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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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George Benjamin - Lessons in Love and Passion
8 dicembre 2018
Inghilterra, 1300. La regina Isabella e il suo amante Mortimer detronizzano l'imbelle Edoardo II a favore del figlio. Il primo atto del nuovo sovrano consiste nell'allontanamento di coloro che lo hanno condotto al potere.

 

Un'altra cupa storia di amore violento e torbido per la seconda opera di George Benjamin. E' inevitabile cercare parallelismi con il precedente "Scritto sulla pelle". Ma qui la musica è molto più sottile e delicata, intenta a studiare se stessa, le proprie capacità di luce e colore (una partitura che può far concorrenza a Messiaen). I movimenti lentissimi dei personaggi in scena mentre si evocano le pratiche sado-maso di Edoardo e del suo amante Gaveston sono dettate dallo statico dipanarsi della musica, che si prende il suo tempo e non si preoccupa di avanzare.

Si ha l'impressione di una staticità voluta che serve a lasciare sotto-traccia la violenza di cui è imbevuta la storia. E come sentiremo solo alla fine la voce controtenorile del figlio è nell'ultima brevissima scena che esplode musicalmente, nel corpo insanguinato e martoriato di Mortimer, la violenza di tutta la storia.

E' un lento e pacifico percorso che conduce ad un epilogo che prende alla gola con una conclusione disperata.

Se Written on Skin rimandava al mondo di Boccaccio, qui mi pare piuttosto di essere in qualche fosca terzina dantesca, per la sfacciata concisione con cui si racconta la vicenda e per la morale ruvida che mostra i malfattori ricevere la giusta ricompensa delle loro azioni prima ancora di essere morti.

George Benjamin dirige divinamente il proprio lavoro, dispone di cantanti superlativi (cosa potremo aggiungere a ciò che sappiamo di Barbara Hannigan?).

La vicenda è portata in tempi moderni: non ci interessa una ricostruzione del medioevo del XIV secolo - nè in forma storicamente precisa, nè secondo le fantasie di un Viollet-le-Duc. La nostra epoca vuole percepire quale morale eterna, valida in tutti i tempi, si cela in questo tempo.

George Benjamin scrive una seconda opera non meno bella ed interessante della precedente senza calpestare le proprie orme. La sua musica turba visceralmente l'animo e costringe lo spettatore a rimanere in silenzio prima di ritornare alla sua vita quotidiana.

 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/12/2018 alle 7:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Petrenko nell'Otello di Verdi - Monaco 2018
4 dicembre 2018
La tempesta scoppia come un pugno che mi introna: colori elettrici, accesi, un baluginio in cui tutto il tessuto orchestrale è del tutto chiaro e intelligibile. Non c'è dubbio che Petrenko sia in gamba.
 
verdi
 
Sul "fuoco di gioia" ripenso a un carissimo amico di Parma che mi rimproverava la mia passione per von Karajan. Secondo lui si tratta di un Verdi stilisticamente tedesco - troppo tedesco, diceva lui. Lo capisco: qui, come nell'agile mandola del secondo atto, non si sente il profumo di salamella, manca il parmigiano che unga la bazza mangiando i tortelli come li preparava la povera Desolina.
 
Ho già capito quello che accadrà a metà atto, quando le sincopi rappresentano l'ansia di un cuore turbato dagli avvenimenti esterni e dalla prospettiva della prima notte d'amore. E' bella la linea velsunga (ma forse sarebbe meglio dire Tell-urica) del violoncello. Però l'emozione è un'altra cosa e i violini che si accendono con le Pleiadi che di qui a qualche decennio attireranno l'attenzione di Peter Grimes sono lucine a LED che non scaldano il cuore. Tutta la narrazione dei pieni e dei vuoti che si alternano in queste pagine - tra le più alte di tutta la letteratura operistica - manca. Bella tecnica. E capisco che oggi questo sia molto apprezzato. E' ciò che il pubblico vuole. Però al confronto Boulez è un romanticone dalla lacrima facile. C'è un che di melisandesco in questa chiusa del primo atto. Ma la commozione è altra cosa. Ne ho un fuggevole assaggio con la canzone del salice. Però poi, da vecchio melomane qual sono, comincio a fare dei confronti e penso che tutto sommato sia meglio morire nel mondo dei Kleiber e dei Toscanini.
 
Non posso negare che tutto questo sia suonato e anche cantato bene (come mi piace Finley!) però ci vuole altro per emozionarmi.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/12/2018 alle 8:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lohengrin - Metropolitan 1986
29 novembre 2018
questo allestimento si sente la mancanza non solo di  topi ed insetti ma anche del cigno.
 
voce
 
A giudicare dai movimenti di cantanti e comparse, il meraviglioso volatile si materializza in platea. Peccato che August Everding non sviluppi completamente la sua idea facendo salire Lohengrin e Gottfried dalla buca d'orchestra ma opti per la solita apparizione da fondo scena.
 
Siamo al Metropolitan e non ci si può discostare più di tanto dalla tradizione. Mentre io cerco le venti piccole differenze tra questo allestimento e quello della Wiener Staatsoper con Abbado provo ad ascoltare la musica.
 
Povero me! Nel 1986 Peter Hofmann, nonostante l'indubbio mestiere e qualche ritocco di post-produzione, era già declinante e John Macurdy aveva una voce usurata con cui al più poteva essere un passabile Araldo, non certo il Re Enrico.
 
Il peggio però è la coppia Leif Roar (nomen omen) e Leonie Rysanek. Io soffro fisicamente nel dover constatare che la gloriosa Leonie non riesca ad entrare nei panni di un mezzo-soprano, che l'intonazione non esista, che le frasi siano spesso inventate o - quando va bene - imbellettate da piani e mezze-voci da cui traspariscono registri vocali disomogenei e traballanti. L'apertura del secondo atto è stata straziante. Non capisco come il pubblico abbia trovato il coraggio di applaudire a scena aperta al termine di "Entweihte Götter".
 
Volevo una Elsa forte e volitiva? Una vera protagonista che schiacci il bianco cavaliere del Graal? Adesso sono ben servito da questa Eva Marton: voce forte, ben costruita e drammatica. Si sente la stoffa di cui sono fatte le Ortrud memorabili. Forse è troppo per la parte. Però finalmente trovo qualcuno che canta. Poco però per giustificare l'acquisto di questo video.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/11/2018 alle 13:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Saariaho - L'amour de loin (Metropolitan)
5 novembre 2018
L'oscurità è rotta da stelline che si illuminano una alla volta ad ogni tintinnar delle percussioni. E quando si illumina la scena una torre in metallo su cui si trovano a turno i due innamorati (Jaufré Rudel e Clémence). In basso delle strisce mobili di LED di colori cangianti danno l'idea del mare che viene attraversato dal pellegrino destinato a fare da messaggero tra i due, il mare che poi Rudel solcherà per morire tra le braccia della sua bella.
 
E' un allestimento molto suggestivo, che prende l'anima come la iridescente musica di Kaija Saariaho. Mi fanno sorridere le teste del coro che sbucano da questo mare luminoso, ma è molto poetica la ballerina che viene sollevata da un invisibile compagno come se fosse un pesce che guizza e salta tra le onde.
 
Ma è tutta la concezione dello spettacolo a funzionare perfettamente, a rendere ben conto del sogno di questa partitura.
 
Quante storie d'amore impossibile conosce il teatro in musica? Viene spontaneo, specie per me, pensare a Tristano e Isotta. Kaija Saariaho si muove però in un'ottica del tutto diverso. Non c'è la tensione di un desiderio inappagato, ma la serenità di chi è felice che il proprio amore non trovi compimento alcuno, che questa passione possa vivere solo nella distanza. Se - come avviene - ci si incontra è solo per morire. Dopo la morte di Rudel, Clémence rimane in vita e ci lascia un canto e-statico.
 

Allestimento semplice, efficace, facilmente comprensibile che aiuta il contatto con una musica nuova, ricca e personale.

 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/11/2018 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'angelo sterminatore di Thomas Ades al Met
1 novembre 2018
Si può parlare di regia tradizionale per un'opera che ha un paio di anni di vita?
 
A rigor di logica, no. Però non trovo un altro aggettivo per dare l'idea di un allestimento che realizza tutto quanto riportano le didascalie dell'ultima opera di Thomas Ades. Non solo, ma anche i movimenti scenici rispettano questa rutilante partitura.
 
L'aggiunta della musica darà anche maggior peso alle parole - come dice la Madeleine straussiana, e come avevano verificato diversi secoli prima Omero e soci - ma riduce di molto la libertà di un regista teatrale: la musica infatti determina non solo il tempo entro cui si svolge l'azione, ma anche quello che si può fare sulla scena. Il fremito degli archi nel momento in cui Ortrud mette in guardia Elsa da una improvvisa partenza dell'incognito cavaliere impone una certa mimica, nè più nè meno di come un fortissimo botto dell'orchestra obbliga il cantante a dare una musata contro il muro invisibile che gli impedisce di lasciare la stanza.
 
Sarà la presenza di Thomas Ades sul podio, sarà l'abitudine del Metropolitan di rifuggire dalle regie caratteropatiche di moda da questa parte dell'Atlantico, ma l'allestimento che il glorioso Met offre on-demand ai suoi abbonati è esemplare per il rispetto del testo, musicale e poetico, dell'opera ma offre pure l'ennesima conferma che il mondo teatrale europeo vagola in una velleitaria agitazione cui si potrebbe porre rimedio cercando nuovi lavori contemporanei con cui rivitalizzare un repertorio stantio.
 
Forse perchè dobbiamo ancora fare nostro questo Angelo sterminatore il regista si concentra sulla narrazione della storia, senza voli pindarici su interpretazioni e revisitazioni di cui per altro non sento la mancanza neppure quando si tratta di sconosciuti lavori barocchi riesumati ai giorni nostri - tacciamo delle grandi opere del repertorio!
 
La recitazione è naturale, chiara; evidente la discesa dalla normalità all'abisso del bestiale cui sono ridotti i nostri personaggi - incapaci di allontanarsi da una stanza simboleggiata da un gigantesco arco rosso. Senza tentare di riprodurre l'inimitabile Bunuel, si esprime benissimo tutta la bassezza di cui noi umani siamo capaci.
 
Musicalmente non ho molto da aggiungere alle impressioni che mi fece la registrazione della prima assoluta salisburghese. Vedere la scena però consente di passare sopra al vergognoso Tomlinson - un ex-cantante che spero abbandoni presto le scene.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/11/2018 alle 9:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Zemlinsky - Il re Kandaules
28 ottobre 2018
Alla morte di Zemlinsky - avvenuta a New York nel '42 - l'opera in tre atti "Re Kandaules" manca ancora dell'orchestrazione. Ci vuole una cinquantina di anni perchè il lavoro, completato da Beaumont con grande talento (Zemlinsky era un provetto orchestratore), venga rappresentato per la prima volta ad Amburgo.
 
Il video di cui parlo oggi, malauguratamente indisponibile sul mercato, è appunto la registrazione di questa creazione assoluta. Meravigliosa, diretta con passione da Gerd Albrecht, con cantanti di prim'ordine (Monte Pederson, Nina Warren e James O'Neal rispettivamente Gige, Nyssia e Kandaules); una regia che rispetta un testo ignoto ai più.
 
Kandaules fa indossare a Gige un anello che rendendolo invisibile gli permette di ammirare la nudità della Regina Nyssia. Costei, una volta scoperto l'accaduto impone a Gige di uccidere il sovrano e di prenderne il posto. Non so cosa sia scritto esattamente nelle didascalie, la musica a mio avviso indica che Gige accetta la corona, la regia però lo fa uscire di scena, lasciando Nyssia sola a dominare un'opera di cui è la vera signora.
 
Come la Bianca della Tragedia Fiorentina, la Regina vuole la morte di un marito che non capisce il suo valore. Se la consapevolezza che Guido gli vuole portar via la consorte sveglia la coscienza di Simone che dunque può riconquistare anche il cuore di Bianca, qui Kandaules rimane sterilmente legato al suo perverso voyeurismo. O all'impotenza?
 
Egli è dunque condannato a perdere tutto in favore di qualcuno, Gige, che a suo dire non ha altro che la propria povertà.
 
Il Re Kandaules è un'opera che conferma l'altissimo valore di Zemlinsky.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/10/2018 alle 8:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Messiaen: San Francesco d'Assisi - Amsterdam
11 ottobre 2018
a parte che più mi è piaciuta in questo Francesco è la predicazione agli uccelli: la scena mi sembra un gigantesco asilo-nido pieno di scritte e disegni infantili ed in cui i bambini vestiti di sai variopinti svolgono il ruolo degli uccelli.
 
francesco
 
Ci trovo tutto Messiaen: la fede profonda e schietta, fanciullescamente ingenua; l'amore per l'ornitologia, il direttore d'orchestra (Ingo Metzmacher) sottolinea con cura le melodie dei singoli uccelli, contribuendo a fare chiarezza nel caos organizzato di questa pagina.
 
Ci trovo anche i colori. Finalmente, direi. Quando ascolto Messiaen mi immagino di essere nella Sainte Chapelle in un giorno ventoso, quando sole e nubi giocano a rimpiattino così che il visitatore è immerso in un mare di colori in continua metamorfosi. Nell'allestimento di Audi i colori ci sono (pensiamo allo stupendo angelo musicante), ma sono macchie su sfondo nero. Un po' poco per i miei gusti. E' una concezione mia, affatto soggettiva, ma che diminuisce il piacere che mi viene offerto da uno spettacolo sublime.
 
Audi cura attentamente la mimica e la gestualità delle pecorelle di Francesco, tutte ben  individualizzate. La scena delle stimmate è impressionante - anche senza ricorrere alla ripresa dall'alto; giustissimo il lampo di luce paradisiaca da cui si è invasi nel finale (prendiamone nota per qualche Parsifal ben fatto!)... però avrei voluto che si osasse di più con le cromie (perchè per esempio le stelle che scendono dall'alto nella conclusione non possono essere avvolte da qualche blu-violetto intenso, magari anche fumettistico?)
 
Forse sto solo cercando il pelo nell'uovo.
 
Non va dimenticato che musicisti e cantanti sono meravigliosi e mi hanno molto commosso. Questo cofanetto (sono 3 DVD) è indispensabile.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/10/2018 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Neuenfels e La dama di picche - Salisburgo 2018
2 settembre 2018
Considero il coretto infantile che apre "La dama di picche" un brano di imbarazzante bruttezza. Eppure è necessario: come all'inizio dei film horror, viene presentata la banale quotidianità in cui ogni spettatore può immaginare se stesso. E' il modo con cui si prepara il pubblico all'irruzione del disordine nella nostra vita.
 
Neuenfels mette i soldatini in stie bianche: i piccoli sono comandati come burattini dalle governanti. Tutti - adulti e bimbi - con la stessa divisa. Una scelta non naturalistica - ma anche negli altri cori tutti hanno il medesimo abito e pure la festa del secondo atto è stilizzata, forse anche troppo, con la zarina rappresentata da uno scheletro. Debbo dire che questa opzione mi piace. E' allora possibile che questa "Dama di picche" sia di mio gusto proprio perchè si allontana dalla rappresentazione di un ambiente che mi appare falso e convenzionale? Probabilmente dovrei analizzare il mio fastidio per questo mondo in cui ognuno, tra patronimici e vezzeggiativi, ha almeno cinque o sei nomi.
 
In questo allestimento di Neuenfels Tomsky mi ricorda Samiel o Shadow che anche lui gioca a carte la salvezza del protagonista. Hermann, unico ad avere un abito di un rosso sgargiante, è il povero scemo da distruggere. E vi si riesce, grazie al mito delle tre carte.
 
Non so mai dire se Hermann ami la contessa come tale, per ciò che è stata o per il segreto che lei possiede. Di certo non gli importa nulla della povera Lisa, destinata a svanire in una notte buia e tempestosa. Neuenfels immerge tutti i personaggi in variazioni di nero e blu. Solo a Herrmann ed alla contessa sono lasciate le uniche macchie di colore dell'allestimento. E il bacio tra i due nella scena centrale dell'opera è il perno della storia.
 
Musicalmente siamo in Paradiso. Jansson fa esplodere la partitura ed è ben assecondato da una grande compagnia di canto. Se il palcoscenico è fondamentalmente in bianco e nero, la fossa d'orchestra affoga nei colori.
 
 



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Christie incorona Poppea - Salisburgo 2018
1 settembre 2018
William Christie consegna una Poppea molto briosa ed efficace. Ogni parola è ben soppesata e si carica di una forza drammatica che evita la noia. Più che giocare sui colori della striminzita orchestra, Christie preferisce spremere il testo. Prendiamo l'erotismo delle sospensioni di "Ti farei... ti direi" nel celebre "Sento un certo non so che", oppure "Oggi sarà Poppea di Roma imperatrice". E' vero che Visse è diventato da tempo Arnalta. Ma in questa occasione riesce a far convivere la cura del dettaglio con la visione d'insieme in un trionfo della comicità e del teatro. Voglio sperare che la post-produzione abbia tagliato gli applausi, perchè qui Visse merita il trionfo.
 
Non c'è solo Christie. I suoi cantanti sono tutti di altissimo livello. Sonya Yoncheva ha una voce piena, potente e vellutata, in grado di dominare il povero Nerone, Kate Lindsey, l'anello debole di un cast stellare. Mi va bene una voce acida ed isterica, ma per lo meno intonata. Lo scontro con Seneca (l'ottimo Renato Dolcini) è stato rovinato da guaiti, gemiti, stonature più adatte a una strega della Dido di Purcell che ad un imperatore. Infatti la progressione che conduce al climax di "Tu... Tu... Tu... mi porti allo sdegno" è bellamente saltata. Ed anche il duetto amoroso con Lucano (Alessandro Fischer) non ha lasciato il segno.
 
Un discorso a parte merita la regia. Non si inventa nulla infilando la piccola orchestra in due piccole fosse laterali a vista, che permettono una certa interazione di strumentisti e cantanti. Il problema è capire quali intenzioni abbia Jan Lauwers.
 
Al centro della scena sta perennemente un ballerino rotante a mo' di derviscio circondato da una serie di colleghi che talvolta hanno un chiaro riferimento alla situazione drammatica ed alla musica, ma più spesso sono pleonastici - tanto che possiamo guardare i cantanti in primo piano muoversi come da tradizione senza curarci dello sfondo.
 
Bellissimo il finale del secondo atto, con il giardino e la montagna umana in cui si inscerisce Poppea addormentata, ma notevole anche la serie di corpi feriti all'inizio del terzo. In entrambi i casi l'affastellarsi dei ballerini completa in forma tridimensionale il pavimento della scena, pieno di corpi in varie pose. Sono riuscitissime anche le parti di danza sfrenata. Però io avrei preferito un uso più parsimonioso, specie nelle scene meditative ed intime. Che l'apparizione delle divinità si accompagni alla presenza di uno sciancato con stampelle mi appare incomprensibile. Avrei potuto amare, anche senza capirla, la regia di Lauwers, se solo fosse stata un po' più contenuta.
 
Un'altra caratteristica che mi sembra giusto rilevare è che Lauwers sottolinea il travestimento dei personaggi: Nerone mostra le proprie forme femminili, ha dei tacchi a spillo, Arnalta scopre il petto maschile e la Nutrice di Poppea ha il pizzo. Un'altra inutile forzatura secondo me.
 
In conclusione: con Christie abbiamo una fantastica Incoronazione di Poppea, con il regista Lauwers una Esagerazione di Poppea.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/9/2018 alle 7:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Samuel Barber - Vanessa - Glyndebourne 2018
25 agosto 2018
A sessant'anni esatti dalla prima, Vanessa, l'opera in tre atti di Samuel Barber arriva a Glyndebourne. Le ragioni del suo successo e dell'oblio in cui è caduta coincidono: questa Vanessa è rigorosamente tonale e romantica, mostra le sue ascendenze pucciniano-straussiane, ha certamente strette parentele con la musica da film coeva ed è costruita in modo da rendere riconoscibili arie e concertati - addirittura il finale è un quintetto in canone, prevedibile forse ma non per questo incapace di fissarsi nella mente e di creare un forte effetto drammatico.
 
Non mi va di scrivere la trama di questa Vanessa: l'opera è molto interessante e mi ha fatto piacere seguire un lavoro di cui non sono in grado di anticipare la fine. Dirò solo che il testo, ispirato ai racconti gotici di Karen Blixen è molto suggestivo e pone all'ascoltatore dei curiosi intrecci psicologici tra donne diverse per storia ed età ma parallele quanto a forza e determinazione nel perseguire i propri obiettivi. E' in fondo un'opera al femminile, dato che gli uomini sono al più l'elemento scatenante della vicenda, normalmente un contorno, l'oggetto su cui le signore proiettano i propri desideri.
 
La musica di Barber mi è piaciuta molto. Non ci dobbiamo aspettare novità e stravolgimenti linguistici. Ci si muove nel solco della tradizione operistica senza grandi voli di fantasia ma con molto mestiere. Non guasta. E' un'opera che merita di venire messa in cartellone e di essere conosciuta al di fuori dei pochissimi a conoscenza del fatto che Barber non si è limitato a scrivere un fortunato adagio per archi.
 
Come tradizione a Glyndebourne allestimento e musicisti sono perfetti. Una compagnia di canto dedicata a quest'opera trasmette la convinzione che Vanessa può vivere con i melomani a fianco di qualsiasi Tosca o Arabella.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/8/2018 alle 12:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il Flauto tragico - Salisburgo 2018
20 agosto 2018
Qualche mese fa ho visto il video di un Flauto magico vallone in cui papà-Sarastro raccontava al figliolo la storia di Tamino e Pamina. Mi sta bene che a Salisburgo si seguano le orme belghe, tanto più che qui si ha un nonno d'eccezione (Klaus Maria Brandauer) con ben tre nipotini che - ovviamente - diventeranno i tre paggi della vicenda del flauto magico.
 
Avessi avuto a disposizione solo le fotografie dell'allestimento avrei invidiato i fortunati frequentatori di Salisburgo: si passa da una casa borghese a un variopinto e fantasioso circo, con clown ed acrobati.
 
Purtroppo, la regista Lydia Steier infila alcune mostruose cantonate. Si fosse letta il libretto, la signora Steier avrebbe notato che ad accedere al percorso iniziatico sono solo Tamino e Papageno. La povera Pamina è un oggetto, il semplice premio destinato al maschio che la conquista (come Rezia per Oberon). E' dunque inutile incappucciarla visto che il suo ruolo nelle prove dell'iniziazione è solo passivo. Almeno all'inizio... perchè è vero che alla fine anche lei potrà conoscere le gioie di Iside e Osiride con la stessa dignità del compagno. Solo che Frau Steier non ne capisce il motivo.
 
In che cosa consistono le prove cui Tamino e Papageno si debbono sottoporre? Lo dice chiaramente il sacerdote: "sottometterti a tutte le nostre leggi e a non temere neanche la morte". E' questa seconda parte della prova, il non temere la morte, che è la parte difficile, quella di fronte a cui nicchia Papageno (che per altro la supererà nella scena del suicidio mancato). Ed è questa prova a venir superata da Pamina, che è pronta anche lei ad ammazzarsi se non può essere amata ma - soprattutto - che vuole affrontare con il compagno il fuoco e l'acqua. Pamina insomma non è più la tanto bella e tanto oca della tradizione operistica (e dell'inizio di questo Singspiel) ma la Brunnhilde partner di Sigfrido (notiamo che è lei a consigliare a Tamino di servirsi del flauto magico per superare l'ultima prova). 
 
Tutto questo rimane notte e nebbia per Lydia Steier, che anzi si inventa la "prova della disperazione". Qui, la sola disperazione è quella del sottoscritto - abbacinato dalla stupidità di un allestimento che pure era partito con il piede giusto nonchè dall'analfabetismo musicale di Constantinos Caridis, che adotta tempi assurdi passando da una ouverture suonata come se il direttore d'orchestra avesse un irresistibile impulso minzionale a un "Dies Bildnis ist bezaubernd schön" tanto stiracchiato che non si riesce neppure a percepire la bellezza della melodia mozartiana. Questo animale ha pure inserito clavicembalo e fortepiano in diversi punti. Non sono riuscito a capire cosa sia successo nell'aria di Sarastro, una marcetta insulsa e del tutto priva della dignità che ci si aspetta da qualcuno che predica - e pratica - la magnanimità: ho avuto l'impressione che in orchestra ci fosse un organetto di Barberia. Lo stile musicale era comunque quello.
 
Musicalmente è uno dei peggiori Zauberflöte che io ricordi. L'unico plauso va al tecnico del suono che ha lasciato il "buuh" con cui il pubblico ha accolto lo spettacolo: in genere si tengono in frigorifero degli applausi pre-registrati che fanno credere all'incolto pubblico casalingo che si è assistito a uno spettacolo di prima qualità.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/8/2018 alle 13:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Castellucci perde la testa per Salome Salisburgo (2018)
30 luglio 2018
Fosse stato per il prologo avrei subito staccato il video: grilli in sottofondo mentre una ragazzina bianco-vestita depone corona e velo  Una scritta: "Te saxa loquuntur".
 
Ma a questa introduzione segue la musica.
 
Debbo ricredermi su Welser-Most: la sua lettura di Salome è intensissima. Non è estroverso, non ci sfonda i timpani, mantiene i colori chiari e ci fa distinguere la trama dei temi che percorrono il tessuto della partitura. Tutto ciò non impedisce di raccontare in modo incisivo la storia, di sottolineare come si deve ogni climax.
 
C'è del resto una perfetta coesione tra musica e scena. Un disco nero si alza dalla cisterna e in mezzo ad esso Jochanaan appare come una specie di Queequeg, nero nel nero. Il disco si ampia per abbracciare Salome che sta dichiarando il proprio amore per il profeta. Non c'è mai contatto fisico tra la giovane e il Battista. Neppure nel finale: in scena entra il corpo decapitato. Salome gli si siede sulle ginocchia, pone una corona sul collo del cadavere, mima il bacio. Sono impressionato.
 
Il regista Castellucci ha stravolto le mie aspettative. Mi tocca lavorare di fantasia per vedere il capo mozzato, la danza salta del tutto: Salome è nuda, accovacciata su un piedestallo con la scritta "saxa"; una pietra scende dall'alto e la copre. Intanto tutti i personaggi sono usciti dalla scena. E' come se Castellucci tenesse a sottolineare che questa danza dei sette veli è la parte meno riuscita dell'opera e che per renderla al meglio vi si deve rinunciare lasciando - di nuovo - che sia l'immaginazione - al negativo - a disegnare i movimenti. In un certo qual modo, dopo tutte le emozioni delle due scene di seduzione (prima verso Narraboth - neppure un eunuco sarebbe resistito a una mimica simile - poi verso Jochanaan); dopo la misurata isteria di Erode e signora c'è la stasi in quello che dovrebbe essere il punto centrale. E penso che la seconda parte dell'allestimento non sia riuscita... fino a che non assisto alla forza tranquilla del monologo conclusivo di Salome.
 
Non capisco come il pubblico possa rimanere in silenzio al termine di una esecuzione tanto sconvolgente.
 
Non è vero che non ci sono buoni cantanti: tutti sono bravissimi senza eccezione. La protagonista Asmik Grigorian è incredibile e perfetta, anche quando - al termine della seduzione di Narraboth - non canta come si deve il suo "Ah" ma lo emette come un grido strozzato. E' bello al di là di ogni immaginazione. Stupendo teatro come capita di rado di vedere, in cui il concetto - se c'è - sparisce in una narrazione magmatica che stravolge lo spettatore.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/7/2018 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sparate sul Franco Cacciatore! Vienna (2018)
9 luglio 2018
Che le cose non sarebbero andate bene lo ho capito dal tempo alquanto posato con cui Netopil ha preso le sincopi che introducono Samiel nell'ouverture. E anche la ripresa più lenta del valzer a metà dell'atto ha un senso musicale ma stona nel contesto della festa paesana in cui ci troviamo. Disumano Alan Held, Caspar, che nello "Schweig', schweig..." fa delle colorature abborracciate che si concludono malamente. Nel coro di apertura del celeberrimo finale secondo si sente cantare "Uhù" anzichè "Uhu-ì". Capisco: c'è un accento sulla seconda "u" e la povera "i" è una notina che deve competere con il crescendo in forte dell'orchestra. Però non capisco come mai Netopil non riesca a risolvere questo passaggio in modo corretto come ho sentito fare - anche senza scomodare Kleiber - dai suoi colleghi. Mi piacerebbe poi sapere se Netopil si rende conto che certe frasettine non sono meramente esornative ma descrivono il vento, lo stormire delle foglie, la paura che coglie i personaggi alle prese con il soprannaturale che piomba improvviso sulle loro tranquille esistenze. A giudicare da quello che ho sentito direi di no. Insomma, mi sono passabilmente annoiato sulla parte musicale.
 
E quella visiva?

Christian Räth ha tirato Carl Maria von Weber fuori dal cilindro delle idées reçues registiche. Max è Weber, alle prese con la mancanza di ispirazione. Kilian gli mostra gli errori che ci sono nella partitura e Samiel procura pentagrammi bianchi su fogli neri. Nel Wolfsschlucht, Weber/Max scrive freneticamente (Bouvard e Pécuchet registi d'opera!) le pagine della sua partitura. Incendio del pianoforte (la regia fa l'effetto di un centinaio di perette di glicerina, ma la scena con le fiamme è bella a vedersi).

 
netopil
L'antenato il cui ritratto cade nel secondo atto è sempre Weber e l'eremita sbuca da un lampadario da teatro.
 
Non ho voglia di continuare: è un bruttissimo spettacolo con una regia e una direzione musicale che non stanno in piedi.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/7/2018 alle 11:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ad Anversa un buon Parsifal con una grande Kundry (2018)
26 giugno 2018
Bella l'idea scenica di un semplice semicerchio bianco i cui cambi di colore sottolineano le atmosfere entro cui passa la narrazione di Parsifal. Accetto che si mimi l'antefatto della storia durante il preludio, e sono pure molto suggestivi i rivoli di sangue che scendono dalla parete dopo il bacio tra Kundry e Amfortas. Mi infastidiscono però i topoi delle regie impegnate: i tablet con cui si fotografano le succitate strisce di sangue o con cui si fa qualche selfie; l'immancabile suicidio da taglio delle vene (Kundry tra l'altro lo commette ben due volte); un personaggio (stavolta Gurnemanz) in sedia a rotelle. Non tutto è da buttare: impressionante il bambino-cigno ucciso da Parsifal con una secchiata di vernice rossa; Amfortas si rivolge direttamente a Parsifal nel monologo del primo atto e cerca di obbligare i cavalieri ad abbandonare le pose che assumono durante la prima ostensione del Graal, come se avesse perso la fede. Però abbiamo anche stupidaggini come le nonne-fiore che ricompaiano nel Karfreitagszauber, o Kundry che rifiuta il battesimo. 
 
Tanja Ariane Baumgartner mostra subito alle prime note di essere una Kundry di ottimo livello: voce pastosa, omogenea su tutta l'estensione, grande facilità nell'adattarsi a una parte complessa che richiede una vasta gradazione di espressioni, dal sarcasmo malvagio alla viperina seduttività della femme fatale fine ottocento (esisterebbe Salome senza Kundry?).
 
Ottima la sua scena con Erin Caves, un Parsifal affatto convincente. Meno felice Kay Stiefermann che sceglie una lettura ironica e sardonica di Klingsor però manca dell'artigliata che aggiunge la malvagità necessaria a completare il personaggio. Ho insomma l'impressione che il suo Klingsor succube di Kundry, che addirittura pare supplicarla, sia più imposto dai limiti vocali che frutto di una scelta interpretativa. Non male Christoph Pohl (Amfortas), interessante Stefan Kocan, gran bel Gurnemanz.
 
Avrei amato maggior grinta dal direttore d'orchestra, Cornelius Meister, che forse con dei tempi un po' più stretti sarebbe riuscito a dare maggiore direzionalità al racconto (il finale dell'opera secondo me si sfaldava ed anche nel preludio... se non aumentiamo l'enfasi ad ogni riesposizione dei temi ci addormentiamo già nei primi minuti dell'opera o - quanto meno - ci domandiamo perchè mai Wagner continui a ripetere la stessa solfa. Penso che tempi più stretti e maggior cura dinamica avrebbero aiutato i cantanti - impossibilitati a scendere sotto il mezzoforte - ed avrebbero impresso un diverso impeto narrativo all'opera.



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George Benjamin - Written on Skin
18 maggio 2018
La novella di Guglielmo di Rossiglione che offre in pasto alla moglie il cuore dell'uomo con cui la donna lo ha cornificato è la base da cui origina quest'opera di George Benjamin. Qui l'innamorato è un miniatore - da cui il titolo che parla di scrivere sulla pelle. La tresca nasce quando la donna sfida l'artista a dipingere una donna vera. La tensione erotica sale molto rapidamente, la musica del primo duetto amoroso è torridamente carezzante, si avvolge come una spira attorno ai protagonisti.
 
Non mi spaventa una serata di musica atonale. Ci sono abituato e ritengo anzi che il supporto di canto ed immagini renda ancora più facile comprendere il flusso narrativo. E' un lavoro fondato su una storia appassionante, tutto sommato semplice e prevedibile - quanti amori infelici costellano la storia del teatro in musica? E' semplice per chiunque comprendere la vicenda, entrare in sintonia con i personaggi e percepire come la musica racconti la loro evoluzione.
  
Al mio primo ascolto questo Written on Skin mi ha conquistato. E' bellissimo, elettrico, emozionante. Novanta minuti - più o meno come un Wozzeck - o come un film - da cui è bandita la noia. Bisognerebbe darlo alla Scala la sera di Sant'Ambrogio, anche regalando i biglietti. Forse si andrebbe in perdita dal punto di vista economico immediato ma si guadagnerebbe sul lungo termine un pubblico che non immagina quanto la musica di oggi sia vitale e che i compositori contemporanei non hanno alcun nesso con le  cefalee.
 
Il video è stato realizzato a Aix-en-Provence in occasione della prima esecuzione di quest'opera. Dirige lo stesso Benjamin, circondato un gruppo di solisti che è poco definire stellare. Purves, Hannigan e Mehta (Bejun) sono il trio di protagonisti. Non è una novità che cantino bene... però mi sento consolato all'idea che padroneggino con tanta sicurezza un testo nuovo e verosimilmente neanche tanto semplice.



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L'Orfeo di Monteverdi a Torino - 2018
6 maggio 2018

L'Orfeo nasce in una sala del Palazzo Ducale di Mantova per un pubblico selezionato di intenditori che colgono subito i riferimenti a Ovidio e Dante nonché i risvolti neoplatonici di questa vicenda. Il nuovo finale, che evita di mostrare un Orfeo squartato dalle baccanti, non solo risparmia alle signore uno spettacolo outré ma chiude con Apollo il cerchio aperto dalla Musica e mette al centro di tutta la vicenda la glorificazione dell'arte tramite Orfeo, figlio di un Dio e fratello ideale di Monteverdi e Striggio. Gli uomini passano, ma l'arte rimane e dona loro una vita più duratura ed importante. 

Orfeo è un lavoro delicato, che il regista Pizzech affronta con grande rispetto. Un sipario che riproduce un elaborato parquet e, sullo sfondo, un soffitto a cassettoni richiamano la cornice storica in cui nacque questo capolavoro monteverdiano. I personaggi sono facilmente riconoscibili e ben caratterizzati, con un preciso uso del colore che identifica le situazioni drammatiche in cui essi si muovono. L'allestimento mi è piaciuto proprio perchè lascia allo spettatore la possibilità di intuire - se ha i mezzi per farlo - tutti i collegamenti culturali che quattro secoli di Orfeo portano con sè.

L'orchestra ha un bel suono, ricco e corposo, per quanto si può capire da una registrazione, adeguato alle dimensioni di un teatro moderno. Antonio Florio preferisce staccare tempi lenti: non solo la toccata iniziale ma a anche il lasciate i monti ha un andamento languido e solenne. Non c'è frenesia nella festa pastorale che mantiene una compostezza cerimoniale appropriata - in fondo stiamo celebrando un matrimonio e ci scateneremo alla  moresca finale.

Anche i cantanti mi sono sembrati di un livello eccellente, privi di sbavature e corretti.

É un allestimento cui dovrebbero assistere i politicastri che vogliono distruggere quanto il Regio di Torino ha realizzato di bello negli ultimi anni.




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Un Falstaff verdiano del 1956
1 maggio 2018
Il ruzzolone di Fenton sulle scale mentre cerca di raggiungere Nannetta nel primo atto mi fa pensare a uno spettacolo ripreso dal vivo. Credo che nel 1956 fosse la regola. Non so però se l'orchestra fosse fisicamente presente in studio o se i cantanti mimassero il canto su una base pre-registrata, secondo una tecnica che sarebbe stata corrente negli anni successivi.
 
Di certo questo documento è interessante sotto molti punti di vista.
 
Innanzitutto ci offre uno sguardo sui primordi della televisione, con poche telecamere che non potevano dunque offrire i rapidi cambi di inquadratura cui siamo abituati oggi. Ogni tanto qualche inserto, il cielo stellato prima del canto della Regina delle Fate, il cesto di Falstaff - molto simile a una scatola di cerini - che viene buttato giù dalla finestra, o Miss Quickly ripresa di spalle mentre va verso l'Osteria della Giarrettiera. Sono dettagli da cui si capisce che il regista era già cosciente che il mezzo televisivo aveva un proprio linguaggio espressivo destinato a staccarsi da quello teatrale.
 
Abbiamo però anche un viaggio nel tempo che ci permette di conoscere un allestimento di 60 anni fa, con un neogotico elisabettiano che farebbe venire l'orticaria ai registi rampanti di oggi. La gestualità però è spesso identica a quella che troviamo ancora adesso nei nostri teatri, a conferma che certi valori sono incrollabili e che non si può andare più di tanto contro le indicazioni della vicenda che si deve narrare.
 
E poi c'è una buona orchestra diretta dal grande Tullio Serafin, una tradizione niente affatto sciatta, con un tempo nervoso e scattante che innesta nel canto il ritmo e la velocità del parlato corrente. Pur con i limiti di una registrazione che spesso è confusa, e che annaspa con un nastro irrimediabilmente rovinato, è una grande lezione di stile di cui dovremmo tenere conto. E poi... Taddei, Moffo, Barbieri, Alva, Carteri. Anche senza fare il laudator temporis acti è un  bell'ascoltare.
 
Un video da conservare gelosamente.
 
 
 



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Valchiria con Petrenko a Monaco di Baviera(2018)
20 aprile 2018
Il sipario del terzo atto si alza su un gruppo di ragazze in sottoveste e stivali: battono rumorosamente i piedi per terra, scuotendo le teste e rantolando come Serena e Venus Williams. Al termine di questa esibizione il pubblico applaude, non so se per sollievo o perchè gli è davvero piaciuta. Noto solo che il battimani copre l'inizio della musica. Poco male: mi sembra che Petrenko ci offra una versione per banda paesana, tutta in forte e senza i climax giusti. Ma forse sono solo infastidito dalla danza tribal-tennistica e dalla cacofonia creata dallo schioccare delle redini delle Valchirie.
 
Infatti in tutte le altre parti dell'opera Petrenko sa il fatto suo, seguendo con estrema puntigliosità tutte le indicazioni agogiche e dinamiche di Wagner. Posso anche desiderare che su "Nicht send ich dich mehr aus Walhall" Wotan canti un po' meno mosso, per sottolineare l'inizio di una di quelle micro-arie che Wagner infila un po' ovunque (avremo poco più in là anche la belliniana "War es so schmälich"). Però quello che piace soggettivamente non è supportato dall'indicazione di partitura, che rimane allo Schnell di "Du verstößest mich". E quindi Petrenko ha sempre ragione in tutta questa Valchiria.
 
Aggiungo che orchestra e cantanti sono notevolissimi (non mi curo delle inevitabili scorie che possono capitare in una ripresa dal vivo) ed il gioco è fatto. Ci si dimentica di quell'imbecille regista che mostra Siegmund alle prese con i parenti di Hunding quando anche un bambino delle elementari capisce che la musica descrive una tempesta o che ci mostra il solito preside del liceo Walhalla intento a bersi il solito whisky che verrà come al solito polverizzato con un colpo di lancia.
 
Del resto, in fin dei conti, Siegmund e Brunnhilde continuano a levare al cielo spada e lancia come fanno da più di un secolo.



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Poulenc e Cocteau - La voix humaine - Bologna 2017
10 aprile 2018

Una donna al telefono con il proprio ex. I due mentono vicendevolmente: lei vuol fargli credere di essere appena rientrata da una serata trascorsa, per elaborare il lutto, con l'amica Marthe, lui pretende di essere in casa. Viene però subito sgamato: all'epoca in cui esistevano le centraliniste e i telefoni fissi non erano usati solo per importunare il prossimo con la pubblicità, basta chiamare a casa dell'ex-compagno per scoprire l'inganno.

Il progresso tecnologico non ha però fatto perdere l'inesorabilitá legata alla fine della conversazione, brusca, dolorosa e definitiva con quel "Ti amo" che echeggia nel vuoto disperato.

Il testo di Cocteau contiene tutto, non ha bisogno di alcuna aggiunta, specie quando è cantato bene da Anna Caterina Antonacci. Non trovo necessari i figuranti (lei, lui e l'altra) immaginati da Emma Dante, né il trasferimento da un appartamento alla stanza d'ospedale con tanto di infermieri, flebo e medico. Ma un regista à la page deve pur far sapere di esistere, fosse anche con delle cartelle cliniche appese ai piedi del letto come nelle barzellette di un tempo. E poi perchè ad uno dei letti di ospedale debba essere affisso il profilo di Cocteau è un altro di quei misteri buffi di questo allestimento pretenzioso.

Meno male che la parte musicale è davvero molto eccellente.




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Marco Tutino - La ciociara
12 febbraio 2018
Fin dalle prime battute dell'opera mi sono dato dei pizzicotti per essere sicuro di non sognare: questa "Ciociara" è l'opera che avrebbe scritto Puccini se fosse ancora vivo. Il tenore si congeda con un'aria degna di Cavaradossi, con tanto di acuto strappa-applauso. E il finale è caratterizzato da una bella melodia, molto ampia, nella migliore tradizione operistica italiana. Ti si appiccica alla memoria, manderebbe in sollucchero Chopin - ma anche Wagner... non posso non pensare a quello che il tedesco diceva della tradizione popolare che continua nell'opera italiana. 
 
Tutino non sta facendo del colore locale - come potrebbe forse essere la citazione de "La strada nel bosco". Tutino assume orgogliosamente decenni di tradizione operistica, afferma felice che la tonalità è tutt'altro che morta e che anzi ad essere irrancidite sono le sorti magnifiche e progressive del serialismo. Egli vuole strappare a Sibelius la palma del "peggior compositore al mondo". Usa tutti gli strumenti orchestrali moderni, conosce a menadito anche Alban Berg - che sapore di Wozzeck nel valzer dell'ultima scena, straniato quanto basta per farci capire che la guerra non è ancora finita perchè non abbiamo fatto i conti con il passato ed abbiamo in mezzo a noi l'ex-fascista diventato partigiano. Tutino vuole scrivere un'opera tradizionale, nella forma e nei mezzi espressivi usati, un lavoro che si riannodi a un passato tutt'altro che morto. Si può scrivere ancora tanta buona musica in do maggiore. E una volta passato il mio stupore per questa musica così orgogliosamente passatista, mi accorgo di essere commosso.
 
La Ciociara di Tutino è un ritorno ai fondamentali. La regia è rigorosamente tradizionale, ricostruisce fedelmente gli anni dell'ultima guerra, ci propone filmati in bianco e nero. Bisogna andare al teatro d'opera per veder sparire le oscene colorizzazioni dei documenti storici del passato. 
 
Una restaurazione? Un compositore e un pubblico, che addirittura applaude a scena aperta, che osano dichiarare la fine di un'epoca di menzogne? Lo diranno i prossimi anni. Intanto mi auguro che questa Ciociara entri in repertorio.
 
Non le sarà facile. Dovrà superare il fuoco di fila dei nostalgici di Adorno. Ma dovrà tenere uno standard esecutivo altissimo. Gli artisti che hanno realizzato questo allestimento sono tutti molto bravi (la Antonacci è riuscita perfettamente nei panni che ha indossato la Loren!) e meritano tutta la nostra ammirazione.
 
Per il momento teniamoci stretto questo video.



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Don Giovanni a Fontainebleau?Boh!
2 febbraio 2018
Questo Don Giovanni, firmato da Manon Savary (figlia d'arte) e Patrick Poivre D'Arvor (giornalista televisivo meglio noto come PPdA) ha girato per la Francia in spettacoli operistici all'aperto.
 
Non capisco perchè queste occasioni di "opera portata al popolo" diventino mediocri volgarizzazioni che offrono un pallidissimo simulacro del lavoro che presentano.
 
Il video mostra una scena su due piani: sotto la pedana superiore sta rannicchiata l'orchestra. Potrebbe essere un buon espediente - modello Festspielhaus - per amplificarne il suono. Temo però che il tutto sia stato guastato da ampio uso di microfoni ed altoparlanti: l'orchestra suona piatta, con poca dinamica, in modo sciatto ed impreciso. I tempi sono molto rapidi e talvolta anche inspiegabilmente ballerini (Non ti fidar o misera da mal di mare); non credo che il Don Ottavio di Sébastian Obrecht sopravviverebbe senza un microfono - un tempo un po' più lento lo avrebbe probabilmente lasciato senza fiato. Alcuni cantanti hanno anche belle voci (Albane Carrère e Sabine Revault d'Allonnes) ma appaiono lasciati a se stessi. Per esempio Matthieu Lécroart ha l'idea di fare una bella ornamentazione "improvvisata" su "maestosa" dell'aria del catalogo. Oh bella! Ma si è mai accorto dell'attenzione con cui Mozart dipinge musicalmente il testo? E' evidente che questo re sopra il rigo tenuto per più di due battute vuol dare l'idea di una femmina di immani proporzioni, esattamente come le notine di valore più basso su cui si canta "la piccina" sono la rappresentazione di una donnina minuta e magra. E allora dobbiamo cercarci un altro punto in cui improvvisare, pena la demolizione del lavoro di Mozart.
 
Sto cercando il pelo nell'uovo. Ci sono elefantiaci tagli ai recitativi, nonchè ai numeri. Evidentemente per PPdA e Manon il pubblico estivo non sopporta certe lunghezze mozartiane ed ha bisogno dell'aiutino di qualche sciagurato taglio (lo scempio ai danni del sestetto del secondo atto è un crimine contro Mozart).
 
Visto che si tratta di un video, che si ha pure il cattivo gusto di vendere in DVD ufficiale,
PPdA
dovrei pure dedicare qualche parola alla regia.
 
PPdA e Manon sono tradizionalisti e quindi sollevano in alto la spada come i Neuenfels innalzano i loro smart-phone. Donna Anna gironzola senza arte nè parte mentre da didascalie dovrebbe resistere al molestatore Don Giovanni. Un po' di figuranti-riempitivo (c'è perfino una processione di incappucciati dietro un crocifisso). Non si può dire che ci sia una frattura tra orchestra e scena: in entrambi i livelli regna la stessa approssimazione.
 
Forse è meglio che PPdA torni a fare TG e che Manon lasci stare i mani familiari.



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L'Olandese volante tradizionalmente trasgressivo di Holten
7 gennaio 2018
L'Olandese volante di Helsinki (2016), firmato da Kasper Holten segue fedelmente le regole della tradizionale regia trasgressiva.

Innanzitutto il protagonista, come già Tannhauser a Barcellona con Carsten e Walther con Katherina Wagner, è un pittore. Nell'Ouverture lo vediamo intento a dipingere, con frenesia - va da sè - un dipinto astratto. Più tardi la consueta orgia, che verrà ripresa anche nella prima parte del terzo quadro (con i volti dei personaggi coperti da una calza di nylon e luci stroboscopiche, come in Kupfer - altro riferimento che non può mancare in una regia originale).

Il primo atto mostra il ricevimento mondano di prammatica. La mancanza di trader mi fa temere una conversione di Holten sulla strada di Zeffirelli... Tiro un sospiro di sollievo notando che Daland e il timoniere hanno rispettivamente il cellulare e il tablet d'ordinanza.

Non capisco perchè le filatrici producano vasi: l'arte vasaia utilizza delle ruote girevoli che possono ingenerare uno sgradevole rimando alla lettera del testo. E benchè Senta legga il Time Magazine la prima pagina della rivista reca un ritratto dell'Olandese che di nuovo ha con il libretto una relazione che potrebbe far capire la vicenda agli spettatori.

Meno male che per il finale del secondo quadro compare la telecamera le cui immagini, coerentemente con la lezione di Castorf, vengono mostrate sullo sfondo in presa diretta.

L'arma da fuoco con cui l'Olandese pone fine ai propri giorni è una pistola. Nell'ultimo quadro Senta mostra il video di questa morte su alcuni stupendi televisori a schermo piatto di ultimo modello.

A parte alcune ingenuità - ci sono anche degli incongrui richiami al mare - è un video straordinario che mi consente di gridare al genio - o allo scandalo. Fa lo stesso.

Cantanti ed orchestra sono mediamente buoni, ma è ovvio che nessuno starebbe oggi ad ascoltare un ferrovecchio come Wagner se non ci fossero dei geni di rottura come Kasper Holten.




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Tabarro e Suor Angelica - Monaco 2017
27 dicembre 2017
Per la regista Lotte de Beer il Trittico di Puccini è un'opera unica in tre episodi. Non solo c'è lo stesso impianto scenico - un corridoio la cui estremità distale ruota sul proprio asse - ma Tabarro e Suor Angelica vengono eseguiti senza soluzione di continuità. Il passaggio tra le due opere è dato da un funerale: in entrambi i lavori la morte di un bimbo è alla base della storia.

Lotte de Beer scopre i fili che collegano le sezioni di questo ciclo. Non solo il tema della morte, ma ad esempio il rapporto con il territorio (la lode di Belleville nel Tabarro fa da pendant a quella di Firenze nello Schicchi); i riquadri laterali pieni di personaggi ben caratterizzati e quello centrale costituito dalla massa compatta delle suore di clausura; la discesa nell'oscurità dell'anima di Angelica cui segue il ritorno alla luce della vicenda comica. Anche Schicchi, come Angelica è dannato ma con uno sberleffo che spazza l'odore di incenso e che rimanda a Michele, personaggio che per quanto innamorato sembra uccidere - come Golaud - "perchè è costume far così".

Il centro del ciclo è il buio in cui scompare la scena unica e ci si confronta con l'impressionante scontro tra Angelica e la Zia Principessa.

Musicalmente viene mantenuto lo stesso alto livello che ho trovato nello Schicchi. Avrei preferito una Angelica meno parlata e soprattutto un Luigi (Yongoon Lee) con una voce più potente e sicura nel registro acuto.

Un appunto alla regia televisiva che in tutti i momenti cruciali dell'azione preferisce mostrarci il volto sorridente del gigioneggiante Petrenko.




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Petrenko pucciniano nel Gianni Schicchi
26 dicembre 2017
Forse Petrenko mi aiuta a capire perché io ho un debole per la sezione comica del Trittico pucciniano. C'è nella sua lettura una leggerezza che mi rimanda al mondo dello Strauss comico: Il rallentare della foga iniziale man mano che diventa chiaro che Buoso ha tirato le cuoia, la pompa trepidante in orchestra alla lettura del testamento, la commistione di volgare ed elevato. Mi sembra di sentire anche l'ombra del modo con cui Zemlinski mette in musica la brava gente di Seldwyla (vermuth con champagne).
 
L'orchestra è divertente e scattante, con un bell'equilibrio sonoro. Per nulla sciatta ed affrettata. E' una lettura obiettiva, priva di esagerati lirismi, che ci fa piangere non per la commozione ma per il ridere. Cantanti eccellenti e dalla dizione corretta. Straordinario Maestri nel ruolo-titolo, con forse solo un "Raus!" di troppo in una esecuzione eccellente. In gamba il sostituto dell'ultima ora di Rinuccio, il messicano Galeano Salas, che ha cantato da dietro le quinte mentre il titolare, rimasto improvvisamente senza voce muoveva le labbra in scena. La regia televisiva ha inquadrato spesso Salas, perché non si dimenticasse il vero eroe della serata.
 
Lauretta inizia il suo Babbino caro con un tono forse troppo civettuolo e auto-compiaciuto. Perchè pregusta gli applausi? O perchè la sua preghiera è finta ed in realtà sa benissimo che il padre esaudirà il suo desiderio? L'esile morire dei violini nel registro acuto mi ha sempre impedito di prendere in considerazione questa possibilità... ma la regia di Lotte de Beer mi ha instillato l'idea che forse le cose sono molto più complicate di quanto immaginassi.
 
E' un bellissimo Gianni Schicchi, che fa venir voglia di seguire anche le altre due sezioni del Trittico.



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Flauto magico in technicolor a Salisburgo (2006)
23 dicembre 2017
Wagner sosteneva che fossero imbecilli i registi che non fanno il buio in scena all'entrata della regina della notte. Pierre Audi non abbassa le luci per l'ingresso di Diana Damrau, che - con il suo abito verde - sembra un gigantesco gelato al pistacchio. Alle sue spalle un trono rosso fiammeggiante e dei pannelli giallo oro... il tutto sotto una intensa luce. Però il contrasto dei colori primari crea il senso di un taglio con tutto il resto dell'atto: sentiamo che siamo arrivati ad un momento di svolta nell'azione. E il gioco delle luci, che poco alla volta si trasformano permette che si installi nel nostro cuore se non la notte vera e propria almeno un turbamento forte e pregno di emozione.
 
E poi c'è la complicità di Muti che sceglie un tempo relativamente lento per il recitativo, dando agio alla cantante di scolpire il senso di ogni parola. Non c'è fretta di arrivare alla sezione di agilità, meglio costruire il personaggio con calma perchè poi tutto il numero assuma retrospettivamente la grandezza drammatica che merita. E nella seconda entrata della regina della notte le luci verdi sottolineano quanto questo personaggio sia estraneo al mondo degli altri.
 
La notte scenderà quando gli uomini armati introdurranno Pamina e Tamino all'ultima prova: l'ora più cupa è sempre quella prima dell'alba. Sarastro è inserito in una lama dorata mentre la regina della notte persiste nel suo cupo azzurro lunare.
 
E' un flauto magico dai colori accesi, contrastanti e fantastici. Si lascia sciolta la briglia alla fantasia. Animali ed esseri mirabili che paiono fatti con il pongo. Un sogno che ha la forza della realtà. Nessun calo di immaginazione, un infinito gioco in cui adulti e piccoli trovano soddisfazione.
 
Muti forse ha dei tempi un pochino troppo distesi, ma sa trattare bene l'orchestra - penso per esempio alla dolcezza dell'attacco dei fiati all'inizio del finale secondo. Debole Tamino in "Wie stark ist dein Zauberton", ma ottima Genia Kuhmeier (Pamina) e niente affatto caricaturale il Papageno di Gerhaher.
 
Una registrazione magistrale ed impeccabile.



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Bartok - Castello di Barbablu - Gergev/Met (2015)
22 dicembre 2017
Una foresta fitta e scura in cui Barbablù (Mikhail Petrenko) aspetta che la sposa (Nadja Michael) scenda dalla limousine che la porta alla sua dimora. Una ragazza borghese smaniosa di conoscere il suo nuovo nido d'amore, una dimora isolata e tranquilla, magari un po' inquietante, ma non brutta, secondo i canoni dei film horror. Qua addirittura le porte da non aprire sono sette.
 
Non capisco perchè sia necessario interrompere la musica, o aggiungere delle corone per introdurre all'apertura delle porte rumori e cigolii che mi sembrano affatto superflui.
 
Va bene cambiare l'ambientazione per le varie stanze nascoste dalle porte, ma a parte la visione beatifica della Michael nella vasca da bagno mi trovo per lo più di fronte ad immagini che non riflettono minimamente la rutilanza della partitura di Bartok.
 
A essere onesti questa fantasmagoria di colori non l'avverto neppure nella lettura di Gergev, mostruosamente piatto. Tanto per dare alcuni esempi della sciatteria che regna su questo Barbablù il clou con l'apertura della quarta porta è un soufflé afflosciato e gli intervalli di seconda che si associano alla visione del sangue non hanno lo stridore doloroso che ci si aspetta.
 
Per bravi che siano, i due cantanti non riescono a sollevarmi dalla noia in cui sono sprofondato rapidamente.



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Cajkovskij - Iolanta - Met/Gergev (2015)
16 dicembre 2017
Le opere di Cajkovskij mi mettono sempre a disagio. Detesto tutta la serie di canzonette, cori e danze popolareggianti che hanno pochissima - o nessuna - importanza drammatica e che per lo più sono di una sconcertante bruttezza.
Niente di tutto questo invece in quest'ultimo lavoro teatrale di Cajkovskij, dove la vicenda della principessa cieca che ottiene la vista grazie all'amore del nobile Vaudemont, si snoda senza inutili lungaggini nell'arco di appena un'ora e mezza. Neanche il pubblico conservatore del Met sopporta un allestimento in costume: Iolanta indossa abiti moderni, è circondata da infermiere, i principi sono degli appassionati di sport invernali che sostituiscono la spada con degli sci. Tutto ciò non basta però a fare un buon allestimento. Il regista Trelinski ha la felice idea di immergerci nel buio totale non appena Iolanta e Vaudemont diventano coscienti del problema "cecità". La sorpresa è grande. Con questo espediente entriamo nel personaggio di Iolanta e allo stesso tempo, come Vaudemont, siamo in balia del dubbio, non sappiamo cosa fare in questo momento cruciale che - non a caso - cade proprio a metà percorso. Le proiezioni al di fuori del microcosmo costituito dalla stanza in cui vive Iolanta, stanza che ruota su se stessa nei cambi di scena, contribuiscono a creare un'atmosfera di magica aspettativa.

Bello. Tutto poi sorretto da una stupenda lettura di Gergev e da una eccellente compagnia di canto. Adorabili i due protagonisti (Netrebko e Beczala), assolutamente nella parte e in voce. Nessun momento debole in un'esecuzione che rende pieno onore al capolavoro operistico di Cajkovskij.




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Idomeneo televisivo di Glyndebourne (1983)
11 dicembre 2017
Si tratta della ripresa televisiva dell'Idomeneo realizzato a Glyndebourne nel 1983. Il linguaggio visivo è dunque quello della tv: molte inquadrature di faccia, a mezza figura. Ad esempio, nel suo numero iniziale, Ilia, mostrata su uno sfondo beige, davanti a una tenda marrone ed ocra gialla, sembra una signorina buonasera intenta a leggerci il programma della serata. Ed in un certo senso è così: la giovane troiana sta dandoci gli elementi essenziali a capire cosa succederà.
 
E' una recitazione stand and deliver. Anche quando la telecamera si allarga a mostrare tutta la scena ci rendiamo conto che i movimenti sono relativamente pochi e compassati. Io però - che detesto la frenetica agitazione e i movimenti compulsivi con cui gli odierni registi riempiono i vuoti delle arie nell'opera seria - preferisco nettamente così.
 
La scena si rifà al mondo teatrale giapponese, con i tre quadrati concentrici entro cui si svolge l'azione. Pochi elementi scenici, colori delicati e tenui che di nuovo rimandano ad un'epoca in cui la tv a colori prediligeva le tinte soffuse.
 
I costumi e le acconciature sono invece un misto nippo-ellenico, curioso ma efficace.
 
Haitink in orchestra è garanzia di una bella lettura. Per quanto riguarda le voci referisco di gran lunga le performance delle signore: ottima Carol Vaness (Elettra), matronesca Yvonne Kenny (Ilia). Sforzato invece il povero Idamante di Jerry Hadley e buono, ma per i miei gusti monocromo, Langridge nel ruolo di Idomeneo.
 
Anche se il teatro è altra cosa, si tratta di un'esecuzione di ottimo livello, degna di figurare in una videoteca che si rispetti
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/12/2017 alle 7:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Brett Dean - Amleto - Glyndebourne 2017
27 novembre 2017
Mi stupisce non solo che Shakespeare ispiri ancora oggi tante opere liriche ma che queste siano costantemente così interessanti.
 
Questo Amleto è stato composto da Brett Dean per il festival di Glyndebourne, un'istituzione la cui missione non è la mera riproposta dei capolavori del passato.
 
Dominique Jameux aveva l'abitudine di dire che non ci può essere una buona opera senza un buon libretto. Nella fattispecie in questo caso bisogna lavorare con attenzione per condensare una vicenda molto ampia - e un testo per giunta conosciutissimo - in modo da avere un libretto adatto ad essere messo in musica. Si apre con un "...not to be" da cui capiamo subito che il celebre monologo di Amleto sarà spalmato in diversi momenti dell'opera senza venire concluso in una sola aria. In vero avremo diversi concertati ma poche arie vere e proprie (la preghiera del re, la follia di Ofelia, con il corredo tradizionale di virtuosismi - meno male che c'è Barbara Hannigan). Si elimina il viaggio di Amleto in Gran Bretagna, così che Rosenkranz e Guildenstern dovranno morire direttamente per mano di Amleto nel finale e si accorcia il tempo necessario a Laerte per tornare a casa a piangere sul cadavere della sorella.
 
Scegliere di affidare lo spettro del re e il capocomico al medesimo cantante con alcune battute identiche getta una luce diversa sull'ampia sezione di teatro nel teatro. E' come se la rappresentazione della morte di Gonzalo fosse una nuova comparsa del re morto. E' altrettanto interessante il corto-circuito che si crea su love, della lettera di Amleto ad Ofelia. Leggendo questa missiva la ragazza si incanta come un disco rotto su questa parola. La melodia associata a tale passaggio ricompare nella follia di Ofelia, come a significare che la fanciulla è impazzita più per la perdita di Amleto che per quella del padre.
 
La musica di Dean è molto bella, priva forse di melodie memorabili, ma affatto in grado di sottolineare efficacemente lo svolgersi dell'azione.
 
Bell'allestimento, recitato e realizzato con la cura solita a Glyndebourne. Un parterre de roi di interpreti, tutti di grande livello, all'altezza della situazione, a parte il solito John Tomlinson, ormai patetico nella sua cronica incapacità di infilare una nota corretta.
 



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Un vecchio Lohengrin firmato da Abbado
16 novembre 2017
Sono passati trent'anni da quando la tv austriaca filmò questo Abbado alla Staatsoper di Vienna. Su Youtube si trova una versione in cui si sono tagliate le immagini per adattarle al formato widescreen. Abitudine fastidiosa, usata anche da importanti stazioni televisive a pagamento ai danni di capolavori del cinema, su cui sorvolo perchè questo viaggio in un passato neanche così remoto fa molto bene alle orecchie.
 
All'epoca era di moda denigrare Dunja Vejzovic... non sapevamo cosa ci avrebbe riservato Evelyn Herlizius. Ancora oggi sento frasettine ironiche sul Lohengrin mediterraneo di Domingo. Certo che nel finale, quando il tenore canta in mezza-voce il "con questo anello dovrà pensare a me" non si ha il pietoso espediente con cui un eunuco cerca di stendere un pietoso lenzuolo su una voce inadatta al ruolo che giunge stremata al traguardo del finale. Infatti subito dopo un "Addio" a pieni polmoni, virile ed eroico. Strappa-applauso. Ma il teatro è fatto anche di queste cose. In quel tempo non si doveva cianciare di letture angelicate per giustificare il fatto che ci si deve accontentare di quanto passa il convento.
 
Ignobile la regia, adatta a una vecchia carrampana come il sottoscritto. Nessuna pantegana, manco uno scoiattolo; nessun riferimento all'edilizia o allo smemorato di Collegno. Anzi, mi è sembrato che il secondo atto ricordasse la piazza del Catapano di Bari.
 
Un bellissimo filmato che documenta quanto sia caduta in basso la rappresentazione delle opere - non solo wagneriane.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/11/2017 alle 8:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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