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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Noam Chomsky - Chi sono i padroni del mondo
25 marzo 2017
Questo libro è una macchina del tempo che mi riporta all'adolescenza: è dall'epoca del liceo che non trovo una prosa tanto infiammata contro l'imperialismo yankee. Anche il titolo riecheggia una canzone in cui David Crosby si chiedeva quali sono i nomi di chi governa in modo tanto dissennato questo paese. Il guaio è che mi trovo a rivolgere a Chomsky la stessa obiezione che mi faceva mio padre quarant'anni fa: "prova un po' a dire queste cose in Russia".

Che JFK non sia stato il miglior presidente USA, che anche Obama - premio Nobel della pace sulla fiducia - sia stato deludente per molti versi, sono concetti che si trovano anche nella pubblicistica meno estremista. Il fatto è un altro: da che mondo è mondo chi detiene il potere fa tutto il possibile per mantenerlo. Se poi è anche ignorante e stupido combina solo dei guai senza fine. Il disastro in Iraq nasce in fondo dal fatto che il povero George Bush doveva trovare un'avventura all'estero che risollevasse la sua popolarità e che giustificasse tutti i soldi pubblici buttati in una macchina militare che quattro scalzacani armati di coltellini di plastica riescono a mandare in corto circuito. Ragionare sulle conseguenze delle proprie azioni - e quindi dell'opportunità di quanto viene fatto - è al di fuori della portata di una classe "dirigente" inetta che però abbiamo eletto noi. Tanto è vero che il malcontento dell'opinione pubblica continua a sfornare volti "antisistema" non necessariamente migliori di coloro che pretendono sostituire.

E poi lo aveva già detto il povero Karl Marx che è l'economia il motore della storia. Anche facendo la tara del suo conflitto di interessi non posso far a meno di notare che già nell'Esodo vediamo gli Ebrei ribellarsi a Mosè in quel di Massa e Meriba perchè si preferisce la prigionia a pancia piena sotto gli Egizi a una libertà affamata in mezzo al deserto. E allora il comunismo è caduto per la sua incapacità di dare alla popolazione una qualità di vità sufficientemente agiata, esattamente come il capitalismo sta implodendo proprio per l'impoverimento della classe media.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/3/2017 alle 9:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fausta Cialente - Il cortile di Cleopatra
22 marzo 2017
Fausta Cialente racconta una storia ambientata a Cleopatra, un sobborgo di Alessandria d'Egitto - luogo in cui un tempo c'era un'importante colonia italiana. Il protagonista del libro, Marco, è per l'appunto un giovanotto d'origine italiana tanto bello e affascinante quanto sfaticato. Alla morte del padre è tornato dall'Italia a Cleopatra dove vive con la madre greca.

Sono tante le donne che si invaghiscono di lui che percorre le loro esistenze sconvolgendole e viene alla fine distrutto, direi usando una espressione alla Nemirovski, dal proprio "calore del sangue".

Nel romanzo è assente l'esotismo, il fascino per luoghi lontani, la curiosità per un Egitto che invece appare così maledettamente simile all'Italia. Non c'è soluzione di continuità tra l'esistenza sordida che Marco conduce nel proprio paese (e che si conclude con la morte della donna cui il ragazzo dovrebbe pagare l'affitto) e quella che si svolge in Egitto - essa pure terminata in modo tragico. Le dune della spiaggia di Cleopatra potrebbero benissimo trovarsi in una qualsiasi località di mare del nostro meridione: a Fausta Cialente probabilmente interessava solo la descrizione di un caso umano, della descrizione di un povero ma bello - e maledetto.

E' un libro affascinante, con una scrittura elaborata di grande presa.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/3/2017 alle 14:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Santa Maria della Passione - Milano
16 marzo 2017

"Ma perché venite sempre quando devo chiudere?"

Giuro che non mi sono accordato con nessuno. Ed è un caso che mi trovi qui, per altro - se il mio orologio non è fermo - molto prima che Santa Maria della Passione chiuda. Forse è la legge di Murphy: non appena la signora dalla cui buona volontà dipende la visita alla Sala Capitolare si stufa di stare al freddo e al buio in attesa di turisti, ecco che compare qualche coraggioso esploratore. Siamo infatti in un paese stolido e neghittoso, dove non solo si pensa che non ci sia vita al di fuori di Corso Vittorio Emanuele ma si giudica temerario chiunque provi ad avventurarsi al di là delle colonne d'Ercole della circonvallazione interna.


La sala capitolare è meravigliosa, dalla porta in legno scolpito fino - e soprattutto - alle tavole in cui il Bergognone raffigura Cristo con i discepoli.

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Delle molte opere che ho visto la mia attenzione è stata attratta in specie da due dipinti dei transetti. A destra, la Deposizione di Luini

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dominata dal nudo legno della Croce, drammatica visualizzazione del "consummatum est" (o del Es ist vollbracht per i bachiani in servizio permanente)

A sinistra invece l'Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari

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Il pittore ci tiene a dimostrare la sua conoscenza della prospettiva, con un punto di fuga che coincide con la figura del Salvatore (Gesù deve essere la mia prima parola nel nuovo anno, direbbe il solito Bach). C'è pure nel quadrato alle spalle di Cristo una città ideale, con tanto di tempietto perfettamente simmetrico. Che sia proprio sulla linea verticale occupata da Gesù mi fa ritenere che quella sia LA città ideale per eccellenza, la Gerusalemme celeste. Certo, ci sono su un lato i due monelli che sbirciano con aria sfacciata dentro la sala - un piccolo cambio di registro drammatico che aumenta il fascino di un dipinto mirabile.






permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/3/2017 alle 13:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Guercino a Piacenza
11 marzo 2017
Il punto di partenza di questa mostra è la cupola del duomo i cui affreschi sono stati iniziati da Morazzone e conclusi dal Guercino.

Non è il caso di farsi impressionare dal terrorismo psicologico esercitato dal sito: non è necessario essere atleti intrepidi per fare il centinaio di gradini che conducono sotto la cupola del duomo. I passaggi sono sicuramente stretti, gli scalini irregolari ma poter ammirare da vicino le storie dell'infanzia di Gesù e la sfilata dei profeti e sibille vale sicuramente un po' di fiatone.

Molto più tradizionale la sezione ospitata al primo piano di palazzo Farnese. Una ventina di dipinti, in genere pale d'altare, ma ci sono anche opere di piccolo formato, come "Apollo e Marsia" o il celeberrimo "Et in Arcadia ego", proveniente dalla Galleria Borghese di Roma.

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Come nell'Orfeo monteverdiano la morte irrompe improvvisa nel bel mezzo di una scena agreste. I nostri eleganti pastori si confrontano con un teschio in cui i resti di carne non ancora spolpata rimandano al rosso acceso del berretto di uno degli arcadi.

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Ancora più stupefacente una Susanna resa con estremo realismo (incredibili i capezzoli!) ma nella posa di una santa del Reni. E la luce divina che le illumina il volto ci anticipa come finirà con gli eleganti signori che la concupiscono.

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E la Mater dolorosa che si protende verso il figlio risorto, felice e forse incapace di credere possibile ciò che le sta di fronte. L'espressivo dialogo di sguardi tra madre e figlio, che quasi sorride con l'aria di chi dice "il peggio è andato", ed intanto abbraccia Maria con fare paterno.

Come sulla cupola, ho avuto l'impressione di aver di fronte dei pacifici contadini emiliani, delle arzdoure. Una storia sacra che si svolge nel nostro quotidiano.

La mostra chiude il 4 giugno



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/3/2017 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mel Bonis
8 marzo 2017
Per rendere meno difficoltosa la diffusione delle proprie opere Melania Bonis decide di mascolinizzare il proprio nome in Mel Bonis. Mossa vana: il cambiamento del gusto musicale all'inizio del ventesimo secolo, unito forse anche al carattere chiuso e tormentato della signora, lascia nel dimenticatoio un corpus di opere quanto mai nutrito e vario. Si va da piccoli pezzi di carattere destinati a pianisti in erba a importanti lavori sinfonici. Bisogna aspettare questi ultimi anni perchè i lavori di Mel Bonis suscitino attenzione: il pianista Laurent Martin, che ha pubblicato diversi CD dedicati alla Bonis, è forse il più attivo difensore dell'opera di questa artista.

Una miniera di notizie su Mel Bonis è il sito della associazione intitolata a lei





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/3/2017 alle 13:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Monteverdi - Orfeo a Caen con Les arts florissants
7 marzo 2017
Per grande che fosse la sala del palazzo ducale di Mantova in cui fu creato l'Orfeo di Monteverdi, non è pensabile che fossero coinvolti molti artisti, nè che ci fossero degli elementi scenici particolarmente elaborati. In questo allestimento del teatro di Caen i musicisti sono sul palcoscenico, assieme ai cantanti che sembrano usciti da un dipinto rinascimentale. Uno sfondo nudo, che muta colore a seconda delle necessità della rappresentazione e tre pietre massicce che delimitano lo spazio in cui si svolge la storia del divino cantore. Una gestualità efficace, nessun volo pindarico di registi à la page. Prima di cantare, Orfeo alza la mano verso il sole - anche nell'Ade - per ricordare il suo status di figlio di Apollo (siamo pur sempre in ambiente neoplatonico). Del resto Apollo (Paul Agnew) rimane costantemente sullo sfondo e Musica ricompare nella moresca finale per chiudere l'anello di questa vicenda esemplare.

Un ottimo senso teatrale, con le sezioni dell'opera che si concatenano in modo da dare l'impressione che Monteverdi abbia inventato anche il dramma musicale wagneriano. Mi è piaciuto molto anche il tentativo di variare ogni riapparizione del "Caso acerbo" nonchè dei ritornelli (quello che chiude il secondo atto viene affrontato molto lentamente, così da far sentire che l'atmosfera festante e serena è finita del tutto). Delicati colori orchestrali, ben dosati, con un bell'amalgama sonoro ed ottimi cantanti. A mio avviso è uno dei migliori video dell'Orfeo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/3/2017 alle 9:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tannhauser in francese a Monaco (MC)
4 marzo 2017
Nel rimaneggiamento parigino di Tannhauser Wagner sviluppò il personaggio di Venere offrendole un più ampio monologo in cui la dea mescola blandizie e minacce per tenere il cantore attaccato a sè. In complesso è una manciata di versi nuovi in lingua francese poi ritradotti in tedesco. Bastano a giustificare la proposta di un Tannhauser francese, visto che le restanti tre ore sono tutte state concepite nella lingua madre di Wagner? Secondo me no: si distrugge il delicato equilibrio tra parola e musica, si massacra la linea vocale e si polverizza pure la prosodia francese.

Come se non bastasse questa operazione demenziale è stata realizzata con cantanti insufficienti. José Cura - sicurissimo di aver a che fare con un classico del verismo - non si limita ad avere nella voce  una lacrima: ha un vero mare di pianto. Gemiti, guaiti, singhiozzi... tutto quanto serve a nascondere la pochezza di uno strumento vocale già mediocre nei suoi primi anni. Non ci va meglio con Aude Extremo (Venere) che giunge all'estremo delle sue possibilità vocali in acuti striduli che farebbero scappare qualsiasi innamorato. In questo ambiente la passabile Elisabetta di Annemarie Kremer sembra una novella Regine Crespin.

Tra i maschi segnalo il penoso Biterolf pacifista di Roger Joachim e il pensoso Wolfram di Jean-François Lapointe - finalmente uno che canta - peccato che nel frattempo la noia e il fastidio per questo testo francese mi abbiano narcotizzato. 


Natalie Stutzmann stacca per il rientro del tema dei pellegrini nell'ouverture un tempo che io considero troppo lento. De gustibus non est disputandum, mi piacerebbe però capire che senso abbia accelerare nelle ultime due battute. Fracassone e grezzo il baccanale, negli atti successivi dei tempi più sostenuti hanno almeno accorciato le mie pene.

L'allestimento è visivamente molto bello. Ha un tocco di ridicolo nelle pistole al posto delle spade e nei cantori che puntano le loro armi contro Tannhauser nel finale (ma su Cura io avrei sparato con pistole vere fin dal primo atto), interessante Wolfram che segue Venere nel terzo atto. Sarebbe stato un bello spettacolo con cast e lingua diversi.

Visibile su Culturebox




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/3/2017 alle 13:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Bellotto e Canaletto a Gallerie d'Italia
3 marzo 2017
Solito titolo specchietto per le allodole: la mostra allestita nella sede milanese di Gallerie d'Italia riguarda in realtà il solo Benardo Bellotto. Antonio Canal compare con un pochi quadri, l'indispensabile per documentare la formazione del nipote che poi avrebbe lasciato Venezia per visitare Firenze e Roma ed emigrare verso il nord Europa dove trovò una grande - e meritatissima - fama, tanto da essere conosciuto con lo stesso soprannome dello zio (Canaletto).

A me piacciono moltissimo queste vedute brunite, che presentano un'incredibile varietà di marroni, verdi e gialli. Non c'è l'atmosfera di un'eterna mattinata di sole, sotto un cielo azzurro al più appena velato, si sente invece il profumo della terra bagnata, la precisione documentaristica con cui si rende lo scorrere del quotidiano. Non vengono tramandati semplici monumenti, ma luoghi del reale in cui io sono uno dei personaggi che popolano il dipinto. Ho voglia di andare a Gazzada, a Vaprio, mi viene la nostalgia del castello Sforzesco in piena campagna, raffigurato come se fosse una cascina dell'abbiatense, conosco il piacere di passeggiare sulle rive dell'Elba, curiosando verso il cantiere della Hofkirche.

E' tutto costruito con grande pignoleria e abilità, come uno scenario di teatro. Non mi stupisce che Bellotto sia stato tanto amato dai suoi ricchi committenti.

Molto interessante la sezione conclusiva che ci offre la visione dell'autore nella sua intimità. Abbiamo il Capriccio in cui egli si ritrae, alcuni disegni in cui sono raffigurati ufficiali polacchi, l'abbozzo di una scenografia, libri che erano inventariati nella sua biblioteca.

Spero che questa mostra insegni al nostro pubblico che Bellotto è sufficientemente grande da non aver bisogno di appoggiarsi allo zio per richiamare visitatori alle sue mostre.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/3/2017 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rimskij-Korsakov - Il gallo d'oro alla Monnaie
1 marzo 2017
Sotto la forma di un racconto favolistico Il Gallo d'Oro motteggia la corte zarista alle prese con la guerra russo-giapponese. Fa dunque bene il regista Laurent Pelly a sottolineare l'aspetto satirico dell'ultimo lavoro teatrale di Korsakov: il re governa in pigiama da un gigantesco letto matrimoniale che nell'ultimo atto si muove su ruote cingolate - un sovrano, fosse anche da operetta, esercita una violenza effettiva. Il generale e i figli del re sono disegnati in modo grossolano e caricaturale, il popolo è una massa amorfa ed incolore che non ha nulla della grandezza del coro di Mussorgskij.

Il gallo d'oro del titolo, che compare solo negli atti estremi, è rappresentato in scena da una ballerina ricoperta da un bel piumaggio giallo che risalta sul grigio e nero circostante. Il centro della vicenda è occupato dalla regina Scemachan. Un ruolo lungo, molto impegnativo vocalmente, che richiede una cantante affatto sicura di sè. E' il caso di Venera Gimadieva, straordinaria da ogni punto di vista, anche quello fisico. Di nuovo un plauso a Pelly che ha sfruttato fino in fondo le capacità della cantante, in modo da mettere il personaggio nel giusto rilievo. Fin dal suo entrare in scena lei chiarisce le proprie intenzioni ("Voglio conquistare la tua città" dice al re), spiega che il suo fascino ha già posto fine alla vita degli eredi al trono che dunque non sono morti eroicamente per mano del nemico ma nel corso di una lotta intestina per possedere questa Lulu che dispone della vita di tutti. Anche del re, visto che è per causa sua che il sovrano viene meno alla promessa fatta all'indovino e muore per becco del gallo d'oro.

Non mi è piaciuta affatto la direzione monocromatica e opaca di Alain Altinoglu: fatico a riconoscere il mirabile orchestratore di Sheherazade. Non so quanto certi accenti rozzi e sguaiati siano voluti (siamo in uno spettacolo dichiaratamente satirico), però Pavlo Hunka (Dodon) forse esagera. E' comunque un bel video di un lavoro poco frequentato.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/3/2017 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Alberto Moravia - Agostino
24 febbraio 2017

Mi piacciono moltissimo le descrizioni, gli sguardi lirici che si aprono improvvisamente in questo libro: un tramonto colorato e drammatico, che riflette la situazione psicologica di Agostino che in una sola giornata scopre il sesso; la luna rossa che ammicca, come in una Salome versiliana, sulla casa di tolleranza; il placido baluginare del mare visto dal patino; la pineta e fin anche il misero estuario del fiume che si apre sulla spiaggia dei poveri. La Viareggio descritta da Moravia appare così chiara e luminosa, percepisco in modo netto i profumi che appesantiscono l'aria, afosa ed assolata, i rumori della banale vita da spiaggia.

Agostino può rientrare nel cliché del romanzo di formazione, del prurito adolescenziale, della poesia legata alla perdita dell'innocenza. Già questo può rendere facile amare il libro - ma la precisione fotografica della lingua è una grande gioia.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/2/2017 alle 8:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Malvaldi - Sei casi al BarLume
18 febbraio 2017
Non solo Malvaldi si trova a suo agio con la forma del racconto ma riesce anche ad evitare la routine. Delle sei storie di questo libro la prima non parla affatto di assassinii ma di un banale disturbo alla quiete pubblica che viene però risolto dal barista Massimo e l'ultima addirittura si svolge a distanza: i malefici vecchietti in gita in Val Gardena si intromettono in una indagine condotta per telefono dalla commissaria di Pineta.

Sì, la commissaria. Chi segue i film realizzati da Sky a partire dai libri di Malvaldi ha sempre trovato il povero Fusco trasformato in una avvenente signora. A metà libro l'autore decide di adeguarsi alle necessità della produzione televisiva e a sostituire il suo commissario con una poliziotta giovane e carina. In questo modo chi ha conosciuto il BarLume a partire dal piccolo schermo non solo si ritroverà in terreno noto ma riconoscerà alcune storie presentate al grande pubblico.

Ah... se si ingrandisse anche il pubblico della lettura!





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/2/2017 alle 8:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Venezia: Tannhauser "di" Bieito
12 febbraio 2017

Anche se la musica è indubitabilmente quella - suonata in modo per altro assai scialbo - del Baccanale di Tannhauser, la scena corrisponde alle didascalie di Erwartung: una signora vaga nella notte in una foresta. Il suo compagno però non è ancora morto e la vuole lasciare. E' reso bene il disfacimento di questa coppia - se Ausrine Stundyte fosse un po' più precisa nel canto non sfigurerebbe di fronte a Vinke.

Il pastore della seconda scena è stonato da una bambina, che chiaramente rimanda sia a Venere che a Elisabetta: le due donne sono simili. Non ci vuole in effetti molto a riconoscere in esse due facce della stessa medaglia. Bieito le fa comparire assieme nel finale: è forse l'unico modo di rendere in modo decente un'opera in cui il protagonista, eternamente indeciso tra due mondi sentimentali ed artistici opta per Elisabetta più per necessità che per intima convinzione: la musica palpita più per la lussuria  che per la castità - presunta, il secondo atto parigino,  anche questa volta abbandonato in favore della versione di Dresda, lascia immaginare una Elisabetta più pepata.

Mi piace la scena del secondo atto, che ingabbia i personaggi. Mi fa morire dalle risa l'omaggio a John Cleese: landgravio e cantori percuotono il suolo con rami frondosi facendo un baccano che copre provvidenzialmente l'orchestra.

Nella registrazione che ho trovato su Culturebox  la claque di Bieito si fa sentire con un po' di fischi solo nel primo atto. In effetti non mi sembra uno spettacolo brutto. Sono l'orchestra, il direttore e i comprimari ad essere peggio del Valium.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 12/2/2017 alle 10:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Inge Sargent - Tramonto birmano
9 febbraio 2017
E' normale che subito dopo il matrimonio ci si accorga di aver sposato una persona molto diversa da quella con cui si aveva avuto a che fare durante il fidanzamento. La sorpresa cui è dovuta andare incontro Inge Sargent ha però superato ogni limite: lo studente universitario modello che aveva sposato era in realtà il principe di Hsipaw, uno stato nord orientale della Birmania.E' una storia d'amore umano - i due sono una coppia molto affiatata e ben assortita - e civile - entrambi vogliono portare alla Birmania il progresso politico, sociale ed economico. Purtroppo sappiamo tutti come è andata a finire. Lo sappiamo dalla prima pagina: si comincia dal giorno del colpo di stato di Ne Win - tutt'ora uomo forte del paese.

Dolorose le pagine in cui si descrive il passato, breve e pieno di speranze, che si alterna al presente di un paese in stato d'assedio, governato da una cricca di pazzi sanguinari. Inge Sargent impiega alcuni anni a rendersi conto che non c'è speranza e che lasciare la sua patria adottiva è l'unico modo di tutelare la vita propria e delle figlie.

Un libro molto bello ed amaro, in cui ci ricordiamo che esistono tanti paesi che non sappiamo collocare correttamente in una cartina geografica ma che non per questo sono privi di civiltà e persone che dovrebbero avere i nostri stessi diritti.





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Lohengrin con Netrebko Beczala e Thielemann
5 febbraio 2017
Commovente l'ingenuo andirivieni di Elsa dalle quinte all'arcivescovo che prima le mostra la croce, poi gliela appunta sull'affannoso petto e poi la benedice. Non è facile riempire questa interminabile marcia nuziale di Elsa del secondo atto, che prevede una lunga preparazione prima della comparsa della protagonista. Siamo nel mondo del grand opéra dove cortei e processioni sono fondamentali. Ci riusciva bene Herzog a Bayreuth, questa Christine Mielitz di Dresda ondeggia tra un Boris Godunov centroamericano (una figurante con un'icona mariana che ricorda molto la Vergine di Guadalupe), i film di Romy Schneider e il Don Carlos (o il mago Zurlì?). E' una regia assolutamente tradizionale che sfrutta bene una scena assai funzionale - uno spazio chiuso da ampie vetrate che fanno molto gotico britannico. Gesti semplici e tradizionali, recitazione non necessariamente fantasiosa (Zeppenfeld ha una mimica sorpresa che ha la varietà espressiva del povero ispettore Derrick).

Però non rimpiango i topi e preferisco di gran lunga questo tipo di spettacolo. Tanto più che finalmente ci sono dei cantanti. Il DVD è stato ampiamente corretto rispetto all'audio rigorosamente live che ho ascoltato qualche mese fa. Non esiste però tecnico del suono che possa trasformare un cappone in un Heldentenor ed è una gran bella cosa che due cantanti in gamba, con bella voce e musicalità si cimentino in questo repertorio. Thielemann non è una sorpresa, ama i colori forti e corruschi (che meraviglia il secondo atto, così tetralogico!) potrebbe lavorare meglio sulle dinamiche introducendo più piano e pianissimo ma qui sto cercando proprio il pelo nell'uovo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/2/2017 alle 8:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il flauto magico all'opera di Vallonia
4 febbraio 2017
Come in un "Enfant et les sortilèges" mozartiano la camera di un bambino prende vita: il serpente sbuca da dietro il letto, Papageno sorge dal piumone, i tre fanciulli stanno dentro l'armadio. I pupazzi con cui il bambino gioca si animano per diventare i personaggi della fiaba che papà-Sarastro racconta al figlio con l'intento di accompagnarlo verso il sonno.

Il tempio di Iside e Osiride è la biblioteca del babbo e tutto il secondo atto si compie in mezzo ai libri giganteschi e misteriosi del genitore. Nell'ultimo numero dell'opera il babbo si alza con delicatezza dal letto, lasciando il piccolo addormentato con la bambola Pamina tra le braccia. E gli altri personaggi si allontanano in silenzio sicuri che il bambino sarà cullato da un bel sogno.

Un incubo è invece la direzione d'orchestra di Paolo Arrivabeni - preclara eccezione alla regola nomen-omen. Siamo immersi in una corsa forsennata verso il nulla. La povera regina della notte non ha neppure il tempo di tirare il fiato al termine della sua coloratura. Non amo le letture strascicate, ma non bisogna esagerare: la velocità non può andare contro l'espressione e il buon senso. Un buon direttore d'orchestra avrebbe sicuramente trovato modo di offrirci una lettura dignitosa e di superare i limiti di una compagnia di canto niente affatto stellare. Ci saremmo comunque tenuti tre fanciulli che cantano male in una lingua più simile al fiammingo che al tedesco, ma probabilmente si sarebbe ridotto il divario tra un allestimento piacevolissimo e una condotta musicale insufficiente.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/2/2017 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Romain Gary - La vita davanti a sè
1 febbraio 2017
Momo è un figlio di puttana di età compresa tra i 10 e 14 anni. Vive con Madame Rosa, un'ex prostituta ebrea, già internata ad Auschwitz, ora troppo anziana e grassa per esercitare. Momo ci è rimasto male quando ha scoperto che Rosa lo ospita e lo cura non per amore ma perchè riceve ogni mese il vaglia per il suo mantenimento. Il romanzo, raccontato in prima persona da Momo, racconta l'evoluzione dei rapporti del ragazzino con questa madre adottiva in una lotta non solo contro la malattia ma contro un sistema nemico (l'assistenza sociale, gli ospedali).

Come la luce del tramonto, il punto di vista di un bambino trasfigura la realtà e ci obbliga a considerare diversamente il mondo cui siamo abituati. In più questo espediente narrativo rende più difficile cadere nel sentimentalismo: il decadimento fisico di Madame Rosa viene descritto in modo asettico, quasi anaffettivo, perchè il ragazzino non ha ancora la capacità di interpretare i segni della malattia. La commozione esce suo malgrado tra le righe di un testo volutamente sgrammaticato ed impreciso, grazie allo iato tra il modo con cui noi e il bambino percepiamo e comprendiamo il quotidiano.

Romain Gary ottenne con questo romanzo - scritto sotto lo pseudonimo di Emile Ajar - il suo secondo Premio Goncourt. E' un testo bellissimo, che non lascia affatto indifferenti.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/2/2017 alle 7:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Perfetti sconosciuti
29 gennaio 2017

Di sicuro questo "Perfetti sconosciuti" deve essere costato poco: è girato quasi esclusivamente all'interno di un appartamento. Il film segue uno schema teatrale collaudato, quello di un ambiente chiuso in cui poco alla volta si scaricano delle tensioni che portano alla dissoluzione della normalità e alla catastrofe. Vero che alla fine  ci accorgiamo che tutto quanto abbiamo visto non è affatto successo, è un "cosa sarebbe capitato se..." eppure anche questo espediente ha un valore catartico mostrando la fragilità dei nostri equilibri.

L'assunto di partenza è che i nostri telefonini sono più che un'appendice del nostro corpo, sono il nostro vero sancta sanctorum, il luogo in cui si trovano concentrati i nostri segreti - più nevralgico ancora della nostra testa perchè se nessuno è in grado di leggere nel pensiero altrui chiunque può sbirciare un messaggino su un telefono lasciato distrattamente in giro (uno dei personaggi significativamente ha l'abitudine di appoggiarlo sempre sul display).

Non crediamo che nessuno riesca ad essere senza segreti - se per questo non conosciamo interamente neanche noi stessi. Mettere alla prova ciò che nascondiamo agli altri, la parte oscura di noi ha conseguenze gravi, scioglie la convivenza sociale. Non è che non si percepisca il tradimento altrui (essere convocati alla partita di calcetto solo quando manca il portiere o avere un compagno donnaiolo), ma per convenzione si sceglie di far finta di niente, perchè il costo sociale del disvelamento della verità è maggiore del danno che si subisce tacendo.

Posso capire facilmente che questo film abbia avuto un grande successo al botteghino. Perfetti sconosciuti tocca temi che interessano chiunque, con il giusto ritmo narrativo - all'inizio tranquillo e lento, poi il crescendo che conduce a un fortissimo su cui si scioglie improvvisamente l'azione. Grande naturalezza nella recitazione, ambienti comuni e banali in cui ognuno possa riconoscere la propria esistenza. Un ottimo film.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/1/2017 alle 16:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Wozzeck - Zurigo Luisi 2015
25 gennaio 2017

Il pazzo, seduto a cavalcioni del proscenio di un teatro di burattini, mostra le proprie gambe di legno. Perchè i personaggi di questo Wozzeck sono tutti burattini: legno, stoffa, cartapesta, colla e pittura scrostata. Il capitano ha baffi e capelli dipinti sul capo e fronteggia il protagonista che tiene già in mano l'arma del delitto. Il personaggio che ottiene un vantaggio dalla discussione si alza sull'altro... e alla fine capiamo che Wozzeck ha vinto il primo round dello scontro con gli altri. Anche con il dottore il nostro soldato mostra caparbietà nel chiedere - ed ottenere - sempre più denaro anche se ha contro tutto il senato accademico (il dottore si moltiplica in tanti suoi simili che mi ricordano la scena - espunta da Berg - in cui Wozzeck viene sbeffeggiato davanti agli studenti).

Il tambur-maggiore ha un cappello coronato da un pennacchio fallico e nel secondo atto si fa fare un pompino dalla rosso crinita Marie. In questa medesima scena gli altri personaggi alzano in modo meccanico una gamba rigida con un gesto che mi ricorda certe stampe che nell'ottocento volevano descrivere in modo comico la vita militare.

Il terzo atto contiene molte idee geniali. La testa decollata di Marie fa pensare allo Jokhanaan di Strauss. Quando, dopo la morte di Marie, al secondo crescendo orchestrale ogni volta che uno strumento attacca la sua nota compare sullo sfondo una nuova testa di Marie. Queste teste si animano improvvisamente all'inizio della scena successiva - come se fosse la morta ad accusare il suo assassino. E infine il bambino, che fino all'inizio dell'atto era un pupazzo, nell'ultima scena diventa di carne ed ossa ed è circondato da altri bimbi vestiti come i personaggi del dramma che si è concluso. Quale modo migliore di rendere il senso della ciclicità di quest'opera?

E' il più bel Wozzeck che io abbia mai visto: intelligente e perfetto in ogni sua parte, retto poi da musicisti all'altezza della situazione. Assolutamente da vedere e sentire.




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Mussorgskij - Boris Godunov Abbado 1998
22 gennaio 2017
Non basta passare alla versione originale per offrire un grande Boris Godunov: se si mantengono i tempi tradizionali della revisione Rimskij-Korsakov continueremo a rimpiangere i colori alla Cecil B. De Mille, pur facendo omaggio al filologicamente corretto del testo definitivo di Mussorgskij.

Abbado invece sceglie di accelerare sensibilmente i tempi, con esiti affatto insoliti. I colori orchestrali si adattano meglio a questo ritmo incalzante, le pause del testo durano sensibilmente meno così che la frase musicale non appare inutilmente frantumata ed assume un senso maggiore. La canzone di Varlaam assume il contorno di una vera canzone popolare da osteria, non di un Lied ordinato e grazioso per belle signore. Restando nella scena della locanda è bellissimo il trattamento di Grigori e Varlaam: entrambi monaci spretati, che si sono dati alla macchia. Il primo però guidato dall'ambizione, il secondo dal desiderio di essere libero e felice. Quest'ultimo ha scelto di essere avvinazzato e si comporta da ignorante: di fronte al suo analfabetismo le guardie di confine se ne sarebbero andate senza far danni, anche a Grigori. Il nostro pretendente però è scaltro, dotto ma inesperto della vita e prova ad usare la propria cultura per fregare il compagno. Oggi definiremmo Varlaam un analfabeta di ritorno... anche se quando c'è da salvare la ghirba si aguzza l'ingegno, la scelta usuale di far partire la sillabazione del mandato di cattura a bassa velocità per poi gradualmente aumentare la speditezza della lettura funziona drammaticamente ma non è tanto verisimile. Invece il martellamento costante delle sillabe decifrate dal monaco che ha semplicemente finto di essere illetterato non solo è più credibile ma getta una luce diversa sui personaggi sia ora che più tardi quando riappariranno durante la rivolta di Kromy.

Perfetta la musica, ineccepibile il canto. Intelligente un allestimento che mescola il passato zarista con il presente comunista, lasciando sempre in primo piano la folla - l'affamato e sofferente popolo russo che è il vero protagonista di quest'opera. La cellula di Pimen potrebbe essere un ufficio della Lubyanka, i cavalli di Frisia e le camionette fanno pensare all'epoca di Stalin e le celle in cui è rinchiuso il popolo sono perennemente espressive. Riuscito lo specchio inclinato che forma lo sfondo dell'atto polacco.

Questo Boris Godunov
è la versione da conoscere a tutti i costi



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Anat Gov - Oh, mio Dio!
19 gennaio 2017

Nessuno prenderebbe sul serio una persona che afferma di essere Dio. Ella, una psicanalista, per giunta laica, ribatte subito a questo strano paziente "Non è possibile, tu non esisti".

Non sono certo alcuni trucchetti da illusionista paesano a convincerla. Però questo "Dio" conosce di lei pensieri, sentimenti, fatti intimi  noti solo a lei... Presto Ella si occupa con impegno del caso di Dio, questo personaggio che dopo aver parlato tantissimo per millenni, si è messo a tacere improvvisamente, dopo il fattaccio di...

No, non posso andare avanti a raccontare la trama di questa commedia arguta, utile e interessante per tutti, atei e non. Wikipedia mi informa che Anat Gov è una scrittrice di sinistra che ha rifiutato il funerale religioso. Sono i misteri di Dio, che si serve di un'atea perchè si tocchino temi cruciali anche per il credente: il silenzio di Dio, cosa è Dio per noi o - se preferiamo -  cosa è Dio tout-court, quali sono i rapporti tra bene e male, cosa significa la nostra esistenza - laica o di fede che essa sia.

Questa pièce teatrale smuove la coscienza obbligandola al sorriso, giocando sull'assurdità di un Dio  bisognoso di psicanalisi perchè caduto in crisi d'identità. Il tutto avendo sullo sfondo il dramma personale del figlio autistico di Ella. E' un personaggio muto ma niente affatto secondario, perchè la tragedia che il piccolo ha introdotto nella vita della psicanalista ha necessariamente influito sulla sua posizione nei confronti di Dio.

Un lavoro bellissimo che mi fa sperare di incontrare altre opere di questa Anat Gov - purtroppo morta neanche sessantenne pochi anni fa.

 



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Tahar ben Jelloun - Creatura di sabbia
14 gennaio 2017

In un mondo dove una femmina vale al massimo la metà di un maschio un uomo, disperato di fronte alla nascita della settima figlia, decide che l'ottavo nascituro sarà un figlio. Comunque... se disgraziatamente dovesse essere l'ennesima bambina ci si comporterà come se fosse l'agognato maschio. Ed è così che dunque nasce Ahmed.

E' una storia avvincente raccontata da un narratore ambulante a un gruppo di persone. Solo che il narratore scompare e gli astanti debbono immaginare un finale per questa vicenda. Ci troviamo così con diverse conclusioni, una per ogni persona che si cimenta a immaginare la conclusione della vicenda di Ahmed. Addirittura uno dei narratori è Borges, piombato non si sa come dall'Argentina in Marocco.

Poco importa se questo sia inverosimile. Il punto centrale è che i personaggi di questa vicenda sono come le dune del deserto: linee cui la nostra immaginazione dà una forma, figure evanescenti che durano lo spazio di una pagina.

Jelloun disegna un libro molto complesso, di non semplice lettura, perchè retto da uno stile elaborato, assai poetico, con immagini e considerazioni che domandano di essere approfondite in ogni istante. Esistono, in questo romanzo di Jelloun, due piani che si intersecano in continuazione: da un lato la creazione letteraria, il gioco creativo e dall'altro la denuncia di un mondo in cui la femmina è un essere inferiore cui viene negata qualsiasi autonomia e capacità di auto realizzazione.





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Museo delle belle arti di Nizza
9 gennaio 2017
Il museo delle belle arti di Nizza si trova in un bell'edificio neoclassico vicino alla Promenade des anglais.
 
Non è da sottovalutare: la sua collezione, per quanto eterogenea ha molti pezzi interessanti. Prima di tutto un sostanzioso gruppo di opere di Dufy. Poco discosto una coppia di van Dongen (sublime l'armonia rosa  e verde di Madame Jenny) ma anche una Mediterranée di Espagnat ha colori bollenti e forme mollemente sensuali. Mi è piaciuto molto Lebasque con una ragazzina  nel bagno estremamente vicina al mondo di Bonnard, anch'esso presente con una sua opera.
 
Degli autori antichi spicca il Crocefisso del Bronzino, dei pannelli di un altare dedicato a Santa Margherita attribuiti a Brea mi sono piaciute solo le figure laterali... le storie della santa evocano troppo atmosfere da ex-voto.
 
In attesa di riscoprire come preclara anticipazione del post-moderno il Watteau belle epoque di Jules Cheret mi diverto con i dipinti di gusto orientaleggiante del piano terra. Due venditrici egiziane di arance sono identiche a quelle che ho visto al museo Calvet di Avignone, solo che qui le grandi dimensioni del quadro non giovano alla sua resa. Se la cava meglio Tanoux con Thais e Nanouna. In quest'ultimo quadro si vede un eunuco assieme a due sensuali e cellulitiche signore nude. Non guardiamo i loro piedi, appena tratteggiati e sentiremo il fascino dei diari di Flaubert in Egitto.
 
Alcune sculture ottocentesche molto virtuosistiche (il marmo che imita un trine, la delicatezza delle piume dell'aquila che rapisce Ebe).
Risultati immagini per musee beaux arts nice
Non guasta il fatto che, molto intelligentemente, un solo biglietto da 10 euro concede l'accesso a tutto il sistema museale di Nizza.




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Mostro sacro
5 gennaio 2017

Uno dei reperti più interessanti del museo lapidario di Avignone è il cosiddetto Tarasque de Noves, una stranissima figura di animale - forse un leone - che sta mangiando un uomo: se ne vede il braccio che esce dalla bocca irta di zanne. Cosa significa? Con questo reperto, di origine gallica, siamo persi nelle nebbie della preistoria e possiamo fantasticare di lotte tra animali feroci e uomini, come anche di riti di generazione (il mostro ha un membro eretto che fa presupporre che l'uomo sia inghiottito giusto temporaneamente, che esso risorgerà a nuova vita da questa esperienza).

Ma non avrei immaginato di imbattermi in qualcosa di simile nel portale di San Trofimo ad Arles, una trentina di chilometri più a sud. Anche qui riconosco l'inconfondibile figura di un leone che si sta sgranocchiando con grande gusto un nostro simile. Di nuovo è molto ben visibile l'arto che esce dalla bocca dell'animale. Ma la figura umana è molto meglio disegnata e la bestia non ha attributi maschili che possano accostarla a riti pagani. La Tarasque è un animale mitologico affine alla manticora che rientra nel folklore provenzale. Pure mi sembra inquietante che qualcosa degli incubi preistorici sia sopravvissuto nei secoli e sia arrivato in piena epoca cristiana.



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Baux-de-Provence
4 gennaio 2017

Sono tanti i "villages perchés" della regione PACA. Baux è particolarmente suggestivo perchè la pietra bianca di cui sono fatti gli edifici che lo compongono sembra la continuazione della collina su cui è appollaiato. Direi che la terra del posto sia stata modellata da un gigante non per plasmare un gruppo di santons provenzali (le statuine del presepe che vengono prodotte da queste parti) ma l'intero paese. Anche il castello, con l'arco che unisce due cime, sembra essere il prodotto non dell'opera umana ma di qualche curioso fenomeno naturale.

Baux è costituito da un paio di viuzze che si incontrano alle estremità come due mani giunte. Lo spazio viene sfruttato al massimo, come si vede nella chiesetta singolarmente asimmetrica, come pure nel sali-scendi cui si è costretti per spostarsi da un lato all'altro del paese.

L'uomo è stato più cocciuto  della natura nella sua decisione di insediarsi ad ogni costo su questa cima. Siamo del resto in una posizione strategica da cui si domina la strada che va da un lato verso Saint Remy e dall'altro scende a Fontvieille e Arles, con l'abbazia fortificata di Montmajour, altro snodo fondamentale nelle comunicazioni regionali. Oggi  non guardiamo più l'orizzonte per avvistare nemici e ci accontentiamo di ammirare il paesaggio, bello e selvaggio, sotto un cielo reso terso dal mistral.





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Antica Roma ad Orange
3 gennaio 2017

Il teatro romano è il monumento più famoso ed insigne di Orange. Il meglio conservato di tutti quelli che sono giunti a noi. Ma è un peccato fermarsi al teatro: basta attraversare la strada per trovare un piccolo museo che val la pena visitare.

La sezione romana del museo è tutta al piano terra. Pochi reperti ma belli: alcuni frammenti di catasto romano, tabelle che riportavano i nomi dei proprietari dei terreni censiti (e suddivisi in centurie), diversi ornamenti provenienti dal vicino teatro, statue e mosaici.

Al piano superiore ci viene raccontata invece la storia moderna di Orange, che - tra le altre cose - è la culla da cui sono venuti gli attuali sovrani olandesi. Ci sono vicende di studiosi ed industriali: un paio di stanze è dedicata al tessuto stampato indiano, che era diventato molto di moda nell'ancien regime. Visto che vietarne la vendita non aveva portato grandi risultati un imprenditore svizzero decise di tagliare la testa al toro producendo in Francia il tessuto tanto ricercato. E' curioso osservare l'organizzazione della fabbrica così come viene rappresentata da alcuni giganteschi dipinti.

E prima di andare all'altra parte della città dove sorge isolato l'arco di trionfo, la flanerie conduce davanti al municipio la cui torre civica è splendidamente restaurata ed è una delle più graziose di tutta la zona.




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Petit Palais di Avignone: collezione Campana
2 gennaio 2017

Il marchese Campana, attorno al 1850 forse il più importante collezionista italiano del momento, aveva trovato un originale metodo di finanziare i suoi acquisti: si faceva prestare i soldi dal Monte di Pietà di cui era responsabile. Come garanzia dei prestiti dava la propria collezione, che lui stesso aveva peritato e valutato. Un conflitto di interessi su cui la magistratura papalina trovò da ridire appioppando al povero Campana venti anni di galera. Napoleone III intervenne perchè la sentenza venisse commutata in esilio. Con un secondo fine, come ovvio: l'imoperatore pensava di usare la collezione Campana per fondare un Museo Napoleone che rivaleggiasse con il Louvre.

Le cose andarono diversamente. Il museo Napoleone non vide la luce e le opere del marchese finirono in diverse istituzioni di provincia tra cui - appunto - il Petit Palais avignonese.

Sono stupito dalla eccezionale qualità del materiale esposto (e ricordiamo che anche il nucleo originario del Victoria and Albert Museum di Londra fu raccolto da Campana). Si procede con un rigido criterio regionale e temporale in cui la parte del leone viene fatta dalle zone sotto il diretto controllo dello stato pontificio senza che manchino opere provenienti anche da Lombardia e Costa Azzurra (due dipinti di Brea).

Il lavoro forse più celebre (e bello) è la Vergine con il bambino di Botticelli.





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Leon Bakst a Montecarlo
1 gennaio 2017
Dietro al modernissimo centro Grimaldi, vicino a un edificio originale e quanto mai bello che ospita Starbuck e McDonald un pezzettino di XIX secolo, la villa Sauber, con giardinetto in salita, pergolato e statue, accoglie il Nuovo Museo Nazionale di Monaco, una istituzione che si divide tra questa sede e Villa Paloma (dall'altra parte della città, vicino al giardino esotico).

Non ho capito se, e dove, verranno esposizioni permanenti. Per oggi abbiamo la celebrazione del genio di Leon Bakst e della rivoluzione - ormai centenaria - dei balletti russi - una scelta quanto mai appropriata, in questo staterello da sempre molto attento all'arte teatrale.

Siamo accolti in un ambiente pregno della rivoluzione grafica introdotta nei costumi più che nelle scene (si usano ancora i fondali dipinti e le maquettes appaiono per il nostro gusto disperatamente fuori moda, un'impressione confermata del resto dalle riproduzioni moderne delle coreografie di questi balletti). E' facile immaginare lo stupore per il costume rosato in cui il Pan Nijinsky inseguiva le ninfe. Ma anche lo Spettro della Rosa doveva lasciare attonito il pubblico, che ascolta una musica tradizionale e ben nota (Carl Maria von Weber) ma che si accompagna a uno stile di danza affatto nuovo, che rompe con tutta l'abitudine coreografica corrente.

Oltre alle maquettes, disegni e riproduzioni di costumi, tessuti variopinti ispirati all'opera di Bakst che offrono il fragore di colori tipici delle rappresentazioni russe (quanto di questa orgia coloristica finisce in un Matisse?). C'è anche la documentazione dell'opera Ivan le terrible che Raoul Gunsbourg - in una vena suppongo molto mussorgskijana - ha composto a inizio XX secolo, che fu rappresentata nel teatro monegasco. Ci sono i documenti del Prelude à l'après-midi d'un faune, di Dafni e Cloe, di Sheherazade, della Bella addormentata nel bosco... di tutto il mondo fantastico delle fiabe orientali che rende sempre tanto speciale l'opera russa del XIX secolo.

La mostra prosegue fino al 15 gennaio 2017




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Avignone - Laurana: Cristo portacroce
28 dicembre 2016

Non c'è solo Munch a raffigurare una Madonna sexy: l'Annunciata di Simone Martini, che si chiude su se stessa, come una Susanna contemplata dai vecchioni, ha un vitino di vespa degno di una pin-up. In questo Portamento di Croce conservato nella chiesa avignonese di San Didier la Vergine invece lascia che il proprio mantello si apra mollemente su un corpo pieno e rotondo, non meno fisico ed attraente di quello della collega senese.

Fichier:A 049 église Saint Didier retable de Laurana.jpg

Attorno a lei le pie donne, alcune dai tratti angelici, altre - quelle dello sfondo -  con dei volti segnati dall'età. Il boccoluto San Giovanni fa da tratto di congiunzione con il lato sinistro della pala d'altare, quello in cui si vede il Cristo portacroce circondato da ghignanti e grotteschi soldati.

Vengono in mente riferimenti fiamminghi (l'aspetto caricaturale dei malvagi, la stessa Vergine svenuta raffigurata in modo frontale). Laurana però ci riconduce rapidamente in Italia: sullo sfondo, a sinistra un tempietto circolare da città ideale.




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Nozze di Figaro Amsterdam 2016
27 dicembre 2016

Susanna entra in scena accennando il "Deh, vieni non tardar" poi con lo smart-phone accende l'orchestra così che finalmente parta l'ouverture. Il palcoscenico ruota su se stesso mostrandoci i personaggi intenti nella loro normale attività: il conte sulla cyclette, la contessa sdraiata sul letto si scola vini di ogni tipo, Cherubino strimpella la chitarra nella sua stanza da adolescente. E i nostri due servitori Figaro e Susanna lavorano, si preoccupano di quanto i padroni macchinano alle loro spalle e cercano di rimanere a galla, salvaguardando la propria dignità.

Ci ho fatto il callo a queste trasposizioni, anche in quanto hanno di assurdo (cosa se ne faranno di una vecchia macchina da scrivere ai giorni nostri? Sopra tutto in una casa in cui con il telefonino si comanda l'apertura di porte e armadi?) ma è tutto realizzato con grande gusto e intelligenza. Nulla urta contro il testo ed anzi, lo spirito della vicenda è ben rispettato. Il divertimento del pubblico moderno non avviene a spese di Mozart e Da Ponte.

Siamo lontanissimi dalle scialbe Nozze di Figaro presentate alla Scala recentemente. Non solo la regia e la recitazione sono di alto livello ma canto e orchestra filano come si deve: piccole libertà nelle riprese, nella giusta misura, cantanti affatto all'altezza della situazione, tempi briosi, mai strascicati.

Mi spiace sempre l'espunzione delle arie di Basilio e Marcellina nell'ultimo atto, ma la tradizione ha sempre la meglio anche con le regie moderne e innovative a conferma della schizofrenia del mondo lirico che non si scuote di dosso abitudini prive di senso.

Queste Nozze di Figaro sono visibili fino a marzo sul sito The Opera Platform.

Eleonora Buratto - Contessa Almaviva
Christiane Karg - Susanna
Marianne Crebassa - Cherubino
Katharine Goeldner - Marcellina
Louise Kemeny - Barbarina
Stéphane Degout - Conte Almaviva
Alex Esposito - Figaro
Umberto Chiummo - Bartolo
Krystian Adam - Basilio
Jeroen de Vaal - Don Curzio
Matteo Peirone - Antonio
Netherlands Chamber Orchestra diretta da Ivor Bolton



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Sogno di una notte di mezza estate
21 dicembre 2016

Il pazzo, l'innamorato e il poeta vengono messi sul medesimo piano da Teseo. Tutti hanno una visione distorta della realtà e trasformano un arbusto in un orso. Non che noi pubblico siamo messi meglio: come ai personaggi di questo dramma ci viene chiesto nell'epilogo di fare come se, avendo sonnecchiato qualche ora, tutto ciò che abbiamo visto fosse soltanto un sogno. Davvero? Demetrio alla fine sposa Elena... questa notte di errori e follie ha qualche conseguenza nella vita quotidiana, il sogno prosegue influenzando il mondo della veglia, che forse è meno consistente di quanto noi crediamo, non è meno sogno di quello notturno. Il famoso "La vita è sogno" di Calderòn.

Ovviamente io non faccio a meno di riandare alle considerazioni di Proust sull'amore "cosa mentale" (l'amore guarda con la mente e non con gli occhi - dice Elena), sulla casualità del modo con cui amiamo: Demetrio, come Swann, si innamora di una donna che non è il suo tipo e il corso del dramma mostra ampiamente che lo stesso individuo può amare con la medesima foga e passione persone del tutto diverse - di nuovo citando Elena - non a caso Cupido è rappresentato come un bimbo cieco.

Come vi pare... siamo ombre non più inconsistenti delle fate, costrette a sparire alle prime luci dell'alba. Anche il pianto finto dei mediocri attori e poeti riuniti attorno a Bottom, come osserverà Amleto, ci spinge alle lacrime per gente che non conosciamo neppure - e che magari neppure è mai esistita. Come avviene a chi considera gli amici virtuali di Facebook più reali di chi gli vive accanto.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/12/2016 alle 9:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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