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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Bouvard e Pecuchet lo spettacolo teatrale
21 marzo 2019
Le avventure di Bouvard e Pecuchet finiscono sempre in catastrofi talmente gigantesche da poter essere contenute solo nel ristretto spazio di un libro: renderle visibili rischia di sminuire la portata cosmica di questi disastri.
Come se ciò non bastasse, il romanzo di Flaubert è incompiuto e volutamente frammentario, legato com’è a doppio filo al dizionario dei luoghi comuni.
Per tutti questi motivi Jerome Deschamps ha compiuto un’impresa straordinaria adattando per il teatro il capolavoro di Flaubert. E tutto è stato centrato alla perfezione: l’aspetto fisico dei protagonisti, uno allampanato e l’altro tracagnotto, la loro gestualità, il rapporto con i due comprimari, i giochi verbali, le citazioni delle diatribe filosofiche dei due statali in pensione.
Perfino l'incendio del raccolto e l'esplosione delle conserve risultano credibili e sollevano le immancabili risate del pubblico
Il divertimento è assicurato e continuo, la vis comica di Flaubert è ovunque, evidentissima e dissacrante, oggi come ieri: mi piacerebbe conoscere qualcuno che non abbia mai udito le banalità che i nostri eroi pronunciano sulla bellezza della vita in campagna o – come si usa adesso – sul valore del bio.

Il video dello spettacolo è disponibile su Youtube e Culturebox.


Mi piace meno il grande affresco dedicato all’Assunzione che domina il coro, mentre non sono privi di interesse i paramenti di Monsignore che, come i suoi colleghi salisburghesi, aveva il suo bel passaggio segreto che gli permetteva di arrivare da casa in chiesa senza farsi vedere dai fedeli.
Ma la gloria del mondo non passa facilmente: alla sua morte il vescovo ha fondato l’ospizio per anziani che ne ha tramandato il nome anche ai pavesi del ventunesimo secolo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/3/2019 alle 1:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I tre volti di Jafar Panahi
2 marzo 2019
Il primo volto è di una ragazzina che sta riprendendo con il cellulare il proprio suicidio: meglio morire che rinunciare al sogno di essere attrice.
 
Il secondo volto è dell'attrice cui è stato inviato il video. E' una donna fatta, graziosa, con capelli tinti di un rosso acceso, che sbucano dal velo di ordinanza.
 
Il terzo volto è del regista, Jafar Panahi. Rimane a lungo nascosto: prima se ne ascolta la voce fuoricampo, poi lo si intravede in distanza fuori dall'auto. E solo quando siamo ben addentrati nel film egli compare a noi.
 
Attorno immagini di contorno: contadini e pastori, gli abitanti di un villaggio sperduto in mezzo alle montagne, collegato al resto del mondo da uno sterrato in cui passa a senso unico alternato. Un mondo che vuole essere poverissimo: la ragazzina ribelle non si contenta di voler fare l'attrice, prende addirittura la pala per allargare la strada. E viene bloccata, perchè il suo è un attentato ad un ordine che nessuno intende mutare. Sono necessarie regole, dice un contadino a Panahi. Ma l'unica regola non è quella dei colpi di clacson che avvisano della presenza di una vettura in arrivo è il "nulla cambia".
 
Sullo sfondo la rivoluzione iraniana che ha fatto piazza pulita degli idoli del cinema del passato, ridotti all'esilio o alla solitudine - e alla proscrizione - del villaggio montano.
 
E nonostante tutto questo ci sono nella ragazzina aspirante attrice una incontenibile voglia di cambiamento e di aprirsi al mondo che - probabilmente - origina la proscrizione del film dai cinema iraniani.
 
Uno spettatore mi ha detto che l'unica differenza rispetto ai film cecoslovacchi che si vedevano negli anni settanta è che per lo meno questo è a colori. Non è del tutto sbagliato. Però mi piace la possibilità di lanciare uno sguardo su un mondo lontano dal nostro.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/3/2019 alle 8:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Roma - Tutte le donne di Cuaròn
11 febbraio 2019
Tra la domestica india Clea e la sua datrice di lavoro, l'ispanica Sofia, c'è la stessa distanza che esiste tra noi e l'aereo che solca il cielo nell'ultima inquadratura.
 
Però entrambe le donne sono vittime dei propri uomini: Clea viene lasciata da Fermìn il quale non si vuole occupare della bimba che deve nascere; Antonio abbandona Sofia e i figli senza neanche occuparsi degli alimenti per seguire l'amante.
 
Eppure queste donne sono forti, molto più dei loro partner. Ne avevamo avuto sentore al campo di allenamento di arti marziali, dove l'unica persona in grado di ripetere esattamente l'esercizio del maestro è proprio la nostra Clea - per giunta in stato interessante. Non importa se i bimbi sono di un'altra donna: l'atavismo femminile entra in gioco e spinge la giovane india a vincere la paura e gettarsi in mare a salvare i figli di Sofia.
 
Questo film di Alfonso Cuaròn è un canto alla solidarietà tra donne: Sofia, pur consapevole che verranno tempi duri dal punto di vista economico, non pensa un attimo di abbandonare al suo destino la domestica e la conduce da un medico; la nonna Teresa va con Clea a comprare la culla per il nascituro, contratta per avere uno sconto, corre in clinica per soccorrere la ragazza cui si sono rotte le acque.
 
E poi... questi uomini servono davvero? Clea e Sofia sono pronte a rifarsi una vita, i bambini - passato il primo sconcerto hanno già dimenticato il mondo di Antonio e sono pronti alle avventure nuove che li aspettano.
 
Cuaròn non ha fretta: inquadrature ampie, movimenti di camera solenni e posati, infinita pazienza nel mostrare l'ambiente in cui si svolge la storia. Cuaròn si prende tutto il tempo che gli serve per esporre il suo argomento. Ma non addormenta: non mi sono neanche accorto che si superano le due ore di visione.
 
E' suggestiva la scelta di usare un bianco e nero a forti contrasti, con parco uso del grigio e immagini nette e distinte come quelle che consente la tecnica di ripresa digitale.
 
Grande cinema, proposto in lingua originale con sottotitoli.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/2/2019 alle 8:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le "quattro" sorelle di Cechov
17 gennaio 2019
Ho rivisto un vecchio filmato delle Tre sorelle di Cechov.
Lo ho fatto tenendo ben presente che Nabokov, nel suo romanzo "Ada", sostiene che le sorelle in realtà sono quattro.
Immagino che la D'Artagnan della situazione sia Natalia, giovane che si presenta come una stupida ma che in seguito persegue con decisione e spietatezza i propri obiettivi. Simile al cuculo, si è installata nel nido delle cognate per cacciarle da esso. Alla fine, la vittoria è sua: padrona della casa, con progetti di abbattere questo giardino dei ciliegi. Non è che Natalia sia analoga a Zeno Cosini? Una persona che finge di essere tonta per nascondere i propri reali obiettivi? Ha eliminato la serva che, a causa dell'età, ora dovrebbe essere servita, lasciandole seguire Olga - direttrice suo malgrado; Irina fugge per diventare maestra. E Mascia si ritira con il marito insignificante, insegnante limitato, felice cornuto - non meno fallito dello sposo di Natalia, diviso tra bottiglia e gioco.
Gli idealisti hanno lasciato - il comandante parte per una nuova guarnigione, il barone è sepolto come Lensky.
Se ne va anche il dottore beone, uno di quei simpatici gaglioffi di cui è piena la letteratura russa. Ma lui pensa - di qui a un anno - di tornare da pensionato. Ne vale la pena? Di tutto il mondo che egli lascia oggi non sarà rimasto nulla. Se non la sorellastra-cuculo, che forse è l'unica ad aver capito come gira la vita, che bisogna cioè essere egoisti e cinici. Forse mi sbaglio... ma con il dottore potrebbe formare una coppia formidabile.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 17/1/2019 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
"Il verdetto" di Emma Thompson
31 ottobre 2018
La giudice Maye, benchè abituata ad emettere sentenze su casi molto controversi, non sa che verdetto dare su un testimone di Geova che, a pochi mesi dal raggiungimento della maggiore età, rifiuta una trasfusione.
 
 
A rendere difficile questa sentenza non è il caso in sè - i precedenti sono tutti a favore del trattamento sanitario coatto - ma lo scoppio di una concomitante bomba privata: il marito del giudice, stufo di essere un soprammobile - e forse neanche dei più belli - di casa Maye, le ha annunciato che intende cornificarla con una ragazza che potrebbe essere sua figlia.
 
Così tutte le certezze diventano friabili. E nessun verdetto è mai definitivo. Esiste sempre una seconda occasione con cui confrontarci ed in cui cambiare idea, perchè il mondo non è bianco e nero.
 
Il film, sceneggiato da Ian McEwan a partire dal suo stesso romanzo "La ballata di Adam Henry" mi è piaciuto tantissimo. Emma Thompson è ancora più carina che da giovane, specie quando nel finale si presenta infradiciata e sfatta, con almeno vent'anni in più sulle spalle. E' un delizioso miscuglio di "dama di ferro" (questo è un film da vedersi rigorosamente in versione originale. Immagino la pronuncia posh di questa gente che vive nel Temple) e di umana fragilità.
 
Stanley Tucci - il marito Jack - riesce ad essere all'altezza della sua superlativa partner, un bel miscuglio di maldestra passione e fedeltà. Impressionante Fionn Whitehead (Adam Henry).
 
Le promesse di un grande cast (e di una signora produzione - la BBC) sono del tutto rispettate.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 31/10/2018 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tutti in piedi: handicap all'acqua di rose
27 ottobre 2018
Sì, sono prevenuto. Un film francese riceve da me la benevola comprensione che rifiuto ad un analogo prodotto statunitense. Questo "Tutti in piedi" usa i topoi della commedia hollywoodiana: un duro e cinico uomo potente diventa migliore grazie all'amore di una fanciulla di un mondo diverso dal suo. Miele, lacrimuccie, situazioni assurde ed inverosimili conducono all'inevitabile lieto fine. Rispetto agli americani i nostri francesi danno per normale e positivo che il protagonista Jocelyn affondi lo sguardo nel décolleté della piacente vicina di casa che, dal canto suo, risponde per le rime - cosciente e lusingata dall'attenzione ricevuta, ma al contempo distaccata quanto basta per pensare che questo signore, troppo anziano per lei, vada però benissimo per la sorella.
 
Tutti in piedi è realizzato bene, ha una ottima recitazione, Dubosc e la sua partner in carrozzella (la fantasticamente espressiva Alexandra Lamy) sono molto bravi e credibili. Perfino una parte secondaria come il prete di Lourdes è ben costruita.
 
Ma il soggetto è un'occasione mancata. Il confronto con Quasi amici - altro film che affronta il tema dell'handicap e dell'emarginazione - è impietoso. Non c'è la poesia dell'imparare a conoscere l'altro poco alla volta senza arrivare al colpo di scena finale per capire che si è diventati una coppia affiatata. Ed è questo rovesciamento narrativo che avrebbe potuto rendere logico ad esempio il cambio di atteggiamento del protagonista verso la segretaria.
 
Ciò che rimprovero in definitiva a questo Tutti in piedi è di seguire troppo i moduli narrativi d'oltre-Atlantico, poveri di sfumature e superficiali.
 
Il film è divertente, piacevole, ma niente di più - è già il remake americano di se stesso.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/10/2018 alle 8:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ficarra, Picone ed Aristofane
8 settembre 2018
Ci voleva il duo Ficarra e Picone perchè Raiuno offrisse in prima serata, il sabato sera, una commedia di Aristofane. E con due milioni di spettatori si è pure confermato che la cultura non ha bisogno di essere banalizzata per avere un mercato.
 
E non è che Aristofane sia un piatto semplice da digerire. La commedia di costumi di Molière o la storia a lieto fine di Shakespeare funzionano sempre. Un teatro che bagna nell'attualità e nel riferimento alla cronaca condanna invece un testo alla rapida senescenza. Crozza non può più proporre le imitazioni di cinque anni fa, figuriamoci quelle di alcuni millenni or sono.
 
Dioniso scende nell'Ade per recuperare Euripide, vista la mediocrità dei tragedi che sono rimasti ad Atene. Quando però si trova di fronte le anime degli scrittori del passato ha un attimo di resipiscenza e si riporta in vita Eschilo. Non c'è solo la critica letteraria ma anche l'attacco al decadimento della vita civile di Atene. Il linguaggio di Eschilo appare così astruso e inusitato perchè si è impoverita la vita culturale - e quindi anche civile - degli ateniesi.
 
Suona strano? Cosa possiamo dire di un mondo in cui si pensa di risolvere problemi complessi in 140 caratteri e in cui l'analisi è sostituita dal numero di like ai post di un social? L'analfabetismo di ritorno di messaggi sgrammaticati e dall'ortografia inesistente è lo stesso dei degradati concittadini di Aristofane che non riescono a capire la lingua di Eschilo. Ed anche i personaggi semplici presentati da Euripide non sono poi così diversi dai ministri e parlamentari che cercano un facile consenso essendo come noi. La decadenza culturale e politica vanno di pari passo.
 
Mi piacciono Ficarra e Picone. Hanno una comicità che mi rattrista, perchè dipingono la piccolezza del nostro oggi. Ora legale, mesta parabola di un paese che pretende di imporre la legalità agli altri per continuare impunito il proprio malaffare; Andiamo a quel paese ritratto di un Italia di vecchi sfruttati per le loro pensioni... e adesso queste Rane sgangherate e picaresche in cui i tragedi vengono pesati come in un X-Factor ellenico.
 
Forse aggiornare situazioni e nomi dei demagoghi citati da Aristofane avrebbe violato la lettera del testo, avrebbe forse caricato troppo le spalle dei due volenterosi - e bravi - artisti alle prese con la commedia antica, magari avrebbe anche imposto una lettura di parte. Però forse non sarebbe stato del tutto contrario allo spirito di un lavoro che ci parla ancora.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/9/2018 alle 9:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Eracle di Euripide a Siracusa con Emma Dante (2018)
13 luglio 2018
Potrei dire dell'Eracle euripideo quanto Striggio scrive di Orfeo "...vinse l'inferno e vinto poi fu dagli affetti suoi". Riconosco anche i vecchi tebani del coro, il cui stupore riecheggia le interviste in cui i vicini di casa spiegano al giornalista che il signor Eracle era una persona perbene, educata e tranquilla e la sua una famiglia modello che non faceva parlare di sè.
eracle
 
Euripide è però vieux jeu nella spiegazione che offre alla strage di moglie e figli da parte di Eracle. Bisogna compatirlo: alla sua epoca si pensava che gli Dei punissero il mortale che si fosse montata la testa per aver superato dodici fatiche e - da ultimo - ucciso pure il tiranno Lico. Erano tempi in cui si sarebbe giudicato imbecille il filosofo convinto che il mondo è retto da una "tecnica" che si auto-alimenta in un processo infinito.
 
Che Euripide avesse torto è mostrato da quanto la sua tragedia parli al pubblico di oggi, pure senza il mirabile allestimento di Emma Dante che Rai5 ha meritoriamente proposto ai suoi spettatori.
 
Una volta tanto la sedia a rotelle di prammatica per un regista moderno ha un senso e trasmette benissimo l'immagine della fragilità dell'anziano Anfitrione, obbligato dagli anni e dalla malattia ad essere semplice spettatore - e forse proprio per questo risparmiato dalla furia che invade la scena. Riuscita la scelta di affidare i ruoli di Eracle e Teseo a donne, alte e ben fatte, simili come fratelli (o sorelle? la finzione scenica obbliga a dimenticarmi che il ruolo è en travesti) e pure i figli di Eracle sono femmine. La Rabbia ha braccia metalliche, lunghe come il suo corpo. Tutt'attorno ai personaggi principali un corteo di musici e ballerini che evocano atmosfere di festa paesana niente affatto fuori luogo: la musica aveva un ruolo importante in queste rappresentazioni che erano il fulcro dell'auto-celebrazione di Atene.
 
Un bellissimo spettacolo, di grande impatto.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/7/2018 alle 6:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sono tornato: il Duce piomba nel XXI secolo
7 luglio 2018
Dal cespuglio di un giardino pubblico romano sbuca, in uniforme e fez, il Duce, Benito Mussolini. Ha ancora ai piedi la corda con cui è stato legato per venire appeso a piazzale Loreto. Ma si disfa in fretta di tutto questo. Esattamente come, una volta resosi conto di essere nel 2018, studia gli ultimi settant'anni e passa di storia patria per potersi integrare nella nostra epoca.
duce
 
Non fatica per niente: noi italiani siamo - parola sua - analfabeti oggi come allora. Il regista accosta i volti di vari politici, pure ancora in servizio attivo, a quello del Duce; conduce il nostro in viaggio per la penisola a raccogliere lamentele e proposte. Gli unici che sembrano freddi sono paradossalmente i neo-fascisti. Ma quando approda in televisione ("Ottimo strumento di propaganda", "Ma qui ci sono solo cuochi?") Mussolini spopola. Straniante l'inizio del talk-show in cui Benito rimane a lungo in silenzio: la nostra epoca disabituata al silenzio è esterrefatta all'idea di osservare per molto tempo una persona del tutto muta - che per altro, se guardiamo attentamente i filmati Luce, sapeva usare molto bene anche le pause per comunicare con la folla.
 
L'audience del talk-show comico e satirico non differisce dalla folla oceanica di piazza Venezia. E ovviamente crea altri imbarazzanti parallelismi tra comicità e politica
 
Mi aspettavo che prima o poi il Duce sarebbe ritornato da dove è venuto. Invece il film ce lo mostra passare trionfale per le strade di Roma, salutato romanamente ed osannato.
 
Una finzione?
 
Alcuni anni fa alla fortezza di Salisburgo gli attori in pausa di un film ambientato negli anni '30 allontanavano infastiditi ed imbarazzati i turisti che volevano una foto con il soldato nazista. Ignoranza? Indifferenza morale? Stupidità? Delusione per una democrazia che non riesce più a soddisfare i nostri desideri - giusti o sbagliati che siano?
 
Questo "Sono tornato" è un film che mi ha lasciato la bocca amara. Profetica la scena in cui la vecchia con l'Alzheimer riconosce il Duce e - da sopravvissuta alle persecuzioni razziali - gli vomita in faccia tutto il suo disprezzo e odio. Ma noi capiamo quello che è stato il fascismo? Tutto quello che è successo nel Ventennio? Stiamo con la vecchia o con gli ilari compatrioti a braccio alzato?
 
Non è possibile che sia un film, per quanto ben realizzato, a farci fare i conti con il passato - e con questo presente. Però può metterci di fronte a uno specchio. E non è colpa sua se ci propone un'immagine niente affatto lusinghiera.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/7/2018 alle 5:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Chez nous (A casa nostra): il "populismo" al cinema
18 marzo 2018
Pauline esita molto ad accettare la candidatura alle comunali sotto la bandiera di Agnes Dorgelle, leader politica in cui qualsiasi spettatore riconosce Marine Le Pen. Però si lascia convincere: il partito offre un'analisi esatta della situazione di una ex-roccaforte rossa, polverizzata da una crisi economica retta da una spietata burocrazia europea in combutta con la finanza.
 
Peccato che il lupo perda il pelo ma non il vizio: Pauline deve riconoscere di aver dei compagni di strada violenti e spregiudicati, che stanno sfruttando la sua ingenuità ed il suo idealismo. Si ritira... per essere subito rimpiazzata dalla sua amica nel ruolo di candidato-sindaco.
 
Un film amaro, che ha suscitato in Francia molte polemiche, ma che potrebbe sollevare più di una riflessione - non solo nell'Esagono.
 
La prima è che Pauline è il classico rappresentante della società civile, una brava ragazza volenterosa, davvero interessata a migliorare la vita dei propri concittadini, cosciente dei propri limiti, sincera e pulita... ma sfruttata da persone senza scupoli che si muovono solo per il potere. O siamo così ingenui da pensare che siano solo i partiti "populisti" a trattare il candidato come un prodotto da piazzare nel mercato elettorale?
 
La seconda è che abbiamo lasciato sdoganare frasi - e di conseguenza comportamenti - che un tempo non avremmo neanche osato pensare. Abbiamo lasciato risorgere la violenza, prima verbale, poi anche fisica, nell'illusione che la storia non si ripeta. Abbiamo abbassato la guardia, se non altro perchè - terza riflessione - il degrado socio-economico delle nostre periferie non viene preso in considerazione dai partiti mainstream, impegnati a dirci che sta andando tutto bene e a gonfie vele e talmente chiusi nel loro di fantasia da non capire come mai continuano a venire sfiduciati da un elettorato che invariabilmente non ha capito.
 
Per il soggetto trattato questo Chez Nous è un film impegnato politicamente, anche se non ha mai la supponenza didascalica che trovo per esempio in gente come Ken Loach. Riconosco la grande qualità della recitazione e del piglio narrativo a cui mi ha abituato il cinema francese.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/3/2018 alle 8:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Figlia mia
10 marzo 2018
Figlia mia presenta un triangolo fra la piccola Vittoria e le due madri: quella di sangue, Angelica, e la putativa Tina. I maschi sono gli amanti che passano come ombre sul corpo di Angelica e il marito di Tina. Quest'ultimo è un brav'uomo che con buonsenso osserva l'inutilità di una fuga con la bimba: la madre vera continuerebbe ad esercitare i diritti sulla figlia. Non comprende però l'esclusività del sentimento che lega la moglie a Vittoria, così che si condanna a restare sullo sfondo di questo affare di donne.
 
figlia
 
E' un'ora e mezza che si dipana lentamente, che prepara con pazienza lo scoppio del conflitto, la tragedia delle aspettative inconciliabili che le due madri continuano ad avere sulla medesima persona - i cui sentimenti sono maltrattati da un amore materno in cui si mescola, come spesso avviene, una buona dose di egoismo. Angelica e Tina antepongono il bene della figlia al loro desiderio di realizzarsi in lei. Non si chiedono quanto il loro personale interesse danneggi l'amor proprio di una bimbetta che si sente abbandonata e/o caricata di aspettative esagerate.
 
Le attrici protagoniste sono estremamente brave, specie la più giovane, Sara Casu, che riesce nel ruolo molto difficile di Vittoria.



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Morto Stalin se ne fa un altro
4 marzo 2018
Il titolo "Morto Stalin se ne fa un altro" fa immaginare una commedia che ovviamente non può esserci: si sta parlando di una dittatura sanguinaria e della lotta senza esclusioni di colpi per nominare il despota che dovrà continuare l'eredità di Stalin, in modo forse meno cruento, ma ugualmente duro e imperturbabile nella burocratica gestione del male.
 
stalin
 
Chi conosce Sostakovich sa però che se non si può fare commedia sul male insito nel comunismo è sempre a disposizione l'arma dello sberleffo, del ghigno grottesco e deformante, come le musiche di Cajkovskij alterate in modo spettrale nella stupenda colonna sonora. E allora il film offre il sorriso sarcastico ed amaro della spontanea disperazione dei compagni del comitato centrale di fronte alla salma dell'ingrigito Stalin (mi vengono in mente le comparse che esultano guardando di sottecchi Kim Jong Un che ha appena lanciato un nuovo missile sul Pacifico), un Nikita Kruscev sosia di Homer Simpson, oppure il generale pieno di tintinnanti medaglie Zukov.
 
Certo, non bisogna mai dimenticare che queste nullità hanno realmente causato sofferenze, morti e distruzioni e provocato danni irreparabili. Pensiamo però che Napoleone e la sua cricca fossero tanto meglio delle marionette messe in scena da Armando Iannucci? Mi viene in mente il Riccardo III di Shakespeare che domanda un cesto di fragole poco prima di eliminare Buckingham: è la stessa miscela agrodolce che domina questo film.
 
Peccato che un lavoro così interessante scivoli poi sulla sciatteria di cartelli e nastri commemorativi scritti in inglese, come sul Gyorgy pronunciato all'anglosassone.
 
Questo Stalin va visto, specie oggi che ridendo e scherzando la democrazia si sta restringendo a macchia d'olio.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/3/2018 alle 7:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ziad Doueiri - L'insulto (Libano 2017)
17 febbraio 2018
In Medio Oriente dare del cane a una persona costituisce un grave insulto. Se poi è il palestinese Yasser ad offendere un cristiano-libanese le cose possono sfuggire facilmente di mano. Toni, il cristiano, ha dei tratti da carattero-patico border... pretende le scuse del palestinese. Questi le presenta, ma non nel modo dovuto. Allora è Toni ad affermare che Sharon avrebbe fatto meglio a sterminare i palestinesi. Con un pugno allo stomaco partono anche due costole di Toni cui viene un pneumotorace. Sono così a rischio di vita Toni, sua moglie e la figlioletta che nasce prematura... Dato che la corte d'Assise proscioglie il palestinese si va in appello, dove si scontrano avvocati di prima grandezza dietro ai quali si intravedono questioni politiche e sociali irrisolte. Scontri in piazza tra le fazioni in cui è divisa la società libanese, perfino il presidente della repubblica convoca i due supplicandoli di riconciliarsi. La soluzione è affidata a un dibattimento da cui salta fuori che entrambe le parti hanno ugualmente sofferto per un passato di soprusi. Toni e Yasser sono entrambi vittime di giochi superiori a loro.
 
Il passato non si può modificare, bisogna trovare la forza di accettarlo e di voltare pagina. Questo il messaggio espresso da Insulto. Un film che può essere apprezzato anche da chi - come me - conosce pochissimo della realtà libanese. E una parabola universalmente valida: la pellicola mostra che basta davvero poco perchè due nemici acerrimi trovino un modus vivendi, che il più delle volte le divisioni sono nella nostra immaginazione e non corrispondono ad alcuna realtà esterna, anzi siamo tutti come i capponi che Renzo conduce dall'Azzeccagarbugli.
 
Ed in un'Italia dilaniata da una mediocre campagna elettorale ci viene spiattellata sul muso la terribile potenza delle parole - non solo l'insulto cane, ma tutto l'incitamento propagandistico contro l'altro.
 
Mi piace assistere a spettacoli che raccontano la vita di luoghi e persone lontani, ai margini della nostra percezione. Qui abbiamo un regista capace, con dei buoni attori. Ritmo vivace, narrazione coinvolgente, che commuove... ma anche la capacità di mostrare che queste vicende di un mondo periferico toccano da vicino anche la rassicurante - e fallace - tranquillità del viver nostro occidentale.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 17/2/2018 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Dino Risi - La stanza del vescovo
11 febbraio 2018
Il disdegno con cui accolgo la varietà di espressioni facciali di Ornella Muti è pari all'apprezzamento che ho per le sue doti fisiche. E dire che mentre si masturba davanti allo specchio la Muti sembra proprio una di quelle estatiche donne che Luini, ben conscio -  a detta di Piero Chiara - della sensualità delle proprie conterranee, aveva riprodotto sulla tela.
 
Ovviamente Risi chiede alla Muti solo di mostrare il proprio personale: la recitazione tocca ad altri, nella fattispecie a Ugo Tognazzi, del tutto a suo agio nel ruolo del viveur di provincia, volgare, sfacciato ma in fondo irresistibile, visto che batte regolarmente il ben più giovane e fisicamente dotato Marco Maffei. E' il solito personaggio di Tognazzi, sucida mescolanza di miseria e nobiltà, che torreggia su Maffei (un altro a cui si chiede solo di essere bello) e che diventa il sole attorno a cui ruotano tutti gli altri personaggi, anche quando sono interpretati da fuoriclasse come Piero Mazzarella.
 
E' bella l'atmosfera del lago, la capacità di creare un film che non sfigura di fronte a Piero Chiara.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/2/2018 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La mafia uccide solo d'estate
7 febbraio 2018
All'inizio del film l'indimenticabile brano di "Bontà loro" (un antesignano di "Porta a Porta") in cui Andreotti confida a Maurizio Costanzo e a qualche milione di italiani di aver fatto la dichiarazione d'amore alla futura moglie... in un cimitero. Come il presentatore televisivo Corrado, Andreotti con la sua serafica perfidia mista ad un mellifluo sarcasmo intriso di understatement trasteverino ha sedotto tanti adulti in età di voto. Perchè non avrebbe potuto innamorare anche un bambino? Mentre i coetanei del piccolo Arturo si interessano a calciatori e cowboy lui preferisce idolatrare il leader democristiano.
 
Difficile dire in cosa Arturo sia diverso dai genitori, incuranti della contraddizione che c'è tra dire che la mafia non esiste e rimorchiare la bella compagna di classe promettendole l'incontro con un mafioso. Come gli adulti, anche Arturo non mette in discussione il potere e si immagina che il giornalista sia semplicemente il portavoce di chi comanda. E dire ad Alberto Dalla Chiesa che si è sbagliato di regione perchè la delinquenza è altrove - in Campania o in Puglia - è ciò che fanno ancora oggi tanti italiani convinti che la casta sia altrove, che i privilegi insopportabili da tagliare siano quelli degli altri...
 
Per questo, pur avendo apprezzato questo film non condivido completamente il finale ottimista: a mio avviso la lotta alla mafia e la conversione alla legalità non si compiono davanti a lapidi e monumenti, ma nella fatica del quotidiano, nel decidere che vale la pena rinunciare per il bene comune ad un vantaggio momentaneo ed effimero.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/2/2018 alle 16:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
The Place di Paolo Genovese
20 novembre 2017
La scena è costituita da The Place, un caffè all'angolo di un incrocio trafficato. Ad un tavolo un uomo che, tra un'ordinazione e l'altra, riceve diverse persone che gli raccontano i loro desideri. E lui offre loro la possibilità di realizzarli a patto che...
 
... perchè quest'uomo prende appunti sulla sua agenda, come uno strizzacervelli,  la consulta e propone un patto: tu fai quello che io ti chiedo, far esplodere una bomba, compiere una rapina, uccidere una bambina, ma anche proteggere una bambina minacciata di morte, e tu avrai quello che chiedi. Non sei obbligato ad accettare il patto, puoi sempre tirarti dietro ma queste sono le condizioni.
 
Assurdo, surreale. Però avvincente perchè questa storia, al di là del mistero - non svelato - su chi sia il misterioso avventore del The Place, tocca l'enigma su ciò che ognuno di noi sarebbe capace di fare. Può essere la riedizione del quesito "accetteresti di diventare miliardario uccidendo, tramite un pulsante, uno sconosciuto cinese che vive dall'altra parte della terra?". Può essere anche il buchneriano "l'uomo è un abisso". Oppure la più banale constatazione che tutti noi compiamo quotidianamente azioni di cui ci ritenevamo incapaci, che c'è nel nostro io un serbatoio di potenzialità che eccedono di gran lunga la nostra immaginazione.
 
Il film tocca dunque molti tasti sensibili, senza dare risposte definitive, anzi, lasciandoci sbigottiti di fronte alle infinite combinazioni che il reale offre.
 
Il film è costruito in modo teatrale: la scena è unica - il bar The Place, con pochi scorci sull'ambiente esterno - relativamente pochi i personaggi. Un linguaggio semplice, alquanto lento, con un po' di gusto retro (il juke-box). Le storie ora corrono in modo parallelo, ora si intersecano - anche inaspettatamente. E come in ogni buona narrazione che si rispetti c'è la punta conclusiva che lascia il finale aperto e modifica il punto di vista dello spettatore, che si rende conto di come, in retrospettiva, le cose possano essere osservate da un angolo diverso da come il regista Genovese ce le ha presentate.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/11/2017 alle 7:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Maysaloun Hamoud - Libere disobbedienti innamorate
8 novembre 2017
Tre donne arabo-israeliane molto diverse tra di loro: un'avvocatessa perfettamente inserita nella società del paese, una DJ cristiana e una studentessa di informatica musulmana praticante. Uguale però è il loro nemico: non lo stato sionista ma i maschi.
 
L'avvocatessa è alle prese con un uomo che è solo apparentemente corretto e rispettoso della sua dignità. In realtà si vergogna di presentarla alla sorella e la vorrebbe meno disinvolta e libera. Il padre della DJ abbassa la maschera quando scopre che la ragazza è malata (leggi lesbica).
 
Quanto alla musulmana... sono sufficientemente anziano da ricordare le ipocrisie del nostro mondo cattolico di provincia. E forse questi atteggiamenti sono ancora presenti, neanche tanto sotto la cenere.
 
Maysaloun Hamoud scrive un film molto bello, raccontato con un piglio narrativo svelto ed animato. Non si fanno proclami e predicozzi. Si lascia che la storia parli da sola e giunga ad un pubblico distratto dalla scoperta dell'acqua calda hollywoodiana (abbiamo bisogno di Asia Argento per sapere che tante carriere, non solo cinematografiche, si fanno in camera da letto?).
 
Questo film ci ricorda che in molte realtà, anche moderne ed emancipate come è il caso di Israele (ma potrei scrivere anche Italia) la violenza e la negazione della dignità degli altri, magari ammantata da bei precetti religiosi, sono all'ordine del giorno.




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A spasso per Maastricht (NL)
9 agosto 2017
La chiesa di Nostra Signora a Maastricht non è l'unica chiesa dei Paesi Bassi a mostrare una facciata del tutto priva di ornamenti, una muraglia piatta ed impenetrabile. Si può proprio ben dire che il nostro Dio sia una salda fortezza. La pietra ha un caldo colore marrone e la piazza è circondata da alberi che ingentiliscono questa apparizione. L'interno però è cupo e severo.
 
Mi impegolo nelle stradine circostanti, passo il mulino ad acqua, bighellono tra piazzette linde e ordinate, fiancheggiate da case intonacate di bianco. Tutto tranquillo e placido... fino al mezzogiorno.
 
Alle dodici in punto tra campane e carillon c'è una vera e propria sinfonia. Io sono giunto a San Servazio, una chiesa di forma più tradizionale rispetto a Nostra Signora con un portale interamente dipinto. Lo sappiamo tutti che le statue che ci siamo abituati a veder bianche erano colorate. É relativamente insolito però che si ricostruiscano le cromie originali e che si mettano con tanta pignoleria anche le scritte nei cartigli. Per questo mi sento stupito come di fronte al primo Mozart "filologico" che ascoltai molti anni fa. Notevoli i confessionali in legno e il museo allestito prima dell'entrata.
 
A pochi passi San Giovanni, protestante e quindi con un interno spoglio che spinge alla preghiera, la Parola scritta sotto la tribuna dell'organo. Per i volenterosi una sostanziosa manciata di gradini permette di salire in cima alla torre per rimirare Maastricht dall'alto.
 
Sì, la piazza del municipio, con la sua forma ovale, ha una speciale magia vista a volo d'uccello. Ma io sono pigro e la percorro a livello del mare.



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Perfetti sconosciuti
29 gennaio 2017

Di sicuro questo "Perfetti sconosciuti" deve essere costato poco: è girato quasi esclusivamente all'interno di un appartamento. Il film segue uno schema teatrale collaudato, quello di un ambiente chiuso in cui poco alla volta si scaricano delle tensioni che portano alla dissoluzione della normalità e alla catastrofe. Vero che alla fine  ci accorgiamo che tutto quanto abbiamo visto non è affatto successo, è un "cosa sarebbe capitato se..." eppure anche questo espediente ha un valore catartico mostrando la fragilità dei nostri equilibri.

L'assunto di partenza è che i nostri telefonini sono più che un'appendice del nostro corpo, sono il nostro vero sancta sanctorum, il luogo in cui si trovano concentrati i nostri segreti - più nevralgico ancora della nostra testa perchè se nessuno è in grado di leggere nel pensiero altrui chiunque può sbirciare un messaggino su un telefono lasciato distrattamente in giro (uno dei personaggi significativamente ha l'abitudine di appoggiarlo sempre sul display).

Non crediamo che nessuno riesca ad essere senza segreti - se per questo non conosciamo interamente neanche noi stessi. Mettere alla prova ciò che nascondiamo agli altri, la parte oscura di noi ha conseguenze gravi, scioglie la convivenza sociale. Non è che non si percepisca il tradimento altrui (essere convocati alla partita di calcetto solo quando manca il portiere o avere un compagno donnaiolo), ma per convenzione si sceglie di far finta di niente, perchè il costo sociale del disvelamento della verità è maggiore del danno che si subisce tacendo.

Posso capire facilmente che questo film abbia avuto un grande successo al botteghino. Perfetti sconosciuti tocca temi che interessano chiunque, con il giusto ritmo narrativo - all'inizio tranquillo e lento, poi il crescendo che conduce a un fortissimo su cui si scioglie improvvisamente l'azione. Grande naturalezza nella recitazione, ambienti comuni e banali in cui ognuno possa riconoscere la propria esistenza. Un ottimo film.




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Anat Gov - Oh, mio Dio!
19 gennaio 2017

Nessuno prenderebbe sul serio una persona che afferma di essere Dio. Ella, una psicanalista, per giunta laica, ribatte subito a questo strano paziente "Non è possibile, tu non esisti".

Non sono certo alcuni trucchetti da illusionista paesano a convincerla. Però questo "Dio" conosce di lei pensieri, sentimenti, fatti intimi  noti solo a lei... Presto Ella si occupa con impegno del caso di Dio, questo personaggio che dopo aver parlato tantissimo per millenni, si è messo a tacere improvvisamente, dopo il fattaccio di...

No, non posso andare avanti a raccontare la trama di questa commedia arguta, utile e interessante per tutti, atei e non. Wikipedia mi informa che Anat Gov è una scrittrice di sinistra che ha rifiutato il funerale religioso. Sono i misteri di Dio, che si serve di un'atea perchè si tocchino temi cruciali anche per il credente: il silenzio di Dio, cosa è Dio per noi o - se preferiamo -  cosa è Dio tout-court, quali sono i rapporti tra bene e male, cosa significa la nostra esistenza - laica o di fede che essa sia.

Questa pièce teatrale smuove la coscienza obbligandola al sorriso, giocando sull'assurdità di un Dio  bisognoso di psicanalisi perchè caduto in crisi d'identità. Il tutto avendo sullo sfondo il dramma personale del figlio autistico di Ella. E' un personaggio muto ma niente affatto secondario, perchè la tragedia che il piccolo ha introdotto nella vita della psicanalista ha necessariamente influito sulla sua posizione nei confronti di Dio.

Un lavoro bellissimo che mi fa sperare di incontrare altre opere di questa Anat Gov - purtroppo morta neanche sessantenne pochi anni fa.

 



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Sogno di una notte di mezza estate
21 dicembre 2016

Il pazzo, l'innamorato e il poeta vengono messi sul medesimo piano da Teseo. Tutti hanno una visione distorta della realtà e trasformano un arbusto in un orso. Non che noi pubblico siamo messi meglio: come ai personaggi di questo dramma ci viene chiesto nell'epilogo di fare come se, avendo sonnecchiato qualche ora, tutto ciò che abbiamo visto fosse soltanto un sogno. Davvero? Demetrio alla fine sposa Elena... questa notte di errori e follie ha qualche conseguenza nella vita quotidiana, il sogno prosegue influenzando il mondo della veglia, che forse è meno consistente di quanto noi crediamo, non è meno sogno di quello notturno. Il famoso "La vita è sogno" di Calderòn.

Ovviamente io non faccio a meno di riandare alle considerazioni di Proust sull'amore "cosa mentale" (l'amore guarda con la mente e non con gli occhi - dice Elena), sulla casualità del modo con cui amiamo: Demetrio, come Swann, si innamora di una donna che non è il suo tipo e il corso del dramma mostra ampiamente che lo stesso individuo può amare con la medesima foga e passione persone del tutto diverse - di nuovo citando Elena - non a caso Cupido è rappresentato come un bimbo cieco.

Come vi pare... siamo ombre non più inconsistenti delle fate, costrette a sparire alle prime luci dell'alba. Anche il pianto finto dei mediocri attori e poeti riuniti attorno a Bottom, come osserverà Amleto, ci spinge alle lacrime per gente che non conosciamo neppure - e che magari neppure è mai esistita. Come avviene a chi considera gli amici virtuali di Facebook più reali di chi gli vive accanto.





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Dino Risi - I mostri
7 dicembre 2016

Dopo una campagna referendaria tanto breve quanto povera di demagogia e ricca di argomenti mi sono malauguratamente perso il Porta Porta post-voto per questa pellicola che viene considerata tra le migliori prodotte nel nostro paese, il riassunto perfetto della commedia all'italiana.

Sono dei brevi racconti, formalmente anche simili ai Caroselli che per i ragazzi della mia generazione segnavano la fine della giornata. Il primo mostra proprio il buon paterfamilias intento a educare il pargolo alle virtù del buon cittadino. E poi si prosegue con il papà che ritira la nuova 600, che gli è costata un sacco di cambiali... attacca al cruscotto il magnete con San Cristoforo e le foto di moglie e figlio, l'accarezza e fa il primo giro in auto a raccattare una prostituta. Mi viene in mente il parroco del mio paese che affiggeva alla porticina laterale della chiesa un foglietto che recensiva in una sola parola i film programmati dal cinema locale. Come saranno stati questi Mostri? Discutibili? Sconsigliati? Forse immorali. Come posso definire altrimenti i latin lover che si tengono teneri per mano ovviamente perchè credono che sia ancora tra di loro la donna che corteggiavano? O la moderna Peronella che tradisce il marito troppo attento a Perry Mason per accorgersi di cosa accade in casa?

Ce n'è anche per i piani alti della nostra società. L'onorevole - inspiegabilmente simile a Giovanni Leone - che Celestialmente vive in convento non riesce, a causa di una fittissima agenda, ad arrivare in tempo a impedire il furto del denaro pubblico; Gassmann, in un bellonciano travesti si giacque con un autore numero primo molto solitario. E come erano bravi Gassmann e Tognazzi ! Dove si trova un uguale virtuosismo nel disegnare così numerosi personaggi in uno spazio tanto limitato?

Un film utile che descrive l'Italia... di mezzo secolo fa, ça va sans rien dire.





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E se vivessimo tutti assieme?
25 novembre 2016
Per i cinque anziani protagonisti di questo film "e se vivessimo tutti assieme?" è una scelta obbligata. L'alternativa è lo straniamento di una casa di riposo. Non che mancheranno rinunce e momenti difficili. Anche il passato cela brutte sorprese. La consapevolezza però che ci si deve coalizzare contro un nemico comune (mi viene in mente Shakespeare che definisce la vecchiaia "seconda infanzia") aiuta a superare i problemi.

Pur non essendo adatto ai momenti di depressione, questo film è condotto con molto sense of humour. Ci guida con grazia e dolcezza nei temi legati al nostro decadimento, fisico e mentale, alla nostra morte. Uno dei protagonisti nota con tristezza che ci assicuriamo contro tutto il possibile ma non contro l'unica cosa certa: gli ultimi anni della nostra vita.

Molti grandi del cinema si riuniscono per questo lavoro che non lascia indifferenti e che ci ricorda che tutto corre, che siamo destinati a passare ad altri il testimone lasciatoci da chi ci ha preceduto.

La lista completa del cast da IMDB




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Sorrentino - La grande bellezza
7 novembre 2016

Meglio sarebbe intitolarlo "La grande buggeratura". Ho visto la versione completa, quella che comprende una mezz'ora di film che Sorrentino ha espunto dalla prima edizione del film. Certo, la fotografia è eccezionale, ci sono inquadrature molto belle, con ineccepibili movimenti di macchina da presa. Questa però è Tecnica, fine a se stessa, alla portata di qualunque mediocre che si spaccia per artista.

Qui Sorrentino mi ha somministrato una brodaglia autocompiaciuta (guarda che citazioni intelligenti metto nel mio film), ha inserito Antonello Venditti per fargli dire "buona sera" (embè? tutto qui?). Quando Sorrentino ha un'idea passabile (il cardinale gastronomo) la tira troppo in lungo. Non c'è sprazzo di poesia e anche Liala avrebbe raccontato la rimpianta prima storia d'amore di Gambardella in modo meno melenso e prevedibile.

Questo non è un film geniale, è solo una scopiazzatura mal riuscita di Fellini. No, grazie, mi tengo l'originale.



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Comencini - Qualcosa di nuovo
30 ottobre 2016

Maria e Lucia sono due quarantenni che hanno superato la fine dei loro matrimoni in modo opposto. Per usare le loro stesse parole la prima è mignotta e la seconda ha messo una pietra sul sesso. Una notte però Maria rimorchia a casa un diciannovenne, Luca. I due sono tanto ubriachi da non ricordare più cosa hanno fatto la sera precedente. Questo fa sì che il ragazzo pensi di aver passato la notte con Lucia e si innamori di lei.

E' una storia che la Comencini aveva già portato a teatro. Ci si basa sull'idea che basti un nulla perchè una persona si comporti in modo inaspettato. Siamo il frutto del caso. Ai bivi della nostra vita abbiamo preso delle strade che ci hanno condotto in una certa direzione. Ma anche al punto in cui siamo oggi un nonnulla ci permette di scoprire qualcosa di nuovo di noi stessi, di fare "qualcosa di nuovo" in tutti i sensi.

Film divertente, fresco, si direbbe anche realizzato con un budget ridotto (pochi attori, altrettanto limitati gli ambienti in cui si svolge). Gustose transizioni da una donna all'altra. Significativo che della madre di Luca si senta solo la voce. La recitazione dei protagonisti è fantastica. Un'ora e mezza deliziosa di commedia italiana. E non ci si perdano i titoli di coda con un epilogo delle bravissime Micaela Ramazzotti e Paola Cortellesi.




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Shakespeare/Branagh - Racconto d'inverno
20 ottobre 2016

- Raccontami una storia.

- Una allegra o triste?

- Triste, perchè all'inverno si addice una storia triste.

E' un dialogo che può condurre a una interpretazione metateatrale del Racconto d'inverno. Possiamo immaginare qui, come nel Sogno di una notte di mezza estate, che siamo rimasti a sognare e che le immagini impalpabili sono svanite nel vuoto al termine dello spettacolo. Se pensiamo che il Sogno e questo Racconto d'inverno sono poste agli antipodi temporali della creazione di Shakespeare ci si rende conto che il tema del teatro-nel-teatro è centrale in tutta l'opera del Bardo.

E però questi sogni non ci riportano esattamente al punto di partenza. Se Ermione ridiventa carne ed ossa e ritrova la propria vita, Antigono e Mamillio non tornano fra di noi. Camillo e Florizel ci compensano solo in parte di ciò che abbiamo perso. Tutto è bene quel che finisce bene, ma il punto di arrivo non coincide esattamente con quello di partenza: Leonte e Ermione hanno i capelli grigi alla fine di questo racconto, quando ritorna la primavera di Florizel e Perdita.

Ho visto al cinema la diretta di questo spettacolo teatrale realizzato al Garrick Theatre dalla compagnia di Kenneth Branagh. Una bella regia che immerge la scena nel buio man mano che Leonte affonda nella sua folle gelosia, che passa a calde tinte arancio per il mondo pastorale di Boemia, con la lieta festa movimentata dallo straordinario Autolico. E si ridiscende nell'oscurità quando si ritorna in Sicilia: la schiarita è promessa da un finale lieto anche se non del tutto scevro dall'amarezza per il ricordo delle sofferenze patite.

A me piace molto la recitazione anglosassone, che tiene lontana l'enfasi e l'ampollosa retorica che invece è tanto gradita ai nostri attori. Ma secondo me questo approccio britannico è l'unico modo di far risaltare l'alternanza di riso e pianto che rende speciale il teatro di Shakespeare.





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Shakespeare-Thomas Jolly: Riccardo III
9 maggio 2016
I telespettatori nottambuli di France2 (tutto il mondo è paese) hanno avuto un paio di settimane fa questo incredibile Riccardo III, già presentato al Teatro dell'Odeon.

Riccardo III è un essere metà uomo metà uccello, con la gobba pennuta e il braccio sinistro di aspetto metallico (come buona parte del corpo) e terminato da mostruosi artigli che mandano un sinistro tintinnio. Non si comincia con la frase sull'inverno di scontento ma ma si apre su un paragone con la fenice. Riccardo, il primo di una lunghissima serie di cattivi shakespereani, non ha attorno a sè alcun elemento di bontà che faccia contrasto, non prova neppure l'esitazione di Macbeth a intraprendere il cammino della malvagità e Richmond, che alla fine interviene a distruggerlo, è un'immaginetta posticcia, che non predomina, non costituisce un vero polo alternativo di luce. Per questo è bella l'idea di un male che risorge dalle proprie ceneri, un Riccardo che pur ucciso si rialza e riprende a muoversi. Vero che subito i fantasmi di quanti sono morti per mano sua gli sparano contro freddandolo. Ma siamo sicuri di avere davvero annientato il gobbo e deforme genio del male? Se ci pensiamo le tre regine - pur vittime di Riccardo III - sembrano anticipare le weird sisters, intrise anch'esse di cattiveria (ne hanno pure loro di morti sulla coscienza!) e non possiamo mai solidarizzare con loro.

Meravigliosa recitazione, fuori dalle righe ed esaltata, con quel tanto di forzatura necessaria a rendere l'abnorme trionfo della cattiveria umana, la discesa in un abisso ben reso dalla scenografia immersa nelle tenebre in cui faretti che emettono fasci sottili di luce delimitano e disegnano gli spazi entro cui si muovono i personaggi. Impressionante spettacolo, forte e violento mai trucidamente grand-guignolesco.



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Gogol - L'ispettore
28 febbraio 2016
Un paese in cui tutti siano corrotti è una di quelle cose inverosimili che si trovano solo in letteratura. Infatti anche i personaggi di questa commedia pensano che l'ispettore imperiale li spedirà in Siberia al primo frusciar di bustarelle.
Non va affatto a finire così. Si assiste invece a una curiosa crescita esponenziale delle offerte: all'asta è l'accesso alla vita della capitale (mi viene in mente il "A Mosca!" delle tre sorelle di Cechov).

L'ispettore imperiale è un impostore capitato lì per caso che ha preso a piene mani il denaro che gli è stato offerto. Ma pensiamo proprio che il vero ispettore sarà meglio?



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/2/2016 alle 12:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Checco Zalone - Quo vado
25 gennaio 2016
Checco sta abbandonando il personaggio di un Forrest Gump alle cime di rapa; mostra l'intelligenza necessaria a imparare il norvegese, a capire che gli anormali sono gli italiani, ha l'astuzia di un Ulisse che torna dalla scrivania-Penelope che è stato costretto - unico di tutti gli impiegati della ex-provincia - ad abbandonare. Come Tarzan anche lui sente il richiamo della foresta (le voci di Albano e Romina) e ritorna in patria...

Qui però mi fermo per osservare il pubblico: le recensioni parlano di finale buonista, affrettato, di un  cinepanettone. Io invece trovo fantastica l'idea di imitare Kubrick mettendo sui titoli di coda una musica che dia la morale di tutto il film: "La prima repubblica non si scorda mai", divertentissimo pastiche di Adriano Celentano in cui si proclama che la casta è ognuno di noi. Pensavamo che avremmo riso di un cretino e alla fine del film è lui a sbertucciare noi. I cinepanettoni trasudano volgarità e glorificano i vizi che qui invece sono messi alla berlina. Castigat ridendo mores, altro che l'astioso pattume che guitti predicatori spacciano per satira.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/1/2016 alle 16:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gurney - Lettere d'amore
24 dicembre 2015
Alla sua prima entrata nella seconda elementare lei sembra la principessa di Oz e lui non puó fare a meno di innamorarsene e scriverele bigliettini. Una corrispondenza fitta, subito intercettata dall'insegnante... solo la morte riuscirà - forse - a interrrompere il flusso di notizie, impressioni, anche semplici auguri natalizi, partecipazioni e circolari elettorali. Amori, tradimenti, successi e peripezie. Forse prevedibili, ma quando a leggere le lettere sono Valeria Valeri e Giancarlo Zanetti  non ci si pensa neanche un millisecondo. Uno spettacolo bello e fatto con il cuore.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/12/2015 alle 7:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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