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Noseda nel Tristano e Isotta al Regio di Torino
16 ottobre 2017
Per Noseda il triplo forte su cui i due amanti si incontrano nel secondo atto non è il segnale di un terremoto sonico che deve strinare i malcapitati seduti nelle prime file ma il punto in cui si deve arrivare al climax drammatico-musicale. E lui questo punto culminante lo prepara con attenzione, lo sentiamo arrivare - inesorabile  e potente. 
 
Noseda privilegia colori pastello e trasparenti. Non eccede mai sulle dinamiche, cosciente del fatto che Wagner non vuole un coturno orchestrale troppo alto. Tutto questo può sacrificare le forti emozioni appariscenti ed apparire quasi melisandesco (quanto ha imparato Debussy dagli archi divisi della doppia invocazione di Brangane!) ma a mio avviso è pagante. Non è infatti necessario urlare per esprimere in modo efficace quanto si ha da dire.
 
Per giunta in questo modo si aiutano i cantanti impegnati ad arrivare alla fine di una parte impervia. Io soffro quando trovo un cantante in difficoltà, comincio ad anticipare i momenti perigliosi, ad immaginare i modi con cui si possano evitare od abbassare gli scogli che si stanno avvicinando, chiudo gli occhi quando so che sta per giungere il punto critico. Se succede comunque l'errore, mentre ascolto la musica a casa caccio anche una maledizione come faceva mio padre se la Juventus mancava il rigore... Ma a teatro mi sento ancora più coinvolto ed ho seguito Seiffert con estrema attenzione. Generoso... si sarebbe potuto accontentare di una "lettura intimista" nel momento in cui loda la dedizione dell'amico Kurwenal, per risparmiare il fiato sulla maledizione del filtro - un punto in cui bisogna buttare fuori tutta la voce che si ha. E invece no: ha giocato tutte le sue fiches centrando l'en plein di un monologo del terzo atto in cui tanti suoi colleghi più giovani fanno magra figura.
 
Mediocre invece Ricarda Merberth, che ha gli acuti (mir lacht das Abenteuer) ma che si sfilaccia già su "Da du so sittsam".
 
Mi sta bene che Marke sia un basso leggero e giovanile. Però su "warum mir diese Holle" bisogna trovare il modo di rendere uditivamente l'idea dell'inferno in cui il cornuto infelice si trova. E del resto su "mir" si arriva a un mi bemolle acuto che deve sentirsi bene, altrimenti il climax arriva solo in orchestra (bravo Noseda per la leggerezza con cui gestisce in questo punto il fortissimo di fagotti e clarinetto). Poi avremo tempo, nella frase successiva (warum mir diese Schmach) di ripiegarci con il clarinetto su una struggente melodia carica di dolore intimo. Però se non si è buttata fuori la voce prima sarà difficile far sentire il contrasto in cui brucia l'anima di Marco.
 
Ho adorato Michelle Breedt, sacrificata dalla balzana idea di farle cantare dietro una porta il suo secondo intervento nel duetto d'amore.
 
E già, perchè ci sarebbe anche una regia. Non ho mai visitato l'interno di villa Wesendonck (oggi museo di arte orientale) in cui Guth ambienta questo Tristano. Ho notato che le quinte che incorniciano la scena sono identiche a quelle del proscenio del Festspielhaus. Buona idea: Wagner non ha fatto altro che auto-rappresentarsi in tutte le sue opere, musicali e non. E neanche male il momento in cui i due amanti stanno in un giardino con palme che mi ricorda l'atmosfera del Lied "Im Treibhaus". Però nel secondo atto si dovrebbe davvero fare notte, e non ha senso che l'incontro degli amanti incominci in un salone affollato. Mirabile l'ombra delle foglie su "O sink hernieder".
 
Ma sono momenti felici in un mare di insignificanza. Mi sono rapidamente dimenticato del regista per concentrarmi sulla musica: in fondo, tutta l'azione del Tristano è concentrata nelle menti dei personaggi e quest'opera funzionerebbe perfettamente anche in forma concertante.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/10/2017 alle 7:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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