovano gli uomini di Altair. Bello, bellissimo. Ottimi i costumi femminili – rigorosamente anni venti, come voleva del resto Hoffmansthal. Interessante la scelta di proiettare scene della grande guerra nei momenti in cui si evocano Paride e Troia: non avevo mai pensato che la vicenda potesse rimandare alla grande carneficina appena conclusa.

Complessivamente lo spettacolo scaligero è riuscito a far dimenticare i limiti di un libretto farraginoso e ha evidenziato le non poche cose buone della Elena Egiziaca.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/11/2020 alle 8:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tournus e Chalon sur Saone
26 luglio 2020
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Dal finestrino del TGV che collega Parigi a Lione vedo volare sulla pianura una cattedrale borgognona. Forse Tournus, in posizione sopraelevata, con una guglia sulla crociera. Più difficile che sia la vicina Chalons sulla Saona, con una bell’abside gotica e sulla facciata le torricelle di ordinanza, ma troppo bassa per sbucare dal resto della città. Siamo in pieno stile neogotico, che si lascia riconoscere non solo dal nitore della pietra, ma anche dalla mano precisa e pignola che la ha scolpita. Ben diverso è il ruvido romanico di Tournus, segnato da una muraglia di pietre con feritoie che rimandano ai fortilizi religiosi che ho trovato in molte parti d’Europa, dal Portogallo ai Paesi Bassi anche lontano dunque da terre soggette alle incursioni turche. Mi piace a Tournus la delicatezza del tutto sesto affiancata alla sensibilità dello stile gotico che si afferma nelle navate laterali; a Chalons invece sono incuriosito da cappelle squadrate e larghe che mi ricordano le chiese britanniche.

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Su tutto la consapevolezza tutta proustiana che questi edifici bagnano nella quarta dimensione del tempo, talvolta visibile nel colore delle pietre, talvolta evidente nei resti di Valeriano, il santo martirizzato a Tournus.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/7/2020 alle 11:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Orfeo - Monaco di Baviera 2014
18 luglio 2020
Un figlio dei fiori non pensa al domani, cantava Guccini una cinquantina di anni fa. Oggi David Bösch ricicla un armamentario a metà strada tra Woodstock e Little Tony (c’è pure una chitarra acustica con la firma di Jimi Hendrix) per raccontare la fiaba in musica di Orfeo. Secondo me di Monteverdi e Striggio rimane poco: un esagitato correre nella festa nuziale, con il solito furgoncino già riciclato nei Meistersinger monacensi, macchine fotografiche, alcoolici, bicchieri di carta, striscioni e varie amenità. Intanto la musica corre verso l’abisso in un tempo troppo rapido. Non posso fermarmi ad assaporare il lirismo di cui è pieno questo capolavoro. Ed è giusto a questo punto che – privo del cielo e dell’inferno – Orfeo, come al solito, si suicidi e si corichi nella tomba assieme a Euridice vestita come il giorno delle nozze. Apollo è un barbone che forse farebbe meglio a cantare “Eyesight to the Blind”, Plutone un essere peloso dalle corna mozze. Il tutto, prosaico e noioso, si sfalda molto prima del fiore che perde i petali nel quinto atto.

Ho già parlato dei tempi rapidi in cui è affogato questo Orfeo. I cantanti a mio avviso si perdono troppo spesso in affetti più veristici che barocchi. In generale questo Monteverdi mi lascia perplesso e non me lo porto nell’isola deserta.



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Cazzullo/Roncone Peccati immortali
24 aprile 2020
E’ possibile che gente tanto accorta da lasciare il corpo di un cardinale entro le mura vaticane perchè la giustizia italiana non possa occuparsi della faccenda, dimentichi di perquisire le tasche del defunto? Penso che anche il “Manuale delle giovani marmotte” faccia al capitolo “Come smaltire un cadavere” queste banali raccomandazioni. Anche perchè in tasca all’alto prelato si trova un telefonino con immagini di un’orgia tra il sant’uomo, un trans, una nobildonna romana e – soprattutto – il ministro degli interni di turno.

Si scatena una caccia all’I-phone tra chi vuole distruggere il materiale compromettente e chi vorrebbe usarlo per far saltare i governi delle due rive tiberine. Ovviamente non faccio spoiler per non togliere il piacere di correre le pagine di questo libro.

E’ sicuramente più facile vendere gialli che saggi sul mondo politico italiano. Cazzullo e Roncone hanno la mano felice buttandosi in un genere letterario di successo. Mescolano abilmente personaggi reali ed immaginari facendo però in modo che i primi siano ben riflessi nei secondi. Un libretto piacevole che però mi lascia una domanda: debbo proprio credere che i governati siano meglio dei governanti?



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La danza polovesiana di Salome (Marijnski 1995)
13 aprile 2020
Gli ebrei sono resi riconoscibili dagli abiti che indossano, hanno mani gigantesche con indici abnormi che rimandano agli yad, ma sopra tutto Erode e la sua allegra compagnia sembrano usciti dal principe Igor. Nulla che mi faccia rimpiangere i nazisti, trader, perfino i Micenei (Genova, alcuni anni or sono) che mi sono sciroppato in tante edizioni. Al contrario, la Salome è la celebrazione dell’esotismo, anche un po’ volgare, e la visione offerta da Julie Taymor è spiritualmente vicina all’epoca in cui quest’opera è nata. Mi piace l’uomo ghignante, chagalliano, vestito di un tutu con in mano un cerchio che simboleggia la luna. La sua comparsa nei momenti cruciali mi ricorda l’importanza del nostro satellite nell’economia di questo brevissimo atto unico. Interessante lo Yochanaan che compare come una visione sopra la scena ed al cui posto, nel finale, si troverà il corpo della morta principessa Giudea.

Gergev adotta dei tempi quanto mai stringati, che da soli mi fanno apprezzare questo video. Ma la vera sorpresa è costituita dai cantanti, per me tutti quanti carneadi, solidi, precisi, funzionali. La protagonista ha dei toni leziosi, da bambina che gradualmente abbandona il ruolo di ninfetta per contrastare seriamente il suo Erode-Humbert. Un insieme ben affiatato con il quale cesso di pormi domande sulla precisione dell’esecuzione: sono troppo preso dall’avanzare del racconto.



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Manolo Valdes a Locarno
4 novembre 2019
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Non ci vuol molto per riconoscere in questo dipinto il nudo di una donna reclinata. Valdes non è mai realmente astratto, ci obbliga soltanto a guardare con attenzione la sua tela. Il dialogo con i secoli di passato che gravano sulle spalle di ogni artista è certamente difficile, ma ineludibile. Forse è meglio imitare Valdes, che affronta spavaldo l’eredità dei suoi predecessori e non esita a proclamare il debito di riconoscenza che egli ha nei loro confronti. Così, la reminiscenza di Matisse, che mi sembrava pure evidente in questo nudo diventa plateale nei ritratti che concludono l’esposizione.

A mio avviso, qualunque persona abituata a frequentare mostre individua gli artisti che hanno ispirato Valdes. La ragione di ammirare questo artista per me sta nella tecnica di assemblaggio che egli utilizza. Le sue statue sono costruite mettendo assieme frammenti di materiale, fino a costruire una libreria che solo da vicino mostra di essere fatta di pezzi di legno, cucendo delle meninas e dei corpi che solo in apparenza sono fatti di un unico blocco coerente. E anche i suoi dipinti combinano sacchi di iuta verniciati.

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Basta usare con intelligenza un telo perchè esso disegni le gambe di Eva, perchè formi una boccoluta capigliatura. Ed anche i volti possono sembrare fatti di un uniforme strato di colore: il gioco delle pennellate lascia intuire le fattezze del viso e offre profondità a un lavoro che domanda attenzione ad un mondo che preferisce un fuggevole consenso.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/11/2019 alle 8:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mamma con Bimbo - Guercino
29 ottobre 2019
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Un passero si macchia di sangue estraendo una spina dalla fronte del Crocifisso: è la leggenda che narra l’origine del pettirosso e che giustifica la presenza di volatili nelle immagini di Madonne col bambino.

Guercino ci presenta una vera mamma intenta a giocare con il suo piccolo. Gesù si tende verso questo strano giocattolo, gli occhi brillano di curiosità e divertimento. E la giovane madre spensierata è parte attiva di questa scena di felicità familiare.

Un fiammingo però avrebbe dipinto con precisione l’ambiente casalingo, in questo dipinto conservato a Parma invece Guercino lascia lo sfondo nell’oscurità. Solo un faretto posto a destra versa sul gruppo una luce obliqua e fortemente drammatica che ci lascia presagire la tragedia a venire, la spada che – secondo la profezia del vecchio Simeone – trapasserà il cuore di Maria.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/10/2019 alle 8:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La villeggiatura del vescovo
25 marzo 2019
Nel settecento anche i vescovi smaniano per la villeggiatura. Nella fattispecie il pavese Monsignor Pertusati ha i propri beni terreni a Portalbera, una trentina di chilometri a valle, lungo il Po – ciò che gli permette di giungere in villa navigando lungo il fiume, senza farsi shakerare in carrozza.
Oggi la casa vescovile è una dimora privata a ringhiera che dà su un prato che coincide con il giardino di Monsignore. Gli unici segni della gloria passata sono una lapide e lo stemma di famiglia.
Di fronte alla casa è la mensa vescovile, il luogo in cui si facevano gli interessi materiali del vescovo. Anche questa è oggi una struttura privata, il classico cascinale lombardo fiancheggiato da un rustico di grandi proporzioni senza alcun valore artistico speciale.
E allora dove cercare l’arte? In chiesa. Non ho mai notato che la parrocchiale di Portalbera abbia il campanile più alto della diocesi e forse questo particolare giustifica il fatto che la facciata della chiesa appaia troppo bassa e larga. Gli stucchi sotto il portico – niente male – non lasciano presagire il valore dell’interno. Non sono l’unico a tastare le pareti per verificare che esse siano davvero interamente in marmo: fedeli alla massima che il falso è più vero del vero, i portalberesi hanno dipinto tutto come se fosse marmo finto. Ciò nonostante l’impressione d’insieme è forte e la cappella laterale, dedicata a San Fedele è un gioiellino realizzato con l’ausilio degli artisti impegnati nel duomo pavese.
Mi piace meno il grande affresco dedicato all’Assunzione che domina il coro, mentre non sono privi di interesse i paramenti di Monsignore che, come i suoi colleghi salisburghesi, aveva il suo bel passaggio segreto che gli permetteva di arrivare da casa in chiesa senza farsi vedere dai fedeli.
Ma la gloria del mondo non passa facilmente: alla sua morte il vescovo ha fondato l’ospizio per anziani che ne ha tramandato il nome anche ai pavesi del ventunesimo secolo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/3/2019 alle 7:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Castellucci e il Flauto Magico (Monnaie 2018)
10 dicembre 2018
Sul sito di Arte è possibile vedere l'allestimento del Flauto Magico che Romeo Castellucci ha fatto per La Monnaie.
 
Il primo atto mi è piaciuto molto: un Rorschach argenteo, in cui ogni personaggio - con l'eccezione della Regina della notte piazzata sull'asse di simmetria - danza in sincrono con il proprio doppio posto nella metà opposta della scena. E' un rococò trasognato che funzionerebbe a meraviglia nel pastiche mozartiano della Dama di picche. Mi è parso tanto bello da farmi dimenticare la scomparsa dei dialoghi parlati.
 
Peccato che poi venga il secondo atto, qui spostato in una cantina dalle pareti giallo-ocra, come le uniformi che i personaggi indossano e come le parrucche che hanno in testa. Papageno (Georg Nigl) mi ricorda il comandante Straker dei telefilm UFO di moda quarant'anni fa.
 
A farmi imbestialire sono gli inserti parlati: onanistiche meditazioni intercalate alla storia di casi umani (ciechi e grandi ustionati) presi di peso da qualche talk-show malriuscito di Mediaset. Che molto spesso il testo di Schikaneder ricordi il film Attenti a quei P2 non giustifica lo stravolgimento dello Zauberflote. Specie per sostituirvi un Diego Fusaro di terza mano.
 
Avrei staccato volentieri la spina a questa porcata della Monnaie se la musica non fosse stata tanto ben suonata. Il direttore Antonello Manacorda ha lavorato finemente. Dei suoi cantanti mi sembra giusto citarne almeno due. Nigl, inutilmente gigione in Ein Mädchen oder Weibchen, ma perfetto nel successivo tentato suicidio, sprecato in questo spettacolo demenziale; Sabine Devieilhe che ha valorizzato la prima parte delle sue arie con molte intenzioni giuste e precise.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/12/2018 alle 13:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Open art Roveredo 2018
29 agosto 2018
Attraverso il centro abitato di Roveredo seguendo l'indicazione "Campagna". Nomen omen. Al termine di un rettilineo tanto lungo quanto stretto, appena dopo il cantiere della circonvallazione ecco aprirsi di fronte a me un campo erboso su cui spuntano le sculture ed installazioni di Open Art 2018.
 
Spuntano anche in senso proprio, come le bandierine rosse di un Sogno d'architetto. O si formano seguendo la conformazione del terreno. Ci sono due recinti a forma di lente, che paiono due ali che si congiungono. Debbo mettermi su un poggiolo naturale per avere una vaga idea di come debba apparire questa Nazca grigionese
open art
Sembra un sito archeologico in cui si riconoscono i segni di un misterioso rituale.
 
open art
Come quello di un'altra installazione, in cui si cammina accompagnati dal tintinnio delle campanelle appese all'albero circondato da figure antropomorfe disposte in cerchio.
Non è l'unico esempio di cerchio magico in cui immagini umane sono in dialogo tra di loro
 
open art
E neppure è l'unico caso di opera in cui domina l'elemento circolare
 
 
E' la necessità di trovare una simmetria, un ordine attorno a cui collocare la nostra attenzione? Oppure è il punto di coagulo dell'attenzione? Della comunicazione che si vuole creare con lo spettatore? Le immagini umane che compaiono regolarmente, fossero anche distorte come nella coppia-lucertola e la coppia-cabaret, rimandano ad un desiderio di parlare, di entrare in contatto con un altro che è alterato irrimediabilmente dall'ambiente.
 
Una delle prime opere che vedo entrando in open art si intitola Am I You
E' evidente il richiamo al mondo del selfie, o - quanto meno - dell'immagine rubata in tutta fretta tramite il telefonino. E c'è in questa domanda "Sono te?" lo spaesamento di chi colleziona una serie grandissima di immagini che non riesce a catalogare, neppure a ricordare, tanto esse vengono accumulate in modo meccanico e compulsivo. Sono persone anonime. E anche noi stessi, rinchiusi nella prigione di un selfie abbiamo perso la nostra identità. Ciò che la foto non può rendere è il soffio del vento che scuote queste tele dipinte come se fossero gli ignavi danteschi, in perenne corsa, sospinti dalla moda che ci svuota della nostra personalità mentre cerchiamo di cogliere gli istanti della nostra vita mediante lo smart-phone.
 
openart roveredo 2018
 
Ma gli istanti non tornano più, dice questa scultura dominata da tre semisfere in acciaio in cui si riflettono deformati paesaggio e spettatori. E specchiandomi in quest'opera non medito sull'irripetibilità del momento ma sulla necessità di mettermi a dieta.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/8/2018 alle 13:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cappella di Santa Croce - Wawel Cracovia
9 agosto 2018
Non c'è solo la immaginaria chiesa di Combray a stendersi lungo una quarta dimensione - il tempo. Anche sul Wawel, la collina a sud di Cracovia, la cattedrale offre un viaggio attraverso i secoli partendo dalla regina Edwige nel XIII secolo per scivolare ai piedi di Woytila che la ha canonizzata.
 
A poca distanza tra loro si trovano le insegne regali della summenzionata Edwige, l'altare a San Giovanni Paolo II, il neo-classico nero ed oro della cappella Vasa e l'ottocentesca rotonda dedicata alla famiglia Potocki.
 
Molto appariscenti, però senza la gloria della cappella di San Sigismondo, di un purissimo stile rinascimentale. Perfetta ed armoniosa. Peccato che sia chiusa da una cancellata che rende impossibile godere non solo della simmetria ma anche di un altare con pannelli in argento che - a mio umile avviso - avrebbero meritato molto.
 
Mi rifaccio a inizio navata con la Cappella di Santa Croce. Anche qui c'è il solito sepolcro del solito sovrano polacco. Ho perso il conto dei regnanti che riposano qui... per inciso si trova, in compagnia della signora, pure Lech Kaczynski, il furbastro che volendo volare con un tempo inclemente ha fatto perdere la vita - oltre che a sé - a quanti si trovavano sull'aereo presidenziale diretto a una cerimonia commemorativa delle vittime di Katyn.
 
Nella cappella di Santa Croce ci sono due bellissimi altari in gotico internazionale e una fantastica serie di affreschi in stile greco bizantino. Non ci si prende neanche la fatica di indicare i lineamenti dei volti: bastano gli ovali per indicare gli angeli.
 
croce
A Vasari non piacevano queste figure "greche". Posso anche capire il suo punto di vista, ma trovo in queste opere una essenzialità che punta dritta alla testa più che al cuore di chi guarda. Le figure lunghe ed affusolate hanno una irresistibile modernità, il dettaglio inutile è omesso. E se non altro come reazione all'appariscenza controriformista della cattedrale mi trovo a mio agio in questa religiosità asciutta e concreta.

 




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/8/2018 alle 12:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lotta agli insetti molesti: Lohengrin Bayreuth 2018
1 agosto 2018
Krethina Wagner ha avuto un'idea che può risollevare le sorti di molti teatri lirici: perchè non inserire gli sponsor dentro lo spettacolo?
 
Il pubblico ritrova sulla scena i fastidiosi insetti che lo hanno tormentato nell'arsura di questa estate francone. Non c'è alcun logo pubblicitario esplicito, ma la luce azzurrina che circonda tutti, lo stesso colore della tuta da uomo del gas di Lohengrin suscitano l'immediato collegamento con le piastrine del Vape. E anche nel terzo atto il giallo e l'arancio della dimora di Elsa e Lohengrin evocano il logo dell'Autan.
 
Bisogna ammettere che il pubblico non sembra aver manifestato alcun particolare fastidio per questo allestimento. Non capisco perchè: le scene sono brutte come sempre, i costumi trasudano il solito cattivo gusto. Non si può neppure parlare di movimenti scenici sballati, visto che cantanti e coro più che insetti sembrano dei sedani.
 
Mi spiace molto per la nipotina Wagner: lo spettacolo è partito con il piede sbagliato. Il forfait di un tenore in disarmo che neppure conosceva la parte ha fatto piombare un polacco con una voce bella, rotonda, davvero eroica, che incarna perfettamente il protagonista. Un disastro per la bella Krethina. Non le va meglio con Elsa e Ortruda le quali hanno superato le difficoltà della parte, se pur con qualche ammaccatura (ma la Foster non sa cantare neanche all'inizio di carriera, figuriamoci all'età della Meier). Katharina aveva posto molte speranze in Konieczny, un basso che riesce sempre ad essere mediocre, ma che qui è riuscito a farmi ricordare Siegmund Nimsgern nei suoi momenti meno peggiori.
 
E poi c'è Thielemann. Mi sono messo a ridere quando - sul finire della sezione centrale della marcia nuziale - ha esposto con molto sentimento ed enfasi la stupenda frase affidata al corpo degli archi. Si sentiva che ci prendeva gusto, tanto da rallentare sensibilmente il tempo. Un erroraccio! In partitura Wagner si limita a chiedere un tempo più lento per la parte centrale, senza prevedere un ulteriore allungamento dei tempi.  Petrenko si sarebbe adeguato a questa indicazione. E tanto per cambiare avrebbe avuto ragione. Però... come era bello quel rallentando. Non ci rinuncerei per niente al mondo.

 




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/8/2018 alle 19:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Parsifal secondo Kirill Petrenko a Monaco (2018)
21 luglio 2018
Qualsiasi bambino si stringe ai genitori quando il tremolo degli archi gli fa presagire l'arrivo della strega cattiva di Biancaneve e i sette nani. Io invece, quando in questo Parsifal monacense noto il cambio di atmosfera con cui Wagner prepara la descrizione dello scontro Amfortas-Klingsor, non ho alcuna reazione particolare. Forse proprio perchè sul podio non c'è il mestierante anonimo che lavorava per Walt Disney ma un vero divo della direzione orchestrale incapace di narrare una storia con la musica.
 
kirill petrenko
 
La telecamera rinuncia a seguire cosa succede sulla scena per soffermarsi sul suo dolcissimo sorriso e per consentirci di contare le gocce di sudore che imperlano la sua profondità metafisica. Kirill Petrenko mi ricorda Yuja Wang: tecnica strabiliante, pieno possesso della partitura, resa con totale precisione. Nessuno padroneggia i quadri di Petruska come fa lei... peccato che dopo io torni a Pollini. Ed anche con Petrenko rivaluto Boulez, che corre allo stesso modo ma con una differenza sostanziale: Kirill Petrenko va di fretta perchè non sa cosa dire. E se stamane mia moglie avesse usato la stessa flemma di Gurnemanz nel svegliare Kundry al terzo atto avrei fatto tardi sul lavoro.
 
Kaufmann mi fa pena: le mezze-voci non nascondono lo sfacelo di una voce che paga a caro prezzo ogni acuto emesso. Gerhaher vorrebbe fare un Amfortas chiaroscurale... le sue mezze-voci sono però scolorite e stonate. Perchè, visti i mezzi vocali ed intellettivi che possiede, non ascolta qualche vecchia incisione di Dieskau? Buoni Koch (Klingsor) e Pape (Gurnemanz) - affaticato però nel terzo atto; incredibile Nina Stemme.
 
Pierre Audi e Georg Baselitz firmano regia e scene. Può essere fastidiosa l'oscurità degli atti estremi - a parte il porpora del Karfreitag. Non mi è piaciuto il fatto che l'interno del tempio del Graal non sia abbastanza diverso dall'esterno. Ho trovato bellissima la scena del secondo atto e mi sono ritrovato nel mondo artistico di Baselitz quando ho visto le membra grasse e flaccide di cavalieri del Graal e fanciulle-fiore.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/7/2018 alle 7:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ariadne auf Naxos - Aix-en-Provence 2018
14 luglio 2018
Non necessariamente chi ben comincia è a metà dell'opera. Katie Mitchell parte con un Prologo perfetto e crolla già all'inizio dell'Opera.
 
Angela Brower è la compositrice: siamo infatti ai giorni nostri, in cui anche le donne possono essere creative. Certamente questo cambio di sesso pone alcuni problemi: la frase di Zerbinetta sul "bel moretto dagli occhi scuri come sei tu" si riferisce qui ad uno dei suoi compagni di troupe. E soprattutto il duetto d'amore tra Zerbinetta e il compositore si risolve in un dialogo tra colleghi al termine del quale, inconsciamente, la compositrice si avvicina alla soubrette per baciarla, salvo svegliarsi e interrompere l'atto quando Zerbinetta si tira indietro. Bellissimo.
 
Indimenticabili lo sculettante Freddy Mercury maestro di danza (Rupert Charlesworth) e il maestro di musica - qui un basso non ancora a fine carriera (Josef Wagner). Bella e giusta la recitazione del maggiordomo (Maik Solbach).
 
E' però su questo versante che vengono i guai dell'Opera. Infatti prima che inizi l'Ouverture ci sorbiamo un nuovo intervento affatto inutile del maggiordomo. Dato che però le disgrazie non vengono mai da sole ci sono i mecenati (marito e moglie, lui in abiti femminili e lei - ovviamente - maschili). Questi addirittura parlano durante l'opera nonchè sulla straordinaria apoteosi finale.
 
Se la Mitchell avesse consultato anche un bignamino dedicato a Hoffmansthal avrebbe appreso che nel passaggio dal Borghese Gentiluomo all'Ariadne definitiva è sparito il mecenate che organizza lo spettacolo.
 
E a ragione. E' un classico di Hoffmansthal che il personaggio che mette in moto la macchina teatrale rimanga assente dalla scena (Agamennone, Keikobad, Posidone nella Elena Egiziaca, ma addirittura la Marescialla - che sparisce dalla fine del primo atto fino all'ultima mezz'ora del Rosenkavalier).
 
E' dunque contrario alla poetica dell'autore mostrarci il più ricco uomo di Vienna (sdoppiato o meno poco conta). E ancora più assurdo farlo comparire da protagonista nella chiusa in cui il teatro scompare per la metamorfosi/apoteosi - altro carattere tipicamente hoffmansthaliano - della fine. Questa Mitchell dimostra di non aver capito niente non solo della Ariadne ma pure più in generale di Hoffmansthal. E a questo punto tutta la seconda parte di questa rappresentazione perde senso, nonostante molti spunti niente affatto disprezzabili.
 
Meritano di essere ricordati Eric Cutler che riconferma come Bacco di sapere il fatto suo e Marc Albrecht
 
Visibile su Arte.tv



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/7/2018 alle 16:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il cigno spennato di Lohengrin alla Monnaie (2018)
3 maggio 2018
Dopo aver sentito la Pankratova nella parte di Ortrud mi viene spontaneo alzare un beethoveniano inno di ringraziamento alla Divinità perchè erano secoli che la spietata antagonista di Elsa non mi appariva in tutta la sua sulfurea bellezza. Ed anche Eric Cutler è un Lohengrin dalla voce brunita e buona che cresce bene durante tutta l'opera. Il suo duetto del terzo atto con Ingela Brimberg ha offerto un bel diversivo dagli sbianchettamenti del povero Vogt. Era cominciata male con un araldo (Werner van Mechelen) che il cavaliere del cigno non sarebbe riuscito a sentire neanche se fosse stato alle sue spalle ed invece, poco alla volta, mi sono lasciato prendere da questa lettura vigorosa, forse troppo rapida (una gara di centometristi durante la marcia nuziale) ma in complesso niente affatto male. 
 
Che invece mi pare mediocre è la regia di Py che ci immerge in una costruzione cilindrica diroccata che ruota su se stessa. Nel terzo atto i soliti busti ed oggetti non identificati (un veliero, un tempo greco) con cartelli scritti in gotico. Ovviamente non mi è piaciuto perchè mancava il busto di Wagner che qualunque regista moderno inserisce.
 
Così come non ho gradito il continuo girovagare di Gottfried che, pur essendo stato soffocato con un cuscino dalla perfida Ortrud, continua a presentarsi ad ogni momento. Lohengrin, in scena già da tempo, lo prende per i piedi per farlo piroettare in scena mentre del cigno si vedono solo delle piume svolazzanti. Nel finale viene consegnato, a mo' di pacco Amazon, il cadaverino del principe brabanzano.
 
In fondo mi dispiace che il ragazzino abbia incontrato una simile fine prematura: sarebbe stato molto meglio se al suo posto ci fosse stato Olivier Py. 
 
A partire dal giorno del compleanno di Wagner il video sarà disponibile in streaming sul sito della Monnaie



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/5/2018 alle 12:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il 1883 nel diario di Cosima Wagner
8 aprile 2018
Ha del Gustav Aschenbach il vecchio Wagner, seduto con aria tra il divertito e il frastornato al tavolino di un caffè mentre attorno a lui impazzano le ultime sere del carnevale veneziano. Sulle sue labbra l'accenno di una canzoncina, "Arlecchino, devi morire" - più simile al "Du lieber Augustin" che all'Adagetto di Mahler. Osserva i passanti mentre beve champagne o birra. L'alcool è veleno per lui e questi sgarri dietetici hanno per conseguenza dei dolori lancinanti. Ma lui fa di testa propria, tanto... Arlecchino, devi morire.
 
... il barbiere dice che il mio italiano sta facendo passi da gigante. Anche stamattina gli ho fatto una battuta di spirito nella sua lingua. Piova fruttuosa. Sempre meglio del francese che proprio non sopporto. Meno male che Franz se n'è andato. Il nostro palazzo è troppo piccolo per ospitare anche lui. Non c'è spazio. Non c'è neanche la mia biblioteca. Quella sì che mi manca. Franz no. Quel continuo cicì e ciciò con Cosima mi infastidisce... cosa abbiano sempre da dirsi... e poi mi batte sempre a whist. Grand'uomo, chi dice di no? E' l'unico che sappia suonare la 106. Ma le porcherie che sta scrivendo adesso... Non mi piacciono. E gliel'ho anche detto in faccia. Cosima si arrabbia, dice che ci resta male. Ma io son fatto così, non ce la faccio a tacere quello che penso. Cosima si crede la virtù in persona, sempre lì a cercare di rimediare alla mia mancanza di diplomazia. E crede che non mi accorga che mi tiene nascosto tutto quello che può disturbarmi? Neanche fossi un bambino...
 
... che poi, mica lo capisce che mi resta poco... sì, i massaggi di questo dottore nuovo mi fanno stare meglio, ma ci vuole altro... alla minima fatica mi brucia e mi stringe qui il petto... mi tocca fermarmi ed aspettare che passi...
 
... Adesso vediamo cosa esce con il saggio sull'eterno femminino. Sarà l'ultimo. Al massimo scrivo qualcosa sulla musica religiosa italiana. Bello l'articolo di Cos sui Bayreuther Blatter. Solo una donna poteva mettere le cose tanto bene. Non so cosa sarebbe stato di me senza di lei. Dovevamo metterci assieme un quindici anni prima... ormai... è andata così. Inutile pensarci. Del resto, ho passato la giovinezza in un ambiente mediocre... poi ho trovato solo gente che mi ha deluso e tradito. No, meno male che ci sono Cosima e i bambini. Non riesco ad immaginare cosa sarei senza... il Re? Penoso, a fare il Re Sole alla Residenza. Perchè Rotschild non potrebbe darmi un milione?
 
... Bella l'idea di ieri. Mica sono Schumann o Brahms che fanno musica senza avere idee! Non ha senso scrivere sinfonie beethoveniane, in più movimenti con i temi contrapposti. Meglio un filo che si dipana, come nella Marcia Imperiale. Basta con il teatro. Meno male che Neumann non dà l'Anello qui a Venezia. Bayreuth... tempo di merda, un postaccio che non mi ha dato niente. Nessun senso dell'ideale, pensano solo ai soldi che ci possono guadagnare. Ci diamo una decina di rappresentazioni di Parsifal questa estate. Sarebbe bello rappresentare tutte le mie altre opere, cominciando da Tannhauser. Magari se ne occuperà Fidi. E' in gamba quel ragazzino. Forse un po' troppo tenero. Chi è meglio come precettore? Glasenapp... Stein? Boh... Arlecchino devi morire!"



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Il 1878 nel diario di Cosima Wagner
14 marzo 2018
La mattina di Natale del 1878 Cosima viene svegliata da uno strano rumore proveniente da basso. Nel salone di Wahnfried c'è un'intera orchestra sinfonica che sta suonando il preludio di Parsifal, che Richard ha orchestrato apposta per dare alla moglie un regalo di compleanno - e Natale - non meno straordinario dell'Idillio di Sigfrido.
 
E' un episodio - inspiegabilmente meno noto di quello analogo di Triebschen - che corona un anno sereno e felice. Per la prima volta nella sua vita Wagner può comporre nella tranquillità, senza assilli e problemi. Ed infatti il Parsifal scorre dalla sua penna senza intoppi, tanto che a fine anno è già partita la composizione del terzo atto.
 
Noi che sappiamo come andranno le cose leggiamo con preoccupazione che sono comparsi dolori frequenti all'emitorace sinistro. Oggi nessuno avrebbe risparmiato almeno un eco-cardio al compositore. Allora ci si accontentava di bere l'acqua di Ems e di cercare un formaggio meno pesante per cena. Richard però non sembra farsi illusioni e dice a Cosima "morirò senza che tu te ne accorga".
 
Le descrizioni molto dettagliate delle giornate ci offrono una vista molto precisa della vita a Wahnfried: discussioni, letture, ascolti musicali. Si spazia da Turgeniev a Leopardi. Gli immancabili Bach, Mozart e Beethoven ma anche - molto meno prevedibili - Chopin, e Mendelssohn.
 
Che però Wagner adorasse Meerestille und Gute Fahrt lo avevamo capito però dal plagio che ne aveva fatto nella Columbus-ouverture.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/3/2018 alle 8:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Korngold - Die Tote Stadt - Holten Helsinki (2010)
26 febbraio 2018
Paul ha trasformato il proprio appartamento in un mausoleo dedicato al ricordo della moglie morta: il pavimento è cosparso di reliquiari, sugli scaffali delle pareti laterali ci sono fotografie della defunta. A differenza di quanto previsto dal libretto, Holten ci propone non un ritratto ma la morta in carne ed ossa, che esce da sotto la coperta del letto posto in mezzo alla stanza. E' il solo Paul a vederla e ad interagire con lei. Durante la parte finale della lunga fase onirica la sua immagine appare sbiadita, come in una fotografia ingiallita. E' un espediente che ci prepara al complesso finale: all'abbandono da parte di Paul dei luoghi in cui egli ha conosciuto sì la felicità ma anche il dolore di una perdita.
 
Irreparabile? Il regista potrebbe dare la risposta che non troviamo nel libretto. Holten preferisce tacere e lasciare aperto il finale. Con questa provvidenziale reticenza egli salva uno spettacolo bellissimo in cui non ha sbagliato alcuna mossa. I colleghi di Marietta sbucano dal letto, che usano come se fosse una barca a remi; la processione mostra figure che sbucano da finestre simili a quelle dei calendari dell'avvento, aperte sulle case di una Bruges rosso sangue che occupa lo sfondo di una scena interamente scura.
 

Paul, un ruolo in cui predomina l'elemento lirico, tormentato e difficile, che si macera nel proprio dolore intimo e rifiuta il mondo esterno sembra pensato apposta per Klaus Florian Vogt, che conferma per l'ennesima volta di dover scegliere attentamente quali personaggi mettere in repertorio. Al suo fianco Camilla Nylund è credibile e spumeggiante, una donna piena di vita e allegra il cui arrivo deve scuotere il mondo interiore di Paul.

Ottimi gli altri cantanti e del tutto notevole la direzione d'orchestra assicurata da Mikko Franck.

 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/2/2018 alle 10:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tempo ritrovato a Villa Massena in Nizza
29 dicembre 2017
Il pianterreno della villa Massena di Nizza stupisce il visitatore con uno scenografico ingresso in marmo cui segue una infilata di stanze rivestite interamente da pannelli di legno stile impero. Immagino che quei signori che si chiamano come un ponte (Iena) che Oriane de Guermantes rifiuta di andare a conoscere abitino una casa simile a questa villa Massena.
 
Una calda alternanza di marrone, nero ed oro, aquile, trofei, cornici dorate che racchiudono i momenti culminanti della vita del maresciallo Massena.
 
É curioso il fatto che queste decorazioni provengano dal castello di Govone, in provincia di Cuneo, uno dei tanti esempi del l'indifferenza con cui da secoli trattiamo un patrimonio che suscita l'ammirazione degli stranieri. Quello che non si può asportare - i soffitti del castello - è stato riprodotto fedelmente e crea un ambiente molto raffinato.
 
Dei molti oggetti esposti ho particolarmente apprezzato un tavolo rotondo sorretto da leggiadre sfingi dorate che precorrono benissimo il liberty - non mi stupisce che Swann abbia consigliato a Oriane di tirare giù dalla soffitta di Guermantes il suo prezioso mobilio impero. C'è una sottile continuità di gusto tra inizio e fine ottocento.
 
Anche nei piani superiori ritrovo l'ombra di Proust. Davvero debbo cacciarmi a Cabourg per vedere Balbec? I dipinti e le foto di Nizza a cavallo di XIX e XX secolo mostrano una diga con tanto di casino, il concerto della banda, bagnanti e fanciulle in fiore che passeggiano davanti a lussuosi alberghi. Non mancano corse ippiche, velieri, anche manifestazioni aeree (Agostinelli muore in un incidente aviatorio proprio qui, a Nizza). C'è anche una foto del Laghet, tanto per mettermi in contatto con Odette de Crécy...



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/12/2017 alle 17:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Racconti giovanili di Thomas Mann
4 ottobre 2017
 Ho trovato nella collana degli Oscar Mondadori una raccolta di scritti giovanili di Thomas Mann.
 
Di tutti i racconti compresi nel volume, l'unico che conoscessi era "Sangue Velsungo", una storia d'amore incestuoso nel mondo dell'alta borghesia sullo sfondo di una galeotta rappresentazione della Valchiria. Anche se avrei preferito un riassunto più succinto dell'opera wagneriana si tratta pur sempre di una pagina molto raffinata che rimanda sia a Musil che a certa letteratura gotica, con questi due fratelli che nascondono sotto un aspetto esteriore angelico un cuore corrotto ed impuro.
 
Trovo già presenti molti temi dei lavori più celebri di Mann: la decadenza delle grandi famiglie borghesi, l'aspetto fisico che riflette l'alterità dell'artista, la sua incapacità di omologarsi agli altri (anche nel bambino prodigio che - pur nella sua istrionicità presenta dei tratti da artista nato). Addirittura nella scazzottata sulla spiaggia tra Jappe e Do Escobar riconosco un'eco della lite tra Tazio e gli altri ragazzi al termine di Morte a Venezia. E che dire del piccolo signor Friedemann, innamorato di una bella donna e, condannato a morire, come il nano di Zemlinsky, vittima della propria deformità?
 
Ma più che questi riflessi dei grandi lavori a venire è commovente riconoscere i primi passi del grande artista, anche in un raccontino convenzionale come Perduta.
 
Come canta Wolff all'inizio del suo libro di canzoni spagnole "Anche le piccole cose possono incantarci .




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/10/2017 alle 7:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il museo delle belle arti di Arras
7 agosto 2017
Arras non è Firenze, nè il suo museo è gli Uffizi. Nonostante questo - o magari, proprio a causa di ciò, mi è sottoposto un questionario di gradimento in cui mi si domanda perché ho visitato questo museo, se ci tornerei, cosa vorrei ritrovarvi in più e quali opere mi abbiano particolarmente colpito.
 
Questa ultima domanda mi ha imbarazzato perché sono state molte le opere da mettere in lista.
 
Inizio con una testa di Crocifisso dall'espressione tranquilla e serena: un adolescente che riposa. E subito dopo un transi: una pietra tombale che raffigura un morto in decomposizione. Il ventre squarciato, il teschio che affiora dalla carne. Com'è più tranquillo il piccolo memento mori in deposito dal museo di Cluny.
 
C'è poi una sala dedicata a tele di grande formato destinate ai pilastri di Notre-Dame. Non impazzisco per la pittura francese del 600. Rigida e retorica: trovo un Cristo che caccia i mercanti dal tempio più simile a Zeus che brandisce i fulmini. Per giunta é tutto molto statico, anche il bue che un giovanotto dovrebbe trattenere con le corde sembra pacifico, niente affatto desideroso di andarsene.
 
In compenso c'è tantissima serenità e poesia nella vicina "Fuga in Egitto" di Louis de Boullogne.
 
Non intendo dilungarmi in uno stucchevole elenco di opere. Segnalo solo, come conlusione, un tale Gustave Colin di cui sono esposti vari quadri di ambientazione basca tra i quali una tauromachia paesana, formicolante di colori e vita.
 

arras





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/8/2017 alle 5:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Reims: Museo del Tau
2 agosto 2017
Ho sempre pensato che, a differenza di musica e teatro, le arti figurative non fossero soggette alla variabilità dei modi con cui il pubblico si avvicina ad esse.
 
Il Museo del Tau mi obbliga a rivedere le mie convinzioni. Cosa di più abnorme del metterci sul medesimo piano di opere pensate per essere viste a grande distanza e dal basso? Anche facendo la tara del modo con cui il tempo ha rovinato le sculture, le copie che si trovano in facciata hanno un effetto più potente degli originali perché messe nel modo "giusto" e ideale per fruirle.
 
Eppure é anche vero che averle all'altezza dei nostri occhi permette di gustare meglio i dettagli che altrimenti andrebbero persi. Il famoso "Angelo del sorriso" isolato, lontano dai suoi compagni, si dona meglio alla mia curiosità, però la sua serenità rifulge meglio sulla piazza, dove offre una  più elettrica visione di beatitudine.
 
Mi viene in mente Nattiez, secondo il quale nella  messa in scena teatrale si è spesso costretti a tradire la lettera delle didascalie. Il museo del Tau può essere visto come una pièce di teatro i cui attori sono le statue della Cattedrale.
 
Ma non solo le statue: questi originali sono infatti solo una parte della storia.
 
Ci sono dei bellissimi cicli di arazzi, splendidamente conservati ed esposti secondo una logica narrativa che mi conferma che mutare il quadro espositivo non è molto diverso dal trasporre il Giulio Cesare di Händel ai giorni nostri.
 
Le storie del Re Clodoveo sono messe vicino al tesoro in cui é esposto il reliquiario che contiene i resti dell'olio santo usato per tutte le consacrazioni di Re, dal tempo di Clodoveo fino alla Restaurazione. Il Cantico dei Cantici e le storie di Maria culminano nell'incoronazione della Vergine come se tutto il museo fosse un inno mariano.
 
Le diverse opere esposte dialogano tra di loro per raccontarci una storia che dipende dalla loro disposizione.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/8/2017 alle 5:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rienzi al Capitole di Tolosa (2012)
19 luglio 2017
Quando durante l'ouverture sfilano immagini di manifestazioni di piazza e scontri con la polizia penso che mi toccherà il solito Rienzi politicizzato e fermerei anche la registrazione se non fosse che Pinchas Steinberg sta dirigendo bene, con molta grinta e tempi stretti, valorizzando nel giusto modo questo brano sinfonico.

Con l'inizio dell'azione mi rendo conto che la regia di Jorge Lavelli ha cambiato idea: una scena scura, chiusa da pareti di ferro che sembrano provenire da un Fidelio, dominanza di azzurro e bianco, l'unica nota di colore - rosso - gli abiti di Irene e del dantesco cardinale. Il coro si muove poco. Tutto estremamente minimale, nella gestualità come nell'assetto scenico. Non è però un male: tutto questo sottolinea la grande abilità con cui il giovane Wagner costruisce le situazioni drammatiche. La lettura, visiva e musicale, di questo Rienzi mi conferma le qualità di un lavoro ingiustamente negletto dai teatri d'opera.

Rienzi e Olandese Volante sono due opere bifronti che da un lato guardano a modelli affermati - rispettivamente Meyerbeer e Weber - ed offrono le soluzioni formali convenzionali previste dai lavori alla moda; dall'altro però anticipano molti schemi narrativi e musicali che troveremo nel Wagner maggiore. Certamente l'Olandese è più maturo, tanto che al compositore bastano poche modifiche per spacciarlo come primo "dramma musicale wagneriano". Il Rienzi però non è da trascurarsi e - specie nella seconda parte - contiene spunti interessanti.

Proporre quest'opera in modo da sottolineare quanto in essa anticipa il signore di Bayreuth impone dei tagli, anche consistenti: qui a Tolosa Steinberg elimina tutto il balletto (meno male, una delle pagine più brutte di tutta la storia della musica) nonchè tante ripetizioni inutili - nulla di anomalo, pensiamo al taglio degli stretti nei concertati dell'Olandese. Ci troviamo così con un Rienzi coerente e concentrato. Non un pot-pourri di "best of" ma con un'opera che può benissimo, in questa forma, ambire ad entrare a pieno titolo nel repertorio.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/7/2017 alle 13:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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