.
Annunci online

SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
Link
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Loading

Un vecchio Lohengrin firmato da Abbado
16 novembre 2017
Sono passati trent'anni da quando la tv austriaca filmò questo Abbado alla Staatsoper di Vienna. Su Youtube si trova una versione in cui si sono tagliate le immagini per adattarle al formato widescreen. Abitudine fastidiosa, usata anche da importanti stazioni televisive a pagamento ai danni di capolavori del cinema, su cui sorvolo perchè questo viaggio in un passato neanche così remoto fa molto bene alle orecchie.
 
All'epoca era di moda denigrare Dunja Vejzovic... non sapevamo cosa ci avrebbe riservato Evelyn Herlizius. Ancora oggi sento frasettine ironiche sul Lohengrin mediterraneo di Domingo. Certo che nel finale, quando il tenore canta in mezza-voce il "con questo anello dovrà pensare a me" non si ha il pietoso espediente con cui un eunuco cerca di stendere un pietoso lenzuolo su una voce inadatta al ruolo che giunge stremata al traguardo del finale. Infatti subito dopo un "Addio" a pieni polmoni, virile ed eroico. Strappa-applauso. Ma il teatro è fatto anche di queste cose. In quel tempo non si doveva cianciare di letture angelicate per giustificare il fatto che ci si deve accontentare di quanto passa il convento.
 
Ignobile la regia, adatta a una vecchia carrampana come il sottoscritto. Nessuna pantegana, manco uno scoiattolo; nessun riferimento all'edilizia o allo smemorato di Collegno. Anzi, mi è sembrato che il secondo atto ricordasse la piazza del Catapano di Bari.
 
Un bellissimo filmato che documenta quanto sia caduta in basso la rappresentazione delle opere - non solo wagneriane.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/11/2017 alle 8:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Thomas Ades - La tempesta - Met (2012)
4 novembre 2017
La Tempesta di Shakespeare è opera meta-teatrale: è facilissimo riconoscere in Prospero un alter ego del drammaturgo che crea dal nulla una storia, una tempesta tanto violenta e spaventosa a vedersi quanto innocua, perchè immaginaria.
 
Ed allora se teatro ha da essere, visto che Prospero è duca di Milano, è il caso di riprodurre la Scala milanese. Vediamo la sala del Piermarini negli atti laterali, mentre in quello centrale il palcoscenico è invaso dalla visione dell'isola incantata in cui i nostri personaggi si muovono alla scoperta di se stessi.
 
L'idea visiva offerta da questo allestimento del Met è tanto semplice quanto efficace. Bellissimo l'Ariel acrobatico che si inerpica sul lampadario, che sembra volare nel vuoto o che compare come un uccello mostruoso sulla corte di Napoli. E anche brava Audrey Luna alle prese con una parte vocalmente proibitiva. L'ipervirtuosismo vocale è il modo con cui Ades rende musicalmente l'idea di un essere che vive tra cielo e terra, uno spirito che si esprime come uomo pur non essendo umano.
 
Mi piace l'approccio adottato da Ades: di una generazione e un paese relativamente risparmiati dai pregiudizi post-seriali non esita a scegliere caso per caso il sistema espressivo che gli serve per cogliere i suoi obiettivi. Allora su "Brave new world" scrive una bella melodia lirica, non esita a chiudere il secondo atto in modo romantico, dopo aver fatto annusare aria di Szymanowski durante il banchetto magico nella foresta. E ovviamente per la tempesta convoca tutte le rime aspre e chioccie che conosce, in un tripudio di dissonanze.
 
E' un'opera riuscita, offerta in un allestimento di classe, con un cast di prim'ordine.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/11/2017 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Pelleas e Melisande Komische Oper 2017
24 ottobre 2017
Le quinte e il fondale del teatro sono interamente di color grigio a pois chiari, i personaggi entrano ed escono da pedane mobili, come se fossero le figure di un orologio meccanico.
 
Quando Golaud intravede la ragazzina che piange in riva all'acqua ecco che gli spuntano da sotto le ascelle altre due braccia: è Melisande, che sorge da lui. Mi viene in mente il Narratore della Recherche che parla di una donna che nasce in sogno da una posizione sbagliata della sua coscia. In altri momenti del dramma, le braccia di Melisande spunteranno anche dai corpi di Pelleas e Arkel.
 
Tutta l'azione avviene in uno spazio mentale. Non ci sono elementi scenici, a parte un ramo gigantesco attorno al quale si immagina che si avvolgeranno i capelli di Melisande. Quest'ultima avrà il suo bel pancione e dopo il parto le sue gambe saranno insanguinate, così come Golaud porterà nella scena centrale del secondo atto dei vistosi bendaggi; Pelleas viene strangolato con la propria cintura... ma tutto è mostrato come in uno psicodramma, come un'azione che avviene nell'animo di un solo personaggio: Golaud, che alla fine ricompare solo sulla scena, esattamente come lo abbiamo visto all'inizio. Egli svanisce nel buio in un'immagine che rende bene la parentela fra le chiuse di Pelleas e Wozzeck.
 
Questo allestimento è come un buon vino che offre solo poco alla volta tutti i propri aromi e che va gustato con pazienza e lentezza.
 
Meno piacevole invece il lavoro di Jordan de Souza. Innanzitutto non approvo l'eccessivo ricorso al parlato: "Laissez-moi" di Melisande nella scena dei capelli, "J'ai terriblement peur" di Yniold, quasi tutta la parte di Golaud nel sotterraneo. Il parlato non è più espressivo della musica (la parte di Yniold, se ben cantata, mette proprio i brividi!) ma soprattutto non è previsto da Debussy. E' una libertà insensata. 
 
E poi i tempi sono per i miei gusti eccessivamente rapidi (l'inizio del secondo atto è un moderato ma ci viene proposto come se fosse un allegro). Annuso il profumo delle rose che sale dalla terrazza però mi sembra che al mare della grotta sotterranea sa stato somministrato il Valium.
 
Jens Larsen è un Arkel alquanto povero di autorevolezza (e di età), notevole Nadja Mchantaf, molto - forse anche troppo - sanguigna e grandissimo Gunther Papendell nella scena di gelosia.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/10/2017 alle 16:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un Franco Cacciatore romantico alla Scala (2017)
19 ottobre 2017
La storia del Franco Cacciatore riassume gli elementi tipici del romanticismo: una fiaba ambientata nella foresta - luogo vicino alla natura, al contempo madre e matrigna - un miscuglio di magia e orrore che riscopre, dopo l'illuminista regno della ragione (oggi parleremmo di tecnica) le forze oscure del male. In questo mondo, in cui i personaggi felici pensano solo a sposarsi e figliare, il soprannaturale benefico (l'eremita) ha la meglio su quello cattivo (Samiel). Le sincopi del nero cacciatore, che anticipano quelle del Nibelungo Alberico, sono destinate a scomparire in un finale privo di ombre che la nostra epoca non accetta.
 
I registi à la page hanno dunque buon gioco a offrire letture in cui ci si distacca dalla materia ingenua e semplice di quest'opera. Però, come direbbe qualunque fan di Stephen King, bisogna credere all'esistenza del diavolo e del male perchè l'horror incuta spavento.
 
Per questo ho apprezzato molto la regia di Matthias Hartmann che rimane fedele al testo originale, senza tentare una lettura al secondo grado. Nel finale primo Kaspar si muove addirittura come Samiel, diventando un alter-ego fisico del diavolo e anche nella conclusione dell'opera le presenze demoniache si mescolano ai pacifici abitanti del paese.
 
Non tutto l'impianto visivo di questo Franco Cacciatore è felice: se è bello lo sfondo nero su cui tubi al neon disegnano, come gessi bianchi su una lavagna, i contorni di monti e case, sono ignobili i costumi - specie quelli femminili. Le donne sembrano uscite da una riunione con lo zar Saltan nell'invisibile città di Kitesz e hanno in testa dei ridicoli nodi giganteschi degni di matrioske. La recitazione funziona bene nei parlati, ridotti al minimo, è notevole per Kaspar ma ridicola per Annetta e per le fanciulle che devono cantare la filastrocca nuziale.
 
Mi è piaciuto invece Myung-Whun Chung, che ha dato un bel colore all'orchestra ed ha saldamente tenuto in mano le redini dell'insieme. Superlativo Groissock (Kaspar) e complessivamente buono il resto della compagnia di canto.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/10/2017 alle 12:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Enrique Mazzola a Glyndebourne con il Barbiere di Siviglia
8 ottobre 2017
Siamo immersi in una originalità uniforme che impone al regista televisivo di mostrarci durante l'ouverture gli artisti che si truccano in camerino, ammiccano alla telecamera e percorrono il corridoio che li porta sul palcoscenico. 
 
Rimpiango i tempi in cui ci si soffermava sull'orchestra e sul suo direttore, in questo caso Enrique Mazzola, il vero eroe del pirotecnico Barbiere di Siviglia presentato quest'anno a Glyndebourne.
 
Tempi ben articolati, con scelte oculate che fanno risaltare la plasticità mozartiana delle melodie (non dimentichiamo che Rossini era soprannominato il tedeschino) ed evitano che la musica evochi macchine da scrivere impazzite. E come è attenta la gestione dei cantanti: ad ogni parola o frase ripetuta corrisponde una diversa sfumatura di significato così che la progressione musicale coincida con quella del testo.
 
Bella e colorata la scenografia, spigliata la regia di Annabel Arden ma, per esempio, Janis Kelly (Berta) ci avrebbe fatto ridere altrettanto senza i tempi vivaci scelti di Mazzola?
 
I cantanti sono estremamente bravi, anche se ci sarebbe da discutere sull'opportunità di affidare a un soprano (la per altro ottima De Niese) il ruolo di Rosina.
 
E' un bellissimo spettacolo già disponibile in DVD.
 
Il trailer dello spettacolo a questo indirizzo.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/10/2017 alle 7:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Britten da Sogno (di mezza estate) a Palermo
25 settembre 2017
Forse il Sogno di una notte di mezza estate è l'opera di Britten che io preferisco. Sono innamorato dell'alternanza di iridescenze magiche ed incantate (il mondo degli elfi, o l'incredibile apertura del terzo atto) e di grottesche parodie (tutta la musica dello scombiccherato Piramo e Tisbi di Bottom e soci).
 
E' dunque con ansia che mi sono accostato a questo recente video palermitano.
 
Abbiamo cominciato subito male con una pantomima ambientata nella valle dei templi, con guardie di sicurezza, selfies, anche un addetto con problemi minzionali che si sgrava dietro una colonna. Mi sfugge il senso di questa sceneggiata: le nozze di Teseo e Ippolita entrano in gioco solo molto più tardi nel testo di Britten. Nel resto dello spettacolo poi questa sezione non compare più e si dimentica in fretta.
 
Grazie al cielo. Perchè costumi, movimenti scenici e tutto l'impianto narrativo sono ottimi, divertenti, fantastici e fascinosi. E' vivissimo il senso del sovrannaturale, dello strano, di un mondo stregato ed allucinato. Alla fine del secondo atto l'immagine della luna di cui rimane solo una falce è un piccolo gioiello.
 
Meno felice lo spettacolino degli artigiani ateniesi, perchè a mio avviso si è calcata troppo la mano sul lato caricaturale della faccenda e non si percepisce la sincera emozione che questi mediocri ed improvvisati attori hanno suscitato nel loro pubblico. Il senso del teatro nel teatro sta proprio qui: il teatro, anche quando è in mano ad artisti maldestri, sa sempre commuovere chi vi assiste.
 
Buoni orchestra e cantanti. Forse il coro di voci bianche sarebbe potuto essere più leggero, ma è possibile che la presa sonora influisca negativamente sul mio giudizio.
 
Complessivamente questo "sogno" di Palermo merita di essere ascoltato e conservato in video.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/9/2017 alle 14:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Monteverdi - Il ritorno di Ulisse in patria - Champs Elysées
11 settembre 2017
In fondo alla scena si apre un secondo teatro che mostra l'interno di un pub tenuto da Giunone. Tra i clienti un ufficiale di marina (Nettuno) con un ragazzo dal capo coperto da una benda con una gran macchia rossa al centro (Polifemo, suppongo), un tizio dalla barba grigia con un vistoso sigaro (Giove) e una peripatetica leopardata (Minerva) che fa la spola nel mondo dei mortali da cui reca anche, per un breve lasso di tempo, il nostro Ulisse.
 
Che Polifemo se la cavi male con le freccette lo davo per scontato. Giove però non è da meglio con un tiro alla Frankestein Junior che manda la freccetta in mezzo ai Proci che stanno tramando la morte di Telemaco. Alla fine questi dei da operetta lasceranno vuoto il loro pub: la loro missione sgangherata di mettere i bastoni tra le ruote di Ulisse è finita.
 
La regia di Mariame Clement rientra nella media delle produzioni correnti. Non ho capito cosa volesse trasmettere, ammesso e non concesso che volesse trasmettere qualcosa, incerta fra trasgressione e continuità. Non guasta la comprensione della storia nè il suo fluire e questo è per me sufficiente.
 
Molto bella la parte musicale, con il trio Haim, Kozena e Villazon che non delude affatto le aspettative. Debbo dire però che in generale tutti i partecipanti allo spettacolo non hanno affatto demeritato. E' un bellissimo modo di ricordare il 450° anniversario di Monteverdi.
 
Il video è disponibile su Culturebox.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/9/2017 alle 11:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Alessandrini e Don Giovanni a Liegi (2016)
3 settembre 2017

Vediamo dall'alto una piscina in cui nuotano delle ragazze. Don Giovanni attende che Donna Anna resti sola per possederla. Colluttazione con il Commendatore che, stordito a colpi di mazza da golf, annega nella piscina da cui sorgerà nel finale. Come prevedibile, anche il "Don" finirá i suoi giorni a mollo nella piscina.In mezzo, l'immancabile ufficio di traders in cui si svolge gran parte di un'opera in cerca di musicisti.

Il problema di questo penoso video non è infatti costituito dalla prevedibile regia ma da una parte musicale mediocre.

Qui Alessandrini non mi convince. Evita che l'ouverture possa prendere il volo imponendo un suono smorzato, che non risuona. É tutto breve e senza fiato. Forse Wagner esagerava a dire che con questa pagina inizia il romanticismo, però Alessandrini mi sembra innamorato di un'idea che non fa decollare la musica.

E quando inizia il canto tutto peggiora ulteriormente. Mario Cassi non ha la voce per il ruolo del protagonista: un registro grave inesistente, linea di canto che ha una vaga somiglianza con quanto scritto da Mozart. Addirittura spesso viene sovrastato da Leporello (Laurent Kubla), cantante con una buona voce ma che dovrebbe affinare la propria interpretazione.

Anche le donne mi hanno lasciato insoddisfatto. Sembra che i mezzi vocali di Veronica Cangemi e Salome Jicia, sicuramente molto buoni, non siano adeguatamente sfruttati. Forse è colpa di Alessandrini, che sembra voler evitare qualsiasi accento che lasci pensare anche lontanamente al mondo romantico. Interessante la giovane - e un po' acerba - Zerlina di Celine Mellon.

Per poter risollevare il mio morale però debbo attendere Don Ottavio (Leonardo Cortellazzi) e il Commendatore di Luciano Montanaro. Quest'ultimo nella scena conclusiva ha mostrato che avrebbe saputo perfettamente fare le parti di Don Giovanni. 

Mi chiedo come si possa immortalare in video uno spettacolo così mediocre e tutto sommato insignificante.

Sono stati tagliati pesantemente i recitativi nonchè il "Pietà signori miei" e il "Ah, dove è il perfido". Meno male. Ci è stato risparmiato un poco del maltrattamento riservato a Mozart e alle nostre orecchie.

 





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/9/2017 alle 7:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wozzeck (e Marie) in Salisburgo 2017
1 settembre 2017
Alla fine dello spettacolo, quando si accendono le luci in sala, possiamo vedere la struttura di legno su cui si svolge questo Wozzeck.
 
L'allestimento è immerso in un buio impenetrabile, un fitto bianco/nero che avvolge i personaggi fino anche a farli scomparire del tutto. Gli sprazzi e le oasi di colore e luce rendono ancora più abbacinante la penombra in cui ci si muove. Anche i costumi hanno una tinta che ricorda i colori messi manualmente sulle vecchie foto in bianco e nero.
 
Ci si muove durante la grande guerra. Dietro Marie che legge il Vangelo dell'adultera c'è una cartina della zona di Ypres. Ovunque maschere a gas (una è il volto del pupazzo che rappresenta il figlio di Marie e Wozzeck), infermieri, stampelle e soldati. Un'aria di tragedia e povertà.
 
Wozzeck non rade il capitano ma proietta delle immagini. Il superiore ha da ridire sulla velocità con cui cambiano le proiezioni sullo schermo. I due agiscono indipendentemente l'uno dall'altro, come se vivessero in mondi indipendenti e staccati. Il capitano ha un elmo piumato da giannizzero di parata. Il dottore si fregia di uno stetoscopio paradossale. Dignitoso Wozzeck, Marie con un povero abito rosso e le calze che scendono ai polpacci. Però pulita a sufficienza per suonare sincera quando afferma che non le si possono mettere le mani addosso.
 
Quest'ultima è co-protagonista a pieno titolo dell'opera, davvero una donna che non ha nulla da invidiare alle grandi dame con i loro specchi dall'alto al basso. Ha due occhi azzurri luminosissimi che vedranno anche attraverso sette paia di pantaloni ma che parlano al pubblico di uno spirito indomito che sopravvive a Wozzeck. Già solo per questa lettura del personaggio di Marie questo spettacolo tormentato e psicologicamente violento va visto.
 
E poi c'è la musica, servita meravigliosamente bene da Juroski, con escursioni dinamiche da brivido e cantanti eccezionali. Goerne studia con pignoleria il senso di ogni parola. Disegna un Wozzeck intellettuale in cui si immedesima l'Alban Berg che trasfigura nella sua prima opera l'esperienza all'interno dell'Imperial-Regio esercito.
 
Asmik Grigorian (Marie) è impressionante anche dal punto vocale, con un giusto equilibrio tra canto e urlo. Gerhard Siegel e Jens Larsen sono una coppia grottescamente comica del tutto indimenticabile.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/9/2017 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La Clemenza di Tito di Peter Sellars - Salisburgo 2017
20 agosto 2017
Sono ideologicamente contrario alle manipolazioni di un testo. Possiamo decidere di seguire un'edizione piuttosto che un'altra, o anche fare del bricolage tra diverse versioni (ordinaria amministrazione per esempio - tanto per rimanere in tema mozartiano - con il Don Giovanni) però ritengo che in assenza di parti incompiute o lacunose quello che l'autore ha lasciato di suo pugno vada presentato così com'è.
 
Libertà sono ovviamente possibili - per non dire necessarie - a livello di recitativi, cadenze e abbellimenti dei da capo. Ma se questi paletti non bastano è il caso che non ci si comporti come le aziende che propongono contratti truffaldini per telefono e scrivere - nero su bianco - che si allestisce una Clemenza di Tito di Peter Sellars basata su musiche di Mozart.
 
Il diavolo si nasconde nei particolari o, se preferiamo, nei sottotitoli. Non so se quelli che adornano vezzosamente il video che ho visto siano identici a quelli bilingui proiettati alla Felsenreitschule. Ma ho notato che si traduce traditore con terrorista. Chiudo un orecchio sulle interpolazioni: Mozart scrive grande musica anche nei minuettini destinati ai pianisti in erba, figuriamoci se può dispiacermi sentire estratti della Messa in do minore. Però queste trasformazioni del testo, per giunta inserite proditoriamente nei sottotitoli mostra che gli organizzatori di questo spettacolo stanno prendendomi in giro.
 
E allora non ci sto. Sellars è un regista geniale, che offre ancora una volta uno spettacolo bellissimo, con stupende immagini suggestive, costruite con dedizione, cura dei dettagli, colori azzeccati, movimenti sempre giusti e misurati. I tempi morti dell'opera seria sono riempiti in modo discreto. La noia è bandita da questo allestimento. Currentzis dirige benissimo un'orchestra di gran classe e dei cantanti di livello comunque molto elevato.
 
Però l'organizzazione del festival deve dire la verità altrimenti tratto da pataccari questa gente che fa finta di non sapere che nel '700 i popoli erano governati da sovrani illuminati di cui il Tito metastasiano è il modello; che nel '700 non esisteva una opinione pubblica da fiaccare con il terrorismo (del resto la guerriglia nasce nel XIX secolo quando Napoleone invade la Spagna). Jihad e Mandela dunque c'entrano come i cavoli a merenda con Mozart, Metastasio e Mazzola. Salisburgo ha solo messo in piedi un'operazione marchettara.
 
La nostra epoca ha diritto anche lei ad avere degli artisti di oggi che descrivano la nostra quotidianità. A parlare delle nostre tragedie, dei nostri problemi e delle nostre vite di adesso debbono essere gli artisti di oggi. Che esistono, solo che sono spesso dei Carneadi che vanno cercati con pazienza, accettando il rischio di biglietti invenduti, insuccessi e incomprensioni.
 
Lo so anche io che è molto più facile affidarsi a uno Steve Reich in salsa Allevi (WTC 9/11) o a un evergreen come Mozart. Però Liszt e Boulez non sarebbero stati gli immensi uomini che sono stati se avessero seguito la strada facile di chi cerca di vendermi l'acqua calda salisburghese.
 
Sellars, come il Legrandin proustiano, è paragonabile a un truffatore erudito che usava, per costruire dei palinsesti falsi, una fatica e una scienza di cui la centesima parte gli sarebbe bastata ad assicurargli una posizione più lucrativa ma onorevole.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/8/2017 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Barrie Kosky ei Maestri Cantori a Bayreuth
29 luglio 2017

La preparazione di questo allestimento è avvenuta nella massima segretezza. Non si poteva dare in pasto all'opinione pubblica con leggerezza, senza le dovute cautele, la rivoluzionaria interpretazione che Barrie Kosky dà dei Maestri Cantori. Mai, in 150 anni, ad alcun esegeta delle opere di Wagner è passato dall'anticamera del cervello che in questo lavoro l'autore stesse rappresentando se stesso. Solo un genio sovrumano (Barrie Kosky, appunto) poteva riuscire in questa impresa. Durante l'ouverture ci viene mostrata una tranche de vie in casa Wagner: marito, moglie, suocero e Herrman Levi. Il riferimento è più a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello che a Luchino Visconti. Si può fare un parallelismo anche con Herheim. Non per l'uso fatto di Villa Wahnfried nell'allestimento di Parsifal del 2012, quanto per la clonazione del compositore in diversi personaggi (analogamente alla Dama di Picche di Amsterdam) e sopra tutto perchè viene messo in scena l'atto con cui il compositore crea i propri personaggi. A questo punto la differenza tra Barrie Kosky e un intelligente uomo di teatro balza subito agli occhi. Herheim rappresenta un generico creatore (Sachs, Beckmesser) che trascende la quotidianità del suo ambiente di lavoro per trasportarci in un regno magico. Herheim ci mostra gli incubi che prendono corpo nella baruffa notturna, l'istinto di un artista che anima i personaggi del suo teatrino interiore. Barrie Kosky invece si accontenta di averci reso edotti del fatto che Walther, Hans e David sono dei Riccardini/bis. E per il resto lascia i cantanti ad arrangiarsi con le didascalie del vecchio Klingsor.

Perchè poi è questo che succede e che permette a questo allestimento di essere comunque una riuscita: i cantanti si affidano alla propria esperienza passata, al contatto che hanno avuto con registi teatrali, a una tradizione interpretativa wagneriana tutt'altro che morta. Ed in questo modo tutto funziona. Passano le scene di Barrie Kosky: scivola via l'aula del tribunale di Norimberga (giusto perchè Bouvard e Pecuchet prescrivono che quando si parla di Wagner si invada la Polonia); nella perorazione conclusiva (che in omaggio a Herheim viene pronunciata a scena vuota rivolgendosi direttamente al pubblico) Wagner dirige l'orchestra formata dai coristi (che imitano malamente gli orchestrali, a dimostrazione del pressapochismo della verde collina). Sono dettagli insignificanti che si dimenticano assistendo al divertentissimo dialogo tra Sachs e Beckmesser (lo strepitoso Kränzle).

Resterebbe la musica. E che musica! Philippe Jordan è degno figlio di Armin. Ogni volta che lo ascolto aumenta la mia stima per lui. Ingiudicabile la povera Schwanehilms, inesistente e senza voce. Un vero peccato. Volle è aiutato dall'acustica del Festspielhaus che permette di riempire il teatro con poco volume di voce. In questo modo riesce a mantenere fino alla fine il fiato necessario a cantare. Molte mezze-voci servono però a nascondere carenze tecniche. Ci sono poi forzature grottesche fuori luogo (Wagner ha inserito gli elementi caricaturali dove ritiene opportuno, senza bisogno che gli interpreti debbano strafare).

Sentendo la grazia, i colori e le sfumature espressive con cui Daniel Behle ha affrontato la sfilza di toni e melodie di maestro ho desiderato che il giovanotto scambiasse la sua parte con Vogt - altro che, pur miracolato dall'acustica del Festspielhaus, sta rovinando la sua voce con parti inadatte a lui.

Insomma, una volta che Barrie Kosky ha esaurito le due idee che ha in testa, viene fuori uno spettacolo piacevole di ottimo livello musicale.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/7/2017 alle 19:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Petrenko nella Donna senz'ombra (Monaco - 2013)
24 luglio 2017
Quando la moglie del tintore si è messa a letto, le pareti della sala si animano: viene proiettato un film in bianco e nero con un suono metallico e alonato che mi ricorda i cinema all'aperto della mia infanzia. Questa idea mi innervosisce tanto che rinuncerei subito a guardare questa registrazione se non fosse per il cast stellare che mi viene proposto.

Petrenko impone un'escursione dinamica incredibile: piani e pianissimi ben costruiti, che danno rilievo e profondità alla lettura, contribuiscono a una estrema leggerezza e trasparenza. Delicatissimo e luminoso. Petrenko dimostra che difendendo quest'opera, Strauss non assumeva l'atteggiamento del padre che vuole aiutare una figlia difficile e debole ma era consapevole di aver scritto un capolavoro che solo in apparenza scivola nel filone della fiaba post-wagneriana.

Pankratova controlla tutti i registri su cui scorre la moglie del tintore, ottima come solito la Pieczonca, sorprendente la Polaski in veste mezzosopranile, non rimpiangerò mai abbastanza il povero Botha e poi... Wolfgang Koch rende a tutto tondo l'umanità dell'unico personaggio dell'opera che abbia un nome - e che non a caso è responsabile della maturazione dell'imperatrice. E' un personaggio intero, di cui ci si innamora.

Rimane il regista Warlikowski. Non ho capito appieno le sue intenzioni: cosa significa la scena che antepone all'inizio dell'opera? Cosa ci fanno infermiere, impiegati, maggiordomi e grandi invalidi? Keikobad ha la spondilite?

In compenso però ci sono giochi di colore molto belli ed alcune immagini riuscite: l'acqua che invade la scena nel secondo finale, l'acquario in cui si è immersi nel terzo atto, con il sole che compare nel momento in cui Barak e la moglie escono dall'abisso, le sagome dei bimbi danzanti sullo sfondo blu del finale. Notevole però è la trovata di far sedere attorno a un tavolo rotondo i protagonisti che giocano con i bambini: Barak è vicino all'imperatrice e sua moglie si siede accanto all'imperatore. Forse - come nel Così fan tutte - alla fine del percorso educativo si sono composte due nuove coppie più affini di quelle di partenza?





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/7/2017 alle 8:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Boesmans - Pinocchio
15 luglio 2017
Il Pinocchio di Philippe Boesmans è un'opera creata quest'anno a Aix-en-Provence . Io non nego di avere un debole per questo compositore ottantunenne con l'inventiva di un ragazzo di 18 anni. La sua musica prende dagli stili più disparati e li amalgama senza che si formino faglie stilistiche all'interno di un discorso sempre interessante. Abbiamo il giudice dall'aire vagamente handeliano; la scuola che presenta un corale totalmente stonato che dipinge una salda fortezza in rovina; una stellare scrittura per soprano di coloratura nella parte della fata; suoni kletzmer, medio-orientali, fusion (per il paese dei balocchi Boesmans riprende dal "Racconto d'inverno" lo schema di un'orchestrina di scena - qui un trio di sax, violino e fisarmonica). Straordinari i colori che descrivono la vita dentro la pancia della balena e le reazioni del cetaceo all'incessante chiacchiera di Pinocchio.

Ma non c'è solo tecnica compositiva. Boesmans sa commuovere, rende simpatico il burattino dal volto di un mostriciattolo uscito da un film dell'orrore. Non ho mai provato tanta partecipazione per la storia di Collodi.

L'allestimento del festival di Aix-en-Provence, visibile su Arte Concert, è perfetto, con grandi cantanti e musicisti. Non tantissimi: bastano sei cantanti e una ventina di strumentisti nella buca d'orchestra più un trio in scena.

Pinocchio è un'opera che mi ha entusiasmato e che vorrei tanto trovare nei nostri teatri. E' un lavoro originale, ben fatto, con una musica piacevole per qualunque tipo di pubblico. Non credo richieda un budget esorbitante anche per un palcoscenico di provincia e sopra tutto dimostra che la musica e l'opera contemporanea sono tutt'altro che morte.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/7/2017 alle 17:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Klaus Florian Vogt l'anti-Tannhauser
11 luglio 2017

Durante l'ouverture, delle ragazze a seno nudo lanciano frecce a mo' di amazzoni contro un bersaglio (un occhio che si trasforma in orecchio e poi in frutto). Anche se sono carine questa idea che prosegue per tutto il baccanale - per giunta nella versione parigina - mi viene presto a noia.

Venere è un mostruoso pachiderma circondato da esseri informi ed abnormi, c'è pure una poltiglia viscosa color rosa che immagino sia il materiale da cui nasceranno altre creature come quelle che si trovano in scena. Ci può stare: da Alcina fino alla Frau Dilnowatz del giovanile "Le fate", è un luogo comune la maliarda che nasconde un aspetto ripugnante. Ovviamente il problema di Tannhauser non è la scoperta di aver a che fare con una laida creatura, ma la sua incapacità - come essere mortale - di vivere al di fuori del proprio ambiente. E' la nostalgia per il mondo imperfetto da cui viene a riempire di malinconia la seconda parte di ogni strofa dell'Inno a Venere. E' una nostalgia che dovrebbe comparire non solo in orchestra ma anche nella voce del protagonista.

Purtroppo per noi il protagonista è Klaus Florian Vogt. Non è un problema solo di monocromatismo vocale ma di inadeguatezza di fronte a una parte molto complessa. Vogt dovrebbe accontentarsi di fare Erik e lasciar perdere un ruolo del genere. Gli "Zu ihr!" guaiti in fretta e senza fiato nel primo concertato sono scandalosi perchè non hanno nulla a che fare con il canto lirico. Sono brutti e basta. Un pubblico dotato di orecchie avrebbe dovuto fischiare fino a far terminare questo scempio.

Dean Power era Walther von der Vogelweide, un ruolo secondario - che Wagner elimina addirittura nella versione parigina di Tannhauser. Sarebbe stato molto meglio mettere Power al posto di Vogt.

Ero contento di notare che non si tagliava il breve intervento di Wolfram in Gepriesen sei die Stunde ma avevo parlato troppo presto. Gerhaher ha un filo di voce appena percettibile. Un problema di microfono? Temo di no, perchè per tutto il resto dell'opera è stato lo stesso problema. Certamente l'inizio della gara di canto era perfetto come espressione e concezione (Gerhaher è pur sempre uno dei migliori liederisti del momento) però purtroppo non siamo in una sala da concerto e nell'opera ci vuole un po' di volume.

A questo punto i tempi molto rapidi di Petrenko (siamo abbondantemente sotto le tre ore di spettacolo) mi stanno bene perchè riducono la durata delle mie sofferenze. A me piacciono i tempi stringati. Quindi dovrei trovarmi a mio agio con Petrenko che è pulito, preciso e chiaro. Non perdo nulla della musica e sono felice nel finale secondo e nell'apertura dell'ultimo atto. Però qualche respiro ogni tanto ci vuole (la preghiera di Elisabetta, ad esempio) e sopra tutto secondo me è tutto molto impersonale e freddo.

Questo però ricade nel gusto personale. Ciò che è indiscutibile è purtroppo che con cantanti come Vogt non si fa molta strada.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/7/2017 alle 7:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Daniele Gatti dirige Salome ad Amsterdam
5 luglio 2017
Malin Byström ha il fisico necessario per essere credibile come principessa di Galilea. Nel finale però si avverte che la voce si avvicina pericolosamente ai limiti di sicurezza. Su "Tetrarch, Tetrarch, befiehl deinen Soldaten" la nostra sputa un grido disperato che mi indignerebbe in una registrazione audio ma che in un simile video mi fa sobbalzare in uno spasmo emozionato.
 

Il regista Ivo van Hove ha previsto tutto, anche la mimica facciale dei cantanti. Qualche minuto prima una quasi impercettibile smorfia del labbro ha mostrato che perfino Erodiade (Doris Soffel) è scandalizzata dalla perversità della figlia, abbiamo visto il povero Erode (Lance Ryan) sbracciarsi con le sue manone nel tentativo di convincere la figliastra a desistere dal chiedere la testa di Jokhanaan (Evgenyi Nikitin). Adesso ogni movimento, ogni piega del volto di Salome è un tassello che ci chiarisce una nuova tessera del carattere di questa perfida creatura.Chi non avesse capito dalla musica che la danza dei sette veli ha come obiettivo non il vecchio politico irretito da un'astuta adolescente ma il carismatico profeta tatuato, si è visto sullo sfondo la proiezione di una danza tra Jokhanaan e Salome. Negli ultimi venti minuti dell'opera non la macabra testa ma tutto il corpo insanguinato del Battista, in una macchia di colore che invade la fantasia e fa rabbrividire anche in questa estate canicolare.

Grandissimo teatro, emozionante, vivo. La storia convince e parla ai nostri cuori.

Non c'è un momento di debolezza, neppure a livello dell'ultimo comprimario. Ma sopra tutto c'è Daniele Gatti, secondo me il vero eroe di questa registrazione.

Perchè mai un "forte" straussiano deve scatenare terremoti degni della distruzione di Atlantide? E' vero che il primo interludio orchestrale mi era parso leggermente sotto-tono, ma con il procedere della lettura mi sono reso conto che Daniele Gatti non è interessato a distruggere le nostre orecchie sotto decibel di ottoni scatenati. Anzi, abbassare il volume dell'orchestra gli permette di evidenziare la luce della trama sonora e di far notare quanto ad esempio Alban Berg debba alla lezione del grande Strauss.

E' una lettura molto contrastata, dai contorni nitidi e precisi, che mostra chiaramente tendini e nervi di quella che al tempo era la punta di diamante dell'avanguardia musicale. Dopo questo ascolto la Salome non sarà più per me la stessa cosa.

 




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/7/2017 alle 13:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Olandese volante - Madrid - Fura dels baus
16 giugno 2017
Mi sono passabilmente annoiato nelle prime due parti dell'opera. Le filatrici qui si occupano di pulire e mettere in ordine strumenti elettrici stando su una spiaggia in riva al mare. Nulla della visionaria fantasia cui la Fura ci ha abituati. Con Il terzo quadro però c'è il risveglio. La difficile scena tra olandesi e norvegesi parte bene e si conclude con una fantasmagorica visione che riempie tutto il campo visivo: il mondo fantastico ha invaso e cancellato la quotidianità banale - musicalmente pure triviale e prevedibile - ed ha occupato la ribalta. Erik, l'Olandese e Senta si muoveranno in una foresta di marinai olandesi, bianchi ed immobili.
 
Nel finale l'oceano sommerge tutto e si chiude sui protagonisti. Senta però ricompare, Mosè dal volto coperto di biacca, in mezzo ai flutti che si sono divisi. Cammina trionfante verso di noi. É lei l'artefice della redenzione, che giunge con la visione di un'abbagliante luce bianca che penetra nell'azzurro di un fondale marino. Lo scorso autunno a Milano, Nattiez sosteneva che una regia può tradire la lettera delle didascalie per rendere meglio lo spirito del lavoro teatrale. Mi sembra che questa conclusione scelta dalla Fura esprima al meglio e con poca retorica il senso di quanto Wagner racconta nella sua prima opera maggiore.
 
Heras-Casado tende a rallentare i tempi nelle prime due parti dell'opera. É molto attento alle sfumature dinamiche, cerca di smussare la volgarità dei passaggi in cui Wagner inserisce il pilota automatico. Ha a disposizione un'ottima Senta (Ingela Brimberg), ma Erik (Nikolai Schukoff) è sempre al limite delle sue possibilità e Kwangchoul Youn è un Olandese spesso privo di mordente, se non inefficace. Per esempio il "Wie aus der ferne" troppo lento perde la bella linea del declamato e si affloscia su una serie di pause che interrompono il flusso della melodia. E quando si arriva a parlare della salvezza la voce è dura e grida in uno spasmo verista che detesto.
 
Un Olandese che mi è piaciuto solo in parte.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/6/2017 alle 12:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Vick nel Crepuscolo degli dei a Palermo
1 aprile 2017

Difficile giudicare questo video pubblicato su Youtube del Crepuscolo degli dei fatto a Palermo da Vick. Da un lato sono infastidito dalle continue inquadrature su orchestra e direttore, dall'altro il suono non bilancia in modo ottimale voci e orchestra, forse anche perchè spesso cantanti e strumenti sono dislocati in diverse parti della sala.

Ci sono però alcuni punti fermi.

Innanzitutto la regia moderna di Vick ha molti spunti interessanti. Il matrimonio di Gunther trasuda un nauseante cattivo gusto perfettamente giustificato dal fatto che in questo punto i personaggi del Ring toccano il fondo dell'abiezione: Sigfrido spergiuro contro se stesso, Brunnhilde svilita che rinuncia al proprio onore, i due Gibichunghi patetiche figure, mediocri anche nella vigliaccheria. Le Norne confezionano la bomba a orologeria che riapparirà al momento dell'immolazione di Brunnhilde (la terra si vendica dei torti inflitti dagli dei). Alberico è davvero l'ombra di se stesso: un vecchio paralizzato su una sedia a rotelle. Un mimo che rappresenta i flutti del Reno prende l'anello e lo scaglia lontano da sè, verso il pubblico, ed intanto i suoi compagni mostrano che sotto le vesti tengono delle cinture esplosive le cui luci baluginano nell'oscurità finale. E' la prima volta in cui trovo un finale davvero aperto, che lascia perplessi quanto tutti i ripensamenti di Wagner su come terminare il suo opus magnum.

Le cantanti appaiono di gran lunga superiori ai loro colleghi maschi. Molto brava la Theorin come Brunnhilde, che regala un bel dialogo con la Waltraute di Viktoria Vizin. Allucinante Sigfrido di Christian Voigt. Trovo ingolato Eric Greene (Gunther) e monocromo il basso profondo di Mats Almgren (Hagen). Buona orchestra seppur con qualche sbavatura e un viaggio al Reno che non avanzava più di tanto.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/4/2017 alle 5:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Monteverdi - Orfeo a Caen con Les arts florissants
7 marzo 2017
Per grande che fosse la sala del palazzo ducale di Mantova in cui fu creato l'Orfeo di Monteverdi, non è pensabile che fossero coinvolti molti artisti, nè che ci fossero degli elementi scenici particolarmente elaborati. In questo allestimento del teatro di Caen i musicisti sono sul palcoscenico, assieme ai cantanti che sembrano usciti da un dipinto rinascimentale. Uno sfondo nudo, che muta colore a seconda delle necessità della rappresentazione e tre pietre massicce che delimitano lo spazio in cui si svolge la storia del divino cantore. Una gestualità efficace, nessun volo pindarico di registi à la page. Prima di cantare, Orfeo alza la mano verso il sole - anche nell'Ade - per ricordare il suo status di figlio di Apollo (siamo pur sempre in ambiente neoplatonico). Del resto Apollo (Paul Agnew) rimane costantemente sullo sfondo e Musica ricompare nella moresca finale per chiudere l'anello di questa vicenda esemplare.

Un ottimo senso teatrale, con le sezioni dell'opera che si concatenano in modo da dare l'impressione che Monteverdi abbia inventato anche il dramma musicale wagneriano. Mi è piaciuto molto anche il tentativo di variare ogni riapparizione del "Caso acerbo" nonchè dei ritornelli (quello che chiude il secondo atto viene affrontato molto lentamente, così da far sentire che l'atmosfera festante e serena è finita del tutto). Delicati colori orchestrali, ben dosati, con un bell'amalgama sonoro ed ottimi cantanti. A mio avviso è uno dei migliori video dell'Orfeo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/3/2017 alle 9:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tannhauser in francese a Monaco (MC)
4 marzo 2017
Nel rimaneggiamento parigino di Tannhauser Wagner sviluppò il personaggio di Venere offrendole un più ampio monologo in cui la dea mescola blandizie e minacce per tenere il cantore attaccato a sè. In complesso è una manciata di versi nuovi in lingua francese poi ritradotti in tedesco. Bastano a giustificare la proposta di un Tannhauser francese, visto che le restanti tre ore sono tutte state concepite nella lingua madre di Wagner? Secondo me no: si distrugge il delicato equilibrio tra parola e musica, si massacra la linea vocale e si polverizza pure la prosodia francese.

Come se non bastasse questa operazione demenziale è stata realizzata con cantanti insufficienti. José Cura - sicurissimo di aver a che fare con un classico del verismo - non si limita ad avere nella voce  una lacrima: ha un vero mare di pianto. Gemiti, guaiti, singhiozzi... tutto quanto serve a nascondere la pochezza di uno strumento vocale già mediocre nei suoi primi anni. Non ci va meglio con Aude Extremo (Venere) che giunge all'estremo delle sue possibilità vocali in acuti striduli che farebbero scappare qualsiasi innamorato. In questo ambiente la passabile Elisabetta di Annemarie Kremer sembra una novella Regine Crespin.

Tra i maschi segnalo il penoso Biterolf pacifista di Roger Joachim e il pensoso Wolfram di Jean-François Lapointe - finalmente uno che canta - peccato che nel frattempo la noia e il fastidio per questo testo francese mi abbiano narcotizzato. 


Natalie Stutzmann stacca per il rientro del tema dei pellegrini nell'ouverture un tempo che io considero troppo lento. De gustibus non est disputandum, mi piacerebbe però capire che senso abbia accelerare nelle ultime due battute. Fracassone e grezzo il baccanale, negli atti successivi dei tempi più sostenuti hanno almeno accorciato le mie pene.

L'allestimento è visivamente molto bello. Ha un tocco di ridicolo nelle pistole al posto delle spade e nei cantori che puntano le loro armi contro Tannhauser nel finale (ma su Cura io avrei sparato con pistole vere fin dal primo atto), interessante Wolfram che segue Venere nel terzo atto. Sarebbe stato un bello spettacolo con cast e lingua diversi.

Visibile su Culturebox




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/3/2017 alle 13:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rimskij-Korsakov - Il gallo d'oro alla Monnaie
1 marzo 2017
Sotto la forma di un racconto favolistico Il Gallo d'Oro motteggia la corte zarista alle prese con la guerra russo-giapponese. Fa dunque bene il regista Laurent Pelly a sottolineare l'aspetto satirico dell'ultimo lavoro teatrale di Korsakov: il re governa in pigiama da un gigantesco letto matrimoniale che nell'ultimo atto si muove su ruote cingolate - un sovrano, fosse anche da operetta, esercita una violenza effettiva. Il generale e i figli del re sono disegnati in modo grossolano e caricaturale, il popolo è una massa amorfa ed incolore che non ha nulla della grandezza del coro di Mussorgskij.

Il gallo d'oro del titolo, che compare solo negli atti estremi, è rappresentato in scena da una ballerina ricoperta da un bel piumaggio giallo che risalta sul grigio e nero circostante. Il centro della vicenda è occupato dalla regina Scemachan. Un ruolo lungo, molto impegnativo vocalmente, che richiede una cantante affatto sicura di sè. E' il caso di Venera Gimadieva, straordinaria da ogni punto di vista, anche quello fisico. Di nuovo un plauso a Pelly che ha sfruttato fino in fondo le capacità della cantante, in modo da mettere il personaggio nel giusto rilievo. Fin dal suo entrare in scena lei chiarisce le proprie intenzioni ("Voglio conquistare la tua città" dice al re), spiega che il suo fascino ha già posto fine alla vita degli eredi al trono che dunque non sono morti eroicamente per mano del nemico ma nel corso di una lotta intestina per possedere questa Lulu che dispone della vita di tutti. Anche del re, visto che è per causa sua che il sovrano viene meno alla promessa fatta all'indovino e muore per becco del gallo d'oro.

Non mi è piaciuta affatto la direzione monocromatica e opaca di Alain Altinoglu: fatico a riconoscere il mirabile orchestratore di Sheherazade. Non so quanto certi accenti rozzi e sguaiati siano voluti (siamo in uno spettacolo dichiaratamente satirico), però Pavlo Hunka (Dodon) forse esagera. E' comunque un bel video di un lavoro poco frequentato.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/3/2017 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Venezia: Tannhauser "di" Bieito
12 febbraio 2017

Anche se la musica è indubitabilmente quella - suonata in modo per altro assai scialbo - del Baccanale di Tannhauser, la scena corrisponde alle didascalie di Erwartung: una signora vaga nella notte in una foresta. Il suo compagno però non è ancora morto e la vuole lasciare. E' reso bene il disfacimento di questa coppia - se Ausrine Stundyte fosse un po' più precisa nel canto non sfigurerebbe di fronte a Vinke.

Il pastore della seconda scena è stonato da una bambina, che chiaramente rimanda sia a Venere che a Elisabetta: le due donne sono simili. Non ci vuole in effetti molto a riconoscere in esse due facce della stessa medaglia. Bieito le fa comparire assieme nel finale: è forse l'unico modo di rendere in modo decente un'opera in cui il protagonista, eternamente indeciso tra due mondi sentimentali ed artistici opta per Elisabetta più per necessità che per intima convinzione: la musica palpita più per la lussuria  che per la castità - presunta, il secondo atto parigino,  anche questa volta abbandonato in favore della versione di Dresda, lascia immaginare una Elisabetta più pepata.

Mi piace la scena del secondo atto, che ingabbia i personaggi. Mi fa morire dalle risa l'omaggio a John Cleese: landgravio e cantori percuotono il suolo con rami frondosi facendo un baccano che copre provvidenzialmente l'orchestra.

Nella registrazione che ho trovato su Culturebox  la claque di Bieito si fa sentire con un po' di fischi solo nel primo atto. In effetti non mi sembra uno spettacolo brutto. Sono l'orchestra, il direttore e i comprimari ad essere peggio del Valium.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 12/2/2017 alle 10:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lohengrin con Netrebko Beczala e Thielemann
5 febbraio 2017
Commovente l'ingenuo andirivieni di Elsa dalle quinte all'arcivescovo che prima le mostra la croce, poi gliela appunta sull'affannoso petto e poi la benedice. Non è facile riempire questa interminabile marcia nuziale di Elsa del secondo atto, che prevede una lunga preparazione prima della comparsa della protagonista. Siamo nel mondo del grand opéra dove cortei e processioni sono fondamentali. Ci riusciva bene Herzog a Bayreuth, questa Christine Mielitz di Dresda ondeggia tra un Boris Godunov centroamericano (una figurante con un'icona mariana che ricorda molto la Vergine di Guadalupe), i film di Romy Schneider e il Don Carlos (o il mago Zurlì?). E' una regia assolutamente tradizionale che sfrutta bene una scena assai funzionale - uno spazio chiuso da ampie vetrate che fanno molto gotico britannico. Gesti semplici e tradizionali, recitazione non necessariamente fantasiosa (Zeppenfeld ha una mimica sorpresa che ha la varietà espressiva del povero ispettore Derrick).

Però non rimpiango i topi e preferisco di gran lunga questo tipo di spettacolo. Tanto più che finalmente ci sono dei cantanti. Il DVD è stato ampiamente corretto rispetto all'audio rigorosamente live che ho ascoltato qualche mese fa. Non esiste però tecnico del suono che possa trasformare un cappone in un Heldentenor ed è una gran bella cosa che due cantanti in gamba, con bella voce e musicalità si cimentino in questo repertorio. Thielemann non è una sorpresa, ama i colori forti e corruschi (che meraviglia il secondo atto, così tetralogico!) potrebbe lavorare meglio sulle dinamiche introducendo più piano e pianissimo ma qui sto cercando proprio il pelo nell'uovo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/2/2017 alle 8:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il flauto magico all'opera di Vallonia
4 febbraio 2017
Come in un "Enfant et les sortilèges" mozartiano la camera di un bambino prende vita: il serpente sbuca da dietro il letto, Papageno sorge dal piumone, i tre fanciulli stanno dentro l'armadio. I pupazzi con cui il bambino gioca si animano per diventare i personaggi della fiaba che papà-Sarastro racconta al figlio con l'intento di accompagnarlo verso il sonno.

Il tempio di Iside e Osiride è la biblioteca del babbo e tutto il secondo atto si compie in mezzo ai libri giganteschi e misteriosi del genitore. Nell'ultimo numero dell'opera il babbo si alza con delicatezza dal letto, lasciando il piccolo addormentato con la bambola Pamina tra le braccia. E gli altri personaggi si allontanano in silenzio sicuri che il bambino sarà cullato da un bel sogno.

Un incubo è invece la direzione d'orchestra di Paolo Arrivabeni - preclara eccezione alla regola nomen-omen. Siamo immersi in una corsa forsennata verso il nulla. La povera regina della notte non ha neppure il tempo di tirare il fiato al termine della sua coloratura. Non amo le letture strascicate, ma non bisogna esagerare: la velocità non può andare contro l'espressione e il buon senso. Un buon direttore d'orchestra avrebbe sicuramente trovato modo di offrirci una lettura dignitosa e di superare i limiti di una compagnia di canto niente affatto stellare. Ci saremmo comunque tenuti tre fanciulli che cantano male in una lingua più simile al fiammingo che al tedesco, ma probabilmente si sarebbe ridotto il divario tra un allestimento piacevolissimo e una condotta musicale insufficiente.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/2/2017 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mussorgskij - Boris Godunov Abbado 1998
22 gennaio 2017
Non basta passare alla versione originale per offrire un grande Boris Godunov: se si mantengono i tempi tradizionali della revisione Rimskij-Korsakov continueremo a rimpiangere i colori alla Cecil B. De Mille, pur facendo omaggio al filologicamente corretto del testo definitivo di Mussorgskij.

Abbado invece sceglie di accelerare sensibilmente i tempi, con esiti affatto insoliti. I colori orchestrali si adattano meglio a questo ritmo incalzante, le pause del testo durano sensibilmente meno così che la frase musicale non appare inutilmente frantumata ed assume un senso maggiore. La canzone di Varlaam assume il contorno di una vera canzone popolare da osteria, non di un Lied ordinato e grazioso per belle signore. Restando nella scena della locanda è bellissimo il trattamento di Grigori e Varlaam: entrambi monaci spretati, che si sono dati alla macchia. Il primo però guidato dall'ambizione, il secondo dal desiderio di essere libero e felice. Quest'ultimo ha scelto di essere avvinazzato e si comporta da ignorante: di fronte al suo analfabetismo le guardie di confine se ne sarebbero andate senza far danni, anche a Grigori. Il nostro pretendente però è scaltro, dotto ma inesperto della vita e prova ad usare la propria cultura per fregare il compagno. Oggi definiremmo Varlaam un analfabeta di ritorno... anche se quando c'è da salvare la ghirba si aguzza l'ingegno, la scelta usuale di far partire la sillabazione del mandato di cattura a bassa velocità per poi gradualmente aumentare la speditezza della lettura funziona drammaticamente ma non è tanto verisimile. Invece il martellamento costante delle sillabe decifrate dal monaco che ha semplicemente finto di essere illetterato non solo è più credibile ma getta una luce diversa sui personaggi sia ora che più tardi quando riappariranno durante la rivolta di Kromy.

Perfetta la musica, ineccepibile il canto. Intelligente un allestimento che mescola il passato zarista con il presente comunista, lasciando sempre in primo piano la folla - l'affamato e sofferente popolo russo che è il vero protagonista di quest'opera. La cellula di Pimen potrebbe essere un ufficio della Lubyanka, i cavalli di Frisia e le camionette fanno pensare all'epoca di Stalin e le celle in cui è rinchiuso il popolo sono perennemente espressive. Riuscito lo specchio inclinato che forma lo sfondo dell'atto polacco.

Questo Boris Godunov
è la versione da conoscere a tutti i costi



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/1/2017 alle 11:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Nozze di Figaro Amsterdam 2016
27 dicembre 2016

Susanna entra in scena accennando il "Deh, vieni non tardar" poi con lo smart-phone accende l'orchestra così che finalmente parta l'ouverture. Il palcoscenico ruota su se stesso mostrandoci i personaggi intenti nella loro normale attività: il conte sulla cyclette, la contessa sdraiata sul letto si scola vini di ogni tipo, Cherubino strimpella la chitarra nella sua stanza da adolescente. E i nostri due servitori Figaro e Susanna lavorano, si preoccupano di quanto i padroni macchinano alle loro spalle e cercano di rimanere a galla, salvaguardando la propria dignità.

Ci ho fatto il callo a queste trasposizioni, anche in quanto hanno di assurdo (cosa se ne faranno di una vecchia macchina da scrivere ai giorni nostri? Sopra tutto in una casa in cui con il telefonino si comanda l'apertura di porte e armadi?) ma è tutto realizzato con grande gusto e intelligenza. Nulla urta contro il testo ed anzi, lo spirito della vicenda è ben rispettato. Il divertimento del pubblico moderno non avviene a spese di Mozart e Da Ponte.

Siamo lontanissimi dalle scialbe Nozze di Figaro presentate alla Scala recentemente. Non solo la regia e la recitazione sono di alto livello ma canto e orchestra filano come si deve: piccole libertà nelle riprese, nella giusta misura, cantanti affatto all'altezza della situazione, tempi briosi, mai strascicati.

Mi spiace sempre l'espunzione delle arie di Basilio e Marcellina nell'ultimo atto, ma la tradizione ha sempre la meglio anche con le regie moderne e innovative a conferma della schizofrenia del mondo lirico che non si scuote di dosso abitudini prive di senso.

Queste Nozze di Figaro sono visibili fino a marzo sul sito The Opera Platform.

Eleonora Buratto - Contessa Almaviva
Christiane Karg - Susanna
Marianne Crebassa - Cherubino
Katharine Goeldner - Marcellina
Louise Kemeny - Barbarina
Stéphane Degout - Conte Almaviva
Alex Esposito - Figaro
Umberto Chiummo - Bartolo
Krystian Adam - Basilio
Jeroen de Vaal - Don Curzio
Matteo Peirone - Antonio
Netherlands Chamber Orchestra diretta da Ivor Bolton



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/12/2016 alle 6:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fidelio - Berlino 1963
13 dicembre 2016

E' una registrazione fatta con tutta probabilità in un teatro vuoto, magari con un poco di play-back. Non so come spiegare diversamente l'abbondanza di primi piani frontali e l'ottima qualità audio e video del documento.

Mezzo secolo di distanza si vede nell'allestimento, che riproduce le didascalie e i costumi proprio come ogni melomane se li immagina. La gestualità rimanda forse a una estetica da film muto, molto scontata e semplice. Potrà sembrare anche ingenua ma mi sembra affatto preferibile alla sconclusionata agitazione che domina i palcoscenici di oggi.

L'inizio mi appare frettoloso e impersonale. Forse però ha un senso. Jaquino e Marcellina, che pure ricompariranno con le sembianze di Erik e Senta, sono residuati di un mondo - quello del Singspiel - che Beethoven sta seppellendo. Il loro sentimentalismo di maniera ha i secondi contati e liquidarlo con questa nonchalance rende solo più marcato il contrasto con il quartetto "Mir ist so wunderbar". Stavolta riesco a immaginare lo stupore del pubblico di fronte a un "numero" affatto incongruo per questo genere di spettacolo.

Joseph Greindl è stupendo. Daland è un bel passo indietro rispetto a Rocco. Qui Beethoven ci offre un personaggio molto ambiguo, che sembra rifiutarsi di uccidere Florestano più per considerazioni sindacali che morali. E' l'influenza di Leonora/Fidelio a spingerlo verso la strada della bontà, tanto che Don Pizarro ha buon gioco nel finale a chiamarlo come correo. Chi è Rocco: un opportunista? un vigliacco? Un animo nobile costretto all'empietà suo malgrado? Che in un Singspiel si possano porre simili dilemmi la dice lunga sulla novità di Fidelio. Certo è che Greindl sa giocare a meraviglia tutte le sfaccettature di questo personaggio.

Non c'è dubbio invece che Pizarro sia malvagio. Berry - il cui aspetto mi ricorda Fernandel vestito da azzimato uomo di mondo - è indimenticabile. Una lezione di canto e scavo del personaggio.

Christa Ludwig ha la voce giusta per Leonora: un registro grave ben sviluppato accompagnato dalla capacità di salire nel pentagramma in una parte disumana. La sua aria del primo atto è un monumento sia tecnico che espressivo e scuote proprio nel profondo del cuore. A una Leonora così stellare si accoppia James King. Re di nome e di fatto.

Questo Fidelio emozionante è molto più di un documento storico. Va proposto a chi crede che Florian Vogt sia un'interessante opzione interpretativa.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/12/2016 alle 9:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tristano e Isotta - Gatti - Roma 2016
30 novembre 2016
Daniele Gatti sceglie tempi forse troppo lenti per i miei gusti, ma è coerente, ha una sua logica interna inoppugnabile. Lento, ma non statico, meditativo ma non per questo privo, quando ci vuole, di azione e scatto. Temo che la presa sonora non renda pienamente la qualità della sua concertazione: mi è parso di avvertire una immensa cura nel trattamento delle voci e dei colori orchestrali: il tempo si è fermato durante il Sink hernieder.

Gatti è stato fortunato ad avere cantanti di ottimo livello. Rachel Nicholls parte in sordina, non dà il senso di una regina arrabbiata che ordina a un vassallo renitente di venire a porgerle l'onore cui ha diritto. Diamole tempo, però, e già nel primo atto la vedremo sempre più sicura di sè, dominare la scena come una vera Isotta deve fare. Nel finale - in cui tutti sono shakespereanamente morti rimane in piedi solo la sua silhouette nera, contro un sole bianco. Immobile, canta un Liebestod di ghiaccio. Impressionante. Il regista (Pierre Audi) la fa intervenire nel finale secondo: è lei che, alzando la spada di Tristano, consente a Melot di ferire l'eroe. La tradizione vuole che sia Tristano ad abbassare la guardia. Però è facile osservare che è molto più wagneriano che sia la donna a ricordare all'uomo ciò che egli deve fare: e un Tristano che è tornato sotto l'influsso del giorno sfidando a duello Melot (piccola parte ben cantata da Andrew Rees) viene riportato in carreggiata dalla propria compagna. Il monologo Ich bin's, alla luce di questa scelta registica fa il paio con il "das wissend würde ein Weib" della Tetralogia. Come Brunnhilde, anche Isotta, grazie alla morte del proprio amato, diventa cosciente di ciò che le tocca e giunge all'idea che il tradimento subito le indica cosa fare. Anche l'interazione con Michelle Breedt, Brangania ancora più brava che d'abitudine, ha dato momenti di estasi.

E' impossibile - e neppure auspicabile, per non finire tutti quanti in TSO (così Wagner a Mathilde) - cantare un Tristan perfetto. Andreas Schager è riuscito a superare senza danni il terzo atto (magari se si fosse risparmiato qualche forte tutto sommato inutile gli sarebbe andata anche meglio). Un Tristano altrettanto bello e drammaticamente eccitante è merce rarissima.

John Relyea e Brett Polegato interpretano rispettivamente Marco e Kurwenal. Hanno la voce e l'intelligenza interpretativa necessaria. Il primo, impietrito dalla sorpresa e dal dolore, è titanico nel secondo atto. Nella sua breve comparsa del finale scende dal podio di sovrano per essere un uomo che ha perso ogni ragione di vivere. Il secondo riesce a coniugare la spavalderia da soldataglia con una sensibilità femminile (tutti a trovare tracce di omosessualità in Britten e Tchaikovskij. E nel Tristano?).

Meritano una citazione anche i comprimari Gregory Bonfatty, Gianfranco Montresor e Rainer Trost - pastore, timoniere e marinaio - perchè tutti hanno meritato la nostra gratitudine: un Tristano così si vede e si ascolta pochissime volte in una vita.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/11/2016 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Nozze di Figaro - Scala 2016
19 novembre 2016
Sono disponibili tantissime versioni audio e video delle Nozze di Figaro... perchè perdere tempo con questa? Franz Welser Most è più inespressivo di un file midi, non si accorge di nulla. Chissà quante volte Rossini avrà avuto in mente "se tutto l'indice dovessi leggere..."! Qualsiasi musicista dilettante si rende conto che bisogna dare in qualche modo significato e rilievo a questa sfilza di note, magari solo ammiccando a ciò che verrà di lì a qualche decennio. Ma l'ineffabile Welser Most vive in un altro mondo, dove le note sono escrementi di mosca posati a caso sulla carta da musica. Musica? Per lui una parola senza senso, indubbiamente assente da queste Nozze di Figaro.

Ma anche i cantanti non sono all'altezza: "Porgi amor qualche ristoro" è afflitto da un vibrato che fà male al cuore, "Dove sono i bei momenti" probabilmente si riferisce a una voce che un tempo fu in grado di regalare tante emozioni e che oggi esce stentata tra i denti perchè manca il fiato per l'espansione lirica, il climax espressivo che una cantante in pieno possesso dei suoi mezzi tecnici non mancherebbe per tutto l'oro del mondo. E si dormicchia pure con "Vedrò mentre io sospiro" e "Aprite un po' quegli occhi".

Che pena infinita. E questo sarebbe il primo teatro italiano. Primo certo come prezzi dei biglietti, non come valore artistico delle sue produzioni.

In questo squalllore possiamo salvare le scene, non la regia, con uno stuolo di segretarie nero-vestite che compaiono a distribuire fogli in diversi momenti dell'opera o le due signore con la chioma dorata a forma di vascello fantasma che nel terzo atto cantano e ballano (con la grazia di un tricheco) le lodi del magnanimo signor.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/11/2016 alle 16:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Strauss - Capriccio - Monnaie 2016
11 novembre 2016

Il direttore di questo Capriccio, Lothar Koenigs se la cava bene, pur essendo alquanto sciatto sulle dinamiche. Qualche cantante sbiadito ed invecchiato (Henschel) ma una contessa molto buona (Sally Matthews). Non dico che musicalmente ci sia da rimanere a bocca aperta, ma siamo al di sopra della media corrente. Certo, c'è la scelta assurda di dividere l'opera in due atti, dopo l'interludio orchestrale che precede la frase "parlato" in cui la contessa ordina la cioccolata. Non è la prima volta che mi capita di sentire una simile porcheria. L'opera è concepita come atto unico perchè si svolge senza soluzione di continuità nell'arco di un pomeriggio in un medesimo luogo. Nulla dunque  giustifica una divisione in atti. Se direttore e musicisti hanno bisogno di una pausa pipì si mettano le mutande tattiche o dirigano qualcosa di diverso. Lascino stare però della musica di cui evidentemente non capiscono nulla. Perchè oltre al danno della suddivisione in due atti c'è pure la beffa della ripetizione di una parte dell'interludio. Ottima musica, che si risente volentieri: ma che senso ha? Come si giustifica questa scelta?

No. Non si giustifica. Come neppure si giustificano le interruzioni della musica operate per inserire le geniali trovate del coglione di turno, tale David Marton che subito prima della seconda scena fa scendere Madeleine nella buca d'orchestra (la scena, molto bella, raffigura un teatro in sezione laterale) a drigere dei musicisti invisibili. Il massimo dell'assurdo è lo stop sul "grido umano" per prendere le misure a tre ballerine: uno stupro della musica per un insensato siparietto squalificante. E poi, la gazzarra che impedisce l'ascolto del sonetto recitato. E' pratica abbastanza diffusa rappresentare il conte come un pessimo attore. Forse sarebbe meglio stare nel giusto mezzo, raffigurare un maldestro che se la cava passabilmente (Olivier parla dell'esibizione del conte come di una "improvvisazione indirizzata alla persona sbagliata" senza sminuirne però il valore artistico). Qui Marton ha fatto un guazzabuglio ridicolo che ha guastato la musica (come fa pure un intervento parlato di una ballerina).

Marton sarà anche ignorante, ma il pubblico che lo applaude è peggio di lui.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/11/2016 alle 22:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mozart - La clemenza di Tito - Monnaie 2013
9 novembre 2016

Come il protagonista di un vecchio cartone animato di Hanna e Barbera, Tito passa il suo tempo a dirci che è un imperatore tanto buonino. Il suo miglior amico, Sesto, è innamorato di Vitellia la quale gli ha appena detto di essere interessata solo a sposare Tito. Dato che questi le preferisce Berenice e Servilia, Vitellia impone a Sesto di uccidere l'infame. Quando Tito, falliti i progetti matrimoniali con le altre donne, si accontenta di Vitellia è troppo tardi per mandare a Sesto il "contrordine, compagni!". Il grullo è già passato all'azione. Meno male che, essendo maldestro attacca - mancandolo  - Lentulo che aveva scambiato per l'imperatore. Alla fine di questo pastrocchio Tito perdona tutti.

Già Manzoni sbertucciava Metastasio, però in epoca barocca questo imbratta-carte era molto apprezzato. Se Mozart non è stato l'unico a musicarne questo parto distocico certo è quello che ha scritto la musica migliore, l'unica che è rimasta nel tempo.

Ivo van Hove ambienta la vicenda in una specie di camera d'albergo: letto, scrivania, sedie e divano. Nel secondo atto un po' di movimento con la scientifica, sullo sfondo un gigante schermo su cui si proietta la visione dall'alto del palcoscenico. L'immagine conclusiva è un primo piano del clemente Tito. Niente di entusiasmante ma neppure di palesemente assurdo. La recitazione è buona e contenuta, si sforza con successo di dare credibilità a personaggi cui Metastasio non sa - ne può - dare spessore. Molto buoni i musicisti della Monnaie diretti da Ludovic Morlot e una bella compagnia di canto per questo ultimo lavoro mozartiano.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/11/2016 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
ottobre