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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Anatole France - L'anello di ametista
24 settembre 2018
L'anello in amestista cui si riferisce questo romanzo di Anatole France è destinato al dito di un vescovo.
 
france
 
Siamo nella Francia dell'affare Dreyfus. Antisemitismo, sciovinismo, partigianeria nei confronti delle istituzioni che non possono sbagliare. Su questo sfondo, un giovane nobile, il cui nome francesizzato - Bonmont - lascia trasparire con un sottile velo il teutonico, ed ebraico, Gutenberg, lavora perché l'abate Guitrel divenga vescovo di Tourcoing. Guitrel avrà dunque l'anello cui accenna il titolo del libro e Bonmont otterrà la sua rivincita da snob nei confronti del nobile Brécé.
 
France racconta la sua storia con una vena umoristica che mi permette di comprendere l'ammirazione che Proust nutriva per lui. In molte pagine ritrovo perfino idee e frasi che potrebbero stare perfettamente nella Recherche.
 
E non si tratta solo dei riferimenti all'affare Dreyfus. Quando il filologo Bergeret si appresta a lasciare la cittadina di provincia in cui vive per recarsi a Parigi, France analizza l'irrealtà in cui scivolano i luoghi da cui siamo assenti con parole che figurerebbero benissimo in "Nomi di paese: il nome".
 
E neppure posso tacere la comparsa di un personaggio secondario, medico, di nome Cotard. Con una sola "T" ma basta ed avanza.



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I. J. Singer - Yoshe Kalb
22 settembre 2018
Il vecchiotto cerca moglie... dato che nessuna donna sana di mente vuole maritare una persona rimasta vedova per la terza volta, la scelta di Rabbi Melech cade su Malka, orfanella senza dote.
 
Le regole vogliono però che prima il Rabbi dia un marito all'ultimogenita, dodicenne già donna formata che viene data in fretta e furia a Reb Nahum. Il ragazzo, di quattordici anni, non ha neanche per la testa di sposarsi, ma i genitori hanno promesso che il matrimonio si sarebbe fatto e quindi...
 
Come in una tragedia greca la ubris degli uomini genera conseguenze che distruggono l'equilibrio su cui si basa la loro esistenza. E' presente anche una moria di bimbi dovuta alla vendetta divina nei confronti di madri disattente alla sventura che ha colpito una di loro. E come nei grandi racconti epici queste colpe vanno espiate. Fino in fondo.
 
La vicenda si svolge in un villaggio ebraico, ai confini tra impero Austro-ungarico e Russo. Sono i luoghi su cui Chagall avrebbe fatto volare qualche sorridente suonatore di violino. Solo che in questo caso noi lettori non voliamo: restiamo impantanati tra le viuzze del borgo, ad usmare la nostra povera umanità carica di peccato.
 
Il protagonista - Yoshe Kalb - incarna la necessità di espiazione, di mondarsi da una colpa che lo obbliga a fuggire i propri simili, a vivere come uno yurodiviy, ai margini della società, errante nel tentativo di fuggire alla maledizione eterna.
 
I personaggi di questo libro hanno delle dimensioni sovrumane anche quando vengono dipinti nelle loro miserie. Sono gretti, superstiziosi, persi in sofismi da cui la divinità - ma anche la antica grandezza del popolo ebraico - sembrano assenti. Tutto, anche lo stile letterario, rimanda ad un soffio epico che rende il libro indimenticabile.
 
 
 
 



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Chia in mostra alla Casa Rusca di Locarno
16 settembre 2018
Trovo spesso delle figure reclinate, di profilo. In questo dipinto
chia
Chia raffigura se stesso a colori vivaci, complementari rispetto all'ambiente in cui è inserito. Gli occhi sono chiusi, indifferenti a noi spettatori, impegnati anzi a fronteggiare un aggressivo felino che forma un tutt'uno con il corpo dell'artista. Selvaggio, minaccioso, lontano dall'immagine che ci viene proposta quindici anni dopo, nella versione malinconica: colore bianco-grigio, gli strumenti del mestiere abbandonati ai suoi piedi. Meno male che - un po' avanti nel secolo attuale - abbiamo un atteggiamento più conciliato
 
chia
 
in cui fili di colore sembrano uscire come un fumetto dalla bocca di un uomo vestito semplicemente, con tinte che contrastano con l'etereo splendore della sua creazione.
 
La mostra che la locarnese Casa Rusca dedica a Chia fino alla prossima epifania si snoda su due piani che presentano opere anche di grandi dimensioni.
 
Non so chi sia la persona ritratta in questo dipinto. Da lontano i capelli lunghi, i baffetti, l'abito e le mani affusolate mi avevano fatto pensare a Michelangeli. Il contrasto fra lo sfondo vivace e la tenuità dell'incarnato mi piace molto e mi fa immaginare una grande intimità ed amicizia con la persona ritratta.
 
 
Ci sono corpi massicci e ben formati, anche violenti (bello uno Hand Game in cui il volto del femminicida è compattamente privo di lineamenti, cieco come la brutalità della scena mostrata). Spesso penso anche a certe polpute figure di De Chirico.
 
 
E' una mostra che si visita bene. Sono spesso ritornato sui miei passi all'interno del medesimo piano per rivedere lo stesso quadro alla luce di come l'artista ha riaffrontato nel tempo un soggetto.
 



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Galleria Sabauda - Francesco Cairo: Sant'Agnese
15 settembre 2018
Sono abituato a trovare nella pittura barocca delle sante immerse in estasi poco mistiche e molto carnali. Con Francesco Cairo si è certi di trovare atmosfere degne più di un sito a luci rosse che di una chiesa: bocche aperte ed occhi chiusi nella maschera immutabile del piacere fisico che ogni frequentatore casuale di certe pagine web conosce alla perfezione.
 
L'angolo - rigorosamente vietato ai minori - che la Galleria Sabauda dedica a Cairo sarebbe prevedibile se non fosse per questo martirio di Sant'Agnese
 
cairo
 
La donna è chiusa nel suo godimento intimo e struggente. Lui le rimane attaccato come una patella allo scoglio. Ha la passione monomaniacale di un maschio che è appena uscito da una prolungata astinenza. I due formano un corpo solo, una sola massa carica di passione.
 
L'occhio però cade sulla parte inferiore del dipinto e nota che - per dirla con Monteverdi e Tasso - questi sono "nodi di fier nemico e non d'amante". Potremmo pensare al femminicidio di un innamorato respinto, o anche semplicemente ad un rapporto sado-maso.
 
Certo quest'immagine turba non poco, lontana come è dalla pacifica iconografia della santa compunta, inginocchioni, che si lascia decapitare con tranquillità mentre degli angioletti svolazzano felici agitando le palme del martirio.
 
Qui invece la concentrazione sui due protagonisti - la vittima ed il carnefice - e la commistione di violenza e piacere mettono a disagio lo spettatore che non riesce a dimenticare tanto facilmente questa immagine, carica di crudeltà e dolore.
 
E' un dipinto affatto memorabile ed originale, che scardina l'ordine pacifico della pittura devozionale.



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La curva del Latte - Nico Orengo
14 settembre 2018
Quando passo sul viadotto Latte a pochi chilometri dal confine con la Francia cerco sempre di immaginare come debba essere il torrente sottostante con le case che lo circondano. E dire che sono sicuramente passato da Latte per andare a Villa Hanbury. Se allora avessi già conosciuto La curva del Latte non sarei però riuscito a far la tara della trasfigurazione cui ogni buon scrittore sottopone i propri soggetti. Senza contare che nel 1957, all'inizio del romanzo in questione, Latte ha iniziato ad imbruttirsi.
 
Tutto parte da una pompa di benzina e dopo duecento pagine il paese si è arricchito di due rivendite di vini e liquori, autorimessa e gommista. Come se non bastasse la Dolora pensa di costruire dei bungalow tra le colline ed il mare e gli speculatori edilizi hanno già i progetti dei condomini che debbono sostituire ulivi e fiori.
 
Il libro racconta diverse storie che corrono una a fianco dell'altra, spesso incrociandosi e sovrapponendosi ma rimanendo sempre distinte. E' uno schema collaudato che unito alla celebrazione del piccolo mondo antico dell'Italia d'antan ha fatto la fortuna di un Andrea Vitali.
 
Orengo però non si illude: il tanfo di benzina non è poi tanto diverso da quello prodotto dalla fabbrichetta che lavorava la lavanda; comunisti e democristiani possono dividersi in politica però poi vanno a braccetto quando si tratta di indignarsi contro la ragazza madre che porta in giro per il paese il bastardino frutto del peccato. Il paese è reduce da due guerre, di cui una civile, con tutto il carico di sofferenze che ne consegue. E la maestra compiange l'età del repubblichino Rosolino ucciso dai partigiani, non la sua ideologia.
 
L'ambiente in cui si svolge la storia è idilliaco, ma venato dalla fatica, dal sudore, dalla durezza di una natura tirchia nei confronti di coloro che cercano di trarre da essa di che vivere. Sono questi contrasti a farmi amare la piccola storia di una roccia incastonata tra Ventimiglia e Mentone.
 
 



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Ficarra, Picone ed Aristofane
8 settembre 2018
Ci voleva il duo Ficarra e Picone perchè Raiuno offrisse in prima serata, il sabato sera, una commedia di Aristofane. E con due milioni di spettatori si è pure confermato che la cultura non ha bisogno di essere banalizzata per avere un mercato.
 
E non è che Aristofane sia un piatto semplice da digerire. La commedia di costumi di Molière o la storia a lieto fine di Shakespeare funzionano sempre. Un teatro che bagna nell'attualità e nel riferimento alla cronaca condanna invece un testo alla rapida senescenza. Crozza non può più proporre le imitazioni di cinque anni fa, figuriamoci quelle di alcuni millenni or sono.
 
Dioniso scende nell'Ade per recuperare Euripide, vista la mediocrità dei tragedi che sono rimasti ad Atene. Quando però si trova di fronte le anime degli scrittori del passato ha un attimo di resipiscenza e si riporta in vita Eschilo. Non c'è solo la critica letteraria ma anche l'attacco al decadimento della vita civile di Atene. Il linguaggio di Eschilo appare così astruso e inusitato perchè si è impoverita la vita culturale - e quindi anche civile - degli ateniesi.
 
Suona strano? Cosa possiamo dire di un mondo in cui si pensa di risolvere problemi complessi in 140 caratteri e in cui l'analisi è sostituita dal numero di like ai post di un social? L'analfabetismo di ritorno di messaggi sgrammaticati e dall'ortografia inesistente è lo stesso dei degradati concittadini di Aristofane che non riescono a capire la lingua di Eschilo. Ed anche i personaggi semplici presentati da Euripide non sono poi così diversi dai ministri e parlamentari che cercano un facile consenso essendo come noi. La decadenza culturale e politica vanno di pari passo.
 
Mi piacciono Ficarra e Picone. Hanno una comicità che mi rattrista, perchè dipingono la piccolezza del nostro oggi. Ora legale, mesta parabola di un paese che pretende di imporre la legalità agli altri per continuare impunito il proprio malaffare; Andiamo a quel paese ritratto di un Italia di vecchi sfruttati per le loro pensioni... e adesso queste Rane sgangherate e picaresche in cui i tragedi vengono pesati come in un X-Factor ellenico.
 
Forse aggiornare situazioni e nomi dei demagoghi citati da Aristofane avrebbe violato la lettera del testo, avrebbe forse caricato troppo le spalle dei due volenterosi - e bravi - artisti alle prese con la commedia antica, magari avrebbe anche imposto una lettura di parte. Però forse non sarebbe stato del tutto contrario allo spirito di un lavoro che ci parla ancora.



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Centocinquanta anni di Pellizza da Volpedo
3 settembre 2018
Giuseppe Pellizza, l'autore del celebre "Quarto stato", nasceva 150 anni fa a Volpedo, un paesotto ai piedi delle colline tortonesi. La sua casa natale, in periferia, poco lontano dal cimitero, esiste ancora oggi e contiene il suo atelier.
 
E' uno stanzone quadrato, con il pavimento in cotto come si usava un tempo nelle nostre cascine. C'è troppa gente perchè io abbia la possibilità di guardare che libri si trovano nella biblioteca della parete sinistra - sempre ammesso e non concesso che ci siano i testi di proprietà del pittore.
 
Non mancano gli attrezzi del mestiere, busti e modelli anatomici, colori, cavalletti. Sulla gamba di uno di questi un piccolo schizzo di prato su cui ci sono dei panni stesi ad asciugare. In alto dei quadri di grandi dimensioni ritraggono i genitori di Pellizza. Sono in un dialogo ideale con uno dei quadri che - in occasione di questo centocinquantenario dalla nascita - sono in esposizione temporanea a Volpedo per tutto il mese di settembre.
 
pellizza
 
Nella civiltà contadina il mediatore era una persona importante. Giani è rappresentato con una precisione che sarà fondamentale per il successo del celebre "Quarto stato". Non c'è solo la cura con cui è disegnato il bastone. La barba non fatta, il panciotto troppo stretto e un occhiello bianco tra le gambe che lascia presagire che pure i pantaloni sono al limite delle loro possibilità... sono dettagli che raccontano il mondo povero da cui proviene Pellizza.
 
Ed ecco il pittore
pellizza
 
Possiamo seguire l'evoluzione del modo con cui si porge a noi nella riproduzione fotografica di una prima versione del ritratto, la versione esposta agli Uffizi e uno schizzo molto più vivace e dalla posa meno ufficiale.
 
Completano la piccola mostra un paesaggio dal gusto impressionista, un prato fiorito in cui riconosco le colline del posto e una grande tela di sapore segantiniano - Emigranti
 
pellizza
 
in cui il profilo delle Alpi si sposa al correre del locale Curone - si notano anche delle figure di lavoranti sul greto del torrente.
 
A seguire raccomando una capatina alla vicina pieve, il cui profilo si riconosce nella Fiumana, che contiene alcuni affreschi di grande pregio - il catino absidale, alcuni pilastri e una Madonna in fondo alla navata destra.



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Neuenfels e La dama di picche - Salisburgo 2018
2 settembre 2018
Considero il coretto infantile che apre "La dama di picche" un brano di imbarazzante bruttezza. Eppure è necessario: come all'inizio dei film horror, viene presentata la banale quotidianità in cui ogni spettatore può immaginare se stesso. E' il modo con cui si prepara il pubblico all'irruzione del disordine nella nostra vita.
 
Neuenfels mette i soldatini in stie bianche: i piccoli sono comandati come burattini dalle governanti. Tutti - adulti e bimbi - con la stessa divisa. Una scelta non naturalistica - ma anche negli altri cori tutti hanno il medesimo abito e pure la festa del secondo atto è stilizzata, forse anche troppo, con la zarina rappresentata da uno scheletro. Debbo dire che questa opzione mi piace. E' allora possibile che questa "Dama di picche" sia di mio gusto proprio perchè si allontana dalla rappresentazione di un ambiente che mi appare falso e convenzionale? Probabilmente dovrei analizzare il mio fastidio per questo mondo in cui ognuno, tra patronimici e vezzeggiativi, ha almeno cinque o sei nomi.
 
In questo allestimento di Neuenfels Tomsky mi ricorda Samiel o Shadow che anche lui gioca a carte la salvezza del protagonista. Hermann, unico ad avere un abito di un rosso sgargiante, è il povero scemo da distruggere. E vi si riesce, grazie al mito delle tre carte.
 
Non so mai dire se Hermann ami la contessa come tale, per ciò che è stata o per il segreto che lei possiede. Di certo non gli importa nulla della povera Lisa, destinata a svanire in una notte buia e tempestosa. Neuenfels immerge tutti i personaggi in variazioni di nero e blu. Solo a Herrmann ed alla contessa sono lasciate le uniche macchie di colore dell'allestimento. E il bacio tra i due nella scena centrale dell'opera è il perno della storia.
 
Musicalmente siamo in Paradiso. Jansson fa esplodere la partitura ed è ben assecondato da una grande compagnia di canto. Se il palcoscenico è fondamentalmente in bianco e nero, la fossa d'orchestra affoga nei colori.
 
 



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Christie incorona Poppea - Salisburgo 2018
1 settembre 2018
William Christie consegna una Poppea molto briosa ed efficace. Ogni parola è ben soppesata e si carica di una forza drammatica che evita la noia. Più che giocare sui colori della striminzita orchestra, Christie preferisce spremere il testo. Prendiamo l'erotismo delle sospensioni di "Ti farei... ti direi" nel celebre "Sento un certo non so che", oppure "Oggi sarà Poppea di Roma imperatrice". E' vero che Visse è diventato da tempo Arnalta. Ma in questa occasione riesce a far convivere la cura del dettaglio con la visione d'insieme in un trionfo della comicità e del teatro. Voglio sperare che la post-produzione abbia tagliato gli applausi, perchè qui Visse merita il trionfo.
 
Non c'è solo Christie. I suoi cantanti sono tutti di altissimo livello. Sonya Yoncheva ha una voce piena, potente e vellutata, in grado di dominare il povero Nerone, Kate Lindsey, l'anello debole di un cast stellare. Mi va bene una voce acida ed isterica, ma per lo meno intonata. Lo scontro con Seneca (l'ottimo Renato Dolcini) è stato rovinato da guaiti, gemiti, stonature più adatte a una strega della Dido di Purcell che ad un imperatore. Infatti la progressione che conduce al climax di "Tu... Tu... Tu... mi porti allo sdegno" è bellamente saltata. Ed anche il duetto amoroso con Lucano (Alessandro Fischer) non ha lasciato il segno.
 
Un discorso a parte merita la regia. Non si inventa nulla infilando la piccola orchestra in due piccole fosse laterali a vista, che permettono una certa interazione di strumentisti e cantanti. Il problema è capire quali intenzioni abbia Jan Lauwers.
 
Al centro della scena sta perennemente un ballerino rotante a mo' di derviscio circondato da una serie di colleghi che talvolta hanno un chiaro riferimento alla situazione drammatica ed alla musica, ma più spesso sono pleonastici - tanto che possiamo guardare i cantanti in primo piano muoversi come da tradizione senza curarci dello sfondo.
 
Bellissimo il finale del secondo atto, con il giardino e la montagna umana in cui si inscerisce Poppea addormentata, ma notevole anche la serie di corpi feriti all'inizio del terzo. In entrambi i casi l'affastellarsi dei ballerini completa in forma tridimensionale il pavimento della scena, pieno di corpi in varie pose. Sono riuscitissime anche le parti di danza sfrenata. Però io avrei preferito un uso più parsimonioso, specie nelle scene meditative ed intime. Che l'apparizione delle divinità si accompagni alla presenza di uno sciancato con stampelle mi appare incomprensibile. Avrei potuto amare, anche senza capirla, la regia di Lauwers, se solo fosse stata un po' più contenuta.
 
Un'altra caratteristica che mi sembra giusto rilevare è che Lauwers sottolinea il travestimento dei personaggi: Nerone mostra le proprie forme femminili, ha dei tacchi a spillo, Arnalta scopre il petto maschile e la Nutrice di Poppea ha il pizzo. Un'altra inutile forzatura secondo me.
 
In conclusione: con Christie abbiamo una fantastica Incoronazione di Poppea, con il regista Lauwers una Esagerazione di Poppea.



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Open art Roveredo 2018
29 agosto 2018
Attraverso il centro abitato di Roveredo seguendo l'indicazione "Campagna". Nomen omen. Al termine di un rettilineo tanto lungo quanto stretto, appena dopo il cantiere della circonvallazione ecco aprirsi di fronte a me un campo erboso su cui spuntano le sculture ed installazioni di Open Art 2018.
 
Spuntano anche in senso proprio, come le bandierine rosse di un Sogno d'architetto. O si formano seguendo la conformazione del terreno. Ci sono due recinti a forma di lente, che paiono due ali che si congiungono. Debbo mettermi su un poggiolo naturale per avere una vaga idea di come debba apparire questa Nazca grigionese
open art
Sembra un sito archeologico in cui si riconoscono i segni di un misterioso rituale.
 
open art
Come quello di un'altra installazione, in cui si cammina accompagnati dal tintinnio delle campanelle appese all'albero circondato da figure antropomorfe disposte in cerchio.
Non è l'unico esempio di cerchio magico in cui immagini umane sono in dialogo tra di loro
 
open art
E neppure è l'unico caso di opera in cui domina l'elemento circolare
 
 
E' la necessità di trovare una simmetria, un ordine attorno a cui collocare la nostra attenzione? Oppure è il punto di coagulo dell'attenzione? Della comunicazione che si vuole creare con lo spettatore? Le immagini umane che compaiono regolarmente, fossero anche distorte come nella coppia-lucertola e la coppia-cabaret, rimandano ad un desiderio di parlare, di entrare in contatto con un altro che è alterato irrimediabilmente dall'ambiente.
 
Una delle prime opere che vedo entrando in open art si intitola Am I You
E' evidente il richiamo al mondo del selfie, o - quanto meno - dell'immagine rubata in tutta fretta tramite il telefonino. E c'è in questa domanda "Sono te?" lo spaesamento di chi colleziona una serie grandissima di immagini che non riesce a catalogare, neppure a ricordare, tanto esse vengono accumulate in modo meccanico e compulsivo. Sono persone anonime. E anche noi stessi, rinchiusi nella prigione di un selfie abbiamo perso la nostra identità. Ciò che la foto non può rendere è il soffio del vento che scuote queste tele dipinte come se fossero gli ignavi danteschi, in perenne corsa, sospinti dalla moda che ci svuota della nostra personalità mentre cerchiamo di cogliere gli istanti della nostra vita mediante lo smart-phone.
 
openart roveredo 2018
 
Ma gli istanti non tornano più, dice questa scultura dominata da tre semisfere in acciaio in cui si riflettono deformati paesaggio e spettatori. E specchiandomi in quest'opera non medito sull'irripetibilità del momento ma sulla necessità di mettermi a dieta.
 
 



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Samuel Barber - Vanessa - Glyndebourne 2018
25 agosto 2018
A sessant'anni esatti dalla prima, Vanessa, l'opera in tre atti di Samuel Barber arriva a Glyndebourne. Le ragioni del suo successo e dell'oblio in cui è caduta coincidono: questa Vanessa è rigorosamente tonale e romantica, mostra le sue ascendenze pucciniano-straussiane, ha certamente strette parentele con la musica da film coeva ed è costruita in modo da rendere riconoscibili arie e concertati - addirittura il finale è un quintetto in canone, prevedibile forse ma non per questo incapace di fissarsi nella mente e di creare un forte effetto drammatico.
 
Non mi va di scrivere la trama di questa Vanessa: l'opera è molto interessante e mi ha fatto piacere seguire un lavoro di cui non sono in grado di anticipare la fine. Dirò solo che il testo, ispirato ai racconti gotici di Karen Blixen è molto suggestivo e pone all'ascoltatore dei curiosi intrecci psicologici tra donne diverse per storia ed età ma parallele quanto a forza e determinazione nel perseguire i propri obiettivi. E' in fondo un'opera al femminile, dato che gli uomini sono al più l'elemento scatenante della vicenda, normalmente un contorno, l'oggetto su cui le signore proiettano i propri desideri.
 
La musica di Barber mi è piaciuta molto. Non ci dobbiamo aspettare novità e stravolgimenti linguistici. Ci si muove nel solco della tradizione operistica senza grandi voli di fantasia ma con molto mestiere. Non guasta. E' un'opera che merita di venire messa in cartellone e di essere conosciuta al di fuori dei pochissimi a conoscenza del fatto che Barber non si è limitato a scrivere un fortunato adagio per archi.
 
Come tradizione a Glyndebourne allestimento e musicisti sono perfetti. Una compagnia di canto dedicata a quest'opera trasmette la convinzione che Vanessa può vivere con i melomani a fianco di qualsiasi Tosca o Arabella.



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Il Flauto tragico - Salisburgo 2018
20 agosto 2018
Qualche mese fa ho visto il video di un Flauto magico vallone in cui papà-Sarastro raccontava al figliolo la storia di Tamino e Pamina. Mi sta bene che a Salisburgo si seguano le orme belghe, tanto più che qui si ha un nonno d'eccezione (Klaus Maria Brandauer) con ben tre nipotini che - ovviamente - diventeranno i tre paggi della vicenda del flauto magico.
 
Avessi avuto a disposizione solo le fotografie dell'allestimento avrei invidiato i fortunati frequentatori di Salisburgo: si passa da una casa borghese a un variopinto e fantasioso circo, con clown ed acrobati.
 
Purtroppo, la regista Lydia Steier infila alcune mostruose cantonate. Si fosse letta il libretto, la signora Steier avrebbe notato che ad accedere al percorso iniziatico sono solo Tamino e Papageno. La povera Pamina è un oggetto, il semplice premio destinato al maschio che la conquista (come Rezia per Oberon). E' dunque inutile incappucciarla visto che il suo ruolo nelle prove dell'iniziazione è solo passivo. Almeno all'inizio... perchè è vero che alla fine anche lei potrà conoscere le gioie di Iside e Osiride con la stessa dignità del compagno. Solo che Frau Steier non ne capisce il motivo.
 
In che cosa consistono le prove cui Tamino e Papageno si debbono sottoporre? Lo dice chiaramente il sacerdote: "sottometterti a tutte le nostre leggi e a non temere neanche la morte". E' questa seconda parte della prova, il non temere la morte, che è la parte difficile, quella di fronte a cui nicchia Papageno (che per altro la supererà nella scena del suicidio mancato). Ed è questa prova a venir superata da Pamina, che è pronta anche lei ad ammazzarsi se non può essere amata ma - soprattutto - che vuole affrontare con il compagno il fuoco e l'acqua. Pamina insomma non è più la tanto bella e tanto oca della tradizione operistica (e dell'inizio di questo Singspiel) ma la Brunnhilde partner di Sigfrido (notiamo che è lei a consigliare a Tamino di servirsi del flauto magico per superare l'ultima prova). 
 
Tutto questo rimane notte e nebbia per Lydia Steier, che anzi si inventa la "prova della disperazione". Qui, la sola disperazione è quella del sottoscritto - abbacinato dalla stupidità di un allestimento che pure era partito con il piede giusto nonchè dall'analfabetismo musicale di Constantinos Caridis, che adotta tempi assurdi passando da una ouverture suonata come se il direttore d'orchestra avesse un irresistibile impulso minzionale a un "Dies Bildnis ist bezaubernd schön" tanto stiracchiato che non si riesce neppure a percepire la bellezza della melodia mozartiana. Questo animale ha pure inserito clavicembalo e fortepiano in diversi punti. Non sono riuscito a capire cosa sia successo nell'aria di Sarastro, una marcetta insulsa e del tutto priva della dignità che ci si aspetta da qualcuno che predica - e pratica - la magnanimità: ho avuto l'impressione che in orchestra ci fosse un organetto di Barberia. Lo stile musicale era comunque quello.
 
Musicalmente è uno dei peggiori Zauberflöte che io ricordi. L'unico plauso va al tecnico del suono che ha lasciato il "buuh" con cui il pubblico ha accolto lo spettacolo: in genere si tengono in frigorifero degli applausi pre-registrati che fanno credere all'incolto pubblico casalingo che si è assistito a uno spettacolo di prima qualità.



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Orgoglio polacco nel castello di Varsavia
20 agosto 2018
La storia recente del castello di Varsavia è un grande esempio di resilienza.
 
Già il paese ha subito nel XVIII secolo uno smembramento che lo ha cancellato dalle carte geografiche fino al 1918. Poi c'è stato il breve periodo di indipendenza tra le due guerre... Nel sotterraneo vengono proposte le immagini dell'invasione dei nazisti che come prima cosa saccheggiano e poi distruggono il castello.
 
I polacchi erano stati previdenti: avevano inventariato e nascosto tutto il possibile nella speranza che dovesse passare la nottata. Purtroppo per loro, nel dopo guerra i comunisti non avevano la minima voglia di titillare il nazionalismo polacco ripristinando il castello di Varsavia.
 
Bisogna attendere dunque l'epoca di Solidarnosc perché inizi la rinascita dell'edificio.
 
Per dare un'idea delle difficoltà incontrate dai restauratori mi limito a raccontare la storia delle aquile che adornavano il trono. Ne erano rimaste solo foto in bianco e nero che non permettevano di ricostruirle in modo adeguato. Con un colpo di fortuna saltò fuori dagli Stati Uniti un originale trafugato dai tedeschi a partire dal quale si potè ricostruire il resto.
 
Dobbiamo accontentarci di un palazzo rifatto, con soffitti le cui cornici dorate racchiudono il nulla. Ma l'orgoglio di avere riportato queste stanze allo splendore di un tempo supera qualsiasi obiezione che il visitatore voglia fare. Le sale sono magnifiche e la visita è del tutto appagante.
 
È poi indispensabile una visita alla pinacoteca a piano terra. I pezzi forti sono due Rembrandt appaiati: un anziano studioso intento a scrivere e una  bellissima ragazza. Mi piace immaginare - a giudicare dal suo abbigliamento - che si tratti di una giovinetta ebrea il giorno delle nozze.
varsavia
Ella rivolge fiduciosa il suo sguardo direttamente a noi e poggia le mani sulla cornice del quadro, come se volesse uscire dalla tela anticipando di qualche secolo "La rosa purpurea del Cairo".



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La stanza del vescovo di Kielce (PL)
17 agosto 2018
Il palazzo dei vescovi è un edificio che spicca nella piazza della cattedrale di Kielce. Un loggiato vagamente rinascimentale e torri angolari di stile barocco mi promettono che anche l'interno sarà delizioso.
Kielce
Le mie speranze non vengono deluse. Si visita il piano nobile che ruota attorno al salone da pranzo, in cui si tenevano i ricevimenti ed in cui oggi troneggia un pianoforte a coda.
 
Bel mobilio, soffitti coperti da travi dipinte, fregi affrescati ed arazzi. Su di un lato l'appartamento privato del vescovo (sempre formato dalla successione di anticamera, sala di ricevimento, stanza privata e cappella). Sull'altro invece le stanze dei senatori. Tutto assai raffinato, ricco ma sopratutto sobrio. Mancano infatti le fastose decorazioni autocelebrative che ho trovato in altre simili dimore.
 
È ben vero che esiste un gigantesco arazzo dedicato alla glorificazione di Atena, dea le cui qualità si ritrovano certamente in signori liberali, prudenti e saggi quali sono di sicuro i vescovi di Kielce, ma un eventuale parallelo encomiastico svanisce in mezzo ad Orfeo che incanta le bestie e si volta a guardare la bella Euridice, Ermes con Caco e le raffigurazioni di stagioni e lavori agresti di fregi e soffitti.
 
Degli abitanti di questa residenza ci giungono solo i ritratti, privi di moniti elogiativi. E già solo per questo apprezzo questi signori.



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Il castello di Orava (Slovacchia)
16 agosto 2018
Come tutti i castelli difensivi anche quello di Orava si trova appollaiato su una altura da cui controllare tutto il territorio.

orava 

Si tratta di una imponente macchina da guerra, costituita da tre corpi di fabbrica chiusi da una cinta muraria scabra e spessa. Non dubito che essa incutesse il timore nei nemici già secoli prima del "Nosferatu" di Murnau.
 
È tra queste mura infatti che venne girato nel 1922 uno dei film fondamentali della storia del cinema. Nell'ultimo dei corpi di fabbrica del castello una speciale mediateca ricorda non solo Murnau ma anche tutte le pellicole - c'è pure un episodio di Gremlins - che si sono servite di Orava.
 
Come sempre non è facile riempire un castello medievale. Qui la fortuna vuole che ci siano stati degli abitanti anche in epoca più vicina alla nostra, così che abbiamo un rigoglioso barocco controriformista nella cappella di san Michele e più avanti ancora anche alcune piacevoli sale neo-gotiche.
 
Mi ha incuriosito scoprire che il feudo di Orava fu concesso dall'imperatore Rodolfo a condizione che non venisse mai parcellizzato e passasse solo al primogenito maschio. Quando ci si trovò ad avere solo sette eredi femmine (il maschio era morto in tenera età), Orava fu gestito con criteri moderni da un "Kompossessorat" fino al ventesimo secolo, quando il regime comunista lo sciolse del tutto.
 
Non sono riuscito a capire gli addentellati di questo castello con il mondo magiaro (nell'albero genealogico dei proprietari tornano spesso nomi tipicamente ungheresi) ma tanto per non rinunciare a nulla in una delle sale dedicate agli usi e costumi del posto mi sono trovato di fronte a un gruppo di musicisti che, per quel che so io, potevano benissimo indossare abiti tradizionali slovacchi ma che senza ombra di dubbio stavano suonando... una marcia irlandese con tanto di bodhràn e flautino.



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La chiesa di San Gilles a Poprad (SK)
12 agosto 2018
Il problema della desertificazione del nucleo cittadino è stato risolto a Poprad con il classico uovo di Colombo: basta costruire un gigantesco centro commerciale di quattro piani proprio a fianco della lunga via pedonale che attraversa la cittadina.
 
Poprad è tirata a nuovo, piccola e pulita. Appena usciti per l'appunto dal mastodontico "Forum" si nota una torre campanaria ampia e quadrata, con cima merlata, oggi adibita a bar. Attualmente  la salita è possibile solo chiedendo  il permesso ai proprietari.
 
L'adiacente San Gilles è aperta invece alle 15 con visita guidata da parte di un volenteroso dell'ufficio turistico locale.
 
È una chiesetta gotica. Un piccolo pronao conduce a un semplice portale gotico interamente rifatto negli anni scorsi. L'interno ha due volte  affrescate come se fossero un cielo. L'attenzione è attratta subito dal ricco ciclo di affreschi delle pareti. Al centro della chiesa un Giudizio Universale di cui si legge bene solo il lato destro, con i peccatori che vanno alla perdizione. Noto che i volti delle figure sono quasi sempre vuoti. Immagino in conseguenza di qualche ondata iconoclasta.
 
Sulla parete di fondo sono descritte le morti di alcuni santi - Andrea, Bartolomeo. Divertente il fatto che il mio accompagnatore confonda, in una rigorosa applicazione della legge di Murphy, un santo con l'altro e che alla fine sono io a guidarlo sulle storie della Natività - dall'Annunciazione alla Fuga in Egitto - del lato sinistro. La Crocefissione invece si trova sulla parete destra della chiesa, in una posizione relativamente defilata.
 
Curiosamente il dedicatario della chiesa non compare negli affreschi ma solo in una tavola in legno non particolarmente interessante. D'altro canto gli affreschi sono rimasti qui solo per l'impossibilità di trasportarli altrove: la tavola della Vergine di Poprad è invece finita nel museo di Bratislava.
 
Forse, visti gli orari di apertura della chiesa, è meglio così.



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Villa Szymanowski a Zakopane
10 agosto 2018
A Zakopane si trovano molte ville in legno costruite secondo uno schema standard: tetto spiovente, spesso in lamiera anche ondulinata, mansardato, piano terra con loggia e veranda. Alcune sono disabitate, fatiscenti ed in cerca di un pietoso proprietario che le rimetta in uso.

 

Credo che Villa Atma, dove Szymanowski visse qui a Zakopane fosse - ancora all'inizio del secolo - uno di questi ruderi in sfacelo. Il museo nazionale di Cracovia ha avuto la bontà di recuperare la villa e di render omaggio a uno dei più grandi artisti che la Polonia ha dato al mondo.
 
L'esposizione si articola su poche stanze: un atrio con alcuni ritratti, un paio di cuffie che consentono di sentire qualche lavoro del buon Karol, il salotto e lo studio. Guardiamo la scrivania dell'artista, un paio di fogli di musica, bozzetti del suo balletto, la locandina del Re Ruggero.
 
Chi non parla polacco fatica a ricostruire quanto riportato dai pannelli esplicativi. Forse non è sufficiente metterlo immediatamente alle spalle di Chopin nella "Top-ten" dei compositori polacchi, bisogna magari credere davvero di aver a che fare con un genio che sta tranquillamente alla pari con i suoi colleghi contemporanei. Non riesco a capire d'altronde perché la lista dei musei visitabili a Zakopane non comprenda anche Villa Atma.
 
Forse è meglio accontentarmi del fatto che qualcuno se ne è ricordato sperando che ciò basti a spargere un piccolo seme che faccia crescere la notorietà di questo genio della musica.



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Cracovia: La situazione è cambiata
10 agosto 2018
Sono andato al museo nazionale di Cracovia per la leonardesca Dama con l'Ermellino ed ho avuto la sorpresa di trovare un'eccellente esposizione sui cambiamenti registrati dall'arte polacca di oggi.
 
Ho avuto un buon inizio con Antoni Falat
[caption id="attachment_4101" align="aligncenter" width="442"]cracovia Falat - Spokoj[/caption]
Questo Spokoj - tradotto come "Pace" - non è nè pacifico nè tranquillo. La scritta rossa, come di sangue che cola... Timbro e penna fanno pensare che la divisa appartenga ad un militare burocrate. Ma la testa di cane evoca l'immagine di un animale affettuoso, fedele ed amabile... Peccato che tutti i buoni sentimenti che connetto all'idea di cane svaniscano osservando che l'animale non punta lo sguardo allo spettatore ma lo rivolge ad un padrone esterno, magari dell'est.
 
E non è però che le dita mozzate di Vittoria, Vittoria
dello scultore di Cracovia Bernadski non siano riconducibili alla delusione del mondo post-comunista?
 
Ho visitato in città la galleria dedicata all'arte polacca del XVIII e XIX secolo. Si trovano anche bei quadri, senza però rilevare una voce davvero originale. Sono dipinti che rientrano nel solco delle mode espressive europee del tempo che potrebbero venire da un qualsiasi paese del continente.
 
La collezione contemporanea del museo di Cracovia invece ha - ovviamente nel rispetto di tendenze espressive internazionali - una sua personalità bianco/rossa. Si percorre un secolo difficile, segnato da una rivoluzione espressiva che il regime ha tentato di affogare nel realismo socialista. Le opere esposte attraversano tutta la nostra epoca con una eccitante varietà di stili e mezzi espressivi.  Ho trovato in queste sale un'arte fresca che continua ad interrogare lo spettatore, la voce di una nazione risvegliata che desidera farsi ascoltare dentro e fuori dai confini del proprio paese. Se nei secoli passati ci si accontentava di essere, oggi si vuole lasciare un segno individuale nel mondo.
 
Il titolo della mostra "La situazione è cambiata" indica perfettamente le contraddizioni in cui ci si muove in questa epoca il cui paesaggio è in continua evoluzione.
 
Altre immagini si trovano a questo sito
 



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Cappella di Santa Croce - Wawel Cracovia
9 agosto 2018
Non c'è solo la immaginaria chiesa di Combray a stendersi lungo una quarta dimensione - il tempo. Anche sul Wawel, la collina a sud di Cracovia, la cattedrale offre un viaggio attraverso i secoli partendo dalla regina Edwige nel XIII secolo per scivolare ai piedi di Woytila che la ha canonizzata.
 
A poca distanza tra loro si trovano le insegne regali della summenzionata Edwige, l'altare a San Giovanni Paolo II, il neo-classico nero ed oro della cappella Vasa e l'ottocentesca rotonda dedicata alla famiglia Potocki.
 
Molto appariscenti, però senza la gloria della cappella di San Sigismondo, di un purissimo stile rinascimentale. Perfetta ed armoniosa. Peccato che sia chiusa da una cancellata che rende impossibile godere non solo della simmetria ma anche di un altare con pannelli in argento che - a mio umile avviso - avrebbero meritato molto.
 
Mi rifaccio a inizio navata con la Cappella di Santa Croce. Anche qui c'è il solito sepolcro del solito sovrano polacco. Ho perso il conto dei regnanti che riposano qui... per inciso si trova, in compagnia della signora, pure Lech Kaczynski, il furbastro che volendo volare con un tempo inclemente ha fatto perdere la vita - oltre che a sé - a quanti si trovavano sull'aereo presidenziale diretto a una cerimonia commemorativa delle vittime di Katyn.
 
Nella cappella di Santa Croce ci sono due bellissimi altari in gotico internazionale e una fantastica serie di affreschi in stile greco bizantino. Non ci si prende neanche la fatica di indicare i lineamenti dei volti: bastano gli ovali per indicare gli angeli.
 
croce
A Vasari non piacevano queste figure "greche". Posso anche capire il suo punto di vista, ma trovo in queste opere una essenzialità che punta dritta alla testa più che al cuore di chi guarda. Le figure lunghe ed affusolate hanno una irresistibile modernità, il dettaglio inutile è omesso. E se non altro come reazione all'appariscenza controriformista della cattedrale mi trovo a mio agio in questa religiosità asciutta e concreta.

 




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Veit Stoss - Dormizione della Vergine (Cracovia)
8 agosto 2018
La Vergine si affloscia tra le braccia di San Pietro come un pallone cui si sia aperta la valvola dell'aria. Alle sue spalle San Giovanni, convinto che sia solo un malore, le porge premuroso il mantello azzurro di ordinanza. San Pietro invece sembra solo preoccupato di non lasciar cadere questo peso che gli è piombato improvvisamente tra le braccia.
 
]stoss 

Noi però vediamo le dita di Maria: lunghe, esangui. Penzolano nel vuoto. Ci dicono che la vita le è scivolata via. Siamo noi spettatori a cogliere il mistero di quanto è accaduto.
 
Non avendo infatti la macchia del Peccato Originale, Maria non può conoscere la morte e la corruzione del sepolcro. A San Sebaldo, in Norimberga, un portale mostra gli apostoli intenti a trasportarne la bara. L'iconografia normale ci mostra però un sepolcro pieno di fiori circondato da apostoli che mirano verso il cielo in cui - è dogma di fede - Maria è assunta con il proprio corpo.
 
È lì in Paradiso che Stoss ce la propone nella parte alta dell'altare scolpito per la cattedrale di Cracovia.
 
stoss
 
Non c'è dubbio che in alto, incoronata dal Figlio come Regina dell'universo, Maria sia bella. Però, in tutta la serie di personaggi scolpiti da Voss, è nel momento in cui il sonno fa cedere il suo corpo, che l'artista ce la fa sentire vicina a noi e più umana.



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Il monastero fortezza di Czestochowa
7 agosto 2018
A Czestochowa davvero "il mio Dio è una salda fortezza". 

Il monastero sorge in posizione elevata ed è circondato da bastioni a stella secondo le tecniche di difesa introdotte dall'uso della polvere da sparo. Czestochowa però è stata realmente assediata dagli svedesi, che sono giunti fino qui.

Su queste mura la loro invasione - "diluvio" dicono i polacchi - si infranse. Fu intervento divino? Oppure a distruggerli fu la peregrina idea di penetrare troppo avanti in un terreno ostile?

É certo che dopo quegli eventi la Polonia considerò la Vergine come propria patrona. E la mia generazione ricorda quanto la Chiesa Cattolica fece per coagulare l'opposizione al comunismo.

Sono stupito che alle nove di sera ci sia una grande folla, anche di gente che ha conosciuto "il regime" solo sui libri di scuola o dai discorsi dei genitori, attorno all'immagine della Madonna di Czestochowa.

É un'icona bizantina che la tradizione attribuisce a San Luca. Come in uso presso gli Ortodossi una ricca decorazione lascia scoperti solo i volti. Non è possibile avvicinarmi più di tanto e fare una visita turistica: si presuppone che l'ultimo tratto del percorso sia fatto in ginocchio e - comunque - il sottofondo sonoro è una cerimonia religiosa continua che non lascia spazio a considerazioni mondane.
 
Ci si può rifare nell'adiacente basilica, alta e stretta come un edificio gotico ma barocchizzata in un tripudio di stucchi ed ori che fa sembrare severo e contenuto il barocco germanico.



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Mondo piccolo al palazzo di Wilanow (PL)
6 agosto 2018
Wilanow, oggi periferia meridionale di Varsavia, poteva essere una bella residenza estiva per i sovrani polacchi del XVIII secolo. Il re Giovanni III si costruisce una dimora che risponde ai gusti del tempo, così che non fatico ad inserirla in una lunga sfilza di simili residenze principesche: parco con aiuole e fontane, loggia, appartamenti distinti per il re e la regina, costruiti secondo il sistema della successione di anticamera, sala di ricevimento ed alcova.
 
Anche le stanze cinesi del primo piano rimandano ad un gusto per l'estremo oriente che è ugualmente diffuso in tutta Europa. Ne concludo che la globalizzazione non è stata inventata oggi e che sempre gli uomini hanno cercato di uniformare il proprio mondo. Anche senza la tecnologia di cui disponiamo in questi giorni è possibile diffondere le stesse idee, i medesimi gusti, un uguale modo di vedere il mondo.
 
Wilanow dunque come Versailles, Stupinigi, Dresda, San Pietroburgo, in un mondo che vogliamo a tutti i costi che rimanga piccolo. Come noi ci sentiamo rassicurati ritrovando in tutte le città della terra le stesse catene di negozi, ristoranti ed alberghi, così anche nel seicento il viaggiatore poteva essere sicuro che nei luoghi di potere avrebbe trovato persone che parlavano la stessa lingua.
 
Una galleria di immagini dal sito ufficiale di Wilanow



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Anosh Irani - La gabbia di fiori
4 agosto 2018
Noi persone del primo mondo non siamo in grado di immaginare gli abissi di degrado in cui vivono molti nostri simili. Cianciamo di pacchie che debbono finire o ci indigniamo perché qualche attricetta da strapazzo ha ottenuto il successo concedendosi a un produttore puttaniere e non pensiamo che in paesi come l’India gli stupri sono all’ordine del giorno, cose commendevoli, tradizioni da difendere e continuare.
Anosh Irani affonda il coltello – alla lettera – nel mondo del terzo sesso: ermafroditi, persone che in un corpo maschile nascondono una donna… Senza sale operatorie, senza anestesia, senza chirurgia plastica Mahdu è diventato una femmina. Nessuno che si preoccupi del suo status: può fare la prostituta, oppure benedire i partecipanti a nozze e feste, oppure mendicare per strada. Un’alternativa è preparare altre infelici allo stupro cui seguirà la vita del bordello.
Anosh Irani descrive questa bella vita del terzo mondo,con il suo puzzo, il suo chiasso, il degrado. Non risparmia nulla, lascia pochissimo spazio alla speranza. Tratta la società indiana come se non fosse riformabile. L’atto di ribellione non può che essere violento perché si scontra con un mondo impermeabile a qualsiasi idea che contraddica l’ordine che si è sempre seguito.
La persona violentata é a sua volta strumento di violenza: prepara bimbe impuberi allo stupro e alla prostituzione, insegna loro ad obbedire a magnaccia, tenutari e maschi.
Il libro di Irani, al di là del titolo poetico, ha un contenuto duro, che dovrebbe scuotere le nostre coscienze.



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Lotta agli insetti molesti: Lohengrin Bayreuth 2018
1 agosto 2018
Krethina Wagner ha avuto un'idea che può risollevare le sorti di molti teatri lirici: perchè non inserire gli sponsor dentro lo spettacolo?
 
Il pubblico ritrova sulla scena i fastidiosi insetti che lo hanno tormentato nell'arsura di questa estate francone. Non c'è alcun logo pubblicitario esplicito, ma la luce azzurrina che circonda tutti, lo stesso colore della tuta da uomo del gas di Lohengrin suscitano l'immediato collegamento con le piastrine del Vape. E anche nel terzo atto il giallo e l'arancio della dimora di Elsa e Lohengrin evocano il logo dell'Autan.
 
Bisogna ammettere che il pubblico non sembra aver manifestato alcun particolare fastidio per questo allestimento. Non capisco perchè: le scene sono brutte come sempre, i costumi trasudano il solito cattivo gusto. Non si può neppure parlare di movimenti scenici sballati, visto che cantanti e coro più che insetti sembrano dei sedani.
 
Mi spiace molto per la nipotina Wagner: lo spettacolo è partito con il piede sbagliato. Il forfait di un tenore in disarmo che neppure conosceva la parte ha fatto piombare un polacco con una voce bella, rotonda, davvero eroica, che incarna perfettamente il protagonista. Un disastro per la bella Krethina. Non le va meglio con Elsa e Ortruda le quali hanno superato le difficoltà della parte, se pur con qualche ammaccatura (ma la Foster non sa cantare neanche all'inizio di carriera, figuriamoci all'età della Meier). Katharina aveva posto molte speranze in Konieczny, un basso che riesce sempre ad essere mediocre, ma che qui è riuscito a farmi ricordare Siegmund Nimsgern nei suoi momenti meno peggiori.
 
E poi c'è Thielemann. Mi sono messo a ridere quando - sul finire della sezione centrale della marcia nuziale - ha esposto con molto sentimento ed enfasi la stupenda frase affidata al corpo degli archi. Si sentiva che ci prendeva gusto, tanto da rallentare sensibilmente il tempo. Un erroraccio! In partitura Wagner si limita a chiedere un tempo più lento per la parte centrale, senza prevedere un ulteriore allungamento dei tempi.  Petrenko si sarebbe adeguato a questa indicazione. E tanto per cambiare avrebbe avuto ragione. Però... come era bello quel rallentando. Non ci rinuncerei per niente al mondo.

 




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Castellucci perde la testa per Salome Salisburgo (2018)
30 luglio 2018
Fosse stato per il prologo avrei subito staccato il video: grilli in sottofondo mentre una ragazzina bianco-vestita depone corona e velo  Una scritta: "Te saxa loquuntur".
 
Ma a questa introduzione segue la musica.
 
Debbo ricredermi su Welser-Most: la sua lettura di Salome è intensissima. Non è estroverso, non ci sfonda i timpani, mantiene i colori chiari e ci fa distinguere la trama dei temi che percorrono il tessuto della partitura. Tutto ciò non impedisce di raccontare in modo incisivo la storia, di sottolineare come si deve ogni climax.
 
C'è del resto una perfetta coesione tra musica e scena. Un disco nero si alza dalla cisterna e in mezzo ad esso Jochanaan appare come una specie di Queequeg, nero nel nero. Il disco si ampia per abbracciare Salome che sta dichiarando il proprio amore per il profeta. Non c'è mai contatto fisico tra la giovane e il Battista. Neppure nel finale: in scena entra il corpo decapitato. Salome gli si siede sulle ginocchia, pone una corona sul collo del cadavere, mima il bacio. Sono impressionato.
 
Il regista Castellucci ha stravolto le mie aspettative. Mi tocca lavorare di fantasia per vedere il capo mozzato, la danza salta del tutto: Salome è nuda, accovacciata su un piedestallo con la scritta "saxa"; una pietra scende dall'alto e la copre. Intanto tutti i personaggi sono usciti dalla scena. E' come se Castellucci tenesse a sottolineare che questa danza dei sette veli è la parte meno riuscita dell'opera e che per renderla al meglio vi si deve rinunciare lasciando - di nuovo - che sia l'immaginazione - al negativo - a disegnare i movimenti. In un certo qual modo, dopo tutte le emozioni delle due scene di seduzione (prima verso Narraboth - neppure un eunuco sarebbe resistito a una mimica simile - poi verso Jochanaan); dopo la misurata isteria di Erode e signora c'è la stasi in quello che dovrebbe essere il punto centrale. E penso che la seconda parte dell'allestimento non sia riuscita... fino a che non assisto alla forza tranquilla del monologo conclusivo di Salome.
 
Non capisco come il pubblico possa rimanere in silenzio al termine di una esecuzione tanto sconvolgente.
 
Non è vero che non ci sono buoni cantanti: tutti sono bravissimi senza eccezione. La protagonista Asmik Grigorian è incredibile e perfetta, anche quando - al termine della seduzione di Narraboth - non canta come si deve il suo "Ah" ma lo emette come un grido strozzato. E' bello al di là di ogni immaginazione. Stupendo teatro come capita di rado di vedere, in cui il concetto - se c'è - sparisce in una narrazione magmatica che stravolge lo spettatore.



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Rainer Maria Rilke - Serpenti d'argento
29 luglio 2018
Questo "Serpenti d'argento" riunisce i racconti giovanili di Rilke.
 
Rilke mostra fin dall'inizio una buona vena poetica, trova belle immagini, ha molta musicalità nel costruire il suo periodare ma si direbbe che l'unico tema che lo interessi sia la morte. In molte salse, è vero, ma in  più di un'occasione ho sentito la necessità di sottopormi a un ricovero in SPDC per depressione maggiore... sempre che, per reazione, non cominci a ridere cercando di intuire come morirà il protagonista della prossima storia.
 
C'è una tendenza suicidaria diffusa, in parte dovuta al tedium vitae, in parte legata alla necessità di sciogliere in qualche modo delle situazioni che sono diventate, come in molte storie di Stephan Zweig, troppo ingarbugliate. Non mancano le morti di bambini - con l'involontaria comicità del bimbo che desidera finire dentro quei graziosi cassoni neri sormontati da angeli - o la storia della piccola maltrattata dalla matrigna che muore assiderata nel bosco dove ha acceso un improvvisato albero di Natale per una Madonnina intagliata. Il richiamo ad Andersen - pure citato nel racconto - è evidentissimo, così come l'ambientazione naturalistica a cui il giovane Rilke deve certo molto e che ritorna in molte pagine.
 
Si sorride poi per l'uomo senza qualità disperato di non trovare eventi nella propria vita e per il ragazzotto che dimentica per strada la bara della madre che avrebbe dovuto portare nel cimitero del paese in cui la donna è nata. Ed è commovente il soldatino Pierre che compensa nell'indigestione il dolore per la fine delle vacanze estive con la mamma.
 
In generale però il tono rimane cupo. Per cui è meglio affrontare questo libro a piccoli sorsi.



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L'abbazia Santa Maria di Rivalta Scrivia
24 luglio 2018
Le abbazie cistercensi sono strutturate in chiesa, chiostro con sala capitolare e dormitorio con deposito per le vettovaglie. Rivalta non fa eccezione anche se del chiostro rimane solo un verde prato quadrato. Il lato opposto alla chiesa è stato usato come fondamenta per un palazzo disabitato (ma di proprietà, mi si dice, dei Gavio) ed in totale sfacelo: muri fatiscenti, persiane sbrindellate... Pare che all'interno ci sia un salone delle feste molto importante. Noi però ci accontentiamo della sala capitolare, con una bella entrata a trifore e sopra tutto dei cicli di affreschi presenti nella chiesa.
 
Non so nulla di questo Boxilio che si premura di lasciare la firma sui propri affreschi... il suo orgoglio di artista non era certo mal riposto. La Madonna che spreme la propria mammella per nutrire con il proprio latte il santo inginocchiato
 
rivalta
 
ha un  indubitabile fascino ed è uno dei punti forti della visita.
 
Così come mi è piaciuta la decorazione absidale, con gli elaborati baldacchini gotici che incorniciano Vergine e santi e in specie un piccolo affresco posto in una nicchia a sinistra dell'altare maggiore
rivalta
Chiaramente una rappresentazione della Trinità - le tre persone che si mettono a tavola con Abramo, tanto frequenti nelle icone ortodosse. Ed al mondo orientale rimanda anche la benedizione con le due dita alzate. Peccato non essere riuscito a sapere alcun dettaglio sull'età e sul possibile autore di quest'opera.
 
L'abbazia di Rivalta è aperta grazie a dei volontari che confondono l'Apocalisse con il Vangelo di Giovanni. Ho preferito fare finta di nulla per lasciarmi la speranza che ci sia stato un momento di confusione.
 
Di Apocalisse si parla al primo piano in quello che suppongo dovesse essere il dormitorio dei monaci. Qui sono allestite due mostre, una di icone e una costituita da ampie tele di un pittore locale (Giuseppe Papetti) che descrive efficacemente, usando diverse tecniche l'ultimo libro del Nuovo Testamento.
Rivalta



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Parsifal secondo Kirill Petrenko a Monaco (2018)
21 luglio 2018
Qualsiasi bambino si stringe ai genitori quando il tremolo degli archi gli fa presagire l'arrivo della strega cattiva di Biancaneve e i sette nani. Io invece, quando in questo Parsifal monacense noto il cambio di atmosfera con cui Wagner prepara la descrizione dello scontro Amfortas-Klingsor, non ho alcuna reazione particolare. Forse proprio perchè sul podio non c'è il mestierante anonimo che lavorava per Walt Disney ma un vero divo della direzione orchestrale incapace di narrare una storia con la musica.
 
kirill petrenko
 
La telecamera rinuncia a seguire cosa succede sulla scena per soffermarsi sul suo dolcissimo sorriso e per consentirci di contare le gocce di sudore che imperlano la sua profondità metafisica. Kirill Petrenko mi ricorda Yuja Wang: tecnica strabiliante, pieno possesso della partitura, resa con totale precisione. Nessuno padroneggia i quadri di Petruska come fa lei... peccato che dopo io torni a Pollini. Ed anche con Petrenko rivaluto Boulez, che corre allo stesso modo ma con una differenza sostanziale: Kirill Petrenko va di fretta perchè non sa cosa dire. E se stamane mia moglie avesse usato la stessa flemma di Gurnemanz nel svegliare Kundry al terzo atto avrei fatto tardi sul lavoro.
 
Kaufmann mi fa pena: le mezze-voci non nascondono lo sfacelo di una voce che paga a caro prezzo ogni acuto emesso. Gerhaher vorrebbe fare un Amfortas chiaroscurale... le sue mezze-voci sono però scolorite e stonate. Perchè, visti i mezzi vocali ed intellettivi che possiede, non ascolta qualche vecchia incisione di Dieskau? Buoni Koch (Klingsor) e Pape (Gurnemanz) - affaticato però nel terzo atto; incredibile Nina Stemme.
 
Pierre Audi e Georg Baselitz firmano regia e scene. Può essere fastidiosa l'oscurità degli atti estremi - a parte il porpora del Karfreitag. Non mi è piaciuto il fatto che l'interno del tempio del Graal non sia abbastanza diverso dall'esterno. Ho trovato bellissima la scena del secondo atto e mi sono ritrovato nel mondo artistico di Baselitz quando ho visto le membra grasse e flaccide di cavalieri del Graal e fanciulle-fiore.



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Art Brut itinerante in Svizzera
17 luglio 2018
Leggo dal sito del museo Art Brut di Losanna "Le opere di Art brut sono realizzate da creatori autodidatti, marginali, posti in una posizione di spirito ribelle o impermeabili a norme e valori collettivi, che creano senza preoccuparsi di critica o pubblico o dello sguardo altrui. Senza bisogno di riconoscimento o approvazione, concepiscono un universo a proprio uso e consumo. Le loro opere, realizzate con mezzi e materiali generalmente inediti, sono esenti da influenze uscite dalla tradizione artistica ed impiegano modi di figurazione singolari".
 
Il museo losannese dedicato all'Art brut organizza una mostra itinerante, fino al 21 ottobre ad Ascona  ed a partire da fine gennaio ad Aargau.
 
Sono impressionato subito dalle opere di Berthe Urasco, paziente psichiatrica che mostra una fortissima personalità
 
Art brut
 
Forse uno psicoterapeuta potrebbe trovare una spiegazione alle toppe gigantesche delle porte di queste case inserite in ambienti simmetrici.
 
Già... le simmetrie... E' incredibile notare che in artisti situati fuori dall'Accademia sia così forte la volontà di costruire le proprie opere secondo schemi formali facilmente riconoscibili. Adolf Wölffli disegna delle specie di mandala, complicatissimi e ricchi
 
Art brut
 
E rigide simmetrie, costruite anche mediante metameri, le ritrovo ad ogni piè sospinto. Tutto sommato, anche l'atto di scattare un banalissimo selfie risponde ad una esigenza espressiva e - seppur inconsciamente - prima di scattare ho scelto cosa includere nella mia fotografia e come disporlo così da poter raccontare qualcosa. La simmetria e la scansione ritmica sono forse gli elementi formali più semplici ed immediati.
 
Ma osserviamo il gusto sicuro con cui Aloise Corbaz distribuisce i pieni ed i vuoti nei suoi dipinti

 

Un discorso a parte forse meriterebbe Diego, con i suoi grattacieli nuovayorchesi o soprattutto Angelo Meani, milanese, con dei mascheroni arcimboldeschi. Sono opere fatte con materiali disparati: piattini, tazzine da caffè e te, vasi di vetro. Perfino due scoiattolini azzurri che originariamente dovevano essere quegli imbarazzanti soprammobili di cattivo gusto regalati da un parente che viene regolarmente in visita a casa nostra dove si aspetta di vederli in bella mostra. Meani li trasfigura facendone i riccioli della capigliatura del suo mamuthones art brut.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 17/7/2018 alle 6:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Castello san Materno di Ascona
16 luglio 2018
Subito all'entrata da Ascona - per chi viene da Locarno - a poca distanza dal cimitero - si trova il Castello san Materno.
 
Attualmente vi è ospitata una mostra dedicata a Max Liebermann, pittore impressionista tedesco che mi è particolarmente caro. Alcuni disegni, diverse tele che permettono di farsi un'idea del talento di questo artista: coriandoli colorati che visti dalla giusta distanza si trasformano negli avventori di un ristorante all'aperto - in riva al lago che giace in secondo piano, tra gli alberi, con due vele che lo solcano tranquille. Ed ancora è la sottile teoria dei passanti a permetterci di distinguere il passaggio tra la sabbia e il mare, con tenui sprazzi di colore bianco appoggiato alla tela, le onde quasi tridimensionali del piatto mare settentrionale.
 
E poi, il viale della passeggiata domenicale, con una folla non molto dissimile da quella che ho lasciato oggi sul lungo lago. E come è bello il gruppo di carrozzina, governante e bimba - quest'ultima in grembiule rosa e cappello di paglia che ci danno l'esatta temperatura di questa giornata di luglio.
 
materno
 
Se ero convinto che San Materno non avesse altro da offrirmi che questi pur bei Liebermann, al piano superiore i dipinti della fondazione Alten hanno superato le mie più rosee aspettative. E' difficile fare un elenco di tutti i dipinti che hanno attirato la mia attenzione, dai tronchi di betulla quasi astratti di Overbeck alla sensuale (e timida) modella di Rohlfs, ninfetta à la Nabokov
 
 
Meglio raffreddare i bollenti spiriti con qualche natura morta (qui sotto Jawlenski)
materno
 
o questo acquarello di Nolde
 
materno
 
Il sito del Castello San Materno è raggiungibile a questo link
 
 



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