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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Elektra dal vivo con Birgitt Nilsson a Vienna nel 1965
10 giugno 2017
Ascoltiamo il verso "Der jauchzt und kann sich seines Lebens freun!" con i due acuti sulle parole jauchzt e freun (rispettivamente esulta e rallegrarsi). Quanti soprano oggi sono in grado di cantare perfettamente questa parte? o di esprimere con tanta facilità una gioia così sovrumana da condurre a morte chi la prova? Noi ci accontentiamo di letture in cui l'approssimazione viene scambiata per espressività (vero, Evelyn?). Birgitt Nilsson invece scala questo Everest del canto sopranile come se si trattasse di una passeggiatina in pianura. La Nilsson sa essere eroica, sublime ed alta e subito dopo scivolare nel lirico (si veda il passaggio impressionante da "aus des Hauptes offner Wunde" all'improvvisa schiarita di "Ich will dich sehn"). Il dialogo con Clitennesta si apre con un semplice tono di conversazione familiare e pacato: la madre viene attirata in trappola dalla pacatezza con cui la figlia la affronta. E dopo, poco alla volta, ci conduce all'ironia, al dileggio ("Mit einem ungeweihten" contiene l'accenno di un sorriso diabolico). E si sfocia nella violenta evocazione della vendetta. Dopo un simile climax espressivo sembra innocua la terribile musica che descrive il momento in cui Clitennestra apprende la morte del figlio.

E a proposito di trappole: com'è bello il dialogo tra Elektra ed Egisto - interpretato stavolta non da un caratterista ma da Windgassen, bello e sublime, grande anche quando deve impersonare un ignobile vigliacco.

Si potrà obiettare che la Rysanek ha una voce troppo simile a quella della Nilsson così che Crisotemide si differenzia poco dalla sorella. Però ne avessimo oggi di cantanti così.

Una registrazione monofonica, dal vivo. Non certo in grado di competere per qualità audiofila con la stereofonia del Bohm DG o del mitico Solti (Decca). Però secondo me qui Bohm appare meno monodimensionale: questa Elektra è molto variegata nei colori e soprattutto nelle istanze interpretative. Non si tratta insomma di un urlo di 90 minuti, ma di un attento viaggio in una psiche che per quanto monomaniacale presenta molte sfumature di espressione.





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Ariadne auf Naxos - Bohm 1944
11 settembre 2016

Un documento reso sfocato da suoni saturi e rumori parassiti, non sempre chiarissimo ma di notevole interesse: è l'esecuzione con cui il regime nazista festeggiò l'ottantesimo compleanno dell'autore.

Bohm è sinonimo di Strauss, non solo per la dedica della Daphne ma anche per la quantità e qualità di esecuzioni che ci ha lasciato. Non dovremmo essere stupiti da lui. Eppure c'è subito nel preludio orchestrale un'urgenza più che benemerita che culmina nella schioppettata di terzine al pianoforte che introducono l'entrata del maestro di musica. Il maggiordomo non è personaggio facile: in von Karajan è il sosia di Mario Monti, che parla con un monotono e lento staccato; Sinopoli con Ronconi ne aveva fatto un personaggio di Sturmtruppen. In generale ci sono sottolineature e vezzi parodistici che sono assenti da Alfred Muzzarelli. Non c'è un attore che fa il maggiordomo, ma un vero e proprio maggiordomo, distaccato e preciso nel riferire la volontà di un padrone con cui è del tutto solidale. Ed è anche notevole la velocità della sua parlata... forse il tempo del parlato che Strauss aveva in mente quando consigliava di tenerlo come misura del tempo musicale è molto più stretto di quanto si faccia correntemente. Del resto se così non fosse come potremmo rendere bene il ritmo binario del 6/8 dell'intermezzo comico dell'opera (che in Karajan diventa infatti un confortevole valzerone) o il tempo tagliato del finale?

Bohm sente benissimo le variazioni sottili del tempo, a differenza dello Jurowski di Glyndebourne diversifica le invocazioni delle ninfe e le risposte di Bacco. E va pure in là: dato che Strauss vuole che la seconda risposta di Bacco sia più lenta della prima anche la seconda invocazione è meno mossa della prima.

Max Lorenz ha una voce squillante, chiara e duttile. Si sente un Sigfrido ideale che si districa senza molte difficoltà in una parte impervia.

Maria Reining ha poco fiato (deve ripetere due volte "Ein schönes war") ma quando c'è il salto di ottava su "Totenreich" il la bemolle grave manda in tilt i sismografi. Straordinaria!

Irmgard Seefried ha un suono acido (le grain de la voix, direbbe Barthes) che non mi piace, ma è difficile trovare una maggiore intelligenza nelle dinamiche.

Alda Noni è una Zerbinetta ingiudicabile: troppo rapida per capire se ha fatto bene la prima cadenza della "Großmächtige Prinzessin" (ma a me è parso che sia stata approssimativa). La seconda invece è mancata del tutto. Un buco nel nastro? Un taglio? Propendo più per la seconda ipotesi. Peccato perchè è l'unica pecca in una registrazione che è indispensabile conoscere.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/9/2016 alle 9:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ciccolini/Schumann: Carnaval (27-4-60)
29 agosto 2016

Un Carnaval inadatto a deboli di cuore: il Preambolo rispetta il fortissimo indicato da Schumann e riesce a dare un ulteriore aumento di volume sonoro per il finale. La Danza dei Davidsbundler non ha nulla di bonariamente pasticcione à la Meistersinger ma è un vero e proprio juggernaut che travolge tutte le figure di questo Carnaval.

Sono sempre inquietato dalla Reconnaissance, che risuona nel momento cruciale della Signorina Else di Schnitzler: il mio disagio in questa esecuzione è aumentato dalla forza con cui vengono marcate le sincopi del periodo centrale. Non ci sono bamboleggianti statuette in porcellana, ma è sempre sottostante un ghigno degno di Heine. Sono i fantasmi che popolano la mente bipolare di Schumann, immagini più da incubo che da sogno. Ecco per esempio il grottesco contrasto dei piani e forte nel Pierrot, un Pierrot che non fa pensare a Watteau quanto piuttosto a Ensor, con un colore che anticipa il mondo del Debussy più tardo.

Tante situazioni in cui le paginette di ogni numero disegnano una grande forma circolare, controllata perfettamente da un Ciccolini in stato di grazia.

La registrazione può essere scaricata come podcast dal sito Rai.



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Schnabel-Schubert: Sonata D960
11 aprile 2016

Anni '30 del secolo scorso: Arthur Schnabel pur non avendo a disposizione le diavolerie tecnologiche di oggi ha un suono meraviglioso, calibrato perfettamente, trasparente e nitido. Basta notare come è udibile, nella ripresa dell'Andante sostenuto, il disegno del basso (violoncelli pizzicati?) o il folgorante gioco dei diminuendo verso pianissimi impalpabili e pieni di tensione (anche nella pausa prima del presto conclusivo, una molla tesa verso il fragoroso tutti del finale). Che dobbiamo aspettarci dei finissimi equilibri di colori e dinamiche è evidente già dall'inizio, con il celebre tremolo che sorge dal fondo del pianoforte, non come un minaccioso rullio di timpani quanto come un fruscio delicatissimo di fronde scosse dal vento.

Sono arrivato tardi ad amare Schubert, grazie a Richter e Schnabel e a distanza di anni trovo che queste interpretazioni rimangano insuperate per espressione e colore. Questi temi lunghi che non si prestano sempre bene a uno sviluppo, ripetuti con compiacimento (le "divine lunghezze", eufemismo per dire "ho dormito tutto il tempo") rifiutano tempi stretti ma al contempo richiedono una mano salda che non perda mai di vista la coerenza formale del tutto. Un bilanciamento facile per un fuoriclasse come Schnabel.




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Wagner - Lohengrin - Mehta Maggio 1974
15 marzo 2016

Il primo Lohengrin non si scorda mai. Ne ho trovato alfine la registrazione e ho rivissuto delle grandi emozioni. Si tratta di una trasmissione radiofonica tenuta all'auditorium del foro italico nel maggio 1974 La Janowitz nonostante la purezza cristallina e virginale della sua voce lascia trasparire una Elsa meno "oca imbambolata" rispetto alla tradizione. Già nella sua aria del sogno mostra un piglio sicuro, di persona che sa il fatto suo. Rientra nel cliché con il diminuendo prescritto nel finale, ma basta saltare direttamente al terzo atto per vederla trasformata nella sorella di Judith: nel suo serratissimo dialogo con Kollo (un Lohengrin eccezionale e ricco di sfumature) la Janowitz va diritto al segno, con una dolcezza dietro alla quale si indovina una determinazione totale. Comincio a pensare che la ragazza non abbia bisogno che Ortrud le metta in testa dei dubbi sull'opportunità di sposare un signor N. N. qualsiasi. Alcuni finali di frase che sfiorano il parlato nella miglior tradizione della Devrient mostrano che Elsa è pronta a dominare Barbablù. In tutto questo va notato che Mehta adotta dei tempi serratissimi, che fanno sentire molto bene la pulsazione binaria della battuta (specie nella conclusione muta della scena). In genere i tempi sono rapidi e scattanti, con poca attenzione per cantanti e musicisti che non riescono a tenere il passo. Siamo però dal vivo - verosimilmente in una versione da concerto - e queste piccole magagne si possono sorvolare a favore della grande solidità dell'insieme

Siegmund Nimsgern è in ottima forma come Federico di Telramondo, un po' meno Eva Randova come Ortruda - dura e legnosa - Peter Meven e William Worman sono all'altezza della situazione.


Non c'è speranza dal vivo di sentire il concertato "O Elsa, was hast du mir angetan" e viene tagliata anche la breve allocuzione del terzo atto al cigno.




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Berg - Wozzeck - Mitropoulos 1951 New York
30 gennaio 2016
Eileen Farrell ha una voce molto bella con un infelice accento americano. Il suo dialogo con Wozzeck nella quarta scena del secondo atto é imbarazzante perché mi sembra di essere nella Street Scene di Weill. Ciononostante, l'ambiente straniato in cui bagna quest'opera risalta sempre così da far perdonare queste manchevolezze: la prima sortita americana del povero soldato Wozzeck è stata comunque degna di passare ai posteri, tra l'altro con un suono anche molto nitido e buono per l'epoca.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/1/2016 alle 16:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mussorgskij - Boris Godunov - Dobrowen 1952
7 novembre 2015
Sessantatre anni e non li dimostra. Difficile dire fino a che punto certi effetti sono dovuti alla registrazione monofonica (per altro perfettamente rimasterizzata) però questo Boris - ovviamente nella revisione di Rimskij-Korsakof - non è in technicolor ma si presenta sempre piuttosto cupo, pregno di tragedia, dolore e sangue. Bellissimi i tempi del terzo atto, con una Marina (Eugenia Zaresla) mai romantica, fredda e sicura di sè che non si abbandona totalmente allo straordinario Nicolai Gedda (purtroppo è tagliata tutta la scena con Rangoni in cui il giovane tenore avrebbe saputo dare ottimo sfoggio delle proprie qualità, si pensi solo alla sottigliezza con cui è condotto il dialogo con Pimen nel primo atto).

Boris Christoff, non contento del ruolo del protagonista, interpreta pure Varlaam e Pimen. Incredibile come nella scena finale egli giochi con la voce per differenziare lo zar e il monaco, ma anche la chiusa del secondo atto mette i brividi.

Oggi abbiamo direttori  attenti alla filologia, che seguono rigorosamente le differenti versioni del capolavoro di Mussorgskij, ma senza raggiungere l'intensità e la sincerità di questa esecuzione.



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Strauss - L'amore di Danae - Clemens Krauss
22 ottobre 2015
Questa registrazione, trovata per caso su Youtube, documenta la prima sortita pubblica dell'ultimo capolavoro straussiano. Tecnicamente non è un gran che: le finezze dell'orchestra sono sommerse dalla nebbia ma la concezione di Krauss è evidente. Egli compie su Strauss quella sgrassatura che di lì a poco meno di vent'anni Boulez effettuerà su Wagner: assenti enfasi e esagerazione. E' una commedia in cui Giove non è un secondo Wotan ma Dominique Strauss-Kahn che chiacchiera amabilmente con le proprie ex dei sotterfugi con cui cerca di raggirare una moglie gelosa e appiccicosa. Mercurio è il leccapiedi che non appena il capo volta la schiena si diverte a prenderlo in giro con gli impiegati del FMI. E Danae è la ragazzina che i genitori in bolletta avevano deciso di prostituire al ricco potente ma che preferisce scappare, come la Elaine Robinson de "Il laureato", con uno sbarbatello squattrinato. Così anche la seconda pioggia d'oro che con altri direttori d'orchestra io taglierei tanto volentieri ha l'andatura d'una indispensabile danza maliziosamente aggraziata in cui intravedo le moine del cavaliere Cesare Vanuzzi.

Il rovescio della medaglia è un finale forse leggermente sotto-tono rispetto a ciò che sono abituato a sentire. Però a ben vedere è giusto che Giove-Strauss si commiati così da un pubblico che gli preferisce gli starnuti post-seriali e si dimentica di tutte le sue benemerenze lasciando colpevolmente - nonostante gli applausi a scena aperta - che questo capolavoro ammuffisca fuori dal repertorio.

Grandi cantanti, specie Schoeffler, a suo agio nella terribile parte di Giove.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/10/2015 alle 6:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wagner - Parsifal - Karajan Salisburgo 1981
20 giugno 2015
La memoria fa brutti scherzi: uno è convinto che in questa registrazione dal vivo il terzo atto sia molto più lento rispetto alla versione in studio e poi scopre che le due hanno la stessa durata, al secondo. Se  Kurt Moll non andasse regolarmente per conto proprio quasi quasi penserei che mi sia stata rifilata una sola.

Il preludio mostra subito la filosofia di questa lettura, con l'attenzione maniacale alla dinamica e il rispetto rigoroso di tutti gli accenti e dei segni di espressione. Un suono bello e trasparente - nei limiti di una registrazione che, pur proveniendo verosimilmente da una trasmissione radiofonica stereo, non è sempre perfetta (il finale del secondo atto è ai limiti dell'ascoltabile). Rispetto alla versione ufficiale la parte di Klingsor è affidata a Gottfried Hornik, pulito e onesto, ma per i miei gusti non abbastanza cattivo. Un documento da sventolare in faccia a chi ripete il luogo comune di un Karajan bravo solo in sala d'incisione.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/6/2015 alle 16:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wagner - Crepuscolo degli dei - Karajan Salisburgo 1970
16 febbraio 2015
Mi sono messo alla caccia di queste registrazioni dopo aver ascoltato sulla radio spagnola il finale del Sigfrido in cui la Dernesch saltava il do di petto conclusivo. Secondo il conduttore quello era l'inizio della fine del belcanto wagneriano. Davvero? Helga Dernesch, anche ai limiti delle proprie capacità, è in complesso piú interessante e corretta di tante sue colleghe che circolano oggi. Il duetto con Siegfried (uno Helge Brilioth in ottima forma, piú vivace e presente rispetto alla versione di studio) va molto bene e pure la scena dell'immolazione - terribile per lunghezza, difficoltà e posizione - è soddisfacente.

Di fronte a questa registrazione - tra l'altro stereofonica - mi chiedo se non sia il caso di sfatare alcuni miti sulle scelte infelici dei cantanti e sul fatto che Karajan fosse un bluff creato ai potenziometri, un ideale in lucida carta patinata creato artificialmente.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/2/2015 alle 7:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wagner - Sigfrido - Karajan Salisburgo 1969
15 febbraio 2015
Come l'uccellino che fugge non appena ha guidato Sigfrido alla montagna su cui dorme Brunnhilde Karajan prende il volo e salta a piè pari la quasi totalità della seconda scena dell'ultimo atto dell'opera. Si tratta di un fatto che a mio avviso toglie qualsivoglia valore a  questa registrazione (tra l'altro anche nella scena conclusiva del primo atto abbiamo un altro salto ingiustificato). Atteniamoci dunque all'edizione in studio anche se questo live ci  riserva l'eterea Reri Grist nel ruolo di uccellino della foresta.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/2/2015 alle 20:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wagner - Valchiria - Karajan Salisburgo 1967
13 febbraio 2015
Su "Nimm den Eid" Thomas Stewart ha un raspo nella voce e finisce la frase praticamente afono. Un problema della diretta? Un effetto voluto? O un pover'uomo tanto immedesimato nella parte da essere sul punto di piangere? Cosa importa che la Janowitz abbia spesso dei problemi sul registro grave, che canti il suo "Salvami audace!" con un paio di battute di anticipo e continui imperterrita a mantenere questa sfasatura per tutta la frase se a ogni nota il petto è terremotato dall'emozione? Quei bei "mi" sopra il rigo inseriti nella registrazione in studio dell'addio di Wotan qui mancano: il cantante ha tutte le più buone ragioni del mondo di non farcela, ma che ce ne frega? Io non riesco proprio ad immaginare un'espressione più immediata e umanamente sconquassante. Il livello di orchestra e cantanti, la dolcezza del fraseggio del canto puro di Regine Crespin, la fragilità verginale della Janowitz, perfino un Vickers sorprendentemente timido mi fanno chiedere cosa possono aver provato i fortunati che erano in sala quella sera.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/2/2015 alle 17:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wagner - Oro del Reno - Karajan Salisburgo 1968
11 febbraio 2015
Ascoltando questi nastri capisco perchè per Karajan la tecnica di registrazione non consentiva di avere dei risultati soddisfacenti dal vivo. Più che un problema di qualità del suono  - molti cantanti non sono captati bene dai microfoni, ci sono degli squilibri sonori tra le diverse parti d'orchestra - c'è una diversa logica estetica: il disco, un monumento destinato a durare più del bronzo, contrapposto all'attimo fuggente della rappresentazione teatrale in cui ci scappa l'errore o il cantante può non cantare esattamente per dare un'inflessione quasi parlata alla sua frase o per creare un effetto di "rubato". In una registrazione destinata ad essere ascoltata ad libitum queste libertà sono inopportune; il teatro immaginario costruito in quella stessa epoca da Solti per Decca è bandito dalla poetica di Karajan che invece propone nei suoi dischi delle "versioni da concerto" delle opere di Wagner. Per trovare il teatro bisogna rivolgersi a questa registrazione monofonica, che adotta dei tempi molto più rapidi - identici a quelli di Bohm nella registrazione live di Philips. Qui trovo un'elettricità che mi fa meglio apprezzare la versione ufficiale che so a memoria e su cui mi sono formato. Ed al di là dei limiti tecnici del nastro si percepisce che Karajan non aveva bisogno dei potenziometri per creare le sue escursioni dinamiche.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/2/2015 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Berg - Wozzeck - Rai Roma 1954
1 dicembre 2014
Pensavo che non avrei retto all'ascolto di Wozzeck in italiano: già solo la nota che si deve aggiungere per trasformare Marie in Maria mi fa rabbrividire ma quando si hanno a disposizione dei signori musicisti si passa sopra a tante cose, e poi... non è che si capisca proprio tutto quello che viene detto. Il testo italiano si adatta male e sbava sulla prosodia tedesca, il nostro idioma trasforma Berg in un Ildebrando Pizzetti, lo colora addirittura di verismo.

Margreth (Maria Teresa Mandalari) nel primo atto sembra quasi parlare come una donna di borgata romana mentre canta assai bene nel terzo, i bambini del finale leggono il loro testo senza alcuna espressione, senza la vivacità di mocciosi che con gusto alquanto sadico annunciano al compagno un po' tonto la morte della madre. Ma Tito Gobbi, Hugues Cuenod e Italo Tajo sono un trio straordinario che arricchisce la mia percezione dei protagonisti di questo capolavoro. Tajo in particolar modo eclissa qualsiasi dottore io abbia mai ascoltato fino ad oggi. è un atomico concentrato di perfidia e follia. E Gobbi offre un Wozzeck pieno di nobiltà, non è il solito povero idiota, è davvero la canna pensante schiacciata da un destino avverso. In complesso è meno evidente rispetto al solito il lato grottesco-caricaturale dei personaggi. Dorothy Dorow sceglie di non essere una Marie puttana.

Questa registrazione non è soltanto il documento di un'epoca in cui l'opera veniva tradotta, è anche una visione per noi originale di un lavoro che si dà per scontato. Mi sembra che sia di nuovo la mia prima volta con quest'opera a me tanto cara.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/12/2014 alle 7:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tristano e Isotta - Bayreuth 1976 Carlos Kleiber
13 ottobre 2014
Quando udii questo Tristan, trasmesso in diretta da Radio3, non avevo né libretto né partitura - che del resto non sarei neppure stato capace di leggere... peró mi resi conto subito che quell'esecuzione era fuori dell'ordinario e che difficilmente avrei potuto sentire di meglio. Rispetto al disco in studio che uscí qualche anno dopo, i tempi sono piú stretti ed elettrici, si sente il sangue pulsare nelle vene. Siamo a metà strada tra la ipereccitazione di Böhm e la trasumanata bellezza ieratica del documento discografico del medesimo Kleiber. Molti passaggi sono sporchi: la Ligendza fin dall'inizio del suo monologo su Tristan ferito nel primo atto mostra di non avere la voce d'acciaio che il ruolo richiede, ma il pianissimo e la melodia di "Von einem Kahn" aprono sulla visione di una Isotta dolce e carezzevole, non la virago incavolata della Nilsson con Böhm. Certo, il finale del monologo é piú che pasticciato... ma siamo in teatro, l'azione sta dipanandosi e si é troppo presi dalla storia per notare queste cose. Anzi, certi acuti tirati trasmettono l'ansia dell'amore che non osa dichiararsi. E poi... lo straordinario duetto dell'atto centrale. Anche se Brangäne non entra in forte come vorrebbe la partitura, anche se i due protagonisti sono completamente fuori tempo proprio nel finale e l'ottimo Ridderbusch si inventa un "Tristan, wo bist du" nella scena conclusiva siamo in paradiso. Ma appunto... a che servono partitura e libretto? Quando a dirigere é Kleiber si capisce tutto senza bisogno di questi ausili e la foga  dell'azione scenica cancella questi piccoli dettagli per lasciarci ansimanti, sfiniti, alla fine di una vicenda che pure conosciamo a memoria.



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Beethoven - Sonata n. 13 quasi una fantasia - Arthur Schnabel 1934
18 maggio 2014
Non si tratta certo di una delle sonate più famose ed amate, neppure da me che trovo grottesca la marcia funebre centrale seguita subito dopo da un allegro beffardo che sembra prendersi gioco di chi si è commosso nel movimento precedente. Ma bisogna sentire cosa ne cava Schnabel, la finezza della dinamica, con tutte le intensità sonore rispettate allo spasimo e - incredibile per una registrazione di ottanta anni fa! - la ricchezza dei colori orchestrali, la capacità di ricreare sulla tastiera le sonorità di archi, legni, timpani con un effetto emotivo sconvolgente. E questa pagina è talmente ben riuscita e ricca di espressione che il contrasto con il finale, leggerissimo come una danza di Puck ante litteram, non mi disturba affatto anzi, aumenta la mia ammirazione per un compositore di cui anche i borborigmi dovevano essere grandissima musica.



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Wagner - Crepuscolo degli dei - Krauss Bayreuth 1953
11 maggio 2014
Stupefacente Varnay. Non ho mai sentito una simile scena dell'immolazione. Posso discettare su tutti i punti in cui i cantanti non vanno a tempo, con errori anche plateali, ma la voce - come pure il senso di ciò che si canta e suona - è presente, solida e forte. E' facile arrivare spompati all'ultima giornata, spesso si sente la stanchezza al termine di questa maratona musicale: Krauss e la sua compagine di artisti riescono a sopravvivere al Ring e ad essere freschi come quando il sipario si era alzato sul fondo del Reno. L'unico punto mediocre è Gutrune, la stessa cantante che non aveva brillato come Freia nel Rheingold e che verosimilmente oggi sarebbe osannata come Brunnhilde.



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Wagner -Siegfried - Krauss Bayreuth 1953
9 maggio 2014
Mime e Siegfried (Paul Kuen e Wolfgang Windgassen) vanno ognuno per conto proprio nel finale primo. Straordinario l'exploit del secondo che su "zu Spreu nun schuf'ich..." riesce a fare nove battute di fila senza centrare un tempo ma pronunciando tutto il testo. Sono ubriachi o geni? Kuen disegna un Mime grottesco che cura poco la linea di canto in favore di una maggiore espressione drammatica (e Siegfried gli fa il verso in "seh' ich geh'n") e il suo duetto con Alberico é la risposta wagneriana ai battibecchi di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. 
Ma il vero miracolo é nel finale con un duetto Siegfried-Brünnhilde vocalmente perfetto. Bellissimo lavoro sulle consonanti, sulla dizione, voci di acciaio che rispondono perfettamente alle richieste di una scrittura che pretende il massimo. Brünnhilde é prima di tutto una dea che deve accettare la perdita del suo status: quanta malinconia in "Ewig war'ich" e che supplica in "Laß .... Zertrümmre die traute". Solo nella ripresa (questa é in definitiva un'aria tripartita) c'é la rassegnazione gioiosa che si esprime con un trionfante "Leuchtender Held" su cui la Varnay infila un do di petto che non sapevo neanche piú come fosse fatto.
Mancano le prime tre battute dell'opera (tremolo dei timpani in pianissino) ma in compenso abbiamo come uccellino della foresta niente meno che Rita Streich. Basterebbe lei a giustificare l'acquisto di questa registrazione.



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Wagner - Walkure - Krauss Bayreuth 1953
7 maggio 2014
Un primo atto di grandissima finezza, leggero e lirico. Regina Resnik è una Sieglinde che ti stende con un manrovescio ma a fianco di Greindl - Hunding nero e malvagio - ci vuole un tipino del genere. Finale elettrizzante. Stupende le voci della Varnay e Hotter, lontanissimi dall'abiezione dei vari Terfel e compagnia brutta che ci dobbiamo godere oggi. Il terzo atto è da "orchestra-velox" (64 minuti!). Forse anche troppo incandescente (di nuovo Sieglinde farebbe sembrare Margaret Thatcher una mollacciona), ma nel finale non si può non restare scossi dalla forza delicata con cui Hotter saluta la figlia adorata e dalla bellezza dell'orchestra di Bayreuth. Impietoso ogni raffronto con quanto udito la scorsa estate sulla verde collina: a che serve il Dolby 5.1 quando non si hanno a disposizione dei musicisti degni di questo nome?



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/5/2014 alle 15:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wagner - Oro del Reno - Krauss 1953 a Bayreuth
6 maggio 2014
Rubato o semplice sciatteria di chi non va a tempo? Verrebbe da privilegiare la seconda ipotesi sentendo Freia (Bruni Falcon) saltare il "Wo harren meine Brüder" e perdersi un bel terzo della sua "aria", ma un ascolto attento mostra che questa libertà ritmica è cercata e fa parte di uno stile esecutivo. Certamente non accetto i versacci di Fasolt (Ludwig Weber), in generale insopportabile e sgraziato, davvero uno "stupido gigante" incapace di cantare veramente ma al contrario Hotter è un Wotan con i fiocchi da qualunque parte lo si prenda. Idem per i cattivi Greindl e Neidlinger (rispettivamente Fafner e Alberico). Grande orchestra, molto nitida e trasparente. La registrazione non è molto analitica e privilegia l'effetto generale, forse rende poca giustizia agli ottoni (riuscire a distinguere bene le trombe anche in forte non è facile).



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 6/5/2014 alle 7:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wagner - Maestri Cantori - Karajan Bayreuth 1951
4 maggio 2014
Quando il popolo ha acclamato Walther vincitore della gara di canto ecco svettare la voce di Eva, che riprende le parole del coro e le conclude con un trillo semplicissimo ma - sulla bocca di Elisabeth Schwarzkopf - perfetto. Non ho mai sentito un gorgheggio così pulito, dolce e bello, ogni singola nota un miracolo di purezza. Una Eva che ondeggia tra infanzia e età adulta, sentiamo l'esitazione con cui si apre la frase "Non potrebbe un vedovo riuscire [a conquistarmi]?" con un forte ritenuto all'inizio e il graduale ritorno alla battuta regolare una volta che la ragazza ha trovato il coraggio di proporre a Sachs di sposarla, o la totale libertà ritmica con cui la Schwarzkopf commenta quanto accade nella scena centrale dell'opera. Mirabile.

E il dialogo Sachs-Beckmesser (Edelmann-Kunz) nel secondo atto? La varietà di timbri vocali, le sfumature dal serio all'irresistibilmente comico senza finire nello sguaiato, nel grugnito con cui oggi si cerca di nascondere nel migliore dei casi  l'incapacità di esprimere i sentimenti con il canto, nel peggiore una serie di penose mancanze tecniche. Bello e giovanile David (Unger), stentoreo Walther (Hopf), perfetta Maddalena (Malanjuk).

E' una registrazione magistrale, con un Karajan che mostra già la sua pignola attenzione per il dettaglio ed il colore orchestrale.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/5/2014 alle 5:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Richard Strauss - Rosenkavalier - Erich Kleiber
5 aprile 2014
Questa è la registrazione del Cavaliere della rosa che Carlos Kleiber regalava alle persone cui teneva. Del resto, per quanto ne so, l'unico Rosenkavalier privo di tagli alternativo è quello firmato da Solti, con un fantastico suono stereofonico, con pure dei grandi cantanti ma purtroppo anni luce lontano dalla perfezione di questo documento monofonico. Perchè non basta un suono bello, ricco e sfarzoso, bisogna scendere in profondità e scoprire che le elaborate armonie orchestrali di Strauss non sono soltanto degli orpelli. Il gusto e la grazia con cui Kleiber cambia i tempi, i glissandi e i portamenti (questi neanche sempre presenti in partitura), il rubato, la finezza e il fascino della Vienna immaginaria di Strauss e Hoffmansthal, la levità dei colori sempre trasparenti nonostante la partitura sia così fitta - perfino il concertato del secondo atto sembra meno pesante del solito. Osserviamo con che cura maniacale sono rispettate tutte le indicazioni di dinamica, ma quando mai abbiamo ascoltato una tromba tanto dolce e soffice nel momento in cui Sophie e Ottaviano si guardano per la prima volta negli occhi? Tremo dall'emozione perchè qui siamo davvero in un mondo superiore in cui si scopre uno Strauss intimo e contenuto, un Mozart redivivo, non uno sbruffone che ti annichilisce sotto tonnellate di note. E finalmente si gode il terzo atto così come è stato scritto, non l'informe riassunto che viene offerto nei teatri d'opera in nome di una tradizione che davvero è sciatteria.



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Brahms - Sinfonia n. 1 - Sergiu Celibidache Rai Milano
2 aprile 2014
Ho sempre amato Celibidache per la sua volontá di rimanere ai margini del mondo musicale rifiutando la fama e la ricchezza che le registrazioni discografiche danno e per aver mantenuto la propria fedeltá a un' arte che esiste nel momento in cui si crea, che non sopporta di essere ingabbiata in un artificioso perenne. Celibidache è inattuale in un mondo che nega alla musica la possibilità di trasformarsi col mutare del pubblico e che spera di realizzare una esecuzione modello definitiva ne varietur.

La registrazione delle sinfonie brahmsiane fatta nel 1959 con l'orchestra Rai di Milano é l'ennesimo esempio di come un grande direttore trasformi un'orchestra mettendola al pari delle piú grandi. Non ci sono ancora i tempi pachidermici dell'ultimo Celi (ma si ascolti come respira il largamente alla battuta 186 del finale), molta flessibilitá, un'attenzione alle dinamiche che fa impallidire von Karajan. Una storia che si dipana con grande ricchezza di situazioni: si sente ancora il giovanotto ardente e impetuoso, il bel ragazzo non ancora trasformato nel robusto patriarca barbuto degli anni successivi. Un po' duri i corni nel finale, forse un problema di presa sonora, ma complessivamente una registrazione che giustifica l'ammirazione per Celi.



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Beethoven - 9 Sinfonia - Furtwängler, Bayreuth 1951
22 febbraio 2014
Come più tardi nell'ultimo quartetto per archi, Beethoven sembra non sapere come terminare la propria opera. Ha messo sulla carta un pugno dissonante di note - la cosiddetta "fanfara del terrore" - cui fa seguire dei tentativi di inizio, le citazioni dei movimenti precedenti. No, non funziona. Dopo ogni citazione Beethoven mette una frase ai violoncelli con un'indicazione contradditoria: "secondo il carattere di recitativo ma a tempo". So già in anticipo che Furtwängler vorrà privilegiare la libertä del recitativo alla costrizione di un tempo rigidamente metronomico. E' del resto fin dall'inizio che si diverte con dei tempi flessibili e vari - penso ad esempio allo scherzo che non ha la inesorabilità di un rullo compressore ma che danza con dei colpi di freno e delle accelerazioni che mi impediscono di annoiarmi come mi succede normalmente con questa parte della sinfonia.

Nella visione di Furtwängler Beethoven esita nello scrivere il tema dell' inno alla gioia; ha paura che anche questa strada sia sbagliata. Alla battuta 120, quando però mette l'indicazione "dolce", sentiamo che le cose stanno prendendo il verso giusto: è una maionese che sta prendendo. E come quando, al vedere la meta, il cuore si mette a battere più rapidamente e si affretta il passo per arrivare al traguardo, una quarantina di battute più avanti ci troviamo in un accelerando (rigorosamente non previsto da Beethoven) che fa la differenza tra una vera interpretazione che comunica qualcosa, che racconta una storia e l'insulsa pedanteria di qualche musicastro che non avendo idee pensa basti ricreare la nona sinfonia così come i contemporanei di Beethoven poterono sentirla.

Questa registrazione è importante sia da un punto di vista artistico che storico: si tratta infatti del concerto con cui si riapriva il Festspielhaus di Bayreuth dopo l'esperienza della guerra, il ritrovarsi dopo aver dato il peggio di sè attorno al meglio che la Germania ha saputo offrire al mondo.



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Wagner - Parsifal - Clemens Krauss 1953
11 febbraio 2014
Un suono delicato, colori pastello, trasparenti e lievi, grandissima attenzione alle dinamiche, pulizia e nitore unici. Tempi flessibili ed agili, tendenzialmente rapidi, si senta per esempio l'uscita di scena delle fanciulle fiore, in cui la pulsazione del 6/8 è evidentissima e il tempo molto rapido dà quasi l'impressione di vedere il baluginio dei petali spazzati via dal vento. Non è un Parsifal ieratico e statico ma drammatico, con la giusta animazione (il tono arrabbiato di Amfortas quando apprende che Gawan ha disubbidito agli ordini del Gral, o la concitazione di Gurnemanz nel monologo del primo atto). Non parliamo della miracolosa scena tra Kundry e Parsifal nel secondo atto: dove normalmente ci si annoia a morte (ammettiamolo, Rossini l'avrebbe annoverato tra i brutti quarti d'ora di Wagner) qui si rimane con il cuore in gola, emozionati e palpitanti, tra tempi molto mossi e due cantanti (Vinay e la Mödl) in stato di grazia. La Mòdl ha la voce giusta per la parte di Kundry, calda e scura, torbidamente sensuale e perversa, precisa nella sua lettura, esatta - nonostante la ripresa dal vivo! - in una parte impervia. Sono arrivato psicologicamente stremato alla fine, non oso immaginare quale temperatura potesse regnare in sala durante un simile spettacolo.

Il tutto è durato meno di quattro ore: tempi degni di Boulez con la differenza che Krauss dà un senso a quello che legge e rivolta l'ascoltatore come un calzino. Di tutti i Parsifal che ho ascoltato questo è l'unico che possa reggere il confronto con quello di Knappertsbusch.



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Wagner - Crepuscolo degli dei - Furtwängler Rai Roma 1953
2 febbraio 2014
E' ben vero che per i miei gusti Marta Mödl ha una voce troppo scura per Brünnhilde o Isotta, ma da quanti secoli non sento dal vivo un vero do acuto come quello che la ragazza infila nel prologo alla fine del duetto con Sigfrido? Può avere un momento di esitazione sul "wieherst du freudig" della scena dell'immolazione, però è nulla rispetto alla galleria degli orrori dei soprano di oggi. Anche Suthaus, pur dimenticandosi che il morente Sigfrido potrebbe fare ogni tanto - non dico un pianissimo - ma almeno un piano, è davvero di prima classe. Altro che l'insipida pappa dei Pappano! La discesa dal forte al pianissimo con un tempo molto lento ed espressivo prima di "Wie Sonne lautrer" è un grandissimo momento che anticipa la "riforma" di Karajan; sulla chiarezza e precisione degli archi Boulez non ha niente di nuovo da dire rispetto a questo vecchiume monofonico.

Direi che il pregio più grande di questa incisione sia la sua forza espressiva: si è investiti dal vento dell'orchestra, si sente la grandezza epica di quanto viene raccontato. Rischio di essere un laudator temporis acti ma bisogna ammettere che in direttori come Thielemann posso trovare una superiore qualità sonora, ma difficilmente scorgo un'identica forza narrativa, che obbliga l'ascoltatore a prestare attenzione al dipanarsi della storia. C'è in questo Anello la differenza che corre tra la frutta che si trova nei supermercati e quella che è maturata sulla pianta. Ci saranno becchettature di uccelli ed ammaccature... ma che sugo!



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Wagner - Siegfried - Furtwängler Rai Roma 1953
1 febbraio 2014
Richard Wagner, che conosceva bene il teatro dell'antica Grecia, paragona il suo Sigfrido a un dramma satiresco. Satiresco significa che il coro è composto da satiri, non c'è assolutamente nulla in comune con la nostra satira, si tratta di un lavoro teatrale in cui dei ed eroi appaiono in una luce un po' più leggera  ma non per questo meno tragica. Del resto, non c'è nulla di comico nell'accecamento di Polifemo o nell'uccisione di Fafner. E ciò anche se si adotta un tono da teatro dei burattini: il primo grugnito emesso dal drago in questa registrazione dà proprio l'idea di un cagnolone dei cartoni animati che si sveglia e sbadiglia. Il sangue che scorre è però vero e lo scontro del terzo atto tra Wotan e Sigfrido è una ripetizione della tragica lotta tra Laio ed Edipo. Furtwängler adotta dei tempi più distesi del solito e un tono molto serio, Wotan non tenta di fare umorismo, di ridacchiare come si sente oggi. Non ci si dimentica un istante che stiamo assistendo alla detronizzazione del re degli dei. Il trattamento di questa scena basterebbe da sola a giustificare l'ascolto di questa interpretazione perchè oggi noi abbiamo perso del tutto la comprensione della tragedia presente nel Sigfrido. Per esempio, diamo per scontato che Mime sia un personaggio comico. Qui invece Julius Patzak evita i toni caricaturali mantendendo però un colore leggero e sfumato. I tempi lenti ce lo mostrano pensoso, una mente malvagia - ancorchè stupida - al lavoro. Certo, perdiamo molto del lirismo incantato che von Karajan ci ha fatto conoscere, ma è necessario ogni tanto andare a scoprire che la Tetralogia è anche una vicenda epica violenta, uno scontro di titani.

Sicuramente sono titanici i cantanti: incredibile la disinvoltura con cui Franz (Wotan) infila uno dopo l'altro gli acuti sopra il rigo, straordinario il timbro squillante di Suthaus. Non mi entusiasma il colore scuro di Martha Mödl ma è una questione di gusto personale: ce ne fossero oggi di cantanti sicuri del fatto proprio come lei.



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Wagner - Walküre - Furtwängler Roma 1953
31 gennaio 2014
Il temporale con cui si apre l'opera è preso molto più lentamente del solito. Certamente, la gestione della dinamiica è incredibile ma non riesco a prendere fuoco durante il primo atto, tra l'altro Hilde Konetzi è una Sieglinde legnosa, priva di quella luce fanciullesca ed innocente che trovo in tante registrazioni piú recenti (Gundula Janowitz, dove sei?). Nel secondo atto peró Elsa Cavelti é una Fricka incavolata nera che travolge tutti coloro che le intralciano il passo e poi... la celebre "cavalcata", ossia la prima scena dell'atto conclusivo, ci mostra un mondo scatenato, un cataclisma di ira e violenza. Benché Furtwängler corra a rotta di collo la Mödl riesce ad andare piú in fretta finendo in anticipo la frase "wer leit mir von euch das leichteste Roß" cosí che la povera Siegrune non sa piú in che punto attaccare con la sua risposta. Strepitosa magia, Furtwängler é elettrizzante.



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Wagner - Rheingold - Furtwangler Rai Roma 1953
29 gennaio 2014
Il giorno in cui nasceva la televisione in Italia il terzo programma radiofonico cominciava la trasmissione dell'Anello del Nibelungo diretto da Wilhelm Furtwängler alla testa dell'orchestra Rai di Roma.

Non mi interessa andare a cercare il pelo nell'uovo, verificare le magagne inevitabili all'interno dell'esecuzione di un simile mastodonte musicale: per me è fondamentale la visione d'insieme. E allora non posso fare a meno di notare innanzitutto la buona qualità audio, che permette di sentire distintamente tutte le voci. Boulez ha portato la clarté gallica in Wagner? Ma allora non abbiamo mai sentito Furtwängler, che a differenza del collega francese capisce perfettamente il senso drammatico di quanto racconta, che ci immerge fino al collo nelle turbinose acque del Reno (e del mito). Basta rallentare un poco il tempo e spira tutta la malinconia della frase con cui Wotan fa notare ad Alberico che il mondo di Nibelheim è privo di gioia e brutto; un cedimento del tempo e il tema di Loge che segue alle ultime battute cantate dal dio del fuoco non è più una risata ma un più meditabondo ammonimento sulla catastrofe che sovrasta gli dei. Loge è qui Wolfgang Windgassen, un tenore eroico nel pieno dei propri mezzi vocali. E' divertente sentirlo anticipare il tempo, così che non finisce mai la frase al punto giusto, ed immagino il panico quando - mentre Freia viene ricoperta dall'oro nell'ultima scena - i cantanti non entrano come dovrebbero e Wotan (Ferdinand Frantz) canticchia, esitante e fuori tempo, qualcosa che somiglia a "Profondamente nel petto mi brucia la vergogna"... il bello della diretta, del musizieren, come dicono i tedeschi con un verbo intraducibile nella nostra lingua.





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