.
Annunci online

SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
Link
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 426440 volte

Loading

Art Brut itinerante in Svizzera
17 luglio 2018
Leggo dal sito del museo Art Brut di Losanna "Le opere di Art brut sono realizzate da creatori autodidatti, marginali, posti in una posizione di spirito ribelle o impermeabili a norme e valori collettivi, che creano senza preoccuparsi di critica o pubblico o dello sguardo altrui. Senza bisogno di riconoscimento o approvazione, concepiscono un universo a proprio uso e consumo. Le loro opere, realizzate con mezzi e materiali generalmente inediti, sono esenti da influenze uscite dalla tradizione artistica ed impiegano modi di figurazione singolari".
 
Il museo losannese dedicato all'Art brut organizza una mostra itinerante, fino al 21 ottobre ad Ascona  ed a partire da fine gennaio ad Aargau.
 
Sono impressionato subito dalle opere di Berthe Urasco, paziente psichiatrica che mostra una fortissima personalità
 
Art brut
 
Forse uno psicoterapeuta potrebbe trovare una spiegazione alle toppe gigantesche delle porte di queste case inserite in ambienti simmetrici.
 
Già... le simmetrie... E' incredibile notare che in artisti situati fuori dall'Accademia sia così forte la volontà di costruire le proprie opere secondo schemi formali facilmente riconoscibili. Adolf Wölffli disegna delle specie di mandala, complicatissimi e ricchi
 
Art brut
 
E rigide simmetrie, costruite anche mediante metameri, le ritrovo ad ogni piè sospinto. Tutto sommato, anche l'atto di scattare un banalissimo selfie risponde ad una esigenza espressiva e - seppur inconsciamente - prima di scattare ho scelto cosa includere nella mia fotografia e come disporlo così da poter raccontare qualcosa. La simmetria e la scansione ritmica sono forse gli elementi formali più semplici ed immediati.
 
Ma osserviamo il gusto sicuro con cui Aloise Corbaz distribuisce i pieni ed i vuoti nei suoi dipinti

 

Un discorso a parte forse meriterebbe Diego, con i suoi grattacieli nuovayorchesi o soprattutto Angelo Meani, milanese, con dei mascheroni arcimboldeschi. Sono opere fatte con materiali disparati: piattini, tazzine da caffè e te, vasi di vetro. Perfino due scoiattolini azzurri che originariamente dovevano essere quegli imbarazzanti soprammobili di cattivo gusto regalati da un parente che viene regolarmente in visita a casa nostra dove si aspetta di vederli in bella mostra. Meani li trasfigura facendone i riccioli della capigliatura del suo mamuthones art brut.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 17/7/2018 alle 6:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Castello san Materno di Ascona
16 luglio 2018
Subito all'entrata da Ascona - per chi viene da Locarno - a poca distanza dal cimitero - si trova il Castello san Materno.
 
Attualmente vi è ospitata una mostra dedicata a Max Liebermann, pittore impressionista tedesco che mi è particolarmente caro. Alcuni disegni, diverse tele che permettono di farsi un'idea del talento di questo artista: coriandoli colorati che visti dalla giusta distanza si trasformano negli avventori di un ristorante all'aperto - in riva al lago che giace in secondo piano, tra gli alberi, con due vele che lo solcano tranquille. Ed ancora è la sottile teoria dei passanti a permetterci di distinguere il passaggio tra la sabbia e il mare, con tenui sprazzi di colore bianco appoggiato alla tela, le onde quasi tridimensionali del piatto mare settentrionale.
 
E poi, il viale della passeggiata domenicale, con una folla non molto dissimile da quella che ho lasciato oggi sul lungo lago. E come è bello il gruppo di carrozzina, governante e bimba - quest'ultima in grembiule rosa e cappello di paglia che ci danno l'esatta temperatura di questa giornata di luglio.
 
materno
 
Se ero convinto che San Materno non avesse altro da offrirmi che questi pur bei Liebermann, al piano superiore i dipinti della fondazione Alten hanno superato le mie più rosee aspettative. E' difficile fare un elenco di tutti i dipinti che hanno attirato la mia attenzione, dai tronchi di betulla quasi astratti di Overbeck alla sensuale (e timida) modella di Rohlfs, ninfetta à la Nabokov
 
 
Meglio raffreddare i bollenti spiriti con qualche natura morta (qui sotto Jawlenski)
materno
 
o questo acquarello di Nolde
 
materno
 
Il sito del Castello San Materno è raggiungibile a questo link
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/7/2018 alle 6:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ariadne auf Naxos - Aix-en-Provence 2018
14 luglio 2018
Non necessariamente chi ben comincia è a metà dell'opera. Katie Mitchell parte con un Prologo perfetto e crolla già all'inizio dell'Opera.
 
Angela Brower è la compositrice: siamo infatti ai giorni nostri, in cui anche le donne possono essere creative. Certamente questo cambio di sesso pone alcuni problemi: la frase di Zerbinetta sul "bel moretto dagli occhi scuri come sei tu" si riferisce qui ad uno dei suoi compagni di troupe. E soprattutto il duetto d'amore tra Zerbinetta e il compositore si risolve in un dialogo tra colleghi al termine del quale, inconsciamente, la compositrice si avvicina alla soubrette per baciarla, salvo svegliarsi e interrompere l'atto quando Zerbinetta si tira indietro. Bellissimo.
 
Indimenticabili lo sculettante Freddy Mercury maestro di danza (Rupert Charlesworth) e il maestro di musica - qui un basso non ancora a fine carriera (Josef Wagner). Bella e giusta la recitazione del maggiordomo (Maik Solbach).
 
E' però su questo versante che vengono i guai dell'Opera. Infatti prima che inizi l'Ouverture ci sorbiamo un nuovo intervento affatto inutile del maggiordomo. Dato che però le disgrazie non vengono mai da sole ci sono i mecenati (marito e moglie, lui in abiti femminili e lei - ovviamente - maschili). Questi addirittura parlano durante l'opera nonchè sulla straordinaria apoteosi finale.
 
Se la Mitchell avesse consultato anche un bignamino dedicato a Hoffmansthal avrebbe appreso che nel passaggio dal Borghese Gentiluomo all'Ariadne definitiva è sparito il mecenate che organizza lo spettacolo.
 
E a ragione. E' un classico di Hoffmansthal che il personaggio che mette in moto la macchina teatrale rimanga assente dalla scena (Agamennone, Keikobad, Posidone nella Elena Egiziaca, ma addirittura la Marescialla - che sparisce dalla fine del primo atto fino all'ultima mezz'ora del Rosenkavalier).
 
E' dunque contrario alla poetica dell'autore mostrarci il più ricco uomo di Vienna (sdoppiato o meno poco conta). E ancora più assurdo farlo comparire da protagonista nella chiusa in cui il teatro scompare per la metamorfosi/apoteosi - altro carattere tipicamente hoffmansthaliano - della fine. Questa Mitchell dimostra di non aver capito niente non solo della Ariadne ma pure più in generale di Hoffmansthal. E a questo punto tutta la seconda parte di questa rappresentazione perde senso, nonostante molti spunti niente affatto disprezzabili.
 
Meritano di essere ricordati Eric Cutler che riconferma come Bacco di sapere il fatto suo e Marc Albrecht
 
Visibile su Arte.tv



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/7/2018 alle 16:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Eracle di Euripide a Siracusa con Emma Dante (2018)
13 luglio 2018
Potrei dire dell'Eracle euripideo quanto Striggio scrive di Orfeo "...vinse l'inferno e vinto poi fu dagli affetti suoi". Riconosco anche i vecchi tebani del coro, il cui stupore riecheggia le interviste in cui i vicini di casa spiegano al giornalista che il signor Eracle era una persona perbene, educata e tranquilla e la sua una famiglia modello che non faceva parlare di sè.
eracle
 
Euripide è però vieux jeu nella spiegazione che offre alla strage di moglie e figli da parte di Eracle. Bisogna compatirlo: alla sua epoca si pensava che gli Dei punissero il mortale che si fosse montata la testa per aver superato dodici fatiche e - da ultimo - ucciso pure il tiranno Lico. Erano tempi in cui si sarebbe giudicato imbecille il filosofo convinto che il mondo è retto da una "tecnica" che si auto-alimenta in un processo infinito.
 
Che Euripide avesse torto è mostrato da quanto la sua tragedia parli al pubblico di oggi, pure senza il mirabile allestimento di Emma Dante che Rai5 ha meritoriamente proposto ai suoi spettatori.
 
Una volta tanto la sedia a rotelle di prammatica per un regista moderno ha un senso e trasmette benissimo l'immagine della fragilità dell'anziano Anfitrione, obbligato dagli anni e dalla malattia ad essere semplice spettatore - e forse proprio per questo risparmiato dalla furia che invade la scena. Riuscita la scelta di affidare i ruoli di Eracle e Teseo a donne, alte e ben fatte, simili come fratelli (o sorelle? la finzione scenica obbliga a dimenticarmi che il ruolo è en travesti) e pure i figli di Eracle sono femmine. La Rabbia ha braccia metalliche, lunghe come il suo corpo. Tutt'attorno ai personaggi principali un corteo di musici e ballerini che evocano atmosfere di festa paesana niente affatto fuori luogo: la musica aveva un ruolo importante in queste rappresentazioni che erano il fulcro dell'auto-celebrazione di Atene.
 
Un bellissimo spettacolo, di grande impatto.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/7/2018 alle 6:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sparate sul Franco Cacciatore! Vienna (2018)
9 luglio 2018
Che le cose non sarebbero andate bene lo ho capito dal tempo alquanto posato con cui Netopil ha preso le sincopi che introducono Samiel nell'ouverture. E anche la ripresa più lenta del valzer a metà dell'atto ha un senso musicale ma stona nel contesto della festa paesana in cui ci troviamo. Disumano Alan Held, Caspar, che nello "Schweig', schweig..." fa delle colorature abborracciate che si concludono malamente. Nel coro di apertura del celeberrimo finale secondo si sente cantare "Uhù" anzichè "Uhu-ì". Capisco: c'è un accento sulla seconda "u" e la povera "i" è una notina che deve competere con il crescendo in forte dell'orchestra. Però non capisco come mai Netopil non riesca a risolvere questo passaggio in modo corretto come ho sentito fare - anche senza scomodare Kleiber - dai suoi colleghi. Mi piacerebbe poi sapere se Netopil si rende conto che certe frasettine non sono meramente esornative ma descrivono il vento, lo stormire delle foglie, la paura che coglie i personaggi alle prese con il soprannaturale che piomba improvviso sulle loro tranquille esistenze. A giudicare da quello che ho sentito direi di no. Insomma, mi sono passabilmente annoiato sulla parte musicale.
 
E quella visiva?

Christian Räth ha tirato Carl Maria von Weber fuori dal cilindro delle idées reçues registiche. Max è Weber, alle prese con la mancanza di ispirazione. Kilian gli mostra gli errori che ci sono nella partitura e Samiel procura pentagrammi bianchi su fogli neri. Nel Wolfsschlucht, Weber/Max scrive freneticamente (Bouvard e Pécuchet registi d'opera!) le pagine della sua partitura. Incendio del pianoforte (la regia fa l'effetto di un centinaio di perette di glicerina, ma la scena con le fiamme è bella a vedersi).

 
netopil
L'antenato il cui ritratto cade nel secondo atto è sempre Weber e l'eremita sbuca da un lampadario da teatro.
 
Non ho voglia di continuare: è un bruttissimo spettacolo con una regia e una direzione musicale che non stanno in piedi.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/7/2018 alle 11:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sono tornato: il Duce piomba nel XXI secolo
7 luglio 2018
Dal cespuglio di un giardino pubblico romano sbuca, in uniforme e fez, il Duce, Benito Mussolini. Ha ancora ai piedi la corda con cui è stato legato per venire appeso a piazzale Loreto. Ma si disfa in fretta di tutto questo. Esattamente come, una volta resosi conto di essere nel 2018, studia gli ultimi settant'anni e passa di storia patria per potersi integrare nella nostra epoca.
duce
 
Non fatica per niente: noi italiani siamo - parola sua - analfabeti oggi come allora. Il regista accosta i volti di vari politici, pure ancora in servizio attivo, a quello del Duce; conduce il nostro in viaggio per la penisola a raccogliere lamentele e proposte. Gli unici che sembrano freddi sono paradossalmente i neo-fascisti. Ma quando approda in televisione ("Ottimo strumento di propaganda", "Ma qui ci sono solo cuochi?") Mussolini spopola. Straniante l'inizio del talk-show in cui Benito rimane a lungo in silenzio: la nostra epoca disabituata al silenzio è esterrefatta all'idea di osservare per molto tempo una persona del tutto muta - che per altro, se guardiamo attentamente i filmati Luce, sapeva usare molto bene anche le pause per comunicare con la folla.
 
L'audience del talk-show comico e satirico non differisce dalla folla oceanica di piazza Venezia. E ovviamente crea altri imbarazzanti parallelismi tra comicità e politica
 
Mi aspettavo che prima o poi il Duce sarebbe ritornato da dove è venuto. Invece il film ce lo mostra passare trionfale per le strade di Roma, salutato romanamente ed osannato.
 
Una finzione?
 
Alcuni anni fa alla fortezza di Salisburgo gli attori in pausa di un film ambientato negli anni '30 allontanavano infastiditi ed imbarazzati i turisti che volevano una foto con il soldato nazista. Ignoranza? Indifferenza morale? Stupidità? Delusione per una democrazia che non riesce più a soddisfare i nostri desideri - giusti o sbagliati che siano?
 
Questo "Sono tornato" è un film che mi ha lasciato la bocca amara. Profetica la scena in cui la vecchia con l'Alzheimer riconosce il Duce e - da sopravvissuta alle persecuzioni razziali - gli vomita in faccia tutto il suo disprezzo e odio. Ma noi capiamo quello che è stato il fascismo? Tutto quello che è successo nel Ventennio? Stiamo con la vecchia o con gli ilari compatrioti a braccio alzato?
 
Non è possibile che sia un film, per quanto ben realizzato, a farci fare i conti con il passato - e con questo presente. Però può metterci di fronte a uno specchio. E non è colpa sua se ci propone un'immagine niente affatto lusinghiera.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/7/2018 alle 5:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Hoffmansthal - Andrea o i ricongiunti
4 luglio 2018
Andrea è un giovane viennese di buona famiglia che scende a Venezia per il suo Grand Tour in Italia. Non è ancora giunto in Veneto che perde la sua verginità rimanendo vittima di un lestofante che lo deruba di metà dei soldi in suo possesso. E' un luogo comune che l'eroe subisca subito all'inizio della storia una disavventura di questo tipo: che il vasto selvaggio mondo esterno sia pieno di insidie è il primo insegnamento di qualsiasi romanzo di formazione. E poi Andrea è anche vergine fisicamente, dato che non è mai stato con alcuna donna. Si innamora di Romana, la figlia dei Finazzer che lo ospitano dopo la sua disavventura.
 
Non potremo seguire più di tanto le avventure di Andrea a Venezia: il romanzo non è mai stato completato e ci dobbiamo accontentare di appunti che lasciano immaginare le parti che sono rimaste nella penna di Hoffmansthal. C'è il Cavaliere di Malta - destinato a morire suicida - che potrebbe essere il Ludovico Settembrini di Andrea, ci sono due donne antitetiche, Maria e Mariquita, che si contendono il giovane. Una donna sola rimane la stella polare di Andrea: Romana che alla fine dovrebbe sposare l'eroe.
 
Dico dovrebbe perchè mi rendo conto che stiamo parlando di supposizioni a partire di progetti che possono cambiare: talvolta i nostri viaggi cambiano - magari per il meglio - meta e presentano inaspettate svolte strada facendo.
 
La parte compiuta del romanzo è molto bella, con un linguaggio luminoso e pastellato, che mi fa pensare quasi alle visioni montane di Giono nell'Ussaro sul tetto. C'è una piacevole fusione del protagonista con la natura, compagna fedele da cui ci si lascia condurre come il mugnaio dal ruscello nella Schöne Müllerin.
 
E sono anche belli gli scorci di Venezia, dei suoi abitanti a metà cammino tra Goldoni, Casanova e Valzacchi.
 
Anche se è solo un torso, "Andrea" offre molte pagine che lasciano il segno.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/7/2018 alle 8:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Aramburu - Patria
1 luglio 2018
Certamente è lo stesso Aramburu lo scrittore che ai parenti delle vittime di ETA spiega come sia complicato scrivere un romanzo sul terrorismo. Bisogna evitare il sentimentalismo e i luoghi comuni. Bisogna - aggiungo io - mettere in conto il fastidio con cui le anime belle appena rientrate da una manifestazione a favore di qualche popolo oppresso accoglieranno un libro in cui gli eroici combattenti sono presentati come un'associazione a delinquere, una macchina di morte ben oliata, che controlla il territorio con metodi mafiosi.
 
Al centro della storia di Aramburu c'è l'uccisione di un imprenditore incapace di pagare l'esosa tassa rivoluzionaria (si fa prima a chiamarla "pizzo") imposta dall'ETA.
 
Attorno vittime, carnefici, persone comuni le cui vite sono sconvolte dal destino e dagli ingranaggi di una guerra di liberazione più grande di loro. Molti vili che esprimono un timido dissenso a bassa voce, solo dopo essersi sincerati che nessuno li senta. Tutti pronti a fare il deserto attorno alla vittima designata e a riscoprire la loro "dignità" quando il terrorismo ammaina la bandiera.
 
Aramburu non rispetta la cronologia degli avvenimenti: salta da un luogo e un tempo all'altro come se seguisse i capricci della sua memoria. Talvolta ritorna sui suoi passi per raccontare lo stesso avvenimento da un'altra angolazione. Improvvisamente si passa alla prima persona. Sempre si ha una scrittura tagliente che vuole coinvolgere senza commuovere.
 
Solo nel finale i fatti scorrono ordinati, come ci si aspetta da una narrazione "normale". A quel punto però i nostri corpi sono feriti e bastonati come quelli dei personaggi di Aramburu.
 
"Patria" è un bellissimo libro, sia dal punto di vista formale che da quello stlistico. In più mette in discussione le certezze degli "osservatori esterni" sulla divisione di bene e male tra minoranze etniche e poteri centrali.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/7/2018 alle 6:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ad Anversa un buon Parsifal con una grande Kundry (2018)
26 giugno 2018
Bella l'idea scenica di un semplice semicerchio bianco i cui cambi di colore sottolineano le atmosfere entro cui passa la narrazione di Parsifal. Accetto che si mimi l'antefatto della storia durante il preludio, e sono pure molto suggestivi i rivoli di sangue che scendono dalla parete dopo il bacio tra Kundry e Amfortas. Mi infastidiscono però i topoi delle regie impegnate: i tablet con cui si fotografano le succitate strisce di sangue o con cui si fa qualche selfie; l'immancabile suicidio da taglio delle vene (Kundry tra l'altro lo commette ben due volte); un personaggio (stavolta Gurnemanz) in sedia a rotelle. Non tutto è da buttare: impressionante il bambino-cigno ucciso da Parsifal con una secchiata di vernice rossa; Amfortas si rivolge direttamente a Parsifal nel monologo del primo atto e cerca di obbligare i cavalieri ad abbandonare le pose che assumono durante la prima ostensione del Graal, come se avesse perso la fede. Però abbiamo anche stupidaggini come le nonne-fiore che ricompaiano nel Karfreitagszauber, o Kundry che rifiuta il battesimo. 
 
Tanja Ariane Baumgartner mostra subito alle prime note di essere una Kundry di ottimo livello: voce pastosa, omogenea su tutta l'estensione, grande facilità nell'adattarsi a una parte complessa che richiede una vasta gradazione di espressioni, dal sarcasmo malvagio alla viperina seduttività della femme fatale fine ottocento (esisterebbe Salome senza Kundry?).
 
Ottima la sua scena con Erin Caves, un Parsifal affatto convincente. Meno felice Kay Stiefermann che sceglie una lettura ironica e sardonica di Klingsor però manca dell'artigliata che aggiunge la malvagità necessaria a completare il personaggio. Ho insomma l'impressione che il suo Klingsor succube di Kundry, che addirittura pare supplicarla, sia più imposto dai limiti vocali che frutto di una scelta interpretativa. Non male Christoph Pohl (Amfortas), interessante Stefan Kocan, gran bel Gurnemanz.
 
Avrei amato maggior grinta dal direttore d'orchestra, Cornelius Meister, che forse con dei tempi un po' più stretti sarebbe riuscito a dare maggiore direzionalità al racconto (il finale dell'opera secondo me si sfaldava ed anche nel preludio... se non aumentiamo l'enfasi ad ogni riesposizione dei temi ci addormentiamo già nei primi minuti dell'opera o - quanto meno - ci domandiamo perchè mai Wagner continui a ripetere la stessa solfa. Penso che tempi più stretti e maggior cura dinamica avrebbero aiutato i cantanti - impossibilitati a scendere sotto il mezzoforte - ed avrebbero impresso un diverso impeto narrativo all'opera.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/6/2018 alle 12:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Bernard Shaw - Il wagneriano perfetto
16 giugno 2018
Introducendo la seconda edizione di questo libretto Shaw vuol farci credere che non si immaginava che esso avrebbe avuto così tanto successo da venir ristampato. Ed alla quarta edizione egli si premura di spiegarci che Wagner è ancora attuale nel XX secolo e che, in fondo, il Wagneriano perfetto può essere utile anche dopo la grande guerra.
 
Noi che parliamo ancora del Ring del centenario come se fosse un allestimento di bruciante attualità - fingo per amore di anagrafe di non sapere quanti anni sono passati da allora! - sappiamo che Shaw ha ancora molto da dirci. Magari solo per notare come a Glyndebourne sia stata poi realizzata una Bayreuth britannica che bagna il naso alla sua consorella bavarese.
 
Posso anche sorridere delle pagine dedicate ai leit-motiv (sono ancora da venire le colonne sonore di Korngold!). Shaw però centra sempre l'obiettivo. Egli osserva il carattere grand-opéra del Crepuscolo degli dei - strano lavoro che nasce come un novello Lohengrin e cambia prospettiva, ma non forma, quando si trova piazzato al termine di un gigantesco componimento epico; il fallimento del personaggio di Sigfrido, incapace da solo di compiere il gesto redentore; l'importanza dell'elemento femminile - tema qui giusto accennato, tanto per consentire a Nattiez di pubblicare uno dei più interessanti saggi sul tema che io possa immaginare.
 
Di Shaw mi piace lo stile, intriso di ironia e bruciante (anche quando mi fa capire che, a differenza di me, non riesce ad ammirare la mucca al pascolo di Vaughan Williams).
 
Più di tutto però apprezzo il metodo. Shaw non si interessa ad arcobaleni e tempeste - sono cose che nota chiunque e su cui dunque non val la pena soffermarsi - ma del senso complessivo della narrazione operistica di Wagner e del perchè essa parli immediatamente al pubblico. Anche a quello del XXI secolo... che trova ancora di che godere in questo libretto.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/6/2018 alle 16:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un giro per Sassari
15 giugno 2018
Il centro storico di Sassari è fatto di stradine strette, alte, in pendenza, pavimentate con lastre alternativamente bianche e nere. Ci vuole un occhio allenato per distinguere qualche finestra o cornicione gotico: in genere gli edifici non sono tenuti molto bene.
 
Il fulcro del mio percorso è rappresentato dalle piazze contigue del Duomo e di Santa Caterina.
 
La facciata del duomo è un pezzo di Spagna piombato in Sardegna, con la sua profusione di statue ed ornamenti che rimanda alle più sfrenate fantasie barocche. Lo spoglio candore dell'immenso interno crea un forte contrasto ma alcuni retablos in legno mi riportano idealmente in terra iberica.
 
Su Santa Caterina si apre il palazzo del Duca, ora sede del Comune. C'è una sola guida che - priva del dono dell'ubiquitá - non può condurci al Palazzo di Città e si "limita" dunque a cantine e piano nobile (la sala da ballo, oggi destinata alle sedute del consiglio comunale, ha una grande compostezza e sobrietà).
 
Al di fuori di questo piccolo nucleo centrale, verso nord, la fontana del Rosello offre una allegoria barocca di mesi e stagioni che un tempo serviva prosaicamente alle lavandaie ed all'approvvigionamento idrico. Oggi la fontana si trova in basso rispetto al piano stradale e per raggiungerla bisogna fare una discesa importante e piena di erba alta. Forse il simbolo della città meriterebbe un po' più di attenzione. Non si paga biglietto per veder la fontana ma, per ragioni che mi sfuggono, si provvede a chiuderla con un cancello per evitare che qualche malcapitato voglia avvicinarsi nell'ora del mezzogiorno.
 
Percorro i bei vialoni ottocenteschi che conducono al museo Sanna. Incontornabile per chi è interessato all'archeologia e vuole prepararsi alla visita del Monte d'Accoddi, altare di epoca preistorica la cui forma ricorda vagamente uno ziggurat e che è preceduto da un dolmen e un menhir. Imperdibile scorcio sulla sciatteria italica: in biglietteria ci si stupisce che il turista non abbia percorso in macchina la strada pedonale che unisce il posteggio al complesso archeologico.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/6/2018 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Porto Cervo
12 giugno 2018
Porto Cervo è uno di quei luoghi in cui le categorie di "falso" e "vero" vanno in corto circuito. Si tratta infatti di una gigantesca scenografia fasulla appiccicata ad un teatro naturale immensamente bello. Eppure nonostante questa falsità Porto Cervo è l'immagine del villaggio marinaro mediterraneo che ognuno di noi reca nel cuore. Portici, rotonde, loggiati, tegole variopinte, verzura, scalinate, ponticelli e giardini, porticciolo ameno e scogliera... ogni particolare è al suo posto, come non sarebbe mai in un villaggio reale.  E dunque proprio l'artificiositá di questa costruzione le garantisce una verità che la connette subito al cuore dei visitatori.
 
Proprio questo rifarsi a una idea platonica di borgo marinaro mi impedisce di sapere dove sono. Come i negozi di griffes, identici a qualsiasi latitudine, anche Porto Cervo può collocarsi indifferentemente in tantissimi paesi.
 
É qualcosa che mi colpisce particolarmente nella chiesetta eclettica Stella Maris, che domina il centro. Un edificio di un accecante biancore, con una cupoletta azzurra che fa tanto Grecia e la presenza di angoli sempre smussati che invece rimandano al modernismo catalano. Bello, ma stilisticamente eccentrico. Ripenso con nostalgia al ruvido romanico di san Simplicio ad Olbia, con i rozzi volti che adornano i capitelli delle colonne e mi sembra di tenere in mano dei blue jeans di sartoria sfilacciati artificialmente.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 12/6/2018 alle 16:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'angolo del mondo di Mylene Fernandez Pintado
9 giugno 2018
Una professoressa universitaria accetta a malincuore di scrivere la presentazione del libro di un esordiente. Molto presto nasce però tra i due una storia d'amore tanto intensa quanto breve: il giovane scrittore infatti parte per Madrid senza che la professoressa trovi il coraggio di lasciare Cuba.
 
E' questo elemento a distinguere il romanzo di Mylene Fernandez Pintado da una versione caraibica de "L'amante" di Marguerite Duras - per altro citata alla fine del libro. Il vero fulcro della storia è il rapporto dei cubani con l'estero.
 
Per uno dei personaggi della Pintado basta lavorare all'ufficio emigrazione per soddisfare la sete di viaggi in un paese dove l'espatrio è reso difficile sia dalla dittatura che dalla mancanza di denaro. La faccenda però appare subito molto più complessa: ognuno conosce persone che hanno fatto il viaggio al di là dal mare, spesso di sola andata, talvolta con un ritorno in patria pieno di disillusione sia verso un primo mondo che non ha mantenuto le promesse di un allettante di benessere ma anche nei confronti dell'Avana che appare cambiata rispetto all'immagine che se ne portava nel ricordo.
 
Mi chiedo se anche Mylene Fernandez Pintado cada nel medesimo miraggio degli altri esuli di cui parla e se la Cuba che lei descrive sia davvero tanto affascinante come ce la dipinge. In fondo non mi importa se un a luogo letterario corrisponda realmente una entità reale: la vera arte in quanto trasfigurazione di ciò che conosciamo non può che trasportarci in un immaginario bello e - va da sè - lontano.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/6/2018 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Spiritualità ed astrazione alla fondazione Riccardi (Rivanazzano)
5 giugno 2018
Bisogna imitare le persone brave ed intelligenti, mi dice Riccardi, il vulcanico responsabile della fondazione rivazzanese Artart. E l'idea di questa mostra gli è venuta pensando a un'esposizione basilese realizzata molti anni fa da Beyeler. Nelle stanze della sua villa di Rivanazzano Riccardi ha messo fianco a fianco opere contemporanee e lavori etnici provenienti da collezionisti di Lecco, Pavia e Milano.
 
Talvolta i riferimenti tra le opere esposte non sono immediatamente comprensibili, forse - come ammette lo stesso Riccardi - sono anche stiracchiati. In altri invece esistono delle corrispondenze impressionanti. Per esempio un uomo che con le mani nasconde il proprio volto per la vergogna/pentimento legato a un incesto compiuto si trova a fianco di un lavoro contemporaneo in cui due figure - che per altro rimandano al mondo delle stele di Lunigiana - sono in un identico atteggiamento. O anche due lavori realizzati con materiali simili
riccardi
 
riccardi
 
Dialoghi tra culture che - causa un mondo che sta rimpicciolendo - si trovano sempre più vicine e a contatto. E in un'epoca dove la paura per lo straniero è sempre più intensa mi interessa più notare che, al di là delle nostre storie ed esperienze, tutti noi bagniamo in un comune humus sentimentale, abbiamo la stessa necessità di esprimere sentimenti ed idee comuni alla nostra umanità. Ed in fondo noi occidentali non siamo molto diversi dagli umili artigiani africani. Le statue antropomorfe etiopi che debbono proteggere l'uomo addormentato hanno la stessa funzione rassicurante delle graziose e flessibili signorine raffigurate in una posa tranquilla da cui gli incubi notturni sono banditi.
 
Aperto fino al 17 giugno 2018.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/6/2018 alle 6:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Marco Malvaldi - Negli occhi di chi guarda
4 giugno 2018
Marco Malvaldi decide di lasciare in pensione i suoi pensionati del Bar Lume e di scrivere un giallo classico basato sullo schema Agatha Christie. Siamo in un luogo isolato, una stupenda tenuta maremmana, dove si consuma un delitto. Chiaramente il colpevole non può che essere uno degli ospiti del luogo. Ognuno ha dei buoni motivi per uccidere l'altro; la vicenda si snoda con il giusto equilibrio di colpi di scena, qualche sub-plot ben costruito in attesa del finale durante il quale le cellule grigie del buon detective - più o meno improvvisato - smaschereranno in una drammatica seduta a cui tutti sono presenti, il colpevole.
 
Sono meccanismi narrativi arcinoti che però, come osserviamo in questa nuova storia di Marco Malvaldi, funzionano sempre molto bene. E' una letteratura di intrattenimento, che non ha molte pretese, anche se il tutto è infarcito di riferimenti alla scienza - la chimica in particolar modo.
 
Malvaldi ha la stoffa necessaria per essere un buon divulgatore di una materia che amiamo entrambi - ho studiato chimica anche io. Mi auguro però che i lettori di questo libro evitino di fare esperimenti di piccolo chimico, se non con gli indicatori acido-base, certamente con il potassio metallico (o anche con il sodio, forse ancora più divertente).



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/6/2018 alle 7:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Passeggiata nel barocco pavese
3 giugno 2018
Dovetti passare il Brennero per accorgermi che a Pavia esistono palazzi di stile barocco che starebbero benissimo in Austria. Non ho mai capito com'è possibile che a nord delle Alpi gli intonaci abbiano sempre l'incarnato e la levigatezza di un bambino, mentre qui... Anche adesso il municipio (palazzo Mezzabarba) è coperto da una impalcatura, che per lo meno lascia intravedere la facciata dell'edificio. L'esterno della contigua chiesetta è però un disastro e temo che l'interno non debba essere meglio.
 
barocco
 
Dobbiamo ringraziare il cielo che la sala delle feste ospiti i consigli comunali: a questo modo abbiamo preservato l'ottima decorazione di Giovanni Angelo Borroni - su tutto i due dipinti di Diana - mentre hanno avuto una sorte meno felice gli affreschi di genere della vicina sala fiamminga. Sono opere scurite dal tempo, non sempre facili da decifrare, ma rimandano ad un mondo espressivo nordico che amo molto. Il loro colore rievoca quasi le decorazioni in cuoio che ricoprono le pareti della casa Rembrandt di Anversa.
 
Il cortile di palazzo Olevano apre il proprio colonnato in un ideale abbraccio verso la città. Basterebbero un poco di pulizia e cura perchè anche il passante disattento si accorga che questo angolo è meravigliosamente bello. Ma nessuno sembra curarsene. Capisco gli studenti delle magistrali che lo frequentano, sono anche idealmente vicino all'impiegato che ha messo sopra la propria scrivania il disegno di una signora che con il cartiglio "pensione" sta pedalando verso un burrone degno di Willy Coyote... però le belle arti dovrebbero intervenire a dare un aspetto dignitoso almeno all'esterno del luogo.
 
Come sempre sono i soffitti le parti che hanno sofferto meno. E' possibile però immaginare l'aspetto originale delle stanze del palazzo. La presidenza dell'istituto è alloggiata in quella che un tempo era l'alcova... di una feldmarescialla pavese? O di un barone Bove? Perchè gli Olevano, come tanti nobili goldoniani - e non solo - andarono incontro alla rovina finanziaria. Al piano superiore la convivenza di stupendi stucchi e mediocri storie di Tobia fanno pensare che a partire da un certo momento si sia deciso di andare al risparmio.
 
Ho una speciale predilezione per palazzo Vistarino, altra dimora nobiliare che ha conosciuto periodi bui (il parco antistante fu usato negli anni sessanta come dancing, io ricordo di avervi assistito alla penosa esibizione di due serbi che pretendevano di fare una rapida carrellata di canzoni d'amore da Dowland a Claudio Baglioni - le zanzare erano la parte migliore dello spettacolo).
 
Oggi l'università ne ha ripristinato la bellezza. Non facile, perchè è andato quasi tutto perso e si deve rifare in stile - quando è possibile - la decorazione delle sale. Ma anche così sono in un ideale casa Faninal, ricca, colorata, ancora risonante dei passi della nobiltà locale.
 
sala marchesa
E' un bene che il Ghislieri abbia organizzato - nell'arco di un pomeriggio barocco - una visita guidata a beni che i pavesi dovrebbero avere particolarmente cari.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/6/2018 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un anno in giallo con Sellerio
1 giugno 2018

Vista la popolarità del genere giallo, Sellerio è sicura di piazzare un colpo vincente con questa antologia di dodici gialli brevi, uno per mese, affidati alle penne più celebri della propria scuderia.

Camilleri rispetta appieno le mie aspettative: cinquanta paginette di dialettismi siciliani su una trama che verrebbe rifiutata anche dalla Settimana Enigmistica. E neppure mi entusiasmo per l'agostana vicenda di un Erdogan sofferente di epilessia.

Molto meglio il biblioterapeuta di Stassi, come pure Savatteri, entrambi divertenti nel gusto della citazione e del gioco meta-romanzesco. Con questi autori siamo un po' spettatori un po' protagonisti di questa Italia contemporanea che cerca nei telegiornali e nel quotidiano la continuazione dei brividi provocati dalla letteratura gialla. Ugualmente piacevole il modo con cui Recami (ottobre) ammicca al proprio collega Piazzese cui Sellerio ha affidato il mese di novembre. Niente male anche il "Divo di Ballarò" che nel mese di luglio mostra di nuovo il corto circuito tra il sognato mondo dei vip e la squallida realtà in cui si è costretti ad annaspare. In questo caso non è la vicenda poliziesca ad interessare ma l'analisi della società. Un poco lo stesso discorso che potrei fare per il racconto di Simonetta Agnello-Hornby, cui forse sta un po' stretta la categoria giallo, e che presenta un rapido sguardo nella realtà della periferia londinese.

Per essere un'operazione di marketing il libro è molto piacevole e merita la lettura.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/6/2018 alle 6:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Chioggia la piccola Venezia della laguna veneta
27 maggio 2018
Ho trovato una piccola Venezia a Bamberg, in Germania. Ovviamente non poteva mancarne una in Francia - certamente migliore dell'originale - nell'alsaziana Colmar...
Noi ne abbiamo una a Chioggia, a poco meno di un'ora da quella grande, sul limitare della laguna. Ha la stessa conformazione su isole collegate da ponti e separate da canali il cui odore mi fa venire in mente il povero Aschenbach.
 
Purtroppo non c'è gran cura nel conservare il paese: troppi intonaci scrostati, pitture smangiate dalla salsedine e dalle intemperie; sciatterie che stonano in un piccolo centro abitato che pure avrebbe molti begli angoli pittoreschi. Non posso fare a meno di pensare a come si è trasformata nel tempo Capodistria, altra cittadina con lo stesso tipo di architettura ma, evidentemente, una diversa consapevolezzab del valore del proprio patrimonio artistico.
 
E che siamo disattenti lo vedo nel museo diocesano, dove le Nozze di Figaro e i REM sono la giusta colonna sonora per accompagnare due polittici di Paolo Veneziano. Valgono la pena di essere visti, specie una bellissima Madonna circondata da santi
chioggia
 
L'altro, con al centro un gruppo ligneo raffigurante san Martino, ha sofferto più il trascorrere del tempo ma non per questo è meno interessante.
 
Nel vicino Duomo ci è risparmiata la musica: nulla mi distrae dall'osservazione di un maestoso e complesso pulpito in marmo nonchè dell'altar maggiore con intarsi di marmi policromi che raccontano la vita della Madonna.
 
Se voglio il raccogliermi in preghiera la vicina chiesa di Pietro e Paolo è un piccolo riassunto di architettura veneta e poi - a dimostrazione che in Italia anche i sassi hanno valore artistico - la libreria Giunti è sita in un edificio bianco su cui troneggiano diversi bei gruppi scultorei.
 
chioggia



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/5/2018 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La marcia imperiale di Richard Wagner
22 maggio 2018
Ho sempre ascoltato con imbarazzo la Marcia Imperiale di Richard Wagner. Si tratta di un pezzo scritto in occasione della vittoria della della Germania contro i francesi nel 1870.
 
Era un periodo di grande fervore patriottico in casa Wagner - comprensibile, vista l'epoca. Bisogna però ricordare che i dubbi sulla stabilità mentale, nonchè politica, del re bavarese rendevano consigliabile la ricerca di un mecenate più affidabile di Ludwig. I diari mostrano non solo un'alacre diplomazia in marcia (è il caso di dirlo) per avere i favori di Bismarck e dell'Imperatore, ma anche la delusione per il fatto che le alte sfere non si siano affatto interessate all'impresa di Bayreuth.
 
Se lo sciovinismo del 1870 ha lasciato posto a frasi anti-prussiane che una mano pietosa ha cercato di cancellare dai diari di Cosima questa marcia imperiale ci è invece rimasta.
 
Ne avrei fatto volentieri a meno: si comincia con un tema pomposo, niente affatto malvagio, con un'andatura da danza del nonno che rimanda alla bonomia auto-compiaciuta dei maestri cantori. Ho in fretta l'impressione che le idee manchino e che il rapido trascolorare di questo tema nella citazione di "Ein Feste Burg" sia il modo con cui un compositore non ispirato cerca di uscire dalle secche di un brano che non si sa come portare a termine.
 
Eppure... Wagner teneva tantissimo a questa marcia. Non solo la fece eseguire nel concerto con cui si celebrava la posa della prima pietra del Festspielhaus, ma la considerava il modello da cui sarebbe partito per la serie di sinfonie "Schwankende Gestalten" con cui avrebbe occupato il tempo dopo la scrittura di Parsifal. In effetti è facile osservare che tutto il pezzo si sviluppa dal tema iniziale. Con grande mestiere, certamente. Secondo me però l'ispirazione è un'altra cosa.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/5/2018 alle 7:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Strauss suona la sinfonia K550 di Mozart
20 maggio 2018
I detrattori di Richard Strauss lo dipingono come un direttore che quando aveva fretta di andare a farsi una partitina a carte non esitava ad innestare la quarta.
 
Non lo direi dall'ascolto di questa sinfonia K550. L'Allegro assai conclusivo anzi mi sembra iniziare in modo relativamente tranquillo. Nel prosieguo del finale la scelta risulta indovinata, se non altro perchè un tempo più rapido avrebbe probabilmente ingarbugliato la resa sonora di una registrazione del 1928. Ed ovunque c'è il giusto dramma, la corretta individuazione degli snodi drammatici di questa sinfonia. E' notevole la cura con cui Strauss segue le indicazioni dinamiche e i contrasti che ne conseguono. Anche nel secondo movimento c'è un rallentando prima della ripresa che dovrebbe da solo smentire ogni vaneggiare sulla meccanicità della direzione di Strauss. Certo, nei filmati che possediamo il nostro non mostra una gestualità ed una mimica facciale che facciano impressione sul pubblico. Ma il direttore all'epoca si rivolgeva all'orchestra, non a chi lo avrebbe scrutato con curiosità sugli schermi televisivi.
 
Che Strauss sappia il fatto suo è evidente già dall'esposizione del primo tema del molto allegro in cui viene evitato il portamento conclusivo che all'epoca era molto di moda. Ma è anche notevole l'asciuttezza del suono, classicamente puro ed immacolato che mi spinge a chiedermi se Harnoncourt ha davvero inventato qualcosa.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/5/2018 alle 9:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
George Benjamin - Written on Skin
18 maggio 2018
La novella di Guglielmo di Rossiglione che offre in pasto alla moglie il cuore dell'uomo con cui la donna lo ha cornificato è la base da cui origina quest'opera di George Benjamin. Qui l'innamorato è un miniatore - da cui il titolo che parla di scrivere sulla pelle. La tresca nasce quando la donna sfida l'artista a dipingere una donna vera. La tensione erotica sale molto rapidamente, la musica del primo duetto amoroso è torridamente carezzante, si avvolge come una spira attorno ai protagonisti.
 
Non mi spaventa una serata di musica atonale. Ci sono abituato e ritengo anzi che il supporto di canto ed immagini renda ancora più facile comprendere il flusso narrativo. E' un lavoro fondato su una storia appassionante, tutto sommato semplice e prevedibile - quanti amori infelici costellano la storia del teatro in musica? E' semplice per chiunque comprendere la vicenda, entrare in sintonia con i personaggi e percepire come la musica racconti la loro evoluzione.
  
Al mio primo ascolto questo Written on Skin mi ha conquistato. E' bellissimo, elettrico, emozionante. Novanta minuti - più o meno come un Wozzeck - o come un film - da cui è bandita la noia. Bisognerebbe darlo alla Scala la sera di Sant'Ambrogio, anche regalando i biglietti. Forse si andrebbe in perdita dal punto di vista economico immediato ma si guadagnerebbe sul lungo termine un pubblico che non immagina quanto la musica di oggi sia vitale e che i compositori contemporanei non hanno alcun nesso con le  cefalee.
 
Il video è stato realizzato a Aix-en-Provence in occasione della prima esecuzione di quest'opera. Dirige lo stesso Benjamin, circondato un gruppo di solisti che è poco definire stellare. Purves, Hannigan e Mehta (Bejun) sono il trio di protagonisti. Non è una novità che cantino bene... però mi sento consolato all'idea che padroneggino con tanta sicurezza un testo nuovo e verosimilmente neanche tanto semplice.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/5/2018 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Arto Paasilinna - L'anno della lepre
15 maggio 2018
Il giornalista Vatanen - Paasilinna indica sempre l'esatta ragione sociale di ogni suo personaggio - ha raccattato una lepre ferita. Siamo sulla statale che collega Heinola a Helsinki; è - come nei "Piccoli suicidi tra amici" - la più corta notte dell'anno, San Giovanni, e il giornalista Vatanen decide di farla finita con la sua vita. Non suicidandosi, ma scappando nella foresta con la lepre. Così, in compagnia della sua lepre - come il pastore protestante con l'orso - il giornalista Vatanen si butta in un folle vagabondaggio, del tutto analogo a quello degli aspiranti suicidi.
 
Il girovagare da una meta all'altra è un elemento caratteristico dei personaggi di Paasilinna. E' l'aspirazione a cambiare esistenza: il giornalista Vatanen muore alla professione, alla moglie, a Helsinki e a tutto il sud "popoloso". Egli scappa da un circo folle in cui si cerca, con maldestra pedanteria, di ottenere una precisione elvetica che affoga - spesso letteralmente - nel caos.
 
Il libro è una successione di episodi che mostrano un teatro del mondo del tutto impazzito, in cui ogni cosa - anche la tragedia - assume contorni grotteschi e stralunati. E' uno stile che ho imparato a conoscere, che mi permette di immaginare facilmente l'ossatura della trama del prossimo libro di Paasilinna ma non la muscolatura delle vicende esilaranti in cui egli coinvolgerà i suoi personaggi.
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 15/5/2018 alle 6:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Guareschi - Il mondo piccolo di Don Camillo
10 maggio 2018
Prima di narrare le avventure di Don Camillo, Peppone e il Crocifisso, Guareschi scrive una lunga introduzione in cui ci presenta quello che è - forse - il vero protagonista del suo libro: il territorio della Bassa, il pezzaccio di terra tra Appennino e Po.
guareschi
 
Lo fa con tre racconti che, essendo inventati, sono più reali di quelli veri. Vi si parla di un uomo che minaccia Dio per salvare il figliolo moribondo, di un cane che difende anche da morto la proprietà minacciata da quelli di città che pretendono di farvi passare la ferrovia e infine di un giovanotto che incontra tutte le sere, al solito posto, la sua bella... ridotta a un fantasma trasparente dopo che è morta nell'incendio della propria casa. Altro che Jane Eyre. Qui siamo in pieno realismo magico: Macondo inizia a Piacenza e i giganteschi - in tutti sensi - protagonisti delle storie di Guareschi non sono meno mitici e favolosi dei Buendìa.
 
Nel finale, in cui il bambinello rosa dipinto da Peppone trascende le epoche e continua ad essere ammirato anche in un ipotetico futuro atomico e ultra-moderno si chiude il senso dell'epopea del mondo piccolo di Guareschi. Pur essendo molto delimitato nello spazio (la bassa emiliana) e nel tempo (un anno solare tra il '47/48) si toccano tasti comuni a ognuno di noi, indipendentemente dalla sua posizione. E questo assicura che il sindaco rosso e il prete d'assalto sopravvivano alla scomparsa dei loro partiti.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/5/2018 alle 16:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'Orfeo di Monteverdi a Torino - 2018
6 maggio 2018

L'Orfeo nasce in una sala del Palazzo Ducale di Mantova per un pubblico selezionato di intenditori che colgono subito i riferimenti a Ovidio e Dante nonché i risvolti neoplatonici di questa vicenda. Il nuovo finale, che evita di mostrare un Orfeo squartato dalle baccanti, non solo risparmia alle signore uno spettacolo outré ma chiude con Apollo il cerchio aperto dalla Musica e mette al centro di tutta la vicenda la glorificazione dell'arte tramite Orfeo, figlio di un Dio e fratello ideale di Monteverdi e Striggio. Gli uomini passano, ma l'arte rimane e dona loro una vita più duratura ed importante. 

Orfeo è un lavoro delicato, che il regista Pizzech affronta con grande rispetto. Un sipario che riproduce un elaborato parquet e, sullo sfondo, un soffitto a cassettoni richiamano la cornice storica in cui nacque questo capolavoro monteverdiano. I personaggi sono facilmente riconoscibili e ben caratterizzati, con un preciso uso del colore che identifica le situazioni drammatiche in cui essi si muovono. L'allestimento mi è piaciuto proprio perchè lascia allo spettatore la possibilità di intuire - se ha i mezzi per farlo - tutti i collegamenti culturali che quattro secoli di Orfeo portano con sè.

L'orchestra ha un bel suono, ricco e corposo, per quanto si può capire da una registrazione, adeguato alle dimensioni di un teatro moderno. Antonio Florio preferisce staccare tempi lenti: non solo la toccata iniziale ma a anche il lasciate i monti ha un andamento languido e solenne. Non c'è frenesia nella festa pastorale che mantiene una compostezza cerimoniale appropriata - in fondo stiamo celebrando un matrimonio e ci scateneremo alla  moresca finale.

Anche i cantanti mi sono sembrati di un livello eccellente, privi di sbavature e corretti.

É un allestimento cui dovrebbero assistere i politicastri che vogliono distruggere quanto il Regio di Torino ha realizzato di bello negli ultimi anni.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 6/5/2018 alle 7:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il cigno spennato di Lohengrin alla Monnaie (2018)
3 maggio 2018
Dopo aver sentito la Pankratova nella parte di Ortrud mi viene spontaneo alzare un beethoveniano inno di ringraziamento alla Divinità perchè erano secoli che la spietata antagonista di Elsa non mi appariva in tutta la sua sulfurea bellezza. Ed anche Eric Cutler è un Lohengrin dalla voce brunita e buona che cresce bene durante tutta l'opera. Il suo duetto del terzo atto con Ingela Brimberg ha offerto un bel diversivo dagli sbianchettamenti del povero Vogt. Era cominciata male con un araldo (Werner van Mechelen) che il cavaliere del cigno non sarebbe riuscito a sentire neanche se fosse stato alle sue spalle ed invece, poco alla volta, mi sono lasciato prendere da questa lettura vigorosa, forse troppo rapida (una gara di centometristi durante la marcia nuziale) ma in complesso niente affatto male. 
 
Che invece mi pare mediocre è la regia di Py che ci immerge in una costruzione cilindrica diroccata che ruota su se stessa. Nel terzo atto i soliti busti ed oggetti non identificati (un veliero, un tempo greco) con cartelli scritti in gotico. Ovviamente non mi è piaciuto perchè mancava il busto di Wagner che qualunque regista moderno inserisce.
 
Così come non ho gradito il continuo girovagare di Gottfried che, pur essendo stato soffocato con un cuscino dalla perfida Ortrud, continua a presentarsi ad ogni momento. Lohengrin, in scena già da tempo, lo prende per i piedi per farlo piroettare in scena mentre del cigno si vedono solo delle piume svolazzanti. Nel finale viene consegnato, a mo' di pacco Amazon, il cadaverino del principe brabanzano.
 
In fondo mi dispiace che il ragazzino abbia incontrato una simile fine prematura: sarebbe stato molto meglio se al suo posto ci fosse stato Olivier Py. 
 
A partire dal giorno del compleanno di Wagner il video sarà disponibile in streaming sul sito della Monnaie



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/5/2018 alle 12:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Menusieri piemontesi in mostra alla Venaria Reale
2 maggio 2018
Non avevo mai trovato fino ad ora il termine menusieri, chiaramente mutuato dal francese menuisier. Non ricordo più dove avessi letto - forse da ragazzo nella Storia d'Italia di Montanelli - che i Savoia si sentissero più a loro agio con il francese che con l'italiano.
 
Mi accontento di notare che - menusieri o no - i regnanti piemontesi avevano a disposizione artigiani di prim'ordine. Alla reggia di Venaria si racconta la storia di quest'arte nel XVIII e XIX secolo, in un periodo cerniera tra la fine dell'ancien régime e la nascita della produzione industriale di mobili.
 
Trovare raccolte in poco spazio le opere di Prinotto, Piffetti, Bonzanigo e Moncalvo permette di comprendere quanto fosse raffinata la corte sabauda e come si evolvesse il gusto artistico.
 
Si vedono linee curve, conchiglie e decorazioni che sembrano anticipare il gusto liberty. Questo tavolo ha una bella decorazione astratta che starebbe benissimo in un appartamento modern styleminusieri
 
Ma il dolce viene in fondo, quando ci viene offerto un teatro sacro costituito da uno stupendo coro.
minusieri
Se ci si avvicina è facile notare che molte tarsie sono andate perdute e che bisogna completare diverse immagini con la fantasia. Se penso però all'odissea di quest'opera mi dico fortunato che essa sia ritornata in patria e che possa coronare degnamente una mostra che offre dei bellissimi spunti per chi voglia conoscere meglio il mondo della corte piemontese e dell'artigianato che si muoveva attorno ad essa.
 
La mostra è visitabile fino al 15 luglio 2018 alla Reggia di Venaria Reale (TO).
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/5/2018 alle 12:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un Falstaff verdiano del 1956
1 maggio 2018
Il ruzzolone di Fenton sulle scale mentre cerca di raggiungere Nannetta nel primo atto mi fa pensare a uno spettacolo ripreso dal vivo. Credo che nel 1956 fosse la regola. Non so però se l'orchestra fosse fisicamente presente in studio o se i cantanti mimassero il canto su una base pre-registrata, secondo una tecnica che sarebbe stata corrente negli anni successivi.
 
Di certo questo documento è interessante sotto molti punti di vista.
 
Innanzitutto ci offre uno sguardo sui primordi della televisione, con poche telecamere che non potevano dunque offrire i rapidi cambi di inquadratura cui siamo abituati oggi. Ogni tanto qualche inserto, il cielo stellato prima del canto della Regina delle Fate, il cesto di Falstaff - molto simile a una scatola di cerini - che viene buttato giù dalla finestra, o Miss Quickly ripresa di spalle mentre va verso l'Osteria della Giarrettiera. Sono dettagli da cui si capisce che il regista era già cosciente che il mezzo televisivo aveva un proprio linguaggio espressivo destinato a staccarsi da quello teatrale.
 
Abbiamo però anche un viaggio nel tempo che ci permette di conoscere un allestimento di 60 anni fa, con un neogotico elisabettiano che farebbe venire l'orticaria ai registi rampanti di oggi. La gestualità però è spesso identica a quella che troviamo ancora adesso nei nostri teatri, a conferma che certi valori sono incrollabili e che non si può andare più di tanto contro le indicazioni della vicenda che si deve narrare.
 
E poi c'è una buona orchestra diretta dal grande Tullio Serafin, una tradizione niente affatto sciatta, con un tempo nervoso e scattante che innesta nel canto il ritmo e la velocità del parlato corrente. Pur con i limiti di una registrazione che spesso è confusa, e che annaspa con un nastro irrimediabilmente rovinato, è una grande lezione di stile di cui dovremmo tenere conto. E poi... Taddei, Moffo, Barbieri, Alva, Carteri. Anche senza fare il laudator temporis acti è un  bell'ascoltare.
 
Un video da conservare gelosamente.
 
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/5/2018 alle 14:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Markus Zusak - Storia di una la ladra di libri
26 aprile 2018
Liesel, la protagonista di questa storia, è ladra di cibo, in tempo di guerra il mangiare scarseggia, ma non certo di libri: i volumi di cui entra in possesso o le vengono regalati o li trova in giro. Per esempio, il suo primo libro - "Il manuale del necroforo" - lo trova in un cumulo di neve, durante il funerale del fratellino. Non lo può leggere, perchè analfabeta. Però, qualche capitolo più in là il padre adottivo le insegnerà a leggere e a scrivere, usando per la bisogna proprio questo capolavoro della letteratura mondiale. Neppure Coelho riuscirebbe a raggiungere una simile concentrazione di scempiaggini.
 
L'amore per la parola scritta cui allude furbescamente il titolo non è - se non nelle ultime pagine - il tema principale di questa "Ladra di libri". Semmai ci troviamo di fronte a un romanzetto scritto in stile infantile e mediocre, infarcito di sentimentalismi e luoghi comuni riguardanti la seconda guerra mondiale.
 
Potrebbe essere interessante l'idea della morte come io narrante, però non riesco a definire se durante la lettura di questo libro sia stata maggiore la noia rispetto al fastidio di essere stato buggerato da un titolo marchettaro, senza il quale non avrei mai preso in considerazione questa storiellina.
 
Un libro inutile che mi farà stare accuratamente alla larga da Markus Zusak.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/4/2018 alle 12:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un Savoia a Genova: Carlo Alberto
21 aprile 2018
Deve essere stato un brutto rospo da ingoiare per "La Superba" trovarsi inserita nel regno dei Savoia.
 
Carlo Alberto di Savoia non era però un sovrano come gli altri. La mostra che gli viene dedicata nel palazzo reale di Genova lo mostra a figura intera con la "Lanterna" sullo sfondo. Il giovane Savoia capisce le aspettative dei propri concittadini. Egli ha accettato di concedere uno Statuto, che lo zio cancella, ma che lui ripropone tal quale non appena ascende al trono.
 
Carlo Alberto è una strana figura: nonostante le sue simpatie liberali combatte contro gli insorti di Cadice e dà prova di eroismo al Trocadero. Suo sarà lo sfortunato tentativo della prima guerra di indipendenza. Dopo la sconfitta di Novara va in Portogallo per un esilio di breve durata: morrà dopo un solo anno. In mostra l'arrivo del feretro a Genova e il passaggio da San Lorenzo, di nuovo a suggellare il legame tra Carlo Alberto e la città ligure.
 
La mostra appena aperta a palazzo reale traccia la vita del sovrano sabaudo, il suo idealismo, la sua capacità di farsi accettare dagli orgogliosi genovesi.
 
Istruttivo poi salire al secondo piano, con gli sfarzosi appartamenti reali, in cui si passa dai pavimenti mosaicati tipicamente liguri al parquet, con soffitti che potrebbero benissimo far pensare al palazzo Lascaris di Nizza ma che più spesso riflettono il gusto ottocentesco. Gusto presente d'altro canto nella profusione di sfingi ed aquile, nelle elaborate sculture dorate che coprono vasi giapponesi che non avrebbero bisogno di niente più per essere belli.
 
E poi mi piace sempre osservare il modo con cui questi sovrani - che siano Savoia o Asburgo, cambia poco - riproducono il gusto della ricca borghesia del loro tempo in questa Hofburg affacciata sul Mediterraneo.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 21/4/2018 alle 12:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Valchiria con Petrenko a Monaco di Baviera(2018)
20 aprile 2018
Il sipario del terzo atto si alza su un gruppo di ragazze in sottoveste e stivali: battono rumorosamente i piedi per terra, scuotendo le teste e rantolando come Serena e Venus Williams. Al termine di questa esibizione il pubblico applaude, non so se per sollievo o perchè gli è davvero piaciuta. Noto solo che il battimani copre l'inizio della musica. Poco male: mi sembra che Petrenko ci offra una versione per banda paesana, tutta in forte e senza i climax giusti. Ma forse sono solo infastidito dalla danza tribal-tennistica e dalla cacofonia creata dallo schioccare delle redini delle Valchirie.
 
Infatti in tutte le altre parti dell'opera Petrenko sa il fatto suo, seguendo con estrema puntigliosità tutte le indicazioni agogiche e dinamiche di Wagner. Posso anche desiderare che su "Nicht send ich dich mehr aus Walhall" Wotan canti un po' meno mosso, per sottolineare l'inizio di una di quelle micro-arie che Wagner infila un po' ovunque (avremo poco più in là anche la belliniana "War es so schmälich"). Però quello che piace soggettivamente non è supportato dall'indicazione di partitura, che rimane allo Schnell di "Du verstößest mich". E quindi Petrenko ha sempre ragione in tutta questa Valchiria.
 
Aggiungo che orchestra e cantanti sono notevolissimi (non mi curo delle inevitabili scorie che possono capitare in una ripresa dal vivo) ed il gioco è fatto. Ci si dimentica di quell'imbecille regista che mostra Siegmund alle prese con i parenti di Hunding quando anche un bambino delle elementari capisce che la musica descrive una tempesta o che ci mostra il solito preside del liceo Walhalla intento a bersi il solito whisky che verrà come al solito polverizzato con un colpo di lancia.
 
Del resto, in fin dei conti, Siegmund e Brunnhilde continuano a levare al cielo spada e lancia come fanno da più di un secolo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/4/2018 alle 7:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
giugno