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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Jenufa - ROH - 2021
14 ottobre 2021
Basta rallentare un poco i tempi, alleggerire appena l’orchestra ed ecco che i temi perdono il motorismo da Terry Riley moravo, i legni pronunciano distintamente vocali e consonanti e i cantanti possono aggiungere le sfumature espressive necessarie di caso in caso. Purtroppo c’è il vezzo di urlare e parlare nei momenti di climax. Posso sopportarlo una volta ogni tanto, ma quando diventa un’abitudine mi spazientisco.

Laca (Nicky Spence) sembra stanco nel finale, forse sente la difficoltà di condividere la scena con Mattila e Grigorian. Strepitose! Il regista ha poi la scelta felice di mostrare una Jenufa assai variegata: inizialmente la giovane è infastidita e delusa da un fidanzato zuzzerellone, ubriaco e vanesio. La scontrosità iniziale lascia progressivamente il posto all’allegria dell’adolescente incapace di resistere alla gioia di vivere dei coscritti. Sono i dettagli che rendono memorabile un’interpretazione e che sono possibili solo quando si ha a disposizione un cast stellare.

Il primo atto in un dormitorio, il secondo chiuso in gabbie di metalliche, il corvaccio che accompagna il crimine della Kostelnicka sono elementi di contorno in uno spettacolo emozionante ben diretto da Viktor Nanasi. Sono dovuto rimanere al buio qualche minuto per ritrovare la forza di tornare alla realtà.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/10/2021 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Disastroso Fidelio all'Opera comique 2021
4 ottobre 2021
Difficile immaginare una direzione orchestrale peggiore di quella di Pichon. C’è una incomprensione di Beethoven che esula dai tempi forsennati scelti. Faccio finta che l’Allegro moderato del primo numero sia proprio la corsa all’abisso adottata da Pichon, però poi c’è una sezione centrale indicata dolce che il buon senso vorrebbe contrastata rispetto alle sezioni laterali. E se non ho rallentato mai, dove trovo la forza aggiuntiva per il poco più allegro con cui si chiude il duetto? È lo stesso problema dell’aria di Marcellina il cui andante con moto iniziale conduce a un poco più allegro. Logico: Beethoven sta raccontando una storia in musica con un metodo che gli verrà scopiazzato di lì a qualche decennio da Wagner (non il contrario, si veda la logica che sottende il passaggio da Leonore a Fidelio). I contrasti, le transizioni, gli improvvisi scolorirsi del tessuto orchestrale debbono trasmettere le emozioni di un nuovo linguaggio espressivo, è indispensabile che ogni momento musicale si adatti alle necessità dell’azione scenica.

Con Pichon tutto è triturato in una poltiglia in cui differenze dinamiche e agogiche soffocano. Il Mir ist wunderbar è un pallido fantasma della melodia che mi commosse quando a malapena adolescente la ascoltai per la prima volta sotto Böhm. Analizzare con la partitura davanti la scena di Leonora è impietoso: non c’è alcun senso drammatico anche solo a prendere il numero come un proto-Weber, in più i corni combinano un pasticcio indegno di una banda mediocre di paese.

Qualche sprazzo di umanità nel melodramma, ma solo perchè il parlato impone la sua logica allo s-cervellato baroccoso, una calamità la straordinaria melodia che Beethoven ricicla da una cantata giovanile. Sotto Pichon si costruisce una scala verso l’inferno che obbedisce solo a una irresistibile necessità minzionale.

In questo spettacolo sbagliato si salvano, per quanto possono, cantanti e regia.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/10/2021 alle 14:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'opzione Petrenko: Tristano a Monaco 2021
29 agosto 2021
Mi viene spontaneo accostare Kirill Petrenko a Pierre Boulez. Non per i tempi, rapidi e scattanti, con cui si tiene una velocità da parlato Hoffmanstahliano ma per la concezione musicale che lo regge: Wagner è il maestro non delle transizioni ma dei dettagli. Alle pennellate delle vaste campate melodiche si sostituisce il puntillismo dei singoli momenti, resi con pignola attenzione. Sono le innumerevoli inflessioni delle frasettine su cui si incontrano nel secondo atto i protagonisti, è la fantasia con cui si affronta la dinamica di ogni singola parola del Liebestod o – ancora meglio – del precedente monologo di Isotta che sotto Petrenko diventa per me una scoperta. Certamente non ho i flussi e riflussi cui sono abituato, le pause e le ondate di questi temi che liberano improvvisamente l’energia accumulata poco a poco (come sul “Freunde!” del Liebestod).

E’ una concezione originale, sicuramente non adatta a tutti i giorni, ma niente affatto peregrina. Ha una logica e una coerenza interna cui sono sensibile. Infatti, quando alla fine di ogni atto scende il buio, mi accorgo che la tensione è ancora tutta dentro di me, che sono emozionato e colpito da quanto ho ascoltato.

E’ uno stupendo Tristano. Niente altro. Koch è l’unico a non essermi piaciuto, con il suo Kurwenal ruvido e a tratti sguaiato. Ma ascoltando il Marke di Mika Kares mi viene il dubbio che questa impostazione a-sentimentale sia voluta e – in fondo – congeniale all’impostazione data da Petrenko.

Warlikowski mi rende felice evitando il siparietto iniziale e citando a piene mani il geniale Heiner Muller che molti anni or sono offrì a Bayreuth un indimenticabile Tristano astratto. C’è di nuovo il vecchietto mascotte, il terzo atto ha un vago sapore di Katharina Wagner, una stanza d’albergo in bianco e nero troneggia durante il duetto del quadro centrale e torna nella stupenda conclusione.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/8/2021 alle 14:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Quella porcata del Don Giovanni di Currentzis
18 agosto 2021
La serenata di Don Giovanni nel secondo atto prevede mandolino e archi in pizzicato, un disegno semplicissimo e proprio per questo molto efficace. A Currentzis, impegnato a inserire a prepuzio il fortepiano, musiche estranee e perfino la tiorba questa “canzonetta” appare bisognosa del suo intervento.

Io, che sono ignorante, faccio a meno di lui e ritengo insalvabile questo immondezzaio amusicale (cito solo gli accenti sballati su “Batti batti bel Masetto”, i recitativi stiracchiati e privi di senso anche solo teatrale).

Un pessimo avanspettacolo in cui l’immancabile sedia a rotelle precipita dall’alto subito nel primo numero, purtroppo mancando clamorosamente Currentzis.

Non vale la pena nominare i complici di questa ignobile farsa anche se ho sentito dei cantanti eccellenti che avrebbero meritato di lavorare con un direttore d’orchestra.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/8/2021 alle 14:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Aix-en-Provence un Tristano che è un risotto
14 agosto 2021
I cantanti sono stati all’altezza della situazione, con l’aiutino del super-taglio del secondo atto. Con tutto ciò questo non ha impedito a Stuart Skelton di essere generico nell’ultima parte e di dover ricorrere e gestacci veristici per arrivare alla fine. Molto corretti i suoi colleghi, Rattle più che onorevole, nonostante scelte agogiche per me incomprensibili (due tempi diversi per le due strofe del marinaio del primo atto e un terzo tempo del tutto diverso nella citazione orchestrale della melodia). Però musicalmente non ho grandi motivi di lamentele. Mi sarebbe piaciuta più espressione, sentire sangue e passione, ma capisco che Furtwängler sia morto da un bel pezzo.

Quello che proprio non capisco è il fricandò della regia. Il preludio mostra un interno borghese in cui si svolge un incontro da amici, un po’ come nel film “Le prénom”. Tristano corteggia una signorina, Isotta se ne ha male; quando gli ospiti sono congedati Isotta si mette a letto e sogna. Almeno io penso che questo significhi la sostituzione sullo sfondo del panorama cittadino con un mare aperto. Solo che i sogni prima o poi dovrebbero finire. Quanto meno così insegnano Ponnelle e Kupfer. Qui invece il secondo atto ci porta in un ufficio che ospita dopo l’orario di chiusura gli spasimi amorosi dei nostri otto amanti. Otto! Ci sono infatti ben quattro coppie di Tristani e Isotte. L’ultima è di ottuagenari e presenta un Tristano in sedia a rotelle – gadget indispensabile in una regia à la page – con, come geniale variatio, il respiratore. Allez, la Sécu!

Pericolosissimi i taglierini! Tristano e Isotta tentano il suicidio con questi micidiali strumenti e lui si fa un bello sbrego. Nel terzo atto si raggiunge il massimo. Sponsor la RATP che ci porta da Mairie des Lilas (con il treno già pieno) fino a Chatelet. Tristano tenta di prendere il largo con il telefonino, Isotta lo cucca clamorosamente. Solito accoltellamento. Scendono tutti.

Niente paura. I protagonisti saliranno più tardi – mi sembra di ricordare a Goncourt – e all’Hotel de Ville avremo sul treno le stesse persone nelle uguali posizioni che avevano alla stazione di partenza, con tanto di corno inglese appoggiato a una parete del vagone con lo spartito davanti.

Nel frattempo Tristano è risorto e Isotta, finito il suo Liebestod scende allo Chatelet mentre gli altri probabilmente vanno in deposito.

Io in deposito lascerei l’autore di questa regia, sempre che non si degni di spiegarmi cosa abbia voluto dire. Meno male che la musica era buona.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/8/2021 alle 9:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il brivido dell'Olandese bayreuthiano
11 agosto 2021
Ci sono valori musicali che debbono avere la precedenza su tutto. Non mi è piaciuto il modo con cui si è presentato Lundgren, con note mal tenute e traballanti. Avevo anche delle riserve sullo stile espressionista con cui è arrivata Grigorian. Poi, quando è incominciata la celeberrima ballata mi sono reso conto che questa impostazione era affatto voluta: tempi stretti e nervosissimi, associati a una recitazione da attrice consumata trasformano un numero affatto tradizionale e scontato – banale, con la sua struttura strofica – in un grandissimo momento di teatro. Vediamo la nave, la tempesta, la lotta contro le forze della natura. Per la prima volta da tanto tempo l’Olandese Volante è davvero una persona in carne ed ossa, non un pallido fantasma che disturba la mente di un’adolescente bisognosa di un antipsicotico. E che Asmik Grigorian sia un’immensa interprete lo si vede quando nell’ultima strofa lei fa una bellissima pausa dopo il “durch mich!”. In partitura Wagner mette una battuta ad libitum in cui il cantante può tenere il tempo che vuole. Basta però fare silenzio perchè improvvisamente il personaggio coaguli nella realtà e diventi credibile come Leonora/Devrient che parla il suo “und du bist tot”.

Ci sarebbe anche nel secondo atto il dialogo tra il melenso Erik e la falsa ingenua Senta. Roba che si conosceva a memoria già nel 1840 (Jaquino e Marcellina sono degli illustri precedenti). Se però si tengono dei tempi ben tesi si riesce a far crescere la tensione del botta e risposta fino allo “heisser Lust” che si sovrappone – in partitura, per un solo ottavo! – al forsennato “und dann?” che rappresenta davvero il culmine drammatico di una scena altrimenti risaputa e banale, il punto di non ritorno di Senta. È uno dei momenti in cui l’accoppiata Oksana Asmik scrive una pagina indimenticabile nell’interpretazione di Wagner.

E il dialogo con l’Olandese? Non ho mai dubitato che questo fosse la prima vera grande pagina del Wagner maturo, ma la leggerezza con cui nel recitativo iniziale entrano gli archi mi fa balzare sulla sedia. Idem per i dolcissimi corni, qualche battuta più avanti. Non c’è bisogno di allungare la zuppa con dei tempi innaturalmente lenti per far capire che l’Olandese ha pieno diritto ad entrare nel canone del Wagner maggiore (come del resto molte pagine di Rienzi). Basta avere la sensibilità di leggere con amore una partitura che presenta già dei momenti memorabili. E sono sbalordito notando che il duetto estatico del secondo atto prosegue senza soluzione di continuità con l’entrata di Daland. A differenza del solito, Oksana Lyniv attenua la volgarità di questa brutta copia di Rocco e lascia che la magia eroica dei due protagonisti sbavi su di lui. Niente può eliminare l’idea che il trio conclusivo sia pedestre e mi faccia schifo (ma non vogliamo proprio rivalutare il Rienzi?) però con una direzione intelligente e di buon gusto, con dei cantanti all’altezza della situazione (Lindgren che riceve più di un aiutino da Lyniv) tutto cambia prospettiva.

In questi tempi si preferisce parlare della regia, specie in presenza di un leone come Tscherniakov. Questa volta il sogno non è fatto da Senta ma dall’Olandese. L’ouverture presenta il trauma dell’Olandese fanciullo che vede la madre mentre tromba Daland. Una vendetta come nei film di Lee Van Cleef? Perchè no? La regia fila benissimo senza collidere con il testo di Wagner. Come sempre la recitazione è perfetta e lo spettacolo è memorabile: abbiamo bisogno di veder rappresentati dei quartieri brutti e moderni come si vedono in tante nostre città, dei bar pieni di avvinazzati che sparano frottole a tutto spiano perchè questi fantasmi del romanticismo tedesco possano ancora parlare al pubblico di oggi



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/8/2021 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Kaija Saariaho - Innocenza
19 luglio 2021
Dai tempi dell’Orestea il teatro ci propone famiglie che sotto un’apparenza normale coprono un cumulo di violenze e nefandezze che soltanto il Deus ex machina può alla fine districare. Ci si perdono i saggi ateniesi, figuriamoci noi, alle prese con un’opera in cui nessuno può pretendere di essere completamente innocente. Tutti, vittime e carnefici, hanno avuto il loro motivo per tenere il comportamento che hanno seguito nel momento della prova. Fosse anche stato per omissione si è comunque peccato e quindi non si ha la totale innocenza.

Non è necessario mettere in scena telefonini e schermate di Whatsapp: l’opera si svolge ai nostri giorni, presenta un quotidiano arci-conosciuto. Comprendiamo anzi molto in fretta dove si andrà a parare: abbiamo nella nostra memoria collettiva una bastante quantità di fatti di cronaca nera per trovare il riferimento necessario a capire.

Su tutto questo Kaija Saariaho stende una musica multiforme e durchkomponiert che si incolla alla vicenda come una colonna sonora cinematografica. Alle molte lingue che compaiono nel testo – mi è parso di riconoscere perfino il romeno – si muovono in parallelo diverse espressioni musicali, dal semplice parlato fino al gorgheggio belcantistico. Sono abbacinato dalla vastità della tavolozza musicale su cui spazia Kaija Saariaho.

E’ un centinaio di minuti che scorre senza soluzione di continuità, in un’emozione ai limiti del sopportabile, come forse ho trovato solo nel Castello di Barbablù. Un’esperienza impressionante che bisognerebbe portare in tutti i teatri. E non solo… il soggetto di fortissima attualità potrebbe anche essere seguito nelle scuole. Penso che i giovani non avrebbero difficoltà a far propria e ad amare questa lingua musicale che è più del loro che del nostro tempo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/7/2021 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Clemena di Tito - Opera di Bergen
18 giugno 2021
Mozart si presta all’epoca Covid: pochi strumentisti e cantanti, coro di piccole dimensioni che può stare fuori scena. Un allestimento minimale, fatto di luci e pochi oggetti, con sul pavimento dei rettangoli che indicano il distanziamento corretto tra i personaggi. Nessuno spazio per i movimenti coreografici con cui i registi cercano di evitare lo stand and deliver dell’opera seria. Edward Gardner, i cui tempi da minzione urgente non mi appaiono fuori luogo, accorcia la durata dello spettacolo, mai però come la falcidie dei recitativi.

Sono tentato di dire “Meno male!” I cantanti hanno bisogno non solo di ripassare la pronuncia italiana (è la solita risciacquatura di panni nella Salzach) ma di studiarsi bene la lingua perchè – strano, ma vero! – quei suoni esprimono idee e concetti, la cui comprensione è fondamentale per una interpretazione come si deve. In più mi chiedo come sia possibile affidare Vitellia a Beate Mordal, un soprano privo di registro grave che dunque passa gran parte del suo tempo emettendo belati metallici che non mi hanno per niente beatificato. Niente male gli altri, ma sarebbe ottima cosa rendersi conto che è proprio indispensabile avere una completa conoscenza della lingua in cui si canta.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/6/2021 alle 15:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Boesmans - Julie
12 giugno 2021
Anche se non sono animalista mi disturba moltissimo il momento in cui Jean fa a pezzi l’uccellino che Julie tiene in gabbia. Il mio raccapriccio non è ancora svanito che mi trovo confrontato ad un finale che non riesco a digerire neppure con damigiane di anti-depressivi. Strindberg è così: ti obbliga a specchiarti nei tre personaggi di questo dramma privo di speranza.

La canzoncina canticchiata a mezza voce da Kristin in apertura è già parte della musica di Philippe Boesmans, anche questa volta alle prese con un piccolo ensemble strumentale. Come Debussy lascia il canto spiegato ai momenti in cui esso è strettamente necessario, così Boesmans utilizza tutto il volume di fuoco della sua orchestra con estrema parsimonia e preferisce lasciare visibile la trama cameristica della compagine.

Tutto lo spettacolo, del resto, rifugge dal grande gesto, dall’effetto speciale. Colpisce quindi maggiormente l’abito di Julie, di un rosso acceso che tornerà quando Kristin si appresta ad uscire per andare a Messa. In questo modo anche una persona disattenta come me è costretta a vedere i rapporti tra le donne fra cui si barcamena il domestico-padrone Jean.

Mi sono accostato a questo DVD con la certezza che Boesmans non avrebbe deluso le mie aspettative di suo inconditionnel.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 12/6/2021 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Capriccio crepuscolare a Dresda
28 maggio 2021
Flamand, Olivier e Laroche sono tre vecchietti seduti davanti a una finestra da cui si intravedono la Madonna Sistina di Raffaello e il video di una cantante che – probabilmente – sta interpretando la chiusa di Capriccio. Al termine della scena si affaccia la contessa, vecchia e imbruttita. Sembra l’aristocratica che rievoca malinconica la giovinezza in cui la sua beltà veniva cantata da Ronsard (che, tra l’altro, è l’autore del sonetto qui attribuito a Olivier).

Quando la scena si apre su un ampio salone circolare in cui si muovono i nostri personaggi tornati giovani, capisco che l’allestimento è la commemorazione del tempo andato, del passato in cui eravamo pieni di illusioni e credevamo di poter cambiare il mondo con delle canzoni. Forse ad essere soddisfatti dal loro futuro sono stati soltanto il Conte e Clairon, impegnati a godersi l’attimo fuggente e a non pensare al domani.

Sarà una suggestione dell’allestimento di Jens-Daniel Herzog, che mi è piaciuto tantissimo, ma ho avuto l’impressione che Thielemann si sia adeguato ad esso con una lettura asciutta, di bouleziana chiarezza, tesa a rendere tutti i vezzi stilistici di Strauss della cui bellezza si gode a piene mani. Madeleine (Camilla Nylund) e Olivier (Daniel Behle) mi hanno lasciato perplesso rispettivamente nel finale e nella prima esposizione del sonetto. In complesso però mi sono lasciato cullare felice dal malinconico commiato di questo Capriccio.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/5/2021 alle 14:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La carnale Melisande di Parma - 2021
5 maggio 2021
Nel secondo atto Golaud ha a che fare con una donna in carne ed ossa che ha deciso di mettergli sulla fronte due concretissime corna. Monica Bacelli, il cui registro copre perfettamente il personaggio di Mélisande, assume tutte le sfumature e le intenzioni di una persona decisa a conquistare il cognato.

Un’idea bellissima e al contempo deludente: sparisce l’esserino timido e silenzioso, l’ectoplasma inconoscibile ed enigmatico. Rimane invece un banale triangolo borghese, una vicenda di sesso che finisce male, senza alcun secondo grado che rimandi a un altro piano di lettura.

E’ ingiusto rifiutare una interpretazione solo perchè non rientra nelle mie abitudini. Può benissimo darsi che a ripetuti ascolti io mi renda conto che questa visione non si adatta alla mia sensibilità ma sono sicuro che questo allestimento arricchisce la mia conoscenza del capolavoro operistico di Debussy.

Se non ho capito il senso delle fanciulle bianco-vestite che tengono in mano dei globi luminosi ho apprezzato Yniold copia-carbone dello zio. Poi, per un vecchio barbogio cresciuto con il progressive rock, il castello e l’isola sospesi nel vuoto evocano le copertine di Roger Dean e sono certo che la Melisande di questo allestimento sia imparentata con la sensuale signorina del primo logo Virgin.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/5/2021 alle 16:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Parsifal amletico - Vienna 2021 Serebrennikov
21 aprile 2021
Di sicuro l’allestimento è pensato per un teatro vero e non rende in streaming: il regista televisivo è costretto a selezionare le immagini che passano in continuo nella parte superiore del palcoscenico. Suppongo che si tratti delle istantanee prese da Kundry, avvenente fotoreporter che gira per il carcere Monsalvat. Siamo infatti in una prigione di cui ci vengono mostrati lo spazio comune, il dormitorio e – nel terzo atto – un capannone-laboratorio che al primo piano ha le celle che verranno aperte nel finale. Il secondo atto invece si svolge nella direzione di Schloss, la rivista patinata per cui lavora Kundry cui spetterà ammazzare a revolverate il proprio superiore Klingsor. Altro punto certo di questo spettacolo è la presenza di un doppio Parsifal. Niente di nuovo se ripenso alla bi-sessualità del protagonista nel celeberrimo film di Sybenberg. E nulla di contrario allo spirito del testo wagneriano che si presta a simili operazioni (i personaggi stanno spesso a lungo in scena senza aprir bocca). Però non capisco il senso di questa scelta. E’ interessante sottolineare la violenza insita nella società maschile dei cavalieri del Gral, il percorso conoscitivo-salvatico di un eroe che giunge alla liberazione fisica però – forse per colpa del mezzo televisivo? – sono perplesso e sento di non aver chiaro quanto il regista voleva raccontare. Immagini forti, con un sapore alla Tarkovskij, bella recitazione (Zeppenfeld ha finalmente abbandonato la sua espressione da ispettore Derrick con il Parkinson) ma al termine del terzo atto rimango sulle mie e non mi sento affatto infiammato.

Ho forse prestato più attenzione alla parte musicale, retta bene da Yurovskij anche se con una fastidiosa predominanza dei bassi (un artefatto della registrazione?). Ottime le tre voci gravi. Elina Garanca, tranne qualche problema nei repentini passaggi al registro grave, è una interprete di grande impatto vocale. Kaufman – di cui ricordo un infame Dichterliebe proposto a Monaco di Baviera durante il primo confinamento – e nonostante i suoi limiti tecnici aggravati dall’età se l’è cavata meglio di come mi sarei aspettato.

E’ uno spettacolo da rivedere.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/4/2021 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il ballo di Pelleas - Ginevra 2021
16 aprile 2021
La coreografia, lungi dal disturbare, rende più articolata la narrazione del testo di Debussy e Maeterlink. I fili che partono dal corpo di Mélisande in cima alla torre attirano e imprigionano Pelleas; la stessa ragnatela sostenuta dai ballerini nella scena d’inizio offre consistenza all’idea che i personaggi sono perduti e prigionieri della foresta. Eccettuando i preludi di musica elettronica agli atti III e V – che pure reggono delle piacevoli immagini di danza – l’allestimento di Jalet e Cherkaoui non è mai cervellotico. Ho appena sorriso degli elmetti lisci stile Alien che noto la somiglianza del loro disegno con le volute dell’abito di Mélisande. E il cerchio dello sfondo talvolta incornicia i danzatori, poi la protagonista, o si abbassa per fare la fontana dei ciechi, più spesso offre proiezioni di immagini siderali da Odissea nello spazio. Talvolta compare un disco smerigliato dietro cui si intravede la coppia di amanti o Golaud che uccide il rivale dando sul vetro un colpo di spada.

La figlia di Mélisande è grandicella, con un abito identico a quello della madre, così da prefigurare meglio l’identità delle due donne. Pure Yniold è interpretato da un soprano (Marie Lys) che non nasconde affatto la propria femminilità mantenendosi pur sempre credibile.

Jonathan Nott sembra prediligere la concretezza, anche a costo di essere freddo (il rullio di timpani su “non esistono forse eventi inutili” è tutt’altro che misterioso); Jacques Imbrailo (Pelleas) ha per i miei gusti un tono spesso querulo ma non sfigura affatto di fronte alla siderale Mari Eriksmoen; Leigh Melrose dovrebbe aggiustare la pronuncia delle vocali e soprattutto delle nasali, non esagerare con il parlato nel quinto atto (non è il Wozzeck!) però è un grande interprete, vedasi lo stupore su “Oh, vous etes belle!” subito seguito dal doppio “Non” secco e oggettivo di chi si preoccupa che la giovane sconosciuta non si butti in acqua.

E’ un mirabile Pelleas che pone allo spettatore, con aria timida e silenziosa, tante domande cui cercheremo di rispondere in ripetuti ascolti



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Didone e Enea – Purcell – Modena 2020
14 aprile 2021
Questione forse di gusto personale, però mi sembra che l’orchestra d’archi di Purcell sia così colorata di suo da rendere inutile aggiungere altri strumenti. Già ho storto la bocca sui timpani dell’ouverture, ma non capisco la confusione ritmica che si crea all’inizio del terzo atto tra il tamburellamento dei timpani e la danza dei marinai. Tra l’altro, perchè mai il “No never” del capitano ha un tempo molto più lento di quello adottato dalla ciurma? Per giunta annacquando l’effetto di scotch snap presente nel numero?

Anche nel secondo atto, quando si parla della tempesta artificiale che le streghe creeranno per disturbare la caccia reale, gli archi evocano il mormorio della foresta e la fatal saetta. I finissimi effetti immaginati da Purcell sono affogati prima dalla macchina del tuono poi da una portentosa mazzuolata del timpanista. Perchè?

Giustissimo variare i ritornelli ma farei attenzione ai cambiamenti di tempo, o – peggio ancora – a improvvisi silenzi che spezzano le linee melodiche e sono ad ogni modo incongruenti con il testo cantato.

In generale avrei preferito tempi un po’ più rapidi e leggeri. Ammetto che avrei dovuto seguire la partitura per verificare la congruità di quanto ho ascoltato con il testo. Da un lato però mi mancano le conoscenze tecniche per esprimere un giudizio sensato in merito e dall’altro la parte scenica dello spettacolo ha catturato la mia attenzione. Bei giochi di colori, movimenti gradevoli, buon disegno dei personaggi, commovente separazione tra scena e orchestra, piazzata in mezzo alla platea su un pavimento che disegna un mare agitato. Resta però l’impressione che la musica rimanga un’umile ancella secondaria.



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Euryanthe – Theater an der Wien
30 marzo 2021
Non esisterebbe Lohengrin senza Euryanthe: uguale la tipologia dei personaggi; identiche le vocalità; il tema del fantasma ripreso paro paro negli accordi che aprono il preludio di Lohengrin, tutto l’inizio del secondo atto che ricompare nel duetto Friederich-Ortrud. Costantin Trinks e l’orchestra dell’ORF l’hanno ben in testa; i cantanti un po’ meno – almeno le due donne che impiastricciano il finale con dei grugniti privi di rapporto con il canto. Norman Reinhardt mi è parso un solido Adolar purchè non sforzi inutilmente la voce.

Il vero problema di questo spettacolo è sul palcoscenico. Un profondo salone bianco che alla sinistra ha un arbusto e un pianoforte, alla destra un letto. Adolar, il re, i cortigiani e Lysiart sono in abito da sera (ma quest’ultimo si esibirà in tenuta adamitica all’inizio del secondo atto). Euryanthe e Eglantine sono rispettivamente in blu e rosso tranne che nel finale (entrambe in abito da sposa). Impensabile con un simile allestimento il balletto: si eliminano i ritornelli del primo atto e nel terzo si ha il solito inane dimenio. Berta sparisce del tutto: la sua canzone è affidata al coro mentre il suo dialogo con Adolar viene tagliato. Dal punto di vista drammatico è di certo un miglioramento ma a essere onesti a non aver capo nè coda non è soltanto il parto della sciagurata von Chézy ma tutto l’allestimento di Christof Loy. Non ho la minima idea di cosa egli abbia voluto dire. E’ possibile che questo poveraccio abbia fatto una regia così fan tutti senza preoccuparsi di seguire un’idea vagamente logica.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/3/2021 alle 18:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il surrogato del Rosenkavalier Monaco 2021
24 marzo 2021
Leviamoci il dente: le norme anti-Covid hanno imposto che si adottasse l’orchestrazione ridotta dedicata da Strauss ai teatrini di provincia. Per bene che sia fatta non è neanche lontanamente paragonabile all’originale. E’ una scelta che mi auguro dettata dalla situazione presente. Spero ardentemente che si torni al vero Rosenkavalier, tanto più che ci sono stati risparmiati i soliti tagli sciagurati e che Jurowski – a parte un rapidissimo “Mit ihren Augen voll Tränen” – mi ha commosso. Anche i cantanti mi sono piaciuti. Inutile giocare di lavagna e gessetto: l’effetto complessivo è quello di un Rosenkavalier magistrale.

E poi, diamo a Barrie quel che è di Barrie: la regia mi ha lasciato a bocca aperta. La stanza da letto settecentesca del primo atto si vede in una filigrana argentea, come se fosse un fantasma tanto desiderato quanto irraggiungibile. Kosky sembra – come Brahms – rimpiangere di non essere nato qualche decennio prima. Purtroppo un Cavaliere in porcellana di Meissen è impossibile, per lo meno ha esaurito quello che ci può raccontare. Dobbiamo cercare un’altra strada, magari offerta dal tempo che domina tutta l’opera. Il vecchietto nudo con le ali, uscito da un prologo monteverdiano, funge da Mohammed, è il cocchiere che scodella Ottaviano davanti a Sophie, ricompare in tutti i momenti importanti di una storia in cui la diversamente giovane Marescialla ritrova il proprio passato guardando Sophie che – a sua volta – immagina ciò che lei stessa sarà di qui a qualche decennio, a fianco di un Ottaviano appesantito dalla carica di feldmaresciallo e da una manciata di amanti… e corna.

Il concetto su cui Kosky basa l’allestimento non funzionerebbe senza una recitazione accuratissima. Impossibile – oltre che ridicolo – pensare di riferire ogni dettaglio di uno spettacolo che non lascia nulla al caso. Mi limito dunque a indicare il modo con cui Mariandel nel primo atto interpreta la femmina seduttrice e sfacciata mentre nel terzo lascia intravedere il garzon malnato che è.

Mi sono dovuto ricredere: uno spettacolo che sulla carta era un vinaccio fatto con le cartine, alla prova dello streaming ha mostrato una classe che auguro esploda in teatro davanti al pubblico vero.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/3/2021 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Zandonai – Francesca da Rimini – Deutsche Oper Berlino 2021
21 marzo 2021
Zandonai conosceva benissimo il mondo artistico di lingua tedesca a lui contemporaneo: nei quattro atti di questa Francesca da Rimini l’orchestrazione e la struttura compositiva – rigorosamente durchkomponiert – non hanno nulla da invidiare a quanto confezionavano i colleghi Strauss, Zemliski e Korngold. Abbiamo davanti una musica di altissimo livello che merita di avere più ampia diffusione anche nel nostro paese. Ricordo un buon video con Armiliato e la compianta Dessì ma, come per le produzioni operistiche di Respighi, mi sembra che rimanga molto da fare perchè il pubblico possa conoscere ed apprezzare questo lavoro.

Per i miei gusti ci sono le discutibili molcenze di un libretto derivato da D’Annunzio, un autore che non rientra fra le mie esacerbanti passioni. Ma quale migliore occasione di ugole d’oltralpe, con sottotitoli tedeschi e inglesi che mi rendono difficile – oltre che inutile – addentrarmi nel testo originale?

La musica è ottima, Carlo Rizzi conferma di sapere il fatto suo, la compagnia di canto è superba, dai protagonisti – Sara Jakubiak e Jonathan Tetelman – fino all’ultimo comprimario. L’allestimento abbandona il finto medioevo per immergerci in un’epoca imprecisata, che potrebbe anche situarsi ai tempi del fascio. Tutto questo però è ininfluente: non mi importa nulla delle trasposizioni e della fedeltà a un libretto a sua volta infedele con i reali Paolo e Francesca. Mi interessa invece che la recitazione sia realistica, adeguata alle richieste della storia, che faccia capire esattamente quello che succede, ma soprattutto tale da mettermi voglia di rivedere (e riascoltare) tutto dall’inizio.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/3/2021 alle 13:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rimskij-Korsakov La fiaba di Zar Saltan - Monnaie
6 marzo 2021
Anche Stravinskij e Kandinskij iniziano la loro carriera portandoci con cavalieri e principesse in ambienti incantati. Lo stesso Rimskij-Korsakov ama le fiabe, pure quando – nel Gallo d’oro – vuole fare satira. Non è solo la Russia a portare in primo piano le favole, penso a Humperdinck, al povero Siegfried Wagner, Dvorak, perfino Zemlinski (La sirenetta) e lo Strauss della Donna senza ombra.

Sentendomi troppo disincantato per accettare come se niente fosse questo linguaggio, considero una boccata d’aria il solito travisamento operato da Tscherniakov.

Questa volta l’antipasto parlato presenta una madre convinta di poter guarire il figlio autistico facendogli incontrare il padre al termine della storia dello Zar Saltan. Lei e il ragazzo sono i soli ad indossare abiti moderni, mentre gli altri personaggi sembrano uscire da un fumetto maldestramente pittato con i pastelli.

Dei bellissimi cartoni animati accompagnano i variopinti interludi orchestrali che descrivono l’evolversi della vicenda.

Alla fine, come in Rain Man, il miracolo non succede. Restiamo sbigottiti di fronte al silenzioso urlo del ragazzo e alla disperazione di madre e infermiera, doloroso e lancinante contrasto con la festosa musica di Korsakov.

Essendo la prima volta che odo questa musica evito di parlare dell’esecuzione di Altinoglu: riuscirei solo a confezionare qualche frase generica di circostanza. L’unica cosa certa è che ho passato due ore e mezza affatto intense e ricche di emozioni, anche musicali.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 6/3/2021 alle 19:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Falstaff a Vienna 2016
3 marzo 2021
Mehta procede in questo Falstaff con i piedi di piombo. Non solo per l’agogica lenta, ma anche con passo greve. Ad esempio non riesco affatto ad immaginarmi che all’inizio del secondo atto si stia architettando un doppio tiro mancino ai danni del grasso cavaliere. L’orchestra annaspa in un vinaccio privo di bollicine. Certamente posso centellinare tutto il melisma del madrigale declamato da Ford-Fontana (Ludovic Tezier) ma quando più avanti si evoca la “vendetta di donne” le note sono troppo sgranate per aver l’impressione di udire una risata che trattiene un’epa immaginaria attraversando i corpi delle comari. Quando Alice (Carmen Giannattasio) presenta Ford a Falstaff il trillo sulla “i” di marito è talmente lento che non ho più a che fare con il riso sbeffeggiante di una signora che si leva i sassolini dalle scarpe ma piuttosto con l’ammirazione di Eva Pogner per la maestria del futuro marito.

L’ultimo Verdi si congeda con lo sberleffo, ci dice che il mondo è sì teatro, ma comico, che – come per Paasilinna – nulla, neppure la morte, è serio. Ma se Falstaff viene preso con tempi più degni di Parsifal finisco, come il paggio Robin, a sbadigliare sotto il tavolo.

A che giova che Marie-Nicole Lémieux sottolinei bene il grasso trasudante dal “Buon giorno buona donna” se poi l’orchestra spara il successivo staccato (“e poi per farla spiccia”) come se fossero pallettoni e non una sottile mitraglia?

Merita una menzione Hila Fahima, Nannetta dalla voce sottile e vagamente belante che mi ha guastato il piacere della canzone della regina delle fate.

Tradizionalissimo McVicar, con tanto di puttanella (Doll Tearsheet?) che però ci sarebbe stata bene se fosse stata una baldracca sformata e ridicola. Piccolo riferimento a Malvolio – Falstaff si presenta a casa di Alice in abito giallo e giarrettiera incrociata.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/3/2021 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Jenufa Unter den Linden 2021
26 febbraio 2021
Mi sento a disagio: la canzone popolare del primo atto mi sembra scialba. Colpa del coro e dell’orchestrina sparsi per la platea svuotata dal Covid? Non giova la quasi ottantenne Hannah Schwarz… se la cava meglio di McIntyre e Mazura nell’ultima Elektra del povero Chéreau e forse la preferisco anche alla stridula Herlizius, ma avrei preferito tenere i ricordi della Fricka o del Gymnasiast dei bei tempi andati. Durante il concertato Stuart Skelton ci pianta una stecca clamorosa – purtroppo ci saranno altri guai nel corso dell’opera. Stramaledirò dunque Bartoletti e il Carlo Felice di Genova che mi hanno fatto piangere come un vitello anni fa, sia dal vivo che nella registrazione fatta dalla nostra radio di stato?

Si direbbe che i tecnici del suono abbiano sacrificato l’orchestra ai cantanti. O forse il problema è selettivo: bellissimo l’inizio del terzo atto fin tanto che non debbono entrare i legni, che sembrano affogati dagli archi. Nel secondo atto la silente aria orchestrale su “Buona notte” non decolla. Mi viene in mente l’aggettivo “analitico” usato come pietoso eufemismo per non dire “freddo come la morte” ma qualcosa non funziona neppure nel Salve Regina perchè quando inizia la preghiera alla Vergine non odo alcun cambio di passo, nessun soffio che faccia salire il tono o – quanto meno – alluda al passaggio dall’invocazione alla richiesta che deve trascolorire automaticamente nella disperazione di una ragazza che immagina già la fine del piccolo Steva. Eppure i singoli banchi dell’orchestra sono notevolissimi (l’assolo di violino e poi del corno nel secondo atto).

Vorrei un diverso bilanciamento voci-orchestra anche nel coro nuziale del terzo atto, sono alquanto commosso dal finale. Però ho sentito qualche Jenufa più s-co-i-nvolgente.

Un bel prodotto. Ben infiocchettato come la frutta dei supermercati. Mi manca però il succo che sbrodola lungo il mento e mi inzacchera la camicia. E’ per questo che non mi importa la passione di Michieletto per il blocco di ghiaccio spaccato da Steva e dai coscritti di leva o per lo sgocciolante iceberg del finale. Il regista nè toglie nè aggiunge qualcosa a Jenufa. Se qualcosa non funziona lo devo cercare sul versante musicale.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/2/2021 alle 8:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Salome - Scala 2021
22 febbraio 2021
Invidio i maghi Otelma della lirica, capaci di giudicare un allestimento cui non hanno ancora assistito, quando io mi sento invece imbarazzato perchè parlo di uno spettacolo intravisto dal buco della serratura del mio televisore.

Non mi piace che Salome compaia subito in scena: lasciare che la protagonista rimanga fuori dalla nostra vista mentre viene descritta dagli altri personaggi le offre uno spessore e una profondità affatto maggiori. Disturba anche la somiglianza del paggio siriano con la Berta del Barbiere di Siviglia e di Narraboth con il giornalista Mattioli però mi rendo conto che Michieletto sa il fatto suo. Far risalire i comportamenti di Salome a una violenza sessuale subita da bambina può essere risaputo e – oggi – anche di moda. Michieletto però riesce a incastrare solidamente la propria idea nel testo dell’opera così da rendere questo resoconto del tutto logico e filante.

Data questa premessa, la celebre danza dei sette veli è un evento catartico che perde buona parte della sua volgarità e che costituisce davvero il climax dell’opera (l’abito bianco da cui pendono dei fili rosso sangue è indubbiamente una delle immagini più forti e riuscite dello spettacolo).

A una parte visiva di sicuro impatto bisogna aggiungere una resa musicale interessante. Può darsi che Chailly tenga dei tempi un po’ troppo lenti per il mio gusto, ma Siegel e la Watson portano benissimo il ricordo di tanti Mime e Brunnhilde. La seconda è una delle migliori Erodiadi che ricordo, canta sempre, senza i grugniti ad effetto cui si abbandonano normalmente i colleghi, Siegel compreso, seppur con misura e gusto.

Elena Stikhina all’inizio mi ha lasciato freddo (colpa di Chailly?) però nel monologo conclusivo è stata da brivido. So che se fossi stato in teatro sarei svenuto dall’emozione. Purtroppo mi accontento di un video.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/2/2021 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Korngold - Das Wunder der Heliane (Berlino 2020)
20 febbraio 2021
Davvero fantastico ascoltare un’opera per la prima volta, senza sapere cosa accadrà. Me ne guardo bene quindi dall’anticipare qualcosa della trama. Mi limito solo a dire che il vero miracolo è costituito da questa partitura in cui c’è la quantità di note strettamente necessaria, in un’orchestrazione rutilante. Tre blocchi di musica che scorrono ininterrotti, privi anche dei raccordi tra numeri che ancora si trovano nel coevo Richard Strauss.

Io – che sono pedante – non faccio a meno di elencare giudiziosamente i rapporti tra Korngold e gli altri compositori, passati e presenti. Proprio l’inutilità di questo lavoro mostra che ho a che fare con il capolavoro di un grande maestro. Hollywoodiano? Kitsch? Banalmente tonale? Non me ne importa nulla: la musica regge perfettamente la scena e merita di essere ripresa ed accettata, oggi che abbiamo capito che si può adorare il Marteau sans maitre senza rinunciare alle armonie post-wagneriane.

Benedette le mani di Albrecht – di cui ricordo un ottimo Re Kandaules – lodate le gole di Sara Jakubiak, Josef Wagner, Brian Jagde, Okka von der Damerau, Derek Welton, Burkhard Ulrich, Gideon Poppe. La regia si limita a presentarci una sala che evoca il tribunale di Norimberga ed evita trasposizioni confusionarie e inutili, visto che ben poca gente conosce quest’opera.

Dopo tre giorni di streaming gratuito bisognerà attendere qualche mese perchè Naxos pubblichi il DVD.



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Clemenza di Tito – Vienna 2016
18 febbraio 2021
Ho della regia di Jurgen Flimm un ricordo sfocato, come dei sogni che si stanno dimenticando. Buon segno: posso concentrarmi su una musica che ad ogni ascolto si conferma un capolavoro degno del Flauto magico e della trilogia di Da Ponte. Se la struttura è quella dell’opera seria, la musica ha una vitalità che evita le stasi nell’azione che il pubblico moderno non sopporta, al punto da obbligare i registi ad inventarsi dei riempitivi che evitino al cantante di rimanere piantato come un sedano al centro della scena.

Adam Fischer sprizza gioia di vivere nell’ouverture. Chiari e splendenti i colori dell’orchestra anche quando non si usa il clarinetto scoperto dal tardo Mozart; ottimi i cantanti. Benjamin Burns, che mi era piaciuto alcuni giorni fa con un Don Ottavio molto virile e sicuro di sè, non è stato un imperatore di carta-pesta capace solo di ripetere quanto è buonino. Ottime Sesto e Annio (Gritskova e Albano), debole sui gravi Caroline Wenborne (Vitellia), non pervenuta Hila Fahima, una soubrette non all’altezza delle pretese che Mozart ha per Servilia.



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Monaco di Baviera 2021 Franco Cacciatore Weber
17 febbraio 2021
Giustifico appieno Antonello Manacorda che ha adottato su “Leise, leise” un tempo troppo lento per i miei gusti, ma del tutto appropriato quando si ha a disposizione Golda Schultz, una Agathe dalla voce pastosa ed avvolgente. In generale la compagnia di canto della Staatsoper di Monaco di Baviera è proprio buona e offre un Freischütz indimenticabile.

Chi vorrei volentieri scordare è il regista Dimitri Tscherniakov. Osservo distrattamente durante l’ouverture la proiezione delle fotografie segnaletiche dei personaggi con brevi biografie tratte da Linkedin. Il concetto su cui Tscheniakov si basa è la solita azienda di cui Kuno è dirigente e Max, Kaspar e Kilian sono dipendenti. Ormai sono mitridatizzato a queste trovate.

Purtroppo il concetto non si sposa con il testo, rimasto del tutto invariato e quindi dannatamente incongruo rispetto all’idea del povero Dimitri. La gara di tiro è fatta sparando con un fucile su ignari passanti per strada in una riedizione dell’assassinio di Marta Russo; durante il valzer Max saltella emettendo grugniti degni dei servizi di Nadal; ci sorbiamo tutta la storia del Probeschuß, Agathe – pur avendo litigato con il padre – resta in azienda e si sciroppa una Annetta che pur essendo donna emancipata ci ammannisce la sua aria sul giovanotto slanciato – cose che non sarebbero più proposte neppure da Famiglia Cristiana. E nel finale Max uccide realmente Agathe che riappare viva solo in una visione onirica svolta in una surreale luce al neon blu. Anche Kupfer aveva offerto una simile lettura nel celeberrimo Olandese volante realizzato a Bayreuth, ma se allora si violentava solo lo spirito del libretto – è Senta la prima a chiedersi se sta sognando – qui ci si rende conto che il concetto di Tscherniakov è un bussolotto della tombola, appiccicato a caso su un testo estraneo.

Il regista è tutt’altro che incapace: Kaspar posseduto dal demonio che parla con voce diversa quando impersona Samiel è efficace, anche se reminiscente dell’Esorcista; i parlati sono recitati benissimo, con una naturalezza che mi piacerebbe trovare nelle edizioni tradizionali; ha una bella caratterizzazione la Annetta che evoca il cane Nerone. Tutto questo però non basta a salvare un allestimento squinternato che non cerca mai di relazionarsi al libretto di Kind, con cui – per brutto e infantile che sia – dobbiamo comunque fare i conti.



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Idomeneo 2014 Vienna Holten
7 febbraio 2021
L'aria conclusiva di Elettra, che a giudicare da certi interpreti anticipa Santuzza se non addirittura Lulu, nella lettura di Maria Bengtsson e di Eschenbach - ma anche nella regia di Holten - si limita a prefigurare, quando non la vocalità della Regina della Notte, la fatale saetta che Elvira vede piombare sul capo di Don Giovanni.

Adoro Idomeneo, anche tagliato, e se Michael Schade appare sotto-dimensionato rispetto al peso del personaggio le cantanti e il direttore sono perfettamente all'altezza della situazione.

Holten sceglie una regia minimale: un semplice ripiano che riporta la carta geografica dei luoghi in cui si svolge l'azione e che si specchia sul soffitto. Come su una scacchiera, i pedoni che rappresentano i personaggi del dramma, sono poveri elementi di un gioco più grande di loro. Nella prima scena Ilia e i prigionieri troiani sono appesi tramite funi al soffitto, come a rendere la situazione in bilico di questi ex-nemici cui si deve trovare una collocazione. Ed anche se l'amore di Idamante per Ilia giustifica la grazia concessa ai troiani mi sembra di riconoscere in questo gesto un antipasto dell'irenismo di Tito. In quanto tiranno illuminato, Idamante dimostra di essere degno di ascendere al trono di Creta succedendo a un padre la cui figura composita si distrugge al momento dell'abdicazione.




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Saahriaho - La passione di Simone
22 gennaio 2021
Opera lirica o oratorio? È una domanda che potrei pormi anche di fronte a molti lavori di Händel e che diventa stucchevole di fronte a musica di così alta qualità.

Questo lavoro racconta i momenti cruciali della vita e del pensiero di Simone Weil. Il tutto presentato come un “racconto della passione” al contempo freddamente oggettivo e ricco di pathos.

Ovvio che sulla parola “morte” non si può passare dal maggiore al minore, come avrebbero fatto tanti musicisti del passato. Ma la comparsa del coro crea un effetto di rottura ugualmente forte. I metallofoni e certi ostinati della stazione dedicata al lavoro in fabbrica evocano gli incudini del Rheingold; poco dopo la melopea dell’oboe ha echi tristaniani, come pure la tromba con sordina su un tappeto di sonorità liquide mi riporta al preludio di Parsifal. Ma perchè rinunciare ai secoli di storia musicale alle nostre spalle?

Kahia Saariaho lavora su un materiale statico, che rimanda sia a Parsifal che al Francesco d’Assisi di Messiaen. E non solo per il tema mistico-filosofico. Anche se questo lavoro dura poco più di un’ora, il tempo scorre lento. Non c’è voglia di correre. Ci si sofferma sui dettagli di un percorso umano e trascendente che si dipana sulle quindici stazioni di una Via Crucis. C’è pure, sul parallelo tra l’età di Simone Weil e quella di Cristo, un martellato che rimanda alle stimmate del Francesco di Messiaen e al Crucifixus della Missa Solemnis di Beethoven.

È musica ricca, offerta in una sontuosa veste sonora da Anne Sophie von Otter e dall’Orchestra Reale Svedese diretta da Christian Karlsen. Il video si trova sul canale Youtube di Opera Vision.



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Nozze di Figaro ginevrine
12 gennaio 2021
Il dettaglio illuminante giunge al secondo atto. Cherubino, scambiati alcuni inequivocabili sguardi languidi con Rosina, posa il capo sul grembo della contessa. La donna, gli occhi alzati al cielo, come le sante di Francesco Cairo, geme in orgasmica estasi “Chi bussa alla mia porta?”. Evidentemente non si riferisce al marito che sta tentando di aprire la stanza ma a Cherubino, desideroso di entrare nel suo corpo (La madre colpevole ci informerà che il paggio ha messo incinta la contessa).

E nel quarto atto basta levare l’aria di Don Bartolo perchè Il capro e la capretta e Aprite un po’ quegli occhi vengano uno dopo l’altro, due visioni alternative – una femminile e l’altra maschile – del mondo.

Tobias Richter non ha saccheggiato un negozio di elettronica nè traspone la vicenda ai giorni nostri perchè ha l’intelligenza di leggere il testo di Da Ponte con occhio moderno. Gli basta dunque poco per intravedere – suppongo in tutta la trilogia mozartiana – la storia di una attualissima guerra tra i sessi in cui sono i maschi a soccombere. Il piano di Figaro viene ripreso e rivoltato da Susanna e Rosina che fanno ciò che vogliono dei propri compagni. Non si tratta più di difendere una verginità (L’onore! Dove diamin l’ha posto l’umano errore!) ma la dignità del povero sesso da questi ingrati a torto oppresso.

Con Marko Letonja e l’orchestra della Svizzera Romanda abbiamo un Mozart brioso e leggero. Non una frettolosa corsa all’abisso ma il giusto equilibrio di riflessione e risata, lirismo e sberleffo. Grande orchestra, ottimi cantanti. Uno spettacolo divertente, profondo e ben riuscito.



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Lohengrin a porte chiuse a Berlino
24 dicembre 2020
Il preludio è molto nitido, con piani sonori ben disegnati, un ordinato crescendo al climax narrativo. Tempi stretti, lo vedremo benissimo nel serratissimo dialogo tra il Re e Federico la cui capacità di rendere il parlato sarebbe piaciuta molto a Richard. A parte la stanchezza nel finale, Pape è stato un buon Re Enrico, Martin Gantner ha per i miei gusti un registro troppo chiaro per Federico, ma ha lavorato bene per tutta la partitura. Buono Adam Kutny (Araldo) nonostante alcuni scivoloni nel primo atto. Strepitosa la coppia Elsa-Ortrud (rispettivamente Vida Mikneviciute e Ekaterina Gubanova) la cui guerra di regine del secondo atto ha regalato molte scintille.

Roberto Alagna inaugura la sua parte con un ignobile riverbero che sa di microfono. A parte il sub-ominide Franceschini penso che nessuno si aspetti da una registrazione fonografica la esatta resa di quanto avviene in teatro. Con l’aria che tira non mi stupirei di trovare amplificati – anche in modo grossolano – i cantanti. Il prosieguo dello spettacolo mostra, pur con tutti i limiti della tv, che Alagna riesce ad essere credibile come Lohengrin. Certamente ci sono molti dettagli da affinare (giocherei più sulle mezze voci senza cercare gli acuti) ma se penso che ancora una decina di giorni fa mi sono sorbito Florian Vogt…

Bieito si inventa per Elsa una gabbia da imputata, che verrà usata da Enrico nel finale, qualche filmato con targhe di Berlino, una nera che partorisce un cigno, la Pantera Rosa e – mi è parso – Totò; Lohengrin sconfigge Federico con la forza del pensiero ma Gottfried sbandiera una spada giocattolo in pura plastica; l’Araldo e i prodi brabanzani imitano il Joker. Questo è il fin di chi fa il trasgressor. Una prece per Callisto.



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Simone Boccanegra a Zurigo 2020
23 dicembre 2020
Le implacabili regole del distanziamento impediscono qualunque rappresentazione teatrale vera. L’orchestra e il coro in un’altra sala, il teatro vuoto – o quasi – il coro assente dalla scena. No, meglio chiudere tutto. Il quadro del consiglio, con sullo sfondo le sedie tragicamente vuote è insopportabile. Non si trova tutti i giorni un’idea che permetta di supplire alla invisibilità del coro. Le porte inserite in pareti girevoli, il relitto di barca, i mobili anni ’30, l’apparizione della bimba con la madre non bastano a riempire una regia che in fondo dice poco e non riempie la fantasia. Lo ammetto: sto annoiandomi.

Ancora più imbarazzante è la parte musicale. Adoro Gerhaher, mi accorgo delle finezze interpretative che sa trovare però mi sembra – a giudicare dal video – che la sua voce non sia abbastanza potente per Simone, specie quando si è affiancati da un’Amelia possente come Jennifer Rowley. Gli acuti non vengono con la naturalezza di chi ha una grande riserva di energia a propria disposizione, non ci troviamo di fronte a quei bei bassi verdiani da tradizione. E se si desidera abbandonare questa benedetta tradizione allora bisogna che tutti vadano nel medesimo verso. Vorrei sentire gonfiarsi le arie, scavare nelle sfumature di grigio presenti in partitura, anche tuffarmi a piene mani nelle marcette – basta non morire in una lettura piatta e pesante che mi ha inesorabilmente addormentato. Spero sempre che in teatro le cose siano diverse, che ad influire negativamente sia l’assenza di un pubblico reale, ma ho i miei dubbi.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 23/12/2020 alle 8:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Dusapin - Passione - Monnaie 2012
18 dicembre 2020
Lui (Georg Nigl), Lei (Barbara Hannigan), Gli Altri – coro e ballerini. È un misto di danza e opera ispirato all’Orfeo monteverdiano – pure citato testualmente nel libretto. Anche se è cantato in italiano, fatico a capire: spesso la voce sembra uno strumento dell’orchestra, un altro colore aggiunto al tessuto sonoro. Molti strumenti a pizzico, elettronica, movimenti lenti e solenni che si dipanano e-staticamente. Ipnotico, suggestivo. Non mi interessa il testo, sono avvinto dall’esperienza sonora generale e quando si giunge a riveder le stelle compiango gli irranciditi provincialotti milanesi, incapaci della fantasia necessaria a percorrere una strada nuova e originale.

Nigl e Hannigan sono superlativi, trascendono i loro ruoli di cantanti. Sono nati per la fisicità pensata da Dusapin e Sasha Waltz (coreografia). Franck Ollu direttore d’orchestra. La musica continua, più viva che mai.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/12/2020 alle 8:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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