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Amos Oz: Una storia di amore e di tene bra
29 marzo 2019
Un “Amarcord” in salsa gerosolimitana? Oz è il proustiano “uomo che dorme” il quale tira i fili della memoria in una poltrona uscita dall’orbita, che si ferma in tempi e luoghi diversi, senza alcuna apparente logica. Scordiamoci l’ordine cronologico, rassegnamoci a scivolare da Israele all’Europa Orientale e ritorno, in una diaspora di persone e ricordi. Faticando a trovare un appiglio mi ci vuole un po’ di tempo per abituarmi allo schema narrativo adottato da Oz.
Ad un certo punto però capisco che debbo soltanto andare sulla sua frequenza, fidarmi di lui come della Suzanne di Leonard Cohen. Ed allora ogni elemento si mette in ordine: mi sembra ovvio finire il libro con una morte – quella della madre – che di fatto ci è stata raccontata già altre volte.
Proust preferisce che a morire sia la nonna. “Mamma” rimane una presenza costante anche nel “Tempo ritrovato”. Oz affronta il trauma dell’abbandono da parte della madre, il senso di colpa, la domanda sgomenta di chi non riesce ad accettare il male che gli riserva la vita. Come Giobbe, mette in dubbio Dio (non è un caso che Amos e il padre si lascino cadere nel disordine totale non appena la madre/moglie li ha abbandonati). Ma anche questo maelstrom del caos in cui i due maschi scivolano precede la descrizione catartica della fine, esattamente come è molto prima che l’autore ci parla del momento – biograficamente posteriore – in cui ha capito la propria missione di scrittore. E forse è solo quando Amos capisce che non deve cercare lontano da sè i temi dei propri romanzi che viene la forza di affrontare l’episodio che lui e il padre avevano rimosso.
Anche io sono stato educato a considerare le lacrime una cosa da femmine. Il rifiuto di piangere è in fondo il rifiuto di manifestare appieno i propri sentimenti, decidere di innalzare un muro tra sè e gli altri. Ma come si può allora essere romanzieri? Ci si condanna alla compilazione di testi didattici, collazioni di schede, di pensieri e concetti altrui, a stendere saggi eruditi sulla novella ebraica come fa il padre di Amos. La grandezza però sta altrove, nel momento in cui si ha il coraggio di gridare il proprio dolore per non aver potuto accompagnare la madre al cimitero. Ogni lettore sensibile accoglie e fa proprio questo grido e sente nello scrittore un simile, che mettendogli di fronte la propria umanità, lo aiuta ad accettare le proprie debolezze, la povertà della sua esperienza quotidiana.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/3/2019 alle 16:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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