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Klaus Florian Vogt l'anti-Tannhauser
11 luglio 2017

Durante l'ouverture, delle ragazze a seno nudo lanciano frecce a mo' di amazzoni contro un bersaglio (un occhio che si trasforma in orecchio e poi in frutto). Anche se sono carine questa idea che prosegue per tutto il baccanale - per giunta nella versione parigina - mi viene presto a noia.

Venere è un mostruoso pachiderma circondato da esseri informi ed abnormi, c'è pure una poltiglia viscosa color rosa che immagino sia il materiale da cui nasceranno altre creature come quelle che si trovano in scena. Ci può stare: da Alcina fino alla Frau Dilnowatz del giovanile "Le fate", è un luogo comune la maliarda che nasconde un aspetto ripugnante. Ovviamente il problema di Tannhauser non è la scoperta di aver a che fare con una laida creatura, ma la sua incapacità - come essere mortale - di vivere al di fuori del proprio ambiente. E' la nostalgia per il mondo imperfetto da cui viene a riempire di malinconia la seconda parte di ogni strofa dell'Inno a Venere. E' una nostalgia che dovrebbe comparire non solo in orchestra ma anche nella voce del protagonista.

Purtroppo per noi il protagonista è Klaus Florian Vogt. Non è un problema solo di monocromatismo vocale ma di inadeguatezza di fronte a una parte molto complessa. Vogt dovrebbe accontentarsi di fare Erik e lasciar perdere un ruolo del genere. Gli "Zu ihr!" guaiti in fretta e senza fiato nel primo concertato sono scandalosi perchè non hanno nulla a che fare con il canto lirico. Sono brutti e basta. Un pubblico dotato di orecchie avrebbe dovuto fischiare fino a far terminare questo scempio.

Dean Power era Walther von der Vogelweide, un ruolo secondario - che Wagner elimina addirittura nella versione parigina di Tannhauser. Sarebbe stato molto meglio mettere Power al posto di Vogt.

Ero contento di notare che non si tagliava il breve intervento di Wolfram in Gepriesen sei die Stunde ma avevo parlato troppo presto. Gerhaher ha un filo di voce appena percettibile. Un problema di microfono? Temo di no, perchè per tutto il resto dell'opera è stato lo stesso problema. Certamente l'inizio della gara di canto era perfetto come espressione e concezione (Gerhaher è pur sempre uno dei migliori liederisti del momento) però purtroppo non siamo in una sala da concerto e nell'opera ci vuole un po' di volume.

A questo punto i tempi molto rapidi di Petrenko (siamo abbondantemente sotto le tre ore di spettacolo) mi stanno bene perchè riducono la durata delle mie sofferenze. A me piacciono i tempi stringati. Quindi dovrei trovarmi a mio agio con Petrenko che è pulito, preciso e chiaro. Non perdo nulla della musica e sono felice nel finale secondo e nell'apertura dell'ultimo atto. Però qualche respiro ogni tanto ci vuole (la preghiera di Elisabetta, ad esempio) e sopra tutto secondo me è tutto molto impersonale e freddo.

Questo però ricade nel gusto personale. Ciò che è indiscutibile è purtroppo che con cantanti come Vogt non si fa molta strada.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/7/2017 alle 7:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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