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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Il 1871 nel diario di Cosima Wagner
18 gennaio 2018
Quando nel 1871, in viaggio verso Berlino, la coppia si ferma a Bayreuth, Cosima esprime la sua ammirazione per i maestri tedeschi (probabilmente limitata alle decorazioni interne dell'edificio, visto che tutto il resto è stato progettato dai latini Giuseppe e Carlo da Bibbiena) però subito aggiunge che non fa al caso loro. E come sarebbe potuto essere utilizzabile per il Ring un teatro barocco?
 
1871
 
Secondo me, come con il divorzio dal povero Hans, ci viene rifilata la storiella "Oh, come avrei voluto che... peccato che il destino cinico e baro mi abbia costretto a una scelta diversa".
 
Cosima appare sinceramente preoccupata dal lato economico dell'impresa (con i Patroni i cui soldi andranno anche alla costruzione di casa Wagner). Entrambi seguono con apprensione la situazione politica di Baviera, perfettamente consci del fatto che il Re è il loro unico punto di riferimento. Le eccentricità del sovrano che si immagina un nuovo Luigi XIV non sono biasimate solo perchè si esce dal wagnerismo e si va nella detestata Francia ma perchè ci si rende conto della fine che il povero Ludwig farà prima o poi.
 
Infatti la nostra diabolica coppia medita un cambio di mecenate, corteggiando gli ambienti di Bismarck. Con poca fortuna: è divertente leggere le note disgustate sui nostri soldati che cantano il Wacht am Rhein anzichè un pezzo del Maestro, magari la Marcia imperiale composta rapidamente per l'occasione.
 
Però Wagner, attento e severo critico di se stesso, imputa la mediocrità di questa pagina alla sua incapacità di scrivere per commissione.
 
Mi diverte la soddisfazione di Cosima perchè a Fidi è stato regalato un elmetto a punta: sono ancora lontani i tempi in cui - svanite le speranze riposte in Bismarck - ci si augurerà che il rampollo non serva nell'esercito imperiale tedesco.



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Cuno Amiet a Mendrisio
15 gennaio 2018
Una ragazza bretone è sdraiata su una duna di sabbia di un rosa tahitiano. L'autore è Cuno Amiet, un giovanotto di Soletta in trasferta a Pont-Aven dove mostra un grande talento di colorista, con paesaggi immersi in un calore quasi mediterraneo. 
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Una grossa arancia davanti alla fanciulla mi rimanda a un autoritratto in cui il pittore si raffigura tenendo in mano una mela
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ma anche all'immagine della compagna Anna, ripresa di faccia con un bel fiore davanti al petto. E' bellissimo il dipinto in cui si vede la giovane donna a figura intera, con un costume tradizionale, in mezzo ad un prato cosparso di fiori gialli. Gli stessi che troverò in un dipinto di fine carriera "Il Paradiso" (1958).
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Qui i fiori si condensano nel meraviglioso angelo dalle ali spiegate. Niente affatto minaccioso. Eva davanti ad un albero del bene e del male che reca frutti variopinti, mentre in primo piano Adamo appare in preghiera. E' un'atmosfera idilliaca, si direbbe che la colpa sia stata perdonata, che Adamo ed Eva continueranno ad essere felici nell'Eden. E' molto diversa la situazione del Paradiso, dipinto cinquant'anni prima. 
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C'è ovviamente un segno stilistico diverso. l'Amiet del dopoguerra è diventato molto più trasparente, ha una pasta eterea e spirituale maggiore. L'Eden d'inizio secolo è molto più concreto. Il gigantesco albero non può non farmi pensare alla Raccolta della frutta che domina l'esposizione
 
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Gli uomini sulle scale mi ricordano gli angeli del sogno di Giacobbe. C'è la stessa atmosfera di incanto del Paradiso 1958. Quasi non si avverte - a differenza dei quadri sul medesimo tema dipinti sotto l'influsso della scuola espressionista - il senso della fatica fisica, il sudore e la pena del duro lavoro.
 
Il museo di Mendrisio, che ospita questa retrospettiva fino all'inizio di febbraio, non si limita alla narrazione di vita ed opere ma inserisce in ogni sala dipinti di autori che hanno avuto a che fare con Amiet o che quanto meno lo hanno influenzato (è il caso per esempio di Matisse). Si giunge così ad avere un'immagine molto chiara e completa di uno dei maggiori creatori elvetici.



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Il 1870 nel diario di Cosima Wagner
11 gennaio 2018
La ufficializzazione del divorzio di Cosima da Hans von Bülow coincide quasi con lo scoppio della guerra franco-prussiana.

Wagner può auspicare che Fidi (il figlio Siegfried) non diventi un cretino come il Re, può arrabbiarsi per le rappresentazioni non autorizzate della Valchiria a Monaco (Cosima reagisce filtrando preventivamente la stampa che arriva sulla scrivania del Maestro). Però Ludwig II è la garanzia del buon tenore di vita della famigliola lucernese e quindi bisogna che il grande evento privato della famiglia Wagner coincida con il compleanno del cretino. Il re tace... il Natale 1870 é segnato, oltre che dalla prima esecuzione dell'Idillio di Triebschen, dal silenzio di Ludwig, che non manda auguri. Offeso perché non ha ricevuto il Sigfrido?

Con la guerra franco-prussiana si instaura a Triebschen un clima patriottardo esaltato degno di Mme Verdurin. Ci sono già le fake-news sulle atrocità nemiche in un clima che ritroveremo pari pari nella grande guerra, di qui a una quarantina di anni. Wagner ritiene inopportuna la presenza dei Mendés alla Raspelière sul lago dei quattro cantoni, non si sopportano gli amici alsaziani Schuré che si sono messi a scrivere in francese. Indecente che gli abitanti di Alsazia e Lorena non brucino dalla voglia di diventare tedeschi (ci vorrà qualche mese perché tra le righe Wagner ammetta che in Francia c'è una migliore qualità di vita). Divertente il disappunto verso Nietzsche che parte per i servizi di infermeria, ma soprattutto il modo con cui si convince Hans Richter che il miglior modo di servire la Germania in guerra é restare al fianco di Wagner e dirigere Lohengrin.

Ah, che grande noiosa la guerra!




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L'Olandese volante tradizionalmente trasgressivo di Holten
7 gennaio 2018
L'Olandese volante di Helsinki (2016), firmato da Kasper Holten segue fedelmente le regole della tradizionale regia trasgressiva.

Innanzitutto il protagonista, come già Tannhauser a Barcellona con Carsten e Walther con Katherina Wagner, è un pittore. Nell'Ouverture lo vediamo intento a dipingere, con frenesia - va da sè - un dipinto astratto. Più tardi la consueta orgia, che verrà ripresa anche nella prima parte del terzo quadro (con i volti dei personaggi coperti da una calza di nylon e luci stroboscopiche, come in Kupfer - altro riferimento che non può mancare in una regia originale).

Il primo atto mostra il ricevimento mondano di prammatica. La mancanza di trader mi fa temere una conversione di Holten sulla strada di Zeffirelli... Tiro un sospiro di sollievo notando che Daland e il timoniere hanno rispettivamente il cellulare e il tablet d'ordinanza.

Non capisco perchè le filatrici producano vasi: l'arte vasaia utilizza delle ruote girevoli che possono ingenerare uno sgradevole rimando alla lettera del testo. E benchè Senta legga il Time Magazine la prima pagina della rivista reca un ritratto dell'Olandese che di nuovo ha con il libretto una relazione che potrebbe far capire la vicenda agli spettatori.

Meno male che per il finale del secondo quadro compare la telecamera le cui immagini, coerentemente con la lezione di Castorf, vengono mostrate sullo sfondo in presa diretta.

L'arma da fuoco con cui l'Olandese pone fine ai propri giorni è una pistola. Nell'ultimo quadro Senta mostra il video di questa morte su alcuni stupendi televisori a schermo piatto di ultimo modello.

A parte alcune ingenuità - ci sono anche degli incongrui richiami al mare - è un video straordinario che mi consente di gridare al genio - o allo scandalo. Fa lo stesso.

Cantanti ed orchestra sono mediamente buoni, ma è ovvio che nessuno starebbe oggi ad ascoltare un ferrovecchio come Wagner se non ci fossero dei geni di rottura come Kasper Holten.




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Il 1869 nel diario di Cosima Wagner
3 gennaio 2018
Il primo gennaio 1869 Cosima Wagner incomincia a tenere un diario, non un giornale intimo a proprio uso e consumo ma un documento destinato ai figli che vi troveranno il veridico ritratto della madre.
 
La coscienza che qualcuno l'osserva dà a Cosima la stessa finta spontaneità dei protagonisti di un reality televisivo. C'è molta teatralità nei fiumi di lacrime, nei pianti, negli alti lai per il dolore arrecato al povero Hans von Bulow. Cosima si propone di auto-immolarsi. Intanto però pensa che sarà la primogenita a rinunciare a una vita matrimoniale per stare accanto al padre. E con imperturbabile determinazione prima ottiene il ricongiungimento con le figlie di primo letto, poi fa iniziare le pratiche di divorzio. E' deciso nel consiglio di Dio (Es ist bestimmt in Gottes Rat). E così sia.
 
Nessuno però è più teatrante di Richard, che prende la penna per descrivere la nascita del maschio. Dopo aver ricevuto la notizia dell'arrivo di Siegfried il nostro si accorge che il sole ha inondato la stanza di un bagliore simile a fuoco, che il ritratto appeso alla parete è circondato da un'aureola dorata mentre in lontananza si sente il suono delle campane.
 
Se Barrie Kosky ha intenzione di ambientare il Ring a Triebschen, sappia che Qualcuno lo ha anticipato.




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Museo Matisse a Nizza
1 gennaio 2018
Il primo incontro di Matisse con Nizza fu letteralmente burrascoso: un mese di pioggia ininterrotta che gli ha lasciato poche occasioni di lavoro.
 
Di queste una tela che mostra il lungomare visto dalla camera d'albergo. La strada intrisa di acqua, il mare mugghiante ed un cielo minaccioso che però lascia intravedere il futuro colorista.
 
matisse
Al ritorno del sole infatti questo angolo di Francia fará nascere in Matisse un amore destinato a durare per tutta la vita.
 
E' dunque giusto che Nizza ospiti, in una vecchia villa di stile genovese, un museo che traccia tutto il periplo della vita creativa di Matisse. Si parte dagli anni di apprendistato presso Moreau, lo si segue nella maturità e ci si congeda sul suo ultimo capolavoro, la cappella di Vence.
 
Si mostrano alcuni filmati in cui Matisse lavora per la cappella di Vence, uno dei luoghi più ricchi di misticismo che io conosca. Entrare in questa cappella durante una giornata di sole, gustare il contrasto tra l'esplosione di colori delle vetrate e le semplici linee bianche delle pareti permetterebbe anche ad un ateo di sentire la presenza fisica di Dio. Nell'esposizione nizzarda alcuni paramenti per il tempo ordinario mi fanno immaginare i sacerdoti intenti a ballare sulle note della sinfonia Turangalila.
 
matisse
 
E' un'arte che ama la vita e che trasmette una contagiosa felicità. Non conosco modo migliore di trascolorare (è il caso di dirlo) da un anno all'altro.



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Vallauris: cerco Picasso e trovo Magnelli
30 dicembre 2017
Vallauris é un paese sito tra Antibes e Cannes. Uscendone vedo stagliarsi contro il cielo la silhouette del castello di Cagnes. Anche Villauris possiede il suo castello, un parallelepipedo compatto ed anonimo. 
 
Al suo interno un piccolo museo sulla terracotta si fa sostenere da due esposizioni ben più importanti. 
 
La prima riguarda Picasso che nella sua creatività compulsiva e bulimica aveva pensato bene di mettere il proprio zampino anche nella produzione locale di ceramica. Vasi, brocche, piatti decorati con gli elementi tipici dello stile di Picasso. Alcuni oggetti anche divertenti (un vaso a forma di donna la cui pancia contiene inscritto un volto femminile). 
 
Il pezzo forte é però, sulla volta della cappella del castello, un ciclo di ceramiche intitolato "Guerra e pace". Al centro la immancabile colomba divide i due mondi. A sinistra la guerra, con prevalenza di neri e marroni, sagome angolose di uomini armati, un carro mostruoso trainato da cavalli. Niente di nuovo o di particolarmente affascinante. A destra invece la pace, immersa in un caldo e pastoso blu, con una donna che allatta (una caritá?), bambini che giocano, suoni pastorali. Il tutto é molto più felice e sincero. Ci ritrovo il fascino del meridione, la serenità del quieto vivere.
 
La sorpresa per me giunge all'ultimo piano del castello dove scopro un pittore fiorentino, Alberto Magnelli, che ha un interessante inizio figurativo (un villaggio innevato, fantasia di verdi e marroni sotto un cielo di un blu iridescente che lascia immaginare tante stelle), passa per una fase cubista dai colori molto accesi e poi, con gli anni 30 rende meno variopinta la sua tavolozza e si dedica all'astrattismo.

 




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Tempo ritrovato a Villa Massena in Nizza
29 dicembre 2017
Il pianterreno della villa Massena di Nizza stupisce il visitatore con uno scenografico ingresso in marmo cui segue una infilata di stanze rivestite interamente da pannelli di legno stile impero. Immagino che quei signori che si chiamano come un ponte (Iena) che Oriane de Guermantes rifiuta di andare a conoscere abitino una casa simile a questa villa Massena.
 
Una calda alternanza di marrone, nero ed oro, aquile, trofei, cornici dorate che racchiudono i momenti culminanti della vita del maresciallo Massena.
 
É curioso il fatto che queste decorazioni provengano dal castello di Govone, in provincia di Cuneo, uno dei tanti esempi del l'indifferenza con cui da secoli trattiamo un patrimonio che suscita l'ammirazione degli stranieri. Quello che non si può asportare - i soffitti del castello - è stato riprodotto fedelmente e crea un ambiente molto raffinato.
 
Dei molti oggetti esposti ho particolarmente apprezzato un tavolo rotondo sorretto da leggiadre sfingi dorate che precorrono benissimo il liberty - non mi stupisce che Swann abbia consigliato a Oriane di tirare giù dalla soffitta di Guermantes il suo prezioso mobilio impero. C'è una sottile continuità di gusto tra inizio e fine ottocento.
 
Anche nei piani superiori ritrovo l'ombra di Proust. Davvero debbo cacciarmi a Cabourg per vedere Balbec? I dipinti e le foto di Nizza a cavallo di XIX e XX secolo mostrano una diga con tanto di casino, il concerto della banda, bagnanti e fanciulle in fiore che passeggiano davanti a lussuosi alberghi. Non mancano corse ippiche, velieri, anche manifestazioni aeree (Agostinelli muore in un incidente aviatorio proprio qui, a Nizza). C'è anche una foto del Laghet, tanto per mettermi in contatto con Odette de Crécy...



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Tabarro e Suor Angelica - Monaco 2017
27 dicembre 2017
Per la regista Lotte de Beer il Trittico di Puccini è un'opera unica in tre episodi. Non solo c'è lo stesso impianto scenico - un corridoio la cui estremità distale ruota sul proprio asse - ma Tabarro e Suor Angelica vengono eseguiti senza soluzione di continuità. Il passaggio tra le due opere è dato da un funerale: in entrambi i lavori la morte di un bimbo è alla base della storia.

Lotte de Beer scopre i fili che collegano le sezioni di questo ciclo. Non solo il tema della morte, ma ad esempio il rapporto con il territorio (la lode di Belleville nel Tabarro fa da pendant a quella di Firenze nello Schicchi); i riquadri laterali pieni di personaggi ben caratterizzati e quello centrale costituito dalla massa compatta delle suore di clausura; la discesa nell'oscurità dell'anima di Angelica cui segue il ritorno alla luce della vicenda comica. Anche Schicchi, come Angelica è dannato ma con uno sberleffo che spazza l'odore di incenso e che rimanda a Michele, personaggio che per quanto innamorato sembra uccidere - come Golaud - "perchè è costume far così".

Il centro del ciclo è il buio in cui scompare la scena unica e ci si confronta con l'impressionante scontro tra Angelica e la Zia Principessa.

Musicalmente viene mantenuto lo stesso alto livello che ho trovato nello Schicchi. Avrei preferito una Angelica meno parlata e soprattutto un Luigi (Yongoon Lee) con una voce più potente e sicura nel registro acuto.

Un appunto alla regia televisiva che in tutti i momenti cruciali dell'azione preferisce mostrarci il volto sorridente del gigioneggiante Petrenko.




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Petrenko pucciniano nel Gianni Schicchi
26 dicembre 2017
Forse Petrenko mi aiuta a capire perché io ho un debole per la sezione comica del Trittico pucciniano. C'è nella sua lettura una leggerezza che mi rimanda al mondo dello Strauss comico: Il rallentare della foga iniziale man mano che diventa chiaro che Buoso ha tirato le cuoia, la pompa trepidante in orchestra alla lettura del testamento, la commistione di volgare ed elevato. Mi sembra di sentire anche l'ombra del modo con cui Zemlinski mette in musica la brava gente di Seldwyla (vermuth con champagne).
 
L'orchestra è divertente e scattante, con un bell'equilibrio sonoro. Per nulla sciatta ed affrettata. E' una lettura obiettiva, priva di esagerati lirismi, che ci fa piangere non per la commozione ma per il ridere. Cantanti eccellenti e dalla dizione corretta. Straordinario Maestri nel ruolo-titolo, con forse solo un "Raus!" di troppo in una esecuzione eccellente. In gamba il sostituto dell'ultima ora di Rinuccio, il messicano Galeano Salas, che ha cantato da dietro le quinte mentre il titolare, rimasto improvvisamente senza voce muoveva le labbra in scena. La regia televisiva ha inquadrato spesso Salas, perché non si dimenticasse il vero eroe della serata.
 
Lauretta inizia il suo Babbino caro con un tono forse troppo civettuolo e auto-compiaciuto. Perchè pregusta gli applausi? O perchè la sua preghiera è finta ed in realtà sa benissimo che il padre esaudirà il suo desiderio? L'esile morire dei violini nel registro acuto mi ha sempre impedito di prendere in considerazione questa possibilità... ma la regia di Lotte de Beer mi ha instillato l'idea che forse le cose sono molto più complicate di quanto immaginassi.
 
E' un bellissimo Gianni Schicchi, che fa venir voglia di seguire anche le altre due sezioni del Trittico.



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Flauto magico in technicolor a Salisburgo (2006)
23 dicembre 2017
Wagner sosteneva che fossero imbecilli i registi che non fanno il buio in scena all'entrata della regina della notte. Pierre Audi non abbassa le luci per l'ingresso di Diana Damrau, che - con il suo abito verde - sembra un gigantesco gelato al pistacchio. Alle sue spalle un trono rosso fiammeggiante e dei pannelli giallo oro... il tutto sotto una intensa luce. Però il contrasto dei colori primari crea il senso di un taglio con tutto il resto dell'atto: sentiamo che siamo arrivati ad un momento di svolta nell'azione. E il gioco delle luci, che poco alla volta si trasformano permette che si installi nel nostro cuore se non la notte vera e propria almeno un turbamento forte e pregno di emozione.
 
E poi c'è la complicità di Muti che sceglie un tempo relativamente lento per il recitativo, dando agio alla cantante di scolpire il senso di ogni parola. Non c'è fretta di arrivare alla sezione di agilità, meglio costruire il personaggio con calma perchè poi tutto il numero assuma retrospettivamente la grandezza drammatica che merita. E nella seconda entrata della regina della notte le luci verdi sottolineano quanto questo personaggio sia estraneo al mondo degli altri.
 
La notte scenderà quando gli uomini armati introdurranno Pamina e Tamino all'ultima prova: l'ora più cupa è sempre quella prima dell'alba. Sarastro è inserito in una lama dorata mentre la regina della notte persiste nel suo cupo azzurro lunare.
 
E' un flauto magico dai colori accesi, contrastanti e fantastici. Si lascia sciolta la briglia alla fantasia. Animali ed esseri mirabili che paiono fatti con il pongo. Un sogno che ha la forza della realtà. Nessun calo di immaginazione, un infinito gioco in cui adulti e piccoli trovano soddisfazione.
 
Muti forse ha dei tempi un pochino troppo distesi, ma sa trattare bene l'orchestra - penso per esempio alla dolcezza dell'attacco dei fiati all'inizio del finale secondo. Debole Tamino in "Wie stark ist dein Zauberton", ma ottima Genia Kuhmeier (Pamina) e niente affatto caricaturale il Papageno di Gerhaher.
 
Una registrazione magistrale ed impeccabile.



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Bartok - Castello di Barbablu - Gergev/Met (2015)
22 dicembre 2017
Una foresta fitta e scura in cui Barbablù (Mikhail Petrenko) aspetta che la sposa (Nadja Michael) scenda dalla limousine che la porta alla sua dimora. Una ragazza borghese smaniosa di conoscere il suo nuovo nido d'amore, una dimora isolata e tranquilla, magari un po' inquietante, ma non brutta, secondo i canoni dei film horror. Qua addirittura le porte da non aprire sono sette.
 
Non capisco perchè sia necessario interrompere la musica, o aggiungere delle corone per introdurre all'apertura delle porte rumori e cigolii che mi sembrano affatto superflui.
 
Va bene cambiare l'ambientazione per le varie stanze nascoste dalle porte, ma a parte la visione beatifica della Michael nella vasca da bagno mi trovo per lo più di fronte ad immagini che non riflettono minimamente la rutilanza della partitura di Bartok.
 
A essere onesti questa fantasmagoria di colori non l'avverto neppure nella lettura di Gergev, mostruosamente piatto. Tanto per dare alcuni esempi della sciatteria che regna su questo Barbablù il clou con l'apertura della quarta porta è un soufflé afflosciato e gli intervalli di seconda che si associano alla visione del sangue non hanno lo stridore doloroso che ci si aspetta.
 
Per bravi che siano, i due cantanti non riescono a sollevarmi dalla noia in cui sono sprofondato rapidamente.



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Cajkovskij - Iolanta - Met/Gergev (2015)
16 dicembre 2017
Le opere di Cajkovskij mi mettono sempre a disagio. Detesto tutta la serie di canzonette, cori e danze popolareggianti che hanno pochissima - o nessuna - importanza drammatica e che per lo più sono di una sconcertante bruttezza.
Niente di tutto questo invece in quest'ultimo lavoro teatrale di Cajkovskij, dove la vicenda della principessa cieca che ottiene la vista grazie all'amore del nobile Vaudemont, si snoda senza inutili lungaggini nell'arco di appena un'ora e mezza. Neanche il pubblico conservatore del Met sopporta un allestimento in costume: Iolanta indossa abiti moderni, è circondata da infermiere, i principi sono degli appassionati di sport invernali che sostituiscono la spada con degli sci. Tutto ciò non basta però a fare un buon allestimento. Il regista Trelinski ha la felice idea di immergerci nel buio totale non appena Iolanta e Vaudemont diventano coscienti del problema "cecità". La sorpresa è grande. Con questo espediente entriamo nel personaggio di Iolanta e allo stesso tempo, come Vaudemont, siamo in balia del dubbio, non sappiamo cosa fare in questo momento cruciale che - non a caso - cade proprio a metà percorso. Le proiezioni al di fuori del microcosmo costituito dalla stanza in cui vive Iolanta, stanza che ruota su se stessa nei cambi di scena, contribuiscono a creare un'atmosfera di magica aspettativa.

Bello. Tutto poi sorretto da una stupenda lettura di Gergev e da una eccellente compagnia di canto. Adorabili i due protagonisti (Netrebko e Beczala), assolutamente nella parte e in voce. Nessun momento debole in un'esecuzione che rende pieno onore al capolavoro operistico di Cajkovskij.




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Idomeneo televisivo di Glyndebourne (1983)
11 dicembre 2017
Si tratta della ripresa televisiva dell'Idomeneo realizzato a Glyndebourne nel 1983. Il linguaggio visivo è dunque quello della tv: molte inquadrature di faccia, a mezza figura. Ad esempio, nel suo numero iniziale, Ilia, mostrata su uno sfondo beige, davanti a una tenda marrone ed ocra gialla, sembra una signorina buonasera intenta a leggerci il programma della serata. Ed in un certo senso è così: la giovane troiana sta dandoci gli elementi essenziali a capire cosa succederà.
 
E' una recitazione stand and deliver. Anche quando la telecamera si allarga a mostrare tutta la scena ci rendiamo conto che i movimenti sono relativamente pochi e compassati. Io però - che detesto la frenetica agitazione e i movimenti compulsivi con cui gli odierni registi riempiono i vuoti delle arie nell'opera seria - preferisco nettamente così.
 
La scena si rifà al mondo teatrale giapponese, con i tre quadrati concentrici entro cui si svolge l'azione. Pochi elementi scenici, colori delicati e tenui che di nuovo rimandano ad un'epoca in cui la tv a colori prediligeva le tinte soffuse.
 
I costumi e le acconciature sono invece un misto nippo-ellenico, curioso ma efficace.
 
Haitink in orchestra è garanzia di una bella lettura. Per quanto riguarda le voci referisco di gran lunga le performance delle signore: ottima Carol Vaness (Elettra), matronesca Yvonne Kenny (Ilia). Sforzato invece il povero Idamante di Jerry Hadley e buono, ma per i miei gusti monocromo, Langridge nel ruolo di Idomeneo.
 
Anche se il teatro è altra cosa, si tratta di un'esecuzione di ottimo livello, degna di figurare in una videoteca che si rispetti
 



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Marco Vichi - Il commissario Bordelli
5 dicembre 2017
Bordelli rientra nella categoria dei commissari buoni, amici di chi delinque per necessità, nemico di prepotenti e superiori, indifferente alla propria carriera ma non a quella degli altri.
 
A evitargli la sorte di un "me-too" sono i ricordi della guerra partigiana. Sono storie vere, che Marco Vichi ha raccolto dal proprio padre e che qui vengono attribuite a Bordelli.
 
Nella trama principale si inseriscono così dei racconti nel racconto, alcuni riguardano lo stesso Bordelli, altri vengono esposti dagli altri personaggi, come in un moderno Novellino.
 
In queste pagine ritrovo la felicità narrativa di cui avevo goduto in "Perché dollari?". Vichi scrive con maestria ed anche quando le ferree leggi del marketing lo obbligano a pagare tributo al genere giallo trova modo di far risaltare le proprie qualità.



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Il Genovesino in mostra a Cremona
29 novembre 2017
Luigi Miradori, in arte il "Genovesino", è un pittore attivo a Cremona nella prima metà del XVII secolo.
 
Siamo in epoca controriformista, quando le mule si inginocchiano non di fronte alla biada ma alle ostie consacrate, quando il memento mori è un tema ricorrente e di peso.
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Il liuto, dal suono effimero come la nostra vita, come la bellezza della musicista e la ricchezza. E sullo sfondo l'immancabile teschio, che ritroviamo anche in altri dipinti, spesso con la bocca spalancata ad inghiottire il malcapitato spettatore.
 
Non è un caso che questo dipinto

genovesino

sia stato attribuito a Zurbaran... siamo nello stesso ambiente spirituale. E Genovesino dipinge anche un bambin Gesù la cui pelle ha la rugosità e la consistenza di certi apostoli del Ribera.
 
Genovesino guarda anche a nord. I Re Magi mostrano un levriero copiato da Durer (ma c'è anche un re moro dal cappello rosso con medaglione di chiara ascendenza germanica). E pure i mangiatori di ricotta rimandano al gusto fiammingo per le scene di genere.

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Le donne che aiutano la puerpera Sant'Anna sono persone semplici, non hanno niente di idealizzato e fanno pensare ad un ambiente comune, che contrasta con la ricchezza dei recipienti in rame.
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Il dipinto più bello è senza dubbio il Riposo nella fuga in Egitto,


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lavoro complesso strutturato su diversi piani narrativi (lo sfondo raffigura una strage degli innocenti che contrasta con la pacifica sosta della Sacra Famiglia in primo piano). Molto bella la finezza della fattura (imperdibile la trama dei capelli di putti e Vergine). E' un'opera che vale la mostra. E' il culmine dell'interessante percorso sulla vita di uno dei tanti maestri barocchi normalmente tanto negletto che la città di Cremona gli ha giusto dedicato una via laterale in periferia. 



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Brett Dean - Amleto - Glyndebourne 2017
27 novembre 2017
Mi stupisce non solo che Shakespeare ispiri ancora oggi tante opere liriche ma che queste siano costantemente così interessanti.
 
Questo Amleto è stato composto da Brett Dean per il festival di Glyndebourne, un'istituzione la cui missione non è la mera riproposta dei capolavori del passato.
 
Dominique Jameux aveva l'abitudine di dire che non ci può essere una buona opera senza un buon libretto. Nella fattispecie in questo caso bisogna lavorare con attenzione per condensare una vicenda molto ampia - e un testo per giunta conosciutissimo - in modo da avere un libretto adatto ad essere messo in musica. Si apre con un "...not to be" da cui capiamo subito che il celebre monologo di Amleto sarà spalmato in diversi momenti dell'opera senza venire concluso in una sola aria. In vero avremo diversi concertati ma poche arie vere e proprie (la preghiera del re, la follia di Ofelia, con il corredo tradizionale di virtuosismi - meno male che c'è Barbara Hannigan). Si elimina il viaggio di Amleto in Gran Bretagna, così che Rosenkranz e Guildenstern dovranno morire direttamente per mano di Amleto nel finale e si accorcia il tempo necessario a Laerte per tornare a casa a piangere sul cadavere della sorella.
 
Scegliere di affidare lo spettro del re e il capocomico al medesimo cantante con alcune battute identiche getta una luce diversa sull'ampia sezione di teatro nel teatro. E' come se la rappresentazione della morte di Gonzalo fosse una nuova comparsa del re morto. E' altrettanto interessante il corto-circuito che si crea su love, della lettera di Amleto ad Ofelia. Leggendo questa missiva la ragazza si incanta come un disco rotto su questa parola. La melodia associata a tale passaggio ricompare nella follia di Ofelia, come a significare che la fanciulla è impazzita più per la perdita di Amleto che per quella del padre.
 
La musica di Dean è molto bella, priva forse di melodie memorabili, ma affatto in grado di sottolineare efficacemente lo svolgersi dell'azione.
 
Bell'allestimento, recitato e realizzato con la cura solita a Glyndebourne. Un parterre de roi di interpreti, tutti di grande livello, all'altezza della situazione, a parte il solito John Tomlinson, ormai patetico nella sua cronica incapacità di infilare una nota corretta.
 



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Thomas Adès - L'angelo sterminatore
23 novembre 2017
L'angelo sterminatore - ultima opera in ordine di tempo scritta da Thomas Adès - vede la luce al festival di Salisburgo nel 2016 ed è ora approdata al Met.
 
Il soggetto proviene dall'omonimo film di Luis Bunuel: una forza invisibile impedisce a chiunque - umano o animale che sia - di varcare la soglia di una stanza. Al termine del Te Deum di ringraziamento che viene cantato in cattedrale alla fine dell'incantesimo... di nuovo nessuno riesce ad abbandonare la chiesa, in attesa che giunga l'angelo sterminatore.
 
Adès lascia che la ricomparsa della misteriosa forza avvenga nella stanza in cui si è svolta la vicenda. In questo modo la liberazione dei protagonisti è una tregua passeggera ed effimera, forse troppo breve per consentir loro di assaporare la soddisfazione di essere usciti da un incubo.
 
Riconosco alcuni tratti stilistici in comune con "La tempesta": l'eterogeneità dei linguaggi, le improvvise esplosioni di colori orchestrali, le melodie caratterizzate da intervalli ampi, gli squarci lirici, le piroette vocali. Queste ultime riguardano Leticia che, in quanto soprano eccellente nella Lucia di Lammermoor, può ben aver dei virtuosismi da compiere. E' vero che si rischia di cadere nell'imitazione di se stessi (come aveva già fatto Strauss con la Fiakermilli) però, quando si ha a disposizione un'artista come Audrey Luna è criminale non scrivere qualche nota fuori dal rigo (letteralmente, c'è un "la sovracuto" che introduce quest'opera nel Guinness dei primati). Nulla di strano: è dai tempi di Monteverdi che i compositori scrivono parti su misura per gli interpreti che hanno a disposizione.
 
In questo Angelo sterminatore nessuno dei numerosi personaggi domina gli altri: ognuno ha il suo momento di ribalta prima di reimmergersi in un'individualità anonima e mai corale. E' una situazione ben riflessa dalla musica, fatta di molti fili sparsi che coagulano in un gesto circolare, reminiscente di certa musica elettronica, ma realizzato da un'orchestra tradizionale. E' il tema che indica l'inizio dell'incantesimo. Siamo dunque noi ascoltatori a renderci conto di cosa avviene, prima dei protagonisti della storia. 
 
Ancora nulla di nuovo: sono quattro secoli abbondanti che la musica ci racconta quello a cui la sola azione teatrale non arriva. Ma è la continuità di Adès con questo lungo passato a rendere così viva la sua nuova creatura.



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The Place di Paolo Genovese
20 novembre 2017
La scena è costituita da The Place, un caffè all'angolo di un incrocio trafficato. Ad un tavolo un uomo che, tra un'ordinazione e l'altra, riceve diverse persone che gli raccontano i loro desideri. E lui offre loro la possibilità di realizzarli a patto che...
 
... perchè quest'uomo prende appunti sulla sua agenda, come uno strizzacervelli,  la consulta e propone un patto: tu fai quello che io ti chiedo, far esplodere una bomba, compiere una rapina, uccidere una bambina, ma anche proteggere una bambina minacciata di morte, e tu avrai quello che chiedi. Non sei obbligato ad accettare il patto, puoi sempre tirarti dietro ma queste sono le condizioni.
 
Assurdo, surreale. Però avvincente perchè questa storia, al di là del mistero - non svelato - su chi sia il misterioso avventore del The Place, tocca l'enigma su ciò che ognuno di noi sarebbe capace di fare. Può essere la riedizione del quesito "accetteresti di diventare miliardario uccidendo, tramite un pulsante, uno sconosciuto cinese che vive dall'altra parte della terra?". Può essere anche il buchneriano "l'uomo è un abisso". Oppure la più banale constatazione che tutti noi compiamo quotidianamente azioni di cui ci ritenevamo incapaci, che c'è nel nostro io un serbatoio di potenzialità che eccedono di gran lunga la nostra immaginazione.
 
Il film tocca dunque molti tasti sensibili, senza dare risposte definitive, anzi, lasciandoci sbigottiti di fronte alle infinite combinazioni che il reale offre.
 
Il film è costruito in modo teatrale: la scena è unica - il bar The Place, con pochi scorci sull'ambiente esterno - relativamente pochi i personaggi. Un linguaggio semplice, alquanto lento, con un po' di gusto retro (il juke-box). Le storie ora corrono in modo parallelo, ora si intersecano - anche inaspettatamente. E come in ogni buona narrazione che si rispetti c'è la punta conclusiva che lascia il finale aperto e modifica il punto di vista dello spettatore, che si rende conto di come, in retrospettiva, le cose possano essere osservate da un angolo diverso da come il regista Genovese ce le ha presentate.



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Un vecchio Lohengrin firmato da Abbado
16 novembre 2017
Sono passati trent'anni da quando la tv austriaca filmò questo Abbado alla Staatsoper di Vienna. Su Youtube si trova una versione in cui si sono tagliate le immagini per adattarle al formato widescreen. Abitudine fastidiosa, usata anche da importanti stazioni televisive a pagamento ai danni di capolavori del cinema, su cui sorvolo perchè questo viaggio in un passato neanche così remoto fa molto bene alle orecchie.
 
All'epoca era di moda denigrare Dunja Vejzovic... non sapevamo cosa ci avrebbe riservato Evelyn Herlizius. Ancora oggi sento frasettine ironiche sul Lohengrin mediterraneo di Domingo. Certo che nel finale, quando il tenore canta in mezza-voce il "con questo anello dovrà pensare a me" non si ha il pietoso espediente con cui un eunuco cerca di stendere un pietoso lenzuolo su una voce inadatta al ruolo che giunge stremata al traguardo del finale. Infatti subito dopo un "Addio" a pieni polmoni, virile ed eroico. Strappa-applauso. Ma il teatro è fatto anche di queste cose. In quel tempo non si doveva cianciare di letture angelicate per giustificare il fatto che ci si deve accontentare di quanto passa il convento.
 
Ignobile la regia, adatta a una vecchia carrampana come il sottoscritto. Nessuna pantegana, manco uno scoiattolo; nessun riferimento all'edilizia o allo smemorato di Collegno. Anzi, mi è sembrato che il secondo atto ricordasse la piazza del Catapano di Bari.
 
Un bellissimo filmato che documenta quanto sia caduta in basso la rappresentazione delle opere - non solo wagneriane.




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Ketty Magni - Rossini, la musica del cibo
13 novembre 2017
Ketty Magni racconta in modo romanzato la seconda parte della vita di Rossini. Dopo il clamoroso successo del Guglielmo Tell, il pesarese non scrive più per il teatro. Al più compone per se stesso (I peccati di vecchiaia) o per occasioni intime (La piccola Messa Solenne - delizioso ossimoro!).
 
Non essendo musicologa, Ketty Magni non si chiede i motivi di quello che i melomani sentono come il grande silenzio di Rossini. A lei tutto questo appare normale e benvenuto. Il suo intesse si concentra infatti sul lato gastronomico (a fine libro ci sono ricette di cucina rossiniane o quanto meno legate a lui) e mondano. Rossini, con la sua seconda moglie, teneva in Parigi un importante salon dove si incontrava tutto il jet-set del momento.
 
Mi é parso un po' debole il finale, come se l'autrice non trovasse più temi che vivacizzassero una monotona successione di feste e incontri e soprattutto come se le fosse difficile affrontare il tema del declino fisico e della morte senza cadere nel sentimentale.
 
La prima parte del libro soddisfa però la curiosità di un lettore da rotocalco quale può essere ogni tanto anche un melomane incallito.




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Maysaloun Hamoud - Libere disobbedienti innamorate
8 novembre 2017
Tre donne arabo-israeliane molto diverse tra di loro: un'avvocatessa perfettamente inserita nella società del paese, una DJ cristiana e una studentessa di informatica musulmana praticante. Uguale però è il loro nemico: non lo stato sionista ma i maschi.
 
L'avvocatessa è alle prese con un uomo che è solo apparentemente corretto e rispettoso della sua dignità. In realtà si vergogna di presentarla alla sorella e la vorrebbe meno disinvolta e libera. Il padre della DJ abbassa la maschera quando scopre che la ragazza è malata (leggi lesbica).
 
Quanto alla musulmana... sono sufficientemente anziano da ricordare le ipocrisie del nostro mondo cattolico di provincia. E forse questi atteggiamenti sono ancora presenti, neanche tanto sotto la cenere.
 
Maysaloun Hamoud scrive un film molto bello, raccontato con un piglio narrativo svelto ed animato. Non si fanno proclami e predicozzi. Si lascia che la storia parli da sola e giunga ad un pubblico distratto dalla scoperta dell'acqua calda hollywoodiana (abbiamo bisogno di Asia Argento per sapere che tante carriere, non solo cinematografiche, si fanno in camera da letto?).
 
Questo film ci ricorda che in molte realtà, anche moderne ed emancipate come è il caso di Israele (ma potrei scrivere anche Italia) la violenza e la negazione della dignità degli altri, magari ammantata da bei precetti religiosi, sono all'ordine del giorno.




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Thomas Ades - La tempesta - Met (2012)
4 novembre 2017
La Tempesta di Shakespeare è opera meta-teatrale: è facilissimo riconoscere in Prospero un alter ego del drammaturgo che crea dal nulla una storia, una tempesta tanto violenta e spaventosa a vedersi quanto innocua, perchè immaginaria.
 
Ed allora se teatro ha da essere, visto che Prospero è duca di Milano, è il caso di riprodurre la Scala milanese. Vediamo la sala del Piermarini negli atti laterali, mentre in quello centrale il palcoscenico è invaso dalla visione dell'isola incantata in cui i nostri personaggi si muovono alla scoperta di se stessi.
 
L'idea visiva offerta da questo allestimento del Met è tanto semplice quanto efficace. Bellissimo l'Ariel acrobatico che si inerpica sul lampadario, che sembra volare nel vuoto o che compare come un uccello mostruoso sulla corte di Napoli. E anche brava Audrey Luna alle prese con una parte vocalmente proibitiva. L'ipervirtuosismo vocale è il modo con cui Ades rende musicalmente l'idea di un essere che vive tra cielo e terra, uno spirito che si esprime come uomo pur non essendo umano.
 
Mi piace l'approccio adottato da Ades: di una generazione e un paese relativamente risparmiati dai pregiudizi post-seriali non esita a scegliere caso per caso il sistema espressivo che gli serve per cogliere i suoi obiettivi. Allora su "Brave new world" scrive una bella melodia lirica, non esita a chiudere il secondo atto in modo romantico, dopo aver fatto annusare aria di Szymanowski durante il banchetto magico nella foresta. E ovviamente per la tempesta convoca tutte le rime aspre e chioccie che conosce, in un tripudio di dissonanze.
 
E' un'opera riuscita, offerta in un allestimento di classe, con un cast di prim'ordine.




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Padova: Oratorio di S. Giorgio e scuola del Santo
3 novembre 2017
Forse esiste nell'arte una forma di progresso: le innovazioni espressive e tecniche scoperte da un grande artista vengono riprese e sviluppate dai colleghi successivi per meglio comunicare la loro visione del mondo.
 
Nell'oratorio di San Giorgio riconosco l'influenza che Giotto ha esercitato su Altichiero ma anche ciò che quest'ultimo ha aggiunto di personale: la bellezza degli scorci prospettici, il gusto coloristico, la vivacità del disegno.
 
Con la sua statuaria compostezza, Giorgio che beve il bicchiere di acqua avvelenata non solo ci fa comprendere l'esito di questa vicenda ma sembra quasi anticipare certe figure di Mantegna.
 
E quanto a rigidità non scherza neppure la Santa Lucia che - nonostante i panneggi morbidi - non viene minimamente spostata dai buoi che pure inarcano le groppe, si piegano e sforzano i muscoli nel tentativo di portarla in un postribolo.
 
Altro mondo nella vicina scuola del Santo. Ce lo dice già la scala rinascimentale - degna di qualche villa veneta - che conduce al piano superiore.
 
E' una stanza dal soffitto a cassettoni, interamente affrescata con storie di Sant'Antonio. Subito entrando un giovane Tiziano racconta del bambino che scagiona la madre. Una linea orizzontale divide in modo alquanto grossolano la parte inferiore da quella superiore - tra l'altro anche molto più rozza rispetto al ritmo e all'elaborazione delle figure che si trovano in primo piano. Una modifica operata in un secondo tempo?
 
Perfetta invece, per resa drammatica e costruzione, la storia del marito geloso che pugnala la moglie - forse il punto più interessante di tutta la sala. E poi, per me che amo questo genere ci sono anche alcune raffigurazioni di Padova così come appariva in passato.
 
Mi stupisce poi sempre la solita italica incuria. Un cartello ci invita a chiudere bene la porta per proteggere la climatizzazione della stanza. Peccato che i battenti della prima porta - a vetri - neppure si tocchino e che quelli della seconda si allontanino da soli.




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Tiziano Terzani - Un indovino mi disse
29 ottobre 2017
Come molti di noi parlando di occulto Tiziano Terzani "Non ci crede, ma..."
 
Infatti, quando un mago cinese lo avverte che è molto pericoloso per lui volare nel 1993, Terzani preferisce non correre rischi e decide che per quell'anno si sposterà via terra o mare. Non è cosa facile per un giornalista occidentale in Asia, ma con grande pazienza Terzani riuscirà a mantenere fede al proprio progetto. Gli ostacoli sono fatti proprio per venire superati: l'obbligo di non volare costringerà lo scrittore a cercare modi alternativi di trovare storie da raccontare ai propri lettori e lo farà giungere alla conclusione che tutto cambia di prospettiva quando si ripristinano le frontiere terrestri, quando i paesi vengono visti dal basso senza passare dal mondo fittizio degli aeroporti.
 
C'è poi un altro aspetto che merita interesse. Ovunque si rechi, Terzani consulta maghi, indovini, chiromanti, chiaroveggenti. Ognuno ha un modo proprio di divinare e - spesso - delle profezie diverse da fornire. Una cosa sembra comune ai vari metodi predittivi scelti: ceneri, foglie di te, ossa, dadi, sassolini o mani sono dei supporti tramite i quali consultante e veggente entrano in comunicazione (telepatica?) tra di loro. Il giornalista è sicuro di essere lui a trasmettere in qualche modo le notizie che il mago gli sta dando. E verosimilmente è così, l'ho notato del resto anche io da umile cartomante della domenica.
 
E' una lettura niente affatto impegnativa che mette in discussione le nostre certezze sulla razionalità su cui pretendiamo di basare la nostra esistenza.



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Più di una "Divina creatura" a Rancate
26 ottobre 2017
Secondo la signora Cottard la prima qualità che deve avere un ritratto costoso è la somiglianza. Si capisce però che il dipinto deve possedere anche altre caratteristiche, per esempio trasmettere un'immagine lusinghiera della persona raffigurata.
 
A fine XIX secolo, quando la donna era confinata in casa, una signora doveva venire mostrata nel proprio regno, in piedi, con il volto diretto agli occhi dello spettatore, come il Re Sole (non a caso la borghese Sommaruga ha la stessa posa di Elena di Savoia). E la sovrana del focolare domestico è circondata dai segni della propria ricchezza: bel mobilio, un pianoforte, arazzi. Fondamentali sono - è ovvio - gioielli e abiti.
 
La pinacoteca Zust di Rancate accosta ai dipinti gli abiti originali, ci mostra il rapporto tra la moda corrente e la pittura, che registra fedelmente l'evoluzione del gusto così come viene dettato dalla capitale parigina.
 
Non male come idea, visto che da Rancate si può vedere il grande complesso commerciale del Foxtown. Io però, che noto soltanto se una donna è vestita oppure no, sono interessato alla fattura dei dipinti, alla originalità di Tranquillo Cremona che presenta la sua committente leggermente piegata in un abito giallo che risalta sulla scura verzura circostante, al virtuosismo con cui Troubetzkoy riproduce i pizzi nella scultura "Dopo il ballo", alla piccola storia del costume che traspare da un pianoforte verticale sullo sfondo, una copia di un valzer di Strauss (Induno) e infine il primo piano di una signorina intenta ad accompagnare un'aria di Tosti (Anastasio).
 
Ci sono alcuni Boldini straordinari, una bella dama in una fantasia di grigi e poi ancora la signora Sommaruga resa con pennellate rapide, un braccio sulla sedia e l'altro lungo il corpo in languida asimmetria. E' l'immagine di una persona sicura di sè, spavalda, che sa di valere molto più di tanti uomini.
 
 
Anche il cassaratese Luigi Rossi ha qualcosa da dire. Nella collezione permanente c'è un suo "Kimono" che porta un po' di aria parigina nel Ticino e che mi rimanda a un doppio ritratto orientaleggiante sotto un luminoso ombrello rotondo.
 
E prima di uscire da questa fantastica mostra ammiro un'immaginaria Gilberte Swann  di Pietro Gerosa con pattini, stivaletti, cappellino e collo di pelliccia.




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Pelleas e Melisande Komische Oper 2017
24 ottobre 2017
Le quinte e il fondale del teatro sono interamente di color grigio a pois chiari, i personaggi entrano ed escono da pedane mobili, come se fossero le figure di un orologio meccanico.
 
Quando Golaud intravede la ragazzina che piange in riva all'acqua ecco che gli spuntano da sotto le ascelle altre due braccia: è Melisande, che sorge da lui. Mi viene in mente il Narratore della Recherche che parla di una donna che nasce in sogno da una posizione sbagliata della sua coscia. In altri momenti del dramma, le braccia di Melisande spunteranno anche dai corpi di Pelleas e Arkel.
 
Tutta l'azione avviene in uno spazio mentale. Non ci sono elementi scenici, a parte un ramo gigantesco attorno al quale si immagina che si avvolgeranno i capelli di Melisande. Quest'ultima avrà il suo bel pancione e dopo il parto le sue gambe saranno insanguinate, così come Golaud porterà nella scena centrale del secondo atto dei vistosi bendaggi; Pelleas viene strangolato con la propria cintura... ma tutto è mostrato come in uno psicodramma, come un'azione che avviene nell'animo di un solo personaggio: Golaud, che alla fine ricompare solo sulla scena, esattamente come lo abbiamo visto all'inizio. Egli svanisce nel buio in un'immagine che rende bene la parentela fra le chiuse di Pelleas e Wozzeck.
 
Questo allestimento è come un buon vino che offre solo poco alla volta tutti i propri aromi e che va gustato con pazienza e lentezza.
 
Meno piacevole invece il lavoro di Jordan de Souza. Innanzitutto non approvo l'eccessivo ricorso al parlato: "Laissez-moi" di Melisande nella scena dei capelli, "J'ai terriblement peur" di Yniold, quasi tutta la parte di Golaud nel sotterraneo. Il parlato non è più espressivo della musica (la parte di Yniold, se ben cantata, mette proprio i brividi!) ma soprattutto non è previsto da Debussy. E' una libertà insensata. 
 
E poi i tempi sono per i miei gusti eccessivamente rapidi (l'inizio del secondo atto è un moderato ma ci viene proposto come se fosse un allegro). Annuso il profumo delle rose che sale dalla terrazza però mi sembra che al mare della grotta sotterranea sa stato somministrato il Valium.
 
Jens Larsen è un Arkel alquanto povero di autorevolezza (e di età), notevole Nadja Mchantaf, molto - forse anche troppo - sanguigna e grandissimo Gunther Papendell nella scena di gelosia.




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Un Franco Cacciatore romantico alla Scala (2017)
19 ottobre 2017
La storia del Franco Cacciatore riassume gli elementi tipici del romanticismo: una fiaba ambientata nella foresta - luogo vicino alla natura, al contempo madre e matrigna - un miscuglio di magia e orrore che riscopre, dopo l'illuminista regno della ragione (oggi parleremmo di tecnica) le forze oscure del male. In questo mondo, in cui i personaggi felici pensano solo a sposarsi e figliare, il soprannaturale benefico (l'eremita) ha la meglio su quello cattivo (Samiel). Le sincopi del nero cacciatore, che anticipano quelle del Nibelungo Alberico, sono destinate a scomparire in un finale privo di ombre che la nostra epoca non accetta.
 
I registi à la page hanno dunque buon gioco a offrire letture in cui ci si distacca dalla materia ingenua e semplice di quest'opera. Però, come direbbe qualunque fan di Stephen King, bisogna credere all'esistenza del diavolo e del male perchè l'horror incuta spavento.
 
Per questo ho apprezzato molto la regia di Matthias Hartmann che rimane fedele al testo originale, senza tentare una lettura al secondo grado. Nel finale primo Kaspar si muove addirittura come Samiel, diventando un alter-ego fisico del diavolo e anche nella conclusione dell'opera le presenze demoniache si mescolano ai pacifici abitanti del paese.
 
Non tutto l'impianto visivo di questo Franco Cacciatore è felice: se è bello lo sfondo nero su cui tubi al neon disegnano, come gessi bianchi su una lavagna, i contorni di monti e case, sono ignobili i costumi - specie quelli femminili. Le donne sembrano uscite da una riunione con lo zar Saltan nell'invisibile città di Kitesz e hanno in testa dei ridicoli nodi giganteschi degni di matrioske. La recitazione funziona bene nei parlati, ridotti al minimo, è notevole per Kaspar ma ridicola per Annetta e per le fanciulle che devono cantare la filastrocca nuziale.
 
Mi è piaciuto invece Myung-Whun Chung, che ha dato un bel colore all'orchestra ed ha saldamente tenuto in mano le redini dell'insieme. Superlativo Groissock (Kaspar) e complessivamente buono il resto della compagnia di canto.




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Noseda nel Tristano e Isotta al Regio di Torino
16 ottobre 2017
Per Noseda il triplo forte su cui i due amanti si incontrano nel secondo atto non è il segnale di un terremoto sonico che deve strinare i malcapitati seduti nelle prime file ma il punto in cui si deve arrivare al climax drammatico-musicale. E lui questo punto culminante lo prepara con attenzione, lo sentiamo arrivare - inesorabile  e potente. 
 
Noseda privilegia colori pastello e trasparenti. Non eccede mai sulle dinamiche, cosciente del fatto che Wagner non vuole un coturno orchestrale troppo alto. Tutto questo può sacrificare le forti emozioni appariscenti ed apparire quasi melisandesco (quanto ha imparato Debussy dagli archi divisi della doppia invocazione di Brangane!) ma a mio avviso è pagante. Non è infatti necessario urlare per esprimere in modo efficace quanto si ha da dire.
 
Per giunta in questo modo si aiutano i cantanti impegnati ad arrivare alla fine di una parte impervia. Io soffro quando trovo un cantante in difficoltà, comincio ad anticipare i momenti perigliosi, ad immaginare i modi con cui si possano evitare od abbassare gli scogli che si stanno avvicinando, chiudo gli occhi quando so che sta per giungere il punto critico. Se succede comunque l'errore, mentre ascolto la musica a casa caccio anche una maledizione come faceva mio padre se la Juventus mancava il rigore... Ma a teatro mi sento ancora più coinvolto ed ho seguito Seiffert con estrema attenzione. Generoso... si sarebbe potuto accontentare di una "lettura intimista" nel momento in cui loda la dedizione dell'amico Kurwenal, per risparmiare il fiato sulla maledizione del filtro - un punto in cui bisogna buttare fuori tutta la voce che si ha. E invece no: ha giocato tutte le sue fiches centrando l'en plein di un monologo del terzo atto in cui tanti suoi colleghi più giovani fanno magra figura.
 
Mediocre invece Ricarda Merberth, che ha gli acuti (mir lacht das Abenteuer) ma che si sfilaccia già su "Da du so sittsam".
 
Mi sta bene che Marke sia un basso leggero e giovanile. Però su "warum mir diese Holle" bisogna trovare il modo di rendere uditivamente l'idea dell'inferno in cui il cornuto infelice si trova. E del resto su "mir" si arriva a un mi bemolle acuto che deve sentirsi bene, altrimenti il climax arriva solo in orchestra (bravo Noseda per la leggerezza con cui gestisce in questo punto il fortissimo di fagotti e clarinetto). Poi avremo tempo, nella frase successiva (warum mir diese Schmach) di ripiegarci con il clarinetto su una struggente melodia carica di dolore intimo. Però se non si è buttata fuori la voce prima sarà difficile far sentire il contrasto in cui brucia l'anima di Marco.
 
Ho adorato Michelle Breedt, sacrificata dalla balzana idea di farle cantare dietro una porta il suo secondo intervento nel duetto d'amore.
 
E già, perchè ci sarebbe anche una regia. Non ho mai visitato l'interno di villa Wesendonck (oggi museo di arte orientale) in cui Guth ambienta questo Tristano. Ho notato che le quinte che incorniciano la scena sono identiche a quelle del proscenio del Festspielhaus. Buona idea: Wagner non ha fatto altro che auto-rappresentarsi in tutte le sue opere, musicali e non. E neanche male il momento in cui i due amanti stanno in un giardino con palme che mi ricorda l'atmosfera del Lied "Im Treibhaus". Però nel secondo atto si dovrebbe davvero fare notte, e non ha senso che l'incontro degli amanti incominci in un salone affollato. Mirabile l'ombra delle foglie su "O sink hernieder".
 
Ma sono momenti felici in un mare di insignificanza. Mi sono rapidamente dimenticato del regista per concentrarmi sulla musica: in fondo, tutta l'azione del Tristano è concentrata nelle menti dei personaggi e quest'opera funzionerebbe perfettamente anche in forma concertante.




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Rossella Canadè: La 'ndrangheta nelle terre del Po - L'inchiesta
11 ottobre 2017
Rossella Canadè - giornalista della Gazzetta di Mantova - ci offre un resoconto delle infiltrazioni mafiose nella bassa padana. E' un libro ben fatto sia dal punto di vista giornalistico che letterario. 
 
I grandi affari su cui puntano gli occhi le cosche calabresi - il rifacimento di Piazzale Mondadori, la cementificazione di Lagocastello - presenti sullo sfondo fin dalle prime pagine del libro hanno dei tratti che si focalizzano gradualmente per venire poi del tutto alla luce - come in un giallo che si rispetti - solamente nel finale.
 
Rossella Canadè lavora con l'abilità di una esperta strip-tiseuse: il suo lettore non si annoia di fronte alla sfilza di nomi e fatti ma si appassiona, pagina dopo pagina, ad un libro che mantiene fino in fondo le promesse fatte in apertura: intrattenere e fornire allo stesso tempo notizie serie ed attendibili.
 
Poi, ovviamente, diventa spontanea la considerazione che tutto il nostro paese è pieno di tante piccole Mantove, che in moltissime realtà che si credono presuntuosamente immuni da infiltrazioni mafiose esistono gruppi che lavorano alla luce del sole per realizzare progetti folli, come ad esempio la cementificazione del Parco del Mincio.
 
Mi chiedo, in verità, come sia possibile che una persona dotata di un briciolo di intelletto possa pensare di costruire centri commerciali, condomini e uffici in una zona protetta sia dal punto di vista naturale che da quello artistico. E' che nel nostro paese si è convinti che tutto si arrangia, che poi si trovi sempre una soluzione che risolva il fatto compiuto, che cancelli lo sfregio alle regole.
 
La legge? Un puro accidente. Questo bellissimo libro ci racconta che non è così se cittadini e forze dell'ordine - non colluse - stanno attente a ciò che accade nel loro territorio.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/10/2017 alle 15:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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