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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Falstaff a Vienna 2016
3 marzo 2021
Mehta procede in questo Falstaff con i piedi di piombo. Non solo per l’agogica lenta, ma anche con passo greve. Ad esempio non riesco affatto ad immaginarmi che all’inizio del secondo atto si stia architettando un doppio tiro mancino ai danni del grasso cavaliere. L’orchestra annaspa in un vinaccio privo di bollicine. Certamente posso centellinare tutto il melisma del madrigale declamato da Ford-Fontana (Ludovic Tezier) ma quando più avanti si evoca la “vendetta di donne” le note sono troppo sgranate per aver l’impressione di udire una risata che trattiene un’epa immaginaria attraversando i corpi delle comari. Quando Alice (Carmen Giannattasio) presenta Ford a Falstaff il trillo sulla “i” di marito è talmente lento che non ho più a che fare con il riso sbeffeggiante di una signora che si leva i sassolini dalle scarpe ma piuttosto con l’ammirazione di Eva Pogner per la maestria del futuro marito.

L’ultimo Verdi si congeda con lo sberleffo, ci dice che il mondo è sì teatro, ma comico, che – come per Paasilinna – nulla, neppure la morte, è serio. Ma se Falstaff viene preso con tempi più degni di Parsifal finisco, come il paggio Robin, a sbadigliare sotto il tavolo.

A che giova che Marie-Nicole Lémieux sottolinei bene il grasso trasudante dal “Buon giorno buona donna” se poi l’orchestra spara il successivo staccato (“e poi per farla spiccia”) come se fossero pallettoni e non una sottile mitraglia?

Merita una menzione Hila Fahima, Nannetta dalla voce sottile e vagamente belante che mi ha guastato il piacere della canzone della regina delle fate.

Tradizionalissimo McVicar, con tanto di puttanella (Doll Tearsheet?) che però ci sarebbe stata bene se fosse stata una baldracca sformata e ridicola. Piccolo riferimento a Malvolio – Falstaff si presenta a casa di Alice in abito giallo e giarrettiera incrociata.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 3/3/2021 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Javier Cercas - I soldati di Salamina
2 marzo 2021
Un romanziere che dopo l’insuccesso del suo secondo libro si è rassegnato a fare il giornalista capita su una storia interessante: Rafael Mazas, scrittore di media grandezza, oggi dimenticato ma un tempo acclamato come padre fondatore del falangismo, scampa in modo rocambolesco alla morte negli ultimi giorni della guerra civile.

Si tratta di cercare i testimoni eventualmente ancora in vita, di controllare i documenti a disposizione per capire cosa ci sia di veritiero in questa vicenda, per avere qualcosa da raccontare.

Facile capire che il romanziere senza talento (Cercas stesso?) descrive la nascita del libro che stiamo tenendo in mano.

E chi sono i soldati di Salamina? Gli innumerevoli anonimi il cui comportamento, il più delle volte dettato dal capriccio – modo elegante di parlare del caso – ha determinato ciò che siamo noi. Nessuno pensa a loro e se non fosse per qualche isolato che caparbiamente ne tramanda le vicende, vuoi nei racconti orali o – meglio ancora – nell’arte, essi non sopravviverebbero del tutto. I veri artefici del nostro mondo sono appesi a un filo di memoria tenuto intero dalle persone come Cercas.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/3/2021 alle 9:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Romanico comasco
28 febbraio 2021
La basilica di Sant’Abbondio è fuori dalle mura cittadine, in una posizione leggermente sopraelevata a pochi passi dal cimitero. Anche se non ci si può arrivare per caso sono comunque sbigottito dall’affresco dell’abside.

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E’ la storia della Redenzione, dall’Annunciata fino al Golgotha seguendo fedelmente l’iconografia tradizionale. Eppure è la prima volta che vedo a colori i re Magi stretti nel loro letto come tre bastoncini di pesce surgelato. Un’immagine nuova eppure ritrovata spesso sulle facciate di tante cattedrali… un memento di quanto fosse diverso il mondo medioevale rispetto a quanto è arrivato fino a noi.

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E riconosco pure un inizio di prospettiva illusionistica in un personaggio che si sporge da una balaustra marmorea.

In città la chiesa di San Fedele, sulla piazza omonima, ha anch’essa una facciata in pietra chiara, liscia e squadrata. Solo che il portale non è inquadrato da una ghirlanda geometrica ma reca in cima un mosaico di stile moderno. Già da questo posso immaginare il coacervo stilistico che mi aspetta: di fronte a una parte superiore di gusto sei-settecentesco ho – ad altezza degli occhi – una serie di archi neri a tutto sesto che mi immergono nella fede ruvida ma solida del romanico. E se entrando in chiesa trovo una Madonna in trono di gusto rinascimentale, datata e firmata

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nel transetto sinistro ci sono degli affreschi che mi reimmergono nelle atmosfere romaniche.

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permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/2/2021 alle 18:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Jenufa Unter den Linden 2021
26 febbraio 2021
Mi sento a disagio: la canzone popolare del primo atto mi sembra scialba. Colpa del coro e dell’orchestrina sparsi per la platea svuotata dal Covid? Non giova la quasi ottantenne Hannah Schwarz… se la cava meglio di McIntyre e Mazura nell’ultima Elektra del povero Chéreau e forse la preferisco anche alla stridula Herlizius, ma avrei preferito tenere i ricordi della Fricka o del Gymnasiast dei bei tempi andati. Durante il concertato Stuart Skelton ci pianta una stecca clamorosa – purtroppo ci saranno altri guai nel corso dell’opera. Stramaledirò dunque Bartoletti e il Carlo Felice di Genova che mi hanno fatto piangere come un vitello anni fa, sia dal vivo che nella registrazione fatta dalla nostra radio di stato?

Si direbbe che i tecnici del suono abbiano sacrificato l’orchestra ai cantanti. O forse il problema è selettivo: bellissimo l’inizio del terzo atto fin tanto che non debbono entrare i legni, che sembrano affogati dagli archi. Nel secondo atto la silente aria orchestrale su “Buona notte” non decolla. Mi viene in mente l’aggettivo “analitico” usato come pietoso eufemismo per non dire “freddo come la morte” ma qualcosa non funziona neppure nel Salve Regina perchè quando inizia la preghiera alla Vergine non odo alcun cambio di passo, nessun soffio che faccia salire il tono o – quanto meno – alluda al passaggio dall’invocazione alla richiesta che deve trascolorire automaticamente nella disperazione di una ragazza che immagina già la fine del piccolo Steva. Eppure i singoli banchi dell’orchestra sono notevolissimi (l’assolo di violino e poi del corno nel secondo atto).

Vorrei un diverso bilanciamento voci-orchestra anche nel coro nuziale del terzo atto, sono alquanto commosso dal finale. Però ho sentito qualche Jenufa più s-co-i-nvolgente.

Un bel prodotto. Ben infiocchettato come la frutta dei supermercati. Mi manca però il succo che sbrodola lungo il mento e mi inzacchera la camicia. E’ per questo che non mi importa la passione di Michieletto per il blocco di ghiaccio spaccato da Steva e dai coscritti di leva o per lo sgocciolante iceberg del finale. Il regista nè toglie nè aggiunge qualcosa a Jenufa. Se qualcosa non funziona lo devo cercare sul versante musicale.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 26/2/2021 alle 8:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
François Mauriac - Nodo di vipere
24 febbraio 2021
Dov’è il nodo di vipere del titolo? Forse è nel cuore dello scrivente, un quasi settantenne roso dal sentimento di non essere mai stato amato, che ha trascorso la vita accumulando denaro e che, mentre medita di diseredare i parenti, scrive un memoriale destinato alla moglie che lo ha sposato solo per interesse.

Oppure il nodo di vipere sono i parenti-serpenti che complottano bisbigliando dietro ai muri, che lo seguono in trasferta a Parigi per accordarsi in segreto con il figlio illegittimo cui il nostro vorrebbe lasciare tutti i soldi.

Oppure il nodo di vipere è equamente distribuito, in una storia dove non ci si parla e la verità sfugge pirandellianamente. Confessioni, memoriali, confidenze non bastano a levare la cortina fumogena dei pregiudizi, delle convinzioni graniticamente costruite nel tempo.

Il libro è doloroso e pesante, potrebbe essere scritto da Irene Nemirovski: nella Francia profonda, rurale, paesaggi e personaggi scolpiti in una terra crudele e dura, solitari e prigionieri del calore del sangue. L’incipiente inverno ha ridotto gli uomini ad alberi scheletriti che si stagliano su un cielo che promette – e mantiene – tempesta.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/2/2021 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Salome - Scala 2021
22 febbraio 2021
Invidio i maghi Otelma della lirica, capaci di giudicare un allestimento cui non hanno ancora assistito, quando io mi sento invece imbarazzato perchè parlo di uno spettacolo intravisto dal buco della serratura del mio televisore.

Non mi piace che Salome compaia subito in scena: lasciare che la protagonista rimanga fuori dalla nostra vista mentre viene descritta dagli altri personaggi le offre uno spessore e una profondità affatto maggiori. Disturba anche la somiglianza del paggio siriano con la Berta del Barbiere di Siviglia e di Narraboth con il giornalista Mattioli però mi rendo conto che Michieletto sa il fatto suo. Far risalire i comportamenti di Salome a una violenza sessuale subita da bambina può essere risaputo e – oggi – anche di moda. Michieletto però riesce a incastrare solidamente la propria idea nel testo dell’opera così da rendere questo resoconto del tutto logico e filante.

Data questa premessa, la celebre danza dei sette veli è un evento catartico che perde buona parte della sua volgarità e che costituisce davvero il climax dell’opera (l’abito bianco da cui pendono dei fili rosso sangue è indubbiamente una delle immagini più forti e riuscite dello spettacolo).

A una parte visiva di sicuro impatto bisogna aggiungere una resa musicale interessante. Può darsi che Chailly tenga dei tempi un po’ troppo lenti per il mio gusto, ma Siegel e la Watson portano benissimo il ricordo di tanti Mime e Brunnhilde. La seconda è una delle migliori Erodiadi che ricordo, canta sempre, senza i grugniti ad effetto cui si abbandonano normalmente i colleghi, Siegel compreso, seppur con misura e gusto.

Elena Stikhina all’inizio mi ha lasciato freddo (colpa di Chailly?) però nel monologo conclusivo è stata da brivido. So che se fossi stato in teatro sarei svenuto dall’emozione. Purtroppo mi accontento di un video.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 22/2/2021 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Korngold - Das Wunder der Heliane (Berlino 2020)
20 febbraio 2021
Davvero fantastico ascoltare un’opera per la prima volta, senza sapere cosa accadrà. Me ne guardo bene quindi dall’anticipare qualcosa della trama. Mi limito solo a dire che il vero miracolo è costituito da questa partitura in cui c’è la quantità di note strettamente necessaria, in un’orchestrazione rutilante. Tre blocchi di musica che scorrono ininterrotti, privi anche dei raccordi tra numeri che ancora si trovano nel coevo Richard Strauss.

Io – che sono pedante – non faccio a meno di elencare giudiziosamente i rapporti tra Korngold e gli altri compositori, passati e presenti. Proprio l’inutilità di questo lavoro mostra che ho a che fare con il capolavoro di un grande maestro. Hollywoodiano? Kitsch? Banalmente tonale? Non me ne importa nulla: la musica regge perfettamente la scena e merita di essere ripresa ed accettata, oggi che abbiamo capito che si può adorare il Marteau sans maitre senza rinunciare alle armonie post-wagneriane.

Benedette le mani di Albrecht – di cui ricordo un ottimo Re Kandaules – lodate le gole di Sara Jakubiak, Josef Wagner, Brian Jagde, Okka von der Damerau, Derek Welton, Burkhard Ulrich, Gideon Poppe. La regia si limita a presentarci una sala che evoca il tribunale di Norimberga ed evita trasposizioni confusionarie e inutili, visto che ben poca gente conosce quest’opera.

Dopo tre giorni di streaming gratuito bisognerà attendere qualche mese perchè Naxos pubblichi il DVD.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/2/2021 alle 15:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Romain Gary – Al di là di questo limite il vostro biglietto non è più valido
19 febbraio 2021
Jacques, ex-partigiano divenuto amministratore delegato di una società che ora naviga in cattive acque, fatica a soddisfare sessualmente la giovane amante brasiliana. Lei non sembra curarsene: ama Jacques così com’è e lo vuole sentire. Lui però è molto a disagio. Ne va dell’onore del gallo latino.

Siamo negli anni ’70 – a decenni di distanza dalle pillole blu. Si cercano consigli, impiastri, si gioca di fantasia, di destrezza (con le dita, sì!), ci si consola con l’esperienza e la durata, si mescolano decadimento fisico, finanziario e politico. La decadenza dell’Occidente di Spengler viene commisurata alla vigoria delle erezioni di Jacques. E non è un caso che sia l’Europeo Jacques che lo Statunitense Dooley abbiano lo stesso problema, che non riescano ad ammettere la cosa e che lo scettro del comando, è il caso di dirlo, passi all’Andaluso Ruiz.

Romain Gary è – per quanto mi risulta – l’unico autore che abbia vinto due volte il Goncourt, con il suo nome e con lo pseudonimo di Emile Ajar. Il suo libro è interamente chiuso nella mente del protagonista. Il mondo esterno è una misteriosa apparizione, un fondale per le ossessioni erotiche del protagonista.



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Clemenza di Tito – Vienna 2016
18 febbraio 2021
Ho della regia di Jurgen Flimm un ricordo sfocato, come dei sogni che si stanno dimenticando. Buon segno: posso concentrarmi su una musica che ad ogni ascolto si conferma un capolavoro degno del Flauto magico e della trilogia di Da Ponte. Se la struttura è quella dell’opera seria, la musica ha una vitalità che evita le stasi nell’azione che il pubblico moderno non sopporta, al punto da obbligare i registi ad inventarsi dei riempitivi che evitino al cantante di rimanere piantato come un sedano al centro della scena.

Adam Fischer sprizza gioia di vivere nell’ouverture. Chiari e splendenti i colori dell’orchestra anche quando non si usa il clarinetto scoperto dal tardo Mozart; ottimi i cantanti. Benjamin Burns, che mi era piaciuto alcuni giorni fa con un Don Ottavio molto virile e sicuro di sè, non è stato un imperatore di carta-pesta capace solo di ripetere quanto è buonino. Ottime Sesto e Annio (Gritskova e Albano), debole sui gravi Caroline Wenborne (Vitellia), non pervenuta Hila Fahima, una soubrette non all’altezza delle pretese che Mozart ha per Servilia.



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Monaco di Baviera 2021 Franco Cacciatore Weber
17 febbraio 2021
Giustifico appieno Antonello Manacorda che ha adottato su “Leise, leise” un tempo troppo lento per i miei gusti, ma del tutto appropriato quando si ha a disposizione Golda Schultz, una Agathe dalla voce pastosa ed avvolgente. In generale la compagnia di canto della Staatsoper di Monaco di Baviera è proprio buona e offre un Freischütz indimenticabile.

Chi vorrei volentieri scordare è il regista Dimitri Tscherniakov. Osservo distrattamente durante l’ouverture la proiezione delle fotografie segnaletiche dei personaggi con brevi biografie tratte da Linkedin. Il concetto su cui Tscheniakov si basa è la solita azienda di cui Kuno è dirigente e Max, Kaspar e Kilian sono dipendenti. Ormai sono mitridatizzato a queste trovate.

Purtroppo il concetto non si sposa con il testo, rimasto del tutto invariato e quindi dannatamente incongruo rispetto all’idea del povero Dimitri. La gara di tiro è fatta sparando con un fucile su ignari passanti per strada in una riedizione dell’assassinio di Marta Russo; durante il valzer Max saltella emettendo grugniti degni dei servizi di Nadal; ci sorbiamo tutta la storia del Probeschuß, Agathe – pur avendo litigato con il padre – resta in azienda e si sciroppa una Annetta che pur essendo donna emancipata ci ammannisce la sua aria sul giovanotto slanciato – cose che non sarebbero più proposte neppure da Famiglia Cristiana. E nel finale Max uccide realmente Agathe che riappare viva solo in una visione onirica svolta in una surreale luce al neon blu. Anche Kupfer aveva offerto una simile lettura nel celeberrimo Olandese volante realizzato a Bayreuth, ma se allora si violentava solo lo spirito del libretto – è Senta la prima a chiedersi se sta sognando – qui ci si rende conto che il concetto di Tscherniakov è un bussolotto della tombola, appiccicato a caso su un testo estraneo.

Il regista è tutt’altro che incapace: Kaspar posseduto dal demonio che parla con voce diversa quando impersona Samiel è efficace, anche se reminiscente dell’Esorcista; i parlati sono recitati benissimo, con una naturalezza che mi piacerebbe trovare nelle edizioni tradizionali; ha una bella caratterizzazione la Annetta che evoca il cane Nerone. Tutto questo però non basta a salvare un allestimento squinternato che non cerca mai di relazionarsi al libretto di Kind, con cui – per brutto e infantile che sia – dobbiamo comunque fare i conti.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 17/2/2021 alle 9:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Philip Dick - Ubik
13 febbraio 2021
Nel mondo futuro di Philip Dick i morti possono rimanere congelati in uno stato di semivita che, per quanto non eterno, consente loro di comunicare con i vivi e di interagire in certo modo con loro. Il mondo è pieno di persone con poteri paranornali, telepatici, precognitivi, ricompositori del passato… Ovvio che se si vuol stare al riparo da quanti, grazie a questi poteri, cercano di intrudere nella nostra privacy, esistono società che mettono a disposizione dei clienti persone dotate di un potere anti-psi, gli inerziali.

In questo libro, di cui ogni capitolo è preceduto dalla pubblicità del miracoloso Ubik, ci si muove tra poteri e contropoteri parapsicologici, tra vita, semivita e morte. Preferisco non svelare il come, per non togliere il piacere della lettura, però…

Però non è sempre facile capire dove ci si trova, cosa accade e perchè, ma soprattutto lo stile è pesante e ripetitivo. Mi sembra di ritrovarmi nella centesima versione dello stesso romanzo, immerso in un uniforme grigio che rende pleonastici – e quando ci sono, prevedibili – gli ambienti esterni. Non dico che sia un libro brutto, ma forse ho preso una dose eccessiva di Philip Dick.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 13/2/2021 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Philip Dick - Racconti 1955-1963
10 febbraio 2021
Spesso la storia si svolge nell’oggi in cui – tramite un meccanismo ignoto – si inserisce un’interpolazione del futuro, vuoi la bottegaia che riesce ad andare nel dopo o il servizio assistenza di un oggetto non ancora inventato che giunge nella nostra epoca. Oppure solo poco alla volta ci si accorge che le cose sono simili alle nostre eppure diverse: ci vuol tempo per capire che la governante dei bambini è meccanica e che – addirittura – è programmata per lottare con le colleghe e distruggerle, così da mantenere vivace il mercato.

I racconti di Dick parlano sempre di noi stessi, di una civiltà che abbiamo messo in moto perchè cresca indefinitamente, svincolata dal nostro volere: Autofac è la vicenda di industrie sotterranee che continuano a produrre anche quando mancano le materie prime e nonostante gli umani sopravvissuti cerchino di bloccarle; la già citata governante meccanica, Foster, sei mortoModello 2, sono delle parabole di un sistema che si autoalimenta all’infinito. O quasi: gli androidi di Modello 2 imparano a farsi la guerra, pur riproducendosi in variazioni sempre più complesse.

Se le differenze compaiono solo poco alla volta si capisce perchè le mutazioni riguardino normalmente i poteri mentali, lettura del pensiero, precognizioni (il celeberrimo Minority Report) e molto più di rado investano il corpo – quando lo fanno però, come nell’iniziale Veterano di guerra, offrono a Dick la possibilità di lanciare una ancora attuale stilettata sul razzismo.

E il conclusivo I giorni di Perky Pat, con una umanità semidistrutta da un conflitto atomico, che considera essenziali non i generi alimentari lanciati da Ong marziane ma il giochino a metà strada tra Barbie e Cityville? Con la scoperta conclusiva che però il gioco può attrezzare una persona ad affrontare la vita e migliorare, attraverso il cambiamento?

Anche nella fantascienza la storia parla di noi.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 10/2/2021 alle 8:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Idomeneo 2014 Vienna Holten
7 febbraio 2021
L'aria conclusiva di Elettra, che a giudicare da certi interpreti anticipa Santuzza se non addirittura Lulu, nella lettura di Maria Bengtsson e di Eschenbach - ma anche nella regia di Holten - si limita a prefigurare, quando non la vocalità della Regina della Notte, la fatale saetta che Elvira vede piombare sul capo di Don Giovanni.

Adoro Idomeneo, anche tagliato, e se Michael Schade appare sotto-dimensionato rispetto al peso del personaggio le cantanti e il direttore sono perfettamente all'altezza della situazione.

Holten sceglie una regia minimale: un semplice ripiano che riporta la carta geografica dei luoghi in cui si svolge l'azione e che si specchia sul soffitto. Come su una scacchiera, i pedoni che rappresentano i personaggi del dramma, sono poveri elementi di un gioco più grande di loro. Nella prima scena Ilia e i prigionieri troiani sono appesi tramite funi al soffitto, come a rendere la situazione in bilico di questi ex-nemici cui si deve trovare una collocazione. Ed anche se l'amore di Idamante per Ilia giustifica la grazia concessa ai troiani mi sembra di riconoscere in questo gesto un antipasto dell'irenismo di Tito. In quanto tiranno illuminato, Idamante dimostra di essere degno di ascendere al trono di Creta succedendo a un padre la cui figura composita si distrugge al momento dell'abdicazione.




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Alonso e i visionari - Anna Maria Ortese
2 febbraio 2021
Secondo il piccolo Decio che lo battezza, il cucciolo di puma trovato nel deserto dell’Arizona somiglia ad Alonso Torres, servitore argentino che non compare mai fisicamente nel romanzo. Alla morte di Decio è il fratello Julio a entrare nelle simpatie della bestiolina il cui destino però non è chiaro. Una volta giunto a Roma essa vive? muore di morte naturale? è uccisa? risorge? ricompare dopo vent’anni sul confine franco-italiano? E’ mai esistita veramente?

Tutto questo suona assurdo ma pure è tanto logico che il romanzo non potrebbe avere uno sviluppo e una conclusione diversi senza venire meno alla propria natura.

E’ riduttivo considerare questo libro un esemplare in salsa mediterranea del realismo magico. Alonso e i personaggi che ruotano attorno a lui sono la parte più nascosta del nostro essere, quanto più vicino ci sia nella nostra epoca al soprannaturale. Noi, che domandiamo alla scienza – o alla giustizia, impersonata da Camera – la soluzione agli ultimi quesiti, brancoliamo nel vuoto, tenendo in mano la pelle rinsecchita di un animale che potrebbe essere un puma come un qualsiasi cane randagio. L’aporia in cui sembra finire il libro è l’immagine di un mondo in cui le Divinità – poco importa se laiche o religiose – sembrano tacere. A meno che non si sia visionari.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/2/2021 alle 8:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Impossibile intervista a Proust su Rai5
28 gennaio 2021
Sulla scogliera di Balbec il Narratore e le fanciulle in fiore discutono il tema di francese scritto da Gisèle – una lettera che Sofocle scrive dall’oltretomba a Racine dopo la prima di Atalie. Anche gli autori delle interviste impossibili a scrittori del passato proposte da Rai5 non sanno se rivolgersi al loro interlocutore con Signore, Caro Signore oppure semplicemente Marcel. E passata questa preoccupazione devono mettere in evidenza le citazioni fatte durante le lezioni dall’insegnante – i pareri di Adorno e Kundera.

Su Jean Santèil (sic! ma possibile che non si trovi qualcuno in grado di pronunciare il francese in modo passabile?) si manca clamorosamente il bersaglio. Non passa per la testa ad alcuno che il fallimento di questo romanzo incompiuto sta proprio nel fatto che il protagonista non è un Narratore ma lo stesso Proust che non riesce a prendere il volo (quante metafore aviatorie nella Recherche!) verso la sublimazione dei personaggi e delle loro vicende. Jean e Marcel sono la stessa persona, ciò che non si può affatto dire di Marcel e del Narratore.

Bisognava avere il coraggio di far parlare lo scrittore, consentirgli di spiegare che è bastato fondere i ricordi di Auteuil e Illiers in Combray per dare all’infanzia una profondità epica, con il campanello – assente a Illiers! – indispensabile per fornire un leitmotiv a Swann e creare le corrispondenze che chiudono l’arco del Tempo Ritrovato.

Molto più interessante il filmato INA andato in onda sulla RTF a fine anni ’50 che non sa affatto di libresco. E poi, pieno com’è di testimonianze di prima mano avrebbe dato fulgore a un programma in cui Proust è diventato protagonista di una lezione di diplomificio. Come nessuno si occuperebbe di Charles Haas se non fosse per le somigliamze trovate fra lui e Swann così non verrebbe alcuna voglia di leggere la Recherche dopo questo insipido manicaretto da micro-onde.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 28/1/2021 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Maestri cantori italiani - Torino 1962
27 gennaio 2021
“Viva il germano cantore!” proclama il coro festante al termine della registrazione. E’ inutile spendere tempo sui limiti delle traduzioni ritmiche, come sugli inevitabili tagli. Giusto segnalare che il compilatore del filmato youtube nella seconda parte della scena tra Sachs e Walther del terzo atto passa alla versione definitiva del Preislied per poi rientrare in carreggiata a livello del concertato conclusivo dopo il trillo di Eva. Molto verosimilmente gli mancava tutta la sezione in cui nasce la canzone di Gualtiero (sic!).

Ma che importa? Ci sono dei cantanti che – mirabile dictu! – cantano. Dopo aver sentito il vergognoso Oro del Reno confezionato da Philippe Jordan in cui ci si esprimeva latrando ecco un Giuseppe Taddei dalla voce piena, calda, sensibile, capace di servirsi del banale canto, come facevano Ridderbusch e Stewart. Questo Sachs dà lezione di canto anche a noi ascoltatori, non solo a Luigi Infantino il quale dopo uno stentoreo Fanget an! passa al favoloso piano in cui descrive il progresso della primavera. E poi, che bel registro tenorile, naturale, senza l’efebica capponaggine dello sciagurato Floriano.

A me non piace che i melismi nella parodia di Beckmesser siano articolati quasi in staccato: il personaggio è già bastantemente ridicolo senza ulteriori sottolineature. Però quando si trattava di bastonare l’ebreo Wagner non si risparmiava nulla e Renato Capecchi ha un timbro sufficientemente chiaro e – soprattutto – l’intelligenza necessaria per dosare i diversi registri espressivi – parlati o cantati che siano.

Lascio da ultimo Lovro von Matacic perchè è commovente la cura con cui viene letta questa lunga e complessa partitura. Si capisce subito che ci troviamo davanti a un direttore superlativo. si noti la precisione di agogiche e dinamiche nell’ouverture. Il mio pallino però resta il preludio terzo, una chiara imitazione del primo movimento dell’ opera 131 di Beethoven – non a caso considerato da Wagner la descrizione della giornata-tipo di un artista. Dopo la parsifaliana morbidezza (sanft) degli archi, la prima entrata degli ottoni ferisce le orecchie con uno sforzato segnato e ribadito in partitura. La terza volta però è un pianissimo in cui i tromboni hanno una dolcezza che al compositore sarebbe piacuta molto. Mirabile! Sono quei tre minuti che valgono da soli le quattro ore abbondanti di questi germani cantori.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/1/2021 alle 9:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Jean D'Ormesson - Dirò che nonostante tutto questa vita fu bella
25 gennaio 2021
Un’autobiografia che, pur partendo dall’infanzia per giungere all’oggi, non disdegna salti spaziali e temporali che spezzano l’ordine cronologico per seguire invece la libertà del filo logico interiore creato dalla conversazione con un ospite immaginario seduto in salotto davanti a D’Ormesson.

C’è il gusto per l’aneddoto, il dettaglio in cui si trova il quadro d’insieme, il saporito chiacchiericcio del pettegolezzo, la storia di una nobiltà che si impolverisce in un mondo che non distingue più duchi da principi – e che non si cura del resto di genealogie.

Il problema di questo libro sta però nella scelta dell’interlocutore. Dato per scontato che per non scrivere una autobiografia tradizionale l’autore ha dovuto adottare una struttura dialogica, D’Ormesson decide di parlare a un alter ego cui viene affidato il ruolo di giudice. Di che? Della vita dell’autore? Del suo carattere? E su che basi? Perchè noi sentiamo solo la difesa di D’Ormesson e l’accusa non può essere fatta in modo credibile da chi dovrebbe giudicare. Alla fine questo io-giudicante è stucchevole e pleonastico al punto che non mi spiace quando viene portato via – purtroppo solo nelle ultime pagine del libro.

Però… se seguissi il decalogo di Pennac e saltassi le parti dell’alter ego verrebbe una lettura molto rinfrescante.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/1/2021 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Saahriaho - La passione di Simone
22 gennaio 2021
Opera lirica o oratorio? È una domanda che potrei pormi anche di fronte a molti lavori di Händel e che diventa stucchevole di fronte a musica di così alta qualità.

Questo lavoro racconta i momenti cruciali della vita e del pensiero di Simone Weil. Il tutto presentato come un “racconto della passione” al contempo freddamente oggettivo e ricco di pathos.

Ovvio che sulla parola “morte” non si può passare dal maggiore al minore, come avrebbero fatto tanti musicisti del passato. Ma la comparsa del coro crea un effetto di rottura ugualmente forte. I metallofoni e certi ostinati della stazione dedicata al lavoro in fabbrica evocano gli incudini del Rheingold; poco dopo la melopea dell’oboe ha echi tristaniani, come pure la tromba con sordina su un tappeto di sonorità liquide mi riporta al preludio di Parsifal. Ma perchè rinunciare ai secoli di storia musicale alle nostre spalle?

Kahia Saariaho lavora su un materiale statico, che rimanda sia a Parsifal che al Francesco d’Assisi di Messiaen. E non solo per il tema mistico-filosofico. Anche se questo lavoro dura poco più di un’ora, il tempo scorre lento. Non c’è voglia di correre. Ci si sofferma sui dettagli di un percorso umano e trascendente che si dipana sulle quindici stazioni di una Via Crucis. C’è pure, sul parallelo tra l’età di Simone Weil e quella di Cristo, un martellato che rimanda alle stimmate del Francesco di Messiaen e al Crucifixus della Missa Solemnis di Beethoven.

È musica ricca, offerta in una sontuosa veste sonora da Anne Sophie von Otter e dall’Orchestra Reale Svedese diretta da Christian Karlsen. Il video si trova sul canale Youtube di Opera Vision.



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Simenon - Europa 33
20 gennaio 2021
Si tratta di una serie di articoli e fotografie pubblicate - appunto nel 1933 - sulla rivista Voilà. Ritrovo l'asciutta pregnanza di Simenon, gli scatti umorali, la voglia di non fermarsi alla superficie delle cose. 

E' facilissimo vedere delle analogie con l'Europa descritta in questi reportage e quella che riempie le attuali cronache giornalistiche. Il revanchismo dei paesi baltici e della Polonia nei confronti del modello costituito dalla matrigna Francia può ad esempio far comprendere l'atteggiamento dei paesi di Visegrad che con una mano prendono abbondanti aiuti dalla Unione Europea e con l'altra sfruttano il proprio diritto di veto per impedire interferenze sulla loro concezione dello stato di diritto. Ed anche la pressione osmotica esercitata nel '33 dai poveri dell'Est sull'Europa occidentale è la stessa che alimenta i disperati ammassati in Bosnia o nei campi profughi libici.

Simenon descrive la fame nera, cronica, la disperazione di chi è rimasto ai margini ed è costretto da quelli che oggi definiremmo populisti  a credere che la salvezza si trova nell'autosufficienza, nell'autarchica chiusura dei confini. Ci sono stati momenti in cui i piccoli paesi sono stati grandi: è dunque naturale che si voglia rendere  di nuovo grande la Lituania o la Polonia o, perchè no, gli Stati Uniti.



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I miserabili del XXI secolo
18 gennaio 2021
Il quartiere che circonda la stazione sud di Bruxelles è identico a qualsiasi altra parte della città. Basta però guardarmi attorno per vedere che è abitato solo da africani. Ceno per 10€ a base di pesce freschissimo e ottimo alla stessa tavolata degli indigeni come se facessi parte della comunità locale. Anche a Tolone, a poche centinaia di metri dalla cattedrale, mi sembrava di passeggiare per Algeri. Ma non ho mai messo piede nelle periferie delle case popolari non molto migliori delle nostre.

Sono luoghi i cui abitanti, discendenti di chi giunse in Europa nel dopoguerra, sono più francesi – o belgi – di me. Non a caso il film si apre con i ragazzini che tifano per i “bleus” in un tripudio di tricolori.

Sono gli stessi ragazzini che nel finale mettono in scacco tre poliziotti rei di avere sfigurato uno di loro con un colpo di pistola. Cominciano con pistole giocattolo ad acqua e sapone, continuano con carrelli del supermercato lanciati per le scale. Si termina con la molotov in mano al giovane sfigurato.

La lancerà? Rinuncerà a usarla? Lo schermo si oscura su questa immagine. Perchè il film non prende posizione. Chi ha ragione? La comunità in cui il sindaco di colore cerca di gestire come in un paesone la povertà quotidiana, unico contro-potere ai fratelli musulmani? O la polizia, indecisa tra il buonismo legalista di Stéphane e il bullismo di Cris? In fondo sono tre poliziotti stressati che debbono contrastare la “racaille” armata di disperazione e rabbia.

Questi moderni Gavroche sono l’onda di marea che travolge le forze dell’ordine come il locale sindaco, massacrato di botte nella tromba delle scale.




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Nozze di Figaro ginevrine
12 gennaio 2021
Il dettaglio illuminante giunge al secondo atto. Cherubino, scambiati alcuni inequivocabili sguardi languidi con Rosina, posa il capo sul grembo della contessa. La donna, gli occhi alzati al cielo, come le sante di Francesco Cairo, geme in orgasmica estasi “Chi bussa alla mia porta?”. Evidentemente non si riferisce al marito che sta tentando di aprire la stanza ma a Cherubino, desideroso di entrare nel suo corpo (La madre colpevole ci informerà che il paggio ha messo incinta la contessa).

E nel quarto atto basta levare l’aria di Don Bartolo perchè Il capro e la capretta e Aprite un po’ quegli occhi vengano uno dopo l’altro, due visioni alternative – una femminile e l’altra maschile – del mondo.

Tobias Richter non ha saccheggiato un negozio di elettronica nè traspone la vicenda ai giorni nostri perchè ha l’intelligenza di leggere il testo di Da Ponte con occhio moderno. Gli basta dunque poco per intravedere – suppongo in tutta la trilogia mozartiana – la storia di una attualissima guerra tra i sessi in cui sono i maschi a soccombere. Il piano di Figaro viene ripreso e rivoltato da Susanna e Rosina che fanno ciò che vogliono dei propri compagni. Non si tratta più di difendere una verginità (L’onore! Dove diamin l’ha posto l’umano errore!) ma la dignità del povero sesso da questi ingrati a torto oppresso.

Con Marko Letonja e l’orchestra della Svizzera Romanda abbiamo un Mozart brioso e leggero. Non una frettolosa corsa all’abisso ma il giusto equilibrio di riflessione e risata, lirismo e sberleffo. Grande orchestra, ottimi cantanti. Uno spettacolo divertente, profondo e ben riuscito.



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Lidia Bramani - Le nozze di Figaro
12 gennaio 2021
Per aver letto due libri sono convinto di sapere tutto su Mozart, ossia che il compositore non è il semi-deficiente dipinto da Milos Forman e che Silla, Alessandro e Tito mostrano l’ideale settecentesco del despota illuminato. Ma come don Alfonso, Lidia Bramani mi mette il ditino in bocca. L’analisi dei libri e delle idee – filosofiche e scientifiche – che circolavano in casa Mozart mostra che l’adesione alla massoneria non è di comodo nè opportunistica ma la consapevole scelta dei valori che rendono la vita degna di essere vissuta.

Ero balordo a pensare che lo Zauberflöte fosse un antesignano di Attenti a quei P2 e debbo riprendere in mano tutto il teatro di Mozart, compreso il rousseauiano Bastien und Bastienne. Da questo libro sbuca l’immagine di un artista molto più sfaccettato e moderno di quanto si creda, come del resto è evidente da regie innovative come il Così fan tutte firmato da Haneke o le più recenti Nozze di Ginevra.

Quaranta anni fa Dominique Jameux consigliava su France Culture di leggere, anche balbettando, le partiture. Da esse si ricavano più informazioni che da qualsiasi libro sulla musica. Certo che se la signora Bramani accetta di prenderci per mano, battuta per battuta, indicandoci i punti di svolta, il modo con cui ogni nota esprime un senso anche extra-musicale, tutto diventa un viaggio corroborante. Pur essendo meno atletico di uno statale sedentario, quando vado in montagna capita di prendere qualche sentiero accidentato e stretto, di dover decidere di tornare sui miei passi e fare deviazioni dalla strada più breve e rapida, ma quando arrivo alla vetta sento di aver vinto anche contro me stesso e mi sento felice come quando chiudo questo libro.



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Anello del Nibelungo sconcertante a Parigi
9 gennaio 2021
Causa pandemia, l’Opera parigina ha dovuto rinunciare all’allestimento del bieco Calixto per una versione da concerto eseguita a porte chiuse per i microfoni di France Musique.

E già cominciamo a piazzare male questi microfoni: non so infatti come giustificare altrimenti il coro delle Valchirie che scompare nel marasma orchestrale, per giunta dominato – perchè mai? – dai trilli dei flauti.

Vero che durante il prologo sono rimasto allibito dalla pochezza e approssimazione dell’orchestra. Il capolavoro è stata l’entrata dei timpani con una battuta di anticipo su “Von der Wassertiefe wonnigem Stern”. E ovviamente, dato che si è sbagliato a contare ed Armin Jordan doveva avere la testa altrove, il tessuto ritmico è terminato una battuta prima. Poco male, se ne accorge giusto qualche sprovveduto che passa il tempo a seguire la musica in partitura. Ma attacchi in forte quando il compositore indica il pianissimo? Crescendo casuali, talvolta esagerati, talvolta inesistenti?

Non mi sembra però un caso che il primo atto della Valchiria sia stato una delle parti meglio riuscite di questo Ring: erano in scena dei cantanti capaci (Davidsen, Groissbock e Skelton, così come il giorno dopo Siegel e Schager erano rispettivamente Mime e Sigfrido). L’Anello parigino crolla sulle voci.

Che dire delle due Brunnhilde che ci sono state proposte? Martina Serafin era agghiacciante già nelle prime battute del secondo atto della Valchiria. Si capiva subito che la poverina non era in grado di affrontare una scrittura vocale tanto perigliosa e tutto il prosieguo è stato un incubo in cui non so assolutamente scegliere cosa fosse peggio. Perdono la Davidsen se parla su “rette die Mutter”. Si può comprendere la stanchezza accompagnata dallo sconcerto per una partner inadeguata. E tra l’altro in tutto questo Ring c’è la tendenza al parlato espressivo. Un brutto vizio approvato dallo stesso Wagner (la Schroder-Devrient che parla in Fidelio sul celebre “und du bist Tot”) che però non era sordo… non a caso egli stigmatizza la stessa Devrient che usa questo espediente per celare una vocalità in disarmo. A Parigi la battaglia non è neppure iniziata: basta arrivare al sol4 perchè la voce della Serafin zoppichi .

Se la Serafin mi è parsa mediocre è impossibile parlare della Merberth che guaisce e bela penosamente nelle due ultime giornate. “Ewig war ich” mi è parso davvero eterno, sgrammaticato, sguaiato. Assurdo. Non che il suo partner se la sia cavata tanto meglio, ma al confronto con lei avevamo Windgassen redivivo – pure Paterson poteva passare per il novello Hans Hotter. Wagner sosteneva di non saper ornamentare una linea di canto. Pur non osando contraddirlo – ci mancherebbe! – noto che ogni tanto, nei momenti topici, ci mette degli elementi belcantistici. Quando la povera Brunnhilde percorre una malinconica linea melodica che scende di una ottava da un sol bemolle all’altro per dire “Er zwang mir Lust und Liebe ab” Wagner inserisce sul si naturale di Liebe un trillo che si prolunga per una battuta e mezza per risolversi sul si bemolle. La povera Ricarda giunge ad “ab” senza più fiato. Non è solo la fine di un amore ma soprattutto la morte di una voce che ci ha dato tanti bei momenti. Che senso ha sciupare una gloriosa carriera in una immolazione che offre solo la pallida immagine della cantante di un tempo?

Un Ring che mette tristezza, non solo per le condizioni di realizzazione pratica.



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Cosa resta della rivoluzione?
6 gennaio 2021
A trent’anni dalla fine del comunismo, colpisce trovare ancora dei maoisti, ancora impegnati nelle riunioni del collettivo. E dire che oggi più che mai sarebbero evidenti le contraddizioni del capitalismo…

Ma i sessantottini che stavano imborghesendosi già alla mia epoca oggi licenziano a tutto spiano per garantire gli utili ai pochi noti mentre la crisi raggiunge il grosso della popolazione… compresi gli ex-sessantottini imborghesiti.

Questo film mescola la leggerezza della commedia con la spietata amarezza per una situazione sociale che si deteriora continuamente. Non offre soluzioni, non emette giudizi. Fotografa la vita di oggi, il contrasto fra ideali e realtà, la chiusura nel proprio particolare, al di fuori di ogni velleità rivoluzionaria.

Perchè per essere rivoluzionari bisogna in qualche modo pensare agli altri e nessuno ha voglia di uscire realmente dal proprio mondo piccolo se non altro perchè il mondo grande non assicura alcuna certezza e si premura anzi di smentire i nostri proclami.



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Bruno Morchio - Dove crollano i sogni
1 gennaio 2021
Dopo tanti secoli, quando si parla di giallo, siamo sempre fermi a due schemi. L’impianto di Sofocle (Edipo Re) prevede che sia l’investigatore che il pubblico ignorino il nome del colpevole; nel modello Dostojevskij (Delitto e Castigo) noi aspettiamo che l’autore – conosciuto fin dall’inizio – del misfatto, ceda, venga smascherato o riesca anche a farla franca.

In questo romanzo Morchio segue la seconda linea. Ramona, detta Blondi, alla soglia della maggiore età spinge il fidanzato a uccidere lo zio per appropriarsi dell’eredità e fuggire nel Costa Rica. Il racconto, in prima persona, sfrutta appieno la gergalità usata dai ragazzi di oggi e sembra essere, specie nella prima parte, il pretesto per descrivere la vita dei quartieri all’ombra del ponte Morandi che – come sappiamo – crollerà alla fine del libro.

Il libro preferisce soffermarsi sul privato dei personaggi anzichè parlare di quanto sia stato traumatico il crollo del Morandi per certe zone già di per sè disastrate. Proprio per questo evito la ricerca di significati simbolici dell’evento e mi concentro su una storia ben scritta e interessante.



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Martone: Barbiere di Siviglia in salsa Covid
27 dicembre 2020
Se le regole Covid imprigionano fuori dal teatro il pubblico che diventa raggiungibile solo con gli streaming, Martone rinuncia al vorrei ma non posso di chi pretende che la vita teatrale continui come se niente fosse ed abbraccia risolutamente il linguaggio televisivo. Quando Fiorello osserva che la piazza è deserta, le telecamere inquadrano la platea tristemente vuota e Lindoro canta la sua serenata al palco reale. A Martone anche il teatro va stretto. Come nel Poeta e il Contadino della mia giovinezza un motociclista conduce per la città Figaro e lo lascia davanti all’Opera di Roma.

Maschere e visiere sono inserite nel tessuto narrativo. Con una trovata auto-ironica Daniele Gatti usa il termoscanner per misurare la febbre scarlattina di Don Basilio. La rete di funi che attraversa la platea rende l’idea che la casa di Don Bartolo sia una prigione. Alla fine viene tagliata con cesoie in un gesto dal duplice significato: la speranza di uscirne ma anche la consapevolezza che questo allestimento è un unicum, che non si può pensare che la televisione sostituisca il teatro.

E’ un altro messaggio ai burini milanesi che hanno preferito cedere alla propaganda governativa con l’inane festival classico-leggero di Sant’Ambrogio anzichè cimentarsi con la difficoltà di raccontare una storia teatrale con un mezzo e un linguaggio diverso dal solito. Perchè il Largo al factotum non ha senso staccato dal contesto della vicenda svolta dal mago Gioacchino.

Perchè Rossini trionfa, come sempre capita a un compositore che finisce nelle mani di regista e interpreti intelligenti che davvero meritano un sacco di superlativi per un lavoro che fa rivivere nella dolorosa attualità una musica stupenda suonata e cantata a meraviglia.



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Griselidis Real: Il nero è un colore
26 dicembre 2020
Griselidis Real è una prostituta. Per lei il sesso è anche piacere e passione. In tal caso non si fa pagare e la sua predilezione va ai neri. Non si tratta solo di dimensioni del membro. Importano anche l’odore della pelle, la sensazione tattile al contatto con le labbra gonfie ma sopra tutto, l’impegno che i neri mettono nell’amore. Lei ha amato Bill, che pure la riempiva di botte e soprattutto Rodwell cui deve l’ultima disavventura: pizzicata per droga dalla polizia finisce in prigione.

Il libro autobiografico non racconta nulla della sua esperienza in carcere, ci viene solo detto che non può tornare ufficialmente in Germania, paese in cui si reca solo clandestinamente per fare ai suoi amici zigani la visita su cui si conclude quest’opera.

Mi sento come il cliente che la abborda in macchina e si reca dove lei gli dice: una strada lunga e diritta che giunge a una montagna di rifiuti puzzolenti. Lei stessa fatica a non vomitare per l’odore. Poi si giunge alla sua casa, una roulotte in un campo di zingari. Ho abbandonato il rassicurante mondo borghese da cui provengo. Debbo compiere un percorso lungo, attraverso cose sgradevoli per poi giungere a un universo rovesciato in cui gli zingari sono gli eroi positivi e le Volkswagen bianche e verdi della polizia rappresentano il nemico che bisogna a tutti i costi evitare.

Griselidis Real registra come un notaio quello che succede, si tratti dei lividi lasciatele da Bill, delle perversioni dei suoi clienti, di membri più o meno flosci o rigidi, delle vite intraviste delle persone cui si avvicina. Forse non riesce neanche ad odiare del tutto neppure il poveraccio che la denuncia alla polizia per 50 marchi.

E’ amorale quello che ci racconta Griselidis Real? O piuttosto siamo noi – ipocriti lettori – il suo simile, il suo fratello?



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Lohengrin a porte chiuse a Berlino
24 dicembre 2020
Il preludio è molto nitido, con piani sonori ben disegnati, un ordinato crescendo al climax narrativo. Tempi stretti, lo vedremo benissimo nel serratissimo dialogo tra il Re e Federico la cui capacità di rendere il parlato sarebbe piaciuta molto a Richard. A parte la stanchezza nel finale, Pape è stato un buon Re Enrico, Martin Gantner ha per i miei gusti un registro troppo chiaro per Federico, ma ha lavorato bene per tutta la partitura. Buono Adam Kutny (Araldo) nonostante alcuni scivoloni nel primo atto. Strepitosa la coppia Elsa-Ortrud (rispettivamente Vida Mikneviciute e Ekaterina Gubanova) la cui guerra di regine del secondo atto ha regalato molte scintille.

Roberto Alagna inaugura la sua parte con un ignobile riverbero che sa di microfono. A parte il sub-ominide Franceschini penso che nessuno si aspetti da una registrazione fonografica la esatta resa di quanto avviene in teatro. Con l’aria che tira non mi stupirei di trovare amplificati – anche in modo grossolano – i cantanti. Il prosieguo dello spettacolo mostra, pur con tutti i limiti della tv, che Alagna riesce ad essere credibile come Lohengrin. Certamente ci sono molti dettagli da affinare (giocherei più sulle mezze voci senza cercare gli acuti) ma se penso che ancora una decina di giorni fa mi sono sorbito Florian Vogt…

Bieito si inventa per Elsa una gabbia da imputata, che verrà usata da Enrico nel finale, qualche filmato con targhe di Berlino, una nera che partorisce un cigno, la Pantera Rosa e – mi è parso – Totò; Lohengrin sconfigge Federico con la forza del pensiero ma Gottfried sbandiera una spada giocattolo in pura plastica; l’Araldo e i prodi brabanzani imitano il Joker. Questo è il fin di chi fa il trasgressor. Una prece per Callisto.



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Simone Boccanegra a Zurigo 2020
23 dicembre 2020
Le implacabili regole del distanziamento impediscono qualunque rappresentazione teatrale vera. L’orchestra e il coro in un’altra sala, il teatro vuoto – o quasi – il coro assente dalla scena. No, meglio chiudere tutto. Il quadro del consiglio, con sullo sfondo le sedie tragicamente vuote è insopportabile. Non si trova tutti i giorni un’idea che permetta di supplire alla invisibilità del coro. Le porte inserite in pareti girevoli, il relitto di barca, i mobili anni ’30, l’apparizione della bimba con la madre non bastano a riempire una regia che in fondo dice poco e non riempie la fantasia. Lo ammetto: sto annoiandomi.

Ancora più imbarazzante è la parte musicale. Adoro Gerhaher, mi accorgo delle finezze interpretative che sa trovare però mi sembra – a giudicare dal video – che la sua voce non sia abbastanza potente per Simone, specie quando si è affiancati da un’Amelia possente come Jennifer Rowley. Gli acuti non vengono con la naturalezza di chi ha una grande riserva di energia a propria disposizione, non ci troviamo di fronte a quei bei bassi verdiani da tradizione. E se si desidera abbandonare questa benedetta tradizione allora bisogna che tutti vadano nel medesimo verso. Vorrei sentire gonfiarsi le arie, scavare nelle sfumature di grigio presenti in partitura, anche tuffarmi a piene mani nelle marcette – basta non morire in una lettura piatta e pesante che mi ha inesorabilmente addormentato. Spero sempre che in teatro le cose siano diverse, che ad influire negativamente sia l’assenza di un pubblico reale, ma ho i miei dubbi.



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Dusapin - Passione - Monnaie 2012
18 dicembre 2020
Lui (Georg Nigl), Lei (Barbara Hannigan), Gli Altri – coro e ballerini. È un misto di danza e opera ispirato all’Orfeo monteverdiano – pure citato testualmente nel libretto. Anche se è cantato in italiano, fatico a capire: spesso la voce sembra uno strumento dell’orchestra, un altro colore aggiunto al tessuto sonoro. Molti strumenti a pizzico, elettronica, movimenti lenti e solenni che si dipanano e-staticamente. Ipnotico, suggestivo. Non mi interessa il testo, sono avvinto dall’esperienza sonora generale e quando si giunge a riveder le stelle compiango gli irranciditi provincialotti milanesi, incapaci della fantasia necessaria a percorrere una strada nuova e originale.

Nigl e Hannigan sono superlativi, trascendono i loro ruoli di cantanti. Sono nati per la fisicità pensata da Dusapin e Sasha Waltz (coreografia). Franck Ollu direttore d’orchestra. La musica continua, più viva che mai.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 18/12/2020 alle 8:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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