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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Giornata FAI a Tortona
15 maggio 2021
Del convento della Annunziata rimane soltanto un’ala, risparmiata dalla costruzione del teatro, di una scuola e della piazzetta. Tanti archetti con i mattoni a vista ma nulla di interessante se non un i resti di un affresco che si trova nella vicina biblioteca.

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La sala dei dipinti della biblioteca mette di fronte al già citato affresco medievale una immensa tela ottocentesca che mi fa venire in mente il polacco Jan Matejko ma che potrebbe essere di qualsiasi autore accademico del XIX secolo, con i suoi personaggi ben disegnati, la giusta proporzione di pittoresco e caratteristico, una rigorosa costruzione leggibile da qualsiasi ignorante: due fasce diagonali che trovano al centro esatto la bella signorina che porge da bere al rude soldato nel tempo in cui Tortona fu assediata da Federico Barbarossa. Il solito neogotico, però mi interessa molto la parte superiore destra in cui i personaggi hanno meno particolari e ostentano ombreggiature che mi sembrano anticipare il catalano Sert.

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Riconosco, con una nostalgia degna di Swann che sbircia uno zerbino nel palazzo Saint-Euverte, il mio posto di abbonato del teatro tortonese. In attesa di potervi tornare da spettatore senza mascherine e distanziamenti ne rimiro il sipario originale raffigurante – ci potevo scommettere – un Orfeo che riesce ad ammansire le divinità d’inferno ma non gli zotici che governano il paese.

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Ed infine il palazzo Guidobono conserva un museo piccolo ma non per questo irrilevante. con un bel sarcofago dei primi secoli dell’era cristiana e – al primo piano – una pinacoteca di valore discontinuo. Mi incuriosiscono un Mussolini giovanissimo con ancora i capelli e una camicia rossa affatto inattesa per chi sa come andrà a finire, un bel Barabino proveniente dal museo del divisionismo, alcuni Saccaggi e Dossola. Ma soprattutto è divertente l’atelier Sarina, interamente dedicato alla figura di un burattinaio locale e pregno di un’atmosfera da Flauto magico affatto indicata per concludere bene il pomeriggio.

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Santa Giulia. da Brixia a Brescia
9 maggio 2021
In alcune opere i personaggi sono disegnati con dei margini netti, quasi grossolani, che mi fanno pensare ai reperti provenienti dalla Gallia. Manca la levigata transizione tra la superficie del marmo e le figure in rilievo.

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Anche l’elaborata prospettiva delle decorazioni in stile pompeiano tende a lasciare lo spazio a dei mazzi di fiori che, per quanto piacevoli, sono alla portata di qualsiasi mestierante.

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Seicento chilometri di oggi sono affatto più corti rispetto a qualche migliaio di anni fa. Immagino che ci troviamo in una zona periferica, dove ci si accontenta di un’espressione artistica meno raffinata, però mi viene il dubbio che in queste rappresentazioni si sia già inserito il tarlo della decadenza. Le iconografie stereotipe delle necropoli mostrano quanto sia facile passare dalla simbologia pagana a quella cristiana senza soluzione di continuità. I volti – pur essendo rimasti identici – fissano un aldilà affatto diverso. E mi incuriosisce una statuetta che raffigura un contadino il cui zaino attorno al collo può trasformarsi facilmente nell’agnello di un Buon Pastore. Ricordo d’altro canto che avevo visto qualcosa di simile anni or sono anche al Museo Romano della capitale.

Le case di Bacco e delle Fontane sono state scoperte in tempi relativamente recenti: stiamo percorrendo un suolo che nasconde ancora molti tesori niente affatto lontani dal nostro sentire. Certi mosaici geometrici potrebbero benissimo essere opera di qualche contemporaneo.

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La carnale Melisande di Parma - 2021
5 maggio 2021
Nel secondo atto Golaud ha a che fare con una donna in carne ed ossa che ha deciso di mettergli sulla fronte due concretissime corna. Monica Bacelli, il cui registro copre perfettamente il personaggio di Mélisande, assume tutte le sfumature e le intenzioni di una persona decisa a conquistare il cognato.

Un’idea bellissima e al contempo deludente: sparisce l’esserino timido e silenzioso, l’ectoplasma inconoscibile ed enigmatico. Rimane invece un banale triangolo borghese, una vicenda di sesso che finisce male, senza alcun secondo grado che rimandi a un altro piano di lettura.

E’ ingiusto rifiutare una interpretazione solo perchè non rientra nelle mie abitudini. Può benissimo darsi che a ripetuti ascolti io mi renda conto che questa visione non si adatta alla mia sensibilità ma sono sicuro che questo allestimento arricchisce la mia conoscenza del capolavoro operistico di Debussy.

Se non ho capito il senso delle fanciulle bianco-vestite che tengono in mano dei globi luminosi ho apprezzato Yniold copia-carbone dello zio. Poi, per un vecchio barbogio cresciuto con il progressive rock, il castello e l’isola sospesi nel vuoto evocano le copertine di Roger Dean e sono certo che la Melisande di questo allestimento sia imparentata con la sensuale signorina del primo logo Virgin.



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Peter Cameron - Cose che succedono la notte
2 maggio 2021
E’ impronunciabile il nome della città dell’estremo nord in cui giungono, in mezzo a una tormenta di neve, l’uomo e la donna protagonisti del libro. Sono giunti qui da New York perchè questo è l’unico luogo in cui possono adottare un bambino prima che lei muoia di tumore all’utero.

L’uomo e la donna – che continuano per tutto il libro a non avere nomi propri – si muovono tra il lussuoso Grand Hotel cittadino, l’orfanotrofio e il convento del guaritore Fratello Emmanuel da cui si recano contro la loro volontà ma, si capisce facilmente, non per caso.

La coppia, come tutti i personaggi che ruotano attorno a loro, ha dei contorni onirici spiccatissimi e d’altronde il titolo del libro rimanda chiaramente ai sogni. La città nordica fa parte della medesima geografia della caserma Bastiani, poco importa se davvero esista un ponte ferroviario che la neve ha fatto crollare isolandola dal resto del mondo. Di fatto essa è un luogo a parte come tutti i posti che visitiamo nelle avventure che ci succedono la notte.



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Sansovino - La resurrezione dell'annegata
30 aprile 2021
 Gallery2 Cappella dellArca del Santo J
Anche senza leggere la firma si nota subito che l’autore di questo gruppo scultoreo non è uno sprovveduto. L’attenzione è attirata dal volto grinzoso della vecchia che rimanda alla scultura ellenistica come anche alle caricature di Leonardo. E’ una immagine che metto assieme a tante figure ghignanti della pittura fiamminga. Ogni Passione che si rispetti deve avere qualcuno che fa le smorfie, che sbeffeggia il Cristo. E’ un gesto che oltre all’insegnamento morale veicola la coscienza di quanto sia abile l’artista nel riprodurre la realtà. La donna è disegnata con grande accuratezza, nei panneggi dell’abito come nell’artrosi delle mani ma appare estranea alla scena, come i personaggi di Mantegna che tanto piacevano a Proust (c’è pure il ragazzo monumentale addormentato sulla destra, immancabile nelle scene drammatiche – si tratti di una crocefissione o di una partenza in treno.

Sono belli gli abiti leggeri e attillati che lasciano intravedere negli astanti una muscolatura michelangiolesca che rimanda alla scultura romana. Io però sono incuriosito dalla melisandesca vaporosità della capigliatura della giovane affogata. Par che viva, direbbe Leporello. Come il servo dell’empio Don Giovanni anche io non riesco a staccare lo sguardo dai suoi capelli, le scruto il petto come nei primi piani degli streaming operistici quando l’ansimare tradisce che il cantante è vivo. Non posso far a meno d’altronde di notare la doppia linea continua che unisce le mani e le teste dei personaggi, dal ragazzo alla fanciulla, entrambi dormienti, passando per le due donne, l’aziana e la giovane, dalle fattezze di una Madonna.

Il gruppo si trova a Padova dietro in Sant’Antonio




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Selma Lagedorf - Jerusalem
24 aprile 2021
Il tempo di Selma Lagerlöf non solo è a fisarmonica – la vicenda di un personaggio può svolgersi in poche pagine oppure dipanarsi su più capitoli – ma anche circolare. Ossia è comune che i comportamenti siano dettati non dal libero arbitrio personale ma dal destino o – meglio ancora – dalla ripetizione dei gesti compiuti dagli antenati. Abbiamo una serie di Ingmar, differenziati da aggettivi, che però agiscono seguendo modelli ereditati dai progenitori.

Selma Lagerlöf ci parla di contadini svedesi che lasciano la patria per seguire una setta protestante a Gerusalemme. Si tratta di una vita ancora più difficile di quella offerta dalla Dalecarlia: la Palestina ha un clima caldo e arido, le persone che vi abitano coesistono male tra di loro, figuriamoci quando si devono correlare a persone che giungono da lontano, portando un ideale integralista di religione. La setta dei gordonisti di cui parla il romanzo rifiuta la proprietà privata e il matrimonio, cerca la palingenesi in una purezza che appare sospetta ai molti e che non viene accettata neppure da coloro che, rimasti in Svezia, guardano con apprensione e nostalgia a quanti sono scesi a Gerusalemme.

E’ una storia dal soffio epico, abitata da tipi umani che debbono adattarsi a un ambiente animista, in cui la leggenda pagana coesiste con la Fede incrollabile nel Cristianesimo. Ma fino a che punto il Cristo cercato dai gordoniani non è una forma di superstizione?



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Parsifal amletico - Vienna 2021 Serebrennikov
21 aprile 2021
Di sicuro l’allestimento è pensato per un teatro vero e non rende in streaming: il regista televisivo è costretto a selezionare le immagini che passano in continuo nella parte superiore del palcoscenico. Suppongo che si tratti delle istantanee prese da Kundry, avvenente fotoreporter che gira per il carcere Monsalvat. Siamo infatti in una prigione di cui ci vengono mostrati lo spazio comune, il dormitorio e – nel terzo atto – un capannone-laboratorio che al primo piano ha le celle che verranno aperte nel finale. Il secondo atto invece si svolge nella direzione di Schloss, la rivista patinata per cui lavora Kundry cui spetterà ammazzare a revolverate il proprio superiore Klingsor. Altro punto certo di questo spettacolo è la presenza di un doppio Parsifal. Niente di nuovo se ripenso alla bi-sessualità del protagonista nel celeberrimo film di Sybenberg. E nulla di contrario allo spirito del testo wagneriano che si presta a simili operazioni (i personaggi stanno spesso a lungo in scena senza aprir bocca). Però non capisco il senso di questa scelta. E’ interessante sottolineare la violenza insita nella società maschile dei cavalieri del Gral, il percorso conoscitivo-salvatico di un eroe che giunge alla liberazione fisica però – forse per colpa del mezzo televisivo? – sono perplesso e sento di non aver chiaro quanto il regista voleva raccontare. Immagini forti, con un sapore alla Tarkovskij, bella recitazione (Zeppenfeld ha finalmente abbandonato la sua espressione da ispettore Derrick con il Parkinson) ma al termine del terzo atto rimango sulle mie e non mi sento affatto infiammato.

Ho forse prestato più attenzione alla parte musicale, retta bene da Yurovskij anche se con una fastidiosa predominanza dei bassi (un artefatto della registrazione?). Ottime le tre voci gravi. Elina Garanca, tranne qualche problema nei repentini passaggi al registro grave, è una interprete di grande impatto vocale. Kaufman – di cui ricordo un infame Dichterliebe proposto a Monaco di Baviera durante il primo confinamento – e nonostante i suoi limiti tecnici aggravati dall’età se l’è cavata meglio di come mi sarei aspettato.

E’ uno spettacolo da rivedere.




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Il ballo di Pelleas - Ginevra 2021
16 aprile 2021
La coreografia, lungi dal disturbare, rende più articolata la narrazione del testo di Debussy e Maeterlink. I fili che partono dal corpo di Mélisande in cima alla torre attirano e imprigionano Pelleas; la stessa ragnatela sostenuta dai ballerini nella scena d’inizio offre consistenza all’idea che i personaggi sono perduti e prigionieri della foresta. Eccettuando i preludi di musica elettronica agli atti III e V – che pure reggono delle piacevoli immagini di danza – l’allestimento di Jalet e Cherkaoui non è mai cervellotico. Ho appena sorriso degli elmetti lisci stile Alien che noto la somiglianza del loro disegno con le volute dell’abito di Mélisande. E il cerchio dello sfondo talvolta incornicia i danzatori, poi la protagonista, o si abbassa per fare la fontana dei ciechi, più spesso offre proiezioni di immagini siderali da Odissea nello spazio. Talvolta compare un disco smerigliato dietro cui si intravede la coppia di amanti o Golaud che uccide il rivale dando sul vetro un colpo di spada.

La figlia di Mélisande è grandicella, con un abito identico a quello della madre, così da prefigurare meglio l’identità delle due donne. Pure Yniold è interpretato da un soprano (Marie Lys) che non nasconde affatto la propria femminilità mantenendosi pur sempre credibile.

Jonathan Nott sembra prediligere la concretezza, anche a costo di essere freddo (il rullio di timpani su “non esistono forse eventi inutili” è tutt’altro che misterioso); Jacques Imbrailo (Pelleas) ha per i miei gusti un tono spesso querulo ma non sfigura affatto di fronte alla siderale Mari Eriksmoen; Leigh Melrose dovrebbe aggiustare la pronuncia delle vocali e soprattutto delle nasali, non esagerare con il parlato nel quinto atto (non è il Wozzeck!) però è un grande interprete, vedasi lo stupore su “Oh, vous etes belle!” subito seguito dal doppio “Non” secco e oggettivo di chi si preoccupa che la giovane sconosciuta non si butti in acqua.

E’ un mirabile Pelleas che pone allo spettatore, con aria timida e silenziosa, tante domande cui cercheremo di rispondere in ripetuti ascolti



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Didone e Enea – Purcell – Modena 2020
14 aprile 2021
Questione forse di gusto personale, però mi sembra che l’orchestra d’archi di Purcell sia così colorata di suo da rendere inutile aggiungere altri strumenti. Già ho storto la bocca sui timpani dell’ouverture, ma non capisco la confusione ritmica che si crea all’inizio del terzo atto tra il tamburellamento dei timpani e la danza dei marinai. Tra l’altro, perchè mai il “No never” del capitano ha un tempo molto più lento di quello adottato dalla ciurma? Per giunta annacquando l’effetto di scotch snap presente nel numero?

Anche nel secondo atto, quando si parla della tempesta artificiale che le streghe creeranno per disturbare la caccia reale, gli archi evocano il mormorio della foresta e la fatal saetta. I finissimi effetti immaginati da Purcell sono affogati prima dalla macchina del tuono poi da una portentosa mazzuolata del timpanista. Perchè?

Giustissimo variare i ritornelli ma farei attenzione ai cambiamenti di tempo, o – peggio ancora – a improvvisi silenzi che spezzano le linee melodiche e sono ad ogni modo incongruenti con il testo cantato.

In generale avrei preferito tempi un po’ più rapidi e leggeri. Ammetto che avrei dovuto seguire la partitura per verificare la congruità di quanto ho ascoltato con il testo. Da un lato però mi mancano le conoscenze tecniche per esprimere un giudizio sensato in merito e dall’altro la parte scenica dello spettacolo ha catturato la mia attenzione. Bei giochi di colori, movimenti gradevoli, buon disegno dei personaggi, commovente separazione tra scena e orchestra, piazzata in mezzo alla platea su un pavimento che disegna un mare agitato. Resta però l’impressione che la musica rimanga un’umile ancella secondaria.



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Autori vari - Interviste impossibili
9 aprile 2021
Sembra ieri quando sentii per la prima volta alla radio nazionale le Interviste impossibili: il fiore della nostra letteratura intervistava i personaggi del passato.

Oggi ho in mano un libro ormai fuori commercio in cui Bompiani raccolse la prima serie di interviste. Mi rendo conto che il bello sta nella imprevedibilità di chi crea un personaggio letterario partendo da alcuni dati storici. Ecco che Muzio Scevola è un fascistone, Attilio Regolo soffre della sindrome di Stoccolma, Vittorio Emanuele II non imbrocca una sola previsione e Luigi di Baviera inventa Disneyland.

Questo volume è divertente perchè grazie alla letteratura diventa possibile interpretare e capire il reale molto meglio di quanto possano fare gli storici.



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Julia Jones - Il flauto magico - ROH 2017
3 aprile 2021
Julia Jones adotta dei tempi velocissimi: tutta l’opera dura due ore e venti, parlati compresi. Non sento la necessità di una maggiore distensione. Penso anzi che l’aria di Pamina assuma una desiderabile compostezza rassegnata e priva di sentimentalismi.

Dal punto di vista registico questo Flauto magico sembra di primo acchito stupido. Si rinuncia a interpretazioni e aggiornamenti cronologici, ci si limita a seguire il testo di Schikaneder. Monostatos è un Nosferatu che rinuncia a definirsi nero per adottare un politicamente meno scorretto schiavo, Papageno entra in scena cantando l’incipit della Schöne Müllerin. La sorpresa però è nel finale, quando Sarastro si riprende il flauto magico e abbandona la scena: rimane il coro di uomini e donne normali (Naturmenschen, direbbe Papageno) che – una volta tratta la morale di questa storia – debbono vivere la loro esistenza autonomamente, sulle proprie gambe, senza ricorrere a aiuti sovrannaturali.

Un bello spettacolo che va al sodo, efficace e piacevole.




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Euryanthe – Theater an der Wien
30 marzo 2021
Non esisterebbe Lohengrin senza Euryanthe: uguale la tipologia dei personaggi; identiche le vocalità; il tema del fantasma ripreso paro paro negli accordi che aprono il preludio di Lohengrin, tutto l’inizio del secondo atto che ricompare nel duetto Friederich-Ortrud. Costantin Trinks e l’orchestra dell’ORF l’hanno ben in testa; i cantanti un po’ meno – almeno le due donne che impiastricciano il finale con dei grugniti privi di rapporto con il canto. Norman Reinhardt mi è parso un solido Adolar purchè non sforzi inutilmente la voce.

Il vero problema di questo spettacolo è sul palcoscenico. Un profondo salone bianco che alla sinistra ha un arbusto e un pianoforte, alla destra un letto. Adolar, il re, i cortigiani e Lysiart sono in abito da sera (ma quest’ultimo si esibirà in tenuta adamitica all’inizio del secondo atto). Euryanthe e Eglantine sono rispettivamente in blu e rosso tranne che nel finale (entrambe in abito da sposa). Impensabile con un simile allestimento il balletto: si eliminano i ritornelli del primo atto e nel terzo si ha il solito inane dimenio. Berta sparisce del tutto: la sua canzone è affidata al coro mentre il suo dialogo con Adolar viene tagliato. Dal punto di vista drammatico è di certo un miglioramento ma a essere onesti a non aver capo nè coda non è soltanto il parto della sciagurata von Chézy ma tutto l’allestimento di Christof Loy. Non ho la minima idea di cosa egli abbia voluto dire. E’ possibile che questo poveraccio abbia fatto una regia così fan tutti senza preoccuparsi di seguire un’idea vagamente logica.



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Il surrogato del Rosenkavalier Monaco 2021
24 marzo 2021
Leviamoci il dente: le norme anti-Covid hanno imposto che si adottasse l’orchestrazione ridotta dedicata da Strauss ai teatrini di provincia. Per bene che sia fatta non è neanche lontanamente paragonabile all’originale. E’ una scelta che mi auguro dettata dalla situazione presente. Spero ardentemente che si torni al vero Rosenkavalier, tanto più che ci sono stati risparmiati i soliti tagli sciagurati e che Jurowski – a parte un rapidissimo “Mit ihren Augen voll Tränen” – mi ha commosso. Anche i cantanti mi sono piaciuti. Inutile giocare di lavagna e gessetto: l’effetto complessivo è quello di un Rosenkavalier magistrale.

E poi, diamo a Barrie quel che è di Barrie: la regia mi ha lasciato a bocca aperta. La stanza da letto settecentesca del primo atto si vede in una filigrana argentea, come se fosse un fantasma tanto desiderato quanto irraggiungibile. Kosky sembra – come Brahms – rimpiangere di non essere nato qualche decennio prima. Purtroppo un Cavaliere in porcellana di Meissen è impossibile, per lo meno ha esaurito quello che ci può raccontare. Dobbiamo cercare un’altra strada, magari offerta dal tempo che domina tutta l’opera. Il vecchietto nudo con le ali, uscito da un prologo monteverdiano, funge da Mohammed, è il cocchiere che scodella Ottaviano davanti a Sophie, ricompare in tutti i momenti importanti di una storia in cui la diversamente giovane Marescialla ritrova il proprio passato guardando Sophie che – a sua volta – immagina ciò che lei stessa sarà di qui a qualche decennio, a fianco di un Ottaviano appesantito dalla carica di feldmaresciallo e da una manciata di amanti… e corna.

Il concetto su cui Kosky basa l’allestimento non funzionerebbe senza una recitazione accuratissima. Impossibile – oltre che ridicolo – pensare di riferire ogni dettaglio di uno spettacolo che non lascia nulla al caso. Mi limito dunque a indicare il modo con cui Mariandel nel primo atto interpreta la femmina seduttrice e sfacciata mentre nel terzo lascia intravedere il garzon malnato che è.

Mi sono dovuto ricredere: uno spettacolo che sulla carta era un vinaccio fatto con le cartine, alla prova dello streaming ha mostrato una classe che auguro esploda in teatro davanti al pubblico vero.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/3/2021 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Zandonai – Francesca da Rimini – Deutsche Oper Berlino 2021
21 marzo 2021
Zandonai conosceva benissimo il mondo artistico di lingua tedesca a lui contemporaneo: nei quattro atti di questa Francesca da Rimini l’orchestrazione e la struttura compositiva – rigorosamente durchkomponiert – non hanno nulla da invidiare a quanto confezionavano i colleghi Strauss, Zemliski e Korngold. Abbiamo davanti una musica di altissimo livello che merita di avere più ampia diffusione anche nel nostro paese. Ricordo un buon video con Armiliato e la compianta Dessì ma, come per le produzioni operistiche di Respighi, mi sembra che rimanga molto da fare perchè il pubblico possa conoscere ed apprezzare questo lavoro.

Per i miei gusti ci sono le discutibili molcenze di un libretto derivato da D’Annunzio, un autore che non rientra fra le mie esacerbanti passioni. Ma quale migliore occasione di ugole d’oltralpe, con sottotitoli tedeschi e inglesi che mi rendono difficile – oltre che inutile – addentrarmi nel testo originale?

La musica è ottima, Carlo Rizzi conferma di sapere il fatto suo, la compagnia di canto è superba, dai protagonisti – Sara Jakubiak e Jonathan Tetelman – fino all’ultimo comprimario. L’allestimento abbandona il finto medioevo per immergerci in un’epoca imprecisata, che potrebbe anche situarsi ai tempi del fascio. Tutto questo però è ininfluente: non mi importa nulla delle trasposizioni e della fedeltà a un libretto a sua volta infedele con i reali Paolo e Francesca. Mi interessa invece che la recitazione sia realistica, adeguata alle richieste della storia, che faccia capire esattamente quello che succede, ma soprattutto tale da mettermi voglia di rivedere (e riascoltare) tutto dall’inizio.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/3/2021 alle 13:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Britten - Morte a Venezia - Fenice 2008
18 marzo 2021
Com’era bravo Bartoletti! Commovente risentire la grazia, la partecipazione con cui rende il crepuscolare ritorno alla creatività di Britten. E’ stupenda anche la figura di Marlin Miller, un Aschenbach dimesso, che potrebbe uscire da un film di Fantozzi, che senza lasciar intravedere la fiamma dell’artista scivola in punta di piedi, a mo’ di una Melisande in ritardo di qualche decennio, nell’adorazione di un ideale che – come in Billy Budd – non è perfetto e lascia in bocca un retrogusto amaro.

Stupende le coreografie, fondamentali in quest’opera, ottima la scelta – non obbligata quando non esisteva ancora il Covid – di lasciare il coro fuori scena. Molteplici suggestioni visive: si comincia con un rimando alla Isola dei morti vista dal retro: si notano in secondo piano i cipressi mentre la muraglia è costituita da una grigia parete di libri. E’ come se Aschenbach fosse già morto, un monumento a se stesso. Questi alberi cimiteriali rimangono in tutto l’allestimento, accompagnati spesso da un sole perfettamente rotondo come lo si può vedere in mezzo alle nubi pesanti di un clima afoso e avvelenato. Non manca neppure un rimando alle pitture dell’antico Egitto, con il ballerino in posa su un battello a fondo piatto che sembra dirigersi nel regno dei morti.

L’allestimento mi è piaciuto non meno della parte musicale, affatto indimenticabile.



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Cervantes - Don Chisciotte
15 marzo 2021
Oggi Don Chisciotte sarebbe convinto che il Covid sia stato cucinato in laboratorio da Bill Gates. A mandarlo fuori di testa non sarebbero le centinaia di libri cavallereschi ma i gigabyte di informazione che Facebook gli riversa addosso, i maghi incantatori dei cavalieri erranti sarebbero i poteri occulti che complottano contro gli inermi cittadini avvelenati da striscie chimiche e 5G.

Sta qui, secondo me, la modernità dell’hidalgo creato da Cervantes – uno non molto più pazzo di tanti iscritti ai social. Solo che lui deve portare la sua pazzia nel mondo, in una diretta Facebook. Le piattonate di spada che egli rifila ai nemici del momento rimbombano nelle pagine di questo libro come i colpi di spada dei vari Amadigi e Orlandi ma possono ridurre a malpartito chi ne è vittima, così come un post può far male a persone reali.

Mentre rido del curato e barbiere che consegnano al braccio secolare della governante i libri da bruciare mi rendo conto che distinguere i tomi cavallereschi buoni da quelli cattivi sia difficile come sceverare le notizie buone dalle fasulle.

La seconda parte ha un più marcato carattere di meta-libro. I personaggi incontrano persone che hanno letto l’inizio della storia e che, molto spesso, conoscono anche il sequel apocrifo. E’ inevitabile che avvenga questo in un racconto che parla della forza dell’arte, della sua capacità di trasfigurare il reale, in un libro che racconta passioni di carta che anelano a incarnarsi nella quotidianità.



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Il film della candidata ideale
13 marzo 2021
Ci ho messo un po’ a capire che il film si svolge non in Iran ma in Arabia Saudita. Errore perdonabile: al di là di sunnismo e sciismo, entrambi i paesi sono uguali fari di civiltà. Il video elettorale trova la protagonista totalmente intabarrata da un velo nero – modello fantasma del Louvre – che le copre pure gli occhi. Le donne, separate dagli uomini, non hanno diritto di muoversi senza il permesso del tutore (maschio) o di rivolgersi direttamente in pubblico a uomini. Naturalmente è meglio essere curati da un incompetente infermiere maschio che da una persona esperta ma femmina.

La protagonista del film, anzichè seguire attività da donna – casa, giardinaggio e arredamento, è candidata alle comunali. In un film americano vincerebbe, perchè oltre Atlantico si va al cinema per sognare. Nel terzo mondo invece non si nasconde che la strada è lunga e dolorosa. Oppure in Italia si aspetta il vaticinio vaticano.

L’interesse ideologico del film è tanto grande da far passare in secondo piano ogni considerazione tecnica, estetica e stilistica. L’opera è comunque ben costruita, penso ad esempio a una inquadratura in cui si vede che al concerto partecipano di donne intabarrate. Solo nella immagine successiva si mostra che i sessi sono rigorosamente distinte, come si faceva da noi in Chiesa un tempo.



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Isabella Leonarda
8 marzo 2021
Come la Gertrude manzoniana, Isabella Leonarda è una nobil donna obbligata a prendere il velo. Possiamo pensare che la musica sia stata la compensazione alla monacatura forzata o che comporre fosse la sua vera vocazione, che si potesse soddisfare solo nel chiostro. Mi sembra strano però che non si possa concedere a una aristocratica, anche sotto un anonimato di Pulcinella, l’eccentricità di scrivere le musiche che allietano i ricevimenti domestici.

È facilissimo sostituire ai dialoghi tra Cristo e l’Anima dei duetti amorosi – lo faceva già Salomone nel Cantico dei Cantici – e Isabella Leobarda mostra che nel chiuso del convento di Novara si conoscevano le prodezze veneziane del divino Claudio Monteverdi.

È musica che merita di uscire dalla nicchia degli studi di settore, dopo 401 anni dalla morte della compositrice.



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Rimskij-Korsakov La fiaba di Zar Saltan - Monnaie
6 marzo 2021
Anche Stravinskij e Kandinskij iniziano la loro carriera portandoci con cavalieri e principesse in ambienti incantati. Lo stesso Rimskij-Korsakov ama le fiabe, pure quando – nel Gallo d’oro – vuole fare satira. Non è solo la Russia a portare in primo piano le favole, penso a Humperdinck, al povero Siegfried Wagner, Dvorak, perfino Zemlinski (La sirenetta) e lo Strauss della Donna senza ombra.

Sentendomi troppo disincantato per accettare come se niente fosse questo linguaggio, considero una boccata d’aria il solito travisamento operato da Tscherniakov.

Questa volta l’antipasto parlato presenta una madre convinta di poter guarire il figlio autistico facendogli incontrare il padre al termine della storia dello Zar Saltan. Lei e il ragazzo sono i soli ad indossare abiti moderni, mentre gli altri personaggi sembrano uscire da un fumetto maldestramente pittato con i pastelli.

Dei bellissimi cartoni animati accompagnano i variopinti interludi orchestrali che descrivono l’evolversi della vicenda.

Alla fine, come in Rain Man, il miracolo non succede. Restiamo sbigottiti di fronte al silenzioso urlo del ragazzo e alla disperazione di madre e infermiera, doloroso e lancinante contrasto con la festosa musica di Korsakov.

Essendo la prima volta che odo questa musica evito di parlare dell’esecuzione di Altinoglu: riuscirei solo a confezionare qualche frase generica di circostanza. L’unica cosa certa è che ho passato due ore e mezza affatto intense e ricche di emozioni, anche musicali.



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Falstaff a Vienna 2016
3 marzo 2021
Mehta procede in questo Falstaff con i piedi di piombo. Non solo per l’agogica lenta, ma anche con passo greve. Ad esempio non riesco affatto ad immaginarmi che all’inizio del secondo atto si stia architettando un doppio tiro mancino ai danni del grasso cavaliere. L’orchestra annaspa in un vinaccio privo di bollicine. Certamente posso centellinare tutto il melisma del madrigale declamato da Ford-Fontana (Ludovic Tezier) ma quando più avanti si evoca la “vendetta di donne” le note sono troppo sgranate per aver l’impressione di udire una risata che trattiene un’epa immaginaria attraversando i corpi delle comari. Quando Alice (Carmen Giannattasio) presenta Ford a Falstaff il trillo sulla “i” di marito è talmente lento che non ho più a che fare con il riso sbeffeggiante di una signora che si leva i sassolini dalle scarpe ma piuttosto con l’ammirazione di Eva Pogner per la maestria del futuro marito.

L’ultimo Verdi si congeda con lo sberleffo, ci dice che il mondo è sì teatro, ma comico, che – come per Paasilinna – nulla, neppure la morte, è serio. Ma se Falstaff viene preso con tempi più degni di Parsifal finisco, come il paggio Robin, a sbadigliare sotto il tavolo.

A che giova che Marie-Nicole Lémieux sottolinei bene il grasso trasudante dal “Buon giorno buona donna” se poi l’orchestra spara il successivo staccato (“e poi per farla spiccia”) come se fossero pallettoni e non una sottile mitraglia?

Merita una menzione Hila Fahima, Nannetta dalla voce sottile e vagamente belante che mi ha guastato il piacere della canzone della regina delle fate.

Tradizionalissimo McVicar, con tanto di puttanella (Doll Tearsheet?) che però ci sarebbe stata bene se fosse stata una baldracca sformata e ridicola. Piccolo riferimento a Malvolio – Falstaff si presenta a casa di Alice in abito giallo e giarrettiera incrociata.



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Javier Cercas - I soldati di Salamina
2 marzo 2021
Un romanziere che dopo l’insuccesso del suo secondo libro si è rassegnato a fare il giornalista capita su una storia interessante: Rafael Mazas, scrittore di media grandezza, oggi dimenticato ma un tempo acclamato come padre fondatore del falangismo, scampa in modo rocambolesco alla morte negli ultimi giorni della guerra civile.

Si tratta di cercare i testimoni eventualmente ancora in vita, di controllare i documenti a disposizione per capire cosa ci sia di veritiero in questa vicenda, per avere qualcosa da raccontare.

Facile capire che il romanziere senza talento (Cercas stesso?) descrive la nascita del libro che stiamo tenendo in mano.

E chi sono i soldati di Salamina? Gli innumerevoli anonimi il cui comportamento, il più delle volte dettato dal capriccio – modo elegante di parlare del caso – ha determinato ciò che siamo noi. Nessuno pensa a loro e se non fosse per qualche isolato che caparbiamente ne tramanda le vicende, vuoi nei racconti orali o – meglio ancora – nell’arte, essi non sopravviverebbero del tutto. I veri artefici del nostro mondo sono appesi a un filo di memoria tenuto intero dalle persone come Cercas.



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Romanico comasco
28 febbraio 2021
La basilica di Sant’Abbondio è fuori dalle mura cittadine, in una posizione leggermente sopraelevata a pochi passi dal cimitero. Anche se non ci si può arrivare per caso sono comunque sbigottito dall’affresco dell’abside.

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E’ la storia della Redenzione, dall’Annunciata fino al Golgotha seguendo fedelmente l’iconografia tradizionale. Eppure è la prima volta che vedo a colori i re Magi stretti nel loro letto come tre bastoncini di pesce surgelato. Un’immagine nuova eppure ritrovata spesso sulle facciate di tante cattedrali… un memento di quanto fosse diverso il mondo medioevale rispetto a quanto è arrivato fino a noi.

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E riconosco pure un inizio di prospettiva illusionistica in un personaggio che si sporge da una balaustra marmorea.

In città la chiesa di San Fedele, sulla piazza omonima, ha anch’essa una facciata in pietra chiara, liscia e squadrata. Solo che il portale non è inquadrato da una ghirlanda geometrica ma reca in cima un mosaico di stile moderno. Già da questo posso immaginare il coacervo stilistico che mi aspetta: di fronte a una parte superiore di gusto sei-settecentesco ho – ad altezza degli occhi – una serie di archi neri a tutto sesto che mi immergono nella fede ruvida ma solida del romanico. E se entrando in chiesa trovo una Madonna in trono di gusto rinascimentale, datata e firmata

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nel transetto sinistro ci sono degli affreschi che mi reimmergono nelle atmosfere romaniche.

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Jenufa Unter den Linden 2021
26 febbraio 2021
Mi sento a disagio: la canzone popolare del primo atto mi sembra scialba. Colpa del coro e dell’orchestrina sparsi per la platea svuotata dal Covid? Non giova la quasi ottantenne Hannah Schwarz… se la cava meglio di McIntyre e Mazura nell’ultima Elektra del povero Chéreau e forse la preferisco anche alla stridula Herlizius, ma avrei preferito tenere i ricordi della Fricka o del Gymnasiast dei bei tempi andati. Durante il concertato Stuart Skelton ci pianta una stecca clamorosa – purtroppo ci saranno altri guai nel corso dell’opera. Stramaledirò dunque Bartoletti e il Carlo Felice di Genova che mi hanno fatto piangere come un vitello anni fa, sia dal vivo che nella registrazione fatta dalla nostra radio di stato?

Si direbbe che i tecnici del suono abbiano sacrificato l’orchestra ai cantanti. O forse il problema è selettivo: bellissimo l’inizio del terzo atto fin tanto che non debbono entrare i legni, che sembrano affogati dagli archi. Nel secondo atto la silente aria orchestrale su “Buona notte” non decolla. Mi viene in mente l’aggettivo “analitico” usato come pietoso eufemismo per non dire “freddo come la morte” ma qualcosa non funziona neppure nel Salve Regina perchè quando inizia la preghiera alla Vergine non odo alcun cambio di passo, nessun soffio che faccia salire il tono o – quanto meno – alluda al passaggio dall’invocazione alla richiesta che deve trascolorire automaticamente nella disperazione di una ragazza che immagina già la fine del piccolo Steva. Eppure i singoli banchi dell’orchestra sono notevolissimi (l’assolo di violino e poi del corno nel secondo atto).

Vorrei un diverso bilanciamento voci-orchestra anche nel coro nuziale del terzo atto, sono alquanto commosso dal finale. Però ho sentito qualche Jenufa più s-co-i-nvolgente.

Un bel prodotto. Ben infiocchettato come la frutta dei supermercati. Mi manca però il succo che sbrodola lungo il mento e mi inzacchera la camicia. E’ per questo che non mi importa la passione di Michieletto per il blocco di ghiaccio spaccato da Steva e dai coscritti di leva o per lo sgocciolante iceberg del finale. Il regista nè toglie nè aggiunge qualcosa a Jenufa. Se qualcosa non funziona lo devo cercare sul versante musicale.



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François Mauriac - Nodo di vipere
24 febbraio 2021
Dov’è il nodo di vipere del titolo? Forse è nel cuore dello scrivente, un quasi settantenne roso dal sentimento di non essere mai stato amato, che ha trascorso la vita accumulando denaro e che, mentre medita di diseredare i parenti, scrive un memoriale destinato alla moglie che lo ha sposato solo per interesse.

Oppure il nodo di vipere sono i parenti-serpenti che complottano bisbigliando dietro ai muri, che lo seguono in trasferta a Parigi per accordarsi in segreto con il figlio illegittimo cui il nostro vorrebbe lasciare tutti i soldi.

Oppure il nodo di vipere è equamente distribuito, in una storia dove non ci si parla e la verità sfugge pirandellianamente. Confessioni, memoriali, confidenze non bastano a levare la cortina fumogena dei pregiudizi, delle convinzioni graniticamente costruite nel tempo.

Il libro è doloroso e pesante, potrebbe essere scritto da Irene Nemirovski: nella Francia profonda, rurale, paesaggi e personaggi scolpiti in una terra crudele e dura, solitari e prigionieri del calore del sangue. L’incipiente inverno ha ridotto gli uomini ad alberi scheletriti che si stagliano su un cielo che promette – e mantiene – tempesta.



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Salome - Scala 2021
22 febbraio 2021
Invidio i maghi Otelma della lirica, capaci di giudicare un allestimento cui non hanno ancora assistito, quando io mi sento invece imbarazzato perchè parlo di uno spettacolo intravisto dal buco della serratura del mio televisore.

Non mi piace che Salome compaia subito in scena: lasciare che la protagonista rimanga fuori dalla nostra vista mentre viene descritta dagli altri personaggi le offre uno spessore e una profondità affatto maggiori. Disturba anche la somiglianza del paggio siriano con la Berta del Barbiere di Siviglia e di Narraboth con il giornalista Mattioli però mi rendo conto che Michieletto sa il fatto suo. Far risalire i comportamenti di Salome a una violenza sessuale subita da bambina può essere risaputo e – oggi – anche di moda. Michieletto però riesce a incastrare solidamente la propria idea nel testo dell’opera così da rendere questo resoconto del tutto logico e filante.

Data questa premessa, la celebre danza dei sette veli è un evento catartico che perde buona parte della sua volgarità e che costituisce davvero il climax dell’opera (l’abito bianco da cui pendono dei fili rosso sangue è indubbiamente una delle immagini più forti e riuscite dello spettacolo).

A una parte visiva di sicuro impatto bisogna aggiungere una resa musicale interessante. Può darsi che Chailly tenga dei tempi un po’ troppo lenti per il mio gusto, ma Siegel e la Watson portano benissimo il ricordo di tanti Mime e Brunnhilde. La seconda è una delle migliori Erodiadi che ricordo, canta sempre, senza i grugniti ad effetto cui si abbandonano normalmente i colleghi, Siegel compreso, seppur con misura e gusto.

Elena Stikhina all’inizio mi ha lasciato freddo (colpa di Chailly?) però nel monologo conclusivo è stata da brivido. So che se fossi stato in teatro sarei svenuto dall’emozione. Purtroppo mi accontento di un video.



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Korngold - Das Wunder der Heliane (Berlino 2020)
20 febbraio 2021
Davvero fantastico ascoltare un’opera per la prima volta, senza sapere cosa accadrà. Me ne guardo bene quindi dall’anticipare qualcosa della trama. Mi limito solo a dire che il vero miracolo è costituito da questa partitura in cui c’è la quantità di note strettamente necessaria, in un’orchestrazione rutilante. Tre blocchi di musica che scorrono ininterrotti, privi anche dei raccordi tra numeri che ancora si trovano nel coevo Richard Strauss.

Io – che sono pedante – non faccio a meno di elencare giudiziosamente i rapporti tra Korngold e gli altri compositori, passati e presenti. Proprio l’inutilità di questo lavoro mostra che ho a che fare con il capolavoro di un grande maestro. Hollywoodiano? Kitsch? Banalmente tonale? Non me ne importa nulla: la musica regge perfettamente la scena e merita di essere ripresa ed accettata, oggi che abbiamo capito che si può adorare il Marteau sans maitre senza rinunciare alle armonie post-wagneriane.

Benedette le mani di Albrecht – di cui ricordo un ottimo Re Kandaules – lodate le gole di Sara Jakubiak, Josef Wagner, Brian Jagde, Okka von der Damerau, Derek Welton, Burkhard Ulrich, Gideon Poppe. La regia si limita a presentarci una sala che evoca il tribunale di Norimberga ed evita trasposizioni confusionarie e inutili, visto che ben poca gente conosce quest’opera.

Dopo tre giorni di streaming gratuito bisognerà attendere qualche mese perchè Naxos pubblichi il DVD.



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Romain Gary – Al di là di questo limite il vostro biglietto non è più valido
19 febbraio 2021
Jacques, ex-partigiano divenuto amministratore delegato di una società che ora naviga in cattive acque, fatica a soddisfare sessualmente la giovane amante brasiliana. Lei non sembra curarsene: ama Jacques così com’è e lo vuole sentire. Lui però è molto a disagio. Ne va dell’onore del gallo latino.

Siamo negli anni ’70 – a decenni di distanza dalle pillole blu. Si cercano consigli, impiastri, si gioca di fantasia, di destrezza (con le dita, sì!), ci si consola con l’esperienza e la durata, si mescolano decadimento fisico, finanziario e politico. La decadenza dell’Occidente di Spengler viene commisurata alla vigoria delle erezioni di Jacques. E non è un caso che sia l’Europeo Jacques che lo Statunitense Dooley abbiano lo stesso problema, che non riescano ad ammettere la cosa e che lo scettro del comando, è il caso di dirlo, passi all’Andaluso Ruiz.

Romain Gary è – per quanto mi risulta – l’unico autore che abbia vinto due volte il Goncourt, con il suo nome e con lo pseudonimo di Emile Ajar. Il suo libro è interamente chiuso nella mente del protagonista. Il mondo esterno è una misteriosa apparizione, un fondale per le ossessioni erotiche del protagonista.



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Clemenza di Tito – Vienna 2016
18 febbraio 2021
Ho della regia di Jurgen Flimm un ricordo sfocato, come dei sogni che si stanno dimenticando. Buon segno: posso concentrarmi su una musica che ad ogni ascolto si conferma un capolavoro degno del Flauto magico e della trilogia di Da Ponte. Se la struttura è quella dell’opera seria, la musica ha una vitalità che evita le stasi nell’azione che il pubblico moderno non sopporta, al punto da obbligare i registi ad inventarsi dei riempitivi che evitino al cantante di rimanere piantato come un sedano al centro della scena.

Adam Fischer sprizza gioia di vivere nell’ouverture. Chiari e splendenti i colori dell’orchestra anche quando non si usa il clarinetto scoperto dal tardo Mozart; ottimi i cantanti. Benjamin Burns, che mi era piaciuto alcuni giorni fa con un Don Ottavio molto virile e sicuro di sè, non è stato un imperatore di carta-pesta capace solo di ripetere quanto è buonino. Ottime Sesto e Annio (Gritskova e Albano), debole sui gravi Caroline Wenborne (Vitellia), non pervenuta Hila Fahima, una soubrette non all’altezza delle pretese che Mozart ha per Servilia.



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Monaco di Baviera 2021 Franco Cacciatore Weber
17 febbraio 2021
Giustifico appieno Antonello Manacorda che ha adottato su “Leise, leise” un tempo troppo lento per i miei gusti, ma del tutto appropriato quando si ha a disposizione Golda Schultz, una Agathe dalla voce pastosa ed avvolgente. In generale la compagnia di canto della Staatsoper di Monaco di Baviera è proprio buona e offre un Freischütz indimenticabile.

Chi vorrei volentieri scordare è il regista Dimitri Tscherniakov. Osservo distrattamente durante l’ouverture la proiezione delle fotografie segnaletiche dei personaggi con brevi biografie tratte da Linkedin. Il concetto su cui Tscheniakov si basa è la solita azienda di cui Kuno è dirigente e Max, Kaspar e Kilian sono dipendenti. Ormai sono mitridatizzato a queste trovate.

Purtroppo il concetto non si sposa con il testo, rimasto del tutto invariato e quindi dannatamente incongruo rispetto all’idea del povero Dimitri. La gara di tiro è fatta sparando con un fucile su ignari passanti per strada in una riedizione dell’assassinio di Marta Russo; durante il valzer Max saltella emettendo grugniti degni dei servizi di Nadal; ci sorbiamo tutta la storia del Probeschuß, Agathe – pur avendo litigato con il padre – resta in azienda e si sciroppa una Annetta che pur essendo donna emancipata ci ammannisce la sua aria sul giovanotto slanciato – cose che non sarebbero più proposte neppure da Famiglia Cristiana. E nel finale Max uccide realmente Agathe che riappare viva solo in una visione onirica svolta in una surreale luce al neon blu. Anche Kupfer aveva offerto una simile lettura nel celeberrimo Olandese volante realizzato a Bayreuth, ma se allora si violentava solo lo spirito del libretto – è Senta la prima a chiedersi se sta sognando – qui ci si rende conto che il concetto di Tscherniakov è un bussolotto della tombola, appiccicato a caso su un testo estraneo.

Il regista è tutt’altro che incapace: Kaspar posseduto dal demonio che parla con voce diversa quando impersona Samiel è efficace, anche se reminiscente dell’Esorcista; i parlati sono recitati benissimo, con una naturalezza che mi piacerebbe trovare nelle edizioni tradizionali; ha una bella caratterizzazione la Annetta che evoca il cane Nerone. Tutto questo però non basta a salvare un allestimento squinternato che non cerca mai di relazionarsi al libretto di Kind, con cui – per brutto e infantile che sia – dobbiamo comunque fare i conti.



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Philip Dick - Ubik
13 febbraio 2021
Nel mondo futuro di Philip Dick i morti possono rimanere congelati in uno stato di semivita che, per quanto non eterno, consente loro di comunicare con i vivi e di interagire in certo modo con loro. Il mondo è pieno di persone con poteri paranornali, telepatici, precognitivi, ricompositori del passato… Ovvio che se si vuol stare al riparo da quanti, grazie a questi poteri, cercano di intrudere nella nostra privacy, esistono società che mettono a disposizione dei clienti persone dotate di un potere anti-psi, gli inerziali.

In questo libro, di cui ogni capitolo è preceduto dalla pubblicità del miracoloso Ubik, ci si muove tra poteri e contropoteri parapsicologici, tra vita, semivita e morte. Preferisco non svelare il come, per non togliere il piacere della lettura, però…

Però non è sempre facile capire dove ci si trova, cosa accade e perchè, ma soprattutto lo stile è pesante e ripetitivo. Mi sembra di ritrovarmi nella centesima versione dello stesso romanzo, immerso in un uniforme grigio che rende pleonastici – e quando ci sono, prevedibili – gli ambienti esterni. Non dico che sia un libro brutto, ma forse ho preso una dose eccessiva di Philip Dick.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/2/2021 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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