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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Mussorgskij - Boris Godunov Abbado 1998
22 gennaio 2017
Non basta passare alla versione originale per offrire un grande Boris Godunov: se si mantengono i tempi tradizionali della revisione Rimskij-Korsakov continueremo a rimpiangere i colori alla Cecil B. De Mille, pur facendo omaggio al filologicamente corretto del testo definitivo di Mussorgskij.

Abbado invece sceglie di accelerare sensibilmente i tempi, con esiti affatto insoliti. I colori orchestrali si adattano meglio a questo ritmo incalzante, le pause del testo durano sensibilmente meno così che la frase musicale non appare inutilmente frantumata ed assume un senso maggiore. La canzone di Varlaam assume il contorno di una vera canzone popolare da osteria, non di un Lied ordinato e grazioso per belle signore. Restando nella scena della locanda è bellissimo il trattamento di Grigori e Varlaam: entrambi monaci spretati, che si sono dati alla macchia. Il primo però guidato dall'ambizione, il secondo dal desiderio di essere libero e felice. Quest'ultimo ha scelto di essere avvinazzato e si comporta da ignorante: di fronte al suo analfabetismo le guardie di confine se ne sarebbero andate senza far danni, anche a Grigori. Il nostro pretendente però è scaltro, dotto ma inesperto della vita e prova ad usare la propria cultura per fregare il compagno. Oggi definiremmo Varlaam un analfabeta di ritorno... anche se quando c'è da salvare la ghirba si aguzza l'ingegno, la scelta usuale di far partire la sillabazione del mandato di cattura a bassa velocità per poi gradualmente aumentare la speditezza della lettura funziona drammaticamente ma non è tanto verisimile. Invece il martellamento costante delle sillabe decifrate dal monaco che ha semplicemente finto di essere illetterato non solo è più credibile ma getta una luce diversa sui personaggi sia ora che più tardi quando riappariranno durante la rivolta di Kromy.

Perfetta la musica, ineccepibile il canto. Intelligente un allestimento che mescola il passato zarista con il presente comunista, lasciando sempre in primo piano la folla - l'affamato e sofferente popolo russo che è il vero protagonista di quest'opera. La cellula di Pimen potrebbe essere un ufficio della Lubyanka, i cavalli di Frisia e le camionette fanno pensare all'epoca di Stalin e le celle in cui è rinchiuso il popolo sono perennemente espressive. Riuscito lo specchio inclinato che forma lo sfondo dell'atto polacco.

Questo Boris Godunov
è la versione da conoscere a tutti i costi



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/1/2017 alle 11:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Anat Gov - Oh, mio Dio!
19 gennaio 2017

Nessuno prenderebbe sul serio una persona che afferma di essere Dio. Ella, una psicanalista, per giunta laica, ribatte subito a questo strano paziente "Non è possibile, tu non esisti".

Non sono certo alcuni trucchetti da illusionista paesano a convincerla. Però questo "Dio" conosce di lei pensieri, sentimenti, fatti intimi  noti solo a lei... Presto Ella si occupa con impegno del caso di Dio, questo personaggio che dopo aver parlato tantissimo per millenni, si è messo a tacere improvvisamente, dopo il fattaccio di...

No, non posso andare avanti a raccontare la trama di questa commedia arguta, utile e interessante per tutti, atei e non. Wikipedia mi informa che Anat Gov è una scrittrice di sinistra che ha rifiutato il funerale religioso. Sono i misteri di Dio, che si serve di un'atea perchè si tocchino temi cruciali anche per il credente: il silenzio di Dio, cosa è Dio per noi o - se preferiamo -  cosa è Dio tout-court, quali sono i rapporti tra bene e male, cosa significa la nostra esistenza - laica o di fede che essa sia.

Questa pièce teatrale smuove la coscienza obbligandola al sorriso, giocando sull'assurdità di un Dio  bisognoso di psicanalisi perchè caduto in crisi d'identità. Il tutto avendo sullo sfondo il dramma personale del figlio autistico di Ella. E' un personaggio muto ma niente affatto secondario, perchè la tragedia che il piccolo ha introdotto nella vita della psicanalista ha necessariamente influito sulla sua posizione nei confronti di Dio.

Un lavoro bellissimo che mi fa sperare di incontrare altre opere di questa Anat Gov - purtroppo morta neanche sessantenne pochi anni fa.

 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/1/2017 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tahar ben Jelloun - Creatura di sabbia
14 gennaio 2017

In un mondo dove una femmina vale al massimo la metà di un maschio un uomo, disperato di fronte alla nascita della settima figlia, decide che l'ottavo nascituro sarà un figlio. Comunque... se disgraziatamente dovesse essere l'ennesima bambina ci si comporterà come se fosse l'agognato maschio. Ed è così che dunque nasce Ahmed.

E' una storia avvincente raccontata da un narratore ambulante a un gruppo di persone. Solo che il narratore scompare e gli astanti debbono immaginare un finale per questa vicenda. Ci troviamo così con diverse conclusioni, una per ogni persona che si cimenta a immaginare la conclusione della vicenda di Ahmed. Addirittura uno dei narratori è Borges, piombato non si sa come dall'Argentina in Marocco.

Poco importa se questo sia inverosimile. Il punto centrale è che i personaggi di questa vicenda sono come le dune del deserto: linee cui la nostra immaginazione dà una forma, figure evanescenti che durano lo spazio di una pagina.

Jelloun disegna un libro molto complesso, di non semplice lettura, perchè retto da uno stile elaborato, assai poetico, con immagini e considerazioni che domandano di essere approfondite in ogni istante. Esistono, in questo romanzo di Jelloun, due piani che si intersecano in continuazione: da un lato la creazione letteraria, il gioco creativo e dall'altro la denuncia di un mondo in cui la femmina è un essere inferiore cui viene negata qualsiasi autonomia e capacità di auto realizzazione.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 14/1/2017 alle 6:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Museo delle belle arti di Nizza
9 gennaio 2017
Il museo delle belle arti di Nizza si trova in un bell'edificio neoclassico vicino alla Promenade des anglais.
 
Non è da sottovalutare: la sua collezione, per quanto eterogenea ha molti pezzi interessanti. Prima di tutto un sostanzioso gruppo di opere di Dufy. Poco discosto una coppia di van Dongen (sublime l'armonia rosa  e verde di Madame Jenny) ma anche una Mediterranée di Espagnat ha colori bollenti e forme mollemente sensuali. Mi è piaciuto molto Lebasque con una ragazzina  nel bagno estremamente vicina al mondo di Bonnard, anch'esso presente con una sua opera.
 
Degli autori antichi spicca il Crocefisso del Bronzino, dei pannelli di un altare dedicato a Santa Margherita attribuiti a Brea mi sono piaciute solo le figure laterali... le storie della santa evocano troppo atmosfere da ex-voto.
 
In attesa di riscoprire come preclara anticipazione del post-moderno il Watteau belle epoque di Jules Cheret mi diverto con i dipinti di gusto orientaleggiante del piano terra. Due venditrici egiziane di arance sono identiche a quelle che ho visto al museo Calvet di Avignone, solo che qui le grandi dimensioni del quadro non giovano alla sua resa. Se la cava meglio Tanoux con Thais e Nanouna. In quest'ultimo quadro si vede un eunuco assieme a due sensuali e cellulitiche signore nude. Non guardiamo i loro piedi, appena tratteggiati e sentiremo il fascino dei diari di Flaubert in Egitto.
 
Alcune sculture ottocentesche molto virtuosistiche (il marmo che imita un trine, la delicatezza delle piume dell'aquila che rapisce Ebe).
Risultati immagini per musee beaux arts nice
Non guasta il fatto che, molto intelligentemente, un solo biglietto da 10 euro concede l'accesso a tutto il sistema museale di Nizza.




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Mostro sacro
5 gennaio 2017

Uno dei reperti più interessanti del museo lapidario di Avignone è il cosiddetto Tarasque de Noves, una stranissima figura di animale - forse un leone - che sta mangiando un uomo: se ne vede il braccio che esce dalla bocca irta di zanne. Cosa significa? Con questo reperto, di origine gallica, siamo persi nelle nebbie della preistoria e possiamo fantasticare di lotte tra animali feroci e uomini, come anche di riti di generazione (il mostro ha un membro eretto che fa presupporre che l'uomo sia inghiottito giusto temporaneamente, che esso risorgerà a nuova vita da questa esperienza).

Ma non avrei immaginato di imbattermi in qualcosa di simile nel portale di San Trofimo ad Arles, una trentina di chilometri più a sud. Anche qui riconosco l'inconfondibile figura di un leone che si sta sgranocchiando con grande gusto un nostro simile. Di nuovo è molto ben visibile l'arto che esce dalla bocca dell'animale. Ma la figura umana è molto meglio disegnata e la bestia non ha attributi maschili che possano accostarla a riti pagani. La Tarasque è un animale mitologico affine alla manticora che rientra nel folklore provenzale. Pure mi sembra inquietante che qualcosa degli incubi preistorici sia sopravvissuto nei secoli e sia arrivato in piena epoca cristiana.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/1/2017 alle 13:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Baux-de-Provence
4 gennaio 2017

Sono tanti i "villages perchés" della regione PACA. Baux è particolarmente suggestivo perchè la pietra bianca di cui sono fatti gli edifici che lo compongono sembra la continuazione della collina su cui è appollaiato. Direi che la terra del posto sia stata modellata da un gigante non per plasmare un gruppo di santons provenzali (le statuine del presepe che vengono prodotte da queste parti) ma l'intero paese. Anche il castello, con l'arco che unisce due cime, sembra essere il prodotto non dell'opera umana ma di qualche curioso fenomeno naturale.

Baux è costituito da un paio di viuzze che si incontrano alle estremità come due mani giunte. Lo spazio viene sfruttato al massimo, come si vede nella chiesetta singolarmente asimmetrica, come pure nel sali-scendi cui si è costretti per spostarsi da un lato all'altro del paese.

L'uomo è stato più cocciuto  della natura nella sua decisione di insediarsi ad ogni costo su questa cima. Siamo del resto in una posizione strategica da cui si domina la strada che va da un lato verso Saint Remy e dall'altro scende a Fontvieille e Arles, con l'abbazia fortificata di Montmajour, altro snodo fondamentale nelle comunicazioni regionali. Oggi  non guardiamo più l'orizzonte per avvistare nemici e ci accontentiamo di ammirare il paesaggio, bello e selvaggio, sotto un cielo reso terso dal mistral.





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Antica Roma ad Orange
3 gennaio 2017

Il teatro romano è il monumento più famoso ed insigne di Orange. Il meglio conservato di tutti quelli che sono giunti a noi. Ma è un peccato fermarsi al teatro: basta attraversare la strada per trovare un piccolo museo che val la pena visitare.

La sezione romana del museo è tutta al piano terra. Pochi reperti ma belli: alcuni frammenti di catasto romano, tabelle che riportavano i nomi dei proprietari dei terreni censiti (e suddivisi in centurie), diversi ornamenti provenienti dal vicino teatro, statue e mosaici.

Al piano superiore ci viene raccontata invece la storia moderna di Orange, che - tra le altre cose - è la culla da cui sono venuti gli attuali sovrani olandesi. Ci sono vicende di studiosi ed industriali: un paio di stanze è dedicata al tessuto stampato indiano, che era diventato molto di moda nell'ancien regime. Visto che vietarne la vendita non aveva portato grandi risultati un imprenditore svizzero decise di tagliare la testa al toro producendo in Francia il tessuto tanto ricercato. E' curioso osservare l'organizzazione della fabbrica così come viene rappresentata da alcuni giganteschi dipinti.

E prima di andare all'altra parte della città dove sorge isolato l'arco di trionfo, la flanerie conduce davanti al municipio la cui torre civica è splendidamente restaurata ed è una delle più graziose di tutta la zona.




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Petit Palais di Avignone: collezione Campana
2 gennaio 2017

Il marchese Campana, attorno al 1850 forse il più importante collezionista italiano del momento, aveva trovato un originale metodo di finanziare i suoi acquisti: si faceva prestare i soldi dal Monte di Pietà di cui era responsabile. Come garanzia dei prestiti dava la propria collezione, che lui stesso aveva peritato e valutato. Un conflitto di interessi su cui la magistratura papalina trovò da ridire appioppando al povero Campana venti anni di galera. Napoleone III intervenne perchè la sentenza venisse commutata in esilio. Con un secondo fine, come ovvio: l'imoperatore pensava di usare la collezione Campana per fondare un Museo Napoleone che rivaleggiasse con il Louvre.

Le cose andarono diversamente. Il museo Napoleone non vide la luce e le opere del marchese finirono in diverse istituzioni di provincia tra cui - appunto - il Petit Palais avignonese.

Sono stupito dalla eccezionale qualità del materiale esposto (e ricordiamo che anche il nucleo originario del Victoria and Albert Museum di Londra fu raccolto da Campana). Si procede con un rigido criterio regionale e temporale in cui la parte del leone viene fatta dalle zone sotto il diretto controllo dello stato pontificio senza che manchino opere provenienti anche da Lombardia e Costa Azzurra (due dipinti di Brea).

Il lavoro forse più celebre (e bello) è la Vergine con il bambino di Botticelli.





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Leon Bakst a Montecarlo
1 gennaio 2017
Dietro al modernissimo centro Grimaldi, vicino a un edificio originale e quanto mai bello che ospita Starbuck e McDonald un pezzettino di XIX secolo, la villa Sauber, con giardinetto in salita, pergolato e statue, accoglie il Nuovo Museo Nazionale di Monaco, una istituzione che si divide tra questa sede e Villa Paloma (dall'altra parte della città, vicino al giardino esotico).

Non ho capito se, e dove, verranno esposizioni permanenti. Per oggi abbiamo la celebrazione del genio di Leon Bakst e della rivoluzione - ormai centenaria - dei balletti russi - una scelta quanto mai appropriata, in questo staterello da sempre molto attento all'arte teatrale.

Siamo accolti in un ambiente pregno della rivoluzione grafica introdotta nei costumi più che nelle scene (si usano ancora i fondali dipinti e le maquettes appaiono per il nostro gusto disperatamente fuori moda, un'impressione confermata del resto dalle riproduzioni moderne delle coreografie di questi balletti). E' facile immaginare lo stupore per il costume rosato in cui il Pan Nijinsky inseguiva le ninfe. Ma anche lo Spettro della Rosa doveva lasciare attonito il pubblico, che ascolta una musica tradizionale e ben nota (Carl Maria von Weber) ma che si accompagna a uno stile di danza affatto nuovo, che rompe con tutta l'abitudine coreografica corrente.

Oltre alle maquettes, disegni e riproduzioni di costumi, tessuti variopinti ispirati all'opera di Bakst che offrono il fragore di colori tipici delle rappresentazioni russe (quanto di questa orgia coloristica finisce in un Matisse?). C'è anche la documentazione dell'opera Ivan le terrible che Raoul Gunsbourg - in una vena suppongo molto mussorgskijana - ha composto a inizio XX secolo, che fu rappresentata nel teatro monegasco. Ci sono i documenti del Prelude à l'après-midi d'un faune, di Dafni e Cloe, di Sheherazade, della Bella addormentata nel bosco... di tutto il mondo fantastico delle fiabe orientali che rende sempre tanto speciale l'opera russa del XIX secolo.

La mostra prosegue fino al 15 gennaio 2017




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/1/2017 alle 9:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Avignone - Laurana: Cristo portacroce
28 dicembre 2016

Non c'è solo Munch a raffigurare una Madonna sexy: l'Annunciata di Simone Martini, che si chiude su se stessa, come una Susanna contemplata dai vecchioni, ha un vitino di vespa degno di una pin-up. In questo Portamento di Croce conservato nella chiesa avignonese di San Didier la Vergine invece lascia che il proprio mantello si apra mollemente su un corpo pieno e rotondo, non meno fisico ed attraente di quello della collega senese.

Fichier:A 049 église Saint Didier retable de Laurana.jpg

Attorno a lei le pie donne, alcune dai tratti angelici, altre - quelle dello sfondo -  con dei volti segnati dall'età. Il boccoluto San Giovanni fa da tratto di congiunzione con il lato sinistro della pala d'altare, quello in cui si vede il Cristo portacroce circondato da ghignanti e grotteschi soldati.

Vengono in mente riferimenti fiamminghi (l'aspetto caricaturale dei malvagi, la stessa Vergine svenuta raffigurata in modo frontale). Laurana però ci riconduce rapidamente in Italia: sullo sfondo, a sinistra un tempietto circolare da città ideale.




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Nozze di Figaro Amsterdam 2016
27 dicembre 2016

Susanna entra in scena accennando il "Deh, vieni non tardar" poi con lo smart-phone accende l'orchestra così che finalmente parta l'ouverture. Il palcoscenico ruota su se stesso mostrandoci i personaggi intenti nella loro normale attività: il conte sulla cyclette, la contessa sdraiata sul letto si scola vini di ogni tipo, Cherubino strimpella la chitarra nella sua stanza da adolescente. E i nostri due servitori Figaro e Susanna lavorano, si preoccupano di quanto i padroni macchinano alle loro spalle e cercano di rimanere a galla, salvaguardando la propria dignità.

Ci ho fatto il callo a queste trasposizioni, anche in quanto hanno di assurdo (cosa se ne faranno di una vecchia macchina da scrivere ai giorni nostri? Sopra tutto in una casa in cui con il telefonino si comanda l'apertura di porte e armadi?) ma è tutto realizzato con grande gusto e intelligenza. Nulla urta contro il testo ed anzi, lo spirito della vicenda è ben rispettato. Il divertimento del pubblico moderno non avviene a spese di Mozart e Da Ponte.

Siamo lontanissimi dalle scialbe Nozze di Figaro presentate alla Scala recentemente. Non solo la regia e la recitazione sono di alto livello ma canto e orchestra filano come si deve: piccole libertà nelle riprese, nella giusta misura, cantanti affatto all'altezza della situazione, tempi briosi, mai strascicati.

Mi spiace sempre l'espunzione delle arie di Basilio e Marcellina nell'ultimo atto, ma la tradizione ha sempre la meglio anche con le regie moderne e innovative a conferma della schizofrenia del mondo lirico che non si scuote di dosso abitudini prive di senso.

Queste Nozze di Figaro sono visibili fino a marzo sul sito The Opera Platform.

Eleonora Buratto - Contessa Almaviva
Christiane Karg - Susanna
Marianne Crebassa - Cherubino
Katharine Goeldner - Marcellina
Louise Kemeny - Barbarina
Stéphane Degout - Conte Almaviva
Alex Esposito - Figaro
Umberto Chiummo - Bartolo
Krystian Adam - Basilio
Jeroen de Vaal - Don Curzio
Matteo Peirone - Antonio
Netherlands Chamber Orchestra diretta da Ivor Bolton



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Sogno di una notte di mezza estate
21 dicembre 2016

Il pazzo, l'innamorato e il poeta vengono messi sul medesimo piano da Teseo. Tutti hanno una visione distorta della realtà e trasformano un arbusto in un orso. Non che noi pubblico siamo messi meglio: come ai personaggi di questo dramma ci viene chiesto nell'epilogo di fare come se, avendo sonnecchiato qualche ora, tutto ciò che abbiamo visto fosse soltanto un sogno. Davvero? Demetrio alla fine sposa Elena... questa notte di errori e follie ha qualche conseguenza nella vita quotidiana, il sogno prosegue influenzando il mondo della veglia, che forse è meno consistente di quanto noi crediamo, non è meno sogno di quello notturno. Il famoso "La vita è sogno" di Calderòn.

Ovviamente io non faccio a meno di riandare alle considerazioni di Proust sull'amore "cosa mentale" (l'amore guarda con la mente e non con gli occhi - dice Elena), sulla casualità del modo con cui amiamo: Demetrio, come Swann, si innamora di una donna che non è il suo tipo e il corso del dramma mostra ampiamente che lo stesso individuo può amare con la medesima foga e passione persone del tutto diverse - di nuovo citando Elena - non a caso Cupido è rappresentato come un bimbo cieco.

Come vi pare... siamo ombre non più inconsistenti delle fate, costrette a sparire alle prime luci dell'alba. Anche il pianto finto dei mediocri attori e poeti riuniti attorno a Bottom, come osserverà Amleto, ci spinge alle lacrime per gente che non conosciamo neppure - e che magari neppure è mai esistita. Come avviene a chi considera gli amici virtuali di Facebook più reali di chi gli vive accanto.





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Suter - Il talento del cuoco
16 dicembre 2016

Maravan non può provare la sua abilità come cuoco: in qualità di richiedente asilo la legge elvetica gli concede al più di fare da aiutante in cucina. Una collega prova però il suo menu afrodisiaco e gli propone di creare una società di catering specializzata in cibo erotico.La storia della Love Food ci porta - come sempre con Suter - a contatto con il mondo della finanza e degli affari,  normalmente sporchi. Conosciamo però anche l'esistenza degli altri, dei tamil che vivono in Svizzera, con la nostalgia, le tradizioni che si scontrano  con il modo di vita occidentale. Anche le incomprensioni: la bufala dell'influenza aviaria ha molto più spazio da noi del reale massacro dei Tamil nella guerra civile in Sri Lanka.

Il libro, pur composto da materiale buono, è prevedibile. Non c'è la sorpresa, la punta (Spitze direbbero i tedeschi) che costituisce l'inaspettata svolta in un'azione complessa. I personaggi sono numerosi ma impiegano troppo tempo per trovare una collocazione organica nel tutto. La storia del cuoco è eccessivamente legata alla cronaca - potremmo dire il giorno preciso in cui avvengono i fatti narrati. La creazione poetica che rende interessanti gli altri romanzi di Suter viene soffocata dall'intento di dimostrare una tesi.

Sono pagine che inacidiscono in fretta. Non ho lasciato il libro con la nostalgia e l'ammirazione che ho provato per le altre opere di Suter.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/12/2016 alle 7:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fidelio - Berlino 1963
13 dicembre 2016

E' una registrazione fatta con tutta probabilità in un teatro vuoto, magari con un poco di play-back. Non so come spiegare diversamente l'abbondanza di primi piani frontali e l'ottima qualità audio e video del documento.

Mezzo secolo di distanza si vede nell'allestimento, che riproduce le didascalie e i costumi proprio come ogni melomane se li immagina. La gestualità rimanda forse a una estetica da film muto, molto scontata e semplice. Potrà sembrare anche ingenua ma mi sembra affatto preferibile alla sconclusionata agitazione che domina i palcoscenici di oggi.

L'inizio mi appare frettoloso e impersonale. Forse però ha un senso. Jaquino e Marcellina, che pure ricompariranno con le sembianze di Erik e Senta, sono residuati di un mondo - quello del Singspiel - che Beethoven sta seppellendo. Il loro sentimentalismo di maniera ha i secondi contati e liquidarlo con questa nonchalance rende solo più marcato il contrasto con il quartetto "Mir ist so wunderbar". Stavolta riesco a immaginare lo stupore del pubblico di fronte a un "numero" affatto incongruo per questo genere di spettacolo.

Joseph Greindl è stupendo. Daland è un bel passo indietro rispetto a Rocco. Qui Beethoven ci offre un personaggio molto ambiguo, che sembra rifiutarsi di uccidere Florestano più per considerazioni sindacali che morali. E' l'influenza di Leonora/Fidelio a spingerlo verso la strada della bontà, tanto che Don Pizarro ha buon gioco nel finale a chiamarlo come correo. Chi è Rocco: un opportunista? un vigliacco? Un animo nobile costretto all'empietà suo malgrado? Che in un Singspiel si possano porre simili dilemmi la dice lunga sulla novità di Fidelio. Certo è che Greindl sa giocare a meraviglia tutte le sfaccettature di questo personaggio.

Non c'è dubbio invece che Pizarro sia malvagio. Berry - il cui aspetto mi ricorda Fernandel vestito da azzimato uomo di mondo - è indimenticabile. Una lezione di canto e scavo del personaggio.

Christa Ludwig ha la voce giusta per Leonora: un registro grave ben sviluppato accompagnato dalla capacità di salire nel pentagramma in una parte disumana. La sua aria del primo atto è un monumento sia tecnico che espressivo e scuote proprio nel profondo del cuore. A una Leonora così stellare si accoppia James King. Re di nome e di fatto.

Questo Fidelio emozionante è molto più di un documento storico. Va proposto a chi crede che Florian Vogt sia un'interessante opzione interpretativa.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/12/2016 alle 9:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Futur Balla a Alba (CN)
12 dicembre 2016
Le prime fotografie mostrano strade deserte: le lastre erano troppo lente perchè persone in movimento potessero impressionarle. E ai tempi delle pellicole era comune che il soggetto - muovendosi - desse di sè un'immagine sfocata. C'è sicuramente l'influenza delle esperienze fotografiche nei dipinti in cui il movimento è reso dalla presenza del medesimo oggetto in punti diversi della tela. La mano del violinista, le zampe e la coda del cagnolino, gli stivaletti della donna, l'automobile e l'autista percorrono il dipinto con un espediente tecnico che verrà ripreso anche dall'arte di consumo (cartoni animati e fumetti).

Un secolo fa però tutto questo era nuovo. Era la prima volta che l'uomo poteva muoversi a una velocità superiore a quella consentita dalla muscolatura - sua o di un animale - che l'elettricità trasformava la notte in giorno o che trasmetteva all'istante la parola in punti lontani. Un cambio di universo che impone una trasformazione del linguaggio. Meglio: la creazione di un linguaggio.

Balla abbandona le influenze di Boldini, il debito nei confronti del divisionismo e Pellizza da Volpedo. Lasciamo la descrizione di proletari deamicisiani (com'è bella però la "Pazza", nel suo mirabile contrasto luminoso tra il fondo abbacinante e la figura umana scura in un controluce che sottolinea la trasparenza della gonna lisa e sottile)!

Il futuro va nella ricerca astratta, nel tentativo di inserire sulla tela il mondo nuovo che si sta formando, un mondo che è soprattutto movimento, trasformazione rapida. Non si tratta di inserire semplicemente fumi industriali, ciminiere e gru - lo avevano già fatto gli impressionisti - ma di rivoluzionare lo sguardo, di esprimere la tensione del moderno.

La mostra ci indica il processo formativo di una espressione artistica che oggi appare mainstream e del tutto assodata.

Futur Balla rimane aperta alla Fondazione Ferrero di Alba fino al 27 febbraio 2017.



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Dino Risi - I mostri
7 dicembre 2016

Dopo una campagna referendaria tanto breve quanto povera di demagogia e ricca di argomenti mi sono malauguratamente perso il Porta Porta post-voto per questa pellicola che viene considerata tra le migliori prodotte nel nostro paese, il riassunto perfetto della commedia all'italiana.

Sono dei brevi racconti, formalmente anche simili ai Caroselli che per i ragazzi della mia generazione segnavano la fine della giornata. Il primo mostra proprio il buon paterfamilias intento a educare il pargolo alle virtù del buon cittadino. E poi si prosegue con il papà che ritira la nuova 600, che gli è costata un sacco di cambiali... attacca al cruscotto il magnete con San Cristoforo e le foto di moglie e figlio, l'accarezza e fa il primo giro in auto a raccattare una prostituta. Mi viene in mente il parroco del mio paese che affiggeva alla porticina laterale della chiesa un foglietto che recensiva in una sola parola i film programmati dal cinema locale. Come saranno stati questi Mostri? Discutibili? Sconsigliati? Forse immorali. Come posso definire altrimenti i latin lover che si tengono teneri per mano ovviamente perchè credono che sia ancora tra di loro la donna che corteggiavano? O la moderna Peronella che tradisce il marito troppo attento a Perry Mason per accorgersi di cosa accade in casa?

Ce n'è anche per i piani alti della nostra società. L'onorevole - inspiegabilmente simile a Giovanni Leone - che Celestialmente vive in convento non riesce, a causa di una fittissima agenda, ad arrivare in tempo a impedire il furto del denaro pubblico; Gassmann, in un bellonciano travesti si giacque con un autore numero primo molto solitario. E come erano bravi Gassmann e Tognazzi ! Dove si trova un uguale virtuosismo nel disegnare così numerosi personaggi in uno spazio tanto limitato?

Un film utile che descrive l'Italia... di mezzo secolo fa, ça va sans rien dire.





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Carol Rama - Gam Torino
4 dicembre 2016
Torinese, morta quasi centenaria lo scorso anno, Carol Rama si vede dedicare dal Gam torinese una mostra che sicuramente non è per stomaci delicati.

Le sue prime opere sono acquarelli che mostrano corpi nudi di cui viene sottolineata l'animalità. Non è solo il bel deretano defecante: sono le immagini di una donna stesa - o legata - in letti di ferro, chiaramente un autoritratto, i capelli biondi ritti come nelle immagini di Pierino Porcospino. Dalla bocca esce una lingua triangolare, luciferina e rossa come i tondi dei capezzoli e della vagina. Spesso dai genitali esce una serpe bigia che getta una luce inquietante sui lavori astratti in cui vengono utilizzati copertoni da bicicletta.

Nel dopo-guerra inizia infatti la stagione astratta. I primi lavori, legati al MAC, mi sembrano bagnare ancora in un'aria fetida e malata: le linee che collegano quadratini mi evocano catene... mi sento soffocare dalle fitte geometrie colorate. Ed anche in epoca più tarda i "bricolage", con i loro occhi di vetro, siringhe, cannule, unghie e artigli, lasciano un sottile brivido che non vuole andarsene.

Negli anni '90 il ritorno al figuralismo della serie "mucca pazza" mostra chiaramente che i fantasmi della prima stagione non sono affatto scomparsi. Le signore raffigurate sono giusto più in carne, ricordano molto le veneri callipigie dell'antichità mediterranea, ma un dipinto mostra corpi inchiavardati entro una struttura che può essere di una macchina come di una planimetria di edificio neogotico. Bellissimo e potente, un mondo niente affatto pacificato e sempre ostile.





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Antonio Calderara - Lac Lugano
2 dicembre 2016
Antonio Calderara è autodidatta. I suoi dipinti raffigurano il piccolo mondo della sua provincia: il naviglio, il lago d'Orta, i famigliari. Siamo nella linea della pittura figurativa italiana della prima metà del XX secolo. Rimandi al mondo di Morandi sono evidenti - non solo nella natura morta ma anche ne paesaggio. E' interessante vedere come viene trattata la sagoma dell'isola di San Giulio che diventa un compatto oggetto geometrico, simile alle case che i bambini costruiscono usando blocchi in legno. E' un segno espressivo che diventa sempre più immateriale e ridotto all'osso. Semplice fino a diventare impalpabile. Profili che escono da una nebbia luminosa e trasparente.

Siamo ad un passo dall'astrattismo, a cui si giunge dopo l'incontro con Mondrian. Pittura dolcissima, che non rinnega la passione per le piccole cose, per l'emozione che nasce quando si disvela un attimo di infinito. Linee e quadrati immersi nel colore. E intanto si ode la musica del progetto Q81. Mi infilo nella sala triangolare che domina il lago di Lugano, con le montagne e le nubi che stanno squarciandosi poco alla volta fino alla rivelazione - proprio come nei quadri di Calderara - dell'oggetto del desiderio, il sole, il punto che sbuca in questa nebbia.



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Tristano e Isotta - Gatti - Roma 2016
30 novembre 2016
Daniele Gatti sceglie tempi forse troppo lenti per i miei gusti, ma è coerente, ha una sua logica interna inoppugnabile. Lento, ma non statico, meditativo ma non per questo privo, quando ci vuole, di azione e scatto. Temo che la presa sonora non renda pienamente la qualità della sua concertazione: mi è parso di avvertire una immensa cura nel trattamento delle voci e dei colori orchestrali: il tempo si è fermato durante il Sink hernieder.

Gatti è stato fortunato ad avere cantanti di ottimo livello. Rachel Nicholls parte in sordina, non dà il senso di una regina arrabbiata che ordina a un vassallo renitente di venire a porgerle l'onore cui ha diritto. Diamole tempo, però, e già nel primo atto la vedremo sempre più sicura di sè, dominare la scena come una vera Isotta deve fare. Nel finale - in cui tutti sono shakespereanamente morti rimane in piedi solo la sua silhouette nera, contro un sole bianco. Immobile, canta un Liebestod di ghiaccio. Impressionante. Il regista (Pierre Audi) la fa intervenire nel finale secondo: è lei che, alzando la spada di Tristano, consente a Melot di ferire l'eroe. La tradizione vuole che sia Tristano ad abbassare la guardia. Però è facile osservare che è molto più wagneriano che sia la donna a ricordare all'uomo ciò che egli deve fare: e un Tristano che è tornato sotto l'influsso del giorno sfidando a duello Melot (piccola parte ben cantata da Andrew Rees) viene riportato in carreggiata dalla propria compagna. Il monologo Ich bin's, alla luce di questa scelta registica fa il paio con il "das wissend würde ein Weib" della Tetralogia. Come Brunnhilde, anche Isotta, grazie alla morte del proprio amato, diventa cosciente di ciò che le tocca e giunge all'idea che il tradimento subito le indica cosa fare. Anche l'interazione con Michelle Breedt, Brangania ancora più brava che d'abitudine, ha dato momenti di estasi.

E' impossibile - e neppure auspicabile, per non finire tutti quanti in TSO (così Wagner a Mathilde) - cantare un Tristan perfetto. Andreas Schager è riuscito a superare senza danni il terzo atto (magari se si fosse risparmiato qualche forte tutto sommato inutile gli sarebbe andata anche meglio). Un Tristano altrettanto bello e drammaticamente eccitante è merce rarissima.

John Relyea e Brett Polegato interpretano rispettivamente Marco e Kurwenal. Hanno la voce e l'intelligenza interpretativa necessaria. Il primo, impietrito dalla sorpresa e dal dolore, è titanico nel secondo atto. Nella sua breve comparsa del finale scende dal podio di sovrano per essere un uomo che ha perso ogni ragione di vivere. Il secondo riesce a coniugare la spavalderia da soldataglia con una sensibilità femminile (tutti a trovare tracce di omosessualità in Britten e Tchaikovskij. E nel Tristano?).

Meritano una citazione anche i comprimari Gregory Bonfatty, Gianfranco Montresor e Rainer Trost - pastore, timoniere e marinaio - perchè tutti hanno meritato la nostra gratitudine: un Tristano così si vede e si ascolta pochissime volte in una vita.




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Paul Signac a Lugano
28 novembre 2016
Il titolo della mostra Signac che si tiene a Lugano fino al prossimo otto gennaio mi rimanda ai Riflessi sull'acqua di Debussy che a sua volta è considerata come il miglior pendant alla pittura impressionista. A voler essere pignoli stiamo già veleggiando - è il caso di dirlo, vista la passione di Signac per le barche - verso altri lidi: puntillismo, divisionismo, fauvismo... la storia della pittura ha già superato il mondo degli impressionisti. Ma lasciamo perdere, un po' di impressionismo ci vuole sempre per attirare visitatori.

La parte più consistente della mostra è occupata dagli acquarelli che ci fanno viaggiare per le coste francesi, da Mentone fino a Morlaix. E non ci si interessa solo alla natura, ma si lascia in primo piano anche l'agire dell'uomo: ciminiere, gru, fumi che si confondono con cieli che possono fare da sfondo a eventi tragici come una crocefissione o una partenza in treno.

Particolarmente belli i dipinti in bianco e nero, realizzati in acquarello e china, che presentano una vastissima gamma di espressione e tocco, dalla sottile tratteggiatura giapponese a una espressionistiche zampate di nero. E' paradossale per una mostra che incomincia parlandoci delle teorie sul colore sviluppate alla fine del XIX secolo.



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Marco Scorti - Lac Lugano
27 novembre 2016

Marco Scorti è un giovane ventinovenne, ticinese, cui è stato conferito il Premio Manor Ticino. Il premio prevede non soltanto una somma in denaro ma anche la possibilità di allestire una personale.

Nella prima sala alcuni dipinti di piccole dimensioni, paesaggi che a tutta prima ho scambiato per fotografie. I titoli rimandano ad altimetrie, parlano di tappe, di addentrarsi in una zona... bisogna arrivare alle due sale rimanenti per comprendere che l'espressione "percorso mostra" va presa nel senso di un cammino di scoperta (o di iniziazione), di una storia che ci viene raccontata dalla successione dei quadri.

Il nostro punto di arrivo è costituito da grossi dipinti formati da tele di più piccolo formato messe una accanto all'altra come nei polittici del passato. E possiamo del resto decidere se considerare il tutto o solo le parti. Golena mostra in modo particolarmente chiaro la possibilità di considerare separatamente le parti di questo trittico.

La mostra di Marco Scorti è aperta al Lac di Lugano fino al 12 febbraio 2017

Risultati immagini per marco scorti





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E se vivessimo tutti assieme?
25 novembre 2016
Per i cinque anziani protagonisti di questo film "e se vivessimo tutti assieme?" è una scelta obbligata. L'alternativa è lo straniamento di una casa di riposo. Non che mancheranno rinunce e momenti difficili. Anche il passato cela brutte sorprese. La consapevolezza però che ci si deve coalizzare contro un nemico comune (mi viene in mente Shakespeare che definisce la vecchiaia "seconda infanzia") aiuta a superare i problemi.

Pur non essendo adatto ai momenti di depressione, questo film è condotto con molto sense of humour. Ci guida con grazia e dolcezza nei temi legati al nostro decadimento, fisico e mentale, alla nostra morte. Uno dei protagonisti nota con tristezza che ci assicuriamo contro tutto il possibile ma non contro l'unica cosa certa: gli ultimi anni della nostra vita.

Molti grandi del cinema si riuniscono per questo lavoro che non lascia indifferenti e che ci ricorda che tutto corre, che siamo destinati a passare ad altri il testimone lasciatoci da chi ci ha preceduto.

La lista completa del cast da IMDB




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Nozze di Figaro - Scala 2016
19 novembre 2016
Sono disponibili tantissime versioni audio e video delle Nozze di Figaro... perchè perdere tempo con questa? Franz Welser Most è più inespressivo di un file midi, non si accorge di nulla. Chissà quante volte Rossini avrà avuto in mente "se tutto l'indice dovessi leggere..."! Qualsiasi musicista dilettante si rende conto che bisogna dare in qualche modo significato e rilievo a questa sfilza di note, magari solo ammiccando a ciò che verrà di lì a qualche decennio. Ma l'ineffabile Welser Most vive in un altro mondo, dove le note sono escrementi di mosca posati a caso sulla carta da musica. Musica? Per lui una parola senza senso, indubbiamente assente da queste Nozze di Figaro.

Ma anche i cantanti non sono all'altezza: "Porgi amor qualche ristoro" è afflitto da un vibrato che fà male al cuore, "Dove sono i bei momenti" probabilmente si riferisce a una voce che un tempo fu in grado di regalare tante emozioni e che oggi esce stentata tra i denti perchè manca il fiato per l'espansione lirica, il climax espressivo che una cantante in pieno possesso dei suoi mezzi tecnici non mancherebbe per tutto l'oro del mondo. E si dormicchia pure con "Vedrò mentre io sospiro" e "Aprite un po' quegli occhi".

Che pena infinita. E questo sarebbe il primo teatro italiano. Primo certo come prezzi dei biglietti, non come valore artistico delle sue produzioni.

In questo squalllore possiamo salvare le scene, non la regia, con uno stuolo di segretarie nero-vestite che compaiono a distribuire fogli in diversi momenti dell'opera o le due signore con la chioma dorata a forma di vascello fantasma che nel terzo atto cantano e ballano (con la grazia di un tricheco) le lodi del magnanimo signor.



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Il Giappone a Palazzo Reale (Milano)
16 novembre 2016
Fatico a pensare che Hokusai, Hiroshige e Utamaro abbiano anticipato di un secolo l'arte occidentale. Non è necessario sapere che gli impressionisti fossero avidi collezionisti di stampe giapponesi per accorgersi dell'influenza che queste opere hanno avuto sul mondo europeo di fine ottocento. Non esisterebbero i Nabis, Toulouse-Lautrec, la cartellonistica, il liberty... fin anche i fumetti di Paperino senza questi raffinatissimi disegni. E posso andare ancora più in qua nel tempo: le cascate di Hiroshige sono strabilianti. Quella dei dodici santuari è essenziale, talmente astratta che a tutta prima non riconosco il soggetto. E i colori freddi, marrone, grigio e azzurro, che rimandano al mondo cubista - che del resto riecheggia nella cascata di Nikko, che sembra quasi dipinta da Leger. Hiroshige ha un tratto più spesso, dei colori molto ricchi e carichi. Le sue stazioni del Tokaido hanno una corposità da cartolina illustrata, con prospettive prese dall'alto e un taglio molto moderno nella costruzione della storia.

Hokusai è arcinoto, con la sua serie del monte Fuji, ritratto non tanto in diverse situazioni temporali quanto in differenti rapporti con l'umanità e l'ambiente: la presenza di un illustre deuteragonista nella quotidianità giapponese. A parte la celeberrima "Onda" mi ha colpito Kajikazawa con un mare solido quanto lo scoglio al centro del quadro: un "Port de Carquethuit" ante litteram.

Ma non finisce qui. Ci sono raffigurazioni di fiori e uccelli, di straordinaria finezza; ci sono i dipinti di Utamaro, specializzato nel ritrarre fascinose cortigiane dai volti lunghi e dai corpi sinuosi, che promettono raffinati piaceri erotici. Sono avvolte in tessuti i cui disegni anticipano il mondo della pop-art. Solo che siamo nel XVIII secolo.

Mostra molto ricca ed interessante aperta fino al 29 gennaio 2017




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/11/2016 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Strauss - Capriccio - Monnaie 2016
11 novembre 2016

Il direttore di questo Capriccio, Lothar Koenigs se la cava bene, pur essendo alquanto sciatto sulle dinamiche. Qualche cantante sbiadito ed invecchiato (Henschel) ma una contessa molto buona (Sally Matthews). Non dico che musicalmente ci sia da rimanere a bocca aperta, ma siamo al di sopra della media corrente. Certo, c'è la scelta assurda di dividere l'opera in due atti, dopo l'interludio orchestrale che precede la frase "parlato" in cui la contessa ordina la cioccolata. Non è la prima volta che mi capita di sentire una simile porcheria. L'opera è concepita come atto unico perchè si svolge senza soluzione di continuità nell'arco di un pomeriggio in un medesimo luogo. Nulla dunque  giustifica una divisione in atti. Se direttore e musicisti hanno bisogno di una pausa pipì si mettano le mutande tattiche o dirigano qualcosa di diverso. Lascino stare però della musica di cui evidentemente non capiscono nulla. Perchè oltre al danno della suddivisione in due atti c'è pure la beffa della ripetizione di una parte dell'interludio. Ottima musica, che si risente volentieri: ma che senso ha? Come si giustifica questa scelta?

No. Non si giustifica. Come neppure si giustificano le interruzioni della musica operate per inserire le geniali trovate del coglione di turno, tale David Marton che subito prima della seconda scena fa scendere Madeleine nella buca d'orchestra (la scena, molto bella, raffigura un teatro in sezione laterale) a drigere dei musicisti invisibili. Il massimo dell'assurdo è lo stop sul "grido umano" per prendere le misure a tre ballerine: uno stupro della musica per un insensato siparietto squalificante. E poi, la gazzarra che impedisce l'ascolto del sonetto recitato. E' pratica abbastanza diffusa rappresentare il conte come un pessimo attore. Forse sarebbe meglio stare nel giusto mezzo, raffigurare un maldestro che se la cava passabilmente (Olivier parla dell'esibizione del conte come di una "improvvisazione indirizzata alla persona sbagliata" senza sminuirne però il valore artistico). Qui Marton ha fatto un guazzabuglio ridicolo che ha guastato la musica (come fa pure un intervento parlato di una ballerina).

Marton sarà anche ignorante, ma il pubblico che lo applaude è peggio di lui.



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Mozart - La clemenza di Tito - Monnaie 2013
9 novembre 2016

Come il protagonista di un vecchio cartone animato di Hanna e Barbera, Tito passa il suo tempo a dirci che è un imperatore tanto buonino. Il suo miglior amico, Sesto, è innamorato di Vitellia la quale gli ha appena detto di essere interessata solo a sposare Tito. Dato che questi le preferisce Berenice e Servilia, Vitellia impone a Sesto di uccidere l'infame. Quando Tito, falliti i progetti matrimoniali con le altre donne, si accontenta di Vitellia è troppo tardi per mandare a Sesto il "contrordine, compagni!". Il grullo è già passato all'azione. Meno male che, essendo maldestro attacca - mancandolo  - Lentulo che aveva scambiato per l'imperatore. Alla fine di questo pastrocchio Tito perdona tutti.

Già Manzoni sbertucciava Metastasio, però in epoca barocca questo imbratta-carte era molto apprezzato. Se Mozart non è stato l'unico a musicarne questo parto distocico certo è quello che ha scritto la musica migliore, l'unica che è rimasta nel tempo.

Ivo van Hove ambienta la vicenda in una specie di camera d'albergo: letto, scrivania, sedie e divano. Nel secondo atto un po' di movimento con la scientifica, sullo sfondo un gigante schermo su cui si proietta la visione dall'alto del palcoscenico. L'immagine conclusiva è un primo piano del clemente Tito. Niente di entusiasmante ma neppure di palesemente assurdo. La recitazione è buona e contenuta, si sforza con successo di dare credibilità a personaggi cui Metastasio non sa - ne può - dare spessore. Molto buoni i musicisti della Monnaie diretti da Ludovic Morlot e una bella compagnia di canto per questo ultimo lavoro mozartiano.



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Sorrentino - La grande bellezza
7 novembre 2016

Meglio sarebbe intitolarlo "La grande buggeratura". Ho visto la versione completa, quella che comprende una mezz'ora di film che Sorrentino ha espunto dalla prima edizione del film. Certo, la fotografia è eccezionale, ci sono inquadrature molto belle, con ineccepibili movimenti di macchina da presa. Questa però è Tecnica, fine a se stessa, alla portata di qualunque mediocre che si spaccia per artista.

Qui Sorrentino mi ha somministrato una brodaglia autocompiaciuta (guarda che citazioni intelligenti metto nel mio film), ha inserito Antonello Venditti per fargli dire "buona sera" (embè? tutto qui?). Quando Sorrentino ha un'idea passabile (il cardinale gastronomo) la tira troppo in lungo. Non c'è sprazzo di poesia e anche Liala avrebbe raccontato la rimpianta prima storia d'amore di Gambardella in modo meno melenso e prevedibile.

Questo non è un film geniale, è solo una scopiazzatura mal riuscita di Fellini. No, grazie, mi tengo l'originale.



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Sara Guindani - Lo stereoscopio di Proust
3 novembre 2016

Sara Guindani esamina il ruolo della vista nel mondo della Recherche proustiana.

Il Narratore è ben cosciente che il primo François-le-champi che la mamma gli aveva letto tanti anni fa a Combray può essere letto solo dal bambino di allora. Però, con il tempo a questo libro si sovrapporrebbero sensazioni e momenti attuali. Gradualmente esso perderebbe la sua capacità evocativa e apparterrebbe soltanto all'oggi. E' dunque necessario, perchè si ritrovi il tempo, che oggi e ieri vengano visti contemporaneamente proprio come accade per le due immagini che, sovrapposte, permettono la visione tridimensionale.

Sara Guindani sposta in questo modo la nostra attenzione alle sensazioni visive. Per ritrovare il Tempo perduto è necessario il ballo delle teste. Bisogna insomma poter confrontare l'aspetto che hanno oggi gli invitati alla matinée della principessa di Guermantes con quello che era rimasto nella testa del Narratore. Questo è l'unico meccanismo che consenta di percepire il passaggio del Tempo.

Questo libretto di Sara Guindani è tanto breve quanto denso e complesso. Offre però un interessante squarcio originale sul significato dell'opus magnum proustiano




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Modiano: Perché tu non ti perda nel quartiere
1 novembre 2016

Un libro di indirizzi smarrito viene consegnato al narratore, Jean,  da un certo Ottolini. Costui approfitta dell'occasione per avere informazioni su un signor Torstel. Jean non ricorda però nulla di lui e non farebbe nulla per sapere, se Ottolini e la sua compagna Chantal non fossero tanto insistenti.

Man mano il libro procede questi due  spariscono così che non si distingue più l'oggettività della veglia dalla soggettività del sogno. Siamo immersi in una nebbia da cui affiorano immagini di un passato che prende gradualmente forma. Non sapremo mai però chi fosse per il protagonista narrante questa Annie Astrand che gli lasciava un foglietto con l'indirizzo "perché tu non ti perda nel quartiere". Intuiamo quello che può essere accaduto, ma è impossibile vedere ogni cosa sotto una luce chiara e oggettiva. Del resto gli eventi che Jean cerca di rievocare sono avvenuti durante la sua infanzia, in un periodo in cui il mondo appare come attraverso un vetro smerigliato. Immagini, colori, profumi... una ricerca proustiana? Più che possibile.

Lo stile è ricco, avvolgente. Modiano trasmette al lettore la propria iper-sensibilità, condivide con lui la paura - ma anche il piacere - della scoperta di un passato enigmatico in cui persone e avvenimenti hanno dimensioni rese gigantesche dalla piccola proporzione dell'osservatore.

In fondo è meglio che tanti fili presenti nel romanzo rimangano slegati, che non si sappia più nulla di Ottolini e della sua affascinante compagna che - chi sa - potrebbero benissimo essere i doppi dei misteriosi Annie Astrand e Roger Vincent. Modiano condensa molta materia in poco spazio e in fondo... ci importa davvero sapere dove sono finiti Ottolini, Chantal, Annie e Roger?





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Piersandro Pallavicini - La chimica della bellezza
31 ottobre 2016

L'ateo dichiarato Piersandro Pallavicini costruisce questo romanzo - come il precedente "Una commedia italiana" - attorno a un grande vecchio originale, bisbetico ed eccentrico che somiglia tanto a un Dio. Solleva gli umili e abbassa i potenti, ha il potere - grazie alla chimica - di creare e distruggere, gode di una extraterritorialità che gli consente di dominare gli altri, che appaiono marionette obbligate ad assecondarne i capricci.

Piersandro Pallavicini è chimico, ama la sua materia ed è infastidito da quanti dicono di non capirne un acca. Io, che in qualità di farmacista mi considero un chimico della domenica, lo capisco e condivido la sua passione per il mondo di una scienza che cerca risposte a quesiti che - a tutta prima non hanno risvolti pratici. Trovo però che in questo libro il suo amore per la chimica lo conduce spesso fuori dal seminato: mi sembra strano che a un convegno dei migliori chimici mondiali si perda tempo a raccontare fatti che ognuno conosce e che risalgono addirittura agli anni 50. La volontà di spiegare al pubblico "che non ci capisce un'acca" quanto sia bella e affascinante la storia della chimica forza la mano al racconto che passa spesso in secondo piano quando non diventa del tutto pretestuoso. Sarebbe stato meglio concentrarsi sulla vicenda - per altro abbastanza tenue - e dedicare un libro, o quanto meno una sezione indipendente del libro, per fare la divulgazione scientifica che Pallavicini ha in mente. Pallavicini del resto possiede le capacità culturali e linguistiche necessarie per centrare appieno il suo obiettivo. Le pagine in cui parla della storia della chimica sono belle - semplicemente non si integrano bene con il resto della vicenda.

Avrei preferito insomma un omaggio alla chimica paragonabile a quello che in più parti viene fatto a Wodehouse: un continuo ammiccare a un modello che appare in filigrana, sempre riconoscibile però mai in primo piano.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 31/10/2016 alle 9:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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