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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Museo civico medievale di Bologna
25 settembre 2016
Nel Gianni Schicchi pucciniano il medico si vanta di non aver mai visto morire un suo malato - "merito della scuola bolognese"! E che la città onorasse i propri sapienti lo si vede dalle sepolture che ritraggono i professori in cattedra. Al centro dell'attenzione, circondati dagli studenti in una disposizione simile a quella dei Beati nel Giudizio Finale che Giovanni da Modena dipinse in San Petronio. Non che manchino studenti birichini, che si differenziano dagli altri con una posa meno stereotipata: sono riuscito a sorprenderne un paio intenti a chiacchierare durante la lezione!

Ovviamente una simile università dispone di una gran serie di codici miniati. Per ragioni conservative se ne espone a rotazione una piccola quantità. Per la maggior parte si tratta di salteri ma adesso è in mostra anche un codice profano che esibisce un elegante dottore con abito nero bordato di pelliccia e ricco mantello rosso fiammante.

In termini di status sociale non si può saltare la famiglia dei Bentivoglio cui è dedicata una sezione importante del museo. Bellissime le due "paci", piccole tavole in argento a niello raffiguranti una crocefissione e una resurrezione. Ho dovuto estrarre i miei occhiali per potermele godere a sazietà... sono tra gli oggetti più belli di tutto il museo.

E poi si spazia fuori dal medioevo e da Bologna: mirabile coppia di piatti in avorio provenienti da Wurzburg con storie mitologiche e di David; boccale che unisce al piacere della birra l'elevazione spirituale in una crocefissione minuziosamente scolpita; una notevole collezione di oggetti artistici arabi; armi da fuoco ben cesellate e ornate di avori; statuette del Giambologna, tra cui un modello preparatorio del Nettuno chiaramente influenzato dal Mosè michelangiolesco; oggetti da Wunderkammer...

Una menzione a parte merita il lapidario che si incontra subito nel cortile d'entrata, con pietre tombali ebraiche - molto bella una che accoppia putti paganeggianti e la scrittura ebraica.

Sito web del museo






permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/9/2016 alle 14:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mantegna agli Eremitani di Padova
22 settembre 2016
Un bombardamento alleato ha distrutto gran parte della chiesa degli Eremitani, così che oggi dobbiamo accontentarci di un puzzle formato da frammenti sopravvissuti alle bombe alleate e delle parti in cui si cerca di ricostruire l'aspetto originario degli affreschi.

La vita di san Giacomo e la parte inferiore delle storie di San Cristoforo sono le sezioni meglio conservate di questi dipinti. A me piace particolarmente la scena in cui un ragazzo - più simile a Davide che ha ucciso Golia - trasporta la gamba gigantesca del santo. La folla che assiste allo straordinario evento sembra essere stata messa lì giusto per sottolineare le dimensioni eccezionali di Cristoforo. Sul fianco il signore pensoso che secondo Proust somiglia tanto a un servitore di casa Sainte-Euverte.

Le case dello sfondo, regolari e precise, mi ricordano le abitazioni di qualche dipinto metafisico di De Chirico ma speciale è l'edificio centrale, con la sua facciata bucata da un pergolato e la sua perfetta simmetria, sottolineata da due finestre parallele, quadri dentro il quadro.


https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/736x/01/a2/5b/01a25b76bcc7e68d9b1c33e103ab926b.jpg



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Rivanazzano - Settimana della fotografia
20 settembre 2016
La Settimana della fotografia che si è appena conclusa in quel di Rivanazzano (PV) ha distribuito lungo cinque diverse sedi altrettante esposizioni di fotografi. Il tempo a mia disposizione non mi ha permesso purtroppo di visitare la più decentrata mostra Maree di Ilaria Canobbio. Mi sono dovuto accontentare delle altre quattro.

Mario Balossini, novarese, fa un lavoro interessantissimo sull'astratto. Fotografa i riflessi di luce sul garage di casa, le ombre che vengono disegnate da tende e finestre, le crepe di un muro che creano una composizione a metà strada tra Mondrian e Fontana (solo che qui il taglio ad angolo retto è una illusione ottica: è il profondissimo nero a dare l'impressione di una lacerazione fisica della carta fotografica). Veniamo poi condotti a Casa Bossi, un edificio storico novarese già casa di Antonelli, ora in stato di abbandono. La tecnica digitale consente di sentire l'odore dei calcinacci e della polvere e rende vivida l'impressione di penetrare in un luogo solitario come il nostro cuore.

Andrea Simone offre un bianco e nero d'antan, foto del Bangladesh in cui predominano colori seppia e lumeggiature che rievocano immagini d'inizio novecento. Anche il formato - rigorosamente quadrato - rimanda al passato remoto della fotografia. Non si sente il bisogno del colore: le immagini sono già eloquenti così e tutto sommato è molto meglio immaginare le tinte dei sari piuttosto che vederle fisicamente. Composizioni di volti che trovano la capacità di sorridere a questo obiettivo che le trasporta nel nostro civilizzatissimo (!?!?!) mondo.

Raoul Iacometti ha un sito in cui pubblicizza la sua attività di fotografo per matrimoni e cerimonie. La sua mostra offre un curioso abbinamento di ballerini e fiori. Le pose dei danzatori si accoppiano a immagini floreali mi fanno rievocare lo straordinario Parsifal che Rolf Liebermann realizzò una trentina di anni fa a Ginevra in cui le fanciulle-fiore erano rappresentate da una coppia di ballerini su cui si proiettavano ombre di fiori in boccio. Ricercato e interessante.

Ilaria Cerutti
parla della solitudine. Grande sensibilità nella costruzione delle immagini, con un gusto che me la fa avvicinare all'astrattismo di Balossini (una visione di giardini pubblici milanesi imprigionati in un reticolo di transenne, un balcone fatto di fittissime barre verticali). Si rimane a metà strada tra la ricerca disperata della persona e della storia che nasconde ed un mondo geometrico che lo ingabbia (una bellissima foto nella piazzetta Gae Aulenti in cui, rovesciando l'immagine i riflessi nell'acqua diventano un cielo quadrettato da scie chimiche). A parlare sono non solo le persone raffigurate quanto la costruzione formale in cui sono inserite. Il gusto formale molto ricercato ma - mi assicura l'autrice - del tutto istintivo e casuale - è il punto di forza di questa esposizione.




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Camus - Lo straniero
16 settembre 2016
Si procede lentamente, con un ritmo dettato dal sole cocente algerino, che cancella le ombre ed appiattisce tutto. Anche i sentimenti. C'è una freddezza mista a cinismo che mi fa vogare tra Céline e Kafka. Perché ha del paradossale il modo con cui il protagonista si trova ad essere processato e condannato a morte in un'atmosfera di fatalismo privo di pathos. K. é un personaggio che si difende e che cerca di trovare una via d'uscita. Meursault invece si lascia condurre dagli eventi, così che anche io lettore non riesco ad avere una sincera partecipazione per il suo caso. Non sarò tra coloro che andranno con odio ad assistere alla sua esecuzione ma mi rendo conto di essere indifferente a lui come il sole che batte inesorabile sulla spiaggia arroventata.

Lo straniero é uno dei classici dell'arte del nostro tempo, con il suo senso di meccanica corsa verso una tragedia preparata da potenze ineluttabili. Anche la tragedia greca ha questa ineluttabilità - il Fato. Solo che qui la fede nei valori (piangere al funerale della mamma, la fede in Dio, il Matrimonio) è un teatro, una esibizione di facciata. La società chiede al protagonista un'adesione di facciata, si accontenta di poco, quello che basta per non vedere l'abisso di nulla su cui è costruita.






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Ariadne auf Naxos - Bohm 1944
11 settembre 2016

Un documento reso sfocato da suoni saturi e rumori parassiti, non sempre chiarissimo ma di notevole interesse: è l'esecuzione con cui il regime nazista festeggiò l'ottantesimo compleanno dell'autore.

Bohm è sinonimo di Strauss, non solo per la dedica della Daphne ma anche per la quantità e qualità di esecuzioni che ci ha lasciato. Non dovremmo essere stupiti da lui. Eppure c'è subito nel preludio orchestrale un'urgenza più che benemerita che culmina nella schioppettata di terzine al pianoforte che introducono l'entrata del maestro di musica. Il maggiordomo non è personaggio facile: in von Karajan è il sosia di Mario Monti, che parla con un monotono e lento staccato; Sinopoli con Ronconi ne aveva fatto un personaggio di Sturmtruppen. In generale ci sono sottolineature e vezzi parodistici che sono assenti da Alfred Muzzarelli. Non c'è un attore che fa il maggiordomo, ma un vero e proprio maggiordomo, distaccato e preciso nel riferire la volontà di un padrone con cui è del tutto solidale. Ed è anche notevole la velocità della sua parlata... forse il tempo del parlato che Strauss aveva in mente quando consigliava di tenerlo come misura del tempo musicale è molto più stretto di quanto si faccia correntemente. Del resto se così non fosse come potremmo rendere bene il ritmo binario del 6/8 dell'intermezzo comico dell'opera (che in Karajan diventa infatti un confortevole valzerone) o il tempo tagliato del finale?

Bohm sente benissimo le variazioni sottili del tempo, a differenza dello Jurowski di Glyndebourne diversifica le invocazioni delle ninfe e le risposte di Bacco. E va pure in là: dato che Strauss vuole che la seconda risposta di Bacco sia più lenta della prima anche la seconda invocazione è meno mossa della prima.

Max Lorenz ha una voce squillante, chiara e duttile. Si sente un Sigfrido ideale che si districa senza molte difficoltà in una parte impervia.

Maria Reining ha poco fiato (deve ripetere due volte "Ein schönes war") ma quando c'è il salto di ottava su "Totenreich" il la bemolle grave manda in tilt i sismografi. Straordinaria!

Irmgard Seefried ha un suono acido (le grain de la voix, direbbe Barthes) che non mi piace, ma è difficile trovare una maggiore intelligenza nelle dinamiche.

Alda Noni è una Zerbinetta ingiudicabile: troppo rapida per capire se ha fatto bene la prima cadenza della "Großmächtige Prinzessin" (ma a me è parso che sia stata approssimativa). La seconda invece è mancata del tutto. Un buco nel nastro? Un taglio? Propendo più per la seconda ipotesi. Peccato perchè è l'unica pecca in una registrazione che è indispensabile conoscere.



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Britten - Rape of Lucretia
8 settembre 2016

Lo stupro di Lucrezia (Rape of Lucretia) è davvero un'opera da camera. E' coinvolta una ventina di persone tra cantanti e strumentisti, la scena richiede davvero poco: basta - come per le parabole da chiesa - una pedana con qualche oggetto scenico. In questo caso ci sono lo scheletro di un parallelepipedo che ruota, dei fiori bianchi e i leggii dei due cantanti che impersonano il coro. La prima scena, occupata dalle sole voci maschili, è dominata dal buio in cui le figure balenano come fantasmi. La luce disegna contorni netti e distinti nel quadro successivo - interamente al femminile, una magia il quartetto di voci. Osservo en passant che ho faticato molto a comprendere il testo, non so se per mia incapacità, dizione mediocre dei cantanti o presa sonora che privilegia l'orchestra. Questo difetto mi ha però consentito di gustare la qualità orchestrale nell'uso della voce e mi ha fatto gustare in modo diverso la raffinatezza dei colori che Britten cava da un insieme molto sparuto di artisti.

Questo Rape of Lucretia è bellissimo. Un bell'amalgama strumentale, delle voci interessanti e fresche e poi... ci si accontenta di presentare questo bel testo senza intellettualismi, senza darcisi delle arie. Davvero imperdibile, tanto più che non ci si imbatte così facilmente in quest'opera.

Orchestra da camera dell'Università del Mozarteum

Cast:
Lucretia: Ksenia Leonidova
Lucia: Eliana Piedrahita
Bianca: Ruzana Grigorian
Coro femminile: Anna Samokhina
Coro maschile: Hany Abdelzaher
Tarquinius: Sergey Korotenko
Junius: Gunnar Nieland
Collatinus: Svyatoslav Besedin



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Arcumeggia (VA)
7 settembre 2016
A trenta chilometri da Varese Arcumeggia, appollaiata al termine di una serie di stretti e ripidi tornanti, è un villaggio triste di fatto di viuzze in acciottolato e case che trasudano morte e abbandono. Ma il posteggio del luogo è pieno di macchine provenienti anche da molto lontano perchè questo è il paese dei pittori, la pinacoteca all'aperto. Sui muri sono inserite delle lastre di cemento dipinte da autori contemporanei fra cui Usellini, Sassu, Brindisi... Uscendo dal posteggio siamo salutati da un Sant'Ambrogio che benedice Arcumeggia, di Carpi, e sopra l'ufficio turistico campeggia la divisione della polenta di Innocente Salvini. Immagini che si inseriscono nel territorio, nel tentativo di agganciare un mondo rurale lontano e sempre più evanescente - penso che la popolazione di Arcumeggia continui inesorabilmente a svanire, come tante immagini che - a furia di essere esposte all'atmosfera sono sbiadite e già poco riconoscibili.



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Oria - Villa Fogazzaro Roi
5 settembre 2016

Oria è un villaggio di un centinaio di abitanti, a un paio di chilometri dal confine con la Svizzera. Prima che si costruisse la statale asfaltata che passa sopra il paese l'unica strada esistente era un viottolo di sassi largo un metro. Sul piccolo sagrato si affaccia anche la villa in cui Fogazzaro viveva nei mesi estivi ed in cui è ambientato il "Piccolo mondo antico". Nel romanzo - di cui detesto il sentimentalismo patriottico mescolato alla dolciastra religiosità controriformista (proprio il contrario di Manzoni) - Oria e la villa sono descritte in modo particolareggiato e preciso. Vediamo il cimitero, la chiesetta, i giardini e la loggia da cui si gode un meraviglioso panorama sul Ceresio - anche se io preferisco il tratto compreso fra Gandria e Castagnola, in cui ogni curva della strada sopraelevata offre una sorpresa agli occhi.

L'interno di Villa Fogazzaro Roi mostra un ambiente borghese ottocentesco ed aiuta a capire la personalità dello scrittore che segna nel fondo del cassetto della scrivania gli eventi importanti della sua vita, che piange la morte precoce del primogenito. Non mi stupisce trovare foto di prelati nè, attorno al letto matrimoniale, una curiosa raccolta di reliquiari che le suore facevano con cartapesta, stagnola e altri materiali poveri. Sono piccoli lavori commoventi come i cestini confezionati dai pazienti dei centri di riabilitazione psichiatrica.

Penso che la persona più interessante da conoscere sarebbe stato il marchese Roi, ultimo proprietario della villa, uomo colto, grande collezionista (stupende le lastre in rame destinate alle incisioni). Con una pignoleria degna dei vicini confederati il testamento in cui dona la villa al FAI non lascia niente al caso, neppure il colore della carta igienica.



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Liebe der Danae - Strauss Salisburgo 2016
2 settembre 2016

Questa Liebe der Danae, uno degli ultimi lavori di Strauss, è un omaggio all'insostituibile amico e collaboratore Hoffmanstahl. Da Hoffmanstahl viene la gaia mitologia, già vista in azione nella Elena Egiziaca, come pure l'idea del padre che invia a un signore straricco il ritratto della figlia, nella speranza di salvarsi dalla bancarotta con un matrimonio miliardario (Arabella). Tipico di Hoffmanstahl è anche il particolare del messaggero che conquista il cuore della fanciulla destinata ad altri: è quello che succede qui a Mida, che ruba Danae a Giove. E' quello che è già accaduto nel Rosenkavalier dove Ottaviano si prende Sophie, ma anche in L'uomo difficile Karl strappa Helene a Neuhoff che gli aveva dato l'incarico di domandare per lui la mano della ragazza.

Ci si distacca da Hoffmanstahl con la figura di questo Giove in disarmo in cui è facile riconoscere l'alter-ego di Strauss, compositore fuori moda la cui Danae viene rappresentata in un'epoca cui si vuol credere che il futuro sia una cosa seriale.

Gira la ruota... Adesso - finalmente - la Liebe der Danae ha gli onori del Festival di Salisburgo con una rappresentazione degna di quest'opera.

Scene sgargianti e colorate, ambientazione forse più adatta a un Ratto del Serraglio, però - a mio avviso - molto riuscita e funzionale. Bella l'idea di far rappresentare a ballerine la pioggia dorata, meno piacevole la serie di filatrici di tappeti del terzo atto. Visivamente è  una gioia per gli occhi.

Le orecchie si debbono accontentare di Welser-Most, buono benchè non faccia arrivare l'interludio della pioggia d'oro al fortissimo dell'annuncio agli ottoni della presenza di Giove. La Stoyanova e la Hangler ci offrono però subito un celestiale duetto. Meno entusiasmanti i maschi con Gerhard Siegel che non ha la voce eroica necessaria per Midas. Sono ruoli ingrati in cui si richiede a un tenore caratterista di avere spunti da Heldentenor. La prova, per altro onorevole, di Siegel mostra però che il tenore eroico è l'unico che riesca a superare gli scogli di questa parte (non dimentichiamo che Windgassen interpretò Loge). Tomasz Konieczny ha un bel registro centrale - sarebbe adattissimo per cantare Robert Storch - ma non ha l'autorevolezza e gli acuti per rendere un credibile Giove (o Wotan). In compenso Norbert Ernst è stato divertente e preciso come Mercurio e il leggero Ablinger-Sperrhacke ha reso alla perfezione il breve ruolo di Pollux (questo sì indicato per un caratterista).

 



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Houellebecq - Particelle elementari
31 agosto 2016

Queste "Particelle elementari" sono proprio un brutto libro. Scritto in un linguaggio che pretende imitare l'oggettività del linguaggio scientifico ma riesce solo pedante, arido e noioso. Non è neppure chiaro di cosa si vuole parlare. Il soggetto è questo ricercatore franco-polacco i cui studi portano alla creazione di un uomo nuovo non più soggetto al caso delle mutazioni genetiche insite nella riproduzione sessuata? Oppure le frustrazioni, sessuali e non, del fratellastro? O l'analisi sociologica della nostra società, della disfunzione di un mondo che cerca un egoistico soddisfacimento delle proprie pulsioni animalesche (come se poi gli antichi romani o i nostri antenati delle caverne fossero così diversi da noi!). Magari queste "Particelle elementari" sono un testo filosofico, o di critica letteraria... ma a ben vedere non c'è bisogno che Houellebecq mi venga a spiegare che il "Brave New World" di Huxley non è affatto distopico, ma la descrizione di un hic et nunc facilmente riconoscibile, se solo ci si guarda un attimo attorno.

A metà libro comincio a sbadigliare e ad addormentarmi sulle pagine, e non c'è descrizione - anche molto dettagliata - di giochi erotici con tanto di critica puntuale dello stile narrativo dei filmetti porno che basti a risvegliarmi. Tanto era divertente "La carta e il territorio" quanto pesante e pedante questo libro, che sembra scritto da uno Sgarbi con l'indigestione.



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Ciccolini/Schumann: Carnaval (27-4-60)
29 agosto 2016

Un Carnaval inadatto a deboli di cuore: il Preambolo rispetta il fortissimo indicato da Schumann e riesce a dare un ulteriore aumento di volume sonoro per il finale. La Danza dei Davidsbundler non ha nulla di bonariamente pasticcione à la Meistersinger ma è un vero e proprio juggernaut che travolge tutte le figure di questo Carnaval.

Sono sempre inquietato dalla Reconnaissance, che risuona nel momento cruciale della Signorina Else di Schnitzler: il mio disagio in questa esecuzione è aumentato dalla forza con cui vengono marcate le sincopi del periodo centrale. Non ci sono bamboleggianti statuette in porcellana, ma è sempre sottostante un ghigno degno di Heine. Sono i fantasmi che popolano la mente bipolare di Schumann, immagini più da incubo che da sogno. Ecco per esempio il grottesco contrasto dei piani e forte nel Pierrot, un Pierrot che non fa pensare a Watteau quanto piuttosto a Ensor, con un colore che anticipa il mondo del Debussy più tardo.

Tante situazioni in cui le paginette di ogni numero disegnano una grande forma circolare, controllata perfettamente da un Ciccolini in stato di grazia.

La registrazione può essere scaricata come podcast dal sito Rai.



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Jean Giono - L'ussaro sul tetto
28 agosto 2016

Giono si aggiunge alla lunga lista di coloro che descrivono una pestilenza. Abbiamo il corredo di morti miserande e improvvise, dolori, miasmi, crudeltà infinite mescolate ad atti di pietà e coraggio, la resilienza di chi non si è ammalato o - se lo ha fatto - è riuscito a scapolarla, le bufale sugli untori e sui piani segreti di poteri forti che vogliono uccidere la brava gente. Non ci manca perfino la lunga - anche troppo - dissertazione sul fatto che il colera non esiste. Infatti subito dopo Pauline rischia di lasciarci la pelle.

L'unica cosa che non mi piace di questo romanzo è il protagonista Angelo, troppo bello e innamorato di se stesso. E' un carbonaro piemontese scappato in Francia dopo aver ucciso in duello un delatore. Avrebbe potuto benissimo assoldare un sicario per la bisogna, ma allora avrebbe smesso di essere un inguaribile narciso. E' proprio perchè Angelo mi è così antipatico che non ho mai letto gli altri romanzi della trilogia di cui fa parte questo libro.

In compenso però la descrizione dei villaggi e del paesaggio della regione PACA (Provence-Alpes-Cotes d'Azur), calcinato dal calore, con la povera vegetazione che cresce - sa Dio come - su una roccia bianca è bellissima e ripaga della verbosità di Angelo.





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Lily King - Euforia
25 agosto 2016

Siamo nella Nuova Guinea, lungo il corso del Sepik (ah, i ricordi di Hugo Pratt!) e degli antropologi stanno studiando le popolazioni locali. La scienza però passa in secondo piano rispetto alle invidie e alle gelosie - anche sentimentali - tra i nostri personaggi. Gli indigeni sono talvolta spettatori, talora parte integrante delle relazioni tra coloro che hanno la pretesa di studiarli - e di capirli.

Si tratta di un romanzo di fantasia basato su persone realmente esistite, perfino io riesco infatti a riconoscere Margaret Mead nel personaggio di Nelly Stone. Ovviamente che i fatti narrati siano avvenuti o meno, non ha alcuna importanza. Conta solo che Lily King ci leghi alla sua pagina e ci emozioni.

E' un libro bellissimo, che regala degli ottimi momenti di contemplazione del guazzabuglio del cuore umano.





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Crepuscolo degli dei Bayreuth 2016
20 agosto 2016

Spesso si arriva al Crepuscolo degli dei stanchi e senza più idee. Bisogna tra l'altro rendere adeguatamente un finale volutamente lasciato aperto dal compositore. Non è facile neanche esprimere il disfacimento del mondo che nel mattino del Rheingold appariva così promettente. Tutti problemi che non sfiorano Castorf: quello non aveva idee già all'inizio della maratona del Ring, figuriamoci adesso. All'improvviso dal Doner Kebab e dal fruttivendolo sbuca la facciata della borsa di New York. Ma sì, un po' di critica al capitalismo sta sempre bene. Nel finale si salta l'ultimo verso di Hagen che rimane a guardare le figlie del Reno mentre buttano l'anello nel fuoco che esce da un bidone - molto Tolkien, ma mi manca Gollum.

E' tutto qui, ci si indigna e si applaude in un gioco delle parti inutile come questo allestimento: ammettere che si è assistito a quindici ore di nulla, per giunta suonato e cantato male equivale a dire che si sono buttate nel cesso centinaia di euro (almeno 600 di sola biglietteria).

Non era poi così male la prima idea di Wagner, di costruire un teatro provvisorio, da demolire una volta fatta la rappresentazione. Non solo ci saremmo risparmiati il baraccone ormai inutile ed obsoleto della verde collina, ma avremmo avuto - di necessità - una struttura semplice, un carro di Tespi, in cui lasciare al pubblico la libertà di immaginare ciò che musica e parole descrivono. Quel volo di fantasia che Shakespeare pretende sempre - di nuovo perchè alla sua epoca aveva a disposizione solo un palco nudo con pochissimi elementi scenici. Ma allora, come sarebbero campati gli "impiegati dell'arte" come Krethina Wagner e soci?





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Sigfrido a Bayreuth 2016
19 agosto 2016

Con quale arma Sigfrido ucciderà il drago Fafner? Con Notung, l'invidiata spada, risponde lo stolido Mime. E anche Chéreau, rivoluzionario della domenica, che razzola male dopo aver ben predicato, mette in mano all'eroe una bella spada come da tradizione. Non sia mai che a Bayreuth si faccia una simile scemenza! Dopo aver escluso anche la spada con led del Met, memori di Jonathan Swift secondo il quale le migliori idee vengono mettendocisi sulla seggetta, i nostri hanno fatto un brain-storming con le chiappe ben poggiate sui WC del Festspielhaus. Castorf ha trovato una soluzione geniale: usiamo il Kalashnikov! Krethina Wagner si è entusiasmata al punto da associare l'immagine del mitra a Sigfrido in tutte le locandine del festival e per essere sicura che non sfugga la portata di questa rivoluzionaria idea ha anche avvertito il pubblico  che il suono della mitraglia viene prodotto in modo da non creare danno fisico agli astanti.

Il guaio di tutto questo è che il pubblico applaude o al massimo fischia o fa "buuh". Invece bisognerebbe sommergere questi imbecilli sotto una sonora risata. Non è difficile. Cosa di più divertente del cameriere che porta il conto a Wotan sul più bello di un pompino? O la lotta di Brunnhilde a colpi d'ombrello contro un alligatore davanti all'ufficio postale di Alexanderplatz? Che poi l'alligatore, bestia dotata di fine orecchio musicale, è rimasto a bocca aperta sentendo la Foster guaire: il poverino non aveva mai sentito una Brunnhilde così sottile, insignificante, musicalmente spolpata (e spompata).

Il monte Rushmore comunista ha un suo fascino, è visivamente bello, ma non vuol dire nulla, come del resto il 120% di quello che esce dal cervello (o dal didietro - é uguale) di Castorf. Ciò che si trova di sensato fa parte dell'armamentario della tradizione wagneriana, che viene ripreso con il pilota automatico, a dimostrazione del fatto che il vuoto mentale non si riempie sostituendo a Notung un fucile da guerra.

Non mi spiacciono i tempi stretti di Janowski, ma un respiro ogni tanto non sarebbe male, la solitudine desolata dei violini all'apertura dell'ultima scena è assente - come del resto qualunque momento lirico. Stefan Vinke non è male, ma sulla distanza mostra la corda... forse giganteggia perchè circondato da pigmei (Foster e Lundgren). In generale bisogna ammettere che questa giornata mi sembra la migliore. Magari perchè ormai mi sono assuefatto alla sciatteria che circonda la realizzazione musicale di questo Ring.





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Valchiria a Bayreuth 2016
17 agosto 2016

E' impossibile sbagliare un allestimento di Valchiria (ma anche di Tristano). Sono due opere cameristiche, con pochi personaggi (le Valchirie sono un coro di otto persone senza caratteri individuali netti), l'azione si limita a cinque minuti a fine atto (tranne che nel terzo, che si apre con la celebre cavalcata). Il regista è dunque obbligato a stare entro i binari stabiliti dal compositore. Chereau e Ponnelle mostrano che si può comunque fare qualcosa di originale e profondo ma Castorf non è neanche l'ombra di questi due uomini di teatro. E' un quacquaracquà che tira a campare alla meglio con qualche provocazione. Non fosse per la stia dei tacchini, la casa di Hunding potrebbe essere quella usata nel festival del 1876. Più tardi la struttura ruota su se stessa per mostrare una torre di trivellazione del petrolio. Texas? O Baku? Wotan infatti sembra un ebreo russo, legge la Pravda, prova a cantare (John Lundgren) l'addio a Brunnhilde sullo sfondo di un film in bianco e nero con didascalie in russo che annunciano una telefonata da Mosca. Risibili inezie. La Valchiria va avanti da sola, indipendentemente da Castorf e si lascia dunque vedere bene.

Non biasimo i tempi di Janowski. Poverino, non può che inserire la quarta sperando che i cantanti arrivino fino in fondo: a metà del primo atto Ventris e la Melton faticano a centrare gli acuti, figuriamoci tenerli. Poi c'è il mio idolo: Catherine Foster, l'infermiera degli orrori. Un tempo questa tizia avrebbe al massimo avuto la parte di una Valchiria, oggi fa Brunnhilde e ce la dobbiamo pure far piacere perchè altrimenti ci rifilano la Herlitzius.




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Rheingold a Bayreuth 2016
16 agosto 2016

L'acustica del Festspielhaus consente anche a voci piccole di riempire facilmente il teatro. Dunque forse quelli che dalla registrazione appaiono cantanti sottodimensionati, in teatro fanno buona figura. Purtroppo la struttura del Rheingold contiene moltissime di quelle che io chiamo micro-arie, precedute e inframmezzate da recitativi. E lì bisogna cantare. Mica facile. E Sarah Connolly trasforma una linea vocale quasi belliniana in un inferno (Herrliche Wohnung, wonniger Hausrat). E che dire del mostruoso raspare di Fafner nell'aria delle mele d'oro? O degli accenti sballati di Donner che chiama a sè le nubi? Mi piacerebbe capire cosa sono le note appena appoggiate di Saccà nell'uscita finale di Loge. Non è canto, non è recitazione, a tutta prima direi che sia mancanza di voce. Però lasciamogli il beneficio d'inventario della registrazione... Sembra di assistere a una prova in cui - per risparmiare la voce - i cantanti si limitano ad accennare la loro parte. Fuori tempo e talvolta pure sbagliando le note (vero Iain Paterson? Wotan con l'autorevolezza di un girino).

Di Marek Janowski non si può che dire male: il preludio descrive il ronzare di una lucidatrice e mi immagino più che le ninfe nuotanti nel fiume una società di pulizie nel fervore del proprio lavoro. Piatto, dinamica inesistente, colori e sfumature nulle. Groissbock, che normalmente sa il fatto suo, è costretto a disegnare un Fasolt monocromatico, privo di quelle gentilezze da bruto con cuore che lo rende così interessante ("Die ihr durch schonheit herrscht", altra micro-aria). Non si può trovare in questa stolida direzione d'orchestra lo spazio per l'espansione lirica improvvisa che piace tanto a Wagner. Una pena infinita.

E poi c'è Castorf, il sedicente regista. Mi ricordo un Oro del Reno di Stoccarda ambientato in un albergo. Il Golden Motel di Castorf non è dunque nulla di nuovo. Purtroppo è realizzato male: l'allestimento di Stoccarda, pur non essendo di mio gusto, aveva un significato e conduceva con intelligenza la narrazione di Wagner. Possiamo benissimo vedere nella Tetralogia un "Dallas" ante-litteram con Wotan/JR ma i personaggi vanno costruiti e le idee - quando le si hanno (alle figlie del Reno puttane c'era già arrivato Chereau, buon'anima) vanno sviluppate.

Si apre la seconda scena con Wotan che tromba la cognata in un motel? Benissimo... si può immaginare che la moglie lo sorprenda e gli faccia una scenata, magari un po' piagnucolosa, stile Beautiful (la musica può accettare un ceffone giusto su "Wotan, Gemahl, erwache") poi Freia, appreso ciò che l'aspetta, cerca di organizzare la fuga, la macchina non parte, quando si vedono i fari della vettura dei giganti lei scende dall'auto e sale nella stanza del cognato... si può fare benissimo tutto questo rispettando la musica e l'azione scenica. Solo che Castorf o incomincia senza concludere o fa tutto in un tempo scenico-musicale sbagliato. Benissimo i giganti presentati come teppisti (e ci vedrei un Fasolt alla Marlon Brandon - è dai tempi di Chereau che siamo abituati a che Freia sia invaghita del gigante dal cuore tenero) ma poi bisogna sviluppare l'idea. O che senso ha iniziare la terza scena con Mime e Alberico già legati e incappucciati dalla coppia Wotan/Loge? Tutto quello che segue diventa assurdo e pleonastico.

Insomma, la regia di Castorf è un susseguirsi di effetti fini a se stessi, ciò che Wagner odiava di più. Il teatro vive nel presente e deve adattarsi alla trasformazione del pubblico (un Ring tradizionale come quello di Lepage alla fine presenta una Brunnhilde simile a Wonderwoman). Ma qui non abbiamo teatro, solo degli imbecilli pretenziosi.





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Parsifal a Bayreuth 2016
13 agosto 2016
L'attacco del tema dell'agape fraterna ha la morbidezza e l'amalgama sonora giusta, la tromba entra con il corretto pianissimo: si lascia percepire come lo scheletro che regge la soffice carne dell'orchestra wagneriana. I tempi sono stretti, non è però l'urgenza minzionale di Boulez ma il desiderio di raccontare una storia niente affatto ingessata e statica. Nessuna ieratica compunzione di facciata: il preludio terzo può scorrere con la tensione di un ultimo quartetto beethoveniano, non si esagera nel sottolineare gli sforzati, il breve sviluppo che conclude il preludio primo disegna un calmo agonizzare più che il violento spasimo del dolore. Prendiamo il passaggio del secondo atto "Ha! Jammer!". Abbiamo tutti in testa il forte violento, provocatorio e beffardo di Irene Dalis... Wagner, come molti suoi colleghi, anche posteriori, lascia al cantante il compito di scegliere la dinamica approppriata. Elena Pankratova opta per un piano in cui si intravede già la penitente dell'ultimo atto. É la Pankratova ad essere in gamba, cantando ogni nota senza i rutti che la Herlitzius spaccia per canto espressivo, o é merito di Haenchen, che con carisma ha imposto a tutti di cantare? Perché tutti hanno abbandonato gli orribili grugniti che infestano i nostri teatri. 

Un capitolo a parte é rappresentato da Vogt. Non è un tenore eroico: gli mancano il colore brunito della voce, la baldanza e l'impeto dello squillo. Ma é educato e sa cantare, riesce a superare le difficoltà di questo testo con qualche furbizia (e quale prezzo sull'usura della voce?). É nato per fare le parti di personaggi problematici, che non hanno la forza di avere il ruolo dominante cui anelano (Don Ottavio, Alwa). Ci sta una voce bianca per esprimere quanto c'è di angelicato e sopraterreno in Parsifal (o anche Lohengrin). Però ci sono i momenti in cui vorrei un po' più di testosterone. Alla fine mi é piaciuto, mi ha soddisfatto però non è il mio Parsifal ideale. Mi accontento perché non si riesce a clonare Kaufmann, ma se é questa la prospettiva del canto wagneriano (e non solo) siamo messi malissimo.

La regia si ispira esplicitamente al film "Uomini di Dio". Klingsor vive in un ambiente simile alla chiesetta a croce greca dei monaci del Graal, ma di stile moresco (curioso come lo spirito - se non addirittura anche la lettera - delle didascalie wagneriane sia rispettato). Non faccio una piega di fronte a Kalashnikov e tute mimetiche, né ai chador - che somigliano anche a sai di monache - presto sostituiti da tenute da danza del ventre. E mi sta bene pure la doccia a metà tra misticismo vegano e pubblicità televisiva del Karfreitagszauber. Durante il finale i rappresentanti delle varie religioni mettono gli emblemi dei loro credo nella bara di Titurel e si accendono le luci in sala per far entrare il pubblico nella cerimonia conclusiva del Graal. Questo ultimo effetto, che ricorda Herheim, é bellissimo fino alle lacrime - posso facilmente immaginare la commozione di chi si trova in sala. A questo punto tutto é dimenticato e accettato e si è felici. Anche a casa c'è posto per un piccolo applauso.




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Berg - Wozzeck - Francoforte 2016
10 agosto 2016
Due pareti  dividono la scena in tre parti, due piccole laterali e una principale in mezzo. Lo sfondo è un muro compatto e grigio che lascia il posto a un campo di grano durante la raccolta della legna e alla morte di Wozzeck e della sua compagna. Nell'ultima scena è sostituito da un cielo azzurro solcato da nubi: è l'unico momento dell'opera in cui sono in scena solo persone innocenti e pure: i bambini e il folle. L'effetto di questo capovolgimento conclusivo è potentissimo: è il culmine di un allestimento senza fronzoli che si concentra sul caso clinico della società. Il capitano è in abito da sera, il dottore è in camice ed elegante abito da città, gli altri hanno abiti anonimi contemporanei. Wozzeck spicca con la sua maglietta rossa - nonchè per il suo fisico davvero imponente - rossi sono anche i vestiti di Marie e Margret. Wozzeck sembra all'inizio un sorvegliato speciale, una persona da indagare, ma con lo sviluppo dell'azione è tutto l'ambiente ad apparire malato, sorvegliato dalla presenza costante del folle, cui spetta l'ultima parola -  è lui a pronunciare il conclusivo "Hop, Hop".

La parte musicale non è da meno di quella visiva anche se ho avuto l'impressione che la ripresa audio, per altro molto dettagliata, privilegiasse troppo l'orchestra sui cantanti.

E' un Wozzeck molto interessante che conferma quanto, quasi due secoli fa, Buchner fosse stato preveggente.





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Mulhouse - Santo Stefano
9 agosto 2016

Il monumento più famoso di Mulhouse è il vecchio municipio, interamente affrescato, che si affaccia su una piazza che parla di Confederazione Elvetica: stemmi dei cantoni, statua di Guglielmo Tell, ricordo di Winkelried.

In mezzo vi sorge la cattedrale di Santo Stefano, che fornisce un grande colpo d'occhio (adesso però è in restauro) ma che risale al XIX secolo. Pieno neogotico, dunque. All'interno  però c'è una fantastica serie di vetrate che possono essere viste da vicino salendo al piano superiore tramite una scala a chiocciola. Mi piace sempre l'immediatezza con cui l'arte medievale dà forma alle idee: le virtù schiacciano i vizi cacciando loro in gola dei pali con veemenza e brutalità, i diavoli - anche quando sono grotteschi - hanno una immensa concretezza.

La curiosità della visita di oggi è data dalla presenza di una mostra di vetrate moderne. Le arcinote vicende bibliche sono trasportate ai nostri giorni: il cantiere della torre di Babele è circondato da betoniere e gru, Maria riceve l'Arcangelo mentre sta leggendo un giornale su una terrazza d'albergo e ovviamente i fuggiaschi in Egitto hanno l'aspetto di tanti migranti contemporanei. Non mancano riferimenti a Picasso, Munch, Doisneau (il famoso bacio il giorno della liberazione di Parigi). Non sempre pertinenti, non sempre originali... ma ad esempio la vetrata della creazione del mondo, in cui  - nel predominio del rosso - si intrufola un serpente giallo, piccolo e a prima vista insignificante è molto bella. Il venerdì sono presenti gli autori - Guillaume e Patrick Jaegy - ben disposti a illustrare il loro lavoro ai visitatori della chiesa.





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Creglingen - Il Marienaltar
7 agosto 2016

La Herrgottkirche (Chiesa di Domineddio) si trova fuori dal centro abitato di Creglingen: una volta oltrepassato il ponte Riemenschneider, bisogna andare avanti un paio di chilometri (direzione Munster) prima di vedere la chiesa. Esternamente è davvero insignificante, ma dentro presenta alcuni altari che, per quanto belli, sono resi invisibili dal Marienaltar di Riemenschneider, che occupa orgogliosamente il primo piano dello spazio a disposizione.

In alto l'immagine di Cristo, l'inizio e la fine di ogni cosa, anche della stessa maternità di Maria, tanto che appunto la sua incoronazione è sotto l'immagine del figlio.

Che la Madonna si sia addormentata senza conoscere la morte non è un  concetto del tutto pacifico: a San Sebaldo in Norimberga un portale mostra addirittura la bara in cui si trova il corpo della Vergine. La logica vuole che se non c'è macchia di peccato originale non ci sia motivo perchè Maria muoia ed eccola quindi vispa, e sexy come non mai, mentre scappa dalle mani degli apostoli, circondata dagli angeli. E mi colpisce il panneggio della veste del secondo apostolo da sinistra: ci vedo un anticipo di certe fantasiose fluttuazioni degli abiti che diventeranno comuni nell'epoca barocca.

Meno interessanti secondo me i pannelli laterali con le scene della vita della Vergine: la prospettiva appare più schiacciata e piatta, lontana dal rigoglio tridimensionale del resto dell'altare.





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Belfort (F)
5 agosto 2016

Come dice il toponimo la città è caratterizzata dalla presenza di un poderoso sistema di fortificazioni. Sono arrivato da nord, dalla porta di Breisach (altra città fortificata) ho attraversato la doppia cinta di mura e mi sono trovato un posteggio vicinissimo alla chiesa di San Cristoforo, neoclassica, nella pietra rossa del paese e tutto sommato senza un grande interesse. 

Le cose cambiano quando ci si muove verso la cittadella, che domina la città e sotto la quale si trova il famoso Leone di Belfort, gigantesca statua creata da Auguste Bartholdy, il creatore della Statua della Libertà. Avevo già visto un piccolo museo dedicato a Bartholdy a Colmar, la sua città natale. Qui all'entrata del palazzo della cittadella gran parte del primo piano si occupa del lavoro di Bartholdy, abbozzi del leone, ritratti e progetti, il tutto nell'ambiente di Napoleone  III, il mondo di una borghesia soddisfatta di sè e smaniosa di  mettersi in mostra, per la quale gigante è bello (lo si vede anche nel monumento dei tre assedi).

Meno interessanti per me le sezioni di archeologia e di guerra... ma sono in una fortezza militare: cosa posso  attendermi?




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Museo della cattedrale - Strasburgo
4 agosto 2016

Il museo della cattedrale di Strasburgo consente innanzi tutto di vedere gli originali delle statue della cattedrale (vergini sagge e folli, i leoni che si innalzano attorno al portale centrale). Si potrà obiettare che queste opere non sono state fatte per essere viste ad altezza d'uomo, ma è facile che a distanza sfuggano certi particolari, come lo sguardo malandrino che la Chiesa sembra rivolgere alla Sinagoga, o quanto il tentatore sia belloccio, nei panni di un giovane che tiene in mano un fiore invitante.

Questo museo ha altre ragioni di essere visitato. Numerose vetrate, statuaria di vario genere (meravigliosi i ritratti scolpiti, talvolta pure caricaturali come quello di una persona colpita da emiparesi), altari, Madonne e Santi provenienti dalla regione, la ricostruzione della sala in cui si riuniva il consiglio degli amministratori della cattedrale. All'ultimo piano una sezione mostra in fac-simile i disegni lasciati dagli architetti, tanto per farci ammirare la maestria di questi artisti, tra l'altro contesi dalle città che volevano primeggiare costruendo delle cattedrali  da primato.

Di fronte a tutto questo appare banale il giardino medievale che si apre sulla strada, pallida anticipazione di un pasto artistico quanto  mai nutriente.




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Marburg (Assia)
3 agosto 2016

La Elisabetta cui è dedicata la chiesa principale di Marburg ha più di un'affinità con la protagonista di Tannhauser: vive alla Wartburg con il Landgravio - suo marito. Rimasta vedova scappa a Marburg dove si dedica alla carità e alla vita contemplativa. Alla sua morte è santificata con una velocità degna di Wojtyla. Le sue ossa - che scompariranno con la Riforma- saranno conservate in una cassa dorata, in forma di chiesa con sui lati lunghi gli apostoli e Cristo e sui corti Elisabetta e Maria.

Il tramezzo, dal culmine in legno, separa dalla parte più interessante della chiesa: sarcofago e tomba di Elisabetta, sepolture dei landgravi dell'Assia, vetrate ed altari.

Un interessante complemento a questa chiesa è dato dal castello, che domina la città. Vi ho trovato alcuni crocifissi di indubbio fascino nella loro semplice primitività e un arazzo di grandi dimensioni che racconta in modo tanto semplice quanto efficace la parabola del figliol prodigo. Il disegno è talvolta rozzo, i colori sono piatti ma il messaggio arriva con un grande impatto emotivo.

E poi Marburg offre la solita possibilità di passeggiare in un centro storico ricco di case a graticcio che trova il suo centro di gravità sul Markt, con uno stupendo municipio in muratura in cui si staglia l'onnipresente Elisabetta che tiene in mano la propria chiesa.



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RheinHessen
2 agosto 2016

Il titolo "RheinHessen" mi sembra indovinato per un luogo in cui attraversando il fiume si passa da Renania-Palatinato ad Assia.

L'immagine simbolo dell'esposizione è una chiave di volta, molto ben conservata, con segni di colore, che raffigura un floreale volto di donna che fa molto liberty ante litteram.

Schlußstein, Mainz, um 1450 mit Darstellung eines „grünen Manns“ Sandstein mit Resten der farbigen Fassung

Il percorso comincia con gli ornamenti di tombe di nobili barbari, si snoda con piastre di pietra rossa provenienti dalla sala dei mercanti: anche i vescovi sono rappresentati in armatura cavalleresca - e del resto nessuno prenderebbe l'arcivescovo Albrecht per un ecclesiastico se non fosse che nel ritratto (scuola di Cranach) non indossasse un cappello rosso.

Un capitolo a sè merita la sezione Biedermeier, con un'ampia serie di paesaggi di fantasia ma ispirati alla zona renana che rispondono tanto bene all'immaginario romantico. Non è qualcosa che io ami svisceratamente, ma più vedo questi quadri e più comprendo che la nostra società trova le sue radici nel quieto perbenismo borghese di quest'epoca di restaurazione: la bella Maria di Guaita è una signora elegante che non sfigurerebbe in un salone della prima metà del XX secolo.

Porträt Marie von Guaita





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Il convento di Eberbach
1 agosto 2016

Gli amanti di cinema conoscono il convento di Eberbach perchè vi è stato girato il "Nome della Rosa", io vi ho riconosciuto la sede dei concerti del festival del Rheingau.

L'insieme del convento di Eberbach è conservato molto bene - un'intera ala è adibita ad albergo, ristorante e vendita di vini. La parte conventuale vera e propria ha un chiostro molto bello che su un'ala dà accesso alla chiesa basilicale romanica, del tutto spoglia, fatta eccezione per qualche tomba gotica. Sulle altre pareti - di cui una molto bella a graticcio, andiamo verso gli spazi abituali di un simile complesso: sala capitolare, un dormitorio e due refettori - uno per i laici, che ospita oggi una raccolta di presse per l'uva e l'altro per i religiosi. Quest'ultimo è una sala dal soffitto rococò, ricoperta di pannelli in legno, con ritratti ed un notevole armadio; il dormitorio, al primo piano sopra la sala capitolare è molto suggestivo e conduce ad un museo che mi è parso molto interessante.

Vi ho trovato le mensole originali del chiostro, statue barocche provenienti dal convento, ma sopra tutto, nell'ultima sala, due croci in ferro risalenti all'inizio del secondo millennio. Una mostra un Cristo dagli occhi aperti ed ha alla base una testa di leone che la rende assolutamente originale dal punto di vista iconografico, l'altra è costituita di due parti unite ed era destinata a conservare una reliqua della Santa Croce. Bisogna aguzzare non poco la vista per vedere ciò che viene raffigurato (la Madonna e gli Evangelisti), però vale la visita.



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Miltenberg (Baviera)
31 luglio 2016

Non so più quanti paesini pittoreschi simili  a Miltenberg io abbia visto fino ad oggi: case a graticcio, dipinte alla perfezione, senza una scrostatura anche microscopica dell'intonaco; qua e là una iscrizione - anno  di costruzione, di restauro, un proverbio o una lode al Signore - immancabili la nicchia che accoglie una Vergine con il bambino e lo sporto debitamente istoriato.

Miltenberg si stende pacifica lungo il Meno, in un paesaggio collinare. E' stretto e lungo, con un perimetro delimitato da una cinta di mura in gran parte sparita -  anche se rimangono le torri che consentivano l'ingresso in città. Volendo si può salire anche fino al castello rinascimentale che domina la città: è una  strada niente affatto impegnativa, tranquilla e felice.

In questo tratto di strada, fra Tauberbischofsheim e Aschaffenburg, Miltenberg è uno dei luoghi più belli, in cui è  piacevole passeggiare e godere la calma animazione di una domenica di festa... perchè i tedeschi riescono a non far chiasso nemmeno quando sono tanti e in libera uscita.





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Weikersheim - Il castello
30 luglio 2016

Il castello di Weikersheim, già della famiglia Hohenlohe, appartiene oggi allo stato del Baden-Wurttemberg. 

Nel castello si riconoscono due distinte fasi artistiche, quella rinascimentale e la barocca. La prima è senza dubbio la più interessante con la ricchissima e monumentale Sala dei cavalieri. In mezzo alla sala troneggia uno stupendo candeliere argentato munito di sistema che, abbassandolo, consentiva di accendere le candele; il soffitto è costituito da quadri dipinti che raffigurano scene di caccia; ai lati due portali illustrano le prodezze della casata (la guerra contro i turchi). Subito dopo due stanze con soffitti che raccontano prima l'uccisione (in difesa della patria o del proprio onore) di illustri romani e poi la morte (anche per mano propria) delle dame del passato (non solo romane, c'è pure Cleopatra, raffigurata vicino all'artista che ha realizzato quest'opera.

Molto ricca, anche se più prevedibile, la sezione barocca e rococò, perfettamente conservata (mobilio ed arredamento sono quasi tutti originali) con le stanze dei padroni di casa. 

Dietro il castello un parco alla francesce, con due fontane, un'ampia orangerie e tante aiuole fiorite. Pare che il  momento migliore per visitarlo sia la primavera, quando c'è la fioritura dei tulipani, ma anche adesso, in piena estate è tutt'altro che  disprezzabile.




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Norimberga - San Lorenzo
29 luglio 2016
Avevo visto al Marienberg di Wurzburg un'Annunciazione di Riemenschneider che mi ricordava il Saluto dell'Angelo di Norimberga. Qui, però nella chiesa di san Lorenzo, sono soggiogato dalle gigantesche proporzioni di questa Annunciazione, dalla finezza dei colori che riproducono fedelmente l'incarnato dei personaggi, che paiono vivi nella tenue penombra. E poi i medaglioni con scene della vita di Maria. Nulla lasciato al caso, tutto vivido ed espressivo. Tra l'altro non guasta che appena davanti ci sia un aereo e luminoso Crocefisso che concluda il ciclo della Redenzione, tra l'altro con dei bracci verdeggianti che evocano subito l'immagine della Resurrezione.Un altro gioiello di questa chiesa è il ciborio. Immenso e maestoso. Ciò che mi ha interessato di più è stata la presenza, sotto la predella, di figure umane che sostengono la poderosa architettura. Una in particolare ha mantenuto il proprio colore, ha una bella barba ricciuta da integralista musulmano e ha una spiccata personalità che guarda ai tempi nuovi dell'arte.



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La fortezza Marienberg a Wurzburg
27 luglio 2016
La fortezza di Marienberg, eretta nel 1250, è stata sede del potere temporale ed ecclesiastico di Wurzburg per cinque secoli, quando è stata completata la residenza cittadina. Oggi contiene due musei, uno - Museo del palazzo dei principi - è dedicato alla storia della città, dalla sua fondazione ad oggi - c'è anche un plastico che raffigura Wurzburg come appariva dopo il bombardamento alleato, l'altro - "Museo del Meno e della Franconia" - contiene delle straordinarie opere d'arte.

Innanzitutto ha una sala interamente dedicata a Riemenschneider, scultore straordinario per la precisione con cui descrive i suoi personaggi, la cura dell'abbigliamento (anche il ginocchio della Madonna, che disegna delicatamente la curva dell'abito). Ha uno stile talmente importante che si riconosce subito la presenza anche nei lavori di bottega. Sono presenti sia sculture in legno  che in pietra (tra queste gli Adamo ed Eva originali  della Marienkirche del Markt).

Ho anche apprezzato moltissimo alcuni dipinti di Zick, il bavarese che i Tiepolo hanno soppiantato nella decorazione della Residenza, che mi guarda con orgoglioso cipiglio nel suo  autoritratto: una Deposizione di Croce, in cui il corpo livido del Salvatore si staglia nell'oscurità dell'ambiente mi è parsa stupenda. Ci sono degli effetti di luce affatto interessanti. Anche se l'arte barocca non sopporta bene di essere confinata nello spazio ristretto degli abbozzi e progetti il bavarese mostra di sapere il fatto suo.

C'è davvero tanto materiale, da una collezione di spremitoi e tini per la produzione del vino a opere dell'epoca gotica, agli originali delle statue che adornano il giardino rococò della residenza estiva dei vescovi a Veitshochsheim - per noi muniti di auto a un tiro di schioppo  da Wurzburg ma un tempo un viaggio importante.

Infine sono interessanti anche i dipinti che mostrano gli interni delle chiese cittadine come apparivano un  tempo, tanto per farci apprezzare i danni che la follia umana riesce a fare.




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