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Barrie Kosky ei Maestri Cantori a Bayreuth
29 luglio 2017

La preparazione di questo allestimento è avvenuta nella massima segretezza. Non si poteva dare in pasto all'opinione pubblica con leggerezza, senza le dovute cautele, la rivoluzionaria interpretazione che Barrie Kosky dà dei Maestri Cantori. Mai, in 150 anni, ad alcun esegeta delle opere di Wagner è passato dall'anticamera del cervello che in questo lavoro l'autore stesse rappresentando se stesso. Solo un genio sovrumano (Barrie Kosky, appunto) poteva riuscire in questa impresa. Durante l'ouverture ci viene mostrata una tranche de vie in casa Wagner: marito, moglie, suocero e Herrman Levi. Il riferimento è più a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello che a Luchino Visconti. Si può fare un parallelismo anche con Herheim. Non per l'uso fatto di Villa Wahnfried nell'allestimento di Parsifal del 2012, quanto per la clonazione del compositore in diversi personaggi (analogamente alla Dama di Picche di Amsterdam) e sopra tutto perchè viene messo in scena l'atto con cui il compositore crea i propri personaggi. A questo punto la differenza tra Barrie Kosky e un intelligente uomo di teatro balza subito agli occhi. Herheim rappresenta un generico creatore (Sachs, Beckmesser) che trascende la quotidianità del suo ambiente di lavoro per trasportarci in un regno magico. Herheim ci mostra gli incubi che prendono corpo nella baruffa notturna, l'istinto di un artista che anima i personaggi del suo teatrino interiore. Barrie Kosky invece si accontenta di averci reso edotti del fatto che Walther, Hans e David sono dei Riccardini/bis. E per il resto lascia i cantanti ad arrangiarsi con le didascalie del vecchio Klingsor.

Perchè poi è questo che succede e che permette a questo allestimento di essere comunque una riuscita: i cantanti si affidano alla propria esperienza passata, al contatto che hanno avuto con registi teatrali, a una tradizione interpretativa wagneriana tutt'altro che morta. Ed in questo modo tutto funziona. Passano le scene di Barrie Kosky: scivola via l'aula del tribunale di Norimberga (giusto perchè Bouvard e Pecuchet prescrivono che quando si parla di Wagner si invada la Polonia); nella perorazione conclusiva (che in omaggio a Herheim viene pronunciata a scena vuota rivolgendosi direttamente al pubblico) Wagner dirige l'orchestra formata dai coristi (che imitano malamente gli orchestrali, a dimostrazione del pressapochismo della verde collina). Sono dettagli insignificanti che si dimenticano assistendo al divertentissimo dialogo tra Sachs e Beckmesser (lo strepitoso Kränzle).

Resterebbe la musica. E che musica! Philippe Jordan è degno figlio di Armin. Ogni volta che lo ascolto aumenta la mia stima per lui. Ingiudicabile la povera Schwanehilms, inesistente e senza voce. Un vero peccato. Volle è aiutato dall'acustica del Festspielhaus che permette di riempire il teatro con poco volume di voce. In questo modo riesce a mantenere fino alla fine il fiato necessario a cantare. Molte mezze-voci servono però a nascondere carenze tecniche. Ci sono poi forzature grottesche fuori luogo (Wagner ha inserito gli elementi caricaturali dove ritiene opportuno, senza bisogno che gli interpreti debbano strafare).

Sentendo la grazia, i colori e le sfumature espressive con cui Daniel Behle ha affrontato la sfilza di toni e melodie di maestro ho desiderato che il giovanotto scambiasse la sua parte con Vogt - altro che, pur miracolato dall'acustica del Festspielhaus, sta rovinando la sua voce con parti inadatte a lui.

Insomma, una volta che Barrie Kosky ha esaurito le due idee che ha in testa, viene fuori uno spettacolo piacevole di ottimo livello musicale.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/7/2017 alle 19:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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