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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Un vecchio Lohengrin firmato da Abbado
16 novembre 2017
Sono passati trent'anni da quando la tv austriaca filmò questo Abbado alla Staatsoper di Vienna. Su Youtube si trova una versione in cui si sono tagliate le immagini per adattarle al formato widescreen. Abitudine fastidiosa, usata anche da importanti stazioni televisive a pagamento ai danni di capolavori del cinema, su cui sorvolo perchè questo viaggio in un passato neanche così remoto fa molto bene alle orecchie.
 
All'epoca era di moda denigrare Dunja Vejzovic... non sapevamo cosa ci avrebbe riservato Evelyn Herlizius. Ancora oggi sento frasettine ironiche sul Lohengrin mediterraneo di Domingo. Certo che nel finale, quando il tenore canta in mezza-voce il "con questo anello dovrà pensare a me" non si ha il pietoso espediente con cui un eunuco cerca di stendere un pietoso lenzuolo su una voce inadatta al ruolo che giunge stremata al traguardo del finale. Infatti subito dopo un "Addio" a pieni polmoni, virile ed eroico. Strappa-applauso. Ma il teatro è fatto anche di queste cose. In quel tempo non si doveva cianciare di letture angelicate per giustificare il fatto che ci si deve accontentare di quanto passa il convento.
 
Ignobile la regia, adatta a una vecchia carrampana come il sottoscritto. Nessuna pantegana, manco uno scoiattolo; nessun riferimento all'edilizia o allo smemorato di Collegno. Anzi, mi è sembrato che il secondo atto ricordasse la piazza del Catapano di Bari.
 
Un bellissimo filmato che documenta quanto sia caduta in basso la rappresentazione delle opere - non solo wagneriane.




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Ketty Magni - Rossini, la musica del cibo
13 novembre 2017
Ketty Magni racconta in modo romanzato la seconda parte della vita di Rossini. Dopo il clamoroso successo del Guglielmo Tell, il pesarese non scrive più per il teatro. Al più compone per se stesso (I peccati di vecchiaia) o per occasioni intime (La piccola Messa Solenne - delizioso ossimoro!).
 
Non essendo musicologa, Ketty Magni non si chiede i motivi di quello che i melomani sentono come il grande silenzio di Rossini. A lei tutto questo appare normale e benvenuto. Il suo intesse si concentra infatti sul lato gastronomico (a fine libro ci sono ricette di cucina rossiniane o quanto meno legate a lui) e mondano. Rossini, con la sua seconda moglie, teneva in Parigi un importante salon dove si incontrava tutto il jet-set del momento.
 
Mi é parso un po' debole il finale, come se l'autrice non trovasse più temi che vivacizzassero una monotona successione di feste e incontri e soprattutto come se le fosse difficile affrontare il tema del declino fisico e della morte senza cadere nel sentimentale.
 
La prima parte del libro soddisfa però la curiosità di un lettore da rotocalco quale può essere ogni tanto anche un melomane incallito.




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Maysaloun Hamoud - Libere disobbedienti innamorate
8 novembre 2017
Tre donne arabo-israeliane molto diverse tra di loro: un'avvocatessa perfettamente inserita nella società del paese, una DJ cristiana e una studentessa di informatica musulmana praticante. Uguale però è il loro nemico: non lo stato sionista ma i maschi.
 
L'avvocatessa è alle prese con un uomo che è solo apparentemente corretto e rispettoso della sua dignità. In realtà si vergogna di presentarla alla sorella e la vorrebbe meno disinvolta e libera. Il padre della DJ abbassa la maschera quando scopre che la ragazza è malata (leggi lesbica).
 
Quanto alla musulmana... sono sufficientemente anziano da ricordare le ipocrisie del nostro mondo cattolico di provincia. E forse questi atteggiamenti sono ancora presenti, neanche tanto sotto la cenere.
 
Maysaloun Hamoud scrive un film molto bello, raccontato con un piglio narrativo svelto ed animato. Non si fanno proclami e predicozzi. Si lascia che la storia parli da sola e giunga ad un pubblico distratto dalla scoperta dell'acqua calda hollywoodiana (abbiamo bisogno di Asia Argento per sapere che tante carriere, non solo cinematografiche, si fanno in camera da letto?).
 
Questo film ci ricorda che in molte realtà, anche moderne ed emancipate come è il caso di Israele (ma potrei scrivere anche Italia) la violenza e la negazione della dignità degli altri, magari ammantata da bei precetti religiosi, sono all'ordine del giorno.




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Thomas Ades - La tempesta - Met (2012)
4 novembre 2017
La Tempesta di Shakespeare è opera meta-teatrale: è facilissimo riconoscere in Prospero un alter ego del drammaturgo che crea dal nulla una storia, una tempesta tanto violenta e spaventosa a vedersi quanto innocua, perchè immaginaria.
 
Ed allora se teatro ha da essere, visto che Prospero è duca di Milano, è il caso di riprodurre la Scala milanese. Vediamo la sala del Piermarini negli atti laterali, mentre in quello centrale il palcoscenico è invaso dalla visione dell'isola incantata in cui i nostri personaggi si muovono alla scoperta di se stessi.
 
L'idea visiva offerta da questo allestimento del Met è tanto semplice quanto efficace. Bellissimo l'Ariel acrobatico che si inerpica sul lampadario, che sembra volare nel vuoto o che compare come un uccello mostruoso sulla corte di Napoli. E anche brava Audrey Luna alle prese con una parte vocalmente proibitiva. L'ipervirtuosismo vocale è il modo con cui Ades rende musicalmente l'idea di un essere che vive tra cielo e terra, uno spirito che si esprime come uomo pur non essendo umano.
 
Mi piace l'approccio adottato da Ades: di una generazione e un paese relativamente risparmiati dai pregiudizi post-seriali non esita a scegliere caso per caso il sistema espressivo che gli serve per cogliere i suoi obiettivi. Allora su "Brave new world" scrive una bella melodia lirica, non esita a chiudere il secondo atto in modo romantico, dopo aver fatto annusare aria di Szymanowski durante il banchetto magico nella foresta. E ovviamente per la tempesta convoca tutte le rime aspre e chioccie che conosce, in un tripudio di dissonanze.
 
E' un'opera riuscita, offerta in un allestimento di classe, con un cast di prim'ordine.




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Padova: Oratorio di S. Giorgio e scuola del Santo
3 novembre 2017
Forse esiste nell'arte una forma di progresso: le innovazioni espressive e tecniche scoperte da un grande artista vengono riprese e sviluppate dai colleghi successivi per meglio comunicare la loro visione del mondo.
 
Nell'oratorio di San Giorgio riconosco l'influenza che Giotto ha esercitato su Altichiero ma anche ciò che quest'ultimo ha aggiunto di personale: la bellezza degli scorci prospettici, il gusto coloristico, la vivacità del disegno.
 
Con la sua statuaria compostezza, Giorgio che beve il bicchiere di acqua avvelenata non solo ci fa comprendere l'esito di questa vicenda ma sembra quasi anticipare certe figure di Mantegna.
 
E quanto a rigidità non scherza neppure la Santa Lucia che - nonostante i panneggi morbidi - non viene minimamente spostata dai buoi che pure inarcano le groppe, si piegano e sforzano i muscoli nel tentativo di portarla in un postribolo.
 
Altro mondo nella vicina scuola del Santo. Ce lo dice già la scala rinascimentale - degna di qualche villa veneta - che conduce al piano superiore.
 
E' una stanza dal soffitto a cassettoni, interamente affrescata con storie di Sant'Antonio. Subito entrando un giovane Tiziano racconta del bambino che scagiona la madre. Una linea orizzontale divide in modo alquanto grossolano la parte inferiore da quella superiore - tra l'altro anche molto più rozza rispetto al ritmo e all'elaborazione delle figure che si trovano in primo piano. Una modifica operata in un secondo tempo?
 
Perfetta invece, per resa drammatica e costruzione, la storia del marito geloso che pugnala la moglie - forse il punto più interessante di tutta la sala. E poi, per me che amo questo genere ci sono anche alcune raffigurazioni di Padova così come appariva in passato.
 
Mi stupisce poi sempre la solita italica incuria. Un cartello ci invita a chiudere bene la porta per proteggere la climatizzazione della stanza. Peccato che i battenti della prima porta - a vetri - neppure si tocchino e che quelli della seconda si allontanino da soli.




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Tiziano Terzani - Un indovino mi disse
29 ottobre 2017
Come molti di noi parlando di occulto Tiziano Terzani "Non ci crede, ma..."
 
Infatti, quando un mago cinese lo avverte che è molto pericoloso per lui volare nel 1993, Terzani preferisce non correre rischi e decide che per quell'anno si sposterà via terra o mare. Non è cosa facile per un giornalista occidentale in Asia, ma con grande pazienza Terzani riuscirà a mantenere fede al proprio progetto. Gli ostacoli sono fatti proprio per venire superati: l'obbligo di non volare costringerà lo scrittore a cercare modi alternativi di trovare storie da raccontare ai propri lettori e lo farà giungere alla conclusione che tutto cambia di prospettiva quando si ripristinano le frontiere terrestri, quando i paesi vengono visti dal basso senza passare dal mondo fittizio degli aeroporti.
 
C'è poi un altro aspetto che merita interesse. Ovunque si rechi, Terzani consulta maghi, indovini, chiromanti, chiaroveggenti. Ognuno ha un modo proprio di divinare e - spesso - delle profezie diverse da fornire. Una cosa sembra comune ai vari metodi predittivi scelti: ceneri, foglie di te, ossa, dadi, sassolini o mani sono dei supporti tramite i quali consultante e veggente entrano in comunicazione (telepatica?) tra di loro. Il giornalista è sicuro di essere lui a trasmettere in qualche modo le notizie che il mago gli sta dando. E verosimilmente è così, l'ho notato del resto anche io da umile cartomante della domenica.
 
E' una lettura niente affatto impegnativa che mette in discussione le nostre certezze sulla razionalità su cui pretendiamo di basare la nostra esistenza.



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Più di una "Divina creatura" a Rancate
26 ottobre 2017
Secondo la signora Cottard la prima qualità che deve avere un ritratto costoso è la somiglianza. Si capisce però che il dipinto deve possedere anche altre caratteristiche, per esempio trasmettere un'immagine lusinghiera della persona raffigurata.
 
A fine XIX secolo, quando la donna era confinata in casa, una signora doveva venire mostrata nel proprio regno, in piedi, con il volto diretto agli occhi dello spettatore, come il Re Sole (non a caso la borghese Sommaruga ha la stessa posa di Elena di Savoia). E la sovrana del focolare domestico è circondata dai segni della propria ricchezza: bel mobilio, un pianoforte, arazzi. Fondamentali sono - è ovvio - gioielli e abiti.
 
La pinacoteca Zust di Rancate accosta ai dipinti gli abiti originali, ci mostra il rapporto tra la moda corrente e la pittura, che registra fedelmente l'evoluzione del gusto così come viene dettato dalla capitale parigina.
 
Non male come idea, visto che da Rancate si può vedere il grande complesso commerciale del Foxtown. Io però, che noto soltanto se una donna è vestita oppure no, sono interessato alla fattura dei dipinti, alla originalità di Tranquillo Cremona che presenta la sua committente leggermente piegata in un abito giallo che risalta sulla scura verzura circostante, al virtuosismo con cui Troubetzkoy riproduce i pizzi nella scultura "Dopo il ballo", alla piccola storia del costume che traspare da un pianoforte verticale sullo sfondo, una copia di un valzer di Strauss (Induno) e infine il primo piano di una signorina intenta ad accompagnare un'aria di Tosti (Anastasio).
 
Ci sono alcuni Boldini straordinari, una bella dama in una fantasia di grigi e poi ancora la signora Sommaruga resa con pennellate rapide, un braccio sulla sedia e l'altro lungo il corpo in languida asimmetria. E' l'immagine di una persona sicura di sè, spavalda, che sa di valere molto più di tanti uomini.
 
 
Anche il cassaratese Luigi Rossi ha qualcosa da dire. Nella collezione permanente c'è un suo "Kimono" che porta un po' di aria parigina nel Ticino e che mi rimanda a un doppio ritratto orientaleggiante sotto un luminoso ombrello rotondo.
 
E prima di uscire da questa fantastica mostra ammiro un'immaginaria Gilberte Swann  di Pietro Gerosa con pattini, stivaletti, cappellino e collo di pelliccia.




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Pelleas e Melisande Komische Oper 2017
24 ottobre 2017
Le quinte e il fondale del teatro sono interamente di color grigio a pois chiari, i personaggi entrano ed escono da pedane mobili, come se fossero le figure di un orologio meccanico.
 
Quando Golaud intravede la ragazzina che piange in riva all'acqua ecco che gli spuntano da sotto le ascelle altre due braccia: è Melisande, che sorge da lui. Mi viene in mente il Narratore della Recherche che parla di una donna che nasce in sogno da una posizione sbagliata della sua coscia. In altri momenti del dramma, le braccia di Melisande spunteranno anche dai corpi di Pelleas e Arkel.
 
Tutta l'azione avviene in uno spazio mentale. Non ci sono elementi scenici, a parte un ramo gigantesco attorno al quale si immagina che si avvolgeranno i capelli di Melisande. Quest'ultima avrà il suo bel pancione e dopo il parto le sue gambe saranno insanguinate, così come Golaud porterà nella scena centrale del secondo atto dei vistosi bendaggi; Pelleas viene strangolato con la propria cintura... ma tutto è mostrato come in uno psicodramma, come un'azione che avviene nell'animo di un solo personaggio: Golaud, che alla fine ricompare solo sulla scena, esattamente come lo abbiamo visto all'inizio. Egli svanisce nel buio in un'immagine che rende bene la parentela fra le chiuse di Pelleas e Wozzeck.
 
Questo allestimento è come un buon vino che offre solo poco alla volta tutti i propri aromi e che va gustato con pazienza e lentezza.
 
Meno piacevole invece il lavoro di Jordan de Souza. Innanzitutto non approvo l'eccessivo ricorso al parlato: "Laissez-moi" di Melisande nella scena dei capelli, "J'ai terriblement peur" di Yniold, quasi tutta la parte di Golaud nel sotterraneo. Il parlato non è più espressivo della musica (la parte di Yniold, se ben cantata, mette proprio i brividi!) ma soprattutto non è previsto da Debussy. E' una libertà insensata. 
 
E poi i tempi sono per i miei gusti eccessivamente rapidi (l'inizio del secondo atto è un moderato ma ci viene proposto come se fosse un allegro). Annuso il profumo delle rose che sale dalla terrazza però mi sembra che al mare della grotta sotterranea sa stato somministrato il Valium.
 
Jens Larsen è un Arkel alquanto povero di autorevolezza (e di età), notevole Nadja Mchantaf, molto - forse anche troppo - sanguigna e grandissimo Gunther Papendell nella scena di gelosia.




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Un Franco Cacciatore romantico alla Scala (2017)
19 ottobre 2017
La storia del Franco Cacciatore riassume gli elementi tipici del romanticismo: una fiaba ambientata nella foresta - luogo vicino alla natura, al contempo madre e matrigna - un miscuglio di magia e orrore che riscopre, dopo l'illuminista regno della ragione (oggi parleremmo di tecnica) le forze oscure del male. In questo mondo, in cui i personaggi felici pensano solo a sposarsi e figliare, il soprannaturale benefico (l'eremita) ha la meglio su quello cattivo (Samiel). Le sincopi del nero cacciatore, che anticipano quelle del Nibelungo Alberico, sono destinate a scomparire in un finale privo di ombre che la nostra epoca non accetta.
 
I registi à la page hanno dunque buon gioco a offrire letture in cui ci si distacca dalla materia ingenua e semplice di quest'opera. Però, come direbbe qualunque fan di Stephen King, bisogna credere all'esistenza del diavolo e del male perchè l'horror incuta spavento.
 
Per questo ho apprezzato molto la regia di Matthias Hartmann che rimane fedele al testo originale, senza tentare una lettura al secondo grado. Nel finale primo Kaspar si muove addirittura come Samiel, diventando un alter-ego fisico del diavolo e anche nella conclusione dell'opera le presenze demoniache si mescolano ai pacifici abitanti del paese.
 
Non tutto l'impianto visivo di questo Franco Cacciatore è felice: se è bello lo sfondo nero su cui tubi al neon disegnano, come gessi bianchi su una lavagna, i contorni di monti e case, sono ignobili i costumi - specie quelli femminili. Le donne sembrano uscite da una riunione con lo zar Saltan nell'invisibile città di Kitesz e hanno in testa dei ridicoli nodi giganteschi degni di matrioske. La recitazione funziona bene nei parlati, ridotti al minimo, è notevole per Kaspar ma ridicola per Annetta e per le fanciulle che devono cantare la filastrocca nuziale.
 
Mi è piaciuto invece Myung-Whun Chung, che ha dato un bel colore all'orchestra ed ha saldamente tenuto in mano le redini dell'insieme. Superlativo Groissock (Kaspar) e complessivamente buono il resto della compagnia di canto.




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Noseda nel Tristano e Isotta al Regio di Torino
16 ottobre 2017
Per Noseda il triplo forte su cui i due amanti si incontrano nel secondo atto non è il segnale di un terremoto sonico che deve strinare i malcapitati seduti nelle prime file ma il punto in cui si deve arrivare al climax drammatico-musicale. E lui questo punto culminante lo prepara con attenzione, lo sentiamo arrivare - inesorabile  e potente. 
 
Noseda privilegia colori pastello e trasparenti. Non eccede mai sulle dinamiche, cosciente del fatto che Wagner non vuole un coturno orchestrale troppo alto. Tutto questo può sacrificare le forti emozioni appariscenti ed apparire quasi melisandesco (quanto ha imparato Debussy dagli archi divisi della doppia invocazione di Brangane!) ma a mio avviso è pagante. Non è infatti necessario urlare per esprimere in modo efficace quanto si ha da dire.
 
Per giunta in questo modo si aiutano i cantanti impegnati ad arrivare alla fine di una parte impervia. Io soffro quando trovo un cantante in difficoltà, comincio ad anticipare i momenti perigliosi, ad immaginare i modi con cui si possano evitare od abbassare gli scogli che si stanno avvicinando, chiudo gli occhi quando so che sta per giungere il punto critico. Se succede comunque l'errore, mentre ascolto la musica a casa caccio anche una maledizione come faceva mio padre se la Juventus mancava il rigore... Ma a teatro mi sento ancora più coinvolto ed ho seguito Seiffert con estrema attenzione. Generoso... si sarebbe potuto accontentare di una "lettura intimista" nel momento in cui loda la dedizione dell'amico Kurwenal, per risparmiare il fiato sulla maledizione del filtro - un punto in cui bisogna buttare fuori tutta la voce che si ha. E invece no: ha giocato tutte le sue fiches centrando l'en plein di un monologo del terzo atto in cui tanti suoi colleghi più giovani fanno magra figura.
 
Mediocre invece Ricarda Merberth, che ha gli acuti (mir lacht das Abenteuer) ma che si sfilaccia già su "Da du so sittsam".
 
Mi sta bene che Marke sia un basso leggero e giovanile. Però su "warum mir diese Holle" bisogna trovare il modo di rendere uditivamente l'idea dell'inferno in cui il cornuto infelice si trova. E del resto su "mir" si arriva a un mi bemolle acuto che deve sentirsi bene, altrimenti il climax arriva solo in orchestra (bravo Noseda per la leggerezza con cui gestisce in questo punto il fortissimo di fagotti e clarinetto). Poi avremo tempo, nella frase successiva (warum mir diese Schmach) di ripiegarci con il clarinetto su una struggente melodia carica di dolore intimo. Però se non si è buttata fuori la voce prima sarà difficile far sentire il contrasto in cui brucia l'anima di Marco.
 
Ho adorato Michelle Breedt, sacrificata dalla balzana idea di farle cantare dietro una porta il suo secondo intervento nel duetto d'amore.
 
E già, perchè ci sarebbe anche una regia. Non ho mai visitato l'interno di villa Wesendonck (oggi museo di arte orientale) in cui Guth ambienta questo Tristano. Ho notato che le quinte che incorniciano la scena sono identiche a quelle del proscenio del Festspielhaus. Buona idea: Wagner non ha fatto altro che auto-rappresentarsi in tutte le sue opere, musicali e non. E neanche male il momento in cui i due amanti stanno in un giardino con palme che mi ricorda l'atmosfera del Lied "Im Treibhaus". Però nel secondo atto si dovrebbe davvero fare notte, e non ha senso che l'incontro degli amanti incominci in un salone affollato. Mirabile l'ombra delle foglie su "O sink hernieder".
 
Ma sono momenti felici in un mare di insignificanza. Mi sono rapidamente dimenticato del regista per concentrarmi sulla musica: in fondo, tutta l'azione del Tristano è concentrata nelle menti dei personaggi e quest'opera funzionerebbe perfettamente anche in forma concertante.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/10/2017 alle 7:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rossella Canadè: La 'ndrangheta nelle terre del Po - L'inchiesta
11 ottobre 2017
Rossella Canadè - giornalista della Gazzetta di Mantova - ci offre un resoconto delle infiltrazioni mafiose nella bassa padana. E' un libro ben fatto sia dal punto di vista giornalistico che letterario. 
 
I grandi affari su cui puntano gli occhi le cosche calabresi - il rifacimento di Piazzale Mondadori, la cementificazione di Lagocastello - presenti sullo sfondo fin dalle prime pagine del libro hanno dei tratti che si focalizzano gradualmente per venire poi del tutto alla luce - come in un giallo che si rispetti - solamente nel finale.
 
Rossella Canadè lavora con l'abilità di una esperta strip-tiseuse: il suo lettore non si annoia di fronte alla sfilza di nomi e fatti ma si appassiona, pagina dopo pagina, ad un libro che mantiene fino in fondo le promesse fatte in apertura: intrattenere e fornire allo stesso tempo notizie serie ed attendibili.
 
Poi, ovviamente, diventa spontanea la considerazione che tutto il nostro paese è pieno di tante piccole Mantove, che in moltissime realtà che si credono presuntuosamente immuni da infiltrazioni mafiose esistono gruppi che lavorano alla luce del sole per realizzare progetti folli, come ad esempio la cementificazione del Parco del Mincio.
 
Mi chiedo, in verità, come sia possibile che una persona dotata di un briciolo di intelletto possa pensare di costruire centri commerciali, condomini e uffici in una zona protetta sia dal punto di vista naturale che da quello artistico. E' che nel nostro paese si è convinti che tutto si arrangia, che poi si trovi sempre una soluzione che risolva il fatto compiuto, che cancelli lo sfregio alle regole.
 
La legge? Un puro accidente. Questo bellissimo libro ci racconta che non è così se cittadini e forze dell'ordine - non colluse - stanno attente a ciò che accade nel loro territorio.



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Enrique Mazzola a Glyndebourne con il Barbiere di Siviglia
8 ottobre 2017
Siamo immersi in una originalità uniforme che impone al regista televisivo di mostrarci durante l'ouverture gli artisti che si truccano in camerino, ammiccano alla telecamera e percorrono il corridoio che li porta sul palcoscenico. 
 
Rimpiango i tempi in cui ci si soffermava sull'orchestra e sul suo direttore, in questo caso Enrique Mazzola, il vero eroe del pirotecnico Barbiere di Siviglia presentato quest'anno a Glyndebourne.
 
Tempi ben articolati, con scelte oculate che fanno risaltare la plasticità mozartiana delle melodie (non dimentichiamo che Rossini era soprannominato il tedeschino) ed evitano che la musica evochi macchine da scrivere impazzite. E come è attenta la gestione dei cantanti: ad ogni parola o frase ripetuta corrisponde una diversa sfumatura di significato così che la progressione musicale coincida con quella del testo.
 
Bella e colorata la scenografia, spigliata la regia di Annabel Arden ma, per esempio, Janis Kelly (Berta) ci avrebbe fatto ridere altrettanto senza i tempi vivaci scelti di Mazzola?
 
I cantanti sono estremamente bravi, anche se ci sarebbe da discutere sull'opportunità di affidare a un soprano (la per altro ottima De Niese) il ruolo di Rosina.
 
E' un bellissimo spettacolo già disponibile in DVD.
 
Il trailer dello spettacolo a questo indirizzo.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 8/10/2017 alle 7:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Racconti giovanili di Thomas Mann
4 ottobre 2017
 Ho trovato nella collana degli Oscar Mondadori una raccolta di scritti giovanili di Thomas Mann.
 
Di tutti i racconti compresi nel volume, l'unico che conoscessi era "Sangue Velsungo", una storia d'amore incestuoso nel mondo dell'alta borghesia sullo sfondo di una galeotta rappresentazione della Valchiria. Anche se avrei preferito un riassunto più succinto dell'opera wagneriana si tratta pur sempre di una pagina molto raffinata che rimanda sia a Musil che a certa letteratura gotica, con questi due fratelli che nascondono sotto un aspetto esteriore angelico un cuore corrotto ed impuro.
 
Trovo già presenti molti temi dei lavori più celebri di Mann: la decadenza delle grandi famiglie borghesi, l'aspetto fisico che riflette l'alterità dell'artista, la sua incapacità di omologarsi agli altri (anche nel bambino prodigio che - pur nella sua istrionicità presenta dei tratti da artista nato). Addirittura nella scazzottata sulla spiaggia tra Jappe e Do Escobar riconosco un'eco della lite tra Tazio e gli altri ragazzi al termine di Morte a Venezia. E che dire del piccolo signor Friedemann, innamorato di una bella donna e, condannato a morire, come il nano di Zemlinsky, vittima della propria deformità?
 
Ma più che questi riflessi dei grandi lavori a venire è commovente riconoscere i primi passi del grande artista, anche in un raccontino convenzionale come Perduta.
 
Come canta Wolff all'inizio del suo libro di canzoni spagnole "Anche le piccole cose possono incantarci .




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Il celebre "baritono" Pavarotti nella sua casa-museo di Modena
1 ottobre 2017
La strada diventa sempre più stretta: non c'è spazio per una seconda macchina che venga in senso opposto. E ai bordi c'è un fosso profondo. Sono in aperta campagna, diretto al buen retiro campagnolo in cui Pavarotti morì dieci anni fa.
 
Si tratta di un cascinale ristrutturato a colori brillanti, rosso-arancio, verde intenso.
 
Quando, aprendo la porta, mi trovo nell'atrio-soggiorno, sono preso da un nodo alla gola come non lo provavo da quando visitai la casa viennese di Brahms. Sarà il gigantesco abito da concerto che troneggia in una bacheca e che, visto in controluce, può far pensare un attimo alla presenza del suo proprietario in carne ed ossa. Ho l'impressione che il corpulento padrone di casa debba comparire da un momento all'altro, fra il pianoforte a coda e gli autografi di Toscanini e Puccini.
 
Quando entro da qualcuno mi dirigo subito a curiosare nella sua biblioteca, il luogo che mi dice tutto quello che bisogna sapere del padrone di casa. Libri d'arte, testi su Verdi, spartiti voce-pianoforte, cofanetti CD ancora incellofanati.
 
La signorina della biglietteria sostiene che non c'è nulla da spiegare sulla cucina. Ha ragione. Ma anche torto, perchè avverto di nuovo la quotidianità dell'artista: è una cucina come può averla qualunque borghese agiato. A parte il frigorifero proporzionato al Lucianone essa parla di un quieto vivere casalingo che getta una confortevole luce sulla persona Pavarotti.
 
Se debbo giudicare dalla musica che odo nelle stanze (Mamma, New York, New York, My Way) Pavarotti doveva essere un cantante melodico di musica leggera. Bisogna andare nelle due stanzette in cui si trovano dei costumi di scena per udire "Una furtiva lacrima" e per capire che qui si parla di opera lirica. Una vetrina espone una partitura aperta sull'inizio del grande monologo di Wotan (Valchiria, atto II).
 
pavarotti
Non sapevo che Pavarotti fosse baritono. Me lo immagino, mentre - anticipando il collega Domingo, si studia la parte di Wotan. É che gli asini che hanno organizzato la pagliacciata commemorativa di Verona hanno riempito un buco espositivo con la prima carta da musica che hanno trovato. Meno male che non hanno aperto il libro su uno Hojotoho!
 
Peccato. Pavarotti avrebbe meritato di essere ricordato da gente che conosce la musica. Gli ignoranti che gestiscono indegnamente questa casa-museo mettono in fila le lettere dei vip senza curarsi di sottolinearne il contenuto: più che la firma di Lady Diana valgono le parole con cui la principessa di Galles ringrazia il tenore (o baritono?) per il suo impegno umanitario. E la preoccupazione per la salute dell'artista che trasuda tra le righe di altre missive mostra che queste celebrità avevano per Pavarotti un rispetto ed un amore non solo di facciata.
 
Essere meno superficiali e rozzi avrebbe significato rispettare - ed onorare - l'uomo e l'artista.




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Britten da Sogno (di mezza estate) a Palermo
25 settembre 2017
Forse il Sogno di una notte di mezza estate è l'opera di Britten che io preferisco. Sono innamorato dell'alternanza di iridescenze magiche ed incantate (il mondo degli elfi, o l'incredibile apertura del terzo atto) e di grottesche parodie (tutta la musica dello scombiccherato Piramo e Tisbi di Bottom e soci).
 
E' dunque con ansia che mi sono accostato a questo recente video palermitano.
 
Abbiamo cominciato subito male con una pantomima ambientata nella valle dei templi, con guardie di sicurezza, selfies, anche un addetto con problemi minzionali che si sgrava dietro una colonna. Mi sfugge il senso di questa sceneggiata: le nozze di Teseo e Ippolita entrano in gioco solo molto più tardi nel testo di Britten. Nel resto dello spettacolo poi questa sezione non compare più e si dimentica in fretta.
 
Grazie al cielo. Perchè costumi, movimenti scenici e tutto l'impianto narrativo sono ottimi, divertenti, fantastici e fascinosi. E' vivissimo il senso del sovrannaturale, dello strano, di un mondo stregato ed allucinato. Alla fine del secondo atto l'immagine della luna di cui rimane solo una falce è un piccolo gioiello.
 
Meno felice lo spettacolino degli artigiani ateniesi, perchè a mio avviso si è calcata troppo la mano sul lato caricaturale della faccenda e non si percepisce la sincera emozione che questi mediocri ed improvvisati attori hanno suscitato nel loro pubblico. Il senso del teatro nel teatro sta proprio qui: il teatro, anche quando è in mano ad artisti maldestri, sa sempre commuovere chi vi assiste.
 
Buoni orchestra e cantanti. Forse il coro di voci bianche sarebbe potuto essere più leggero, ma è possibile che la presa sonora influisca negativamente sul mio giudizio.
 
Complessivamente questo "sogno" di Palermo merita di essere ascoltato e conservato in video.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/9/2017 alle 14:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La Lombardia alla conquista dei Longobardi
19 settembre 2017
La mostra che Pavia, già capitale del regno dei Longobardi, dedica ai propri ex-sovrani si apre con resti funerari: suppellettili, armi, gioielli, scheletri - sia umani che animali. Tutto quello che è solito trovare nelle esposizioni dedicate al mondo preistorico. Ed in effetti ci muoviamo in un contesto di analfabetismo che ci obbliga a fare congetture partendo dagli oggetti che ci sono rimasti.
 
Non ci vuole molto ad immaginare l'impatto che ha avuto su una civiltà raffinata, ancorchè decadente, come quella della Roma imperiale, l'incontro con questi combattenti, rozzi ma capaci. Ed è anche facile fare dei parallelismi con le migrazioni cui assistiamo oggi... In fondo, non c'è nulla di nuovo sotto il sole e il mondo continua proprio perchè il sangue si mescola.
 
Il mondo latino offre a queste persone una scrittura ed una lingua. Le iscrizioni, elaborate come stile letterario e grafia, mostrano che i nobili longobardi assorbono le caratteristiche degli autoctoni che - per quanto sconfitti - sono culturalmente superiori a loro. La conversione al Cristianesimo fa il resto ed accelera la fusione tra i popoli.
 
Se il nostro mondo ha dato a loro l'espressione letteraria e religiosa essi ci hanno regalato un immaginario visivo: chinandomi sui monili barbarici riconosco segni grafici ed immagini che sono passati tali e quali nelle nostre chiese: grifoni, bestie meravigliose, labirinti di linee rette e curve.
 
La mostra pavese sui Longobardi, destinata a trasferirsi prima a Napoli e poi a San Pietroburgo è una buona possibilità di valorizzare il territorio pavese e lombardo. Utile il legame con due sale dei negletti musei civici pavesi ed ottima la possibilità di visitare i luoghi cittadini in cui sono rimasti segni del passaggio di questo popolo. Il sito della mostra offre itinerari e schede utili a scoprire tanti gioielli che meritano una visita, in Pavia come nel resto della regione (si pensi soltanto allo stupendo complesso medievale di Lomello).
 
Una iniziativa interessante e più sensata della solita stucchevole esposizione di quadri "impressionisti".




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/9/2017 alle 20:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Italo Calvino - Le città invisibili
16 settembre 2017
Kublai Kan è curioso di conoscere le città che Marco Polo ha visitato. E il veneziano racconta nuove storie, parla di città dai nomi incredibili e dall'aspetto ancora più strano e originale.
 
Se Queneau racconta un episodio semplice e banale in stili e modi differenti, Calvino rimane fermo nello stile del racconto di viaggio per disegnare mondi diversi, immaginari e fantasiosi. Che però sono sempre agganciati a elementi che conosciamo e che rimandano alla nostra vita. Nelle sue città infatti si può sempre trovare qualcosa di già visto nella nostra esistenza.
 
Ogni tanto ci ritroviamo nella reggia di Kublai Kan. Sentiamo le obiezioni del sovrano, le sue richieste. Ci vengono riferite le risposte di Marco Polo. Sono dialoghi e osservazioni che spiegano il mo(n)do da cui originano tutte le città meravigliose di cui stiamo leggendo la storia. Questi momenti di meta-romanzo sono forse le parti più interessanti del libro, quelle che ci illuminano sui rapporti che si creano tra lettore e scrittore. E' qui che viene disvelato infatti il gioco del romanzo e della narrazione. Ed è per questo che più che al mondo del Milione mi viene spontaneo pensare alle Mille e una notte. Come Sheherazade, Calvino incatena a se Shahriyar e noi let




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Monteverdi - Il ritorno di Ulisse in patria - Champs Elysées
11 settembre 2017
In fondo alla scena si apre un secondo teatro che mostra l'interno di un pub tenuto da Giunone. Tra i clienti un ufficiale di marina (Nettuno) con un ragazzo dal capo coperto da una benda con una gran macchia rossa al centro (Polifemo, suppongo), un tizio dalla barba grigia con un vistoso sigaro (Giove) e una peripatetica leopardata (Minerva) che fa la spola nel mondo dei mortali da cui reca anche, per un breve lasso di tempo, il nostro Ulisse.
 
Che Polifemo se la cavi male con le freccette lo davo per scontato. Giove però non è da meglio con un tiro alla Frankestein Junior che manda la freccetta in mezzo ai Proci che stanno tramando la morte di Telemaco. Alla fine questi dei da operetta lasceranno vuoto il loro pub: la loro missione sgangherata di mettere i bastoni tra le ruote di Ulisse è finita.
 
La regia di Mariame Clement rientra nella media delle produzioni correnti. Non ho capito cosa volesse trasmettere, ammesso e non concesso che volesse trasmettere qualcosa, incerta fra trasgressione e continuità. Non guasta la comprensione della storia nè il suo fluire e questo è per me sufficiente.
 
Molto bella la parte musicale, con il trio Haim, Kozena e Villazon che non delude affatto le aspettative. Debbo dire però che in generale tutti i partecipanti allo spettacolo non hanno affatto demeritato. E' un bellissimo modo di ricordare il 450° anniversario di Monteverdi.
 
Il video è disponibile su Culturebox.




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Seethaler - Il tabaccaio di Vienna
5 settembre 2017
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Franzl è un diciassettenne che ha lasciato il villaggio natale nel Salzkammergut per lavorare come aiutante in una tabaccheria. Apparentemente ci troviamo di fronte a tanti cliché: l'adolescente di provincia che matura a contatto con la capitale, la scoperta del sesso, l'amicizia con una persona importante e inaspettata (in questo caso Siegmund Freud).
 
Se Seethaler invece di essere un crucco fosse italiano gli ufficiali della Gestapo sarebbero presentati come bonaccioni simpatici...  Invece no. L'annessione dell'Austria all'impero germanico viene presentata con un tono trasognato, di chi non capisce pienamente cosa sta succedendo (il protagonista è troppo giovane per rendersi conto di ciò che bolle in pentola) ma non per questo meno tragico. Anzi, proprio perchè sappiamo a cosa il paese andrà incontro viviamo con angoscia le pagine di questo libro.
 
Ed anche l'epilogo della storia viene presentato sotto forma di un dialogo in negozio, come un cicaleccio di comari che facendo la spesa si raccontano le ultime novità del giorno, c'è perfino l'imitazione della parlata viennese che dà alle parole un colore incompatibile con la tragedia. Il titolo stesso "Der Trafikant" è austriaco: ancora oggi le tabaccherie sono indicate con il termine Trafik per cui il Trafikant è il tabaccaio o meglio - con termine dialettale - il tabacchino.
 
Ma la Storia può bussare alla porta di chiunque, anche di chi non è eroe, di chi non sa niente di politica e si interessa solo a spassarsela. Quindi anche per un tabacchino esiste un posto nelle grandi vicende del mondo.
 
Ho scoperto Seethaler per caso. Ha un ottimo stile, trova un bell'equilibrio tra ingenuità, divertimento e tono serio. Ci parla delle grandi questioni della storia senza assumere un tono professorale, con la semplicità del suo protagonista Franzl che con la sua aria giovanile viene sempre apostrofato come Burschi (ragazzino, il libro - come si vede - è pieno di espressioni austriache). Un bel libro, a suo tempo pubblicato in italiano ma attualmente non disponibile.




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Alessandrini e Don Giovanni a Liegi (2016)
3 settembre 2017

Vediamo dall'alto una piscina in cui nuotano delle ragazze. Don Giovanni attende che Donna Anna resti sola per possederla. Colluttazione con il Commendatore che, stordito a colpi di mazza da golf, annega nella piscina da cui sorgerà nel finale. Come prevedibile, anche il "Don" finirá i suoi giorni a mollo nella piscina.In mezzo, l'immancabile ufficio di traders in cui si svolge gran parte di un'opera in cerca di musicisti.

Il problema di questo penoso video non è infatti costituito dalla prevedibile regia ma da una parte musicale mediocre.

Qui Alessandrini non mi convince. Evita che l'ouverture possa prendere il volo imponendo un suono smorzato, che non risuona. É tutto breve e senza fiato. Forse Wagner esagerava a dire che con questa pagina inizia il romanticismo, però Alessandrini mi sembra innamorato di un'idea che non fa decollare la musica.

E quando inizia il canto tutto peggiora ulteriormente. Mario Cassi non ha la voce per il ruolo del protagonista: un registro grave inesistente, linea di canto che ha una vaga somiglianza con quanto scritto da Mozart. Addirittura spesso viene sovrastato da Leporello (Laurent Kubla), cantante con una buona voce ma che dovrebbe affinare la propria interpretazione.

Anche le donne mi hanno lasciato insoddisfatto. Sembra che i mezzi vocali di Veronica Cangemi e Salome Jicia, sicuramente molto buoni, non siano adeguatamente sfruttati. Forse è colpa di Alessandrini, che sembra voler evitare qualsiasi accento che lasci pensare anche lontanamente al mondo romantico. Interessante la giovane - e un po' acerba - Zerlina di Celine Mellon.

Per poter risollevare il mio morale però debbo attendere Don Ottavio (Leonardo Cortellazzi) e il Commendatore di Luciano Montanaro. Quest'ultimo nella scena conclusiva ha mostrato che avrebbe saputo perfettamente fare le parti di Don Giovanni. 

Mi chiedo come si possa immortalare in video uno spettacolo così mediocre e tutto sommato insignificante.

Sono stati tagliati pesantemente i recitativi nonchè il "Pietà signori miei" e il "Ah, dove è il perfido". Meno male. Ci è stato risparmiato un poco del maltrattamento riservato a Mozart e alle nostre orecchie.

 





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Wozzeck (e Marie) in Salisburgo 2017
1 settembre 2017
Alla fine dello spettacolo, quando si accendono le luci in sala, possiamo vedere la struttura di legno su cui si svolge questo Wozzeck.
 
L'allestimento è immerso in un buio impenetrabile, un fitto bianco/nero che avvolge i personaggi fino anche a farli scomparire del tutto. Gli sprazzi e le oasi di colore e luce rendono ancora più abbacinante la penombra in cui ci si muove. Anche i costumi hanno una tinta che ricorda i colori messi manualmente sulle vecchie foto in bianco e nero.
 
Ci si muove durante la grande guerra. Dietro Marie che legge il Vangelo dell'adultera c'è una cartina della zona di Ypres. Ovunque maschere a gas (una è il volto del pupazzo che rappresenta il figlio di Marie e Wozzeck), infermieri, stampelle e soldati. Un'aria di tragedia e povertà.
 
Wozzeck non rade il capitano ma proietta delle immagini. Il superiore ha da ridire sulla velocità con cui cambiano le proiezioni sullo schermo. I due agiscono indipendentemente l'uno dall'altro, come se vivessero in mondi indipendenti e staccati. Il capitano ha un elmo piumato da giannizzero di parata. Il dottore si fregia di uno stetoscopio paradossale. Dignitoso Wozzeck, Marie con un povero abito rosso e le calze che scendono ai polpacci. Però pulita a sufficienza per suonare sincera quando afferma che non le si possono mettere le mani addosso.
 
Quest'ultima è co-protagonista a pieno titolo dell'opera, davvero una donna che non ha nulla da invidiare alle grandi dame con i loro specchi dall'alto al basso. Ha due occhi azzurri luminosissimi che vedranno anche attraverso sette paia di pantaloni ma che parlano al pubblico di uno spirito indomito che sopravvive a Wozzeck. Già solo per questa lettura del personaggio di Marie questo spettacolo tormentato e psicologicamente violento va visto.
 
E poi c'è la musica, servita meravigliosamente bene da Juroski, con escursioni dinamiche da brivido e cantanti eccezionali. Goerne studia con pignoleria il senso di ogni parola. Disegna un Wozzeck intellettuale in cui si immedesima l'Alban Berg che trasfigura nella sua prima opera l'esperienza all'interno dell'Imperial-Regio esercito.
 
Asmik Grigorian (Marie) è impressionante anche dal punto vocale, con un giusto equilibrio tra canto e urlo. Gerhard Siegel e Jens Larsen sono una coppia grottescamente comica del tutto indimenticabile.




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Philippe Beaussant - La malscène (la cattiva scena)
30 agosto 2017
Philippe Beaussant è arrabbiatissimo. Si è stufato di assistere a regie che ridicolizzano e/o violentano lavori teatrali cui è - come noi - affezionato. Così ha preso carta e penna e ha scritto questo libretto gustoso, che si legge tutto d'un fiato.
 
Beaussant analizza i motivi che rendono così affascinante il teatro - e in particolar modo, quello in musica. Sono motivi paradossali, che troviamo già esposti poeticamente nell'Amleto, quando il principe danese analizza la reazione che il lamento di Ecuba ha sull'attore e sul pubblico. E' un bene però riportarli alla memoria per aver ben chiaro di cosa stiamo parlando, per capire che delitto venga perpetrato quando si distrugge il sistema comunicativo su cui si basa una rappresentazione teatrale.
 
Alla base della tabe che ha infettato i nostri teatri c'è, secondo Beaussant, la Verfremdung brechtiana: il regista deve ridicolizzare il testo tragico, sminuirne la portata per straniarci da esso. Possibile. Però a me sembra alquanto riduttivo. Trovo infatti spesso e volentieri il desiderio di riscrivere le opere, di sostituirsi all'autore, di eliminarlo dal cartellone come se fosse un ingombro. L'incapacità di rinnovare in modo adeguato il repertorio con titoli scritti ai nostri giorni rende inevitabile che i registi provino ad aggiornare i testi antichi perchè essi svolgano surrettiziamente il compito di raccontarci il nostro quotidiano. Non sempre l'operazione riesce. Perchè le idee giuste non vengono a tutti e con il tempo la provocazione si trasforma in una routine utile quanto una regia zeffirelliana. Ha così facile gioco Beaussant a notare che tutte queste regie si somigliano e riciclano gli stessi elementi che sappiamo a memoria.
 
Inutile, dice, fare dei nomi: trasformeremmo il libro in un noioso catalogo. E poi, aggiungo io, la preterizione è la vendetta migliore verso certi registi. Come Dante esprime al sommo grado il proprio disprezzo verso gli ignavi non citandone neppure uno, Beaussant nega ai tacchini che si credono pavoni la gloria di una citazione - fosse anche negativa.
 




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Gregoire Polet e la fantapolitica di Tous (Tutti)
26 agosto 2017
Polet descrive la folgorante ascesa di Tous (Tutti), un movimento politico transnazionale che nasce dall'esperienza degli indignados spagnoli.
 
Siamo all'epoca della commissione europea presieduta da Durao Barroso, su una pedana messa tra gli alberi che dominano piazza di Catalogna (un omaggio a Calvino? Come pure questa Caroline Gracq che, come il visconte dimezzato, è priva di metà del proprio corpo?). Tra le tende variopinte prende vita l'idea di Tous. Le parole d'ordine - democrazia diretta, politici non di professione, ribaltamento dell'economia - le conosciamo benissimo, anche nel nostro paese.
 
Purtroppo.
 
Rimprovero a Polet il semplicismo con cui giunge alle conclusioni. Sono d'accordo sulle premesse e sulle analogie tra l'oggi e il 1789. Però la Rivoluzione Francese, anch'essa partita con le migliori intenzioni, affogò nel sangue ed ebbe come esito la dittatura napoleonica e la restaurazione dell'ancien régime. Certo, il genio era uscito dalla bottiglia... ma non possiamo essere così ingenui da credere che il vecchio sistema si tiri da parte con tanta gentilezza, nè che i nuovi arrivati riescano subito a prendere il potere senza scossoni e problemi, se non altro perchè la gestione reale e quotidiana della cosa pubblica è complicata. Non ci si improvvisa neanche nell'esercizio della prostituzione, figuriamoci nella gestione di un paese. Tanto più che spesso il vero potere non è esercitato dai parlamentari ma dai burocrati e una circolare ha forse più importanza di una legge.
 
Contesto anche la faciloneria ingenua della sognata economia blu, che imita la natura: se qualsiasi processo naturale avviene solo con un aumento dell'entropia (ossia il disordine del sistema) la sola presenza degli esseri viventi - tutti, dalle piante fino a noi bipedi intelligenti - conduce a un progressivo decadimento del sistema, che dunque è destinato prima o poi a bloccarsi. Già. Il progresso ininterrotto non esiste.
 
Ma dato che Polet non se ne rende conto abbiamo un bel sogno utopico, consolante ma inutile perchè una via d'uscita, se c'è, sarà lunga e dolorosa.




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La Clemenza di Tito di Peter Sellars - Salisburgo 2017
20 agosto 2017
Sono ideologicamente contrario alle manipolazioni di un testo. Possiamo decidere di seguire un'edizione piuttosto che un'altra, o anche fare del bricolage tra diverse versioni (ordinaria amministrazione per esempio - tanto per rimanere in tema mozartiano - con il Don Giovanni) però ritengo che in assenza di parti incompiute o lacunose quello che l'autore ha lasciato di suo pugno vada presentato così com'è.
 
Libertà sono ovviamente possibili - per non dire necessarie - a livello di recitativi, cadenze e abbellimenti dei da capo. Ma se questi paletti non bastano è il caso che non ci si comporti come le aziende che propongono contratti truffaldini per telefono e scrivere - nero su bianco - che si allestisce una Clemenza di Tito di Peter Sellars basata su musiche di Mozart.
 
Il diavolo si nasconde nei particolari o, se preferiamo, nei sottotitoli. Non so se quelli che adornano vezzosamente il video che ho visto siano identici a quelli bilingui proiettati alla Felsenreitschule. Ma ho notato che si traduce traditore con terrorista. Chiudo un orecchio sulle interpolazioni: Mozart scrive grande musica anche nei minuettini destinati ai pianisti in erba, figuriamoci se può dispiacermi sentire estratti della Messa in do minore. Però queste trasformazioni del testo, per giunta inserite proditoriamente nei sottotitoli mostra che gli organizzatori di questo spettacolo stanno prendendomi in giro.
 
E allora non ci sto. Sellars è un regista geniale, che offre ancora una volta uno spettacolo bellissimo, con stupende immagini suggestive, costruite con dedizione, cura dei dettagli, colori azzeccati, movimenti sempre giusti e misurati. I tempi morti dell'opera seria sono riempiti in modo discreto. La noia è bandita da questo allestimento. Currentzis dirige benissimo un'orchestra di gran classe e dei cantanti di livello comunque molto elevato.
 
Però l'organizzazione del festival deve dire la verità altrimenti tratto da pataccari questa gente che fa finta di non sapere che nel '700 i popoli erano governati da sovrani illuminati di cui il Tito metastasiano è il modello; che nel '700 non esisteva una opinione pubblica da fiaccare con il terrorismo (del resto la guerriglia nasce nel XIX secolo quando Napoleone invade la Spagna). Jihad e Mandela dunque c'entrano come i cavoli a merenda con Mozart, Metastasio e Mazzola. Salisburgo ha solo messo in piedi un'operazione marchettara.
 
La nostra epoca ha diritto anche lei ad avere degli artisti di oggi che descrivano la nostra quotidianità. A parlare delle nostre tragedie, dei nostri problemi e delle nostre vite di adesso debbono essere gli artisti di oggi. Che esistono, solo che sono spesso dei Carneadi che vanno cercati con pazienza, accettando il rischio di biglietti invenduti, insuccessi e incomprensioni.
 
Lo so anche io che è molto più facile affidarsi a uno Steve Reich in salsa Allevi (WTC 9/11) o a un evergreen come Mozart. Però Liszt e Boulez non sarebbero stati gli immensi uomini che sono stati se avessero seguito la strada facile di chi cerca di vendermi l'acqua calda salisburghese.
 
Sellars, come il Legrandin proustiano, è paragonabile a un truffatore erudito che usava, per costruire dei palinsesti falsi, una fatica e una scienza di cui la centesima parte gli sarebbe bastata ad assicurargli una posizione più lucrativa ma onorevole.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/8/2017 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fitzgerald: I'd Die for You (Morrei per te)
19 agosto 2017
Un libro di racconti inediti di Fitzgerald è per me una chicca che non può scapparmi.
 
Si inizia subito bene con I.O.U., una storia satirica sull'editore di un libro dedicato a una descrizione farlocca dell'oltretomba. Qui scopro il lato umoristico di Fitzgerald, con una punta affatto felice che corona in bellezza un racconto quanto mai divertente.
 
Ma anche Travel Together mostra un Fitzgerald inedito che descrive - anche se solo all'inizio della storia - il mondo di coloro che la grande depressione ha lasciato sul lastrico.
 
Meno interessanti per me i soggetti destinati al cinema (Gracie at sea, per esempio). Già non mi piace il genere della commedia hollywoodiana, con le sue inverosimiglianze e i suoi stereotipi. Per giunta il dover riassumere in poche pagine una vicenda che dovrà venire svolta sul grande schermo impedisce un reale approfondimento dei personaggi. Si intuisce qualcosa di interessante, ma alla fine rimango inappagato.
 
Nella sua introduzione Anne Margaret Daniel ci spiega che Fitzgerald guardava con interesse - se non altro per ragioni economiche - al mondo del cinema. Forse avevano ragione coloro che lo sconsigliavano di percorrere questa strada. Eppure... il racconto che dà il titolo alla raccolta, che si svolge su un set cinematografico, starebbe benissimo sul grande schermo, come pure Offside play, dominato da una protagonista femminile, Kiki, spregiudicata e affascinante. Ci si muove nel mondo del football americano, su una carta velina che dovrebbe coprire le magagne del mondo brillante.
 
The Women in the House (Temperature) è un dramma leggero che si svolge in un ambiente chiuso che invece io vedrei benissimo trasposto a teatro.
 
Questo libro offre una prospettiva diversa da cui osservare uno dei più importanti scrittori del XX secolo. Non posso che augurarmi un veloce arrivo di questo volume anche nelle nostre librerie.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/8/2017 alle 9:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ashley Hay - La biblioteca sull'oceano
16 agosto 2017

Il titolo originale del libro "La moglie del ferroviere" non è abbastanza accattivante per i maghi del marketing che invece optano per la visione di un oceano su cui si apre una biblioteca che è del tutto secondaria ai fini della vicenda. Non si parla di libri, la protagonista lavora in una biblioteca come potrebbe benissimo fare la barista o l'addetta ai bagni pubblici. La letteratura entra in gioco solo perchè uno dei personaggi è un poeta che non riesce a trovare l'ispirazione.

La storia parla solo incidentalmente di biblioteche ed invece si occupa del problema di come - e se - elaborare il lutto. Se ognuno di noi è obbligato ad andare verso "il nero destino di morte" inevitabilmente dovrà dire addio a persone care e, ciò che è peggio, a dover continuare la propria vita senza di loro.

Anche se "Le intermittenze del cuore" hanno già toccato questi temi il romanzo potrebbe anche essere buono se non fosse intriso di sentimentalismo: questa Ashley Hay è una Tamaro australiana che costruisce ambienti e personaggi da Mulino Bianco.





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Völkling - Patrimonio culturale dell'umanità
11 agosto 2017
Quando le acciaierie di Völkling vennero spente, sulla città si fece il silenzio totale. I cittadini, abituati al continuo rumore generato dal complesso industriale, che sapevano interpretare con la stessa finezza con cui Abbado ascoltava un'orchestrazione di Mahler, non riuscivano neanche più a dormire. Mancava loro la dolce ninna nanna degli altoforni.
 

In Full Monty gli operai di Sheffield si convertono allo spogliarello maschile. A Völkling i rudi germanici trascormano un cimitero industriale in un museo e centro culturale che l'Unesco mette tra i patrimoni dell'umanità.

 La visita al complesso di Völkling è molto istruttiva. Si impara la storia del sito, si seguono le fasi di produzione dell'acciaio, si toccano anche i momenti più imbarazzanti del passato tedesco (il lavoro forzato dei prigionieri di guerra e dei deportati).
 
É riduttivo limitare l'esperienza di Völkling alla sola didattica. Ho vissuto l'ambiente come un gigantesco quadro vivente cubista: tubi, ciminiere, ingranaggi, trionfo delle linee rette, spesso - ma non sempre - ortogonali, la predominanza delle tonalità fredde di grigio, azzurro, nero, bianco, marrone. Anche l'esperienza olfattiva (si sente ancora l'odore del metallo) contribuisce a dare una sensazione estetica di grande impatto. Purtroppo manca l'elemento uditivo: pochi suoni animano la nostra visita e mi sento come in un museo di strumenti musicali rigorosamente muti.
 
Non bisogna però dimenticare il lato centro culturale. Attualmente sono in corso una notevolissima mostra sull'arte peruviana precolombiana e un'esposizione dedicata all'arte urbana di strada (graffiti... ma non solo). Intelligente e stimolante. Vale tutto molto più dei 15€ a cranio di biglietto.
 
Informazioni a questo indirizzo




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/8/2017 alle 5:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Dinant - Sulle rive della Mosa
10 agosto 2017
La Mosa si snoda sinuosa in un paesaggio verde e riposante. Paesini che si specchiano nel fiume, circondato da rocce alte e ripide. Dinant è forse il luogo più tipico, con una cattedrale alta e stretta che culmina con una curiosa torre a bulbo.
 
Ad essere impressionante è la muraglia di roccia grigia che si trova alle sue spalle e che fa quasi credere che l'edificio debba far parte della montagna.
 
Appena dietro alla chiesa si alza una scalinata che, in alternativa a una ben più comoda teleferica, conduce alla fortezza.
 
Due secoli fa i ponti sulla Mosa erano posti a una distanza corrispondente al tragitto che poteva venir coperto in una giornata di cammino. Ecco dunque che, ancora oggi, ogni 30 chilometri si trova un importante snodo (Dinant, Namur, Huy, Liegi) protetto da una fortezza.
 
Ne ho visitate tante di fortezze, tutte simili tra di loro: il giro di mura, le feritorie, la forma a stella... In questo caso ci sono le celle dell'epoca in cui l'edificio fu impiegato come carcere, le ricostruzioni di cucina e quartieri per le truppe.
 
Il momento più interessante della visita giunge alla fine.
 
La ricostruzione di una trincea. Si passa in uno spazio claustrofobico, delimitato da sacchi di sabbia e legno, un cunicolo a zigzag con la musica di spari e cannoni che danno il senso della precarietà, del pericolo continuo e reale vissuto dai soldati. Dai soldati di tutte le nazioni, carne da macello nelle mani di delinquenti che hano seminato distruzione e lutti in tutta Europa. Marmaglia che ha dissanguato il continente in una inutile guerra di posizione.
 
Tutta la fascia compresa tra Francia e Belgio è disseminata da cimiteri di guerra, pieni di croci tutte uguali. Cambiano le bandiere che garriscono al vento, non le sofferenze sottintese. Ho evitato accuratamente la visita di musei e memoriali ma alla fine, senza aspettarmelo, mi sono trovato in questa trincea. E ci si sta proprio male.
 
Non finisce qui: l'ultima stanza é un rifugio antiaereo che, essendo stato colpito, é inclinato del trenta per cento. Lo si percorre tenendosi con entrambe le mani ai corrimano. Ed anche così il cammino tortuoso, in un piano tanto inclinato mette nausea e vertigini.
 
Piacerebbe dire "mai più" ma sappiamo che gli uomini ci ricascheranno.




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A spasso per Maastricht (NL)
9 agosto 2017
La chiesa di Nostra Signora a Maastricht non è l'unica chiesa dei Paesi Bassi a mostrare una facciata del tutto priva di ornamenti, una muraglia piatta ed impenetrabile. Si può proprio ben dire che il nostro Dio sia una salda fortezza. La pietra ha un caldo colore marrone e la piazza è circondata da alberi che ingentiliscono questa apparizione. L'interno però è cupo e severo.
 
Mi impegolo nelle stradine circostanti, passo il mulino ad acqua, bighellono tra piazzette linde e ordinate, fiancheggiate da case intonacate di bianco. Tutto tranquillo e placido... fino al mezzogiorno.
 
Alle dodici in punto tra campane e carillon c'è una vera e propria sinfonia. Io sono giunto a San Servazio, una chiesa di forma più tradizionale rispetto a Nostra Signora con un portale interamente dipinto. Lo sappiamo tutti che le statue che ci siamo abituati a veder bianche erano colorate. É relativamente insolito però che si ricostruiscano le cromie originali e che si mettano con tanta pignoleria anche le scritte nei cartigli. Per questo mi sento stupito come di fronte al primo Mozart "filologico" che ascoltai molti anni fa. Notevoli i confessionali in legno e il museo allestito prima dell'entrata.
 
A pochi passi San Giovanni, protestante e quindi con un interno spoglio che spinge alla preghiera, la Parola scritta sotto la tribuna dell'organo. Per i volenterosi una sostanziosa manciata di gradini permette di salire in cima alla torre per rimirare Maastricht dall'alto.
 
Sì, la piazza del municipio, con la sua forma ovale, ha una speciale magia vista a volo d'uccello. Ma io sono pigro e la percorro a livello del mare.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/8/2017 alle 5:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il museo delle belle arti di Arras
7 agosto 2017
Arras non è Firenze, nè il suo museo è gli Uffizi. Nonostante questo - o magari, proprio a causa di ciò, mi è sottoposto un questionario di gradimento in cui mi si domanda perché ho visitato questo museo, se ci tornerei, cosa vorrei ritrovarvi in più e quali opere mi abbiano particolarmente colpito.
 
Questa ultima domanda mi ha imbarazzato perché sono state molte le opere da mettere in lista.
 
Inizio con una testa di Crocifisso dall'espressione tranquilla e serena: un adolescente che riposa. E subito dopo un transi: una pietra tombale che raffigura un morto in decomposizione. Il ventre squarciato, il teschio che affiora dalla carne. Com'è più tranquillo il piccolo memento mori in deposito dal museo di Cluny.
 
C'è poi una sala dedicata a tele di grande formato destinate ai pilastri di Notre-Dame. Non impazzisco per la pittura francese del 600. Rigida e retorica: trovo un Cristo che caccia i mercanti dal tempio più simile a Zeus che brandisce i fulmini. Per giunta é tutto molto statico, anche il bue che un giovanotto dovrebbe trattenere con le corde sembra pacifico, niente affatto desideroso di andarsene.
 
In compenso c'è tantissima serenità e poesia nella vicina "Fuga in Egitto" di Louis de Boullogne.
 
Non intendo dilungarmi in uno stucchevole elenco di opere. Segnalo solo, come conlusione, un tale Gustave Colin di cui sono esposti vari quadri di ambientazione basca tra i quali una tauromachia paesana, formicolante di colori e vita.
 

arras





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/8/2017 alle 5:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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