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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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Dino Risi - I mostri
7 dicembre 2016

Dopo una campagna referendaria tanto breve quanto povera di demagogia e ricca di argomenti mi sono malauguratamente perso il Porta Porta post-voto per questa pellicola che viene considerata tra le migliori prodotte nel nostro paese, il riassunto perfetto della commedia all'italiana.

Sono dei brevi racconti, formalmente anche simili ai Caroselli che per i ragazzi della mia generazione segnavano la fine della giornata. Il primo mostra proprio il buon paterfamilias intento a educare il pargolo alle virtù del buon cittadino. E poi si prosegue con il papà che ritira la nuova 600, che gli è costata un sacco di cambiali... attacca al cruscotto il magnete con San Cristoforo e le foto di moglie e figlio, l'accarezza e fa il primo giro in auto a raccattare una prostituta. Mi viene in mente il parroco del mio paese che affiggeva alla porticina laterale della chiesa un foglietto che recensiva in una sola parola i film programmati dal cinema locale. Come saranno stati questi Mostri? Discutibili? Sconsigliati? Forse immorali. Come posso definire altrimenti i latin lover che si tengono teneri per mano ovviamente perchè credono che sia ancora tra di loro la donna che corteggiavano? O la moderna Peronella che tradisce il marito troppo attento a Perry Mason per accorgersi di cosa accade in casa?

Ce n'è anche per i piani alti della nostra società. L'onorevole - inspiegabilmente simile a Giovanni Leone - che Celestialmente vive in convento non riesce, a causa di una fittissima agenda, ad arrivare in tempo a impedire il furto del denaro pubblico; Gassmann, in un bellonciano travesti si giacque con un autore numero primo molto solitario. E come erano bravi Gassmann e Tognazzi ! Dove si trova un uguale virtuosismo nel disegnare così numerosi personaggi in uno spazio tanto limitato?

Un film utile che descrive l'Italia... di mezzo secolo fa, ça va sans rien dire.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 7/12/2016 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Carol Rama - Gam Torino
4 dicembre 2016
Torinese, morta quasi centenaria lo scorso anno, Carol Rama si vede dedicare dal Gam torinese una mostra che sicuramente non è per stomaci delicati.

Le sue prime opere sono acquarelli che mostrano corpi nudi di cui viene sottolineata l'animalità. Non è solo il bel deretano defecante: sono le immagini di una donna stesa - o legata - in letti di ferro, chiaramente un autoritratto, i capelli biondi ritti come nelle immagini di Pierino Porcospino. Dalla bocca esce una lingua triangolare, luciferina e rossa come i tondi dei capezzoli e della vagina. Spesso dai genitali esce una serpe bigia che getta una luce inquietante sui lavori astratti in cui vengono utilizzati copertoni da bicicletta.

Nel dopo-guerra inizia infatti la stagione astratta. I primi lavori, legati al MAC, mi sembrano bagnare ancora in un'aria fetida e malata: le linee che collegano quadratini mi evocano catene... mi sento soffocare dalle fitte geometrie colorate. Ed anche in epoca più tarda i "bricolage", con i loro occhi di vetro, siringhe, cannule, unghie e artigli, lasciano un sottile brivido che non vuole andarsene.

Negli anni '90 il ritorno al figuralismo della serie "mucca pazza" mostra chiaramente che i fantasmi della prima stagione non sono affatto scomparsi. Le signore raffigurate sono giusto più in carne, ricordano molto le veneri callipigie dell'antichità mediterranea, ma un dipinto mostra corpi inchiavardati entro una struttura che può essere di una macchina come di una planimetria di edificio neogotico. Bellissimo e potente, un mondo niente affatto pacificato e sempre ostile.





permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 4/12/2016 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Antonio Calderara - Lac Lugano
2 dicembre 2016
Antonio Calderara è autodidatta. I suoi dipinti raffigurano il piccolo mondo della sua provincia: il naviglio, il lago d'Orta, i famigliari. Siamo nella linea della pittura figurativa italiana della prima metà del XX secolo. Rimandi al mondo di Morandi sono evidenti - non solo nella natura morta ma anche ne paesaggio. E' interessante vedere come viene trattata la sagoma dell'isola di San Giulio che diventa un compatto oggetto geometrico, simile alle case che i bambini costruiscono usando blocchi in legno. E' un segno espressivo che diventa sempre più immateriale e ridotto all'osso. Semplice fino a diventare impalpabile. Profili che escono da una nebbia luminosa e trasparente.

Siamo ad un passo dall'astrattismo, a cui si giunge dopo l'incontro con Mondrian. Pittura dolcissima, che non rinnega la passione per le piccole cose, per l'emozione che nasce quando si disvela un attimo di infinito. Linee e quadrati immersi nel colore. E intanto si ode la musica del progetto Q81. Mi infilo nella sala triangolare che domina il lago di Lugano, con le montagne e le nubi che stanno squarciandosi poco alla volta fino alla rivelazione - proprio come nei quadri di Calderara - dell'oggetto del desiderio, il sole, il punto che sbuca in questa nebbia.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/12/2016 alle 8:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tristano e Isotta - Gatti - Roma 2016
30 novembre 2016
Daniele Gatti sceglie tempi forse troppo lenti per i miei gusti, ma è coerente, ha una sua logica interna inoppugnabile. Lento, ma non statico, meditativo ma non per questo privo, quando ci vuole, di azione e scatto. Temo che la presa sonora non renda pienamente la qualità della sua concertazione: mi è parso di avvertire una immensa cura nel trattamento delle voci e dei colori orchestrali: il tempo si è fermato durante il Sink hernieder.

Gatti è stato fortunato ad avere cantanti di ottimo livello. Rachel Nicholls parte in sordina, non dà il senso di una regina arrabbiata che ordina a un vassallo renitente di venire a porgerle l'onore cui ha diritto. Diamole tempo, però, e già nel primo atto la vedremo sempre più sicura di sè, dominare la scena come una vera Isotta deve fare. Nel finale - in cui tutti sono shakespereanamente morti rimane in piedi solo la sua silhouette nera, contro un sole bianco. Immobile, canta un Liebestod di ghiaccio. Impressionante. Il regista (Pierre Audi) la fa intervenire nel finale secondo: è lei che, alzando la spada di Tristano, consente a Melot di ferire l'eroe. La tradizione vuole che sia Tristano ad abbassare la guardia. Però è facile osservare che è molto più wagneriano che sia la donna a ricordare all'uomo ciò che egli deve fare: e un Tristano che è tornato sotto l'influsso del giorno sfidando a duello Melot (piccola parte ben cantata da Andrew Rees) viene riportato in carreggiata dalla propria compagna. Il monologo Ich bin's, alla luce di questa scelta registica fa il paio con il "das wissend würde ein Weib" della Tetralogia. Come Brunnhilde, anche Isotta, grazie alla morte del proprio amato, diventa cosciente di ciò che le tocca e giunge all'idea che il tradimento subito le indica cosa fare. Anche l'interazione con Michelle Breedt, Brangania ancora più brava che d'abitudine, ha dato momenti di estasi.

E' impossibile - e neppure auspicabile, per non finire tutti quanti in TSO (così Wagner a Mathilde) - cantare un Tristan perfetto. Andreas Schager è riuscito a superare senza danni il terzo atto (magari se si fosse risparmiato qualche forte tutto sommato inutile gli sarebbe andata anche meglio). Un Tristano altrettanto bello e drammaticamente eccitante è merce rarissima.

John Relyea e Brett Polegato interpretano rispettivamente Marco e Kurwenal. Hanno la voce e l'intelligenza interpretativa necessaria. Il primo, impietrito dalla sorpresa e dal dolore, è titanico nel secondo atto. Nella sua breve comparsa del finale scende dal podio di sovrano per essere un uomo che ha perso ogni ragione di vivere. Il secondo riesce a coniugare la spavalderia da soldataglia con una sensibilità femminile (tutti a trovare tracce di omosessualità in Britten e Tchaikovskij. E nel Tristano?).

Meritano una citazione anche i comprimari Gregory Bonfatty, Gianfranco Montresor e Rainer Trost - pastore, timoniere e marinaio - perchè tutti hanno meritato la nostra gratitudine: un Tristano così si vede e si ascolta pochissime volte in una vita.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 30/11/2016 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Paul Signac a Lugano
28 novembre 2016
Il titolo della mostra Signac che si tiene a Lugano fino al prossimo otto gennaio mi rimanda ai Riflessi sull'acqua di Debussy che a sua volta è considerata come il miglior pendant alla pittura impressionista. A voler essere pignoli stiamo già veleggiando - è il caso di dirlo, vista la passione di Signac per le barche - verso altri lidi: puntillismo, divisionismo, fauvismo... la storia della pittura ha già superato il mondo degli impressionisti. Ma lasciamo perdere, un po' di impressionismo ci vuole sempre per attirare visitatori.

La parte più consistente della mostra è occupata dagli acquarelli che ci fanno viaggiare per le coste francesi, da Mentone fino a Morlaix. E non ci si interessa solo alla natura, ma si lascia in primo piano anche l'agire dell'uomo: ciminiere, gru, fumi che si confondono con cieli che possono fare da sfondo a eventi tragici come una crocefissione o una partenza in treno.

Particolarmente belli i dipinti in bianco e nero, realizzati in acquarello e china, che presentano una vastissima gamma di espressione e tocco, dalla sottile tratteggiatura giapponese a una espressionistiche zampate di nero. E' paradossale per una mostra che incomincia parlandoci delle teorie sul colore sviluppate alla fine del XIX secolo.



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Marco Scorti - Lac Lugano
27 novembre 2016

Marco Scorti è un giovane ventinovenne, ticinese, cui è stato conferito il Premio Manor Ticino. Il premio prevede non soltanto una somma in denaro ma anche la possibilità di allestire una personale.

Nella prima sala alcuni dipinti di piccole dimensioni, paesaggi che a tutta prima ho scambiato per fotografie. I titoli rimandano ad altimetrie, parlano di tappe, di addentrarsi in una zona... bisogna arrivare alle due sale rimanenti per comprendere che l'espressione "percorso mostra" va presa nel senso di un cammino di scoperta (o di iniziazione), di una storia che ci viene raccontata dalla successione dei quadri.

Il nostro punto di arrivo è costituito da grossi dipinti formati da tele di più piccolo formato messe una accanto all'altra come nei polittici del passato. E possiamo del resto decidere se considerare il tutto o solo le parti. Golena mostra in modo particolarmente chiaro la possibilità di considerare separatamente le parti di questo trittico.

La mostra di Marco Scorti è aperta al Lac di Lugano fino al 12 febbraio 2017

Risultati immagini per marco scorti





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E se vivessimo tutti assieme?
25 novembre 2016
Per i cinque anziani protagonisti di questo film "e se vivessimo tutti assieme?" è una scelta obbligata. L'alternativa è lo straniamento di una casa di riposo. Non che mancheranno rinunce e momenti difficili. Anche il passato cela brutte sorprese. La consapevolezza però che ci si deve coalizzare contro un nemico comune (mi viene in mente Shakespeare che definisce la vecchiaia "seconda infanzia") aiuta a superare i problemi.

Pur non essendo adatto ai momenti di depressione, questo film è condotto con molto sense of humour. Ci guida con grazia e dolcezza nei temi legati al nostro decadimento, fisico e mentale, alla nostra morte. Uno dei protagonisti nota con tristezza che ci assicuriamo contro tutto il possibile ma non contro l'unica cosa certa: gli ultimi anni della nostra vita.

Molti grandi del cinema si riuniscono per questo lavoro che non lascia indifferenti e che ci ricorda che tutto corre, che siamo destinati a passare ad altri il testimone lasciatoci da chi ci ha preceduto.

La lista completa del cast da IMDB




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 25/11/2016 alle 7:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Nozze di Figaro - Scala 2016
19 novembre 2016
Sono disponibili tantissime versioni audio e video delle Nozze di Figaro... perchè perdere tempo con questa? Franz Welser Most è più inespressivo di un file midi, non si accorge di nulla. Chissà quante volte Rossini avrà avuto in mente "se tutto l'indice dovessi leggere..."! Qualsiasi musicista dilettante si rende conto che bisogna dare in qualche modo significato e rilievo a questa sfilza di note, magari solo ammiccando a ciò che verrà di lì a qualche decennio. Ma l'ineffabile Welser Most vive in un altro mondo, dove le note sono escrementi di mosca posati a caso sulla carta da musica. Musica? Per lui una parola senza senso, indubbiamente assente da queste Nozze di Figaro.

Ma anche i cantanti non sono all'altezza: "Porgi amor qualche ristoro" è afflitto da un vibrato che fà male al cuore, "Dove sono i bei momenti" probabilmente si riferisce a una voce che un tempo fu in grado di regalare tante emozioni e che oggi esce stentata tra i denti perchè manca il fiato per l'espansione lirica, il climax espressivo che una cantante in pieno possesso dei suoi mezzi tecnici non mancherebbe per tutto l'oro del mondo. E si dormicchia pure con "Vedrò mentre io sospiro" e "Aprite un po' quegli occhi".

Che pena infinita. E questo sarebbe il primo teatro italiano. Primo certo come prezzi dei biglietti, non come valore artistico delle sue produzioni.

In questo squalllore possiamo salvare le scene, non la regia, con uno stuolo di segretarie nero-vestite che compaiono a distribuire fogli in diversi momenti dell'opera o le due signore con la chioma dorata a forma di vascello fantasma che nel terzo atto cantano e ballano (con la grazia di un tricheco) le lodi del magnanimo signor.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 19/11/2016 alle 16:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il Giappone a Palazzo Reale (Milano)
16 novembre 2016
Fatico a pensare che Hokusai, Hiroshige e Utamaro abbiano anticipato di un secolo l'arte occidentale. Non è necessario sapere che gli impressionisti fossero avidi collezionisti di stampe giapponesi per accorgersi dell'influenza che queste opere hanno avuto sul mondo europeo di fine ottocento. Non esisterebbero i Nabis, Toulouse-Lautrec, la cartellonistica, il liberty... fin anche i fumetti di Paperino senza questi raffinatissimi disegni. E posso andare ancora più in qua nel tempo: le cascate di Hiroshige sono strabilianti. Quella dei dodici santuari è essenziale, talmente astratta che a tutta prima non riconosco il soggetto. E i colori freddi, marrone, grigio e azzurro, che rimandano al mondo cubista - che del resto riecheggia nella cascata di Nikko, che sembra quasi dipinta da Leger. Hiroshige ha un tratto più spesso, dei colori molto ricchi e carichi. Le sue stazioni del Tokaido hanno una corposità da cartolina illustrata, con prospettive prese dall'alto e un taglio molto moderno nella costruzione della storia.

Hokusai è arcinoto, con la sua serie del monte Fuji, ritratto non tanto in diverse situazioni temporali quanto in differenti rapporti con l'umanità e l'ambiente: la presenza di un illustre deuteragonista nella quotidianità giapponese. A parte la celeberrima "Onda" mi ha colpito Kajikazawa con un mare solido quanto lo scoglio al centro del quadro: un "Port de Carquethuit" ante litteram.

Ma non finisce qui. Ci sono raffigurazioni di fiori e uccelli, di straordinaria finezza; ci sono i dipinti di Utamaro, specializzato nel ritrarre fascinose cortigiane dai volti lunghi e dai corpi sinuosi, che promettono raffinati piaceri erotici. Sono avvolte in tessuti i cui disegni anticipano il mondo della pop-art. Solo che siamo nel XVIII secolo.

Mostra molto ricca ed interessante aperta fino al 29 gennaio 2017




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/11/2016 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Strauss - Capriccio - Monnaie 2016
11 novembre 2016

Il direttore di questo Capriccio, Lothar Koenigs se la cava bene, pur essendo alquanto sciatto sulle dinamiche. Qualche cantante sbiadito ed invecchiato (Henschel) ma una contessa molto buona (Sally Matthews). Non dico che musicalmente ci sia da rimanere a bocca aperta, ma siamo al di sopra della media corrente. Certo, c'è la scelta assurda di dividere l'opera in due atti, dopo l'interludio orchestrale che precede la frase "parlato" in cui la contessa ordina la cioccolata. Non è la prima volta che mi capita di sentire una simile porcheria. L'opera è concepita come atto unico perchè si svolge senza soluzione di continuità nell'arco di un pomeriggio in un medesimo luogo. Nulla dunque  giustifica una divisione in atti. Se direttore e musicisti hanno bisogno di una pausa pipì si mettano le mutande tattiche o dirigano qualcosa di diverso. Lascino stare però della musica di cui evidentemente non capiscono nulla. Perchè oltre al danno della suddivisione in due atti c'è pure la beffa della ripetizione di una parte dell'interludio. Ottima musica, che si risente volentieri: ma che senso ha? Come si giustifica questa scelta?

No. Non si giustifica. Come neppure si giustificano le interruzioni della musica operate per inserire le geniali trovate del coglione di turno, tale David Marton che subito prima della seconda scena fa scendere Madeleine nella buca d'orchestra (la scena, molto bella, raffigura un teatro in sezione laterale) a drigere dei musicisti invisibili. Il massimo dell'assurdo è lo stop sul "grido umano" per prendere le misure a tre ballerine: uno stupro della musica per un insensato siparietto squalificante. E poi, la gazzarra che impedisce l'ascolto del sonetto recitato. E' pratica abbastanza diffusa rappresentare il conte come un pessimo attore. Forse sarebbe meglio stare nel giusto mezzo, raffigurare un maldestro che se la cava passabilmente (Olivier parla dell'esibizione del conte come di una "improvvisazione indirizzata alla persona sbagliata" senza sminuirne però il valore artistico). Qui Marton ha fatto un guazzabuglio ridicolo che ha guastato la musica (come fa pure un intervento parlato di una ballerina).

Marton sarà anche ignorante, ma il pubblico che lo applaude è peggio di lui.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 11/11/2016 alle 22:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mozart - La clemenza di Tito - Monnaie 2013
9 novembre 2016

Come il protagonista di un vecchio cartone animato di Hanna e Barbera, Tito passa il suo tempo a dirci che è un imperatore tanto buonino. Il suo miglior amico, Sesto, è innamorato di Vitellia la quale gli ha appena detto di essere interessata solo a sposare Tito. Dato che questi le preferisce Berenice e Servilia, Vitellia impone a Sesto di uccidere l'infame. Quando Tito, falliti i progetti matrimoniali con le altre donne, si accontenta di Vitellia è troppo tardi per mandare a Sesto il "contrordine, compagni!". Il grullo è già passato all'azione. Meno male che, essendo maldestro attacca - mancandolo  - Lentulo che aveva scambiato per l'imperatore. Alla fine di questo pastrocchio Tito perdona tutti.

Già Manzoni sbertucciava Metastasio, però in epoca barocca questo imbratta-carte era molto apprezzato. Se Mozart non è stato l'unico a musicarne questo parto distocico certo è quello che ha scritto la musica migliore, l'unica che è rimasta nel tempo.

Ivo van Hove ambienta la vicenda in una specie di camera d'albergo: letto, scrivania, sedie e divano. Nel secondo atto un po' di movimento con la scientifica, sullo sfondo un gigante schermo su cui si proietta la visione dall'alto del palcoscenico. L'immagine conclusiva è un primo piano del clemente Tito. Niente di entusiasmante ma neppure di palesemente assurdo. La recitazione è buona e contenuta, si sforza con successo di dare credibilità a personaggi cui Metastasio non sa - ne può - dare spessore. Molto buoni i musicisti della Monnaie diretti da Ludovic Morlot e una bella compagnia di canto per questo ultimo lavoro mozartiano.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 9/11/2016 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sorrentino - La grande bellezza
7 novembre 2016

Meglio sarebbe intitolarlo "La grande buggeratura". Ho visto la versione completa, quella che comprende una mezz'ora di film che Sorrentino ha espunto dalla prima edizione del film. Certo, la fotografia è eccezionale, ci sono inquadrature molto belle, con ineccepibili movimenti di macchina da presa. Questa però è Tecnica, fine a se stessa, alla portata di qualunque mediocre che si spaccia per artista.

Qui Sorrentino mi ha somministrato una brodaglia autocompiaciuta (guarda che citazioni intelligenti metto nel mio film), ha inserito Antonello Venditti per fargli dire "buona sera" (embè? tutto qui?). Quando Sorrentino ha un'idea passabile (il cardinale gastronomo) la tira troppo in lungo. Non c'è sprazzo di poesia e anche Liala avrebbe raccontato la rimpianta prima storia d'amore di Gambardella in modo meno melenso e prevedibile.

Questo non è un film geniale, è solo una scopiazzatura mal riuscita di Fellini. No, grazie, mi tengo l'originale.



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Sara Guindani - Lo stereoscopio di Proust
3 novembre 2016

Sara Guindani esamina il ruolo della vista nel mondo della Recherche proustiana.

Il Narratore è ben cosciente che il primo François-le-champi che la mamma gli aveva letto tanti anni fa a Combray può essere letto solo dal bambino di allora. Però, con il tempo a questo libro si sovrapporrebbero sensazioni e momenti attuali. Gradualmente esso perderebbe la sua capacità evocativa e apparterrebbe soltanto all'oggi. E' dunque necessario, perchè si ritrovi il tempo, che oggi e ieri vengano visti contemporaneamente proprio come accade per le due immagini che, sovrapposte, permettono la visione tridimensionale.

Sara Guindani sposta in questo modo la nostra attenzione alle sensazioni visive. Per ritrovare il Tempo perduto è necessario il ballo delle teste. Bisogna insomma poter confrontare l'aspetto che hanno oggi gli invitati alla matinée della principessa di Guermantes con quello che era rimasto nella testa del Narratore. Questo è l'unico meccanismo che consenta di percepire il passaggio del Tempo.

Questo libretto di Sara Guindani è tanto breve quanto denso e complesso. Offre però un interessante squarcio originale sul significato dell'opus magnum proustiano




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Modiano: Perché tu non ti perda nel quartiere
1 novembre 2016

Un libro di indirizzi smarrito viene consegnato al narratore, Jean,  da un certo Ottolini. Costui approfitta dell'occasione per avere informazioni su un signor Torstel. Jean non ricorda però nulla di lui e non farebbe nulla per sapere, se Ottolini e la sua compagna Chantal non fossero tanto insistenti.

Man mano il libro procede questi due  spariscono così che non si distingue più l'oggettività della veglia dalla soggettività del sogno. Siamo immersi in una nebbia da cui affiorano immagini di un passato che prende gradualmente forma. Non sapremo mai però chi fosse per il protagonista narrante questa Annie Astrand che gli lasciava un foglietto con l'indirizzo "perché tu non ti perda nel quartiere". Intuiamo quello che può essere accaduto, ma è impossibile vedere ogni cosa sotto una luce chiara e oggettiva. Del resto gli eventi che Jean cerca di rievocare sono avvenuti durante la sua infanzia, in un periodo in cui il mondo appare come attraverso un vetro smerigliato. Immagini, colori, profumi... una ricerca proustiana? Più che possibile.

Lo stile è ricco, avvolgente. Modiano trasmette al lettore la propria iper-sensibilità, condivide con lui la paura - ma anche il piacere - della scoperta di un passato enigmatico in cui persone e avvenimenti hanno dimensioni rese gigantesche dalla piccola proporzione dell'osservatore.

In fondo è meglio che tanti fili presenti nel romanzo rimangano slegati, che non si sappia più nulla di Ottolini e della sua affascinante compagna che - chi sa - potrebbero benissimo essere i doppi dei misteriosi Annie Astrand e Roger Vincent. Modiano condensa molta materia in poco spazio e in fondo... ci importa davvero sapere dove sono finiti Ottolini, Chantal, Annie e Roger?





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Piersandro Pallavicini - La chimica della bellezza
31 ottobre 2016

L'ateo dichiarato Piersandro Pallavicini costruisce questo romanzo - come il precedente "Una commedia italiana" - attorno a un grande vecchio originale, bisbetico ed eccentrico che somiglia tanto a un Dio. Solleva gli umili e abbassa i potenti, ha il potere - grazie alla chimica - di creare e distruggere, gode di una extraterritorialità che gli consente di dominare gli altri, che appaiono marionette obbligate ad assecondarne i capricci.

Piersandro Pallavicini è chimico, ama la sua materia ed è infastidito da quanti dicono di non capirne un acca. Io, che in qualità di farmacista mi considero un chimico della domenica, lo capisco e condivido la sua passione per il mondo di una scienza che cerca risposte a quesiti che - a tutta prima non hanno risvolti pratici. Trovo però che in questo libro il suo amore per la chimica lo conduce spesso fuori dal seminato: mi sembra strano che a un convegno dei migliori chimici mondiali si perda tempo a raccontare fatti che ognuno conosce e che risalgono addirittura agli anni 50. La volontà di spiegare al pubblico "che non ci capisce un'acca" quanto sia bella e affascinante la storia della chimica forza la mano al racconto che passa spesso in secondo piano quando non diventa del tutto pretestuoso. Sarebbe stato meglio concentrarsi sulla vicenda - per altro abbastanza tenue - e dedicare un libro, o quanto meno una sezione indipendente del libro, per fare la divulgazione scientifica che Pallavicini ha in mente. Pallavicini del resto possiede le capacità culturali e linguistiche necessarie per centrare appieno il suo obiettivo. Le pagine in cui parla della storia della chimica sono belle - semplicemente non si integrano bene con il resto della vicenda.

Avrei preferito insomma un omaggio alla chimica paragonabile a quello che in più parti viene fatto a Wodehouse: un continuo ammiccare a un modello che appare in filigrana, sempre riconoscibile però mai in primo piano.



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Comencini - Qualcosa di nuovo
30 ottobre 2016

Maria e Lucia sono due quarantenni che hanno superato la fine dei loro matrimoni in modo opposto. Per usare le loro stesse parole la prima è mignotta e la seconda ha messo una pietra sul sesso. Una notte però Maria rimorchia a casa un diciannovenne, Luca. I due sono tanto ubriachi da non ricordare più cosa hanno fatto la sera precedente. Questo fa sì che il ragazzo pensi di aver passato la notte con Lucia e si innamori di lei.

E' una storia che la Comencini aveva già portato a teatro. Ci si basa sull'idea che basti un nulla perchè una persona si comporti in modo inaspettato. Siamo il frutto del caso. Ai bivi della nostra vita abbiamo preso delle strade che ci hanno condotto in una certa direzione. Ma anche al punto in cui siamo oggi un nonnulla ci permette di scoprire qualcosa di nuovo di noi stessi, di fare "qualcosa di nuovo" in tutti i sensi.

Film divertente, fresco, si direbbe anche realizzato con un budget ridotto (pochi attori, altrettanto limitati gli ambienti in cui si svolge). Gustose transizioni da una donna all'altra. Significativo che della madre di Luca si senta solo la voce. La recitazione dei protagonisti è fantastica. Un'ora e mezza deliziosa di commedia italiana. E non ci si perdano i titoli di coda con un epilogo delle bravissime Micaela Ramazzotti e Paola Cortellesi.




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Piero Rattalino - L'interpretazione pianistica
25 ottobre 2016

In Italia il nome di Piero Rattalino è indissolubilmente legato al pianoforte. Rattalino ha in questo settore un'indiscussa esperienza accoppiata alla capacità di trasmettere in modo efficace e chiaro il proprio sapere.

Un esempio? Basta leggere la gustosa rievocazione degli anni in cui gli appassionati di calcio dovevano immaginarsi le partite sulla base delle radiocronache di Nicolò Carosio e dei disegni che apparivano sui giornali sportivi. La scoperta che questi resoconti non coincidevano affatto con quanto visto allo stadio ha insegnato a Rattalino che bisogna prendere con le molle le testimonianze scritte che abbiamo sul modo con cui Chopin e Liszt suonavano al pianoforte.

In questo modo anche il semplice appassionato è in grado di seguire l'autore nella storia dell'interpretazione pianistica, una storia niente affatto terminata: non c'è solo la riscoperta di autori e composizioni neglette (purtroppo l'allargamento del repertorio alla musica del nostro tempo è più facile a dirsi che a farsi), c'è anche la ricca vena delle "esecuzioni storicamente informate". Qui Rattalino fà alcune interessanti osservazioni sul fatto che ci si può limitare a cambiare la sonorità dello strumento usato (il fortepiano) oppure si può anche modificare del tutto il tipo di lettura.

Non è un libro facilissimo, ma chiunque ami la musica pianistica riuscirà a trarre giovamento dalla sua lettura.





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Rivanazzano - Cibo Vita Morte
24 ottobre 2016

Questa piccola mostra, organizzata dall'associazione artart di Rivanazzano (PV), si apre con una "vanitas" del XXI secolo di Lorenzo Missoni: la fotografia di un lavello in cui si notano i resti di una colazione - due tazze, un coltello - e un teschio. Tutto transitorio, ma tutto corre: una gomma di bicicletta in cui è incastonato il teschio di un coccodrillo ricorda il simbolo del serpente che si morde la coda.

Mi viene in mente Jonathan Swift, che sottolinea quanto c'è di sgradevole nella corporeità nascosta dal belletto delle graziose dame, quando osservo le opere di Benedetta Bonichi, "radiografie" di umanoidi (la sirena che mangia un pesce usata anche per la locandina per la mostra) o di nature morte, oppure scheletri accoppiati. La messa a nudo del transeunte...

Macabro come può essere una collezione di pittura del '600. Fortunatamente alla fine della mostra banchettiamo con le sculture di Giuseppe Ducrot che ci imbandisce una natura morta tridimensionale colorata ed allegra.

La mostra rimane aperta a Rivanazzano (PV) fino al 4 dicembre 2016.

Ho avuto poi la fortuna di essere condotto dal fondatore di Artart nel luogo in cui egli tiene la sua collezione di arte del nostro tempo. Si comincia con un Sassu ereditato da una zia e si avanza lungo tutto il secolo tra opere di grande bellezza. Sono molto intimidito dalla situazione, non mi è mai capitato di visitare una collezione privata, di essere a così stretto contatto con le opere d'arte, di potere addirittura toccarle - se lo volessi e se non fossi impietrito dall'emozione. Il sotterraneo è certamente bello in sè - si tratta di una cantina usata un tempo da un produttore di vini - e farebbe la felicità di qualsiasi spazio espositivo: ora contiene opere eterogenee di artisti locali. Tutto però coordinato da un gusto infallibile e di incredibile bellezza. Una simile collezione merita attenzione, sia per il suo valore intrinseco che per l'amore di cui trasuda.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 24/10/2016 alle 7:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Shakespeare/Branagh - Racconto d'inverno
20 ottobre 2016

- Raccontami una storia.

- Una allegra o triste?

- Triste, perchè all'inverno si addice una storia triste.

E' un dialogo che può condurre a una interpretazione metateatrale del Racconto d'inverno. Possiamo immaginare qui, come nel Sogno di una notte di mezza estate, che siamo rimasti a sognare e che le immagini impalpabili sono svanite nel vuoto al termine dello spettacolo. Se pensiamo che il Sogno e questo Racconto d'inverno sono poste agli antipodi temporali della creazione di Shakespeare ci si rende conto che il tema del teatro-nel-teatro è centrale in tutta l'opera del Bardo.

E però questi sogni non ci riportano esattamente al punto di partenza. Se Ermione ridiventa carne ed ossa e ritrova la propria vita, Antigono e Mamillio non tornano fra di noi. Camillo e Florizel ci compensano solo in parte di ciò che abbiamo perso. Tutto è bene quel che finisce bene, ma il punto di arrivo non coincide esattamente con quello di partenza: Leonte e Ermione hanno i capelli grigi alla fine di questo racconto, quando ritorna la primavera di Florizel e Perdita.

Ho visto al cinema la diretta di questo spettacolo teatrale realizzato al Garrick Theatre dalla compagnia di Kenneth Branagh. Una bella regia che immerge la scena nel buio man mano che Leonte affonda nella sua folle gelosia, che passa a calde tinte arancio per il mondo pastorale di Boemia, con la lieta festa movimentata dallo straordinario Autolico. E si ridiscende nell'oscurità quando si ritorna in Sicilia: la schiarita è promessa da un finale lieto anche se non del tutto scevro dall'amarezza per il ricordo delle sofferenze patite.

A me piace molto la recitazione anglosassone, che tiene lontana l'enfasi e l'ampollosa retorica che invece è tanto gradita ai nostri attori. Ma secondo me questo approccio britannico è l'unico modo di far risaltare l'alternanza di riso e pianto che rende speciale il teatro di Shakespeare.





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Cajkovskij - Dama di Picche ad Amsterdam
19 ottobre 2016

Cajkovskij paga un soldataccio (Hermann) cui ha appena fatto un pompino. Prima di andarsene, Hermann aziona un carillon da cui esce la melodia di "Ein Mädchen oder Weibchen". Rimasto solo, Caijkovskij incomincia a comporre l'ouverture di questa Dama di Picche.

Stephen Herheim immagina che i personaggi dell'opera siano i doppi di Cajkovskij (che coincide nell'opera con Elezkij). La cosa ha la sua logica: la rapidità con cui Elezkij rinuncia a Liza mi ricorda molto il Robert di Iolanta, un altro poco desideroso al lato pratico di sposarsi. Non parliamo poi di Hermann cui Liza interessa davvero fino a che la poverina è fidanzata con un altro e che poi le fa la corte solo perchè pensa alla vecchia Contessa o - meglio - al segreto delle tre carte. Ci sta ancora che Pauline sia identica al buon Petr Ilic - la sua canzone contiene spunti autobiografici per l'autore. Che però anche Liza, la Contessa, il coro e tutti gli altri personaggi siano dei cloni del compositore è forse un po' troppo e diventa stucchevole. C'è insomma un'interessante idea di partenza che viene stiracchiata troppo e che si conclude nell'esagerazione. Sostituire le tre carte (che rimandano anche alla Carriera del libertino di Stravinskij) con dei fogli di musica rende la scena conclusiva confusa. Aggiungono caos anche la roulette russa e la mancanza di individualità dei personaggi. E poi... il coro di sosia di Cajkovskij che si ritira per mostrare il cadavere del compositore fa il verso alla celebre chiusa dell'Olandese volante secondo Kupfer. Herheim riesce anche a imitare a se stesso con una Liza-Angelo della morte assai reminiscente del suo Parsifal di Bayreuth.

Resterebbe da parlare di musica. Sono buone note grazie a Mariss Jansons ma ci sono diversi punti deboli tra i cantanti (Liza chiaramente impari nel terzo atto, ma anche Hermann è tutt'altro che memorabile).





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Jonathan Swift - Consigli alla servitù
15 ottobre 2016

Qualche giorno fa, vedendo un cameriere che rischiava di misurare con il pollice la temperatura della pietanza che stava porgendomi, mi è venuto in mente questo breve libretto in cui Jonathan Swift mette alla berlina i vizi dei servitori... e dei padroni: la pigrizia, l'ingordigia, il lassismo morale, la passione del gioco, il libertinaggio. Ci aspettiamo che un ecclesiastico critichi questi comportamenti. E' meno prevedibile che invece di un tono predicatorio si usi l'arma dell'ironia. Non è sciatteria lasciare sporchi i pitali, ma rispetto per la salute delle padrone che, usmando certi odori, soffriranno meno di ipocondria. O anche annacquare il vino serve a far risparmiare il padrone.

Per questo, anche se si parla di costumi in voga nel '700 quando non esistevano servizi igienici, acqua corrente ed elettricità ci si accorge che in fondo, oggi come allora, l'importante è trovare una scusa buona per addossare a qualcun altro la responsabilità dei danni che abbiamo fatto noi.

C'è un altro aspetto che mi fa apprezzare questo libro. Oggi chiunque si sente in dovere di invocare la satira come giustificazione della propria libertà di dire quello che vuole. Jonathan Swift ci mostra che per fare satira un acuto spirito di osservazione deve coniugarsi a uno stile, a un sistema tecnico espressivo, di alto livello. L'alternativa è la volgarità del guitto da festa paesana.





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Petrenko nei Meistersinger a Monaco 2016
10 ottobre 2016

Detesto che il regista televisivo allontani le telecamere dal palcoscenico per mostrare la buca dell'orchestra, ma in fondo ha ragione: l'attenzione è per Kirill Petrenko che adotta dei tempi gagliardi, molto rapidi e briosi. L'ouverture ha il piglio di un brano da concerto di Capodanno viennese, sparisce del tutto la rigida solennità di tante esecuzioni, così che i dialoghi spumeggiano e anche dei temi arcinoti ed amati (Wacht auf; Wie düftet) mostrano una nuova freschezza.

I guai capitano con i cantanti, in generale mediocri. Koch arriva esausto al monologo conclusivo, Robert Künzli maschera malamente le proprie carenze tecniche che approdano a un Preislied penoso, Eike Wilm Schulte è vecchio... Non ci siamo proprio.

La regia è prevedibile: Walther entra in scena con la chitarra a tracolla, Beckmesser compare nella gara di canto come un misto di Elton John e Pete Townshend, Pogner ed Eva entrano in scena alla guida di un BMW - per altro targato Monaco di Baviera - Sachs e Walther fanno colazione a base di latte corretto con whisky e via di questo passo. Il tutto nella solita luce grigio-azzurra. Si va ben oltre la mancanza di idee: scene e costumi sono talmente brutti che quasi quasi mi veniva da rimpiangere la sciagurata Krethina Wagner.



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Guido Conti - Tra il Po e la via Emilia
9 ottobre 2016

É un libretto difficile da reperire (ha una tiratura di 150 copie) che riproduce una conferenza tenuta da Conti a Pordenone sul tema "Geografia e letteratura". Uno scrittore, dice Conti, deve conoscere la produzione letteraria del suo territorio. E da qui si dipana il percorso dalla città (Parma) all'Appennino, alla Bassa dove ci soffermiamo sul Po - un Po che non si limita a povero confine tra due metà dell'Italia ma che è il luogo in cui gli antichi Greci entravano in contatto con il mondo nordico, non a caso qui si colloca il mito di Fetonte, qui Euridice muore fuggendo da Aristeo. E qui sulla Bassa nasce il genio di Guareschi, che Conti avvicina a quello di Pasolini.

Questa ottantina di pagine é una miniera di notizie e suggerimenti di lettura, un invito a uscire dai sentieri delle antologie scolastiche per scoprire mondi inesplorati, autori considerati minori o riscoprire aspetti trascurati di scrittori celebrati (ad esempio Leopardi umorista).




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Flauto magico alla Scala 2016
4 ottobre 2016

L'allestimento di questo Flauto magico è talmente tradizionale che Papageno è identico a ciò che si trova nelle stampe raffiguranti Schikaneder. Non è un problema... il vero guaio è costituito non da ciò che si vede ma da quello che si sente.

Il minimo che mi aspetto da un direttore d'orchestra è che batta il tempo. Per esempio in "Bewahret euch von Weibertücken" cantanti e musicisti vanno per proprio conto in un mirabile esempio di Mozart aleatorio. Siamo a livelli dilettantistici: Sascha Emanuel Kramer riscrive l'aria di Monostatos del secondo atto, Yasmin Ozkan proprio non riesce a cantare la parte della Regina della Notte. Fatma Said ha una bella voce, ma bisognerebbe spiegarle che certi vezzi interpretativi funzionano - forse - nel verismo, non in Mozart.

Ed è proprio lì il problema, si trova un cast che potrebbe anche funzionare se solo avesse una guida coerente e sensata, che sappia cosa significhi Mozart, cosa sia una linea di canto e come le scelte musicali influenzino la narrazione.

Prendiamo ad esempio il finale secondo: gli armigeri non sono solenni e maestosi, non hanno modo e tempo di incutere terrore: sono troppo impegnati a correre senza un perché. Ovviamente, quando all'arrivo di Pamina ci deve essere un tempo un po' più vivace che mostri che stiamo andando verso una conclusione positiva, ecco che si rallenta per arrivare a un tempo moderato. Non riesco a trovare una logica in tutto questo. Peccato, la solita occasione sprecata



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Nabokov - Una risata nel buio
1 ottobre 2016
Albert Albinus lascia moglie e figlia per la giovane Margot che lo tradisce sotto il naso con il suo ex, ritrovato proprio grazie ad Albinus. Alla scoperta della tresca Albert fugge con Margot e perde la vista in un incidente stradale. Ora, cieco anche fisicamente, è "curato" dai due amanti che dilapidano i suoi beni. Quando anche il secondo tradimento diventa evidente Albert cerca di ucciderla a revolverate però Margot gli strappa la pistola di mano e lo ammazza.

E' impossibile non vedere nel triangolo Albert-Margot-Axel l'anticipazione del gruppo Humbert-Lolita-Clare. Si è obbligati quasi a leggere questa "Risata nel buio" alla luce del più celebre romanzo di Nabokov - c'è perfino la sparatoria finale in stile zio Vanja. Ha invece tutt'altro peso la moglie del protagonista, Elisabeth, innamorata perdutamente del consorte che segue con telepatica partecipazione e che salva dalla rovina economica dopo che lui l'ha abbandonata. E' una donna scialba ma non volgare come la signora Haze, così che tutto sommato viene fuori abbastanza bene dal romanzo.

E' evidente l'omaggio a Proust nel neo che Margot ha in comune con Albertine, nonchè nel ruolo dell'automobile e dello chauffeur, che tradisce la incondizionata fiducia che il protagonista ha per lui. E' proustiana anche la gelosia motivata da un inganno viene consumato quotidianamente sotto il naso di Albert - molto simile da questo punto di vista sia al Narratore che a Humbert. Margot mi ricorda anche Lulu con cui condivide l'animalesca sensualità priva di morale. Come lei uccide l'amante con l'arma che le era stata puntata contro, ma a differenza dell'eroina di Wedekind/Berg, non muore, sopravvive come un Nosferatu per mietere altre vittime... o per incarnarsi in Lolita.



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Sassuolo - Palazzo Ducale
28 settembre 2016

Nel 17° secolo i venti chilometri che separano Sassuolo da Modena dovevano essere una distanza ragguardevole, per lo meno lunga quanto basta per farne la sede estiva della corte ducale. Un luogo di rappresentanza non meno ricco e bello di quello cittadino. La peschiera attigua ha ancora bisogno di molti restauri per tornare al suo antico splendore, ma il palazzo è affatto meraviglioso e costituisce un momento imperdibile per chi si trovi nel territorio modenese.

Appena varcato lo scalone monumentale si accede a una galleria con una ricca decorazione illusionistica ed affreschi a quadrature che raccontano vicende mitologiche. C'è il gusto dell'autocelebrazione (l'immancabile Ercole) e del teatro, con i putti che sollevano i finti arazzi. Nella luce delle candele tutto doveva apparire come vero, ci si doveva immergere in un'azione teatrale di cui si era al contempo protagonisti e spettatori. Immenso salone delle feste, ancora più sfarzoso ed emozionante della galleria, in cui di nuovo i dipinti fanno immaginare spazi maggiori - tipiche le balconate con musici.

Non tutto è sopravvissuto all'incuria, ma nel nostro paese abbiamo un vastissimo patrimonio artistico in cerca di luoghi espositivi adeguati: si è dunque riusciti a riempire gran parte del primo piano con dipinti provenienti dalle collezioni ducali creando una buona pinacoteca che testimonia del gusto e dell'arte di questa regione.

Nel palazzo c'è poi un appartamento definito stuccato, per la presenza di stucchi bianchi ed oro che formano cornici destinate ad accogliere dipinti scomparsi. Dato che non si possono lasciare vuoti questi spazi vi si sono inseriti dei monocromi provenienti dalla collezione Pansa. L'effetto, molto armonioso e dilettevole, forma un riuscito connubio di antico e moderno.

Sito web del palazzo



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Museo civico medievale di Bologna
25 settembre 2016
Nel Gianni Schicchi pucciniano il medico si vanta di non aver mai visto morire un suo malato - "merito della scuola bolognese"! E che la città onorasse i propri sapienti lo si vede dalle sepolture che ritraggono i professori in cattedra. Al centro dell'attenzione, circondati dagli studenti in una disposizione simile a quella dei Beati nel Giudizio Finale che Giovanni da Modena dipinse in San Petronio. Non che manchino studenti birichini, che si differenziano dagli altri con una posa meno stereotipata: sono riuscito a sorprenderne un paio intenti a chiacchierare durante la lezione!

Ovviamente una simile università dispone di una gran serie di codici miniati. Per ragioni conservative se ne espone a rotazione una piccola quantità. Per la maggior parte si tratta di salteri ma adesso è in mostra anche un codice profano che esibisce un elegante dottore con abito nero bordato di pelliccia e ricco mantello rosso fiammante.

In termini di status sociale non si può saltare la famiglia dei Bentivoglio cui è dedicata una sezione importante del museo. Bellissime le due "paci", piccole tavole in argento a niello raffiguranti una crocefissione e una resurrezione. Ho dovuto estrarre i miei occhiali per potermele godere a sazietà... sono tra gli oggetti più belli di tutto il museo.

E poi si spazia fuori dal medioevo e da Bologna: mirabile coppia di piatti in avorio provenienti da Wurzburg con storie mitologiche e di David; boccale che unisce al piacere della birra l'elevazione spirituale in una crocefissione minuziosamente scolpita; una notevole collezione di oggetti artistici arabi; armi da fuoco ben cesellate e ornate di avori; statuette del Giambologna, tra cui un modello preparatorio del Nettuno chiaramente influenzato dal Mosè michelangiolesco; oggetti da Wunderkammer...

Una menzione a parte merita il lapidario che si incontra subito nel cortile d'entrata, con pietre tombali ebraiche - molto bella una che accoppia putti paganeggianti e la scrittura ebraica.

Sito web del museo






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Mantegna agli Eremitani di Padova
22 settembre 2016
Un bombardamento alleato ha distrutto gran parte della chiesa degli Eremitani, così che oggi dobbiamo accontentarci di un puzzle formato da frammenti sopravvissuti alle bombe alleate e delle parti in cui si cerca di ricostruire l'aspetto originario degli affreschi.

La vita di san Giacomo e la parte inferiore delle storie di San Cristoforo sono le sezioni meglio conservate di questi dipinti. A me piace particolarmente la scena in cui un ragazzo - più simile a Davide che ha ucciso Golia - trasporta la gamba gigantesca del santo. La folla che assiste allo straordinario evento sembra essere stata messa lì giusto per sottolineare le dimensioni eccezionali di Cristoforo. Sul fianco il signore pensoso che secondo Proust somiglia tanto a un servitore di casa Sainte-Euverte.

Le case dello sfondo, regolari e precise, mi ricordano le abitazioni di qualche dipinto metafisico di De Chirico ma speciale è l'edificio centrale, con la sua facciata bucata da un pergolato e la sua perfetta simmetria, sottolineata da due finestre parallele, quadri dentro il quadro.


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Rivanazzano - Settimana della fotografia
20 settembre 2016
La Settimana della fotografia che si è appena conclusa in quel di Rivanazzano (PV) ha distribuito lungo cinque diverse sedi altrettante esposizioni di fotografi. Il tempo a mia disposizione non mi ha permesso purtroppo di visitare la più decentrata mostra Maree di Ilaria Canobbio. Mi sono dovuto accontentare delle altre quattro.

Mario Balossini, novarese, fa un lavoro interessantissimo sull'astratto. Fotografa i riflessi di luce sul garage di casa, le ombre che vengono disegnate da tende e finestre, le crepe di un muro che creano una composizione a metà strada tra Mondrian e Fontana (solo che qui il taglio ad angolo retto è una illusione ottica: è il profondissimo nero a dare l'impressione di una lacerazione fisica della carta fotografica). Veniamo poi condotti a Casa Bossi, un edificio storico novarese già casa di Antonelli, ora in stato di abbandono. La tecnica digitale consente di sentire l'odore dei calcinacci e della polvere e rende vivida l'impressione di penetrare in un luogo solitario come il nostro cuore.

Andrea Simone offre un bianco e nero d'antan, foto del Bangladesh in cui predominano colori seppia e lumeggiature che rievocano immagini d'inizio novecento. Anche il formato - rigorosamente quadrato - rimanda al passato remoto della fotografia. Non si sente il bisogno del colore: le immagini sono già eloquenti così e tutto sommato è molto meglio immaginare le tinte dei sari piuttosto che vederle fisicamente. Composizioni di volti che trovano la capacità di sorridere a questo obiettivo che le trasporta nel nostro civilizzatissimo (!?!?!) mondo.

Raoul Iacometti ha un sito in cui pubblicizza la sua attività di fotografo per matrimoni e cerimonie. La sua mostra offre un curioso abbinamento di ballerini e fiori. Le pose dei danzatori si accoppiano a immagini floreali mi fanno rievocare lo straordinario Parsifal che Rolf Liebermann realizzò una trentina di anni fa a Ginevra in cui le fanciulle-fiore erano rappresentate da una coppia di ballerini su cui si proiettavano ombre di fiori in boccio. Ricercato e interessante.

Ilaria Cerutti
parla della solitudine. Grande sensibilità nella costruzione delle immagini, con un gusto che me la fa avvicinare all'astrattismo di Balossini (una visione di giardini pubblici milanesi imprigionati in un reticolo di transenne, un balcone fatto di fittissime barre verticali). Si rimane a metà strada tra la ricerca disperata della persona e della storia che nasconde ed un mondo geometrico che lo ingabbia (una bellissima foto nella piazzetta Gae Aulenti in cui, rovesciando l'immagine i riflessi nell'acqua diventano un cielo quadrettato da scie chimiche). A parlare sono non solo le persone raffigurate quanto la costruzione formale in cui sono inserite. Il gusto formale molto ricercato ma - mi assicura l'autrice - del tutto istintivo e casuale - è il punto di forza di questa esposizione.




permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 20/9/2016 alle 12:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Camus - Lo straniero
16 settembre 2016
Si procede lentamente, con un ritmo dettato dal sole cocente algerino, che cancella le ombre ed appiattisce tutto. Anche i sentimenti. C'è una freddezza mista a cinismo che mi fa vogare tra Céline e Kafka. Perché ha del paradossale il modo con cui il protagonista si trova ad essere processato e condannato a morte in un'atmosfera di fatalismo privo di pathos. K. é un personaggio che si difende e che cerca di trovare una via d'uscita. Meursault invece si lascia condurre dagli eventi, così che anche io lettore non riesco ad avere una sincera partecipazione per il suo caso. Non sarò tra coloro che andranno con odio ad assistere alla sua esecuzione ma mi rendo conto di essere indifferente a lui come il sole che batte inesorabile sulla spiaggia arroventata.

Lo straniero é uno dei classici dell'arte del nostro tempo, con il suo senso di meccanica corsa verso una tragedia preparata da potenze ineluttabili. Anche la tragedia greca ha questa ineluttabilità - il Fato. Solo che qui la fede nei valori (piangere al funerale della mamma, la fede in Dio, il Matrimonio) è un teatro, una esibizione di facciata. La società chiede al protagonista un'adesione di facciata, si accontenta di poco, quello che basta per non vedere l'abisso di nulla su cui è costruita.






permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 16/9/2016 alle 7:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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