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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Cremona: Il regime dell'arte
21 gennaio 2019
Nel 1939 il gerarca fascista Farinacci organizzò nella sua Cremona un concorso di pittura sul tema "Ascoltazione alla radio di un discorso del duce".
 
C'è la riproduzione dell'opera vincitrice in cui Luciano Richetti mostra in un interno rurale una famiglia in ascolto. Dal lavoro furono tagliati dei ritratti - tele più facili da smerciare e che possono anche far dimenticare l'imbarazzante origine di regime.cremona
Siamo abituati al trasformismo italico e questa madre ha una sua nobiltà che rimanda a tanti nobili esempi dell'arte italiana - antica e presente. Noto ad esempio, subito all'entrata, una colonia marina di Giuseppe Moroni in cui i corpi dei ragazzi in primo piano sono molto ben realizzati e si inseriscono in una tradizione pittorica che va da Piero della Francesca a Carra.
 
Notevole anche il balilla fauve di Innocente Salvini
cremona
che colpisce per la ricchezza coloristica e l'originalità dello stile in mezzo a tante opere di realismo socialista. Tra l'altro proprio a fianco si trova una partenza del soldato che ha un'idea di partenza originale (siamo noi spettatori il milite salutato dalla famiglia) ma una realizzazione tecnica degna di un ex-voto paesano.
 
Fino all'inizio di marzo il museo Ala Ponzone di Cremona mette in mostra una selezione dei dipinti - talvolta frammentari - che hanno partecipato al premio - durato giusto tre anni - inventato da Farinacci. Se non sempre i lavori esposti sono di grande valore artistico, si trovano però segni della resilienza dell'arte, che anche in un ambiente culturalmente asfittico riesce ad essere interessante e a cogliere lo spirito dei tempi.
 
Non c'è nostalgia nell'esposizione, si lascia che le opere parlino - nel bene e nel male - da sè, nella speranza che toccare con mano cosa significhi un regime faccia comprendere meglio il presente.
 



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Le "quattro" sorelle di Cechov
17 gennaio 2019
Ho rivisto un vecchio filmato delle Tre sorelle di Cechov.
Lo ho fatto tenendo ben presente che Nabokov, nel suo romanzo "Ada", sostiene che le sorelle in realtà sono quattro.
Immagino che la D'Artagnan della situazione sia Natalia, giovane che si presenta come una stupida ma che in seguito persegue con decisione e spietatezza i propri obiettivi. Simile al cuculo, si è installata nel nido delle cognate per cacciarle da esso. Alla fine, la vittoria è sua: padrona della casa, con progetti di abbattere questo giardino dei ciliegi. Non è che Natalia sia analoga a Zeno Cosini? Una persona che finge di essere tonta per nascondere i propri reali obiettivi? Ha eliminato la serva che, a causa dell'età, ora dovrebbe essere servita, lasciandole seguire Olga - direttrice suo malgrado; Irina fugge per diventare maestra. E Mascia si ritira con il marito insignificante, insegnante limitato, felice cornuto - non meno fallito dello sposo di Natalia, diviso tra bottiglia e gioco.
Gli idealisti hanno lasciato - il comandante parte per una nuova guarnigione, il barone è sepolto come Lensky.
Se ne va anche il dottore beone, uno di quei simpatici gaglioffi di cui è piena la letteratura russa. Ma lui pensa - di qui a un anno - di tornare da pensionato. Ne vale la pena? Di tutto il mondo che egli lascia oggi non sarà rimasto nulla. Se non la sorellastra-cuculo, che forse è l'unica ad aver capito come gira la vita, che bisogna cioè essere egoisti e cinici. Forse mi sbaglio... ma con il dottore potrebbe formare una coppia formidabile.



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Alessandro Reali - Il diavolo del Ticino
13 gennaio 2019
Alessandro Reali è un mio compaesano. Lavora come chimico in una raffineria dell'Eni: per lui la scrittura è una passione da coltivare nel tempo libero.

 

Penso che anche Dante avrebbe dovuto scrivere gialli seriali per arrivare alla pubblicazione e scommetto che Sellerio riuscirebbe a spacciare la Commedia per un romanzo poliziesco. Per questo mi colpisce che qualcuno - anche se un piccolo editore, Libreria Ticinum - abbia deciso di stampare una raccolta di racconti che esulano dal genere giallo.

Si tratta di storie raccolte presso gli anziani, quelle memorie collettive di paese che in un tempo remotissimo riempivano le serate prive di televisori e social media. Vicende ai confini della realtà, come diceva il titolo di una fortunata serie di telefilm.

Il realismo magico sarebbe nato in riva al Po? Piacerebbe pensarlo. Io credo che la narrazione implichi l'uscita dal quotidiano, imponga di abbandonare il sentiero conosciuto alla ricerca del mistero che si nasconde dietro la famosa porta che non si deve mai aprire. Mi viene in mente il buon Walther von Stolzing che trova improvvisamente la sua ispirazione nel bel sogno mattutino, ossia con una passeggiata nel mondo dell'inconscio che rimette in ordine diverso tutti i fili della giornata precedente.

Bisogna scompaginare le carte: bambine che vedono la Madonna, diavoli, fantasmi, streghe. Perchè tutto questo deve rimanere confinato all'infanzia? Perchè noi adulti non abbiamo ugual diritto a queste incursioni del magico nella nostra vita?

Questo libretto di Alessandro Reali si lascia leggere rapidamente ed è gustosissimo per più ragioni. Ripropone il fascino di un'epoca lontana; consente a chi è sufficientemente anziano di ritrovare storie narrate nella sua infanzia; sopra tutto ridisegna un reale che ci sembra di conoscere perfettamente ma la cui scorza sottilissima lascia trasparire un mondo fantastico che è sempre a portata di mano.

Nulla di nuovo: in fondo l'arte consiste nello scoprire l'ignoto dentro il conosciuto.




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Museo diocesano di Milano
7 gennaio 2019
Cosa ci fa in un museo diocesano un nudo sensualissimo di un'adolescente ritratta da Balthus?      diocesanoO un paio di natiche firmate da Guttuso? O una serie di stupendi paesaggi italiani? Magari il "Cavalier Tempesta", pittore olandese specializzato in vedute di cieli temporaleschi, presente con un dipinto in cui luce e oscurità si mescolano con effetti drammatici potenti, alcuni pastori abbagliati da una lama di sole che attraversa il fosco ammasso delle nubi, mentre in secondo piano si riconosce il Castel Sant'Angelo.
diocesano
 
E' che questo museo diocesano è il risultato della somma di collezioni eterogenee, si va dai disegni del lascito Sozzani alle vedute della collezione Pozzobonelli.
 
E' ovvio che poi troveremo anche temi sacri. Bellissime due crocifissioni poste di fronte: quella zeffirelliana di Hayez,
 
diocesano
Una graziosa fanciulla ben diversa dal povero fagotto disperato dipinto da Mosè Bianchi, in un deserto polveroso in cui l'unico segno di vita è dato dal vento che implacabile muove il panno che cinge il fianco del Salvatore. Un disegno febbrile, che lascia l'ansia del non-finito
 
The 538 best images about Life of Christ -- Via Dolorosa ...
 
Un'immagine che spaventa come la danza macabra del Magnasco che racconta il furto sacrilego in una chiesa di Siziano
diocesanoScheletri e ladri svolazzano nel dipinto sotto lo sguardo della Vergine cui è dedicata la chiesa. Mi piacciono queste immagini fosche - e ripenso a una mostra che Genova dedicò a questo suo geniale figlio molti anni or sono.
 
Dato che però vale la regola del dulcis in fundo ecco che l'uscita dal museo diocesano passa per una sala dedicata a Lucio Fontana che - scopro adesso - aveva partecipato al concorso per il portale del duomo milanese. I giudici, impressionati dai bozzetti, non ebbero però il coraggio di accettare il progetto così come era, con le figure che assaltano lo spettatore uscendo dal quadro
 
diocesanoCi rifacciamo con le formelle in ceramica di una Via Crucis che propone di fatto lo stsso mondo dei concetti spaziali, con questi segni che non vogliono rimanere confinati nella bi-dimensionalità del quadro e che - nella drammaticità della rappresentazione sacra - acquistano una speciale urgenza.
 
diocesano



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Silvia Colasanti - Minotauro - Spoleto 2018
5 gennaio 2019
Le pareti del labirinto sono specchi in cui si riflette innumerevoli volte l'immagine del Minotauro. E' vero che questo essere mostruoso divora i giovanetti ateniesi senza lasciarne un solo brandello per gli uccelli rapaci che planano sul dedalo cretese... ma tutto questo avviene per la cieca forza dell'istinto: il minotauro non è più colpevole di tigre o orsa. Paradossalmente è quando - a metà dell'opera - il protagonista si rende conto della sua reale condizione che inizia la fine: compare Teseo, il quale cerca di ingannare il proprio antagonista spacciandosi anche lui per un riflesso. Il Minotauro non ci casca, ma viene lo stesso colpito alle spalle da un pugnale che egli aveva preso per qualcosa di benefico. E magari in un certo qual modo la morte è una liberazione dal fardello della prigionia nel labirinto.
 
L'opera, poco meno di un'ora, consta di due parti stilisticamente distinte: la seconda più lirica e piana, la prima ricca di contrasti, con violente lame di luce cui corrispondono sempre dei movimenti scenici. Gianluca Margheri, il baritono protagonista del lavoro, non può accontentarsi della sua bella voce e deve possedere una duttile agilità da ballerino in questa danza di morte.
 
Ho trovato bellissimo questo Minotauro, sia per il testo che fa nascere pietà nei confronti del deforme figlio di Pasifae, che per la musica, dai colori metallici verde-azzurri, sempre commovente. Mi ha fatto sentire un altro.
 
Consiglio caldamente di assistere alla ripresa televisiva dal sito di raiplay.



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D'Annunzio - Il fuoco
1 gennaio 2019
La prima volta in cui lessi "Il fuoco" ero uno studente esaltato da "Il piacere" ed ero curioso di vedere come D'Annunzio avrebbe trattato Wagner.
 
Fuoco
 
Fu una delusione: Wagner è un fantasma, presente giusto per passare il testimone al geniale Stelio Effrena, destinato a costruire sul Gianicolo la risposta marmorea al teatro in legno e mattoni dell'Alta Franconia. Già la differenza dei materiali usati per la costruzione mi avrebbe dovuto far capire molto di D'Annunzio. Ma mi ero lasciato infinocchiare dai nomi di Dowland, Caccini e Monteverdi. Peccato che l'orchestrazione respighiana de L'Orfeo mi offra più informazioni sulla ricezione della musica antica a inizio 900 di tutto quello che l'Immaginifico mi possa offrire.
 
Non che saccheggiare il Manacorda dia chi sa quali risultati. Proust, con qualche verso di Arkel, presenta una originale prospettiva sul Pelleas. Non assume il ruolo di uno Sgarbi qualsiasi, innamorato della propria messa in piega mentre snocciola con linguaggio forbito delle banalità degne del pubblico di Mediaset.
 
Rileggo oggi "Il fuoco", spostando la mia attenzione sull'autobiografia dell'amore per Eleonora Duse. Quando giungo a Villa Pisani sono stremato da un linguaggio inutilmente ampolloso e pieno di sè. Ma cosa vuol dire "dentatura crisoelefantina"? Che Lady Myrta ha un dente d'oro come uno dei personaggi del West and Soda di Bruno Bozzetto?
 
Ma il mistero per me più grande rimane il motivo che mi impedisce di piantare a metà strada un libro che non mi piace.



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Avorio giapponese a La Spezia
30 dicembre 2018
visita al museo Lia di La Spezia si apre con una importante collezione di oggetti in avorio di epoca medievale. Non c'erano allora animalisti, ma neanche umani che avessero saccheggiato le risorse del pianeta. A quel tempo ci si poteva abbandonare senza rimorso alla passione per tavolette, altari tascabili, oggetti devozionali. Non mancavano strumenti di uso quotidiano, come una coppia di cucchiai finemente scolpiti. Sono tanto belli che non oserei neanche tenerli in mano. Men che meno usarli a tavola.
 
Dopo un'ora e mezza di visita, ormai stremato e quasi quasi tentato di saltare l'ultima sala mi lascio incuriosire dalla mostra "Netsuke".
 
avorio
 
Si tratta di completare il cerchio della mia visita con una collezione di fermagli da cintura giapponesi in avorio (Netsuke, appunto). Forse per le caratteristiche del materiale usato, o per la funzione di questi oggetti, siamo nel campo del microscopico. Debbo inforcare gli occhiali o usare una buona lente di ingrandimento per gustare i dettagli di una narrazione basata sulle piccole cose. Divinità,  animali, strumenti musicali, scenette di vita anche grottesche ed esagerate. Un piccolo mondo che sta nel palmo di una mano. Le fotografie non rendono la magia di queste raffigurazioni lillipuziane.
 
"Anche le piccole cose possono inebriarci..." recita l'incipit del libro di canti spagnoli musicati da Hugo Wolf. Questa piccola mostra, che occupa solo un paio di stanze, che giunge dopo un lungo percorso di manoscritti miniati e dipinti spazianti dal duecento al settecento, è una bellissima sorpresa. Tra questi avori imparo a guardare oltre l'apparenza, a scendere nelle pieghe delle cose, a scoprire quanti tesori di bellezza si nascondono nel fermaglio di una cintura.
 
Avevo avuto una lunga e stancante giornata, ma questi oggetti hanno passato un colpo di spugna su fretta e problemi, mi hanno offerto una disintossicata serenità con cui sono tornato a sorridere alla vita.
 
La mostra è visitabile fino al prossimo 3 marzo.



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Settecentesca Ariadne auf Naxos secondo Moshinsky
24 dicembre 2018
Dimenticate il solito stuolo di uomini della finanza, vip, attrici del cinema, giornalisti di stampa o tv, drogati, LGBT. Mancano gli smart phone e i tablet. Inutile aspettare il suicidio - tentato o riuscito che sia - del compositore, con annesso codazzo di medici, infermieri, protezione civile. Rassegnatevi anche a non vedere Zerbinetta e i suoi compagni in tenuta da spiaggia. Moshinsky non ci lascia neppure un nazista isolato, che normalmente non si nega a nessuno.
 
Finalmente!
 
Posso lasciare fuori dalla porta i blasé dell'opera, annoiati da un allestimento che - anzichè proporre il solito armamentario moderno - si propone come umile ancella del testo di Hoffmansthal. E non mi godo solo una recitazione precisa e dettagliata (Moshinsky non lascia nulla al caso!) ma anche una esecuzione musicale del tutto perfetta.
 
 



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Hasek - Il bravo soldato Svejk
18 dicembre 2018
Svejk è un idiota patentato: una I.R. (cioè Imperial-Regia) commissione medica dell'I.R. esercito lo ha stabilito con bolli e controbolli. E in un paese dove l'I.R. burocrazia ha stabilito anche quando e come i soldati debbono defecare nessuno si sogna di mettere in dubbio l'I.R. idiozia di Svejk.
 
Nel corso del migliaio di pagine di cui consta questo romanzo incompiuto ci renderemo conto che Svejk si serve di quello che noi oggi chiamiamo sciopero bianco: egli applica alla lettera l'I.R. regolamento per scardinarlo e per dimostrarne l'assurdità. Si arriva al punto in cui il suo superiore Lukas lo mette alla prova chiedendogli di comprare del cognac di contrabbando senza lasciarsi pizzicare dal sottotenente Dub ed apprezza la sagacia che Svejk dimostra nello svolgimento della sua missione.
 
C'è qualcosa che mi ricorda il nostro Bertoldo (abbiamo anche una impiccagione mancata causa assenza di alberi adatti alla bisogna) ma è molto più immediato il parallelo con K. anche lui alle prese con una burocrazia asfissiante e lontana, con un giudice che può giustiziare una persona senza che se ne conosca il motivo (l'oste che passa tutta la guerra in carcere per aver affermato che le mosche avevano scacazzato sul ritratto dell'Imperatore). Solo che in questo romanzo tutto viene voltato alla Rabelais in burla. Svejk è un K. che sbeffeggiando i propri aguzzini ha la meglio su di loro.
 
Il mondo I. R. (K.u.K. - Kaiserlich und Koniglich - la famosa Kakania di Kraus) è squadernato nell'idiozia che lo condanna a perire. Mi ricorda non poco l'attuale Unione Europea, altrettanto autistica e fallimentare. Forse, come Zweig, rimpiangeremo il mondo di ieri, però è anche vero che leggendo questo romanzo è difficile non comprendere le ragioni della sua fine. Però con la consolazione che, almeno, si ride.



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Macchiaioli al GAM di Torino
15 dicembre 2018
Parlare di Macchiaioli evoca subito i nomi di Fattori e Signorini; vediamo immagini patriottiche, paesaggi di Toscana: il profilo inconfondibile di Firenze, San Giminiano dominata dalla fortezza di Monteriggioni, Castiglioncello, la spiaggia di Viareggio.
Macchiaioli
 
Il GAM di Torino però ci informa che le terre sabaude hanno coltivato artisti che - seppur meno noti al grande pubblico hanno avuto lo stesso un certo peso nella storia dei Macchiaioli. Ammetto che non avevo mai sentito nominare Pittara, Fontanesi, Rayper. Addirittura gli unici artisti di cui sapevo qualcosa, D'Andrade e Avondo, non li avevo neanche mai collegati al mondo della pittura. Di Avondo sapevo che aveva comperato - per poi cederlo allo stato - il castello di Issogne. Di D'Andrade conoscevo il lavoro architettonico (è suo, tra le altre cose, il borgo medievale del Valentino). Anche se di origine portoghese, possiamo parlare di lui come di un Viollet-le-Duc alla bagna cauda.
 
Il mondo neo-gotico è molto importante per questi artisti (le narratrici del Decamerone, Dante sulla fiumana tra Chiavari e Sestri, la morte di Lorenzaccio. Ma anche il Davide che tranquillizza con la sua arpa il povero Saul è inguainato in un'elegante calzamaglia che lo imparenta con Angelo Branduardi. Le frequentatrici delle terme pompeiane, eleganti e ben disegnate, rappresentano l'anello di congiunzione tra Hayez e Cecil B. de Mille.
 
Mi muovo tra questo barbisonesco Rayper
 
macchiaioli
 
Un  Fontanesi che potrebbe raccontare qualcosa a Bocklin (e che tra l'altro dipinge alcuni meravigliosi carboncini)
Macchiaioli
 
 
E a quadri che ammiccano piuttosto alla grande pittura accademica
Macchiaioli
 
come questo Bezzuoli che mostra Lot con le figlie. Belle ragazze, specie quella di sinistra che con la scusa di portare sul capo il fagotto mostra di essere molto appetitosa. E non fosse che sullo sfondo si riconoscono Sodoma in fiamme e la moglie di Lot trasformata in statua diremmo - a giudicare dalla borsa piena di soldi - di aver a che fare con un vecchio barbogio in cerca di prostitute.
 
Uscendo dalla mostra Macchiaioli del GAM mi sono reso conto di aver imparato qualcosa di utile e buono.
 



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Beckmann al museo di Mendrisio
12 dicembre 2018
Forse il momento più felice di Beckmann viene tra le due guerre, in riva al Mediterraneo. Corpi slanciati e atletici, visioni di luce e calore. L'adorata compagna - Quappi - è colta dal sonno
 
beckmann
Le braccia abbandonate a caso, prigioniere del sonno... da una mano cade il libro che la donna stava leggendo. Nessun pensiero dietro gli occhi chiusi, un'animalesca indifferenza al pudore. Le forme rotonde e sode, dolcemente sensuali nel chiarore circondato dal letto a sua volta chiuso dalle pareti marrone della stanza. Forse è più sexy in un quadro coevo, in cui i capezzoli sbucano dall'abito... ma qui c'è un sentimento di dolce vivere quanto mai opportuno in un autore tormentato. Mi sembra di riconoscere Quappi anche nella coppia di amanti del dopoguerra e nel frammento di uno specchio in un interno viola e verde.
 
I pittori usano lo specchio per fare gli autoritratti, un genere che Beckmann amava particolarmente: si ritrae all'inizio di ogni ciclo grafico, anche nelle nature morte capita di riconoscerne il profilo ducesco. Di tutti gli autoritratti esposti quello che mi piace di più lo mostra con lo sguardo di chi è pronto a sfidare il destino (siamo alla vigilia del secondo conflitto mondiale e il pittore si è rifugiato ad Amsterdam)
 
Beckmann
 
Mi rendo conto che potrei descrivere ogni angolo di questa mostra così intelligente e sopra tutto necessaria. Ci muoviamo in un mondo che anzichè fare nuove conoscenze preferisce percorrere i sentieri che garantiscono un botteghino ricco di biglietti staccati. Non c'è la fuffa delle pseudo-mostre ipertecnologiche in cui ci si immerge nelle riproduzioni di quadri, ma la paziente scoperta di una voce molto importante dell'arte tedesca della prima metà del '900.
 
Fino al 27 gennaio 2019 al Museo d'Arte di Mendrisio.
 



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Castellucci e il Flauto Magico (Monnaie 2018)
10 dicembre 2018
Sul sito di Arte è possibile vedere l'allestimento del Flauto Magico che Romeo Castellucci ha fatto per La Monnaie.
 
Il primo atto mi è piaciuto molto: un Rorschach argenteo, in cui ogni personaggio - con l'eccezione della Regina della notte piazzata sull'asse di simmetria - danza in sincrono con il proprio doppio posto nella metà opposta della scena. E' un rococò trasognato che funzionerebbe a meraviglia nel pastiche mozartiano della Dama di picche. Mi è parso tanto bello da farmi dimenticare la scomparsa dei dialoghi parlati.
 
Peccato che poi venga il secondo atto, qui spostato in una cantina dalle pareti giallo-ocra, come le uniformi che i personaggi indossano e come le parrucche che hanno in testa. Papageno (Georg Nigl) mi ricorda il comandante Straker dei telefilm UFO di moda quarant'anni fa.
 
A farmi imbestialire sono gli inserti parlati: onanistiche meditazioni intercalate alla storia di casi umani (ciechi e grandi ustionati) presi di peso da qualche talk-show malriuscito di Mediaset. Che molto spesso il testo di Schikaneder ricordi il film Attenti a quei P2 non giustifica lo stravolgimento dello Zauberflote. Specie per sostituirvi un Diego Fusaro di terza mano.
 
Avrei staccato volentieri la spina a questa porcata della Monnaie se la musica non fosse stata tanto ben suonata. Il direttore Antonello Manacorda ha lavorato finemente. Dei suoi cantanti mi sembra giusto citarne almeno due. Nigl, inutilmente gigione in Ein Mädchen oder Weibchen, ma perfetto nel successivo tentato suicidio, sprecato in questo spettacolo demenziale; Sabine Devieilhe che ha valorizzato la prima parte delle sue arie con molte intenzioni giuste e precise.
 



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George Benjamin - Lessons in Love and Passion
8 dicembre 2018
Inghilterra, 1300. La regina Isabella e il suo amante Mortimer detronizzano l'imbelle Edoardo II a favore del figlio. Il primo atto del nuovo sovrano consiste nell'allontanamento di coloro che lo hanno condotto al potere.

 

Un'altra cupa storia di amore violento e torbido per la seconda opera di George Benjamin. E' inevitabile cercare parallelismi con il precedente "Scritto sulla pelle". Ma qui la musica è molto più sottile e delicata, intenta a studiare se stessa, le proprie capacità di luce e colore (una partitura che può far concorrenza a Messiaen). I movimenti lentissimi dei personaggi in scena mentre si evocano le pratiche sado-maso di Edoardo e del suo amante Gaveston sono dettate dallo statico dipanarsi della musica, che si prende il suo tempo e non si preoccupa di avanzare.

Si ha l'impressione di una staticità voluta che serve a lasciare sotto-traccia la violenza di cui è imbevuta la storia. E come sentiremo solo alla fine la voce controtenorile del figlio è nell'ultima brevissima scena che esplode musicalmente, nel corpo insanguinato e martoriato di Mortimer, la violenza di tutta la storia.

E' un lento e pacifico percorso che conduce ad un epilogo che prende alla gola con una conclusione disperata.

Se Written on Skin rimandava al mondo di Boccaccio, qui mi pare piuttosto di essere in qualche fosca terzina dantesca, per la sfacciata concisione con cui si racconta la vicenda e per la morale ruvida che mostra i malfattori ricevere la giusta ricompensa delle loro azioni prima ancora di essere morti.

George Benjamin dirige divinamente il proprio lavoro, dispone di cantanti superlativi (cosa potremo aggiungere a ciò che sappiamo di Barbara Hannigan?).

La vicenda è portata in tempi moderni: non ci interessa una ricostruzione del medioevo del XIV secolo - nè in forma storicamente precisa, nè secondo le fantasie di un Viollet-le-Duc. La nostra epoca vuole percepire quale morale eterna, valida in tutti i tempi, si cela in questo tempo.

George Benjamin scrive una seconda opera non meno bella ed interessante della precedente senza calpestare le proprie orme. La sua musica turba visceralmente l'animo e costringe lo spettatore a rimanere in silenzio prima di ritornare alla sua vita quotidiana.

 



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Petrenko nell'Otello di Verdi - Monaco 2018
4 dicembre 2018
La tempesta scoppia come un pugno che mi introna: colori elettrici, accesi, un baluginio in cui tutto il tessuto orchestrale è del tutto chiaro e intelligibile. Non c'è dubbio che Petrenko sia in gamba.
 
verdi
 
Sul "fuoco di gioia" ripenso a un carissimo amico di Parma che mi rimproverava la mia passione per von Karajan. Secondo lui si tratta di un Verdi stilisticamente tedesco - troppo tedesco, diceva lui. Lo capisco: qui, come nell'agile mandola del secondo atto, non si sente il profumo di salamella, manca il parmigiano che unga la bazza mangiando i tortelli come li preparava la povera Desolina.
 
Ho già capito quello che accadrà a metà atto, quando le sincopi rappresentano l'ansia di un cuore turbato dagli avvenimenti esterni e dalla prospettiva della prima notte d'amore. E' bella la linea velsunga (ma forse sarebbe meglio dire Tell-urica) del violoncello. Però l'emozione è un'altra cosa e i violini che si accendono con le Pleiadi che di qui a qualche decennio attireranno l'attenzione di Peter Grimes sono lucine a LED che non scaldano il cuore. Tutta la narrazione dei pieni e dei vuoti che si alternano in queste pagine - tra le più alte di tutta la letteratura operistica - manca. Bella tecnica. E capisco che oggi questo sia molto apprezzato. E' ciò che il pubblico vuole. Però al confronto Boulez è un romanticone dalla lacrima facile. C'è un che di melisandesco in questa chiusa del primo atto. Ma la commozione è altra cosa. Ne ho un fuggevole assaggio con la canzone del salice. Però poi, da vecchio melomane qual sono, comincio a fare dei confronti e penso che tutto sommato sia meglio morire nel mondo dei Kleiber e dei Toscanini.
 
Non posso negare che tutto questo sia suonato e anche cantato bene (come mi piace Finley!) però ci vuole altro per emozionarmi.



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Dada e Surrealismo - Fondazione Ferrero di Alba
3 dicembre 2018
Il quadro del manifesto mi ricorda qualcosa.
 
alba
 
In effetti, la signora che sta giocando con la corda, così rigida e piegata in avanti, come chi sta correndo evoca non poco la nutrice raffigurata dalla copertina di Nursery Chryme, dei Genesis
 
alba
 
C'è davvero tutto: il terreno giallo affettato con regolarità da linee che confluiscono in un punto di fuga, le ombre lunghe, le figurine sparse per il terreno, il paesaggio distante. C'è perfino la statua di Venere - una figura che ricorre spesso in questa mostra di Alba
 
 
E anche la ragazza che nella copertina dei Genesis impugna la mazza ha gli occhi tondi e l'aspetto statuario delle enigmatiche protagoniste dei quadri di Delvaux.
 
Tutto questo per notare come il mondo espressivo del surrealismo sia entrato nel nostro immaginario visivo. Le allitterazioni visive di Dalì, i volti e le figure costituite da animali e uomini
 
costituiscono la base di tante immagini tipo "Cosa c'è nella testa degli uomini" in cui il ritratto di un pensoso signore affetto da calvizie incipiente nasconde una donnina nuda.
 
Forse proprio in questo sta l'interesse - ma pure il limite - di questa mostra. Avrei infatti voluto che ogni tanto si inserisse qualche oggetto della nostra vita quotidiana in cui continuano le idee espresse da dadaismo e surrealismo. Non credo infatti che basti l'uso di un linguaggio figurativo molto chiaro e a tratti banale, associato a un grande virtuosismo (la prospettiva della mano che il pittore tende verso lo spettatore probabile soggetto del quadro che si sta dipingendo) a giustificare la popolarità di gran parte del surrealismo.
 
Anche con questo piccolo caveat la mostra della Fondazione Ferrero di Alba, aperta fino al 25 febbraio, merita la visita.



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Jean Echenoz - Inviata speciale
1 dicembre 2018
Come un abile strip-teaser, Jean Echenoz è consapevole che non importa il finale ma il modo con cui vi si arriva. Ed allora gioca abilmente con le regole del thriller-spionaggio.
 
echenoz
 
Insuffla nel genere ampie dosi di meta-romanzo. Ci sono i commenti di un narratore onnisciente, ma non troppo, dei frequenti cambi di nome - e personalità - dei propri personaggi che sono disorientati tanto quanto il lettore e si impappinano perchè non sanno più come chiamarsi. E' una girandola di situazioni al limite dell'assurdo in cui il lettore è complice nel gioco a rimpiattino in cui Echenoz lo inserisce.
 
Divertimento, emozione, stravolgimento di aspettative che però vengono puntualmente rispettate.



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Lohengrin - Metropolitan 1986
29 novembre 2018
questo allestimento si sente la mancanza non solo di  topi ed insetti ma anche del cigno.
 
voce
 
A giudicare dai movimenti di cantanti e comparse, il meraviglioso volatile si materializza in platea. Peccato che August Everding non sviluppi completamente la sua idea facendo salire Lohengrin e Gottfried dalla buca d'orchestra ma opti per la solita apparizione da fondo scena.
 
Siamo al Metropolitan e non ci si può discostare più di tanto dalla tradizione. Mentre io cerco le venti piccole differenze tra questo allestimento e quello della Wiener Staatsoper con Abbado provo ad ascoltare la musica.
 
Povero me! Nel 1986 Peter Hofmann, nonostante l'indubbio mestiere e qualche ritocco di post-produzione, era già declinante e John Macurdy aveva una voce usurata con cui al più poteva essere un passabile Araldo, non certo il Re Enrico.
 
Il peggio però è la coppia Leif Roar (nomen omen) e Leonie Rysanek. Io soffro fisicamente nel dover constatare che la gloriosa Leonie non riesca ad entrare nei panni di un mezzo-soprano, che l'intonazione non esista, che le frasi siano spesso inventate o - quando va bene - imbellettate da piani e mezze-voci da cui traspariscono registri vocali disomogenei e traballanti. L'apertura del secondo atto è stata straziante. Non capisco come il pubblico abbia trovato il coraggio di applaudire a scena aperta al termine di "Entweihte Götter".
 
Volevo una Elsa forte e volitiva? Una vera protagonista che schiacci il bianco cavaliere del Graal? Adesso sono ben servito da questa Eva Marton: voce forte, ben costruita e drammatica. Si sente la stoffa di cui sono fatte le Ortrud memorabili. Forse è troppo per la parte. Però finalmente trovo qualcuno che canta. Poco però per giustificare l'acquisto di questo video.
 



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Hrabal - Treni strettamente sorvegliati
26 novembre 2018
Forse il romanzo più noto di Hrabal, portato anche sul grande schermo, questo "Treni strettamente sorvegliati" racconta una storia che si svolge in una stazioncina ferroviaria ceca, nei giorni del bombardamento alleato su Dresda.
 
La guerra sta finendo e si capisce che gli odiati tedeschi la perderanno. In un'atmosfera grottesca il giovane ferroviere Milos, che ha tentato il suicidio per aver avuto una eiaculazione precoce con Mascia, si muove tra cattivissimi nazisti, resistenti e colleghi strampalati (il capomanovra ha stampato i timbri ferroviari sulle natiche della telegrafista).
 
La risata di Hrabal è agro-dolce. La divertente immagine della virilità di Milos che "sfiorisce come un giglio" si mescola alla descrizione del tentato suicidio, alle sofferenze dell'ospedale e della guerra. E non si può far a meno di sorridere quando il successo sessuale del protagonista si confonde con la pioggia di fuoco che distrugge Dresda.
 
Si legge questo romanzo breve in pochissimo tempo, con immenso piacere. Io ne posseggo l'edizione E/O che comprai anni fa, poco tempo dopo la morte (forse suicida) di Hrabal. Lo sottolineo perchè il libro contiene una piacevole ed imperdibile intervista in cui l'autore si sofferma sul significato di ironia praghese.
 



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La pinacoteca di Ferrara
20 novembre 2018
Il patrimonio artistico italiano è così ricco che un museo continua a essere interessante e pieno di opere di valore anche quando è chiuso per metà.

 

Attualmente chi visita la pinacoteca di Ferrara si deve accontentare di poche sale. Nella prima dei giganteschi affreschi staccati da pareti di conventi. Alcuni dipinti sono di gusto bizantino, Ravenna è vicinissima. Altri (S. Agostino in cattedra) sono gotici e colpiscono per la raffinatezza dei rimandi storici e simbolici.

ferrara

Chi usufruiva di queste opere sapeva leggere i cartigli e conosceva la storia antica meglio di tanti nostri contemporanei. Altro che secoli bui!

Poi ci sono i pittori dell'epoca di Ariosto.

In primis il Garofalo, soprannominato Raffaello della Romagna. Solida composizione, molto teatrale, con personaggi e architetture che formano le quinte entro cui si svolge la vicenda. E come sono belli, variati e vivaci i ritratti di cui sono cosparsi i suoi quadri. Ci trovo un'anticipazione di tutta l'arte romagnola a venire.

Un Carpaccio: Morte della Vergine. Gesù appare in alto, incorniciato da teste di angeli che a tutta prima avevo preso per roselline. Davanti al Salvatore l'anima in preghiera della Vergine il cui corpo viene pianto dagli apostoli, nella compatta e solida parte inferiore del dipinto. La mia curiosità è attratta dalla città sullo sfondo. Senza essere ancora al livello della Santa Maria degli Angeli luganese che mostra la moschea di Al Aqsa, le torri laterali sono chiaramente minareti: sono tutte quante incoronate dalla mezza luna.

ferrara

E poi è visibile il Polittico Costabili di Dosso Dossi.

ferrara

Il pittore di corte ci teneva a mostrare la propria bravura: osserviamo l'attenzione dedicata ai riflessi della luce sul metallo del vaso ai piedi della Madonna, o sull'armatura di San Giorgio. Ed anche il nudo San Sebastiano del lato opposto colpisce per la pienezza del biancore di questo corpo che spicca sull'ambiente scuro circostante. E comunque, per ripetere un effetto in cui Dossi è abile, ai piedi del santo - che era un militare - ci sta parte di un'armatura sbarluccicante. E mi colpisce anche il San Giovanni Evangelista seduto ai piedi della Vergine, con lo sguardo che incontra San Gerolamo. Sono due allievi che si parlano con gli occhi per non disturbare i Maestri che si trovano in gloria.




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Courbet e la natura - Ferrara Palazzo Diamanti
18 novembre 2018
Domenica pomeriggio. Due ragazze cercano ristoro dal caldo buttandosi sotto degli alberi in riva al fiume.
Courbet

Sono arrivate qui in barca... dall'abbigliamento si capisce che sono di facili costumi: i loro compagni non si vedono ma se ne indovina la presenza. Non posso far a meno di collegare questa immagine alla scampagnata festiva descritta all'inizio dei Miserabili. Courbet - come Hugo - descrive gente semplice ed umile dando loro una grandezza epica. Il pittore che si trova con il proprio mecenate - che per altro somiglia a Garibaldi - evoca un incontro di Teano nella campagna provenzale

Courbet

e l'autoritratto con ferita al cuore rientra in una drammatizzazione del proprio status.

E pensare che non c'è nulla di meno eroico delle signorine nude che emergono dalle acque con dei polpacci ben carnosi, la cellulite, la pancia bombata. Ma sono dettagli che compaiono solo a una osservazione più pignola e poi... chi dice che non siano proprio questi gli elementi che ce le rendono desiderabili?

courbet

Ma parliamo della natura promessa dal titolo della mostra: il tramonto sul lago Lemano, complice anche una lama di luce che imporpora le vette  e taglia in modo netto la montagna ha una forza degna di Hodler.

courbet

E poi c'è il mare scatenato: una forza in sè, spesso priva dell'elemento umano e resa con grande maestria.

courbet

La mostra si preoccupa di sottolineare le anticipazioni dell'impressionismo (i giochi di colore sulla neve, la luce sull'acqua), ma io osservo anche che le rocce da cui nasce la Loue hanno una compattezza degna di Cézanne.

Corbet non guarda però solo al futuro: una montagna illuminata sotto un cielo tempestoso mi riporta al mondo dei fiamminghi.

C'è tempo fino all'Epifania per visitare questa mostra sicuramente molto interessante.




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Antonio Manzini - Pulvis et umbra
16 novembre 2018
Rocco Schiavone, lavora ad Aosta come vicequestore - Manzini mi fa conoscere un nuovo grado gerarchico della polizia italiana. E' impegnato in questo libro con una doppia inchiesta: l'assassinio di un trans si intreccia al passato del protagonista, che non era riuscito a trovare i capi di un giro di cocaina.
 
Ci sono molte ombre in questo libro. Quelle metaforiche stese dai poteri forti, e quelle di un passato che non finisce mai, che torna nel presente di Schiavone: ciò che ha fatto, o che ha omesso di fare, le amicizie equivoche - forse di un ladro diventato guardia.
 
Ma l'ombra forse più importante è quella di Marina, che intuisco essere la compagna morta del nostro vice-questore. Non avendo letto i precedenti libri di Manzini non riesco a ricostruire più di tanto le vicende passate. Posso giusto congetturare, sono anche sicuro di prenderci nella mia ricostruzione... però in tutta onestà sento un certo senso di incompiutezza.
 
Ho l'impressione che le due storie narrate da Manzini non si incastrino perfettamente assieme. Prese ognuna per conto proprio sono belle, suscitano la partecipazione del lettore - Manzini sa certo il fatto suo come romanziere e mi sembra anche molto migliore di un Maurizio De Giovanni a cui rimandano la squadra di poliziotti scalcagnati e il dialogo con i defunti. Eppure queste vicende rimangono separate, sono due libri diversi messi nel medesimo volume. Avrei preferito di gran lunga un libro diviso in due parti separate che vivono di vita propria. A questo modo ritengo che la narrazione avrebbe guadagnato in continuità e compattezza.



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Scuola romana a Villa Torlonia
10 novembre 2018
I vecchi ricordano le immagini dei film Luce che mostrano Mussolini nella intimità di villa Torlonia. Dopo un lungo periodo di degrado il luogo è tornato ad essere fruibile. Non so però quante persone si rendano conto del valore di villa Torlonia.
 
Ho visitato il solo Casino dei nobili (il maltempo recente ha portato non pochi danni), una costruzione in uno stile neoclassico molto comune anche fuori Europa, visto che mi ha evocato le ville dei magnati di Newport nel Rhode Island. A piano terra e primo piano sono ricostruiti gli ambienti dei Torlonia: ori, marmi, affreschi. La decorazione molto ricca rende la sala da ballo più grande di quello che essa è in realtà. Tutto molto bello, piacevole. Il dolce sta in fondo, al secondo piano: un museo dedicato alla cosiddetta scuola romana.
 
La Crocefissione laica di Fausto Pirandello, con questo Cristo sdraiato a terra, di sbieco in una foresta di piedi
 
torlonia
 
o ancora la Lezione di piano di Mafai, con le due figure femminili rigide e impettite che mi fanno sentire gli sgradevoli suoni che escono dal martoriato pianoforte verticale
 
torlonia
 
E se l'arte mi deve fare entrare nella pelle di qualcun altro non riesco a trovare niente di meglio delle prostitute di Vespignani: mammelle cadenti, pance rigonfie, un sesso sfatto che si intravede in una lingerie traforata. Ma come sono sensuali e desiderabili!
 
E poi ci sono le sculture di Antonietta Raphael, opere di Cagli, Capogrossi, Fazzini... fino a giungere alla sorpresa della donazione Ingrao.
 
Non sapevo che il politico del PCI avesse un fratello e una cognata appassionati collezionisti d'arte e che le opere in loro possesso avessero trovato ospitalità in due stanze di villa Torlonia.
 
Si tratta della continuazione ideale di quanto visto precedentemente della scuola romana. Al di là del valore umano delle dediche lasciate ai collezionisti ci sono lavori di altissimo valore (dei Burri tanto piccoli quanto belli).
 
Io poi ho lasciato il cuore di fronte alla tenue armonia di questo Turcato
 
torlonia
 
Bello e stellare



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Saariaho - L'amour de loin (Metropolitan)
5 novembre 2018
L'oscurità è rotta da stelline che si illuminano una alla volta ad ogni tintinnar delle percussioni. E quando si illumina la scena una torre in metallo su cui si trovano a turno i due innamorati (Jaufré Rudel e Clémence). In basso delle strisce mobili di LED di colori cangianti danno l'idea del mare che viene attraversato dal pellegrino destinato a fare da messaggero tra i due, il mare che poi Rudel solcherà per morire tra le braccia della sua bella.
 
E' un allestimento molto suggestivo, che prende l'anima come la iridescente musica di Kaija Saariaho. Mi fanno sorridere le teste del coro che sbucano da questo mare luminoso, ma è molto poetica la ballerina che viene sollevata da un invisibile compagno come se fosse un pesce che guizza e salta tra le onde.
 
Ma è tutta la concezione dello spettacolo a funzionare perfettamente, a rendere ben conto del sogno di questa partitura.
 
Quante storie d'amore impossibile conosce il teatro in musica? Viene spontaneo, specie per me, pensare a Tristano e Isotta. Kaija Saariaho si muove però in un'ottica del tutto diverso. Non c'è la tensione di un desiderio inappagato, ma la serenità di chi è felice che il proprio amore non trovi compimento alcuno, che questa passione possa vivere solo nella distanza. Se - come avviene - ci si incontra è solo per morire. Dopo la morte di Rudel, Clémence rimane in vita e ci lascia un canto e-statico.
 

Allestimento semplice, efficace, facilmente comprensibile che aiuta il contatto con una musica nuova, ricca e personale.

 
 



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Karl Kraus - Gli ultimi giorni dell'umanità
4 novembre 2018
Secondo Kraus questa tragedia in cinque atti, prologo ed epilogo è rappresentabile solo su Marte, le cui serate sono lunghe quanto basta per accogliere in una sola tornata questo dramma.
Non me la sento di contraddire Kraus, ma secondo me il problema del pianeta terra non risiede nella durata di una sera di rappresentazioni quanto nell’indisponibilità nostra a rimirarci in uno specchio così poco lusinghiero.
Non è che Kraus parli solo della Grande Guerra di cui proprio ora ricordiamo il centenario della fine. Egli non si limita a prevedere gli orrori della Seconda Guerra Mondiale – anche più lunga e sanguinosa – ma pure la finta pace degli anni 1918-39 e ancora i settanta anni in cui l’UE ci avrebbe evitato un conflitto europeo, come se non ci fossero state la guerra fredda tra Nato e Patto di Varsavia e quella calda nei Balcani, e come se l’Ucraina fosse tranquilla e pacifica.
Il fatto è che Kraus vede perfettamente il dominio della tecnica sul nostro mondo. Bombe, aerei, sommergibili, gas, mortai… tutto l’armamentario della tecnica va utilizzato per creare una macchina di guerra che si autoalimenta, incapace di vincere – ma anche impossibile da sconfiggere. Gli uomini sono dei semplici ingranaggi di questo sistema.
Basta un manipolo di persone armate di coltellini di plastica per abbattere le torri gemelle di New York e dimostrare che la tecnica può essere battuta. Ma gli Asburgo moderni non possono dire ai contribuenti che le loro tasse sono state spese in armi inutili ed allora ci si butta su un capro espiatorio (Serbia o Irak che sia non importa) a distruggere per il gusto di distruggere. Possibilmente in prima serata. All’epoca di Kraus ci si accontentava delle edizioni straordinarie dei quotidiani, non c’erano ancora le Breaking News delle varie CNN, ma si disponeva già di una nutrita flotta di corrispondenti di guerra che descrivono al riparo delle stanze di alberghi per occidentali il fuoco artificiale delle armi intelligenti. Ci può scappare il danno collaterale. Poco male. Ma chi se ne frega: le donne serbe che dicono alla antesignana di Christiane Amanpour che loro resteranno quando gli invasori se ne dovranno andare, anticipano la storia dell’Afghanistan moderno in cui hanno fallito gli eserciti delle superpotenze.
Questo è un libro disperato e disperante, che opprime se ci si azzarda a leggerlo dall’inizio alla fine come ho fatto io. Meglio prenderlo a piccole dosi, poco alla volta. La lettura sarà comunque dolorosa.




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L'angelo sterminatore di Thomas Ades al Met
1 novembre 2018
Si può parlare di regia tradizionale per un'opera che ha un paio di anni di vita?
 
A rigor di logica, no. Però non trovo un altro aggettivo per dare l'idea di un allestimento che realizza tutto quanto riportano le didascalie dell'ultima opera di Thomas Ades. Non solo, ma anche i movimenti scenici rispettano questa rutilante partitura.
 
L'aggiunta della musica darà anche maggior peso alle parole - come dice la Madeleine straussiana, e come avevano verificato diversi secoli prima Omero e soci - ma riduce di molto la libertà di un regista teatrale: la musica infatti determina non solo il tempo entro cui si svolge l'azione, ma anche quello che si può fare sulla scena. Il fremito degli archi nel momento in cui Ortrud mette in guardia Elsa da una improvvisa partenza dell'incognito cavaliere impone una certa mimica, nè più nè meno di come un fortissimo botto dell'orchestra obbliga il cantante a dare una musata contro il muro invisibile che gli impedisce di lasciare la stanza.
 
Sarà la presenza di Thomas Ades sul podio, sarà l'abitudine del Metropolitan di rifuggire dalle regie caratteropatiche di moda da questa parte dell'Atlantico, ma l'allestimento che il glorioso Met offre on-demand ai suoi abbonati è esemplare per il rispetto del testo, musicale e poetico, dell'opera ma offre pure l'ennesima conferma che il mondo teatrale europeo vagola in una velleitaria agitazione cui si potrebbe porre rimedio cercando nuovi lavori contemporanei con cui rivitalizzare un repertorio stantio.
 
Forse perchè dobbiamo ancora fare nostro questo Angelo sterminatore il regista si concentra sulla narrazione della storia, senza voli pindarici su interpretazioni e revisitazioni di cui per altro non sento la mancanza neppure quando si tratta di sconosciuti lavori barocchi riesumati ai giorni nostri - tacciamo delle grandi opere del repertorio!
 
La recitazione è naturale, chiara; evidente la discesa dalla normalità all'abisso del bestiale cui sono ridotti i nostri personaggi - incapaci di allontanarsi da una stanza simboleggiata da un gigantesco arco rosso. Senza tentare di riprodurre l'inimitabile Bunuel, si esprime benissimo tutta la bassezza di cui noi umani siamo capaci.
 
Musicalmente non ho molto da aggiungere alle impressioni che mi fece la registrazione della prima assoluta salisburghese. Vedere la scena però consente di passare sopra al vergognoso Tomlinson - un ex-cantante che spero abbandoni presto le scene.



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"Il verdetto" di Emma Thompson
31 ottobre 2018
La giudice Maye, benchè abituata ad emettere sentenze su casi molto controversi, non sa che verdetto dare su un testimone di Geova che, a pochi mesi dal raggiungimento della maggiore età, rifiuta una trasfusione.
 
 
A rendere difficile questa sentenza non è il caso in sè - i precedenti sono tutti a favore del trattamento sanitario coatto - ma lo scoppio di una concomitante bomba privata: il marito del giudice, stufo di essere un soprammobile - e forse neanche dei più belli - di casa Maye, le ha annunciato che intende cornificarla con una ragazza che potrebbe essere sua figlia.
 
Così tutte le certezze diventano friabili. E nessun verdetto è mai definitivo. Esiste sempre una seconda occasione con cui confrontarci ed in cui cambiare idea, perchè il mondo non è bianco e nero.
 
Il film, sceneggiato da Ian McEwan a partire dal suo stesso romanzo "La ballata di Adam Henry" mi è piaciuto tantissimo. Emma Thompson è ancora più carina che da giovane, specie quando nel finale si presenta infradiciata e sfatta, con almeno vent'anni in più sulle spalle. E' un delizioso miscuglio di "dama di ferro" (questo è un film da vedersi rigorosamente in versione originale. Immagino la pronuncia posh di questa gente che vive nel Temple) e di umana fragilità.
 
Stanley Tucci - il marito Jack - riesce ad essere all'altezza della sua superlativa partner, un bel miscuglio di maldestra passione e fedeltà. Impressionante Fionn Whitehead (Adam Henry).
 
Le promesse di un grande cast (e di una signora produzione - la BBC) sono del tutto rispettate.
 
 



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Zemlinsky - Il re Kandaules
28 ottobre 2018
Alla morte di Zemlinsky - avvenuta a New York nel '42 - l'opera in tre atti "Re Kandaules" manca ancora dell'orchestrazione. Ci vuole una cinquantina di anni perchè il lavoro, completato da Beaumont con grande talento (Zemlinsky era un provetto orchestratore), venga rappresentato per la prima volta ad Amburgo.
 
Il video di cui parlo oggi, malauguratamente indisponibile sul mercato, è appunto la registrazione di questa creazione assoluta. Meravigliosa, diretta con passione da Gerd Albrecht, con cantanti di prim'ordine (Monte Pederson, Nina Warren e James O'Neal rispettivamente Gige, Nyssia e Kandaules); una regia che rispetta un testo ignoto ai più.
 
Kandaules fa indossare a Gige un anello che rendendolo invisibile gli permette di ammirare la nudità della Regina Nyssia. Costei, una volta scoperto l'accaduto impone a Gige di uccidere il sovrano e di prenderne il posto. Non so cosa sia scritto esattamente nelle didascalie, la musica a mio avviso indica che Gige accetta la corona, la regia però lo fa uscire di scena, lasciando Nyssia sola a dominare un'opera di cui è la vera signora.
 
Come la Bianca della Tragedia Fiorentina, la Regina vuole la morte di un marito che non capisce il suo valore. Se la consapevolezza che Guido gli vuole portar via la consorte sveglia la coscienza di Simone che dunque può riconquistare anche il cuore di Bianca, qui Kandaules rimane sterilmente legato al suo perverso voyeurismo. O all'impotenza?
 
Egli è dunque condannato a perdere tutto in favore di qualcuno, Gige, che a suo dire non ha altro che la propria povertà.
 
Il Re Kandaules è un'opera che conferma l'altissimo valore di Zemlinsky.



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Tutti in piedi: handicap all'acqua di rose
27 ottobre 2018
Sì, sono prevenuto. Un film francese riceve da me la benevola comprensione che rifiuto ad un analogo prodotto statunitense. Questo "Tutti in piedi" usa i topoi della commedia hollywoodiana: un duro e cinico uomo potente diventa migliore grazie all'amore di una fanciulla di un mondo diverso dal suo. Miele, lacrimuccie, situazioni assurde ed inverosimili conducono all'inevitabile lieto fine. Rispetto agli americani i nostri francesi danno per normale e positivo che il protagonista Jocelyn affondi lo sguardo nel décolleté della piacente vicina di casa che, dal canto suo, risponde per le rime - cosciente e lusingata dall'attenzione ricevuta, ma al contempo distaccata quanto basta per pensare che questo signore, troppo anziano per lei, vada però benissimo per la sorella.
 
Tutti in piedi è realizzato bene, ha una ottima recitazione, Dubosc e la sua partner in carrozzella (la fantasticamente espressiva Alexandra Lamy) sono molto bravi e credibili. Perfino una parte secondaria come il prete di Lourdes è ben costruita.
 
Ma il soggetto è un'occasione mancata. Il confronto con Quasi amici - altro film che affronta il tema dell'handicap e dell'emarginazione - è impietoso. Non c'è la poesia dell'imparare a conoscere l'altro poco alla volta senza arrivare al colpo di scena finale per capire che si è diventati una coppia affiatata. Ed è questo rovesciamento narrativo che avrebbe potuto rendere logico ad esempio il cambio di atteggiamento del protagonista verso la segretaria.
 
Ciò che rimprovero in definitiva a questo Tutti in piedi è di seguire troppo i moduli narrativi d'oltre-Atlantico, poveri di sfumature e superficiali.
 
Il film è divertente, piacevole, ma niente di più - è già il remake americano di se stesso.
 



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Kader Abdolah - La casa della moschea
23 ottobre 2018
In qualità di capo del bazar Aga Jan gode di un potere paragonabile a quello di un'autorità civile. E' custode di una moschea cittadina in cui può entrare direttamente da casa propria e di cui tiene - come hanno fatto i suoi predecessori - il diario.
 
La sua vita è tranquilla. Il più grande grattacapo è solo l'imam che - per i gusti del bazar - non si occupa abbastanza di politica. Quando arriva Ghalghal, imam rampante di Qom, basta un paio di sermoni per accendere gli animi e l'attenzione dei servizi segreti: il giovane predicatore deve fuggire dalla città.
 
I libro di Abdolah descrive l'Iran del trapasso dal regime dello scià a quello degli ayatollah. Con lo scoppio della rivoluzione Aga Jan perde improvvisamente il suo potere. Deve lasciare la custodia della moschea ai nuovi capi; un suo figlio viene giustiziato dal regime. Impossibile per l'ex-potente trovare qualcuno tanto coraggioso da sfidare i rivoluzionari dando una sepoltura onorevole a una persona morta davanti al plotone di esecuzione.
 
Gli uomini sono mutevoli come la loro sorte: basta un altro giro di ruota, magari perchè il regime capisce che è giunto il momento di dire basta al terrore, per far ricomparire gli onori e gli amici di una volta.
 
Le però cicatrici rimangono. Alla fine del romanzo Aga Jan riceve una lettera da un altro figlio, già comunista, che ha perso la fede e si è rifugiato in Olanda, paese di cui ha imparato la lingua e in cui scrive romanzi. E' il ritratto dello stesso Abdolah.



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Il Corriere dei Piccoli al museo del fumetto
18 ottobre 2018
Per me il Corriere dei piccoli è come il François-le-champi del Narratore proustiano. Dunque mi sono avvicinato con muta reverenza alla mostra che il milanese museo del fumetto gli dedica da qui a gennaio.
 
corriere
 
In occasione del centenario della testata, alla Rotonda della Besana si fece una celebrazione intinta nel nostalgico pennello del "come-eravamo". Oggi però ci viene offerta un'analisi più scientifica di questo settimanale.
 
Il museo del fumetto si concentra su pochi numeri "cardine", significativi per la storia della testata, e sulle firme che hanno contribuito alla sua grandezza, persone come Hugo Pratt, Dino Battaglia, Sergio Tofano, Dino Buzzati, Italo Calvino, Mino Milani, Grazia Nidasio, Jacovitti... Una lunga - ed incompleta - lista che lascia il segno in testi e disegni di ottima qualità.
 
Sono esposte diverse tavole originali, un paio sono anche disposte su una lavagna luminosa che rende conto di come avvenisse la coloritura: sul recto i margini fatti con inchiostro di china, sul verso i colori. Peccato che non si sia pensato di lasciare visibile il verso di una di queste tavole, per mostrare queste aree di colore omogeneo separate dai bianchi corrispondenti ai margini dei disegni.
 
Curiosissimo il confronto tra la prima storia pubblicata dal Corriere dei piccoli e l'originale statunitense. Non c'è solo il diverso formato che obbliga a presentare meno quadri e a perdere la lunga morale conclusiva - destinata forse anche ad un pubblico più grandicello. E' fondamentale che i curatori italiani decisero di sostituire i fumetti con i celeberrimi versi a rima baciata. E' il risultato delle polemiche - di cui ebbi sentore anche io alla mia epoca - secondo le quali i fumetti sono diseducativi perchè disabituano alla lettura. Da un lato penso che senza l'effetto nefasto dei fumetti avrei bisogno di un'altra casa per ospitare i miei libri, dall'altro mi ricordo che nell'arte medievale si trovano sia le didascalie sia parole che escono dalla bocca dei personaggi, ora direttamente ora scritte in cartigli.
 
Ancora più significativa è la storia di Paola Lombroso Carrara, incaricata dal direttore del Corriere - il celebre Albertini - di preparare il lancio del giornale. Al momento cruciale Albertini, non sentendosela di lasciare una donna alla direzione di un periodico, preferì farle gestire la rubrica delle lettere. Dopo poco tempo l'atmosfera irrespirabile della redazione obbligò Paola Lombroso alle dimissioni: Italia, ti riconosco.
 
 



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