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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Jean Giono - L'ussaro sul tetto
28 agosto 2016

Giono si aggiunge alla lunga lista di coloro che descrivono una pestilenza. Abbiamo il corredo di morti miserande e improvvise, dolori, miasmi, crudeltà infinite mescolate ad atti di pietà e coraggio, la resilienza di chi non si è ammalato o - se lo ha fatto - è riuscito a scapolarla, le bufale sugli untori e sui piani segreti di poteri forti che vogliono uccidere la brava gente. Non ci manca perfino la lunga - anche troppo - dissertazione sul fatto che il colera non esiste. Infatti subito dopo Pauline rischia di lasciarci la pelle.

L'unica cosa che non mi piace di questo romanzo è il protagonista Angelo, troppo bello e innamorato di se stesso. E' un carbonaro piemontese scappato in Francia dopo aver ucciso in duello un delatore. Avrebbe potuto benissimo assoldare un sicario per la bisogna, ma allora avrebbe smesso di essere un inguaribile narciso. E' proprio perchè Angelo mi è così antipatico che non ho mai letto gli altri romanzi della trilogia di cui fa parte questo libro.

In compenso però la descrizione dei villaggi e del paesaggio della regione PACA (Provence-Alpes-Cotes d'Azur), calcinato dal calore, con la povera vegetazione che cresce - sa Dio come - su una roccia bianca è bellissima e ripaga della verbosità di Angelo.





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Lily King - Euforia
25 agosto 2016

Siamo nella Nuova Guinea, lungo il corso del Sepik (ah, i ricordi di Hugo Pratt!) e degli antropologi stanno studiando le popolazioni locali. La scienza però passa in secondo piano rispetto alle invidie e alle gelosie - anche sentimentali - tra i nostri personaggi. Gli indigeni sono talvolta spettatori, talora parte integrante delle relazioni tra coloro che hanno la pretesa di studiarli - e di capirli.

Si tratta di un romanzo di fantasia basato su persone realmente esistite, perfino io riesco infatti a riconoscere Margaret Mead nel personaggio di Nelly Stone. Ovviamente che i fatti narrati siano avvenuti o meno, non ha alcuna importanza. Conta solo che Lily King ci leghi alla sua pagina e ci emozioni.

E' un libro bellissimo, che regala degli ottimi momenti di contemplazione del guazzabuglio del cuore umano.





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Crepuscolo degli dei Bayreuth 2016
20 agosto 2016

Spesso si arriva al Crepuscolo degli dei stanchi e senza più idee. Bisogna tra l'altro rendere adeguatamente un finale volutamente lasciato aperto dal compositore. Non è facile neanche esprimere il disfacimento del mondo che nel mattino del Rheingold appariva così promettente. Tutti problemi che non sfiorano Castorf: quello non aveva idee già all'inizio della maratona del Ring, figuriamoci adesso. All'improvviso dal Doner Kebab e dal fruttivendolo sbuca la facciata della borsa di New York. Ma sì, un po' di critica al capitalismo sta sempre bene. Nel finale si salta l'ultimo verso di Hagen che rimane a guardare le figlie del Reno mentre buttano l'anello nel fuoco che esce da un bidone - molto Tolkien, ma mi manca Gollum.

E' tutto qui, ci si indigna e si applaude in un gioco delle parti inutile come questo allestimento: ammettere che si è assistito a quindici ore di nulla, per giunta suonato e cantato male equivale a dire che si sono buttate nel cesso centinaia di euro (almeno 600 di sola biglietteria).

Non era poi così male la prima idea di Wagner, di costruire un teatro provvisorio, da demolire una volta fatta la rappresentazione. Non solo ci saremmo risparmiati il baraccone ormai inutile ed obsoleto della verde collina, ma avremmo avuto - di necessità - una struttura semplice, un carro di Tespi, in cui lasciare al pubblico la libertà di immaginare ciò che musica e parole descrivono. Quel volo di fantasia che Shakespeare pretende sempre - di nuovo perchè alla sua epoca aveva a disposizione solo un palco nudo con pochissimi elementi scenici. Ma allora, come sarebbero campati gli "impiegati dell'arte" come Krethina Wagner e soci?





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Sigfrido a Bayreuth 2016
19 agosto 2016

Con quale arma Sigfrido ucciderà il drago Fafner? Con Notung, l'invidiata spada, risponde lo stolido Mime. E anche Chéreau, rivoluzionario della domenica, che razzola male dopo aver ben predicato, mette in mano all'eroe una bella spada come da tradizione. Non sia mai che a Bayreuth si faccia una simile scemenza! Dopo aver escluso anche la spada con led del Met, memori di Jonathan Swift secondo il quale le migliori idee vengono mettendocisi sulla seggetta, i nostri hanno fatto un brain-storming con le chiappe ben poggiate sui WC del Festspielhaus. Castorf ha trovato una soluzione geniale: usiamo il Kalashnikov! Krethina Wagner si è entusiasmata al punto da associare l'immagine del mitra a Sigfrido in tutte le locandine del festival e per essere sicura che non sfugga la portata di questa rivoluzionaria idea ha anche avvertito il pubblico  che il suono della mitraglia viene prodotto in modo da non creare danno fisico agli astanti.

Il guaio di tutto questo è che il pubblico applaude o al massimo fischia o fa "buuh". Invece bisognerebbe sommergere questi imbecilli sotto una sonora risata. Non è difficile. Cosa di più divertente del cameriere che porta il conto a Wotan sul più bello di un pompino? O la lotta di Brunnhilde a colpi d'ombrello contro un alligatore davanti all'ufficio postale di Alexanderplatz? Che poi l'alligatore, bestia dotata di fine orecchio musicale, è rimasto a bocca aperta sentendo la Foster guaire: il poverino non aveva mai sentito una Brunnhilde così sottile, insignificante, musicalmente spolpata (e spompata).

Il monte Rushmore comunista ha un suo fascino, è visivamente bello, ma non vuol dire nulla, come del resto il 120% di quello che esce dal cervello (o dal didietro - é uguale) di Castorf. Ciò che si trova di sensato fa parte dell'armamentario della tradizione wagneriana, che viene ripreso con il pilota automatico, a dimostrazione del fatto che il vuoto mentale non si riempie sostituendo a Notung un fucile da guerra.

Non mi spiacciono i tempi stretti di Janowski, ma un respiro ogni tanto non sarebbe male, la solitudine desolata dei violini all'apertura dell'ultima scena è assente - come del resto qualunque momento lirico. Stefan Vinke non è male, ma sulla distanza mostra la corda... forse giganteggia perchè circondato da pigmei (Foster e Lundgren). In generale bisogna ammettere che questa giornata mi sembra la migliore. Magari perchè ormai mi sono assuefatto alla sciatteria che circonda la realizzazione musicale di questo Ring.





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Valchiria a Bayreuth 2016
17 agosto 2016

E' impossibile sbagliare un allestimento di Valchiria (ma anche di Tristano). Sono due opere cameristiche, con pochi personaggi (le Valchirie sono un coro di otto persone senza caratteri individuali netti), l'azione si limita a cinque minuti a fine atto (tranne che nel terzo, che si apre con la celebre cavalcata). Il regista è dunque obbligato a stare entro i binari stabiliti dal compositore. Chereau e Ponnelle mostrano che si può comunque fare qualcosa di originale e profondo ma Castorf non è neanche l'ombra di questi due uomini di teatro. E' un quacquaracquà che tira a campare alla meglio con qualche provocazione. Non fosse per la stia dei tacchini, la casa di Hunding potrebbe essere quella usata nel festival del 1876. Più tardi la struttura ruota su se stessa per mostrare una torre di trivellazione del petrolio. Texas? O Baku? Wotan infatti sembra un ebreo russo, legge la Pravda, prova a cantare (John Lundgren) l'addio a Brunnhilde sullo sfondo di un film in bianco e nero con didascalie in russo che annunciano una telefonata da Mosca. Risibili inezie. La Valchiria va avanti da sola, indipendentemente da Castorf e si lascia dunque vedere bene.

Non biasimo i tempi di Janowski. Poverino, non può che inserire la quarta sperando che i cantanti arrivino fino in fondo: a metà del primo atto Ventris e la Melton faticano a centrare gli acuti, figuriamoci tenerli. Poi c'è il mio idolo: Catherine Foster, l'infermiera degli orrori. Un tempo questa tizia avrebbe al massimo avuto la parte di una Valchiria, oggi fa Brunnhilde e ce la dobbiamo pure far piacere perchè altrimenti ci rifilano la Herlitzius.




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Rheingold a Bayreuth 2016
16 agosto 2016

L'acustica del Festspielhaus consente anche a voci piccole di riempire facilmente il teatro. Dunque forse quelli che dalla registrazione appaiono cantanti sottodimensionati, in teatro fanno buona figura. Purtroppo la struttura del Rheingold contiene moltissime di quelle che io chiamo micro-arie, precedute e inframmezzate da recitativi. E lì bisogna cantare. Mica facile. E Sarah Connolly trasforma una linea vocale quasi belliniana in un inferno (Herrliche Wohnung, wonniger Hausrat). E che dire del mostruoso raspare di Fafner nell'aria delle mele d'oro? O degli accenti sballati di Donner che chiama a sè le nubi? Mi piacerebbe capire cosa sono le note appena appoggiate di Saccà nell'uscita finale di Loge. Non è canto, non è recitazione, a tutta prima direi che sia mancanza di voce. Però lasciamogli il beneficio d'inventario della registrazione... Sembra di assistere a una prova in cui - per risparmiare la voce - i cantanti si limitano ad accennare la loro parte. Fuori tempo e talvolta pure sbagliando le note (vero Iain Paterson? Wotan con l'autorevolezza di un girino).

Di Marek Janowski non si può che dire male: il preludio descrive il ronzare di una lucidatrice e mi immagino più che le ninfe nuotanti nel fiume una società di pulizie nel fervore del proprio lavoro. Piatto, dinamica inesistente, colori e sfumature nulle. Groissbock, che normalmente sa il fatto suo, è costretto a disegnare un Fasolt monocromatico, privo di quelle gentilezze da bruto con cuore che lo rende così interessante ("Die ihr durch schonheit herrscht", altra micro-aria). Non si può trovare in questa stolida direzione d'orchestra lo spazio per l'espansione lirica improvvisa che piace tanto a Wagner. Una pena infinita.

E poi c'è Castorf, il sedicente regista. Mi ricordo un Oro del Reno di Stoccarda ambientato in un albergo. Il Golden Motel di Castorf non è dunque nulla di nuovo. Purtroppo è realizzato male: l'allestimento di Stoccarda, pur non essendo di mio gusto, aveva un significato e conduceva con intelligenza la narrazione di Wagner. Possiamo benissimo vedere nella Tetralogia un "Dallas" ante-litteram con Wotan/JR ma i personaggi vanno costruiti e le idee - quando le si hanno (alle figlie del Reno puttane c'era già arrivato Chereau, buon'anima) vanno sviluppate.

Si apre la seconda scena con Wotan che tromba la cognata in un motel? Benissimo... si può immaginare che la moglie lo sorprenda e gli faccia una scenata, magari un po' piagnucolosa, stile Beautiful (la musica può accettare un ceffone giusto su "Wotan, Gemahl, erwache") poi Freia, appreso ciò che l'aspetta, cerca di organizzare la fuga, la macchina non parte, quando si vedono i fari della vettura dei giganti lei scende dall'auto e sale nella stanza del cognato... si può fare benissimo tutto questo rispettando la musica e l'azione scenica. Solo che Castorf o incomincia senza concludere o fa tutto in un tempo scenico-musicale sbagliato. Benissimo i giganti presentati come teppisti (e ci vedrei un Fasolt alla Marlon Brandon - è dai tempi di Chereau che siamo abituati a che Freia sia invaghita del gigante dal cuore tenero) ma poi bisogna sviluppare l'idea. O che senso ha iniziare la terza scena con Mime e Alberico già legati e incappucciati dalla coppia Wotan/Loge? Tutto quello che segue diventa assurdo e pleonastico.

Insomma, la regia di Castorf è un susseguirsi di effetti fini a se stessi, ciò che Wagner odiava di più. Il teatro vive nel presente e deve adattarsi alla trasformazione del pubblico (un Ring tradizionale come quello di Lepage alla fine presenta una Brunnhilde simile a Wonderwoman). Ma qui non abbiamo teatro, solo degli imbecilli pretenziosi.





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Parsifal a Bayreuth 2016
13 agosto 2016
L'attacco del tema dell'agape fraterna ha la morbidezza e l'amalgama sonora giusta, la tromba entra con il corretto pianissimo: si lascia percepire come lo scheletro che regge la soffice carne dell'orchestra wagneriana. I tempi sono stretti, non è però l'urgenza minzionale di Boulez ma il desiderio di raccontare una storia niente affatto ingessata e statica. Nessuna ieratica compunzione di facciata: il preludio terzo può scorrere con la tensione di un ultimo quartetto beethoveniano, non si esagera nel sottolineare gli sforzati, il breve sviluppo che conclude il preludio primo disegna un calmo agonizzare più che il violento spasimo del dolore. Prendiamo il passaggio del secondo atto "Ha! Jammer!". Abbiamo tutti in testa il forte violento, provocatorio e beffardo di Irene Dalis... Wagner, come molti suoi colleghi, anche posteriori, lascia al cantante il compito di scegliere la dinamica approppriata. Elena Pankratova opta per un piano in cui si intravede già la penitente dell'ultimo atto. É la Pankratova ad essere in gamba, cantando ogni nota senza i rutti che la Herlitzius spaccia per canto espressivo, o é merito di Haenchen, che con carisma ha imposto a tutti di cantare? Perché tutti hanno abbandonato gli orribili grugniti che infestano i nostri teatri. 

Un capitolo a parte é rappresentato da Vogt. Non è un tenore eroico: gli mancano il colore brunito della voce, la baldanza e l'impeto dello squillo. Ma é educato e sa cantare, riesce a superare le difficoltà di questo testo con qualche furbizia (e quale prezzo sull'usura della voce?). É nato per fare le parti di personaggi problematici, che non hanno la forza di avere il ruolo dominante cui anelano (Don Ottavio, Alwa). Ci sta una voce bianca per esprimere quanto c'è di angelicato e sopraterreno in Parsifal (o anche Lohengrin). Però ci sono i momenti in cui vorrei un po' più di testosterone. Alla fine mi é piaciuto, mi ha soddisfatto però non è il mio Parsifal ideale. Mi accontento perché non si riesce a clonare Kaufmann, ma se é questa la prospettiva del canto wagneriano (e non solo) siamo messi malissimo.

La regia si ispira esplicitamente al film "Uomini di Dio". Klingsor vive in un ambiente simile alla chiesetta a croce greca dei monaci del Graal, ma di stile moresco (curioso come lo spirito - se non addirittura anche la lettera - delle didascalie wagneriane sia rispettato). Non faccio una piega di fronte a Kalashnikov e tute mimetiche, né ai chador - che somigliano anche a sai di monache - presto sostituiti da tenute da danza del ventre. E mi sta bene pure la doccia a metà tra misticismo vegano e pubblicità televisiva del Karfreitagszauber. Durante il finale i rappresentanti delle varie religioni mettono gli emblemi dei loro credo nella bara di Titurel e si accendono le luci in sala per far entrare il pubblico nella cerimonia conclusiva del Graal. Questo ultimo effetto, che ricorda Herheim, é bellissimo fino alle lacrime - posso facilmente immaginare la commozione di chi si trova in sala. A questo punto tutto é dimenticato e accettato e si è felici. Anche a casa c'è posto per un piccolo applauso.




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Berg - Wozzeck - Francoforte 2016
10 agosto 2016
Due pareti  dividono la scena in tre parti, due piccole laterali e una principale in mezzo. Lo sfondo è un muro compatto e grigio che lascia il posto a un campo di grano durante la raccolta della legna e alla morte di Wozzeck e della sua compagna. Nell'ultima scena è sostituito da un cielo azzurro solcato da nubi: è l'unico momento dell'opera in cui sono in scena solo persone innocenti e pure: i bambini e il folle. L'effetto di questo capovolgimento conclusivo è potentissimo: è il culmine di un allestimento senza fronzoli che si concentra sul caso clinico della società. Il capitano è in abito da sera, il dottore è in camice ed elegante abito da città, gli altri hanno abiti anonimi contemporanei. Wozzeck spicca con la sua maglietta rossa - nonchè per il suo fisico davvero imponente - rossi sono anche i vestiti di Marie e Margret. Wozzeck sembra all'inizio un sorvegliato speciale, una persona da indagare, ma con lo sviluppo dell'azione è tutto l'ambiente ad apparire malato, sorvegliato dalla presenza costante del folle, cui spetta l'ultima parola -  è lui a pronunciare il conclusivo "Hop, Hop".

La parte musicale non è da meno di quella visiva anche se ho avuto l'impressione che la ripresa audio, per altro molto dettagliata, privilegiasse troppo l'orchestra sui cantanti.

E' un Wozzeck molto interessante che conferma quanto, quasi due secoli fa, Buchner fosse stato preveggente.





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Mulhouse - Santo Stefano
9 agosto 2016

Il monumento più famoso di Mulhouse è il vecchio municipio, interamente affrescato, che si affaccia su una piazza che parla di Confederazione Elvetica: stemmi dei cantoni, statua di Guglielmo Tell, ricordo di Winkelried.

In mezzo vi sorge la cattedrale di Santo Stefano, che fornisce un grande colpo d'occhio (adesso però è in restauro) ma che risale al XIX secolo. Pieno neogotico, dunque. All'interno  però c'è una fantastica serie di vetrate che possono essere viste da vicino salendo al piano superiore tramite una scala a chiocciola. Mi piace sempre l'immediatezza con cui l'arte medievale dà forma alle idee: le virtù schiacciano i vizi cacciando loro in gola dei pali con veemenza e brutalità, i diavoli - anche quando sono grotteschi - hanno una immensa concretezza.

La curiosità della visita di oggi è data dalla presenza di una mostra di vetrate moderne. Le arcinote vicende bibliche sono trasportate ai nostri giorni: il cantiere della torre di Babele è circondato da betoniere e gru, Maria riceve l'Arcangelo mentre sta leggendo un giornale su una terrazza d'albergo e ovviamente i fuggiaschi in Egitto hanno l'aspetto di tanti migranti contemporanei. Non mancano riferimenti a Picasso, Munch, Doisneau (il famoso bacio il giorno della liberazione di Parigi). Non sempre pertinenti, non sempre originali... ma ad esempio la vetrata della creazione del mondo, in cui  - nel predominio del rosso - si intrufola un serpente giallo, piccolo e a prima vista insignificante è molto bella. Il venerdì sono presenti gli autori - Guillaume e Patrick Jaegy - ben disposti a illustrare il loro lavoro ai visitatori della chiesa.





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Creglingen - Il Marienaltar
7 agosto 2016

La Herrgottkirche (Chiesa di Domineddio) si trova fuori dal centro abitato di Creglingen: una volta oltrepassato il ponte Riemenschneider, bisogna andare avanti un paio di chilometri (direzione Munster) prima di vedere la chiesa. Esternamente è davvero insignificante, ma dentro presenta alcuni altari che, per quanto belli, sono resi invisibili dal Marienaltar di Riemenschneider, che occupa orgogliosamente il primo piano dello spazio a disposizione.

In alto l'immagine di Cristo, l'inizio e la fine di ogni cosa, anche della stessa maternità di Maria, tanto che appunto la sua incoronazione è sotto l'immagine del figlio.

Che la Madonna si sia addormentata senza conoscere la morte non è un  concetto del tutto pacifico: a San Sebaldo in Norimberga un portale mostra addirittura la bara in cui si trova il corpo della Vergine. La logica vuole che se non c'è macchia di peccato originale non ci sia motivo perchè Maria muoia ed eccola quindi vispa, e sexy come non mai, mentre scappa dalle mani degli apostoli, circondata dagli angeli. E mi colpisce il panneggio della veste del secondo apostolo da sinistra: ci vedo un anticipo di certe fantasiose fluttuazioni degli abiti che diventeranno comuni nell'epoca barocca.

Meno interessanti secondo me i pannelli laterali con le scene della vita della Vergine: la prospettiva appare più schiacciata e piatta, lontana dal rigoglio tridimensionale del resto dell'altare.





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Belfort (F)
5 agosto 2016

Come dice il toponimo la città è caratterizzata dalla presenza di un poderoso sistema di fortificazioni. Sono arrivato da nord, dalla porta di Breisach (altra città fortificata) ho attraversato la doppia cinta di mura e mi sono trovato un posteggio vicinissimo alla chiesa di San Cristoforo, neoclassica, nella pietra rossa del paese e tutto sommato senza un grande interesse. 

Le cose cambiano quando ci si muove verso la cittadella, che domina la città e sotto la quale si trova il famoso Leone di Belfort, gigantesca statua creata da Auguste Bartholdy, il creatore della Statua della Libertà. Avevo già visto un piccolo museo dedicato a Bartholdy a Colmar, la sua città natale. Qui all'entrata del palazzo della cittadella gran parte del primo piano si occupa del lavoro di Bartholdy, abbozzi del leone, ritratti e progetti, il tutto nell'ambiente di Napoleone  III, il mondo di una borghesia soddisfatta di sè e smaniosa di  mettersi in mostra, per la quale gigante è bello (lo si vede anche nel monumento dei tre assedi).

Meno interessanti per me le sezioni di archeologia e di guerra... ma sono in una fortezza militare: cosa posso  attendermi?




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Museo della cattedrale - Strasburgo
4 agosto 2016

Il museo della cattedrale di Strasburgo consente innanzi tutto di vedere gli originali delle statue della cattedrale (vergini sagge e folli, i leoni che si innalzano attorno al portale centrale). Si potrà obiettare che queste opere non sono state fatte per essere viste ad altezza d'uomo, ma è facile che a distanza sfuggano certi particolari, come lo sguardo malandrino che la Chiesa sembra rivolgere alla Sinagoga, o quanto il tentatore sia belloccio, nei panni di un giovane che tiene in mano un fiore invitante.

Questo museo ha altre ragioni di essere visitato. Numerose vetrate, statuaria di vario genere (meravigliosi i ritratti scolpiti, talvolta pure caricaturali come quello di una persona colpita da emiparesi), altari, Madonne e Santi provenienti dalla regione, la ricostruzione della sala in cui si riuniva il consiglio degli amministratori della cattedrale. All'ultimo piano una sezione mostra in fac-simile i disegni lasciati dagli architetti, tanto per farci ammirare la maestria di questi artisti, tra l'altro contesi dalle città che volevano primeggiare costruendo delle cattedrali  da primato.

Di fronte a tutto questo appare banale il giardino medievale che si apre sulla strada, pallida anticipazione di un pasto artistico quanto  mai nutriente.




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Marburg (Assia)
3 agosto 2016

La Elisabetta cui è dedicata la chiesa principale di Marburg ha più di un'affinità con la protagonista di Tannhauser: vive alla Wartburg con il Landgravio - suo marito. Rimasta vedova scappa a Marburg dove si dedica alla carità e alla vita contemplativa. Alla sua morte è santificata con una velocità degna di Wojtyla. Le sue ossa - che scompariranno con la Riforma- saranno conservate in una cassa dorata, in forma di chiesa con sui lati lunghi gli apostoli e Cristo e sui corti Elisabetta e Maria.

Il tramezzo, dal culmine in legno, separa dalla parte più interessante della chiesa: sarcofago e tomba di Elisabetta, sepolture dei landgravi dell'Assia, vetrate ed altari.

Un interessante complemento a questa chiesa è dato dal castello, che domina la città. Vi ho trovato alcuni crocifissi di indubbio fascino nella loro semplice primitività e un arazzo di grandi dimensioni che racconta in modo tanto semplice quanto efficace la parabola del figliol prodigo. Il disegno è talvolta rozzo, i colori sono piatti ma il messaggio arriva con un grande impatto emotivo.

E poi Marburg offre la solita possibilità di passeggiare in un centro storico ricco di case a graticcio che trova il suo centro di gravità sul Markt, con uno stupendo municipio in muratura in cui si staglia l'onnipresente Elisabetta che tiene in mano la propria chiesa.



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RheinHessen
2 agosto 2016

Il titolo "RheinHessen" mi sembra indovinato per un luogo in cui attraversando il fiume si passa da Renania-Palatinato ad Assia.

L'immagine simbolo dell'esposizione è una chiave di volta, molto ben conservata, con segni di colore, che raffigura un floreale volto di donna che fa molto liberty ante litteram.

Schlußstein, Mainz, um 1450 mit Darstellung eines „grünen Manns“ Sandstein mit Resten der farbigen Fassung

Il percorso comincia con gli ornamenti di tombe di nobili barbari, si snoda con piastre di pietra rossa provenienti dalla sala dei mercanti: anche i vescovi sono rappresentati in armatura cavalleresca - e del resto nessuno prenderebbe l'arcivescovo Albrecht per un ecclesiastico se non fosse che nel ritratto (scuola di Cranach) non indossasse un cappello rosso.

Un capitolo a sè merita la sezione Biedermeier, con un'ampia serie di paesaggi di fantasia ma ispirati alla zona renana che rispondono tanto bene all'immaginario romantico. Non è qualcosa che io ami svisceratamente, ma più vedo questi quadri e più comprendo che la nostra società trova le sue radici nel quieto perbenismo borghese di quest'epoca di restaurazione: la bella Maria di Guaita è una signora elegante che non sfigurerebbe in un salone della prima metà del XX secolo.

Porträt Marie von Guaita





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Il convento di Eberbach
1 agosto 2016

Gli amanti di cinema conoscono il convento di Eberbach perchè vi è stato girato il "Nome della Rosa", io vi ho riconosciuto la sede dei concerti del festival del Rheingau.

L'insieme del convento di Eberbach è conservato molto bene - un'intera ala è adibita ad albergo, ristorante e vendita di vini. La parte conventuale vera e propria ha un chiostro molto bello che su un'ala dà accesso alla chiesa basilicale romanica, del tutto spoglia, fatta eccezione per qualche tomba gotica. Sulle altre pareti - di cui una molto bella a graticcio, andiamo verso gli spazi abituali di un simile complesso: sala capitolare, un dormitorio e due refettori - uno per i laici, che ospita oggi una raccolta di presse per l'uva e l'altro per i religiosi. Quest'ultimo è una sala dal soffitto rococò, ricoperta di pannelli in legno, con ritratti ed un notevole armadio; il dormitorio, al primo piano sopra la sala capitolare è molto suggestivo e conduce ad un museo che mi è parso molto interessante.

Vi ho trovato le mensole originali del chiostro, statue barocche provenienti dal convento, ma sopra tutto, nell'ultima sala, due croci in ferro risalenti all'inizio del secondo millennio. Una mostra un Cristo dagli occhi aperti ed ha alla base una testa di leone che la rende assolutamente originale dal punto di vista iconografico, l'altra è costituita di due parti unite ed era destinata a conservare una reliqua della Santa Croce. Bisogna aguzzare non poco la vista per vedere ciò che viene raffigurato (la Madonna e gli Evangelisti), però vale la visita.



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Miltenberg (Baviera)
31 luglio 2016

Non so più quanti paesini pittoreschi simili  a Miltenberg io abbia visto fino ad oggi: case a graticcio, dipinte alla perfezione, senza una scrostatura anche microscopica dell'intonaco; qua e là una iscrizione - anno  di costruzione, di restauro, un proverbio o una lode al Signore - immancabili la nicchia che accoglie una Vergine con il bambino e lo sporto debitamente istoriato.

Miltenberg si stende pacifica lungo il Meno, in un paesaggio collinare. E' stretto e lungo, con un perimetro delimitato da una cinta di mura in gran parte sparita -  anche se rimangono le torri che consentivano l'ingresso in città. Volendo si può salire anche fino al castello rinascimentale che domina la città: è una  strada niente affatto impegnativa, tranquilla e felice.

In questo tratto di strada, fra Tauberbischofsheim e Aschaffenburg, Miltenberg è uno dei luoghi più belli, in cui è  piacevole passeggiare e godere la calma animazione di una domenica di festa... perchè i tedeschi riescono a non far chiasso nemmeno quando sono tanti e in libera uscita.





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Weikersheim - Il castello
30 luglio 2016

Il castello di Weikersheim, già della famiglia Hohenlohe, appartiene oggi allo stato del Baden-Wurttemberg. 

Nel castello si riconoscono due distinte fasi artistiche, quella rinascimentale e la barocca. La prima è senza dubbio la più interessante con la ricchissima e monumentale Sala dei cavalieri. In mezzo alla sala troneggia uno stupendo candeliere argentato munito di sistema che, abbassandolo, consentiva di accendere le candele; il soffitto è costituito da quadri dipinti che raffigurano scene di caccia; ai lati due portali illustrano le prodezze della casata (la guerra contro i turchi). Subito dopo due stanze con soffitti che raccontano prima l'uccisione (in difesa della patria o del proprio onore) di illustri romani e poi la morte (anche per mano propria) delle dame del passato (non solo romane, c'è pure Cleopatra, raffigurata vicino all'artista che ha realizzato quest'opera.

Molto ricca, anche se più prevedibile, la sezione barocca e rococò, perfettamente conservata (mobilio ed arredamento sono quasi tutti originali) con le stanze dei padroni di casa. 

Dietro il castello un parco alla francesce, con due fontane, un'ampia orangerie e tante aiuole fiorite. Pare che il  momento migliore per visitarlo sia la primavera, quando c'è la fioritura dei tulipani, ma anche adesso, in piena estate è tutt'altro che  disprezzabile.




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Norimberga - San Lorenzo
29 luglio 2016
Avevo visto al Marienberg di Wurzburg un'Annunciazione di Riemenschneider che mi ricordava il Saluto dell'Angelo di Norimberga. Qui, però nella chiesa di san Lorenzo, sono soggiogato dalle gigantesche proporzioni di questa Annunciazione, dalla finezza dei colori che riproducono fedelmente l'incarnato dei personaggi, che paiono vivi nella tenue penombra. E poi i medaglioni con scene della vita di Maria. Nulla lasciato al caso, tutto vivido ed espressivo. Tra l'altro non guasta che appena davanti ci sia un aereo e luminoso Crocefisso che concluda il ciclo della Redenzione, tra l'altro con dei bracci verdeggianti che evocano subito l'immagine della Resurrezione.Un altro gioiello di questa chiesa è il ciborio. Immenso e maestoso. Ciò che mi ha interessato di più è stata la presenza, sotto la predella, di figure umane che sostengono la poderosa architettura. Una in particolare ha mantenuto il proprio colore, ha una bella barba ricciuta da integralista musulmano e ha una spiccata personalità che guarda ai tempi nuovi dell'arte.



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La fortezza Marienberg a Wurzburg
27 luglio 2016
La fortezza di Marienberg, eretta nel 1250, è stata sede del potere temporale ed ecclesiastico di Wurzburg per cinque secoli, quando è stata completata la residenza cittadina. Oggi contiene due musei, uno - Museo del palazzo dei principi - è dedicato alla storia della città, dalla sua fondazione ad oggi - c'è anche un plastico che raffigura Wurzburg come appariva dopo il bombardamento alleato, l'altro - "Museo del Meno e della Franconia" - contiene delle straordinarie opere d'arte.

Innanzitutto ha una sala interamente dedicata a Riemenschneider, scultore straordinario per la precisione con cui descrive i suoi personaggi, la cura dell'abbigliamento (anche il ginocchio della Madonna, che disegna delicatamente la curva dell'abito). Ha uno stile talmente importante che si riconosce subito la presenza anche nei lavori di bottega. Sono presenti sia sculture in legno  che in pietra (tra queste gli Adamo ed Eva originali  della Marienkirche del Markt).

Ho anche apprezzato moltissimo alcuni dipinti di Zick, il bavarese che i Tiepolo hanno soppiantato nella decorazione della Residenza, che mi guarda con orgoglioso cipiglio nel suo  autoritratto: una Deposizione di Croce, in cui il corpo livido del Salvatore si staglia nell'oscurità dell'ambiente mi è parsa stupenda. Ci sono degli effetti di luce affatto interessanti. Anche se l'arte barocca non sopporta bene di essere confinata nello spazio ristretto degli abbozzi e progetti il bavarese mostra di sapere il fatto suo.

C'è davvero tanto materiale, da una collezione di spremitoi e tini per la produzione del vino a opere dell'epoca gotica, agli originali delle statue che adornano il giardino rococò della residenza estiva dei vescovi a Veitshochsheim - per noi muniti di auto a un tiro di schioppo  da Wurzburg ma un tempo un viaggio importante.

Infine sono interessanti anche i dipinti che mostrano gli interni delle chiese cittadine come apparivano un  tempo, tanto per farci apprezzare i danni che la follia umana riesce a fare.




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La residenza di Wurzburg
26 luglio 2016
Come la città, anche la residenza di Wurzburg è stata quasi interamente distrutta dalle bombe alleate nel marzo del '45. Ha del miracoloso che sia rimasto intatto il gigantesco soffitto affrescato da Tiepolo.

I tedeschi sono meticolosi anche quando pianificano le sconfitte. Per questo hanno provveduto per tempo a mettere al riparo tutto quanto era trasportabile e hanno addirittura fotografato a colori ogni dettaglio della sala degli specchi. In questo modo nel dopo-guerra è stato possibille riportare al suo aspetto originale la residenza di Wurzburg. Un processo lungo e difficile che viene illustrato con germanico puntiglio al termine del percorso di visita. Mi stupisce la caparbietà di un popolo che - pur avendo tentato il suicidio nelle braccia del nazismo - aveva già preventivato la rinascita, così come è ammirevole l'orgoglio con cui si guarda al modo con cui si è riprodotta la delicata pittura su vetro della sala degli specchi o la copertura dell'argento  con la lacca verde. E c'è anche il candido apprezzamento per il responsabile statunitense che, appena arrivato in zona, ha puntellato quanto rimaneva in piedi della residenza.
Poi, non ce ne voglia il povero pittore Zick, offeso perchè era stato sostituito dallo straniero Tiepolo nel completamento della decorazione a fresco del palazzo. La delicatezza dei colori, la morbidità aerea degli incarnati dei personaggi dipinti da questi migranti veneti è un altro mondo rispetto alla terragna solidità degli dei a banchetto che il bavarese ha raffigurato nel salone che conduce ai giardini.



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Riemenschneider - Altare del Sacro Sangue
25 luglio 2016
Mi  colpisce la perfetta simmetria dell'altare di Riemenschneider, con le curve sinuose che incorniciano la parte superiore, dominata dall'Ecce homo. Il Crocifisso è messo all'altezza del celebrante, in un modo che mi ricorda quanto diceva San Paolo: "Non ho usato parole di scienza ma solo la Croce di Cristo" e "Non mi glorierò di altro che della Croce". La scena della crocefissione è messa come un memento a chi deve annunciare la Parola del Vangelo, mentre i fedeli possono vedere un altro crocifisso, molto semplice e con al centro una pietra preziosa. Cosa posso immaginare di più spirituale?
 

Il pannello centrale dell'Ultima Cena ruota attorno al dialogo di Gesù con Giuda. Vediamo quest'ultimo con in mano il sacco dei soldi, che possono essere sia la cassa comune come il prezzo del tradimento. Tradimento di cui discutono animatamente i discepoli sulla destra. Ma Giovanni, il discepolo che Gesù amava, quasi è nascosto alla vista, perchè il suo capo è posato sul grembo del Salvatore. Sembra addormentato e tranquillo, come deve essere per una persona che ha totale fiducia in Gesù.E poi posso godere dell'intricata decorazione, della Annunciata che mi ricorda tante sue sorelle di area norimberghese, lo Zaccheo inserito nell'entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme.

Questo capolavoro di Riemenschneider conservato della chiesa di San Giacomo a Rothemburg a. d. Tauber è nascosto dietro l'organo, al termine di una scalinata. Anche in questo mi sembra di vedere un senso simbolico: i tesori più importanti sono tenuti celati e richiedono un po' più di fatica per essere goduti.




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Nordlingen
24 luglio 2016
In mezzo a una pianura dolcemente ondulata come in tante parti della nostra Padania, Nordlingen si fa annunciare dal campanile di san Giorgio, dalla copertura ottagonale, con le bandiere che pendono sui lati. Qualche ora dopo, osservandolo dalle mura circondato da case dagli alti tetti rossi spioventi, mi sembra di essere stato sbalzato nei Paesi Bassi. Ed in effetti questa cittadina è un bastione riformato nella cattolicissima Baviera.

Dalla chiesa di san Giorgio sono stati eliminati i segni del papismo: mura alte tardogotiche, intonacate di bianco, una vasta collezione di epitaffi, sparite le cappelle laterali e pure scalpellata, da un basso rilievo del coro, l'immagine di una nobildonna che aveva sfidato il marito per seguire la fede Evangelica. Tanta luce nell'ampia navata mentre fuori il cielo variegato mantiene la promessa di farci assaggiare un tempo costantemente instabile.

Il nucleo centrale di Nordlingen è perfettamente circolare, chiuso dalle mura che lo hanno protetto durante la guerra dei Trent'anni. Come sempre le strade sono conservate religiosamente, con  le case a graticcio che anche quando ospitano una pizzeria mantengono il gusto di un passato da cui non ci si vuole staccare.




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Pelleas et Melisande Aix-en-Provence 2016
21 luglio 2016

Una novella sposa si butta sul letto della propria stanza e si addormenta... il Pelleas et Melisande che segue è il suo sogno. Forse abbiamo già avuto una versione onirica del capolavoro di Debussy ma questa è davvero speciale.

L'ambientazione è moderna. Il castello di Allemonde è costituito da un salotto e un disimpegno a piano terra, una terrazza al piano sopra; a sinistra una scala metallica a chiocciola. La fontana dei ciechi è una piscina seminterrata; ogni tanto ci sono degli elementi estranei (foresta, cumuli di terra). Ma non mi interessa l'ambientazione: mi preme maggiormente la comprensibilità del racconto. Tutto è coerente e logico e si sposa perfettamente al testo e alla musica. Ad esempio è bellissima l'idea di far ricomparire Pelleas nel quinto atto in corrispondenza all'entrata del suo tema.

La recitazione è naturale, curata in ogni dettaglio. Naouri non è soltanto un basso ammirevole ma anche un bravissimo attore il cui minimo gesto racconta qualcosa. Stesso discorso per Barbara Hannigan che possiede una presenza scenica straordinaria associata a una voce duttile e molto espressiva. Stephane Degout, Franz Joseph Selig (di nome e di fatto!) e Sylvie Brunet-Grupposo sono rispettivamente Pelleas, Arkel e Geneviève. Ottimo Yniold (Chloé Briot) reso con molta verosimiglianza. Non ci si può lamentare nenche della breve parte del medico, affidata a Thomas Dear.

Il Pelleas et Melisande offerto da Esa-Pekka Salonen è trasparente e luminoso, caldo. Assolutamente meraviglioso.

Il tutto è visibile su The opera platform






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Heinrich Mann - Il suddito
14 luglio 2016

Diederich Heßling è il suddito fedele di Sua Maestà l'Imperatore Guglielmo di Prussia.

All'Università primeggia in duelli, risse e sbornie. Seduce Agnes, che abbandona perché non abbastanza ricca per lui. La leva obbligatoria si chiude anzitempo per una ferita ad un dito del piede e grazie alle amicizie create nel gruppo dei "Nuovi Teutoni". Questo però non impedisce a Diederich di essere un nazionalista e militarista dei più accesi. In casa tiene a stecchetto madre e sorelle e conciona di  dirittura morale e difesa della Famiglia.

Diederich adotta con i dipendenti comportamenti che oggi considereremmo antisindacali. Egli però fa accordi segreti con il deputato locale, un social-democratico che presumibilmente di lì a vent'anni voterà a favore dei crediti di guerra. E' arrogante. Le persone che al suo arrivo egli aveva svillaneggiato lo salvano dalle conseguenze catastrofiche di scelte avventate.

Il suddito ci offre un bel campionario di ipocrisia e stupidità. Heinrich Mann deride questo suddito e il suo meschino ambiente. Durante il viaggio di nozze Diederich fa la posta davanti al Quirinale in cui il Suo Imperatore è in visita ufficiale. Spassosa la descrizione dell'attentato alla polvere dentifricia o la rielaborazione di Lohengrin in salsa nazionalista. La scena conclusiva  è comicamente profetica. Un acquazzone interrompe l'inaugurazione del mausoleo a Guglielmo il grande. La statua dell'imperatore scruta il cielo nel tentativo patetico di capire come volgerà il tempo mentre tutti sono fuggiti in mezzo ai padiglioni divelti dal vento e dall'acqua.

Non posso fare a meno di pensare all'Uomo senza qualità. Anche qui si descrive un grottesco mondo in via di sparizione. Rispetto alla frivolezza dei terroni austriaci, i nostri prussiani sono pieni di sè, boriosi, tracotanti e violenti!

Mann ci aveva tenuto a sottolineare che il romanzo è stato completato prima dello scoppio della grande guerra. L'arte ha sempre in sé qualcosa di profetico.





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Così fan tutte - Aix-en-Provence 2016
10 luglio 2016
Siamo nell'Africa Orientale Italiana. Una bella abissina mette sul grammofono una canzone antifascista... arriva un italiano, spacca il disco, violenta la ragazza, verifica che il nero appeso per i piedi resti in posizione. Finalmente comincia l'ouverture, ma io preferirei di gran lunga essere già alla conclusione dell'opera.
 

Bisogna pur trovare il modo di giustificare la presenza del coro dell'opera di Città del Capo. Diremo che il regista Christophe Honoré ha voluto analizzare le malefatte del colonialismo e del razzismo, specie alla luce dei recenti fatti di cronaca. Tanto a nessuno passa per la testa che Dorabella, Fiordiligi e Despina non c'entrano niente con questo ambiente coloniale. Per giunta - essendo Guglielmo e Ferrando travestiti da neri - bisogna pure cambiare il testo di Da Ponte così che il "biondino" diventerà "carino". E poi, che conta ciò che due nullità come Da Ponte e Mozart hanno pensato rispetto alle genialate di questo signor Honoré? Alla fine dello spettacolo non si è neanche sfiorato alcuno dei punti cruciali del Così fan tutte, come in una routinaria rappresentazione in abiti settecenteschi.Rodney Gilfrey è purtroppo invecchiato e abbaia "Vorrei dir e cor non ho" in modo inverecondo - ah, se Nahuel di Pierro avesse preso anche la parte di Don Alfonso! Sandrine Piau ha piantato un paio di stecche nella parte del dottore (e non solo, l'ho trovata stranamente sotto-tono). Bravi - senza che ci si debba aspettare chissà cosa - gli altri cantanti. Buona la Freiburger Barockorchester. Ma a che servono gli sforzi dei musicisti? Con un allestimento del genere sarebbe affondato anche Mozart in persona.





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Boesmans - Reigen - Stoccarda 2016
7 luglio 2016

Reigen - in italiano Girotondo - è forse il più noto dei testi di Schnitzler, con la sua successione di dieci coiti... possiamo porre l'accento sulla ripetitività, su quanto ci sia di meccanico, prevedibile e comune in questi incontri. E' ciò che ha fatto Bernhard Lang nel suo atto unico. Oppure possiamo seguire - come fa qui Boesmans - la strada opposta, che cerca quanto di irriducibilmente personale esiste in questi uomini e donne che non sono più dei semplici paradigmi ma individualità ben disegnate e definite. Ed allora ogni scena è un mondo diverso, realizzato con strumenti e idee nuove, momento per momento. E' una via che richiede virtuosismo, una ampia tavolozza di colori e sentimenti... niente di più facile e semplice per un genio come Philippe Boesmans. Il compositore non rinuncia ad alcuno strumento che gli viene lasciato a disposizione, fosse pure la descrizione del ronzio della mosca seguito da un "Man totet diese Mucke" che cita letteralmente la Salome di Strauss, o la tromba in sordina che imita la voce umana di una persona al telefono che mi fa riandare ai cartoni animati dei Peanuts della mia lontana infanzia. E che dire della serietà del quartetto d'archi che deve sorreggere l'ipocrisia del marito puttaniere che fa la morale alla moglie che egli crede la Penelope del secolo? O della fanfara con echi bachiani che annuncia l'avvenuta erezione dello studente? Ho subito adorato incondizionatamente questa musica, che segue con tanta fedeltà le sfumature del testo.L'allestimento ambienta gli incontri ai nostri giorni. I personaggi sono delle fotografie che vengono spostate con un dito, come nella galleria dei nostri smart-phone. E la ragazza ha una videochat con lo scrittore (come basta poco per adattare la situazione al testo di Schnitzler!). Elementi scenici essenziali, proiezioni di una coppia che si ama... sempre quella... un ideale, irraggiungibile come tutti gli ideali.

In live streaming



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Monastero Bormida - Roccaverano (AT)
4 luglio 2016
Il castello di Monastero Bormida era in origine - come dice del resto anche il toponimo - un monastero. Lo mostra chiaramente il campanile romanico esterno - unico elemento sopravvissuto della chiesa - legato al resto del complesso da un arco in pietra; lo ricorda un gruppo di colonne con capitelli in pietra del posto che nel cortile del castello ricordano il chiostro che doveva sorgere un tempo in quel luogo.

La rassegna Castelli Aperti ha mobilitato il sindaco del luogo che ci sta facendo da cicerone lungo gli spazi che hanno cambiato proprietario - e funzione - un sacco di volte. Dalla fine del XIX secolo sono di proprietà del comune che continua ancora oggi ad avervi la propria sede assieme a Pro Loco, Croce Rossa e Biblioteca. I pavimenti sono in mosaico genovese, il regalo degli ultimi proprietari privati, i soffitti vanno da una cupola neoclassica trompe-l'oeil ad allegorie delle quattro stagioni e vedute di gusto ottocentesco. I finanziamenti europei consentono restauri e ricerche, si è ripristinata la pavimentazione originale dando un aspetto pittoresco al piccolo centro storico del borgo. Anche se il sole batte implacabile vale la pena una passeggiata verso il ponte romanico che attraversa la Bormida: la cappelletta votiva centrale era un tempo il gabbiotto degli esattori del pedaggio, dato che questo era un passaggio obbligato nella comunicazione tra Piemonte e Liguria.

Su consiglio del sindaco ho poi preso la provinciale che si inerpica fino agli 800 metri di Roccaverano, un villaggio dalle case in pietra, dove non si sente l'afa della valle e si gode uno stupendo paesaggio sulla langa. C'è un parco al posto del castello dei signori locali... dell'edificio rimangono una torre e la facciata prospicente la chiesa - opera del Bramante - il cui odore di muffa mi immerge in tanti ricordi di infanzia.




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Bernhard Lang - Re:igen
2 luglio 2016
Perchè "Re:igen" con il doppio punto a dividere il titolo? Forse banalmente per distinguere l'opera di Bernhard Lang dal Reigen di Philippe Boesmans? O per sottolineare la ripetitività delle situazioni di amore e/o sesso? Nel corso dell'opera spesso testo e musica si "incantano" come i vinili di una volta e ripetono meccanicamente la stessa frase. Non si tratta di un espediente per consentire al pubblico di capire il testo ma di un gesto voluto ed onnipresente che dà il senso della meccanicità della storia, del suo inevitabile svolgersi verso un coito reso musicalmente da accordi opalescenti, punto di equilibro e di sospensione del racconto, estasi brevissima attorno a cui ruota una musica di grande presa che ondeggia liberamente tra i linguaggi a disposizione dell'autore.
 

Un'orchestra da camera, affiancata a un trio jazz basta a creare colori e situazioni di grande fascino (notevole la citazione di Jeux di Debussy, o il semplice tessuto ritmico su cui cresce il gioco di seduzione e possesso del giovanotto - un ricordo della monoritmica di Lulu?). Man mano che avanzo nell'ascolto di quest'opera lunga poco meno di 90 minuti resto io medesimo avvolto e sedotto dall'inventiva di Bernhard Lang.

L'allestimento di Schwetzingen mette il pubblico sul palcoscenico, l'orchestra nei palchi, i cantanti e la scena in platea. I personaggi sono seduti nelle sedie di platea, circondati da televisori che offrono immagini e scritte... durante l'azione i cantanti escono, entrano, passano in primo e secondo piano secondo le necessità.

Ripresa televisiva vivida della creazione di uno spettacolo che merita di entrare nel repertorio.




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Jan Neruda - I racconti di Mala Strana
29 giugno 2016
Jan Neruda riesce a sorridere anche di un suicidio: per lui non esiste una storia così tragica da non lasciare spazio a un minimo di arguzia. Sono racconti da osteria, ma un'osteria in cui si è buoni amici anche quando si finge di non accorgersi del compagno di tavolo, in cui non si urla e la lite rimane entro i limiti dell'educazione - che differenza dai vocianti e caotici pub di Joyce! Troviamo ovviamente il lato oscuro nella refrattarietà a tutto ciò che è nuovo, a uno sciovinismo mal celato, al fastidio per il forestiero che magari si trova a tutta prima bene in questo quartiere che scende da Hradcany al Ponte Carlo ma che - è il caso dell'aspirante procuratore dell'ultimo racconto - trova che non ci sia niente di meglio al mondo che ritornare dall'altra parte della Moldava, a Stare Mesto.Un mondo lontanissimo, anche vagamente surreale (pensiamo alle chiacchiere notturne sui tetti delle case di Praga o alla messa notturna di San Venceslao in cattedrale o il morto che resuscita grazie al medico che non ha mai esercitato la professione) a cui - a differenza del procuratore - torno regolarmente, per respirare una fresca aria di campagna.



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Simenon - L'osteria da due soldi
23 giugno 2016
Un condannato a morte lascia a Maigret la traccia che può condurlo fino ad un assassino. Maigret fa il suo lavoro, sa che i suoi colpevoli rischiano la ghigliottina. Gli possono fare compassione, può anche immedesimarsi in loro e decidere di dar a qualcuno di essi una soddisfazione postuma trovando altra compagnia nell'ala della morte, ma procede pachidermico alla ricerca della verità, perchè così ha da essere per il buon funzionamento del mondo.
 
Per noi italiani Maigret è Gino Cervi, ma io ho una predilezione speciale per Bruno Cremer, ugualmente massiccio e lento, ma molto più burbero e di poche parole, per lo più pronunciate a denti stretti, con al massimo un sorrisetto ironico, una persona che lascia poco spazio alla giovialità un po' fracassona e bon enfant. E' più Cremer che vedo in questo romanzo, in cui il commissario è assorbito nell'ambiente della festa paesana, in riva al fiume, in un'osteria di quart'ordine, dove gli uomini di città giocano a fare i contadini, in un'Arcadia contemporanea non meno falsa di quella che era di moda nel XVII secolo. E' la falsità di questo ambiente (sottolineata del resto dall'arredamento stereotipato delle case parigine dei protagonisti) a fare il pabulum in cui nasce il delitto. Anche se la soluzione del giallo ha da essere, come regola, spiazzante, è il bello dell'arte scrostare la superficie, l'apparenza, e farci conoscere quello che gli uomini nascondono alla vista degli altri.



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