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SottotettiGiuseppe
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Qui rido io
25 settembre 2021
Le immagini mi ricordano i quadri di fine ‘800: densa pittura a olio quasi fotografica, con lumeggiature accurate che creano un forte effetto tridimensionale. Sono interni e personaggi borghesi, come Scarpetta medesimo, che festeggia il “genetliaco” della figlia in un castello degno della seconda parte di “Miseria e nobiltà”, che si prostra fantozzianamente davanti al “Vate” quando chiede di poter fare la parodia della figlia di Iorio salvo poi chiamarlo spregiativamente “il Rapagnetta” quando scopre che D’Annunzio, dato un assenso solo verbale, aveva organizzato una cabala per far cadere lo spettacolo comico.

Il film dedica molto tempo al processo tra Scarpetta e D’Annunzio. A ragione, credo: solo un paese innamorato di retorica può rincretinirsi di fronte alle parolone gonfiate del narciso abruzzese. E nella sua auto-difesa Scarpetta anticipa di alcuni decenni l‘Elogio di Franti: solo quanto sopravvive alla risata è davvero buono.

Il vero protagonista del film però è secondo me l’altro Edoardo, che anticipa le battute di Gennariello molto prima di dover debuttare in questa parte, che ancor ragazzino scrive le sue prime commedie. Penso al mistero su chi sia il vero padre dei figli di Filumena Marturano, al ruolo che “la famiglia”, spesso disastrata, ha nelle opere di De Filippo. L’agnizione del vero padre alla fine di “Miseria e nobiltà” mi sembra la trasposizione scenica del problema umano di Edoardo De Filippo. E il bravissimo Alessandro Manna, con la serietà delle sue migliori creazioni future, spiega al fratello Peppino che la vera libertà è sul palcoscenico. D’altronde quanto tempo mi ci è voluto per capire che Miseria e nobiltà non è di De Filippo!



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/9/2021 alle 19:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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