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SottotettiGiuseppe
Tutte le arti hanno una sola patria: il nostro cuore assetato di bellezza
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La scatola nera di Amos Oz
13 maggio 2019
Dopo anni di silenzio Ilana contatta l’ex-marito Alec per chiedergli un aiuto. Economico, ma non solo: il loro figlio Boaz è un gigante violento che ha abbandonato gli studi e non è finito in galera solo perchè alcuni amici di Michel – il secondo marito di Ilana – sono intervenuti.
Il romanzo è una successione di lettere e telegrammi che circolano tra Ilana, sua sorella, Alec, Michel, Boaz (incapace di scrivere una frase senza errori di sintassi e ortografia) e gli avvocati.
Non ho una grande passione per i romanzi epistolari. Mi rendo conto però che il libro si legge bene. Intravedo rapidamente tra le righe che i personaggi non sono esattamente come appaiono e che è sempre prematuro ed azzardato giudicare gli altri: nessuno infatti è completamente malvagio. Prima della fine del libro ognuno avrà occasione di dare il meglio di sè.
Non è buonismo, è ottima letteratura



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Gerard Reve - Le sere
10 maggio 2019
Il libro racconta le giornate di un giovanotto olandese, Frits, dal 22 dicembre alla notte di San Silvestro del 1946.
Lo fa con precisione cronometrica, dal risveglio fino alla notte. E sono le sere e le notti a concentrare l’attenzione dell’autore: il rito delle cene, dei discorsi dei genitori, gli amici, il cinema, le chiacchiere e le barzellette.
E poi ci sono gli incubi notturni, ossessionanti. Davvero continuano quando Frits si riaddormenta?
Il ragazzo sembra avere quanto meno un disturbo di personalità: se è in compagnia deve parlare in continuazione, poco importa se per dire sciocchezze e storie inverosimili. Sembra che l’importante sia evitare il silenzio, il vuoto della conversazione in cui – fatalmente – si è costretti a stare in compagnia di se stessi.
Sicuramente Frits è un ossessivo-compulsivo, ha dei riti da compiere – non solo per evitare i sogni, pena inutile, ma anche per affrontare l’esistenza. Uno dei suoi pallini è la calvizie: è il suo tema preferito; è convinto che tutti gli uomini che gli sono di fronte siano destinati a perdere precocemente i capelli e il tema cui ritorna più frequentemente è il modo corretto di preservare cute e peli. Ma anche per il proprio corpo egli ha una ossessione maniacale: si spoglia e si osserva attentamente allo specchio, che si piazza anche tra le gambe per rimirare il proprio ano (che, per inciso, non gli piace affatto).
Questo libro è una specie di Grande fratello nella vita di una persona. Non c’è una trama precisa, solo una tranche de vie inquietante perché, in fondo, ci si riconosce nelle insicurezze, nelle paure e manie, nonché nel vuoto dell’esistenza di Frits.



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Molti modi di visitare villa Necchi-Campiglio
6 maggio 2019
Mi viene istintivo appoggiarmi al corrimano per fare le scale. Ma mi fermo in tempo: la ringhiera è davvero troppo bella per metterci sopra le mie zampacce.
La famiglia Necchi-Campiglio era danarosa quanto basta per commissionare a uno dei primi architetti dell'Italia ante-guerra una villa su quattro piani con parco, piscina e campo da tennis a due passi da Corso Venezia a Milano. Non si bada a spese: solo le spesse lastre di marmo che hanno foderato i bagni padronali devono essere costati un occhio della testa sia come materiale che come messa in posa.
E per me, che oggi la visito grazie al FAI, villa Necchi-Campiglio offre almeno tre livelli di lettura.
Il primo è la curiosità di conoscere la vita dei rich and beautiful nostrani. La servitù gallonata, il cibo che un montacarichi porta dalle cucine alla stanza in cui si allestiscono i piatti da servirsi in una sala da pranzo foderata da un materiale che assorba l'odore del fumo, gli armadi pieni di cappotti, foulard, cappelli e borsette... tutta roba rigorosamente firmata che evoca sant'Ambrogi scaligeri. Però anche salotti borghesissimi, con libri che avevo comperato anche io tramite il Reader's Digest. Chissà se c'era pure il televisore.

Poi c'è il livello dedicato agli appassionati di architettura: le soluzioni di arredamento, le arti applicate, porte e finestre a scorrimento, figure geometriche, incrostazioni di materiali diversi - e di pregio - i soffitti stuccati, rigorosamente in bianco a piano terra, rosati sul corridoio del reparto notte, le soluzioni adottate per la climatizzazione, la disposizione delle stanze...

E infine si può visitare Villa Necchi-Campiglio come se fosse un museo. Da quello che ho capito la maggior parte delle opere esposte è stata donata da collezionisti.
Mi è venuto un tuffo al cuore vedendo nel parco l'addormentato di Martini. L'amante morta che troneggia nell'ingresso è ancora più bella. Non solo il saggio uso della cromia - che tra l'altro si adatta perfettamente all'ambiente - ma anche la bella trovata di questa figura ieratica chiusa nel proprio dolore intimo, tanto da non notare neppure la stupenda famiglia di Sironi che sta sulla parete alla sua destra. C'è una totale armonia tra ambiente, statue e dipinti.
L'ultimo piano, usato per mostre temporanee, ricostruisce fino a metà settembre la collezione di Vittorio Fossati Bellani. Il centro dell'attenzione è costituito da De Pisis. Mi ha turbato assai un san Sebastiano grondante sangue
C'è un fortissimo contrasto tra lo sfondo idilliaco e la sofferenza fisica del santo, le cui piaghe aperte nutrono la terra scura. Ed è anche stupendo il giovane Bacco (che, da stordito qual sono, ho preso a tutta prima per un Mercurio) usato per la locandina della mostra.

Non c'è però solo De Pisis. Che bello questo Savinio!




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Goldoni - Le memorie
2 maggio 2019
Sono saltato sulla sedia leggendo queste memorie quando ho scoperto che Goldoni elogia una certa signorina Clairon, ottima e celebre artista. Incomincio a considerare da un altro punto di vista il "Capriccio" di Strauss. Non mi stupisce che Goldoni sedesse al Cafè de Foi, ma rimango di stucco scoprendo che a teatro gli è parso che le opere fossero tutte recitativi, un paradiso per gli occhi, un inferno per le orecchie - quest'ultima una dichiarazione fatta realmente per lo scandalo degli uditori.
 
E' chiaramente riduttivo cercare in queste Memorie i riferimenti a quanto Krauss e Strauss hanno scritto alcuni secoli dopo. Il vero piacere è nel tono medio, sincero e banale con cui l'autore racconta la propria esistenza. Ci saranno certo inesattezze, sbagli grossolani, anche ritocchi a una realtà sgradevole. E' impossibile che in ottanta anni manchino dettagli sbiaditi o addirittura da correggere. Eppure mi piace la sincerità con cui l'autore ammette di non condividere il giudizio - positivo o negativo - del pubblico. Ci sono lavori in cui Goldoni sperava molto che sono caduti e commedie nient'affatto perfette che pure hanno ricevuto il plauso generale. Succede: ma il pubblico ha sempre ragione e non lo si discute.
Particolarmente interessante l'ultima parte delle memorie, in cui l'autore descrive in dettaglio la vita parigina. Se pensiamo che Goldoni ha vissuto il periodo tra la guerra d'indipendenza americana e l'inizio della rivoluzione francese, con la comparsa della modernità - giornali, pompieri, polizia urbana, carrozze a nolo... abbiamo la possibilità di leggere le prime impressioni che un uomo colto e arguto ha avuto di invenzioni che per noi sono oggi normali.
 
E non mancano incontri e resoconti di personalità importanti: Vivaldi, Voltaire, Rousseau, Beaumarchais, Alfieri.
 
Queste memorie sono gustosissime. Si leggono con piacere e rapidamente ed aumentano la simpatia che già provavo in precedenza per Goldoni.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 2/5/2019 alle 6:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Foggia
29 aprile 2019
Foggia è stata distrutta da un terremoto nel 1731. E' dunque ovvio che lo stile predominante sia un barocco severo e che io faccia fatica a trovare nella cattedrale le tracce del romanico ma perchè bisogna nascondere dietro una cancellata il portale del fianco sinistro? Nell'ultima guerra la città è stata pesantemente bombardata e molti edifici sono del tutto fatiscenti, nel miglior stile italico.
Prima di dirmi deluso dalla città è bene fare una capatina al museo cittadino. Lo trovo proprio sul limitare del centro storico, in palazzo Arpi (a sua volta costruito sul luogo della reggia imperiale - di cui resta solo un portale).
Anche se la pinacoteca è chiusa per ragioni di sicurezza ci sono abbastanza reperti da giustificare la visita. A me è interessata la sezione archeologica, che descrive molto in dettaglio i ritrovamenti fatti in zona, nella antica Arpi. Molto vasellame, con belle decorazioni ed immagini antropomorfe e materiale di ispirazione ellenica.
Notevolissimi dei mosaici di epoca romana e la ricostruzione di alcune tombe della zona. A parte un paio di ipogei a sud di Bari - nella necropoli di Egnazia - non sono riuscito a vedere molto: bisogna programmare con molta cura le proprie escursioni affinchè qualche anima pia permetta l'accesso agli ipogei e al materiale trovato in giro: il nostro è un paese stolido in cui il turismo si limita al sole e al mare. Mi sembra però che avere un'alternativa per i giorni piovosi - e non solo - non sarebbe malaccio.



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Piccoli fiori affrescati nel sottosuolo materano
28 aprile 2019
Ci vuole una mezz'oretta di macchina per andare da Matera al sito - in aperta campagna, davanti a una gola fascinosa - dove si trova la Cripta del peccato originale. Si può vedere in città una chiesa rupestre con alcuni affreschi interessanti, ma non è nulla di paragonabile a ciò che mi sono trovato davanti.
Si tratta di un solo vano, non amplissimo, in cui può trovar posto qualche decina di persone. Un rettangolo che su uno dei lati lunghi ha tre absidi che ospitano i tre apostoli maggiori, una Madonna con sante e tre angeli. Sul lato a fianco la creazione di luce e buio, di Adamo ed Eva e il loro peccato.
"Salve Regina..." è un'abitudine rappresentare Maria come una sovrana del cielo. Ed anche l'ignoto pittore materano ci presenta un'imperatrice orientale, riccamente adornata e vestita all'ultima moda (ritrovo le ampie maniche in una statua acefala nel museo civico di Barletta). C'è qualcosa che me la differenzia da tante immagini bizantine: il sorriso. Questa Madonna non ha il distacco ieratico di tante sue consorelle (siamo attorno all'ottavo secolo dell'era Cristiana) e ci guarda con sguardo affettuoso e complice, molto sensibile. L'incarnato mostra che è all'opera una mano abile, capace di usare benissimo i colori. E anche la finezza con cui sono disegnati i corpi dei nostri progenitori, il gusto con cui si racconta la storia del peccato originale confermano le doti di questo anonimo pittore benedettino.
Di tutte le immagini che vedo in questa parete ho amato la ragazzina a braccia levate che rappresenta, con una gioiosa ingenuità degna di Olivier Messiaen, la luce appena creata. Colpisce questa posa originale, la freschezza di un mondo appena nato pieno di questi fiori rossi effimeri - si aprono al mattino per appassire a sera - che ritrovo uscendo dalla cripta nella affascinante natura circostante.



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Barocco a Lecce
22 aprile 2019
Come è ormai prassi in caso di restauri, l'impalcatura è coperta da una gigantografia della facciata di Santa Croce. Per la comitiva di turisti che ho di fronte a me non c'è differenza: i telefonini lavorano a tutto spiano anche quando si tratta di immortalare una fotografia che, come nota con grande perspicacia uno del gruppo, ondeggia al vento.
Non ho voglia di rammaricarmi del restauro: si tratta di un'operazione necessaria al buon mantenimento del patrimonio artistico cittadino. In più, venendo dalla parte meridionale della città ed avendo lasciato Santa Croce per la fine, mi sono potuto fare una bella scorpacciata di forme mistilinee, colonne tortili dalle decorazioni floreali più o meno dorate, putti immobilizzati in tutte le pose immaginabili. C'è un profluvio di decorazione in cui però i santi mantengono delle pose dignitose, rigide ed impettite. In essi le linee curve al più servono a disegnare il corpo di un adoratore che tiene tra le mani il crocefisso. Gli altari sono di una ricchezza ed elaborazione che mi fanno pensare a certi retablos spagnoli.
Il barocco esce dalle chiese e adorna gli edifici di proprietà ecclesiastica come l'attuale palazzo della provincia, già edificio conventuale attaccato a Santa Croce, o tutto il complesso della scenografica piazza del Duomo. Dato che in fondo vescovi e frati non sono poi molto diversi dai nobili laici tutta la città offre balconi, portoni e finestre ricchi di fantasia ed anche un Bed&Breakfast si può nascondere a pochi passi da Santa Irene dietro a una candida facciata barocca.



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Feste galanti al palazzo ducale di Martina Franca
21 aprile 2019
Il padrone di casa mi guarda in viso mentre mi invita ad entrare nel mondo della sua dimora: gli affreschi della Sala d'Arcadia ci mostrano tutto quello che un uomo di garbo può offrire al suo ospite. Musica, belle dame e cavalieri galanti. Non ci sono tavoli da gioco, ma in un angolo dell' affresco noto una coppia di amanti desiosi che potrebbero stare benissimo in un dipinto di Watteau. D'altro canto la Sala della Bibbia mostra una signorina alla moda, con un ombrellino tondo molto vezzoso. Se non fosse che riconosco ai suoi piedi la cesta contenente il piccolo Mosé giurerei che si tratta di qualche bella del signor Duca. Dolce vita settecentesca. A parte il povero Enea che trascina il vecchio genitor in una Troia fiammeggiante dotata di Colonna Traiana, trovo per lo più piacevoli scene di campagna (Tobiolo e l'Angelo) o di pathos teatrale (Jephta). Non biasimo il signor duca per l'artificiosità di certe rappresentazioni: già che spende i suoi danari, lui si vuole divertir.



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Passeggiata romanica in provincia di Alessandria
15 aprile 2019
A metà del percorso che congiunge Tortona al Monte Giarolo, sul versante piemontese degli Appennini giungo a Fabbrica Curone. Quattro case che circondano una chiesa romanica, fatta con la stessa pietra scura che contraddistingue il borgo. L'edificio è molto grande rispetto al villaggio. Si capisce che questo centro - sito alla medesima altezza della Varzi del lato lombardo - deve aver avuto per un certo periodo una notevole importanza strategica. Poi... si sa come vanno le cose, la vicina Brignano, con il suo castello appollaiato a metà costa deve aver preso il sopravvento rispetto a Fabbrica.
Il portale racconta la vittoria del bene sul male senza usare immagini antropomorfe, un linguaggio evidentemente più comprensibile a popolazioni di recente conversione, ancora intrise di paganesimo. All'interno trovo una grande stratificazione di epoche: all'inizio della navata destra il pezzo più interessante della chiesa, una pala d'altare (I misteri del Rosario) incorniciata da stucchi barocchi; la volta è settecentesca e le decorazioni sono del XIX secolo. Come direbbe Proust, la chiesa si estende in una quarta dimensione, quella del tempo.
Se voglio un ambiente stilisticamente più omogeneo debbo correre a Viguzzolo, ormai in pianura. La pieve locale è stata restaurata lo scorso secolo per assumere l'austero aspetto di un romanico puro e raffinato, si notino le decorazioni della facciata.
All'interno un Cristo dal collo esageratamente lungo che deve nascondere un meccanismo grazie al quale il Crocifisso muove la testa: la locale inquisizione usava questa statua per emettere le sue sentenze. E ancora oggi il pubblico emette grida di stupore di fronte a questo Gesù mobile.
Ben altri motivi di stupore mi riserba la cripta, sorretta da colonnine anteriori alla pieve con dei primitivi capitelli a forma di tronco di parallelepipedo. E' un'immersione in epoche lontanissime, in cui l'intenzione conta molto più di quanto i poveri artisti riuscivano a combinare.
La passeggiata romanica mi conduce infine a Castelnuovo Scrivia. Sono quasi le cinque e l'imminente Rosario mi impedisce di soffermarmi all'interno della chiesa. Un'ultima cena rinascimentale nella cappella lunga varrebbe una visita approfondita. Mi fermo in compagnia di una volonterosissima guida a rimirare un drago-demonio infantilmente spaventoso che viene ucciso da San Giorgio e alcuni capitelli ritrovati in un pollaio. Uno di questi reca la firma di un certo maestro Alberto. E' la stessa persona che ha indicato la propria identità sul portale d'ingresso. Se un paio di ore prima a Fabbrica Curone avevo una storia di animali simbolici, qui sono alle prese con un boccoluto Sansone che apre la bocca ad un leone. Sul sagrato della Chiesa mi viene raccontata la storia di questo paesino, che tenta di dotarsi di un Museo Civico e che avrebbe avuto un centro medievale di tutto rispetto se solo ci fosse stata la consapevolezza del valore del proprio passato.



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Nozze di Figaro con elefante - Roma 2018
12 aprile 2019
Se in una loro celebre comica Stanlio e Ollio avevano messo un cavallo sul pianoforte, Graham Vick posiziona in scena un elefante.
 
 
L'elefante è dipinto sulla parete della stanza della contessa e - nei due atti conclusivi - lascia mostrare solo le zampe, di cui una alzata.
 
Non mi interessa sapere quale significato, ammesso e non concesso che ce ne sia uno, si voglia veicolare con questa apparizione. Dopo pochi secondi mi sono del tutto dimenticato della presenza di questo animale. La vicenda scorre in modo del tutto indipendente dall'elefante, e questo è tutto ciò che importa in tutto lo spettacolo.
 
E dunque concentriamoci su altre cose, per esempio su una recitazione spigliata e vivace, con una caratterizzazione puntuale e indovinata, che mostra efficacemente la rete di inganni su cui si basa la vicenda (la contessa mostra platealmente al marito l'anello che il conte credeva di aver regalato a Susanna). Forse l'unico elemento forzato è la troppo esagerata balbuzie di Don Curzio.
 
In più Stefano Montanari dirige molto bene, offre un continuo saporito quanto basta, consente le giuste libertà nei dacapo e nelle cadenze. Insomma, mi sono divertito con un video ben costruito.
 
Scuoto la testa per la solita espunzione delle arie del quarto atto: ma perchè ci dobbiamo privare di anche una sola nota cantata da una compagnia tanto giovane, fresca e bravissima?
 



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Ingres, milanese stendahliano
7 aprile 2019
Al termine della sua rivoluzione un astro si ritrova al punto di partenza. Non mi stupisce dunque che anni dopo aver ghigliottinato Luigi XVI i francesi siano incappati in un altro autocrate impostosi per diritto divino.
E' ben vero che apparentemente i simboli del dipinto sono tutti rigorosamente laici. Anche la medaglia stellata (ma potrebbe benissimo essere una croce) al centro del petto non ha inscritto, come pensavo frettolosamente, un monogramma IHS ma la solita aquila. Però la pantofola dorata fa molto Sommo Pontefice e soprattutto il braccio destro - quello del comando - smisuratamente lungo - si alza fino ad arrivare alla statuetta di un uomo barbuto che regge il globo del mondo. Dio c'è... nel punto più alto del quadro, presente ma non grande a sufficienza da disturbare il nuovo Re Sole (non a caso il volto di Napoleone è inscritto in un cerchio ).
Che differenza con il ritratto a matita fatto da Appiani di un Napoleone nervoso, dallo sguardo grintoso e volitivo, con una forza accentuata dalla piega - mitigata nel ritratto ad olio del console - del labbro . Ci si chiede quali fattori permettano di capire subito che ci si trova di fronte a una personalità eccezionale.
E' la domanda che mi sono posto d'altronde anche davanti ai primi nudi giovanili di Ingres, la cui forza surclassa la compassata prevedibilità del maestro David, tacciamo degli onesti comprimari che debbono riempire la mostra.
Non è possibile fare una retrospettiva esauriente di Ingres, non solo per le dimensioni del personaggio ma anche perchè certe tele non sono trasportabili. Si ripiega dunque sul dialogo con i contemporanei centrando - magari anche senza volerlo - un obiettivo secondario di tutto rispetto: dare l'immagine della Milano stendahliana. Già allora capitale morale, anche da bere, ma industriosa e ricca di cose belle (mi sono commosso di fronte allo schizzo dell'interno di San Maurizio).
E' un modo di essere ben riassunto da Giovan Battista Sommariva, un elegante signore brizzolato, seduto su un banco in marmo, davanti a due statue di Canova, con libro in mano e sfondo di qualche amena località, magari sul lago. Non c'è lo Sturm und Drang dei basettoni di certi ritratti posti all'inizio della mostra. Semmai una certa placidità che mi ricorda il caro Don Lisander. Gusto, intelligenza. Lo so, devo riprendere in mano la Certosa di Parma.



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Ala Al-Aswani: Sono corso in riva al Nilo
6 aprile 2019
Non credo che Al-Aswani abbia vita facile in Egitto. Il suo Palazzo Yakoubian descrive un paese corrotto e ipocrita, in cui la mancanza di mobilità sociale e la violenza del potere che lo regge trasforma pacifici cittadini in terroristi.
 
In questo libro (il cui titolo originale è "La sedicente repubblica") Al-Aswani prosegue con maggior ferocia la descrizione della vita in un paese arrugginito su se stesso, incapace di accettare la verità e quindi desideroso di proseguire la sua finta aderenza a precetti religiosi e civili.
 
Al-Aswani descrive i giorni della rivoluzione di piazza Tahrir - quella che noi abbiamo frettolosamente battezzato la primavera araba - e mostra che il fallimento di quei moti non è dovuto solo al fatto che i veri padroni del paese (i servizi segreti) sono rimasti al timone dell'Egitto senza cambiare sistema, ma che in fondo agli egiziani piace così, che i compatrioti di Al-Aswani sono come un cane che rinuncia alla propria libertà per un pugno di crocchette.
 
E' un romanzo duro, non solo per le scene di torture e sevizie - morali oltre che fisiche - descritte, ma per il senso di sconforto che trasmette la descrizione di un paese che non vuole cambiare, che si accontenta di essere una sedicente repubblica. Le ultime pagine, in cui si analizza la situazione egiziana (e forse di tutto il Medio-Oriente arabo, non posso non pensare a quanto sta accadendo in Algeria) sono le più interessanti, prive come sono dell'ingenua esaltazione dei rivoluzionari in erba che si immaginano alla testa di un popolo che aspetta il riscatto. E invece c'è la disillusione che prende quando ci si accorge che il popolo vuole soltanto un nuovo padrone, perchè non immagina la vita senza qualcuno che dica come ci si deve comportare e cosa si deve pensare.
 
Non viene detto cosa succede di alcuni personaggi che si sono imparati ad amare. Conta poco, visto che la vera protagonista del libro è la "Sedicente repubblica" del titolo originale, non del pastrocchio che Feltrinelli ha messo sulla copertina.



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Museo Sant'Agostino a Genova
1 aprile 2019
Simone Boccanegra. Non contento di averne visto - nel punto più alto dell'ospedale S. Martino - il castello, ora adibito a centro congressi, sto rimirando le fattezze del doge protagonista dell'opera verdiana.
Il corpo è una colonna da cui trasuda la maestà del potere. Il volto però ha l'acquoso gonfiore di una senescenza carica di malattia e stanchezza. Una benda tiene fermo il mento e sento attorno a me i parenti che bisbigliano ammirati che la morte ha rasserenato come per miracolo questo anziano.
Un'altra storia è raccontata dall'immagine dell'altro vip ligure, Jacopo da Varagine (Varazze), il celebre autore della Leggenda Aurea. Lo sculture non ritrae un uomo ma una carica onorifica - quella del signor vescovo, miracolosamente risparmiato dalla livella.
L'arte ligure appare soggetta a innumerevoli influenze: toscane - Pisa in primis - lombarde ed emiliane (Maestri comacini, Antelami), anche catalane, bizantine e nord-europee. E' esposto un alabastro britannico raffigurante una finissima crocefissione, con tracce di policromia.
Il museo di S. Agostino è eterogeneo: sovraporte scolpite, affreschi strappati, maioliche, dipinti. Sono esposti qui gli originali delle statue devozionali che ornano le nicchie delle case genovesi (carina la Santa Caterina genovese, con un volto grazioso ed un corpicino secondo solo a quello della santa guerriera inguainata da una corazza arrapante).
Tra i dipinti spicca una crocefissione di Brea, pittore nizzardo di cui ho imparato ad apprezzare l'eleganza che tiene i piedi in diverse epoche stilistiche.
Mi imbatto in divieti d'accesso dietro ai quali intravedo sale in allestimento; la chiesa adiacente è tutt'ora sottoposta a un restauro destinato ad ampliare le sale di esposizione. Anche così però è ottimistico pensare di visitare questo museo in appena sessanta minuti.



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Amos Oz: Una storia di amore e di tene bra
29 marzo 2019
Un “Amarcord” in salsa gerosolimitana? Oz è il proustiano “uomo che dorme” il quale tira i fili della memoria in una poltrona uscita dall’orbita, che si ferma in tempi e luoghi diversi, senza alcuna apparente logica. Scordiamoci l’ordine cronologico, rassegnamoci a scivolare da Israele all’Europa Orientale e ritorno, in una diaspora di persone e ricordi. Faticando a trovare un appiglio mi ci vuole un po’ di tempo per abituarmi allo schema narrativo adottato da Oz.
Ad un certo punto però capisco che debbo soltanto andare sulla sua frequenza, fidarmi di lui come della Suzanne di Leonard Cohen. Ed allora ogni elemento si mette in ordine: mi sembra ovvio finire il libro con una morte – quella della madre – che di fatto ci è stata raccontata già altre volte.
Proust preferisce che a morire sia la nonna. “Mamma” rimane una presenza costante anche nel “Tempo ritrovato”. Oz affronta il trauma dell’abbandono da parte della madre, il senso di colpa, la domanda sgomenta di chi non riesce ad accettare il male che gli riserva la vita. Come Giobbe, mette in dubbio Dio (non è un caso che Amos e il padre si lascino cadere nel disordine totale non appena la madre/moglie li ha abbandonati). Ma anche questo maelstrom del caos in cui i due maschi scivolano precede la descrizione catartica della fine, esattamente come è molto prima che l’autore ci parla del momento – biograficamente posteriore – in cui ha capito la propria missione di scrittore. E forse è solo quando Amos capisce che non deve cercare lontano da sè i temi dei propri romanzi che viene la forza di affrontare l’episodio che lui e il padre avevano rimosso.
Anche io sono stato educato a considerare le lacrime una cosa da femmine. Il rifiuto di piangere è in fondo il rifiuto di manifestare appieno i propri sentimenti, decidere di innalzare un muro tra sè e gli altri. Ma come si può allora essere romanzieri? Ci si condanna alla compilazione di testi didattici, collazioni di schede, di pensieri e concetti altrui, a stendere saggi eruditi sulla novella ebraica come fa il padre di Amos. La grandezza però sta altrove, nel momento in cui si ha il coraggio di gridare il proprio dolore per non aver potuto accompagnare la madre al cimitero. Ogni lettore sensibile accoglie e fa proprio questo grido e sente nello scrittore un simile, che mettendogli di fronte la propria umanità, lo aiuta ad accettare le proprie debolezze, la povertà della sua esperienza quotidiana.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 29/3/2019 alle 16:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Italo Montemezzi - Incantesimo
27 marzo 2019
Fino a qualche ora fa neppure sapevo chi fosse Italo Montemezzi. Mi soccorre la solita Wikipedia dicendomi che è un veronese nato nel 1875 e morto nel 1952. Incantesimo è un atto unico di una quarantina di minuti, eseguita - con buon successo - da Toscanini nel 1943. Ovviamente è caduta nel dimenticatoio: ancora oggi è difficile proporre l'ultimo Strauss, figuriamoci un compositore italiano che sceglie di scrivere in uno stile post-wagneriano con forti iniezioni di verismo, frasi di canto spiegato che culminano in begli acuti come Puccini comanda...
Mi trovo di fronte a un video pubblicato da Arte-Concerto. Si tratta di una rappresentazione fatta a Riga. Volonterosa: un impianto scenico importante, quale si riserva a un lavoro in cui si crede, una buona orchestra e cantanti all'altezza della situazione (Rinaldo, tanto per intenderci, ha le stesse pretese musicali di un Calaf).
Mi sono accorto di aver seguito questo Incantesimo con religiosa compunzione. Certo, c'era la curiosità di incasellare il compositore dal punto di vista stilistico e temporale, di rimettere al loro posto tutti gli echi di musiche che amo. Ma c'è anche la consapevolezza che questo lavoro regge perfettamente la scena e merita di venir conosciuto e proposto al pubblico.
Vedo benissimo un accoppiamento con Una tragedia fiorentina. Zemlinsky è forse l'autore cui Montemezzi è più vicino, sia per tessitura orchestrale - ricca ma non prevaricante nei confronti delle voci - che per qualità delle melodie. In più le due opere presentano lo stesso - e classico - triangolo amoroso. Solo che se in Zemlinsky/Wilde Simone riesce a riconquistare l'amore di (e per) Bianca, qui il povero Folco perde irrimediabilmente la propria sposa che, in una riedizione delle Affinità elettive e con una melodia degna della Iolanta, finisce nelle braccia dell'incantatore Rinaldo.
Ma perchè quest'opera viva come meriterebbe abbiamo bisogno di un establishment musicale più curioso e disponibile a puntare su titoli sconosciuti al grande pubblico.



permalink | inviato da SottotettiGiuseppe il 27/3/2019 alle 2:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La villeggiatura del vescovo
25 marzo 2019
Nel settecento anche i vescovi smaniano per la villeggiatura. Nella fattispecie il pavese Monsignor Pertusati ha i propri beni terreni a Portalbera, una trentina di chilometri a valle, lungo il Po – ciò che gli permette di giungere in villa navigando lungo il fiume, senza farsi shakerare in carrozza.
Oggi la casa vescovile è una dimora privata a ringhiera che dà su un prato che coincide con il giardino di Monsignore. Gli unici segni della gloria passata sono una lapide e lo stemma di famiglia.
Di fronte alla casa è la mensa vescovile, il luogo in cui si facevano gli interessi materiali del vescovo. Anche questa è oggi una struttura privata, il classico cascinale lombardo fiancheggiato da un rustico di grandi proporzioni senza alcun valore artistico speciale.
E allora dove cercare l’arte? In chiesa. Non ho mai notato che la parrocchiale di Portalbera abbia il campanile più alto della diocesi e forse questo particolare giustifica il fatto che la facciata della chiesa appaia troppo bassa e larga. Gli stucchi sotto il portico – niente male – non lasciano presagire il valore dell’interno. Non sono l’unico a tastare le pareti per verificare che esse siano davvero interamente in marmo: fedeli alla massima che il falso è più vero del vero, i portalberesi hanno dipinto tutto come se fosse marmo finto. Ciò nonostante l’impressione d’insieme è forte e la cappella laterale, dedicata a San Fedele è un gioiellino realizzato con l’ausilio degli artisti impegnati nel duomo pavese.
Mi piace meno il grande affresco dedicato all’Assunzione che domina il coro, mentre non sono privi di interesse i paramenti di Monsignore che, come i suoi colleghi salisburghesi, aveva il suo bel passaggio segreto che gli permetteva di arrivare da casa in chiesa senza farsi vedere dai fedeli.
Ma la gloria del mondo non passa facilmente: alla sua morte il vescovo ha fondato l’ospizio per anziani che ne ha tramandato il nome anche ai pavesi del ventunesimo secolo.



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Bouvard e Pecuchet lo spettacolo teatrale
21 marzo 2019
Le avventure di Bouvard e Pecuchet finiscono sempre in catastrofi talmente gigantesche da poter essere contenute solo nel ristretto spazio di un libro: renderle visibili rischia di sminuire la portata cosmica di questi disastri.
Come se ciò non bastasse, il romanzo di Flaubert è incompiuto e volutamente frammentario, legato com’è a doppio filo al dizionario dei luoghi comuni.
Per tutti questi motivi Jerome Deschamps ha compiuto un’impresa straordinaria adattando per il teatro il capolavoro di Flaubert. E tutto è stato centrato alla perfezione: l’aspetto fisico dei protagonisti, uno allampanato e l’altro tracagnotto, la loro gestualità, il rapporto con i due comprimari, i giochi verbali, le citazioni delle diatribe filosofiche dei due statali in pensione.
Perfino l'incendio del raccolto e l'esplosione delle conserve risultano credibili e sollevano le immancabili risate del pubblico
Il divertimento è assicurato e continuo, la vis comica di Flaubert è ovunque, evidentissima e dissacrante, oggi come ieri: mi piacerebbe conoscere qualcuno che non abbia mai udito le banalità che i nostri eroi pronunciano sulla bellezza della vita in campagna o – come si usa adesso – sul valore del bio.

Il video dello spettacolo è disponibile su Youtube e Culturebox.


Mi piace meno il grande affresco dedicato all’Assunzione che domina il coro, mentre non sono privi di interesse i paramenti di Monsignore che, come i suoi colleghi salisburghesi, aveva il suo bel passaggio segreto che gli permetteva di arrivare da casa in chiesa senza farsi vedere dai fedeli.
Ma la gloria del mondo non passa facilmente: alla sua morte il vescovo ha fondato l’ospizio per anziani che ne ha tramandato il nome anche ai pavesi del ventunesimo secolo.



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Surrealismo elvetico a Lugano
17 marzo 2019
A giudicare dall'obelisco, il quadro, gli alari e la casetta il dipinto sembra appeso dal lato sbagliato. La parete, il tavolo e il lampadario sono però nel verso dello spettatore. Questa "Libertà del pittore" di Werner Schaad si traduce nella possibilità di vedere il mondo contemporaneamente da diverse prospettive, tutte egualmente vere e accettabili.
Le meditazioni ginevrine di Jean Viollet offrono due ragazze sedute su una panchina. Solo i loro piedi sono solidi e reali: man mano che si sale i loro contorni diventano sempre più evanescenti ed irreali fino a che l'espressione intensa dei loro volti si confonde con il cielo, come se si trattasse di un gioco di nubi capricciose. Anche la Flora di Emi lascia incerti tra un bel fiore dalla variopinta corolla e una semplice composizione astratta.
"Nuovi satelliti" del medesimo autore una specie di fiume che attraversa un'oscurità dominata dalle due immagini ovoformi che sembrano guardare dall'alto il paesaggio.
La mostra luganese dedicata al surrealismo elvetico è una riproposta proveniente da Argovia. Non so francamente se il surrealismo rossocrociato abbia delle caratteristiche proprie inconfondibili, ma di certo ha lasciato delle opere di grande valore che rendono affatto importante l'occasione che il LAC ci offre fino al prossimo 16 giugno.



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Wozzeck in traduzione ritmica
13 marzo 2019
Nel '54 era prassi normale cantare le opere straniere in traduzione: non esistevano sopratitoli, impossibile scaricare da internet i libretti, l'ascolto e lo studio casalingo di un'opera - anche italiana - era problematico.
 
E' evidente: la traduzione ritmica in una lingua strutturalmente diversa chiude il testo in un letto di Procuste. Pensiamo per esempio alla parola "Blut" un monosillabo centrato su quella U cupa che nella musica di Berg squarcia con un impressionante crescendo il petto di Wozzeck nello spettrale dialogo con l'idiota. Oppure la O chiusa di "Tot", per giunta incastonata tra due consonanti sorde. I plurisillabi che l'italiano ha a disposizione distruggono la linea musicale ed inseriscono una sonorità affatto diversa. "Sangue" si diluisce in uno spazio dilatato e la "O" aperta del bisillabo piano "morta" non trasmettono il senso di chiusura su se stessi dell'originale tedesco. E le quattro note su cui si canta "assassino" possono pure occupare lo stesso tempo delle due di Mörder: rinunceremo però alla stilettata della parola usata da Buchner.
 
In compenso però la bistrattata traduzione ritmica consente a grandi artisti di affrontare una partitura come il Wozzeck. Se qualcuno crede di poter fare a meno di Tito Gobbi in Berg si ascolti il momento in cui il protagonista trova che Margaret è calda. Si viene scossi nel profondo.
 
E non ho mai trovato un dottore più carico emotivamente di quello di Tajo: la sua entrata nella quarta scena è da brivido. La "aberratio mentalis partialis" trasuda follia criminale.
 
Ovvio che la prosodia della lingua italiana obblighi a tempi leggermente più distesi, ma Sanzogno racconta l'interludio finale con chiarezza formale, preparando bene i climax e lasciando in bella mostra i piani sonori di questa partitura.
 
Pur preferendo un Wozzeck in tedesco  trovo che questa vecchia registrazione ci offra una prospettiva che è bene conoscere.



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Barbara Strozzi
8 marzo 2019
Nata nel 1617, Barbara Strozzi vive in un ambiente colto. Allieva di Francesco Cavalli, cui il papà aveva fornito dei libretti d’opera, cantava le proprie opere – canzoni e madrigali, ma le si attribuisce la creazione del genere della cantata. Riuscì a pubblicare otto raccolte di composizioni

Si sa poco della sua vita: fu membro dell’Accademia degli Unisoni, ebbe una vita privata chiacchierata. Le si attribuisce come compagno un nobile veneto, Giovanni Paolo Vidman, da cui ebbe quattro figli. Morì a Padova nel 1677.




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Alessandria scolpita – ma non solo
4 marzo 2019

E’ frequente la rappresentazione del compianto di Cristo: figure in lacrime raggruppate attorno a Gesù morto. A Palazzo Monferrato (Alessandria) ne è esposto uno proveniente da Castellazzo Bormida.

Giuseppe d’Arimatea è una colonna rigida che tiene in mano i chiodi come se fossero dei fiorellini. Sono figure squadrate, rigide e stereotipe. Dato che i tarli hanno consumato i basamenti, le statue si reggevano in piedi appoggiandosi tra di loro o – al più – alle pareti della cappella in cui si trovano. Il gruppo ha subito un importante restauro, per altro non ancora terminato. E’ un gruppo semplice, ma non per questo poco espressivo.

Nella stessa sala altri due “dolenti” (verosimilmente un Giovanni e Maria ai piedi della Croce) mostrano una sensibilità ben più forte e teatrale, anticipando un altro compianto proveniente da Serravalle, meno naif ma non meno impressionante dal punto di vista psicologico: notevole lo sguardo che d’Arimatea scambia con il Cristo morto – un “uomo, piangi il tuo grande peccato” ma anche la consapevolezza che solo guardando il volto del Salvatore è possibile la redenzione dell’uomo

Questa forte sensibilità trova il suo culmine nelle stupende sale dedicate al pavese Del Maino – per me una scoperta importante. Non a caso è sua la statua scelta per la locandina dell’esposizione. Sono molte le curiosità degne di nota in questa mostra. Si parte da un curioso Cristo multi-uso che grazie alle braccia snodabili può fungere da Crocefisso o da gisant per le processioni, si prosegue con una Madonna a scrigno di cui si può aprire il petto così da vedere un Pantocratore e un’Annunciazione. E si conclude poi con due porte intarsiate provenienti da Savona e con un rilievo ligneo di Bosco Marengo. E se mi stufo di vedere sculture ecco il trittico di Gandolfino da Roreto, proveniente da Quargnento Mi piace moltissimo quel san Pietro Martire che – se non fosse per la scure che gli fende il capo – potrebbe figurare in un Vogue rinascimentale. E la Madonna, con il suo volto grazioso, sembra la sorella della ragazzina raffigurata nel dipinto – del medesimo autore – proveniente dai musei di Palazzo Madama. I dipinti e le statue esposte in questa mostra – aperta fino al prossimo 5 maggio – permettono di conoscere un territorio affatto ricco di espressioni artistiche di valore.



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I tre volti di Jafar Panahi
2 marzo 2019
Il primo volto è di una ragazzina che sta riprendendo con il cellulare il proprio suicidio: meglio morire che rinunciare al sogno di essere attrice.
 
Il secondo volto è dell'attrice cui è stato inviato il video. E' una donna fatta, graziosa, con capelli tinti di un rosso acceso, che sbucano dal velo di ordinanza.
 
Il terzo volto è del regista, Jafar Panahi. Rimane a lungo nascosto: prima se ne ascolta la voce fuoricampo, poi lo si intravede in distanza fuori dall'auto. E solo quando siamo ben addentrati nel film egli compare a noi.
 
Attorno immagini di contorno: contadini e pastori, gli abitanti di un villaggio sperduto in mezzo alle montagne, collegato al resto del mondo da uno sterrato in cui passa a senso unico alternato. Un mondo che vuole essere poverissimo: la ragazzina ribelle non si contenta di voler fare l'attrice, prende addirittura la pala per allargare la strada. E viene bloccata, perchè il suo è un attentato ad un ordine che nessuno intende mutare. Sono necessarie regole, dice un contadino a Panahi. Ma l'unica regola non è quella dei colpi di clacson che avvisano della presenza di una vettura in arrivo è il "nulla cambia".
 
Sullo sfondo la rivoluzione iraniana che ha fatto piazza pulita degli idoli del cinema del passato, ridotti all'esilio o alla solitudine - e alla proscrizione - del villaggio montano.
 
E nonostante tutto questo ci sono nella ragazzina aspirante attrice una incontenibile voglia di cambiamento e di aprirsi al mondo che - probabilmente - origina la proscrizione del film dai cinema iraniani.
 
Uno spettatore mi ha detto che l'unica differenza rispetto ai film cecoslovacchi che si vedevano negli anni settanta è che per lo meno questo è a colori. Non è del tutto sbagliato. Però mi piace la possibilità di lanciare uno sguardo su un mondo lontano dal nostro.
 
 



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Jonas Khemiri – Tutto quello che non ricordo
27 febbraio 2019
Un incidente stradale. Il guidatore, Samuel, muore sul colpo. Impossibile determinare se si tratti di una fatalità o di un suicidio. Uno scrittore mezzo svedese e mezzo tunisino interroga amici e parenti per scoprire qualcosa in più.

Le testimonianze si affastellano nella concordia discors di persone che ci offrono molte istantanee degli stessi fatti presentati da punti di vista differenti. Come ben direbbe Pirandello la verità è comunque inafferrabile e l'autore, che si ripromette di non far parlare Samuel, si smentisce dopo pochissime pagine e lascia che sia il giovane a narrare gli ultimi istanti della sua vita.

Tutto lascia propendere per il suicidio, non fosse per la presenza di altri fatti - ugualmente inconfutabili - che invece lasciano propendere per altro.

E' un libro compatto, molto bello, che mostra l'altra faccia dei paesi scandinavi, una faccia alle prese con degli svedesi colorati, provenienti da altri paesi, altre culture. Mondi costretti a camminare appaiati e che faticano a comprendersi, chiusi nelle categorie del politicamente corretto e del prima gli svedesi. La difficoltà di capire le motivazioni e la personalità di Samuel è il simbolo dell'incomprensibilità del nostro mondo: ci diciamo aperti, ma abbiamo un fremito di paura davanti agli altri... e scopriamo che l'altro è nostro connazionale, come e anche più di noi visto che ormai parliamo di europei di seconda generazione - come minimo.





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Isaac Bashevis Singer - Nemici (Una storia d'amore)
24 febbraio 2019
Far convivere inimicizia e amore in un titolo sembra assurdo. Ma quando si incomincia a leggere la storia di Hermann ci si accorge che tutto è possibile. Se nelle commedie di Feydeau è usuale trovare personaggi che si dividono tra due donne - moglie e amante - il protagonista di questo romanzo, Hermann, vive con tre femmine diverse.

Abbiamo ovviamente la moglie, Tamara, che era creduta uccisa da un nazista in Europa e che ricompare, come fosse un fantasma, nel bel mezzo di New York. Si aggiunge Jadwiga, una contadina polacca che ha salvato Hermann nascondendolo in un fienile. E poi c'è Masha, ammaliante fanciulla di facili costumi ma irresistibile. Hermann non riesce a fare a meno di lei.

Un ginepraio inestricabile, che sta in piedi solo perchè la povera Jadwiga è analfabeta e sempliciotta e Tamara... sa perfettamente di essere inaspettata ed indesiderata, non ha illusioni sul proprio compagno ed è perfettamente disponibile a farsi da parte.

E' un romanzo tormentato e contorto, come la vita di Hermann, del resto. E' la dura analisi della necessità di superare il trauma della Shoah, dello sterminio, delle sofferenze e delle crudeltà. Perchè è accaduto tutto questo? Dove era Dio? E con quale criterio è stata decisa la salvezza di uno e la morte di un altro? E come è possibile che gente viva, si diverta e sia felice dopo tutto quello che è accaduto?

E' un libro che non offre certezze, a cui non si deve domandare una consolazione o luce. D'altronde, siamo tutti come Marta che, quando si vede capitare di fronte Gesù Cristo, bello e azzimato, pochi giorni dopo la morte del fratello Lazzaro, gli salta addosso e gli domanda dove cavolo si fosse cacciato quando c'era bisogno della sua presenza.



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Recami - Il diario segreto del cuore
19 febbraio 2019
Recami racconta storie che avvengono in una casa di ringhiera: condomini i cui appartamenti danno tutti su una ringhiera che guarda il cortile interno.

 

All'inizio del libro nella casa è presente la sola famiglia Giorgi: due ragazzini delle medie; la madre campa da sola come può: il marito vive ora in una casa-famiglia dove forse ha superato davvero i suoi problemi di alcoolismo.

Il diario di cui si parla nel titolo è quello della ragazzina, Margherita. E' la prima della classe, ha fatto la primina. Potrebbe essere una versione XXI secolo di Cuore.

E' evidente che Recami ha in mente De Amicis, ne cita prima di incominciare un sonetto avvelenato contro i critici letterari, osserva che Milano gli ha dedicato una via che è la continuazione di via Carducci, da cui era disprezzavato, e che il suo successo letterario gli valse un sacco di nemici i quali non esitarono a ricorrere anche alla calunnia contro di lui.

Anche a me vennero regalate a Natale innumerevoli copie di Cuore. Tutte rigorosamente mai aperte (non sono mai arrivato al mese di novembre). Non so dunque se il padre di Enrico scrivesse al figlio come fa Claudio con Margherita. La giovinetta applica al mondo degli adulti uno spirito critico assente a fine ottocento, in un mondo che non metteva in discussione l'Autorità. E anche i riassunti di libri edificanti hanno un che di dissacrante: sono innanzitutto copiati da internet e ad essi la ragazza fa seguire un proprio commento privato che distrugge quanto il politicamente corretto l'ha obbligata a scrivere ad uso e consumo della scuola.

C'è la curiosità per il sesso. Se ne parla nelle ore di educazione all'affettività, ma paradossalmente i ragazzi hanno le stesse curiosità e soprattutto la stessa difficoltà che aveva la mia generazione a sapere come stessero effettivamente le cose (ma forse a noi andava meglio vedendo i cani accoppiarsi in cortile). E' divertente la noia per le sfumature di grigio, che non contiene le informazioni cercate, mentre Pasolini è molto più ricco di informazioni utili.

Ma non c'è solo il diario. Esiste anche la storia di come l'entrata degli adulti in questo mondo anzichè raddrizzare i torti peggiori le cose. E sopra tutto, c'è l'ironia con cui Recami descrive la nostra vita. E' un bel libro agro-dolce che si legge tutto d'un fiato.

 




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Sarah Connolly romantica Didone
12 febbraio 2019
Sarah Connolly cambia anche colore di voce per dipingere il valore di Anchise e il fascino di Venere mescolati nella figura di Enea. Sarà anche perversa la mia abitudine di cercare il dettaglio in cui si riassume il senso di tutta un'esecuzione, ma sopra tutto in un'opera tanto breve come il Didone e Enea di Purcell questo è indispensabile. Ed anche giusto, se ascolto il fervore smaccatamente romantico con cui la Connolly affronta "When I am laid". Ci si commuove, si partecipa del tutto al tormento della vedova di Sicheo, tormentata da un amore che, lo si capisce da subito, non può essere felice. Una volta tanto il taglio di vene - tra l'altro con il gioiello donatole da Enea all'inizio dell'opera - è necessario e trasmette tutto il pathos della situazione.
 
Ovvio che poi è necessario che attorno a Sarah Connolly ci siano artisti all'altezza della situazione. Hogwood è cosciente che Purcell non ha bisogno di essere aiutato con interpolazioni più o meno jazzate, di ammodernamenti o riorchestrazioni. Quel povero e banale musico condensa in una sessantina di minuti qualche secolo di teatro in musica: nel recitativo che serve a Didone per dire all'eroe che il solo aver pensato di lasciarla lo rende indegno di lei riassume le quattro ore di Lohengrin. Mi basta l'easy listening del coro dei marinai, con il giusto sapore popolare di personaggi bassi per ridere delle Pluhar che pensano di saperla più lunga del compositore.
 
Ci sono due streghe gemelle siamesi a creare un po' di grottesco - ma solo visivo: averle sempre delle esecuzioni in cui si lascia che la musica esprima da sola l'anomalia rappresentata dalle weird sisters. Anche questo dettaglio ha un senso generale: mi indica che chi ha realizzato questo allestimento (Covent Garden 2009) si fida appieno di Purcell. E fa bene: il bravo Enrico non è mica un Enea qualsiasi.



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Roma - Tutte le donne di Cuaròn
11 febbraio 2019
Tra la domestica india Clea e la sua datrice di lavoro, l'ispanica Sofia, c'è la stessa distanza che esiste tra noi e l'aereo che solca il cielo nell'ultima inquadratura.
 
Però entrambe le donne sono vittime dei propri uomini: Clea viene lasciata da Fermìn il quale non si vuole occupare della bimba che deve nascere; Antonio abbandona Sofia e i figli senza neanche occuparsi degli alimenti per seguire l'amante.
 
Eppure queste donne sono forti, molto più dei loro partner. Ne avevamo avuto sentore al campo di allenamento di arti marziali, dove l'unica persona in grado di ripetere esattamente l'esercizio del maestro è proprio la nostra Clea - per giunta in stato interessante. Non importa se i bimbi sono di un'altra donna: l'atavismo femminile entra in gioco e spinge la giovane india a vincere la paura e gettarsi in mare a salvare i figli di Sofia.
 
Questo film di Alfonso Cuaròn è un canto alla solidarietà tra donne: Sofia, pur consapevole che verranno tempi duri dal punto di vista economico, non pensa un attimo di abbandonare al suo destino la domestica e la conduce da un medico; la nonna Teresa va con Clea a comprare la culla per il nascituro, contratta per avere uno sconto, corre in clinica per soccorrere la ragazza cui si sono rotte le acque.
 
E poi... questi uomini servono davvero? Clea e Sofia sono pronte a rifarsi una vita, i bambini - passato il primo sconcerto hanno già dimenticato il mondo di Antonio e sono pronti alle avventure nuove che li aspettano.
 
Cuaròn non ha fretta: inquadrature ampie, movimenti di camera solenni e posati, infinita pazienza nel mostrare l'ambiente in cui si svolge la storia. Cuaròn si prende tutto il tempo che gli serve per esporre il suo argomento. Ma non addormenta: non mi sono neanche accorto che si superano le due ore di visione.
 
E' suggestiva la scelta di usare un bianco e nero a forti contrasti, con parco uso del grigio e immagini nette e distinte come quelle che consente la tecnica di ripresa digitale.
 
Grande cinema, proposto in lingua originale con sottotitoli.



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Ken Haruf - Vincoli
7 febbraio 2019
Nel Mondo Piccolo di  Holt, Colorado, Sanders Roscoe riceve la visita di uno di città. E' un giornalista di Denver che vorrebbe avere informazioni sui suoi vicini di casa, i Goodnough. Con piglio degno di Peppone, Sanders, per gli amici Sandy, lo sbatte fuori in malo modo. Purtroppo non basta: quelli di città fanno sempre danni e la vicenda della famiglia Goodnough viene sbattuta sulla prima pagina del quotidiano locale.
 
Sandy racconta per noi lettori la storia che il giornalista di Denver avrebbe tanto voluto conoscere. Il suo stile è conciso, anche sgraziato. Non fatico ad immaginarmi con i gomiti sul tavolo, mentre il mio interlocutore tracanna birra con la stessa velocità con cui mi racconta vicende che incominciano addirittura nel XIX secolo.
 
I capostipiti, Goodnough o Roscoe che siano, hanno dimensioni ciclopiche. Forse è così da che esiste la narrazione: magari il primo cavernicolo che ha intrapreso la cronaca delle gesta dei suoi avi ha ingigantito le loro proporzioni. Ed è forse per questo che io sento in questo libro la ruvida scorza di una realtà contadina semplice e dura. La fatica scorre sul binario delle stagioni: sangue e sofferenza, umiliazioni e lacrime soffocate. Però in quel pezzaccio di terra bruciata dal sole ci si rispetta e si fa quadrato contro quelli di città venuti a violare il pudore di famiglie martoriate.
 
Holt è uno dei tanti luoghi immaginari che appaiono più veri dei posti reali. E se Holt come tale non esiste, sicuramente troviamo in mezzo a noi tanti esemplari umani dei suoi abitanti.
 

Nell'immaginaria Holt Ken Haruf ci racconta storie eternamente vere da cui mi sono staccato a malincuore.




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I brocchi di Jonathan Coe nella Middle England
1 febbraio 2019
Quasi venti anni fa comperai La banda dei brocchi solo perchè il suo titolo originale (The Rotters' Club) è identico a quello di un disco di Hatfield and the North, band rock britannica degli anni '70.
 
E' del resto in quell'epoca che si svolge la storia di Benjamin Trotter e della sua famiglia - i brocchi del titolo. Attorno a loro amici, conoscenti, il mondo adolescenziale nel Regno Unito degli anni '70. Facile dunque immedesimarmi in coetanei, con le solite storie di amori brufolosi e velleità intellettuali, l'affacciarsi a un vasto mondo tanto ignoto quanto affascinante. Coe adotta una struttura a collage, in cui la narrazione si alterna a documenti dell'epoca, con l'odore del ciclostile e dell'inchiostro che imbrattava la mediocre carta su cui si stampava il Melody Maker.
 
L'originalità di Coe sta nel narrare la grande storia degli ultimi quarant'anni dando l'illusione che il suo argomento principe siano i pruriti di Benjamin e soci. Se Elena Ferrante ci fa la lezione su anni di piombo e camorra nelle sue storie di chi fugge e chi resta, Coe preferisce l'understatement. Maggie Thatcher? La si cita perchè vince le elezioni il giorno in cui Benjamin corona il proprio sogno d'amore. Gli scioperi selvaggi? Un black-out proprio la sera in cui sulla BBC doveva andare in onda un film per adulti. Autarchiche auto difettose? Un personaggio fatica ad aprire la propria vettura. Il terrorismo IRA? La testa mozzata di Malcom che finisce sul grembo della fidanzata Lois in un attentato ad un pub. Si mischiano privato e pubblico dando l'impressione che il primo prevalga sul secondo.
 
Il successivo libro della saga dei brocchi (Il circolo chiuso) ce li mostra al cambio di secolo: più chili, meno capelli. Trasformati e anche spietati (Paul, il fratello di Benjamin, è l'antipatico protagonista della vicenda).
 
Ora esce Middle England, tolkeniana Inghilterra di Mezzo in cui i miei coetanei ingrigiti confrontano ieri e oggi, si confrontano a una Brexit che si infila anche in una lite tra clown. Sempre il delizioso tono mediano. Coe non si mette in cattedra, lascia che siano i suoi personaggi a narrare la storia, ad agire, a dire la loro. Resilienti, pasticcioni e simpatici come gli Hobbit. Ho ritrovato in questo libro un grande scrittore che amo e che con sorridente distacco mi accompagna nel nostro Mondo Piccolo in cambiamento.



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Il rinascimento nelle terre ticinesi
25 gennaio 2019
Un tempo il ducato di Milano arrivava fino a Bellinzona e anche adesso basta vedere il canton Ticino incunearsi tra Como e Varese per capire come il mondo italofono della Svizzera si compenetri con quello della vicina Lombardia.
 
rinascimento
 
Il rinascimento ticinese mi sembra dunque più un'espressione geografica che artistica. D'altronde il massimo capolavoro di Luini si trova a Lugano, in Santa Maria degli Angeli. E se avessi ancora dei dubbi, i dipinti in mostra a Rancate evocano figure italiche, Raffaello, Leonardo, Bramantino, Gaudenzio Ferrari. E c'è una Caterina d'Alessandria, sinuosa, con tracce di doratura, fine e dolcissima, di scuola gagginiana che mi fa volare fino in Sicilia, dove i nostri melidesi si sono fatti così ben valere.
 
Nel mezzanino mi sembra di trovarmi in "Aguzzate la vista". Una serie di Natività che differiscono per piccoli particolari: qui un San Giuseppe vestito da elegante gentiluomo, là una copia conforme della caricatura leonardesca di un vecchio che può incarnarsi in san Giuseppe come in un pastore adorante. Oppure degli elegantissimi angeli toscaneggianti in una tela proveniente dall'alessandrino (in cui, tra l'altro, occhieggia  un ovale di Madonna di fattura leonardesca - anche se privo del caratteristico, e a me sgradito, chiaro-scuro).
 
La mostra di Rancate - aperta fino al 17 febbraio - mi fa conoscere  l'opera di Francesco de Tatti, solido ed abile, di cui sono esposti alcuni monumentali affreschi e in più mi suggerisce tante interessanti escursioni nel cantone.
 
Per esempio, in una saletta in fondo alla pinacoteca gli "amici del Bigorio" hanno infilato una meravigliosa Madonna con bambino. Seduta su un parapetto, la Vergine delicatissima si incastona in un paesaggio nordico, colto nella luce del tramonto in cui splende la stella vespertina, mentre in primo piano si nota una stupenda natura morta con pappagallo. Miracolosamente bella.
 
rinascimento



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