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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Scuola romana a Villa Torlonia
10 novembre 2018
I vecchi ricordano le immagini dei film Luce che mostrano Mussolini nella intimità di villa Torlonia. Dopo un lungo periodo di degrado il luogo è tornato ad essere fruibile. Non so però quante persone si rendano conto del valore di villa Torlonia.
 
Ho visitato il solo Casino dei nobili (il maltempo recente ha portato non pochi danni), una costruzione in uno stile neoclassico molto comune anche fuori Europa, visto che mi ha evocato le ville dei magnati di Newport nel Rhode Island. A piano terra e primo piano sono ricostruiti gli ambienti dei Torlonia: ori, marmi, affreschi. La decorazione molto ricca rende la sala da ballo più grande di quello che essa è in realtà. Tutto molto bello, piacevole. Il dolce sta in fondo, al secondo piano: un museo dedicato alla cosiddetta scuola romana.
 
La Crocefissione laica di Fausto Pirandello, con questo Cristo sdraiato a terra, di sbieco in una foresta di piedi
 
torlonia
 
o ancora la Lezione di piano di Mafai, con le due figure femminili rigide e impettite che mi fanno sentire gli sgradevoli suoni che escono dal martoriato pianoforte verticale
 
torlonia
 
E se l'arte mi deve fare entrare nella pelle di qualcun altro non riesco a trovare niente di meglio delle prostitute di Vespignani: mammelle cadenti, pance rigonfie, un sesso sfatto che si intravede in una lingerie traforata. Ma come sono sensuali e desiderabili!
 
E poi ci sono le sculture di Antonietta Raphael, opere di Cagli, Capogrossi, Fazzini... fino a giungere alla sorpresa della donazione Ingrao.
 
Non sapevo che il politico del PCI avesse un fratello e una cognata appassionati collezionisti d'arte e che le opere in loro possesso avessero trovato ospitalità in due stanze di villa Torlonia.
 
Si tratta della continuazione ideale di quanto visto precedentemente della scuola romana. Al di là del valore umano delle dediche lasciate ai collezionisti ci sono lavori di altissimo valore (dei Burri tanto piccoli quanto belli).
 
Io poi ho lasciato il cuore di fronte alla tenue armonia di questo Turcato
 
torlonia
 
Bello e stellare



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Saariaho - L'amour de loin (Metropolitan)
5 novembre 2018
L'oscurità è rotta da stelline che si illuminano una alla volta ad ogni tintinnar delle percussioni. E quando si illumina la scena una torre in metallo su cui si trovano a turno i due innamorati (Jaufré Rudel e Clémence). In basso delle strisce mobili di LED di colori cangianti danno l'idea del mare che viene attraversato dal pellegrino destinato a fare da messaggero tra i due, il mare che poi Rudel solcherà per morire tra le braccia della sua bella.
 
E' un allestimento molto suggestivo, che prende l'anima come la iridescente musica di Kaija Saariaho. Mi fanno sorridere le teste del coro che sbucano da questo mare luminoso, ma è molto poetica la ballerina che viene sollevata da un invisibile compagno come se fosse un pesce che guizza e salta tra le onde.
 
Ma è tutta la concezione dello spettacolo a funzionare perfettamente, a rendere ben conto del sogno di questa partitura.
 
Quante storie d'amore impossibile conosce il teatro in musica? Viene spontaneo, specie per me, pensare a Tristano e Isotta. Kaija Saariaho si muove però in un'ottica del tutto diverso. Non c'è la tensione di un desiderio inappagato, ma la serenità di chi è felice che il proprio amore non trovi compimento alcuno, che questa passione possa vivere solo nella distanza. Se - come avviene - ci si incontra è solo per morire. Dopo la morte di Rudel, Clémence rimane in vita e ci lascia un canto e-statico.
 

Allestimento semplice, efficace, facilmente comprensibile che aiuta il contatto con una musica nuova, ricca e personale.

 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 5/11/2018 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Karl Kraus - Gli ultimi giorni dell'umanità
4 novembre 2018
Secondo Kraus questa tragedia in cinque atti, prologo ed epilogo è rappresentabile solo su Marte, le cui serate sono lunghe quanto basta per accogliere in una sola tornata questo dramma.
Non me la sento di contraddire Kraus, ma secondo me il problema del pianeta terra non risiede nella durata di una sera di rappresentazioni quanto nell’indisponibilità nostra a rimirarci in uno specchio così poco lusinghiero.
Non è che Kraus parli solo della Grande Guerra di cui proprio ora ricordiamo il centenario della fine. Egli non si limita a prevedere gli orrori della Seconda Guerra Mondiale – anche più lunga e sanguinosa – ma pure la finta pace degli anni 1918-39 e ancora i settanta anni in cui l’UE ci avrebbe evitato un conflitto europeo, come se non ci fossero state la guerra fredda tra Nato e Patto di Varsavia e quella calda nei Balcani, e come se l’Ucraina fosse tranquilla e pacifica.
Il fatto è che Kraus vede perfettamente il dominio della tecnica sul nostro mondo. Bombe, aerei, sommergibili, gas, mortai… tutto l’armamentario della tecnica va utilizzato per creare una macchina di guerra che si autoalimenta, incapace di vincere – ma anche impossibile da sconfiggere. Gli uomini sono dei semplici ingranaggi di questo sistema.
Basta un manipolo di persone armate di coltellini di plastica per abbattere le torri gemelle di New York e dimostrare che la tecnica può essere battuta. Ma gli Asburgo moderni non possono dire ai contribuenti che le loro tasse sono state spese in armi inutili ed allora ci si butta su un capro espiatorio (Serbia o Irak che sia non importa) a distruggere per il gusto di distruggere. Possibilmente in prima serata. All’epoca di Kraus ci si accontentava delle edizioni straordinarie dei quotidiani, non c’erano ancora le Breaking News delle varie CNN, ma si disponeva già di una nutrita flotta di corrispondenti di guerra che descrivono al riparo delle stanze di alberghi per occidentali il fuoco artificiale delle armi intelligenti. Ci può scappare il danno collaterale. Poco male. Ma chi se ne frega: le donne serbe che dicono alla antesignana di Christiane Amanpour che loro resteranno quando gli invasori se ne dovranno andare, anticipano la storia dell’Afghanistan moderno in cui hanno fallito gli eserciti delle superpotenze.
Questo è un libro disperato e disperante, che opprime se ci si azzarda a leggerlo dall’inizio alla fine come ho fatto io. Meglio prenderlo a piccole dosi, poco alla volta. La lettura sarà comunque dolorosa.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/11/2018 alle 16:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'angelo sterminatore di Thomas Ades al Met
1 novembre 2018
Si può parlare di regia tradizionale per un'opera che ha un paio di anni di vita?
 
A rigor di logica, no. Però non trovo un altro aggettivo per dare l'idea di un allestimento che realizza tutto quanto riportano le didascalie dell'ultima opera di Thomas Ades. Non solo, ma anche i movimenti scenici rispettano questa rutilante partitura.
 
L'aggiunta della musica darà anche maggior peso alle parole - come dice la Madeleine straussiana, e come avevano verificato diversi secoli prima Omero e soci - ma riduce di molto la libertà di un regista teatrale: la musica infatti determina non solo il tempo entro cui si svolge l'azione, ma anche quello che si può fare sulla scena. Il fremito degli archi nel momento in cui Ortrud mette in guardia Elsa da una improvvisa partenza dell'incognito cavaliere impone una certa mimica, nè più nè meno di come un fortissimo botto dell'orchestra obbliga il cantante a dare una musata contro il muro invisibile che gli impedisce di lasciare la stanza.
 
Sarà la presenza di Thomas Ades sul podio, sarà l'abitudine del Metropolitan di rifuggire dalle regie caratteropatiche di moda da questa parte dell'Atlantico, ma l'allestimento che il glorioso Met offre on-demand ai suoi abbonati è esemplare per il rispetto del testo, musicale e poetico, dell'opera ma offre pure l'ennesima conferma che il mondo teatrale europeo vagola in una velleitaria agitazione cui si potrebbe porre rimedio cercando nuovi lavori contemporanei con cui rivitalizzare un repertorio stantio.
 
Forse perchè dobbiamo ancora fare nostro questo Angelo sterminatore il regista si concentra sulla narrazione della storia, senza voli pindarici su interpretazioni e revisitazioni di cui per altro non sento la mancanza neppure quando si tratta di sconosciuti lavori barocchi riesumati ai giorni nostri - tacciamo delle grandi opere del repertorio!
 
La recitazione è naturale, chiara; evidente la discesa dalla normalità all'abisso del bestiale cui sono ridotti i nostri personaggi - incapaci di allontanarsi da una stanza simboleggiata da un gigantesco arco rosso. Senza tentare di riprodurre l'inimitabile Bunuel, si esprime benissimo tutta la bassezza di cui noi umani siamo capaci.
 
Musicalmente non ho molto da aggiungere alle impressioni che mi fece la registrazione della prima assoluta salisburghese. Vedere la scena però consente di passare sopra al vergognoso Tomlinson - un ex-cantante che spero abbandoni presto le scene.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/11/2018 alle 9:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
"Il verdetto" di Emma Thompson
31 ottobre 2018
La giudice Maye, benchè abituata ad emettere sentenze su casi molto controversi, non sa che verdetto dare su un testimone di Geova che, a pochi mesi dal raggiungimento della maggiore età, rifiuta una trasfusione.
 
 
A rendere difficile questa sentenza non è il caso in sè - i precedenti sono tutti a favore del trattamento sanitario coatto - ma lo scoppio di una concomitante bomba privata: il marito del giudice, stufo di essere un soprammobile - e forse neanche dei più belli - di casa Maye, le ha annunciato che intende cornificarla con una ragazza che potrebbe essere sua figlia.
 
Così tutte le certezze diventano friabili. E nessun verdetto è mai definitivo. Esiste sempre una seconda occasione con cui confrontarci ed in cui cambiare idea, perchè il mondo non è bianco e nero.
 
Il film, sceneggiato da Ian McEwan a partire dal suo stesso romanzo "La ballata di Adam Henry" mi è piaciuto tantissimo. Emma Thompson è ancora più carina che da giovane, specie quando nel finale si presenta infradiciata e sfatta, con almeno vent'anni in più sulle spalle. E' un delizioso miscuglio di "dama di ferro" (questo è un film da vedersi rigorosamente in versione originale. Immagino la pronuncia posh di questa gente che vive nel Temple) e di umana fragilità.
 
Stanley Tucci - il marito Jack - riesce ad essere all'altezza della sua superlativa partner, un bel miscuglio di maldestra passione e fedeltà. Impressionante Fionn Whitehead (Adam Henry).
 
Le promesse di un grande cast (e di una signora produzione - la BBC) sono del tutto rispettate.
 
 



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 31/10/2018 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Zemlinsky - Il re Kandaules
28 ottobre 2018
Alla morte di Zemlinsky - avvenuta a New York nel '42 - l'opera in tre atti "Re Kandaules" manca ancora dell'orchestrazione. Ci vuole una cinquantina di anni perchè il lavoro, completato da Beaumont con grande talento (Zemlinsky era un provetto orchestratore), venga rappresentato per la prima volta ad Amburgo.
 
Il video di cui parlo oggi, malauguratamente indisponibile sul mercato, è appunto la registrazione di questa creazione assoluta. Meravigliosa, diretta con passione da Gerd Albrecht, con cantanti di prim'ordine (Monte Pederson, Nina Warren e James O'Neal rispettivamente Gige, Nyssia e Kandaules); una regia che rispetta un testo ignoto ai più.
 
Kandaules fa indossare a Gige un anello che rendendolo invisibile gli permette di ammirare la nudità della Regina Nyssia. Costei, una volta scoperto l'accaduto impone a Gige di uccidere il sovrano e di prenderne il posto. Non so cosa sia scritto esattamente nelle didascalie, la musica a mio avviso indica che Gige accetta la corona, la regia però lo fa uscire di scena, lasciando Nyssia sola a dominare un'opera di cui è la vera signora.
 
Come la Bianca della Tragedia Fiorentina, la Regina vuole la morte di un marito che non capisce il suo valore. Se la consapevolezza che Guido gli vuole portar via la consorte sveglia la coscienza di Simone che dunque può riconquistare anche il cuore di Bianca, qui Kandaules rimane sterilmente legato al suo perverso voyeurismo. O all'impotenza?
 
Egli è dunque condannato a perdere tutto in favore di qualcuno, Gige, che a suo dire non ha altro che la propria povertà.
 
Il Re Kandaules è un'opera che conferma l'altissimo valore di Zemlinsky.



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Tutti in piedi: handicap all'acqua di rose
27 ottobre 2018
Sì, sono prevenuto. Un film francese riceve da me la benevola comprensione che rifiuto ad un analogo prodotto statunitense. Questo "Tutti in piedi" usa i topoi della commedia hollywoodiana: un duro e cinico uomo potente diventa migliore grazie all'amore di una fanciulla di un mondo diverso dal suo. Miele, lacrimuccie, situazioni assurde ed inverosimili conducono all'inevitabile lieto fine. Rispetto agli americani i nostri francesi danno per normale e positivo che il protagonista Jocelyn affondi lo sguardo nel décolleté della piacente vicina di casa che, dal canto suo, risponde per le rime - cosciente e lusingata dall'attenzione ricevuta, ma al contempo distaccata quanto basta per pensare che questo signore, troppo anziano per lei, vada però benissimo per la sorella.
 
Tutti in piedi è realizzato bene, ha una ottima recitazione, Dubosc e la sua partner in carrozzella (la fantasticamente espressiva Alexandra Lamy) sono molto bravi e credibili. Perfino una parte secondaria come il prete di Lourdes è ben costruita.
 
Ma il soggetto è un'occasione mancata. Il confronto con Quasi amici - altro film che affronta il tema dell'handicap e dell'emarginazione - è impietoso. Non c'è la poesia dell'imparare a conoscere l'altro poco alla volta senza arrivare al colpo di scena finale per capire che si è diventati una coppia affiatata. Ed è questo rovesciamento narrativo che avrebbe potuto rendere logico ad esempio il cambio di atteggiamento del protagonista verso la segretaria.
 
Ciò che rimprovero in definitiva a questo Tutti in piedi è di seguire troppo i moduli narrativi d'oltre-Atlantico, poveri di sfumature e superficiali.
 
Il film è divertente, piacevole, ma niente di più - è già il remake americano di se stesso.
 



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Kader Abdolah - La casa della moschea
23 ottobre 2018
In qualità di capo del bazar Aga Jan gode di un potere paragonabile a quello di un'autorità civile. E' custode di una moschea cittadina in cui può entrare direttamente da casa propria e di cui tiene - come hanno fatto i suoi predecessori - il diario.
 
La sua vita è tranquilla. Il più grande grattacapo è solo l'imam che - per i gusti del bazar - non si occupa abbastanza di politica. Quando arriva Ghalghal, imam rampante di Qom, basta un paio di sermoni per accendere gli animi e l'attenzione dei servizi segreti: il giovane predicatore deve fuggire dalla città.
 
I libro di Abdolah descrive l'Iran del trapasso dal regime dello scià a quello degli ayatollah. Con lo scoppio della rivoluzione Aga Jan perde improvvisamente il suo potere. Deve lasciare la custodia della moschea ai nuovi capi; un suo figlio viene giustiziato dal regime. Impossibile per l'ex-potente trovare qualcuno tanto coraggioso da sfidare i rivoluzionari dando una sepoltura onorevole a una persona morta davanti al plotone di esecuzione.
 
Gli uomini sono mutevoli come la loro sorte: basta un altro giro di ruota, magari perchè il regime capisce che è giunto il momento di dire basta al terrore, per far ricomparire gli onori e gli amici di una volta.
 
Le però cicatrici rimangono. Alla fine del romanzo Aga Jan riceve una lettera da un altro figlio, già comunista, che ha perso la fede e si è rifugiato in Olanda, paese di cui ha imparato la lingua e in cui scrive romanzi. E' il ritratto dello stesso Abdolah.



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Il Corriere dei Piccoli al museo del fumetto
18 ottobre 2018
Per me il Corriere dei piccoli è come il François-le-champi del Narratore proustiano. Dunque mi sono avvicinato con muta reverenza alla mostra che il milanese museo del fumetto gli dedica da qui a gennaio.
 
corriere
 
In occasione del centenario della testata, alla Rotonda della Besana si fece una celebrazione intinta nel nostalgico pennello del "come-eravamo". Oggi però ci viene offerta un'analisi più scientifica di questo settimanale.
 
Il museo del fumetto si concentra su pochi numeri "cardine", significativi per la storia della testata, e sulle firme che hanno contribuito alla sua grandezza, persone come Hugo Pratt, Dino Battaglia, Sergio Tofano, Dino Buzzati, Italo Calvino, Mino Milani, Grazia Nidasio, Jacovitti... Una lunga - ed incompleta - lista che lascia il segno in testi e disegni di ottima qualità.
 
Sono esposte diverse tavole originali, un paio sono anche disposte su una lavagna luminosa che rende conto di come avvenisse la coloritura: sul recto i margini fatti con inchiostro di china, sul verso i colori. Peccato che non si sia pensato di lasciare visibile il verso di una di queste tavole, per mostrare queste aree di colore omogeneo separate dai bianchi corrispondenti ai margini dei disegni.
 
Curiosissimo il confronto tra la prima storia pubblicata dal Corriere dei piccoli e l'originale statunitense. Non c'è solo il diverso formato che obbliga a presentare meno quadri e a perdere la lunga morale conclusiva - destinata forse anche ad un pubblico più grandicello. E' fondamentale che i curatori italiani decisero di sostituire i fumetti con i celeberrimi versi a rima baciata. E' il risultato delle polemiche - di cui ebbi sentore anche io alla mia epoca - secondo le quali i fumetti sono diseducativi perchè disabituano alla lettura. Da un lato penso che senza l'effetto nefasto dei fumetti avrei bisogno di un'altra casa per ospitare i miei libri, dall'altro mi ricordo che nell'arte medievale si trovano sia le didascalie sia parole che escono dalla bocca dei personaggi, ora direttamente ora scritte in cartigli.
 
Ancora più significativa è la storia di Paola Lombroso Carrara, incaricata dal direttore del Corriere - il celebre Albertini - di preparare il lancio del giornale. Al momento cruciale Albertini, non sentendosela di lasciare una donna alla direzione di un periodico, preferì farle gestire la rubrica delle lettere. Dopo poco tempo l'atmosfera irrespirabile della redazione obbligò Paola Lombroso alle dimissioni: Italia, ti riconosco.
 
 



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Carlo Carrà a Palazzo Reale di Milano
15 ottobre 2018
C'è un abisso tra l'agiografia da realismo socialista della posa assunta dagli scultorei protagonisti dell'Allegoria del lavoro ed un tardo dipinto in cui due lavoratori svolgono il loro compito senza neanche pensare che qualcuno li stia guardando.
 
CarràLa mostra di Palazzo Reale dedicata a Carlo Carrà (aperta fino al prossimo febbraio) preferisce lo schema cronologico alla contrapposizione di temi visti in diversi momenti della vita creativa del pittore.
 
Forse è meglio così. Con l'età  non cambia soltanto lo stile ma anche il contenuto delle opere. La cronologia permette di misurare l'influenza del divisionismo, l'entusiasmo del giovane artista per il mondo moderno, la gioia di far entrare i lampioni elettrici, i tram, la folla cittadina e le locomotive. Posso immaginare l'ebbrezza di chi a Parigi è uscito dal provincialismo e viene a contatto con modi nuovi di esprimersi.
 
Carrà
 
Non si può però eliminare facilmente tutta la tradizione pittorica del passato e ad un certo punto Carrà torna a rivalutare il mondo comprende i vari Giotto, Masaccio... La mostra documenta la fase metafisica, con i manichini immersi in atmosfere da città ideale...
 
...l'innamoramento per il paesaggio...
Carrà
 
...magari vivificato dalla presenza umana, massiccia, statuaria e silenziosa
 
Carrà
 
C'è anche l'ultima opera dipinta da Carrà, forse non casualmente una natura morta.
La mostra è completata da un ampio corredo di fotografie e disegni.
 
Non mi piace usare il termine evento che ormai è troppo usurato. Di certo questa esposizione è uno degli appuntamenti più interessanti in questo autunno milanese.



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Messiaen: San Francesco d'Assisi - Amsterdam
11 ottobre 2018
a parte che più mi è piaciuta in questo Francesco è la predicazione agli uccelli: la scena mi sembra un gigantesco asilo-nido pieno di scritte e disegni infantili ed in cui i bambini vestiti di sai variopinti svolgono il ruolo degli uccelli.
 
francesco
 
Ci trovo tutto Messiaen: la fede profonda e schietta, fanciullescamente ingenua; l'amore per l'ornitologia, il direttore d'orchestra (Ingo Metzmacher) sottolinea con cura le melodie dei singoli uccelli, contribuendo a fare chiarezza nel caos organizzato di questa pagina.
 
Ci trovo anche i colori. Finalmente, direi. Quando ascolto Messiaen mi immagino di essere nella Sainte Chapelle in un giorno ventoso, quando sole e nubi giocano a rimpiattino così che il visitatore è immerso in un mare di colori in continua metamorfosi. Nell'allestimento di Audi i colori ci sono (pensiamo allo stupendo angelo musicante), ma sono macchie su sfondo nero. Un po' poco per i miei gusti. E' una concezione mia, affatto soggettiva, ma che diminuisce il piacere che mi viene offerto da uno spettacolo sublime.
 
Audi cura attentamente la mimica e la gestualità delle pecorelle di Francesco, tutte ben  individualizzate. La scena delle stimmate è impressionante - anche senza ricorrere alla ripresa dall'alto; giustissimo il lampo di luce paradisiaca da cui si è invasi nel finale (prendiamone nota per qualche Parsifal ben fatto!)... però avrei voluto che si osasse di più con le cromie (perchè per esempio le stelle che scendono dall'alto nella conclusione non possono essere avvolte da qualche blu-violetto intenso, magari anche fumettistico?)
 
Forse sto solo cercando il pelo nell'uovo.
 
Non va dimenticato che musicisti e cantanti sono meravigliosi e mi hanno molto commosso. Questo cofanetto (sono 3 DVD) è indispensabile.
 
 



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Nattiez - I racconti nascosti di Richard Wagner
8 ottobre 2018
Anche quando scrive per un pubblico di non-musicologi, Nattiez vola alto.
 
Secondo Nattiez le dieci opere maggiori di Richard Wagner sono altrettanti momenti dell'elaborazione estetica del compositore. In conseguenza di ciò è indispensabile la lettura dei testi teorici coevi, non importa se astrusi, complessi o rivoltanti.
 
Non è un caso per Nattiez che Parsifal sia l'unico lavoro in cui non vengono toccati temi estetici: quest'ultima opera è infatti la realizzazione pratica delle idee esposte da Wagner nel corso di tanti decenni. Qui finalmente avviene l'unione tra maschio e femmina parallela a quella tra poesia e musica. Mi stupisce che nel libro non venga citato il film Parsifal di Syberberg in cui, subito dopo il bacio di Kundry, l'eroe eponimo si sdoppiava in una fanciulla. D'altro canto le uniche realizzazioni visive di opere wagneriane che vengono nominate sono il celebre Ring del centenario e i Maestri cantori salisburghesi allestiti da Herheim.
 
Mi sono parsi molto interessanti i capitoli dedicati alle opere giovanili. Nattiez passa in secondo piano gli elementi dell'Olandese Volante ancora legati alla tradizione; di Tannhauser offre un'esauriente disamina di tutte le versioni tra cui possiamo scegliere e quindi di tutti i significati che ogni edizione veicola; con Lohengrin assistiamo ad un capovolgimento dei valori, visto che nell'opinione di Nattiez è Elsa ad essere la portatrice della soluzione per l'artista-Lohengrin. Si tratta di una visione che avevo già immaginato ascoltando ad esempio un live romano con una Gundula Janowitz quanto mai aggressiva. Anche Dominique Jameux aveva adombrato qualcosa di simile ponendo Elsa sul medesimo piano della Judith del Castello di Barbablu.
 
La profondità con cui Nattiez affronta questa popolarissima opera conferma la pochezza dell'attuale festival di Bayreuth che preferisce gingillarsi con un caravanserraglio elettrificato arzigogolato e vacuo.
 
Come sempre Nattiez è interessante e degno di essere letto, anche quando pensa di essere meramente divulgativo.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/10/2018 alle 6:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Jean-Jacques Nattiez: Wagner antisemita
3 ottobre 2018
Nattiez affronta il tema di Wagner antisemita con il piglio dello storico, che studia gli scritti che il compositore ha lasciato sul tema (e li mette pure in appendice), che allinea le dichiarazioni riportate dai diari di Cosima e che scandaglia tutto quanto può aiutarlo a dimostrare che pure la resa musicale di certi personaggi risente del suo antisemitismo.
 
Proprio perchè non ho mai avuto illusioni sulla povertà umana di Wagner sono specialmente interessato da questo ultimo aspetto. Penso che qualunque persona dotata di orecchio musicale si renda conto della frattura musicale che descrive l'entrata di Alberico all'inizio dell'Oro del Reno o del fatto che per esempio "Als zullendes Kind" sia costruito come un'aria operistica tradizionale. Nattiez scende però in profondità: la zoppìa è un tratto fisico associato agli ebrei (anche l'Olandese al suo primo apparire è accompagnato da una frase che secondo il Newmann descrive il passo incerto di un marinaio sceso dopo tanto tempo in terraferma); il canto di Mime riecheggia Meyerbeer e modi sinagogali - che ritroviamo d'altro canto anche nella serenata di Beckmesser.
 
A proposito di quest'ultimo avevo sentito cianciare di un Wagner appassionato di musica antica che faceva il verso a melodie medievali: Nattiez dimostra che qui viene citato un canto ebraico.
 
Poi è ben vero che nella polemica antisemita di Wagner entrano molte componenti personali, di invidia, mania di persecuzione, meschinità umana: l'uomo Wagner era mediocre. Però è ben vero che se il compositore non è responsabile della crisi finanziaria del 1873, della pace di Versailles e della politica di Hindenburg i suoi scritti hanno avuto un peso non indifferente negli sviluppi successivi.
 
Nattiez fa dunque bene a mettere il dito nella piaga e ad esaminare il suo voluminoso dossier.
 
Mi sembra giusto cercare di conoscere meglio l'immagine di Wagner anche a costo di vederla diventare meno luminosa.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/10/2018 alle 6:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Passeggiata della Madonna a Pavia
1 ottobre 2018
In un caldo sabato pomeriggio di settembre la sezione pavese del TCI ha riunito una sporca dozzina quasi esclusivamente femminile decisa a stanare le immagini mariane presenti nelle vie del centro storico.
 
Io conoscevo solo l'immagine posta vicino all'arco di via Vidari.
 
Madonna
E' un dipinto moderno che copre il maldestro restauro di una Madonna molto più antica. La nostra guida (Alice Flauto) è molto chiara sul fatto che la documentazione riguardante queste immagini è scarna, spesso ci si trova di fronte a Madonne rovinate o del tutto introvabili. A poca distanza da via Vidari il "Terzo slargo di via Cardano" dovrebbe presentare un'altra Madonna. Le case hanno però facciate uniformemente gialle. Se un'immagine esiste può essere stata coperta dall'intonaco, o trovarsi in un cortile privato, quando non dentro una casa. Ci sarebbe per esempio una Vergine attribuita al Bramantino, chiusa sotto un vetro ormai smerigliato e verosimilmente del tutto distrutta.
 
Ha avuto più fortuna la Madonna Certosina, così chiamata perchè faceva parte di un complesso certosino
 
madonna
Venerata come miracolosa - la si era vista illuminarsi nella notte - sarebbe sparita se fosse stato compiuto il progetto di costruire il padiglione di fisiologia dell'Università pavese. E' invece giunta fino a noi e pure  restaurata pochi anni fa.
 
A poca distanza, nella "Madonna della palla" rimane conficcata una palla di cannone sparata durante l'assedio subito dalla città all'inizio del XVII secolo. Quello che non riuscì all'artiglieria nemica fu compiuto dal nubifragio del 1988 così che oggi possiamo vedere solo la cornice in stucco e la palla arrugginita.
 
madonna
 
Si trascorre da aneddoto in aneddoto: un soldato austriaco lancia un sasso contro una Madonna, cui rimane in fronte la ferita della pietra. La leggenda vuole però che il sasso sia rimbalzato sull'aggressore che secondo alcuni muore, secondo altri si pente e converte.
 
E la passeggiata che era partita dalla statua passata solo di recente dal duomo alla nicchia del Broletto si conclude davanti al castello. Proprio sul ponte levatoio
madonna
il bassorilievo di un'Annunciazione di cui neanche mi sono accorto in tutte le volte che sono passato da quelle parti.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 1/10/2018 alle 11:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Anatole France - L'anello di ametista
24 settembre 2018
L'anello in amestista cui si riferisce questo romanzo di Anatole France è destinato al dito di un vescovo.
 
france
 
Siamo nella Francia dell'affare Dreyfus. Antisemitismo, sciovinismo, partigianeria nei confronti delle istituzioni che non possono sbagliare. Su questo sfondo, un giovane nobile, il cui nome francesizzato - Bonmont - lascia trasparire con un sottile velo il teutonico, ed ebraico, Gutenberg, lavora perché l'abate Guitrel divenga vescovo di Tourcoing. Guitrel avrà dunque l'anello cui accenna il titolo del libro e Bonmont otterrà la sua rivincita da snob nei confronti del nobile Brécé.
 
France racconta la sua storia con una vena umoristica che mi permette di comprendere l'ammirazione che Proust nutriva per lui. In molte pagine ritrovo perfino idee e frasi che potrebbero stare perfettamente nella Recherche.
 
E non si tratta solo dei riferimenti all'affare Dreyfus. Quando il filologo Bergeret si appresta a lasciare la cittadina di provincia in cui vive per recarsi a Parigi, France analizza l'irrealtà in cui scivolano i luoghi da cui siamo assenti con parole che figurerebbero benissimo in "Nomi di paese: il nome".
 
E neppure posso tacere la comparsa di un personaggio secondario, medico, di nome Cotard. Con una sola "T" ma basta ed avanza.



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I. J. Singer - Yoshe Kalb
22 settembre 2018
Il vecchiotto cerca moglie... dato che nessuna donna sana di mente vuole maritare una persona rimasta vedova per la terza volta, la scelta di Rabbi Melech cade su Malka, orfanella senza dote.
 
Le regole vogliono però che prima il Rabbi dia un marito all'ultimogenita, dodicenne già donna formata che viene data in fretta e furia a Reb Nahum. Il ragazzo, di quattordici anni, non ha neanche per la testa di sposarsi, ma i genitori hanno promesso che il matrimonio si sarebbe fatto e quindi...
 
Come in una tragedia greca la ubris degli uomini genera conseguenze che distruggono l'equilibrio su cui si basa la loro esistenza. E' presente anche una moria di bimbi dovuta alla vendetta divina nei confronti di madri disattente alla sventura che ha colpito una di loro. E come nei grandi racconti epici queste colpe vanno espiate. Fino in fondo.
 
La vicenda si svolge in un villaggio ebraico, ai confini tra impero Austro-ungarico e Russo. Sono i luoghi su cui Chagall avrebbe fatto volare qualche sorridente suonatore di violino. Solo che in questo caso noi lettori non voliamo: restiamo impantanati tra le viuzze del borgo, ad usmare la nostra povera umanità carica di peccato.
 
Il protagonista - Yoshe Kalb - incarna la necessità di espiazione, di mondarsi da una colpa che lo obbliga a fuggire i propri simili, a vivere come uno yurodiviy, ai margini della società, errante nel tentativo di fuggire alla maledizione eterna.
 
I personaggi di questo libro hanno delle dimensioni sovrumane anche quando vengono dipinti nelle loro miserie. Sono gretti, superstiziosi, persi in sofismi da cui la divinità - ma anche la antica grandezza del popolo ebraico - sembrano assenti. Tutto, anche lo stile letterario, rimanda ad un soffio epico che rende il libro indimenticabile.
 
 
 
 



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Chia in mostra alla Casa Rusca di Locarno
16 settembre 2018
Trovo spesso delle figure reclinate, di profilo. In questo dipinto
chia
Chia raffigura se stesso a colori vivaci, complementari rispetto all'ambiente in cui è inserito. Gli occhi sono chiusi, indifferenti a noi spettatori, impegnati anzi a fronteggiare un aggressivo felino che forma un tutt'uno con il corpo dell'artista. Selvaggio, minaccioso, lontano dall'immagine che ci viene proposta quindici anni dopo, nella versione malinconica: colore bianco-grigio, gli strumenti del mestiere abbandonati ai suoi piedi. Meno male che - un po' avanti nel secolo attuale - abbiamo un atteggiamento più conciliato
 
chia
 
in cui fili di colore sembrano uscire come un fumetto dalla bocca di un uomo vestito semplicemente, con tinte che contrastano con l'etereo splendore della sua creazione.
 
La mostra che la locarnese Casa Rusca dedica a Chia fino alla prossima epifania si snoda su due piani che presentano opere anche di grandi dimensioni.
 
Non so chi sia la persona ritratta in questo dipinto. Da lontano i capelli lunghi, i baffetti, l'abito e le mani affusolate mi avevano fatto pensare a Michelangeli. Il contrasto fra lo sfondo vivace e la tenuità dell'incarnato mi piace molto e mi fa immaginare una grande intimità ed amicizia con la persona ritratta.
 
 
Ci sono corpi massicci e ben formati, anche violenti (bello uno Hand Game in cui il volto del femminicida è compattamente privo di lineamenti, cieco come la brutalità della scena mostrata). Spesso penso anche a certe polpute figure di De Chirico.
 
 
E' una mostra che si visita bene. Sono spesso ritornato sui miei passi all'interno del medesimo piano per rivedere lo stesso quadro alla luce di come l'artista ha riaffrontato nel tempo un soggetto.
 



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Galleria Sabauda - Francesco Cairo: Sant'Agnese
15 settembre 2018
Sono abituato a trovare nella pittura barocca delle sante immerse in estasi poco mistiche e molto carnali. Con Francesco Cairo si è certi di trovare atmosfere degne più di un sito a luci rosse che di una chiesa: bocche aperte ed occhi chiusi nella maschera immutabile del piacere fisico che ogni frequentatore casuale di certe pagine web conosce alla perfezione.
 
L'angolo - rigorosamente vietato ai minori - che la Galleria Sabauda dedica a Cairo sarebbe prevedibile se non fosse per questo martirio di Sant'Agnese
 
cairo
 
La donna è chiusa nel suo godimento intimo e struggente. Lui le rimane attaccato come una patella allo scoglio. Ha la passione monomaniacale di un maschio che è appena uscito da una prolungata astinenza. I due formano un corpo solo, una sola massa carica di passione.
 
L'occhio però cade sulla parte inferiore del dipinto e nota che - per dirla con Monteverdi e Tasso - questi sono "nodi di fier nemico e non d'amante". Potremmo pensare al femminicidio di un innamorato respinto, o anche semplicemente ad un rapporto sado-maso.
 
Certo quest'immagine turba non poco, lontana come è dalla pacifica iconografia della santa compunta, inginocchioni, che si lascia decapitare con tranquillità mentre degli angioletti svolazzano felici agitando le palme del martirio.
 
Qui invece la concentrazione sui due protagonisti - la vittima ed il carnefice - e la commistione di violenza e piacere mettono a disagio lo spettatore che non riesce a dimenticare tanto facilmente questa immagine, carica di crudeltà e dolore.
 
E' un dipinto affatto memorabile ed originale, che scardina l'ordine pacifico della pittura devozionale.



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La curva del Latte - Nico Orengo
14 settembre 2018
Quando passo sul viadotto Latte a pochi chilometri dal confine con la Francia cerco sempre di immaginare come debba essere il torrente sottostante con le case che lo circondano. E dire che sono sicuramente passato da Latte per andare a Villa Hanbury. Se allora avessi già conosciuto La curva del Latte non sarei però riuscito a far la tara della trasfigurazione cui ogni buon scrittore sottopone i propri soggetti. Senza contare che nel 1957, all'inizio del romanzo in questione, Latte ha iniziato ad imbruttirsi.
 
Tutto parte da una pompa di benzina e dopo duecento pagine il paese si è arricchito di due rivendite di vini e liquori, autorimessa e gommista. Come se non bastasse la Dolora pensa di costruire dei bungalow tra le colline ed il mare e gli speculatori edilizi hanno già i progetti dei condomini che debbono sostituire ulivi e fiori.
 
Il libro racconta diverse storie che corrono una a fianco dell'altra, spesso incrociandosi e sovrapponendosi ma rimanendo sempre distinte. E' uno schema collaudato che unito alla celebrazione del piccolo mondo antico dell'Italia d'antan ha fatto la fortuna di un Andrea Vitali.
 
Orengo però non si illude: il tanfo di benzina non è poi tanto diverso da quello prodotto dalla fabbrichetta che lavorava la lavanda; comunisti e democristiani possono dividersi in politica però poi vanno a braccetto quando si tratta di indignarsi contro la ragazza madre che porta in giro per il paese il bastardino frutto del peccato. Il paese è reduce da due guerre, di cui una civile, con tutto il carico di sofferenze che ne consegue. E la maestra compiange l'età del repubblichino Rosolino ucciso dai partigiani, non la sua ideologia.
 
L'ambiente in cui si svolge la storia è idilliaco, ma venato dalla fatica, dal sudore, dalla durezza di una natura tirchia nei confronti di coloro che cercano di trarre da essa di che vivere. Sono questi contrasti a farmi amare la piccola storia di una roccia incastonata tra Ventimiglia e Mentone.
 
 



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Ficarra, Picone ed Aristofane
8 settembre 2018
Ci voleva il duo Ficarra e Picone perchè Raiuno offrisse in prima serata, il sabato sera, una commedia di Aristofane. E con due milioni di spettatori si è pure confermato che la cultura non ha bisogno di essere banalizzata per avere un mercato.
 
E non è che Aristofane sia un piatto semplice da digerire. La commedia di costumi di Molière o la storia a lieto fine di Shakespeare funzionano sempre. Un teatro che bagna nell'attualità e nel riferimento alla cronaca condanna invece un testo alla rapida senescenza. Crozza non può più proporre le imitazioni di cinque anni fa, figuriamoci quelle di alcuni millenni or sono.
 
Dioniso scende nell'Ade per recuperare Euripide, vista la mediocrità dei tragedi che sono rimasti ad Atene. Quando però si trova di fronte le anime degli scrittori del passato ha un attimo di resipiscenza e si riporta in vita Eschilo. Non c'è solo la critica letteraria ma anche l'attacco al decadimento della vita civile di Atene. Il linguaggio di Eschilo appare così astruso e inusitato perchè si è impoverita la vita culturale - e quindi anche civile - degli ateniesi.
 
Suona strano? Cosa possiamo dire di un mondo in cui si pensa di risolvere problemi complessi in 140 caratteri e in cui l'analisi è sostituita dal numero di like ai post di un social? L'analfabetismo di ritorno di messaggi sgrammaticati e dall'ortografia inesistente è lo stesso dei degradati concittadini di Aristofane che non riescono a capire la lingua di Eschilo. Ed anche i personaggi semplici presentati da Euripide non sono poi così diversi dai ministri e parlamentari che cercano un facile consenso essendo come noi. La decadenza culturale e politica vanno di pari passo.
 
Mi piacciono Ficarra e Picone. Hanno una comicità che mi rattrista, perchè dipingono la piccolezza del nostro oggi. Ora legale, mesta parabola di un paese che pretende di imporre la legalità agli altri per continuare impunito il proprio malaffare; Andiamo a quel paese ritratto di un Italia di vecchi sfruttati per le loro pensioni... e adesso queste Rane sgangherate e picaresche in cui i tragedi vengono pesati come in un X-Factor ellenico.
 
Forse aggiornare situazioni e nomi dei demagoghi citati da Aristofane avrebbe violato la lettera del testo, avrebbe forse caricato troppo le spalle dei due volenterosi - e bravi - artisti alle prese con la commedia antica, magari avrebbe anche imposto una lettura di parte. Però forse non sarebbe stato del tutto contrario allo spirito di un lavoro che ci parla ancora.



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Centocinquanta anni di Pellizza da Volpedo
3 settembre 2018
Giuseppe Pellizza, l'autore del celebre "Quarto stato", nasceva 150 anni fa a Volpedo, un paesotto ai piedi delle colline tortonesi. La sua casa natale, in periferia, poco lontano dal cimitero, esiste ancora oggi e contiene il suo atelier.
 
E' uno stanzone quadrato, con il pavimento in cotto come si usava un tempo nelle nostre cascine. C'è troppa gente perchè io abbia la possibilità di guardare che libri si trovano nella biblioteca della parete sinistra - sempre ammesso e non concesso che ci siano i testi di proprietà del pittore.
 
Non mancano gli attrezzi del mestiere, busti e modelli anatomici, colori, cavalletti. Sulla gamba di uno di questi un piccolo schizzo di prato su cui ci sono dei panni stesi ad asciugare. In alto dei quadri di grandi dimensioni ritraggono i genitori di Pellizza. Sono in un dialogo ideale con uno dei quadri che - in occasione di questo centocinquantenario dalla nascita - sono in esposizione temporanea a Volpedo per tutto il mese di settembre.
 
pellizza
 
Nella civiltà contadina il mediatore era una persona importante. Giani è rappresentato con una precisione che sarà fondamentale per il successo del celebre "Quarto stato". Non c'è solo la cura con cui è disegnato il bastone. La barba non fatta, il panciotto troppo stretto e un occhiello bianco tra le gambe che lascia presagire che pure i pantaloni sono al limite delle loro possibilità... sono dettagli che raccontano il mondo povero da cui proviene Pellizza.
 
Ed ecco il pittore
pellizza
 
Possiamo seguire l'evoluzione del modo con cui si porge a noi nella riproduzione fotografica di una prima versione del ritratto, la versione esposta agli Uffizi e uno schizzo molto più vivace e dalla posa meno ufficiale.
 
Completano la piccola mostra un paesaggio dal gusto impressionista, un prato fiorito in cui riconosco le colline del posto e una grande tela di sapore segantiniano - Emigranti
 
pellizza
 
in cui il profilo delle Alpi si sposa al correre del locale Curone - si notano anche delle figure di lavoranti sul greto del torrente.
 
A seguire raccomando una capatina alla vicina pieve, il cui profilo si riconosce nella Fiumana, che contiene alcuni affreschi di grande pregio - il catino absidale, alcuni pilastri e una Madonna in fondo alla navata destra.



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Neuenfels e La dama di picche - Salisburgo 2018
2 settembre 2018
Considero il coretto infantile che apre "La dama di picche" un brano di imbarazzante bruttezza. Eppure è necessario: come all'inizio dei film horror, viene presentata la banale quotidianità in cui ogni spettatore può immaginare se stesso. E' il modo con cui si prepara il pubblico all'irruzione del disordine nella nostra vita.
 
Neuenfels mette i soldatini in stie bianche: i piccoli sono comandati come burattini dalle governanti. Tutti - adulti e bimbi - con la stessa divisa. Una scelta non naturalistica - ma anche negli altri cori tutti hanno il medesimo abito e pure la festa del secondo atto è stilizzata, forse anche troppo, con la zarina rappresentata da uno scheletro. Debbo dire che questa opzione mi piace. E' allora possibile che questa "Dama di picche" sia di mio gusto proprio perchè si allontana dalla rappresentazione di un ambiente che mi appare falso e convenzionale? Probabilmente dovrei analizzare il mio fastidio per questo mondo in cui ognuno, tra patronimici e vezzeggiativi, ha almeno cinque o sei nomi.
 
In questo allestimento di Neuenfels Tomsky mi ricorda Samiel o Shadow che anche lui gioca a carte la salvezza del protagonista. Hermann, unico ad avere un abito di un rosso sgargiante, è il povero scemo da distruggere. E vi si riesce, grazie al mito delle tre carte.
 
Non so mai dire se Hermann ami la contessa come tale, per ciò che è stata o per il segreto che lei possiede. Di certo non gli importa nulla della povera Lisa, destinata a svanire in una notte buia e tempestosa. Neuenfels immerge tutti i personaggi in variazioni di nero e blu. Solo a Herrmann ed alla contessa sono lasciate le uniche macchie di colore dell'allestimento. E il bacio tra i due nella scena centrale dell'opera è il perno della storia.
 
Musicalmente siamo in Paradiso. Jansson fa esplodere la partitura ed è ben assecondato da una grande compagnia di canto. Se il palcoscenico è fondamentalmente in bianco e nero, la fossa d'orchestra affoga nei colori.
 
 



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Christie incorona Poppea - Salisburgo 2018
1 settembre 2018
William Christie consegna una Poppea molto briosa ed efficace. Ogni parola è ben soppesata e si carica di una forza drammatica che evita la noia. Più che giocare sui colori della striminzita orchestra, Christie preferisce spremere il testo. Prendiamo l'erotismo delle sospensioni di "Ti farei... ti direi" nel celebre "Sento un certo non so che", oppure "Oggi sarà Poppea di Roma imperatrice". E' vero che Visse è diventato da tempo Arnalta. Ma in questa occasione riesce a far convivere la cura del dettaglio con la visione d'insieme in un trionfo della comicità e del teatro. Voglio sperare che la post-produzione abbia tagliato gli applausi, perchè qui Visse merita il trionfo.
 
Non c'è solo Christie. I suoi cantanti sono tutti di altissimo livello. Sonya Yoncheva ha una voce piena, potente e vellutata, in grado di dominare il povero Nerone, Kate Lindsey, l'anello debole di un cast stellare. Mi va bene una voce acida ed isterica, ma per lo meno intonata. Lo scontro con Seneca (l'ottimo Renato Dolcini) è stato rovinato da guaiti, gemiti, stonature più adatte a una strega della Dido di Purcell che ad un imperatore. Infatti la progressione che conduce al climax di "Tu... Tu... Tu... mi porti allo sdegno" è bellamente saltata. Ed anche il duetto amoroso con Lucano (Alessandro Fischer) non ha lasciato il segno.
 
Un discorso a parte merita la regia. Non si inventa nulla infilando la piccola orchestra in due piccole fosse laterali a vista, che permettono una certa interazione di strumentisti e cantanti. Il problema è capire quali intenzioni abbia Jan Lauwers.
 
Al centro della scena sta perennemente un ballerino rotante a mo' di derviscio circondato da una serie di colleghi che talvolta hanno un chiaro riferimento alla situazione drammatica ed alla musica, ma più spesso sono pleonastici - tanto che possiamo guardare i cantanti in primo piano muoversi come da tradizione senza curarci dello sfondo.
 
Bellissimo il finale del secondo atto, con il giardino e la montagna umana in cui si inscerisce Poppea addormentata, ma notevole anche la serie di corpi feriti all'inizio del terzo. In entrambi i casi l'affastellarsi dei ballerini completa in forma tridimensionale il pavimento della scena, pieno di corpi in varie pose. Sono riuscitissime anche le parti di danza sfrenata. Però io avrei preferito un uso più parsimonioso, specie nelle scene meditative ed intime. Che l'apparizione delle divinità si accompagni alla presenza di uno sciancato con stampelle mi appare incomprensibile. Avrei potuto amare, anche senza capirla, la regia di Lauwers, se solo fosse stata un po' più contenuta.
 
Un'altra caratteristica che mi sembra giusto rilevare è che Lauwers sottolinea il travestimento dei personaggi: Nerone mostra le proprie forme femminili, ha dei tacchi a spillo, Arnalta scopre il petto maschile e la Nutrice di Poppea ha il pizzo. Un'altra inutile forzatura secondo me.
 
In conclusione: con Christie abbiamo una fantastica Incoronazione di Poppea, con il regista Lauwers una Esagerazione di Poppea.



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Open art Roveredo 2018
29 agosto 2018
Attraverso il centro abitato di Roveredo seguendo l'indicazione "Campagna". Nomen omen. Al termine di un rettilineo tanto lungo quanto stretto, appena dopo il cantiere della circonvallazione ecco aprirsi di fronte a me un campo erboso su cui spuntano le sculture ed installazioni di Open Art 2018.
 
Spuntano anche in senso proprio, come le bandierine rosse di un Sogno d'architetto. O si formano seguendo la conformazione del terreno. Ci sono due recinti a forma di lente, che paiono due ali che si congiungono. Debbo mettermi su un poggiolo naturale per avere una vaga idea di come debba apparire questa Nazca grigionese
open art
Sembra un sito archeologico in cui si riconoscono i segni di un misterioso rituale.
 
open art
Come quello di un'altra installazione, in cui si cammina accompagnati dal tintinnio delle campanelle appese all'albero circondato da figure antropomorfe disposte in cerchio.
Non è l'unico esempio di cerchio magico in cui immagini umane sono in dialogo tra di loro
 
open art
E neppure è l'unico caso di opera in cui domina l'elemento circolare
 
 
E' la necessità di trovare una simmetria, un ordine attorno a cui collocare la nostra attenzione? Oppure è il punto di coagulo dell'attenzione? Della comunicazione che si vuole creare con lo spettatore? Le immagini umane che compaiono regolarmente, fossero anche distorte come nella coppia-lucertola e la coppia-cabaret, rimandano ad un desiderio di parlare, di entrare in contatto con un altro che è alterato irrimediabilmente dall'ambiente.
 
Una delle prime opere che vedo entrando in open art si intitola Am I You
E' evidente il richiamo al mondo del selfie, o - quanto meno - dell'immagine rubata in tutta fretta tramite il telefonino. E c'è in questa domanda "Sono te?" lo spaesamento di chi colleziona una serie grandissima di immagini che non riesce a catalogare, neppure a ricordare, tanto esse vengono accumulate in modo meccanico e compulsivo. Sono persone anonime. E anche noi stessi, rinchiusi nella prigione di un selfie abbiamo perso la nostra identità. Ciò che la foto non può rendere è il soffio del vento che scuote queste tele dipinte come se fossero gli ignavi danteschi, in perenne corsa, sospinti dalla moda che ci svuota della nostra personalità mentre cerchiamo di cogliere gli istanti della nostra vita mediante lo smart-phone.
 
openart roveredo 2018
 
Ma gli istanti non tornano più, dice questa scultura dominata da tre semisfere in acciaio in cui si riflettono deformati paesaggio e spettatori. E specchiandomi in quest'opera non medito sull'irripetibilità del momento ma sulla necessità di mettermi a dieta.
 
 



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Samuel Barber - Vanessa - Glyndebourne 2018
25 agosto 2018
A sessant'anni esatti dalla prima, Vanessa, l'opera in tre atti di Samuel Barber arriva a Glyndebourne. Le ragioni del suo successo e dell'oblio in cui è caduta coincidono: questa Vanessa è rigorosamente tonale e romantica, mostra le sue ascendenze pucciniano-straussiane, ha certamente strette parentele con la musica da film coeva ed è costruita in modo da rendere riconoscibili arie e concertati - addirittura il finale è un quintetto in canone, prevedibile forse ma non per questo incapace di fissarsi nella mente e di creare un forte effetto drammatico.
 
Non mi va di scrivere la trama di questa Vanessa: l'opera è molto interessante e mi ha fatto piacere seguire un lavoro di cui non sono in grado di anticipare la fine. Dirò solo che il testo, ispirato ai racconti gotici di Karen Blixen è molto suggestivo e pone all'ascoltatore dei curiosi intrecci psicologici tra donne diverse per storia ed età ma parallele quanto a forza e determinazione nel perseguire i propri obiettivi. E' in fondo un'opera al femminile, dato che gli uomini sono al più l'elemento scatenante della vicenda, normalmente un contorno, l'oggetto su cui le signore proiettano i propri desideri.
 
La musica di Barber mi è piaciuta molto. Non ci dobbiamo aspettare novità e stravolgimenti linguistici. Ci si muove nel solco della tradizione operistica senza grandi voli di fantasia ma con molto mestiere. Non guasta. E' un'opera che merita di venire messa in cartellone e di essere conosciuta al di fuori dei pochissimi a conoscenza del fatto che Barber non si è limitato a scrivere un fortunato adagio per archi.
 
Come tradizione a Glyndebourne allestimento e musicisti sono perfetti. Una compagnia di canto dedicata a quest'opera trasmette la convinzione che Vanessa può vivere con i melomani a fianco di qualsiasi Tosca o Arabella.



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Il Flauto tragico - Salisburgo 2018
20 agosto 2018
Qualche mese fa ho visto il video di un Flauto magico vallone in cui papà-Sarastro raccontava al figliolo la storia di Tamino e Pamina. Mi sta bene che a Salisburgo si seguano le orme belghe, tanto più che qui si ha un nonno d'eccezione (Klaus Maria Brandauer) con ben tre nipotini che - ovviamente - diventeranno i tre paggi della vicenda del flauto magico.
 
Avessi avuto a disposizione solo le fotografie dell'allestimento avrei invidiato i fortunati frequentatori di Salisburgo: si passa da una casa borghese a un variopinto e fantasioso circo, con clown ed acrobati.
 
Purtroppo, la regista Lydia Steier infila alcune mostruose cantonate. Si fosse letta il libretto, la signora Steier avrebbe notato che ad accedere al percorso iniziatico sono solo Tamino e Papageno. La povera Pamina è un oggetto, il semplice premio destinato al maschio che la conquista (come Rezia per Oberon). E' dunque inutile incappucciarla visto che il suo ruolo nelle prove dell'iniziazione è solo passivo. Almeno all'inizio... perchè è vero che alla fine anche lei potrà conoscere le gioie di Iside e Osiride con la stessa dignità del compagno. Solo che Frau Steier non ne capisce il motivo.
 
In che cosa consistono le prove cui Tamino e Papageno si debbono sottoporre? Lo dice chiaramente il sacerdote: "sottometterti a tutte le nostre leggi e a non temere neanche la morte". E' questa seconda parte della prova, il non temere la morte, che è la parte difficile, quella di fronte a cui nicchia Papageno (che per altro la supererà nella scena del suicidio mancato). Ed è questa prova a venir superata da Pamina, che è pronta anche lei ad ammazzarsi se non può essere amata ma - soprattutto - che vuole affrontare con il compagno il fuoco e l'acqua. Pamina insomma non è più la tanto bella e tanto oca della tradizione operistica (e dell'inizio di questo Singspiel) ma la Brunnhilde partner di Sigfrido (notiamo che è lei a consigliare a Tamino di servirsi del flauto magico per superare l'ultima prova). 
 
Tutto questo rimane notte e nebbia per Lydia Steier, che anzi si inventa la "prova della disperazione". Qui, la sola disperazione è quella del sottoscritto - abbacinato dalla stupidità di un allestimento che pure era partito con il piede giusto nonchè dall'analfabetismo musicale di Constantinos Caridis, che adotta tempi assurdi passando da una ouverture suonata come se il direttore d'orchestra avesse un irresistibile impulso minzionale a un "Dies Bildnis ist bezaubernd schön" tanto stiracchiato che non si riesce neppure a percepire la bellezza della melodia mozartiana. Questo animale ha pure inserito clavicembalo e fortepiano in diversi punti. Non sono riuscito a capire cosa sia successo nell'aria di Sarastro, una marcetta insulsa e del tutto priva della dignità che ci si aspetta da qualcuno che predica - e pratica - la magnanimità: ho avuto l'impressione che in orchestra ci fosse un organetto di Barberia. Lo stile musicale era comunque quello.
 
Musicalmente è uno dei peggiori Zauberflöte che io ricordi. L'unico plauso va al tecnico del suono che ha lasciato il "buuh" con cui il pubblico ha accolto lo spettacolo: in genere si tengono in frigorifero degli applausi pre-registrati che fanno credere all'incolto pubblico casalingo che si è assistito a uno spettacolo di prima qualità.



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Orgoglio polacco nel castello di Varsavia
20 agosto 2018
La storia recente del castello di Varsavia è un grande esempio di resilienza.
 
Già il paese ha subito nel XVIII secolo uno smembramento che lo ha cancellato dalle carte geografiche fino al 1918. Poi c'è stato il breve periodo di indipendenza tra le due guerre... Nel sotterraneo vengono proposte le immagini dell'invasione dei nazisti che come prima cosa saccheggiano e poi distruggono il castello.
 
I polacchi erano stati previdenti: avevano inventariato e nascosto tutto il possibile nella speranza che dovesse passare la nottata. Purtroppo per loro, nel dopo guerra i comunisti non avevano la minima voglia di titillare il nazionalismo polacco ripristinando il castello di Varsavia.
 
Bisogna attendere dunque l'epoca di Solidarnosc perché inizi la rinascita dell'edificio.
 
Per dare un'idea delle difficoltà incontrate dai restauratori mi limito a raccontare la storia delle aquile che adornavano il trono. Ne erano rimaste solo foto in bianco e nero che non permettevano di ricostruirle in modo adeguato. Con un colpo di fortuna saltò fuori dagli Stati Uniti un originale trafugato dai tedeschi a partire dal quale si potè ricostruire il resto.
 
Dobbiamo accontentarci di un palazzo rifatto, con soffitti le cui cornici dorate racchiudono il nulla. Ma l'orgoglio di avere riportato queste stanze allo splendore di un tempo supera qualsiasi obiezione che il visitatore voglia fare. Le sale sono magnifiche e la visita è del tutto appagante.
 
È poi indispensabile una visita alla pinacoteca a piano terra. I pezzi forti sono due Rembrandt appaiati: un anziano studioso intento a scrivere e una  bellissima ragazza. Mi piace immaginare - a giudicare dal suo abbigliamento - che si tratti di una giovinetta ebrea il giorno delle nozze.
varsavia
Ella rivolge fiduciosa il suo sguardo direttamente a noi e poggia le mani sulla cornice del quadro, come se volesse uscire dalla tela anticipando di qualche secolo "La rosa purpurea del Cairo".



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La stanza del vescovo di Kielce (PL)
17 agosto 2018
Il palazzo dei vescovi è un edificio che spicca nella piazza della cattedrale di Kielce. Un loggiato vagamente rinascimentale e torri angolari di stile barocco mi promettono che anche l'interno sarà delizioso.
Kielce
Le mie speranze non vengono deluse. Si visita il piano nobile che ruota attorno al salone da pranzo, in cui si tenevano i ricevimenti ed in cui oggi troneggia un pianoforte a coda.
 
Bel mobilio, soffitti coperti da travi dipinte, fregi affrescati ed arazzi. Su di un lato l'appartamento privato del vescovo (sempre formato dalla successione di anticamera, sala di ricevimento, stanza privata e cappella). Sull'altro invece le stanze dei senatori. Tutto assai raffinato, ricco ma sopratutto sobrio. Mancano infatti le fastose decorazioni autocelebrative che ho trovato in altre simili dimore.
 
È ben vero che esiste un gigantesco arazzo dedicato alla glorificazione di Atena, dea le cui qualità si ritrovano certamente in signori liberali, prudenti e saggi quali sono di sicuro i vescovi di Kielce, ma un eventuale parallelo encomiastico svanisce in mezzo ad Orfeo che incanta le bestie e si volta a guardare la bella Euridice, Ermes con Caco e le raffigurazioni di stagioni e lavori agresti di fregi e soffitti.
 
Degli abitanti di questa residenza ci giungono solo i ritratti, privi di moniti elogiativi. E già solo per questo apprezzo questi signori.



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Il castello di Orava (Slovacchia)
16 agosto 2018
Come tutti i castelli difensivi anche quello di Orava si trova appollaiato su una altura da cui controllare tutto il territorio.

orava 

Si tratta di una imponente macchina da guerra, costituita da tre corpi di fabbrica chiusi da una cinta muraria scabra e spessa. Non dubito che essa incutesse il timore nei nemici già secoli prima del "Nosferatu" di Murnau.
 
È tra queste mura infatti che venne girato nel 1922 uno dei film fondamentali della storia del cinema. Nell'ultimo dei corpi di fabbrica del castello una speciale mediateca ricorda non solo Murnau ma anche tutte le pellicole - c'è pure un episodio di Gremlins - che si sono servite di Orava.
 
Come sempre non è facile riempire un castello medievale. Qui la fortuna vuole che ci siano stati degli abitanti anche in epoca più vicina alla nostra, così che abbiamo un rigoglioso barocco controriformista nella cappella di san Michele e più avanti ancora anche alcune piacevoli sale neo-gotiche.
 
Mi ha incuriosito scoprire che il feudo di Orava fu concesso dall'imperatore Rodolfo a condizione che non venisse mai parcellizzato e passasse solo al primogenito maschio. Quando ci si trovò ad avere solo sette eredi femmine (il maschio era morto in tenera età), Orava fu gestito con criteri moderni da un "Kompossessorat" fino al ventesimo secolo, quando il regime comunista lo sciolse del tutto.
 
Non sono riuscito a capire gli addentellati di questo castello con il mondo magiaro (nell'albero genealogico dei proprietari tornano spesso nomi tipicamente ungheresi) ma tanto per non rinunciare a nulla in una delle sale dedicate agli usi e costumi del posto mi sono trovato di fronte a un gruppo di musicisti che, per quel che so io, potevano benissimo indossare abiti tradizionali slovacchi ma che senza ombra di dubbio stavano suonando... una marcia irlandese con tanto di bodhràn e flautino.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/8/2018 alle 12:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La chiesa di San Gilles a Poprad (SK)
12 agosto 2018
Il problema della desertificazione del nucleo cittadino è stato risolto a Poprad con il classico uovo di Colombo: basta costruire un gigantesco centro commerciale di quattro piani proprio a fianco della lunga via pedonale che attraversa la cittadina.
 
Poprad è tirata a nuovo, piccola e pulita. Appena usciti per l'appunto dal mastodontico "Forum" si nota una torre campanaria ampia e quadrata, con cima merlata, oggi adibita a bar. Attualmente  la salita è possibile solo chiedendo  il permesso ai proprietari.
 
L'adiacente San Gilles è aperta invece alle 15 con visita guidata da parte di un volenteroso dell'ufficio turistico locale.
 
È una chiesetta gotica. Un piccolo pronao conduce a un semplice portale gotico interamente rifatto negli anni scorsi. L'interno ha due volte  affrescate come se fossero un cielo. L'attenzione è attratta subito dal ricco ciclo di affreschi delle pareti. Al centro della chiesa un Giudizio Universale di cui si legge bene solo il lato destro, con i peccatori che vanno alla perdizione. Noto che i volti delle figure sono quasi sempre vuoti. Immagino in conseguenza di qualche ondata iconoclasta.
 
Sulla parete di fondo sono descritte le morti di alcuni santi - Andrea, Bartolomeo. Divertente il fatto che il mio accompagnatore confonda, in una rigorosa applicazione della legge di Murphy, un santo con l'altro e che alla fine sono io a guidarlo sulle storie della Natività - dall'Annunciazione alla Fuga in Egitto - del lato sinistro. La Crocefissione invece si trova sulla parete destra della chiesa, in una posizione relativamente defilata.
 
Curiosamente il dedicatario della chiesa non compare negli affreschi ma solo in una tavola in legno non particolarmente interessante. D'altro canto gli affreschi sono rimasti qui solo per l'impossibilità di trasportarli altrove: la tavola della Vergine di Poprad è invece finita nel museo di Bratislava.
 
Forse, visti gli orari di apertura della chiesa, è meglio così.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 12/8/2018 alle 12:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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