.
Annunci online

SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
Link
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Loading

Qui rido io
25 settembre 2021
Le immagini mi ricordano i quadri di fine ‘800: densa pittura a olio quasi fotografica, con lumeggiature accurate che creano un forte effetto tridimensionale. Sono interni e personaggi borghesi, come Scarpetta medesimo, che festeggia il “genetliaco” della figlia in un castello degno della seconda parte di “Miseria e nobiltà”, che si prostra fantozzianamente davanti al “Vate” quando chiede di poter fare la parodia della figlia di Iorio salvo poi chiamarlo spregiativamente “il Rapagnetta” quando scopre che D’Annunzio, dato un assenso solo verbale, aveva organizzato una cabala per far cadere lo spettacolo comico.

Il film dedica molto tempo al processo tra Scarpetta e D’Annunzio. A ragione, credo: solo un paese innamorato di retorica può rincretinirsi di fronte alle parolone gonfiate del narciso abruzzese. E nella sua auto-difesa Scarpetta anticipa di alcuni decenni l‘Elogio di Franti: solo quanto sopravvive alla risata è davvero buono.

Il vero protagonista del film però è secondo me l’altro Edoardo, che anticipa le battute di Gennariello molto prima di dover debuttare in questa parte, che ancor ragazzino scrive le sue prime commedie. Penso al mistero su chi sia il vero padre dei figli di Filumena Marturano, al ruolo che “la famiglia”, spesso disastrata, ha nelle opere di De Filippo. L’agnizione del vero padre alla fine di “Miseria e nobiltà” mi sembra la trasposizione scenica del problema umano di Edoardo De Filippo. E il bravissimo Alessandro Manna, con la serietà delle sue migliori creazioni future, spiega al fratello Peppino che la vera libertà è sul palcoscenico. D’altronde quanto tempo mi ci è voluto per capire che Miseria e nobiltà non è di De Filippo!



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/9/2021 alle 19:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il matrimonio di Rosa
18 settembre 2021
Rosa è necessaria per far girare la macchina del set cinematogafico, Rosa deve intervenire per fare da baby-sitter dei nipoti, Rosa è il punto di riferimento della sorella, della figlia che pur avendo la velleità di vivere a Manchester le rimane attaccata come una cozza, Rosa deve accudire il padre rimasto da poco vedovo e lo deve portare a fare gli esami in ospedale. Rosa, Rosa, Rosa, Rosa… altro che il Figaro rossiniano! Il giorno in cui papà decide di stabilirsi per sempre in casa di Rosa la povera donna crolla.

Come è accaduto nella sequenza onirica in apertura del film, Rosa stramazza come un atleta che va in acidosi lattica. Neppure noi capiamo l’idea di sposare se stessa, queste nozze in solitaria appaiono balzane e poco più comprensibili del Pranzo di Babette portato al cinema tanti decenni fa. Eppure, come i parenti di Rosa, anche noi poco alla volta sentiamo che questa donna ha bisogno di farsi una promessa vincolante: pensare prima a se stessa e poi agli altri.

E’ un film dall’impianto tradizionale e solido, freudianamente stavo scrivendo solito. Ci sono gli stereotipi sugli spagnoli caciaroni e variopinti – bellissimi i parenti invitati alle nozze – il richiamo all’importanza della famiglia e della mamma… Il rapporto della protagonista con il negozio di sarta della madre mi sembra evocare il desiderio di ritrovare l’innocenza di un passato idealizzato a partire dal quale si fa tabula rasa dei rapporti insoddisfacenti e falsi che si sono costruiti nella vita.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/9/2021 alle 14:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il film della candidata ideale
13 marzo 2021
Ci ho messo un po’ a capire che il film si svolge non in Iran ma in Arabia Saudita. Errore perdonabile: al di là di sunnismo e sciismo, entrambi i paesi sono uguali fari di civiltà. Il video elettorale trova la protagonista totalmente intabarrata da un velo nero – modello fantasma del Louvre – che le copre pure gli occhi. Le donne, separate dagli uomini, non hanno diritto di muoversi senza il permesso del tutore (maschio) o di rivolgersi direttamente in pubblico a uomini. Naturalmente è meglio essere curati da un incompetente infermiere maschio che da una persona esperta ma femmina.

La protagonista del film, anzichè seguire attività da donna – casa, giardinaggio e arredamento, è candidata alle comunali. In un film americano vincerebbe, perchè oltre Atlantico si va al cinema per sognare. Nel terzo mondo invece non si nasconde che la strada è lunga e dolorosa. Oppure in Italia si aspetta il vaticinio vaticano.

L’interesse ideologico del film è tanto grande da far passare in secondo piano ogni considerazione tecnica, estetica e stilistica. L’opera è comunque ben costruita, penso ad esempio a una inquadratura in cui si vede che al concerto partecipano di donne intabarrate. Solo nella immagine successiva si mostra che i sessi sono rigorosamente distinte, come si faceva da noi in Chiesa un tempo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/3/2021 alle 11:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I miserabili del XXI secolo
18 gennaio 2021
Il quartiere che circonda la stazione sud di Bruxelles è identico a qualsiasi altra parte della città. Basta però guardarmi attorno per vedere che è abitato solo da africani. Ceno per 10€ a base di pesce freschissimo e ottimo alla stessa tavolata degli indigeni come se facessi parte della comunità locale. Anche a Tolone, a poche centinaia di metri dalla cattedrale, mi sembrava di passeggiare per Algeri. Ma non ho mai messo piede nelle periferie delle case popolari non molto migliori delle nostre.

Sono luoghi i cui abitanti, discendenti di chi giunse in Europa nel dopoguerra, sono più francesi – o belgi – di me. Non a caso il film si apre con i ragazzini che tifano per i “bleus” in un tripudio di tricolori.

Sono gli stessi ragazzini che nel finale mettono in scacco tre poliziotti rei di avere sfigurato uno di loro con un colpo di pistola. Cominciano con pistole giocattolo ad acqua e sapone, continuano con carrelli del supermercato lanciati per le scale. Si termina con la molotov in mano al giovane sfigurato.

La lancerà? Rinuncerà a usarla? Lo schermo si oscura su questa immagine. Perchè il film non prende posizione. Chi ha ragione? La comunità in cui il sindaco di colore cerca di gestire come in un paesone la povertà quotidiana, unico contro-potere ai fratelli musulmani? O la polizia, indecisa tra il buonismo legalista di Stéphane e il bullismo di Cris? In fondo sono tre poliziotti stressati che debbono contrastare la “racaille” armata di disperazione e rabbia.

Questi moderni Gavroche sono l’onda di marea che travolge le forze dell’ordine come il locale sindaco, massacrato di botte nella tromba delle scale.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/1/2021 alle 8:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cosa resta della rivoluzione?
6 gennaio 2021
A trent’anni dalla fine del comunismo, colpisce trovare ancora dei maoisti, ancora impegnati nelle riunioni del collettivo. E dire che oggi più che mai sarebbero evidenti le contraddizioni del capitalismo…

Ma i sessantottini che stavano imborghesendosi già alla mia epoca oggi licenziano a tutto spiano per garantire gli utili ai pochi noti mentre la crisi raggiunge il grosso della popolazione… compresi gli ex-sessantottini imborghesiti.

Questo film mescola la leggerezza della commedia con la spietata amarezza per una situazione sociale che si deteriora continuamente. Non offre soluzioni, non emette giudizi. Fotografa la vita di oggi, il contrasto fra ideali e realtà, la chiusura nel proprio particolare, al di fuori di ogni velleità rivoluzionaria.

Perchè per essere rivoluzionari bisogna in qualche modo pensare agli altri e nessuno ha voglia di uscire realmente dal proprio mondo piccolo se non altro perchè il mondo grande non assicura alcuna certezza e si premura anzi di smentire i nostri proclami.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 6/1/2021 alle 8:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Martone: Barbiere di Siviglia in salsa Covid
27 dicembre 2020
Se le regole Covid imprigionano fuori dal teatro il pubblico che diventa raggiungibile solo con gli streaming, Martone rinuncia al vorrei ma non posso di chi pretende che la vita teatrale continui come se niente fosse ed abbraccia risolutamente il linguaggio televisivo. Quando Fiorello osserva che la piazza è deserta, le telecamere inquadrano la platea tristemente vuota e Lindoro canta la sua serenata al palco reale. A Martone anche il teatro va stretto. Come nel Poeta e il Contadino della mia giovinezza un motociclista conduce per la città Figaro e lo lascia davanti all’Opera di Roma.

Maschere e visiere sono inserite nel tessuto narrativo. Con una trovata auto-ironica Daniele Gatti usa il termoscanner per misurare la febbre scarlattina di Don Basilio. La rete di funi che attraversa la platea rende l’idea che la casa di Don Bartolo sia una prigione. Alla fine viene tagliata con cesoie in un gesto dal duplice significato: la speranza di uscirne ma anche la consapevolezza che questo allestimento è un unicum, che non si può pensare che la televisione sostituisca il teatro.

E’ un altro messaggio ai burini milanesi che hanno preferito cedere alla propaganda governativa con l’inane festival classico-leggero di Sant’Ambrogio anzichè cimentarsi con la difficoltà di raccontare una storia teatrale con un mezzo e un linguaggio diverso dal solito. Perchè il Largo al factotum non ha senso staccato dal contesto della vicenda svolta dal mago Gioacchino.

Perchè Rossini trionfa, come sempre capita a un compositore che finisce nelle mani di regista e interpreti intelligenti che davvero meritano un sacco di superlativi per un lavoro che fa rivivere nella dolorosa attualità una musica stupenda suonata e cantata a meraviglia.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/12/2020 alle 8:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La foresta di ghiaccio
13 settembre 2020
La camionetta della poliziotta travestita da ricercatrice di orsi ha targa slovacca. Peccato che KP sia la sigla di Capodistria, in Slovenia, e che non esista – come ovvio – alcuna provincia slovacca con sigla KP. Claudio Noce non è il primo a confondere Slovenia e Slovacchia, ma decisamente è una brutta partenza per un film ben girato, con immagini stupende, un bel gioco di macchina da presa, attori in gamba. Ma purtroppo io sono retro e cerco anche una storia, che non ho capito affatto. Per lo meno, potrei anche raccontarla a grandi linee, ma non sono capace di scendere nei dettagli. Ed è un peccato perchè la tecnica c’è tutta, manca la sostanza di cui anche i sogni necessitano per prendere consistenza.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/9/2020 alle 9:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ariosto al castello di Pavia
2 luglio 2020
Al salmista cui si disse “saliremo al monte di Sion” parve di sognare. E anche io, se mi è lecito mettere le cose piccole vicino alle grandi, mi sono sciolto di gioia entrando nel cortile del castello visconteo di Pavia. Finalmente, dopo un lungo digiuno forzato, uno spettacolo vero, non un surrogato elettronico per una platea deserta. Certo, devo sopportare le sedie crocifisse che delimitano gli spazi di distanziamento (come sono solidale ai ragazzi insofferenti nei confronti degli inetti pavidi che insuperbiscono perchè il paese pende dalle loro labbra!) ma per la prima volta in vita mia apprezzo i discorsi che in provincia precedono uno spettacolo.

Il caso ci ha messo lo zampino: ricominciamo a respirare con un miscuglio di teatro e musica basato su un testo pieno di gioia di vivere, un’esaltazione della fantasia rispetto alla grettezza di chi non riesce ad elevarsi sul piattume quotidiano. David Riondino legge e commenta passi dell’Orlando Furioso cedendo la mano a qualche benignismo. Ho però ancora in mente gli affreschi di Schifanoia e conosco la sensualità di dame e cavalieri estensi. Anche loro erano fatti di carne come noi: non ha dunque senso sottolineare più di tanto il fatto che le pulsioni erotiche – omo o etero che siano – rimangano uguali oggi come cinque secoli or sono.

Ma a stuzzicare la mia curiosità è ritrovare subito dopo i versi musicati offerti dalla compagnia del madrigale. Posso obiettare sulla scelta dell’amplificazione, obbligata dall’ambiente in cui si è dovuto eseguire il tutto. Ma questa musica è di una bellezza impressionante e scioglie qualsiasi indurata mente.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/7/2020 alle 11:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Schnitzler - l sentiero solitario
3 giugno 2020

Il grido “A Mosca!” delle sorelle di Cechov mi sembra riecheggiato dal “Via! Via!” con cui Johanna si presenta all’inizio del dramma.

C’è in tutto il lavoro la tensione verso l’altrove. Johanna, come donna, deve accontentarsi del limitato orizzonte del giardino di casa; sua madre – Gabriele – è curata da un medico che ha rinunciato a trasferirsi a Graz. Gabriele stessa avrebbe lasciato la casa paterna se Julian, pittore di belle speranze, che l’aveva ingravidata di Felix, non fosse fuggito. Julian ha conosciuto questo altrove ma ora, con il suo radioso futuro alle spalle, è solo, disprezzato dalla compagna Irene che non gli perdona la maternità negata e da Felix che gli rimprovera di non essersi occupato di lui. Il ragazzo potrebbe seguire il vicino di casa, il signor Sala, che lo ha invitato a una esplorazione archeologica in Asia. Nessuno dei due partirà: Sala ha una malattia incurabile e Felix non ritiene opportuno dormire nella stessa tenda di chi è responsabile del suicidio di Johanna.

Resta un personaggio che non ha velleità di andare altrove: il marito di Gabriele, a capo dell’Accademia di belle Arti ma in fondo niente più che un umile impiegato dell’arte che sforna ogni anno un dipinto e tante scartoffie. Si accontenta, anche di un figlio – Felix – che finge di considerare proprio ma che – dopo tante sofferenze lo considera davvero padre. La felicità è nel limitato qui.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/6/2020 alle 11:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Parasite
8 maggio 2020
I Park vivono in una gigantesca villa con parco costruita da un importante architetto nel bel mezzo di un quartiere residenziale. Hanno una governante, un autista – nessuno usa la puzzolente metropolitana – e precettori per i figli. I Kim invece stanno in un seminterrato e vivono di espedienti, essendo disoccupati. Ma la fortuna vuole che il figlio maggiore diventi insegnante di inglese della ragazza Park. Basta fingere di essere universitario. E poi, con astuzia, si piazzano i membri della famiglia Kim al posto della servitù dei Park. Poco importa se questo comporta la rovina economica della ex-governante: viviamo in un mondo dove la competizione è altissima e i Kim sono spietati quanto i Park.

Qui sta il problema attorno a cui ruota il film. Chi è il parassita? Chi è vittima e chi carnefice? I Park, come la Susanna Agnelli di “Vestivamo alla marinara” sentono l’odore degli inferiori Kim, delle persone che silenziosamente permettono loro di organizzare in cinque minuti delle meravigliose feste nel parco, con amici bene che suonano musica occidentale. Non passa neanche per l’anticamera del cervello che la vita di una persona qualsiasi della servitù valga tanto quella di uno di loro. In fondo, sono cose intercambiabili. Si possono eliminare i Kim con la stessa disinvoltura con cui ci si è liberati del vecchio personale.

Questo film è crudele. La barriera tra chi ha e chi non ha è sottilissima. I due gruppi vivono fianco a fianco. Solo che i secondi, proprio perchè la fame aguzza l’ingegno, appaiono più pronti a sfruttare i varchi lasciati aperti dai primi. E i parassiti rimangono lì, nascosti nel sottosuolo della società, in attesa che si presenti l’occasione per tornare alla luce e mostrare quanto sia fallace il nostro ordine.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/5/2020 alle 11:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Dolore sotto chiave - Sik Sik
17 febbraio 2020
Un giornalista francese osservò, molti anni or sono, che noi italiani non siamo medici, avvocati, scrittori, operai ma facciamo il medico, l’avvocato, l’operaio… recitiamo una parte sul palcoscenico della vita. Prima ancora di Pirandello, Jacques ci intrattiene sui diversi ruoli che ognuno di noi svolge dalla nascita alla morte. Ma se in Shakespeare i sette personaggi affibbiati ad ognuno di noi coincidono con le fasi della vita noi italiani indossiamo contemporaneamente diverse maschere, siamo consapevoli di auto-rappresentarci agli altri e che quanto mostriamo non coincide con la realtà. Sempre che esista una realtà.

Questo – a mio avviso – è il punto in comune di questi due atti unici scritti da Edoardo De Filippo e presentati al Franco Parenti di Milano da Carlo Cecchi.

Sik Sik è un illusionista di mestiere. È abituato all’inganno, tanto da trovare subito l’espediente per far credere al pubblico di non essere un semplice guitto.

Il dolore per la morte di una moglie che si suppone adorata si perde in un gioco in cui ognuno immagina come l’altro deve sentire la perdita, senza preoccuparsi di cosa realmente stia accadendo nell’animo del vedovo. Vedovo al contempo di vecchia e nuova data, visto che egli scopre come stanno le cose solo per caso, a un anno dal decesso della consorte. E la comicità nasce dal contrasto fra una situazione che dovrebbe essere tragica e l’indifferenza che traspare sempre più nel corso di una recitazione mal riuscita come quella dello sciagurato Sik Sik.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 17/2/2020 alle 10:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Antigone - Teatro stabile di Catania
7 febbraio 2020
Come la luce del firmamento, anche questi versi provengono da tempi lontanissimi dai nostri. Ma se la Ecuba di Amleto è una estranea per cui può sembrare assurdo piangere, Antigone è una persona in cui ci si può imbattere facilmente. Riconosciamo in lei la disobbedienza civile, la lotta non violenta contro delle leggi ingiuste, colei che offre il proprio corpo per un ideale superiore. Noi uomini imperfetti avremo sempre bisogno, checchè ne dica Brecht, di eroi che bilancino i nostri difetti, che si contrappongano a noi, cittadini tebani comodamente seduti in platea, timorosi di esprimere il nostro dissenso – legittimo, per giunta – nei confronti di Creonte. Ammiriamo Antigone ma stiamo dalla parte del soldato che maledice la sfortuna che lo obbliga a portare una brutta nuova al tiranno. Antigone, radicale ante litteram, muore per affermare un principio morale superiore. Creonte non è solo l’arroganza del potere. E’ soggetto al principio per cui, giunti in vetta, non si può che scendere. Nel nostro mondo in cui si crede nel progresso eterno il ferrovecchio Sofocle è consapevole che l’uomo deve mantenere la misura se non vuole essere spazzato via.

Nella produzione catanese arrivata felicemente a Tortona (AL) la comparsa dei cadaveri di Emone e Antigone coincide con il silenzio. Anche il musico, che ha contrappuntato la vicenda con le proprie – eccessivamente amplificate – melodie, tace. Le parole non servono più e potremmo anche terminare qui la tragedia. Recitazione intensa, molto commovente. Un ottimo spettacolo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/2/2020 alle 10:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Nel mare ci sono i coccodrilli
2 febbraio 2020
È la storia di Enalatollah Akbari, un nome che sembra folle ed inventato, ma che corrisponde a una persona vera, scappata dall’Afghanistan e attualmente torinese. Ha avuto un permesso da rifugiato politico, ha sposato una conterranea e vive qui da noi, come uno di noi e forse più di noi, perchè si è duramente guadagnato il diritto di vivere in un paese dove non è un crimine andare a scuola.

La pièce è un monologo di una settantina di minuti. Deve essere difficilissimo reggere la tensione di questa recitazione, sempre in primo piano, la necessità di rendere personaggi e situazioni diverse. Tutto senza cadere nel sentimentale. Fabio Geda ha coraggio quanto il ragazzino di cui racconta la vicenda. Non giudica – almeno in apparenza – e parla, senza posa, senza prendere fiato. Avrei voluto più pause all’inizio, per rendere meglio la sensazione delle voci attorno al protagonista. Però retrospettivamente mi sembra che quella fosse la scelta giusta: una simile vicenda non permette soste, obbliga a un continuo correre in avanti. La storia continua con tanti ignoti Enalatollah che bussano alla nostra porta.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/2/2020 alle 10:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La cena dei cretini a teatro
16 gennaio 2020
Pierre ha una botta di sfiga: un colpo della strega lo blocca a casa proprio quando ha messo le mani sul signor Pignon, un cretino da campionato mondiale che gli permetterà di sbaragliare gli altri concorrenti. Ben inteso, i concorrenti di una gara il cui vincitore è la persona che riesce ad invitare a cena il più cretino.

E Pignon è ideale: una passione monomaniacale per i modellini in fiammiferi, su cui può discettare all’infinito, senza capire il tempo, senza accorgersi che gli altri lo compatiscono. In più incapace, proprio perchè immerso nella sua fantasia di cerini e zolfanelli, di interagire con il mondo. Non ne imbrocca una: nel corso della serata trascorsa in casa di Pierre lo fa rompere con la moglie e l’amante e gli procura anche un accertamento fiscale in un crescendo rossiniano di situazioni paradossali (ma non tanto… mai conosciuto un wagneriano?) con ovvia sorpresa finale.

Parafrasando un cartello stradale francese “un cretino può nasconderne un altro”. Quindi è possibile invertire i ruoli e scoprire che il cretino è più intelligente di quello che sembra e – viceversa – che il furbo non è meglio attrezzato per affrontare il mondo.

Ognuno di noi può insomma trovare la parte di Bouvard e Pécuchet che si nasconde nella sua persona. Ed è forse questa l’unica salvezza dal cretinismo (connerie – coglionaggine – nell’originale francese).

In questo miscuglio di ruoli è impossibile dire se è il serio Formicola o il rimbambito Pisu a fare da spalla. Ma le coppie comiche (e non solo) funzionano perchè i due componenti accettano di fondersi e uno riempie i vuoti dell’altro.

Erano secoli che non mi rotolavo per terra dalle risate a teatro.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/1/2020 alle 9:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tolo Tolo
6 gennaio 2020
Non so da che parte cominciare per parlare di questo film. Forse dovrei occuparmi del finale, un pastiche disneyano in cui Checco danza e canta come Mary Poppins su un cartone animato che mi pare un pugno sullo stomaco dopo la melassa delle feste di fine anno.

In Shakespeare il folle è un personaggio fondamentale: è l’unico a dire la verità senza pagare dazio, che sia nella Dodicesima notte (“Portate via la folle” dice Feste della padrona Olivia) o nel Re Lear. Con i suoi paradossi egli rovescia la nostra percezione del mondo e offre il controcanto alle vicende narrate.

Checco è stralunato, matto, fuori posto, tutto firmato nel terzo mondo, usa la coperta termica per abbronzarsi, cerca un prodotto di bellezza costosissimo in una farmacia africana, parla con la mamma come se non ci fossero bombe e sparatorie per le strade, non si rende conto della realtà. Ma davvero è diverso da noi? Gli italiani si riconoscono subito perchè girano vestiti di tutto punto, come se fossero in un perenne défilé di moda, vanno a Sharm El-Sheikh senza rendersi conto della realtà dell’Egitto, non hanno la più pallida idea dei conflitti che insanguinano i paesi in cui desiderano abbronzarsi – simili del resto ai loro ministri degli esteri, impegnati – ma già dai tempi della prima Repubblica – a usare la Farnesina per la loro politica interna. Gli italiani mangiano il sushi a Spinazzola e gli spaghetti in Kenia. E poi sono fascisti, non sono affatto brava gente, come Checco scoprirà a sue spese incontrando le jeep battenti bandiera italiana.

Insomma, Checco Zalone, come il matto del divino William, ci dice quello che non ci piace sentire. Sciorina tutti i paradossi del bel paese. E non offre una soluzione. Forse è proprio per questo che non so da che parte prendere il film. Esso ha un finale aperto: la sposa nera sullo sfondo di Trieste è un sogno? un meta-film? E come dobbiamo prendere il geniale pseudo-July-Andrews del finale? Non lo so. Mi sento disorientato come quando si esce da un colloquio psichiatrico in cui il terapeuta ci ha rivoltati come un calzino e ha scosso le nostre pacifiche convinzioni. E con tutto ciò il film mi è piaciuto e lo rivedrei… come tornerei dallo psichiatra.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 6/1/2020 alle 9:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'ufficiale e la spia
17 dicembre 2019
Non importa sapere se la colazione sull’erba che si vede all’inizio del film sia copiata o soltanto ispirata al celebre quadro di Manet. Conta però saper identificare subito correttamente il tempo e il luogo in cui si svolge l’azione. Il regista ci tiene del resto a comunicarci nei titoli di testa che ci racconterà una storia rigorosamente vera.

1895. Proust ha 24 anni, Charles Swann in redingote e cilindro percorre strade selciate su una carrozza che incrocia le prime automobili. All’uscita del carcere Picquart incontra un nugolo di giornalisti e fotografi cui deve rilasciare una rapida dichiarazione. I servizi segreti hanno già delle cimici rudimentali e vari mezzi che permettono loro di intercettare le vite dei cittadini. Questa epoca è già la modernità. Vederla come un mondo lontano e diverso dal nostro è un grosso errore, non solo per i simpatici roghi dei libri di Zola e per le scherzose scritte contro gli ebrei. Continuo del resto a pensare che la nostra civiltà oggi sia in declino proprio perchè continua a basarsi su valori ottocenteschi che ormai hanno fatto il proprio tempo.

Forse però non sono i valori in sè ad essere negativi, ma i significati che diamo loro. Cos’è l’onore? Cosa significa obbedienza? Cosa è uno stato di diritto? Picquart è un whistleblower ante-litteram, la defamatio cui viene sottoposto non è molto diversa da quella subita da tanti suoi posteri.

E poi ci sono le masse che accorrono in blocco a far tifo nei tribunali, la giustizia mediatizzata, ad orologeria, i partigiani a priori di una opinione; c’è l’arroganza del potere, obbligato a difendere l’indifendibile per mantenere la propria poltrona, incurante del fatto che le istituzioni sopravvivono ai singoli che le rappresentano momentaneamente (Picquart alla fine diventa ministro!), soprattutto timoroso di un futuro retto da un ordine diverso (Proust registra che nella Grande Guerra ci si dimentica del passato dreyfusista dei patrioti).

Come tutte le grandi opere d’arte questo film offre diversi piani di lettura. Lascio a chi capisce qualcosa di cinema il compito di giudicare il modo con cui è realizzato. Io mi sono limitato a seguire con passione una storia interessante e ben raccontata. Forse basta ed avanza così.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 17/12/2019 alle 8:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Berretto a sonagli siculo di Valter Malosti
11 dicembre 2019
Il programma di sala mi spiega che per questo Berretto a Sonagli si è deciso di usare la prima versione, scritta in dialetto siciliano. Oggi si pensa che la idea iniziale dell’autore sia quella buona, che si debbano eliminare le varianti successive per tornare a un Ur-Text che solo può dare le genuine intenzioni del creatore. Nel caso di questo allestimento del Berretto ho l’impressione di essere davanti a un lavoro diverso rispetto a quello che conosco. E’ frutto della lingua siciliana, che mi fa percepire l’estraneità di certi elementi che mi si presentano normalmente travestiti dall’idioma nazionale? Oppure sono i pesi diversi delle tematiche in questa prima stesura? Si lavora meno sul tema delle corde, sull’autostima dei pupi che noi siamo nella nostra vita quotidiana e si accentua la satira di costume contro un mondo che considera la donna un essere inferiore, priva di sostegno anche – e soprattutto – dal proprio sesso.

Tutte queste però sono considerazioni che faccio a posteriori, a freddo. Mentre si dipana la vicenda sono preso dalla vivacità della recitazione, dalla banalità con cui sono fatti vivere i personaggi. Ciampa è molto meno saccente e verboso di come lo trovo in genere, sento addirittura simpatia per questo poveraccio obbligato a far buon viso a cattivo gioco, sia verso i padroni (tra i quali anche Beatrice) che nei confronti dell’opinione pubblica. Fifì è straordinario, un perditempo per niente caricaturale, impegnato – con la madre – a difendere il potere maschile messo in discussione dalla sorella e – sotto sotto – dallo stesso Ciampa.

Ho sempre avuto disagio per il finale di quest’opera: la donna che credeva di vincere a mani basse che viene condannata al manicomio, a fare la pazza per salvare se stessa e – specialmente – gli altri. Invece questa volta ho sentito non solo che questa soluzione è la sola possibile, come deus ex machina e come sbocco reale nella quotidianità, ma che Beatrice è ben felice di poter essere l’unica a poter dire la verità – anche a costo di fingersi pazza.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/12/2019 alle 8:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Maria Paiato in Madre Coraggio
1 dicembre 2019
Le opere di Brecht sono i “Venerdì per il futuro” della mia adolescenza. Eravamo abituati a sentirle recitate con un tono artificiosamente monotono, in cui sotto lo straniamento bisognava far palpitare l’ardore di chi lotta per la dittatura del proletariato. Quanto basta per farmi andare prevenuto a questa rappresentazione della celebre “Madre Coraggio”

Però Maria Paiato ha lasciato perdere la retorica, per presentare una signora vera come la mia vicina di poltrona. La sua Madre Coraggio non è un’idea platonica, ma una donna concreta con il suo miscuglio di egoismo e amore, un certo idealismo che si combina a una totale mancanza di scrupoli. Un personaggio complesso in cui possiamo riconoscere noi stessi, immersi in una guerra infinita di cui non vogliamo veder la fine perchè anche in questo marasma troviamo un nostro utile. E’ lei la calamita di tutta l’azione, la frusta che muove i personaggi e li rende pieni e vivi. Ci vedo il fulcro di una serata di grande recitazione.

Bello lo specchio forato che sovrasta minaccioso – e alla fine schiaccia – il cupo mondo in cui i personaggi si muovono. L’unica parte dello spettacolo che non mi è piaciuta sono le marcette di Paul Dessau. Avrei fatto volentieri a meno di questa concessione alla mia giovinezza.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/12/2019 alle 8:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cinque è il numero perfetto
27 novembre 2019
Leggo che si tratta della resa cinematografica della omonima graphic novel di Igort. Ne so tanto quanto prima. Noto subito che il film è realizzato con lo stile dei fumetti. Per una persona della mia età – la stessa del resto, a quanto mi dice wikipedia, di questo Igort, viene in mente il fortunato programma televisivo “Supergulp” che negli anni ’70 portava i fumetti in tv. Ma non è l’unico riferimento alto che trovo in questo film. L’atmosfera cupa e nera, con la pioggia battente, che occupa gran parte del film è la stessa che trovo ne “Il ritorno di Don Camillo”; lo scambio di prigionieri, su un tetto battuto dal sole, con una musica molto western mi ricorda i miei pomeriggi di bambino al cinema del paese, quando, inebriato dalle vicende di Sartana, credevo che Klaus Kinski fosse solo il cattivo dei nostri spaghetti-western. Poi c’è il tocco di classe del finale ambientato in un cine-panettone caraibico.

La trama? Un ragazzo che ha rilevato l’attività del padre, sicario per la camorra, viene ucciso da una persona che sarebbe dovuta essere la sua vittima. Ne viene fuori – proprio come ai tempi dell’indimenticabile Giuliano Gemma – una storia di vendetta sanguinaria, prevedibile come le barzellette di Berlusconi.

Servillo e la Golino sanno recitare, bella fotografia e costruzione delle sequenze, ma tutto ciò non basta a salvare questa ciofeca.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/11/2019 alle 8:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La donna leopardo (Moravia) in teatro
22 novembre 2019
Un giornalista e un imprenditore nel Gabon con le rispettive consorti. Un viaggio di lavoro – scrivere articoli, seguire l’avanzamento di una nuova strada – e di piacere. Pure fisico. Come nelle Affinità elettive, i componenti delle due coppie si scambiano seguendo l’istinto di attrazioni reciproche che superano la gabbia del matrimonio.

Flavio e Nora passano il loro tempo passeggiando e chiacchierando assieme. Possiamo immaginare, dalle parole di Ada, che facciano l’amore. Ma non lo vediamo mai. Seguiamo invece i tormenti di Lorenzo e Ada, combattuti tra il desiderio per l’altro e la volontà di rimanere fedeli a un coniuge che o non si cura del vincolo matrimoniale o possiede tutt’altra idea di fedeltà. Questa seconda coppia vive un continuo coito interrotto, non osa mai andare oltre la linea rossa di un rapporto completo.

In riva al fiume, Flavio immagina una scenetta di qualche milione di anni fa: un homo abilis passeggia con la famigliola, una domenica mattina. Vede un’altra donna, la possiede e allarga così il suo nucleo familiare includendo questa nuova persona.

Ma c’è l’incidente, l’imponderabile, che modifica queste affinità elettive, tutto sommato instabili – come del resto quelle dell’antenato Goethe. Per ciò questo ultimo lavoro di Moravia lascia aperte le domande che sorgono spontanee sulla natura dei rapporti tra uomini e donne. Siamo in fondo rimasti a “l’uomo è un abisso” di Georg Büchner.

Il Teatro di Dioniso e il Teatro del Veneto portano in scena questo quartetto per archi (quattro signori in conversazione, per citare il solito Goethe) in un allestimento molto suggestivo, in cui un cubo mobile, un paio di panche e un intelligente gioco di colori disegnano una scenografia suggestiva. Meglio immaginare l’Africa – tanto più che questa Africa è dentro le nostre menti, un pretesto per parlare di quell’io che teniamo rigorosamente nascosto nei nostri cuori. Le due donne leopardesche (Valentina Banci e Olivia Magnani), flessibili e feline dominano il velleitario machismo dei loro partner (Daniele Natali e Paolo Sassanelli). Un ottimo e coinvolgente spettacolo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/11/2019 alle 8:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La scuola delle mogli secondo Arturo Cirillo
7 novembre 2019
Quando il fidanzato stesso di Agnese lascia la ragazza nelle mani di colui che la perseguita con assurde pretese di matrimonio, l’intreccio si è ormai ingarbugliato al punto che solo un deus ex machina può rovesciare la situazione. Per quanto questo espediente possa apparire assurdo, il portavoce del novello suocero è benvenuto a tutti – che conoscano o meno la pièce. Ma Arturo Cirillo ha una bella idea: Crisaldo, una volta risolte le ambasce amorose di Orazio e Agnese, abbandona i propri abiti per diventare Alain, uno dei servitori del protagonista Arnolfo. Prendiamo due piccioni con una fava: risparmiamo il costo di un attore e diamo una insospettata profondità alla storia. A questo punto infatti possiamo immaginare che il ricco suocero non esista e che il servo abbia abbandonato Arnolfo. Corrotto? Impietosito dalla sorte dei due innamorati? Lo decida la nostra fantasia… intanto io mi godo una “Scuola delle mogli” ben recitata e priva delle inverosimiglianze così frequenti in Molière.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/11/2019 alle 8:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gianni Clementi - Le signorine
21 ottobre 2019
Rosaria e Addolorata sono due sorelle che hanno in comune il domicilio, sopra la loro vecchia merceria, la zoppia – postumo della polio – e lo zitellaggio. Per il resto però sono diversissime tra di loro. La prima avarissima e concretamente cinica; la seconda spendacciona e sognatrice. Insomma, si tratta di una di quelle strane coppie che funzionano sempre benissimo in teatro. E non solo, forse: i difetti e i pregi delle due persone si incastrano e creano un tutto armonioso. Non è un caso che la vita diventi difficile, se non impossibile, nel momento in cui una delle due componenti viene meno.

Il testo è interamente in napoletano. Una scelta che è spesso obbligata, con il materiale umano che solitamente infesta palcoscenici e schermi televisivi: troppi pseudo-attori sono condannati al vernacolo dalla incapacità di pronunciare due parole in italiano corretto. Il regista Pierpaolo Sepe non ha dovuto però affrontare questo problema. Le sue attrici Giuliana de Sio e Isa Danieli sanno percorrere tutte le sfumature esistenti tra il comico e la tragedia – perchè c’è anche la tragedia in questo lavoro ben scritto e ottimamente reso.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/10/2019 alle 8:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Genitori quasi perfetti
15 ottobre 2019
“I Mostri” del XXI secolo presenterebbero di certo un italiano rigorosamente bio, che si arrabbia se lo si definisce omofobo ma che si preoccupa se il figliolo di otto anni si traveste da Donatella Rettore per ballare e cantare “Il cobra non è un serpente”. Oggi come nel ’63 siamo tutti come la animatrice che vomita una filippica contro i mediocri genitori che ha di fronte e non si rende conto di essere destinata a fare la stessa loro fine. Il suo compagno l’ha abbandonata non appena avuta la notizia che sta per diventare padre: anche per lei si prospetta una famiglia monoparentale in un mondo in cui se due genitori convivono è perchè hanno il medesimo sesso.

I meccanismi della risata sono immutati dai tempi di Aristofane ad oggi, ed è sempre di noi che parla la fabula. La commedia all’italiana è ancora viva e in salute, descrive sempre con acidità le nostre imperfezioni. Forse si distingue per l’illusione che i malvagi siano gli altri. In questo film, realizzato quasi esclusivamente in un interno e basato su una idea molto teatrale, la perdita di acqua dal soffitto dapprima si nota a malapena, poi cresce progressivamente fino allo scroscio finale (tra l’altro sul preludio dell’Oro del Reno!) immagine dello scrostarsi della vernice che copre la parte inconfessabile di noi stessi.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/10/2019 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La mafia non è più quella di una volta
6 ottobre 2019
Il giorno in cui la Palermo ufficiale ricorda il venticinquesimo anniversario della morte di Falcone e Borsellino Franco Maresco prende insulti e improperi dalle persone comuni cui chiede un’opinione sui due giudici. “Avrai scelto male – o apposta – i tuoi intervistati” gli dice l’amica e fotografa Letizia Battaglia. Anche lei però non riesce a trovare un intervistato disposto a parlare dei caduti di mafia.

Al quartiere ZEN, Ciccio Mira, organizzatore di spettacoli neo-melodici, accusato di aver inviato ai detenuti messaggi in codice tramite la propria tv privata, sta preparando uno spettacolo commemorativo di Falcone e Borsellino. Quando si viene al dunque però nessuno direbbe “Abbasso la mafia!” neppure se la richiesta venisse dal Signore stesso. E per lo stesso Mira, Falcone e Borsellino sono benemeriti per aver costruito dei giardinetti, la lotta alla mafia viene passata sotto silenzio. Ma anche questo non basta: mentre uno sparuto pubblico assiste al concerto, qualcuno invita gli organizzatori a lasciar perdere. I nostri obbediscono introducendo nella scaletta canzoni sugli eroici carcerati.

Ciccio Mira – ignaro che millantatore sia un termine dispregiativo – osserva che già ai tempi di Omero Nessuno aveva fatto del male al Ciclope. Mi domando una volta di più se le manifestazioni servano qualcosa. Una parte di me propende per il no, ma il fastidio con cui la popolazione accoglie questi discorsi sulla mafia mi spinge a credere che non tutto sia fiato sprecato.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 6/10/2019 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Bouvard e Pecuchet lo spettacolo teatrale
21 marzo 2019
Le avventure di Bouvard e Pecuchet finiscono sempre in catastrofi talmente gigantesche da poter essere contenute solo nel ristretto spazio di un libro: renderle visibili rischia di sminuire la portata cosmica di questi disastri.
Come se ciò non bastasse, il romanzo di Flaubert è incompiuto e volutamente frammentario, legato com’è a doppio filo al dizionario dei luoghi comuni.
Per tutti questi motivi Jerome Deschamps ha compiuto un’impresa straordinaria adattando per il teatro il capolavoro di Flaubert. E tutto è stato centrato alla perfezione: l’aspetto fisico dei protagonisti, uno allampanato e l’altro tracagnotto, la loro gestualità, il rapporto con i due comprimari, i giochi verbali, le citazioni delle diatribe filosofiche dei due statali in pensione.
Perfino l'incendio del raccolto e l'esplosione delle conserve risultano credibili e sollevano le immancabili risate del pubblico
Il divertimento è assicurato e continuo, la vis comica di Flaubert è ovunque, evidentissima e dissacrante, oggi come ieri: mi piacerebbe conoscere qualcuno che non abbia mai udito le banalità che i nostri eroi pronunciano sulla bellezza della vita in campagna o – come si usa adesso – sul valore del bio.

Il video dello spettacolo è disponibile su Youtube e Culturebox.


Mi piace meno il grande affresco dedicato all’Assunzione che domina il coro, mentre non sono privi di interesse i paramenti di Monsignore che, come i suoi colleghi salisburghesi, aveva il suo bel passaggio segreto che gli permetteva di arrivare da casa in chiesa senza farsi vedere dai fedeli.
Ma la gloria del mondo non passa facilmente: alla sua morte il vescovo ha fondato l’ospizio per anziani che ne ha tramandato il nome anche ai pavesi del ventunesimo secolo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/3/2019 alle 1:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I tre volti di Jafar Panahi
2 marzo 2019
Il primo volto è di una ragazzina che sta riprendendo con il cellulare il proprio suicidio: meglio morire che rinunciare al sogno di essere attrice.
 
Il secondo volto è dell'attrice cui è stato inviato il video. E' una donna fatta, graziosa, con capelli tinti di un rosso acceso, che sbucano dal velo di ordinanza.
 
Il terzo volto è del regista, Jafar Panahi. Rimane a lungo nascosto: prima se ne ascolta la voce fuoricampo, poi lo si intravede in distanza fuori dall'auto. E solo quando siamo ben addentrati nel film egli compare a noi.
 
Attorno immagini di contorno: contadini e pastori, gli abitanti di un villaggio sperduto in mezzo alle montagne, collegato al resto del mondo da uno sterrato in cui passa a senso unico alternato. Un mondo che vuole essere poverissimo: la ragazzina ribelle non si contenta di voler fare l'attrice, prende addirittura la pala per allargare la strada. E viene bloccata, perchè il suo è un attentato ad un ordine che nessuno intende mutare. Sono necessarie regole, dice un contadino a Panahi. Ma l'unica regola non è quella dei colpi di clacson che avvisano della presenza di una vettura in arrivo è il "nulla cambia".
 
Sullo sfondo la rivoluzione iraniana che ha fatto piazza pulita degli idoli del cinema del passato, ridotti all'esilio o alla solitudine - e alla proscrizione - del villaggio montano.
 
E nonostante tutto questo ci sono nella ragazzina aspirante attrice una incontenibile voglia di cambiamento e di aprirsi al mondo che - probabilmente - origina la proscrizione del film dai cinema iraniani.
 
Uno spettatore mi ha detto che l'unica differenza rispetto ai film cecoslovacchi che si vedevano negli anni settanta è che per lo meno questo è a colori. Non è del tutto sbagliato. Però mi piace la possibilità di lanciare uno sguardo su un mondo lontano dal nostro.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/3/2019 alle 8:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Roma - Tutte le donne di Cuaròn
11 febbraio 2019
Tra la domestica india Clea e la sua datrice di lavoro, l'ispanica Sofia, c'è la stessa distanza che esiste tra noi e l'aereo che solca il cielo nell'ultima inquadratura.
 
Però entrambe le donne sono vittime dei propri uomini: Clea viene lasciata da Fermìn il quale non si vuole occupare della bimba che deve nascere; Antonio abbandona Sofia e i figli senza neanche occuparsi degli alimenti per seguire l'amante.
 
Eppure queste donne sono forti, molto più dei loro partner. Ne avevamo avuto sentore al campo di allenamento di arti marziali, dove l'unica persona in grado di ripetere esattamente l'esercizio del maestro è proprio la nostra Clea - per giunta in stato interessante. Non importa se i bimbi sono di un'altra donna: l'atavismo femminile entra in gioco e spinge la giovane india a vincere la paura e gettarsi in mare a salvare i figli di Sofia.
 
Questo film di Alfonso Cuaròn è un canto alla solidarietà tra donne: Sofia, pur consapevole che verranno tempi duri dal punto di vista economico, non pensa un attimo di abbandonare al suo destino la domestica e la conduce da un medico; la nonna Teresa va con Clea a comprare la culla per il nascituro, contratta per avere uno sconto, corre in clinica per soccorrere la ragazza cui si sono rotte le acque.
 
E poi... questi uomini servono davvero? Clea e Sofia sono pronte a rifarsi una vita, i bambini - passato il primo sconcerto hanno già dimenticato il mondo di Antonio e sono pronti alle avventure nuove che li aspettano.
 
Cuaròn non ha fretta: inquadrature ampie, movimenti di camera solenni e posati, infinita pazienza nel mostrare l'ambiente in cui si svolge la storia. Cuaròn si prende tutto il tempo che gli serve per esporre il suo argomento. Ma non addormenta: non mi sono neanche accorto che si superano le due ore di visione.
 
E' suggestiva la scelta di usare un bianco e nero a forti contrasti, con parco uso del grigio e immagini nette e distinte come quelle che consente la tecnica di ripresa digitale.
 
Grande cinema, proposto in lingua originale con sottotitoli.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/2/2019 alle 8:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le "quattro" sorelle di Cechov
17 gennaio 2019
Ho rivisto un vecchio filmato delle Tre sorelle di Cechov.
Lo ho fatto tenendo ben presente che Nabokov, nel suo romanzo "Ada", sostiene che le sorelle in realtà sono quattro.
Immagino che la D'Artagnan della situazione sia Natalia, giovane che si presenta come una stupida ma che in seguito persegue con decisione e spietatezza i propri obiettivi. Simile al cuculo, si è installata nel nido delle cognate per cacciarle da esso. Alla fine, la vittoria è sua: padrona della casa, con progetti di abbattere questo giardino dei ciliegi. Non è che Natalia sia analoga a Zeno Cosini? Una persona che finge di essere tonta per nascondere i propri reali obiettivi? Ha eliminato la serva che, a causa dell'età, ora dovrebbe essere servita, lasciandole seguire Olga - direttrice suo malgrado; Irina fugge per diventare maestra. E Mascia si ritira con il marito insignificante, insegnante limitato, felice cornuto - non meno fallito dello sposo di Natalia, diviso tra bottiglia e gioco.
Gli idealisti hanno lasciato - il comandante parte per una nuova guarnigione, il barone è sepolto come Lensky.
Se ne va anche il dottore beone, uno di quei simpatici gaglioffi di cui è piena la letteratura russa. Ma lui pensa - di qui a un anno - di tornare da pensionato. Ne vale la pena? Di tutto il mondo che egli lascia oggi non sarà rimasto nulla. Se non la sorellastra-cuculo, che forse è l'unica ad aver capito come gira la vita, che bisogna cioè essere egoisti e cinici. Forse mi sbaglio... ma con il dottore potrebbe formare una coppia formidabile.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 17/1/2019 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
"Il verdetto" di Emma Thompson
31 ottobre 2018
La giudice Maye, benchè abituata ad emettere sentenze su casi molto controversi, non sa che verdetto dare su un testimone di Geova che, a pochi mesi dal raggiungimento della maggiore età, rifiuta una trasfusione.
 
 
A rendere difficile questa sentenza non è il caso in sè - i precedenti sono tutti a favore del trattamento sanitario coatto - ma lo scoppio di una concomitante bomba privata: il marito del giudice, stufo di essere un soprammobile - e forse neanche dei più belli - di casa Maye, le ha annunciato che intende cornificarla con una ragazza che potrebbe essere sua figlia.
 
Così tutte le certezze diventano friabili. E nessun verdetto è mai definitivo. Esiste sempre una seconda occasione con cui confrontarci ed in cui cambiare idea, perchè il mondo non è bianco e nero.
 
Il film, sceneggiato da Ian McEwan a partire dal suo stesso romanzo "La ballata di Adam Henry" mi è piaciuto tantissimo. Emma Thompson è ancora più carina che da giovane, specie quando nel finale si presenta infradiciata e sfatta, con almeno vent'anni in più sulle spalle. E' un delizioso miscuglio di "dama di ferro" (questo è un film da vedersi rigorosamente in versione originale. Immagino la pronuncia posh di questa gente che vive nel Temple) e di umana fragilità.
 
Stanley Tucci - il marito Jack - riesce ad essere all'altezza della sua superlativa partner, un bel miscuglio di maldestra passione e fedeltà. Impressionante Fionn Whitehead (Adam Henry).
 
Le promesse di un grande cast (e di una signora produzione - la BBC) sono del tutto rispettate.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 31/10/2018 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tutti in piedi: handicap all'acqua di rose
27 ottobre 2018
Sì, sono prevenuto. Un film francese riceve da me la benevola comprensione che rifiuto ad un analogo prodotto statunitense. Questo "Tutti in piedi" usa i topoi della commedia hollywoodiana: un duro e cinico uomo potente diventa migliore grazie all'amore di una fanciulla di un mondo diverso dal suo. Miele, lacrimuccie, situazioni assurde ed inverosimili conducono all'inevitabile lieto fine. Rispetto agli americani i nostri francesi danno per normale e positivo che il protagonista Jocelyn affondi lo sguardo nel décolleté della piacente vicina di casa che, dal canto suo, risponde per le rime - cosciente e lusingata dall'attenzione ricevuta, ma al contempo distaccata quanto basta per pensare che questo signore, troppo anziano per lei, vada però benissimo per la sorella.
 
Tutti in piedi è realizzato bene, ha una ottima recitazione, Dubosc e la sua partner in carrozzella (la fantasticamente espressiva Alexandra Lamy) sono molto bravi e credibili. Perfino una parte secondaria come il prete di Lourdes è ben costruita.
 
Ma il soggetto è un'occasione mancata. Il confronto con Quasi amici - altro film che affronta il tema dell'handicap e dell'emarginazione - è impietoso. Non c'è la poesia dell'imparare a conoscere l'altro poco alla volta senza arrivare al colpo di scena finale per capire che si è diventati una coppia affiatata. Ed è questo rovesciamento narrativo che avrebbe potuto rendere logico ad esempio il cambio di atteggiamento del protagonista verso la segretaria.
 
Ciò che rimprovero in definitiva a questo Tutti in piedi è di seguire troppo i moduli narrativi d'oltre-Atlantico, poveri di sfumature e superficiali.
 
Il film è divertente, piacevole, ma niente di più - è già il remake americano di se stesso.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/10/2018 alle 8:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
marzo